mercoledì 28 aprile 2021

Le vacanze di Edoardo Sanguineti a Bordighera



[...] La cartolina dalle vacanze di Edoardo Sanguineti risale all'immediato dopoguerra. Lo ritrae seduto a un bar di
Bordighera con un libro in mano, magro, forse più emaciato di oggi, finalmente al riparo dal sole. "Vivevamo a Torino e ogni anno andavamo un po' al mare e un po' ai monti. I miei genitori si erano conosciuti in montagna, così andarci era quasi un cerimoniale obbligato. Ma io preferivo il mare: con il tempo, a differenza delle vette dove mi annoiavo, era diventato un luogo mentalmente abitabile. Andavamo da una zia, sorella di mio padre, che stava a Bordighera. Lì si era sposata con un ferroviere e aveva un figlio: il mio solo cugino. Eravamo entrambi figli unici. E ritrovarlo ogni anno, per me significava rompere la solitudine. Ma non andavamo granche' d' accordo. Avevamo fra i quindici e i vent'anni, lui girava con le ragazze, ballava, praticava sport e di fronte a me, piu' piccolo, si dava arie da grande. Però, in fondo, mi aggregava sempre alle sue compagnie...". Sanguineti  racconta come una favola la sua vacanza a Bordighera. Per lui, spiega, era una finestra aperta sul mondo. Un altro mondo, abitato da ragazzi del popolo, come quel cugino tanto diverso da lui. "Io rappresentavo il tipo del giovane intellettuale, l'orribile primo della classe. Mio cugino invece non studiava volentieri, era uomo rivolto alla vita pratica, molto concreto, molto allegro, molto mondano. La zia, religiosissima, si preoccupava di quel figlio incontrollabile. Ciò nonostante era un ragazzo con degli interessi precisi: sognava di fare la vita di mare, che poi seguì. Con le crociere Costa viaggiò per  l'universo mondo, in moto perpetuo mandava cartoline da ogni parte del globo. Ma allora, erano i tempi dell'asse Roma-Berlino-Tokio, lui studiava il giapponese. E io lo guardavo sbigottito, anzi con un po' di invidia: alle prese con il greco e il latino com'ero, quella lingua esotica mi appariva ben più affascinante. 
"Comunque - sorride Sanguineti - andando lì imparai a nuotare. Verso quella pratica non avevo nessuna vocazione, tant'è vero che ho nuotato per tutta la vita annaspando come i cani sull'acqua. E poi ho un allergia fisica nei confronti del mare: dopo un quarto d'ora incomincio a tremare come una foglia per il freddo. Con l'insicurezza che avevo, non sono mai andato sott'acqua e se ci andavo era del tutto contro la mia volontà. Insomma procedevo con una costante angoscia d'annegamento. Ma bene o male imparai. Il cugino e i suoi amici, invece, erano degli eccellenti nuotatori, naturalmente".
Sanguineti preferiva pescare con lo zio. Dire che si divertiva gli pare troppo: "Era un'esperienza curiosa. C'erano i granchi e c'era tutta una fauna da scogli davvero appassionante, esseri abbastanza incredibili: il Paguro bernardo, le conchiglie abitate...". 
Tutta l'estraneità' e lo stupore del giovane Sanguineti sono ancora qui, nei suoi occhi sgranati e nelle mani che si muovono accompagnado le parole, poi rallenta il ritmo: torna a parlare di spiaggia. "No, andarci non mi piaceva granché, anche se un po' alla volta mi abituai all'idea di stare al sole. Ma mentre prendere il sole in montagna è bello perché non si rischia nulla, in spiaggia come fai? Dopo un po' devi buttarti in acqua e allora iniziano il freddo, il gelo, le sofferenze". 
Perciò Sanguineti andava al bar, all'ombra, con il mare lì sotto finalmente tenuto a bada. 
Seduto al tavolino leggeva un libro di Carlo Bo. 
Ironia della sorte o documentazione precoce non si sa, vero è che proprio contro gli scrittori e critici ermetico spiritualisti una quindicina di anni più tardi, Sanguineti, divenuto esponente della neoavanguardia, avrebbe acceso le polemiche, militando per una nuova letteratura. 
Ma lui adesso non ne parla così. "Era un libro su Mallarmé, che doveva essere uscito negli anni Quaranta. Lo ricordo come uno dei testi più ermetici che si potessero immaginare, nel senso sia culturale che letterale della parola: poetica dell'ermetismo portata fino in fondo". 
"Insomma - ride Sanguineti - non si capiva un accidente. Però ero davvero affascinato e un po' ipnotizzato da quella scrittura ardua, ma tanto suggestiva, mallarmeana davvero". 
Alle spalle del bar, appena sopra il paese, stavano le colline, incoronate dalle bellissime ville art nouveau che la comunità inglese aveva fatto costruire. Prima della guerra per pallidi nobili, principi, botanici e scrittori d'oltre Manica trascorrere l'inverno lì era diventata una consuetudine. La Belle Epoque correva sulle prime macchine decappottabili. Si fermavano davanti ai fastosi alberghi o ai club odorosi di cuoio [...]
Per sentirsi a casa Sanguineti andava in libreria. A Bordighera, racconta, ce n'era una sola "piccolissima, stipata di libri che una signorina appassionata selezionava con cura. Voleva creare una specie di piccolo polo culturale cittadino. Mi ricordo che lì scoprii i cataloghi degli editori, meravigliosi. Uno in particolare, quello Bompiani, era talmente bello che non invitava a comprare, bastava guardarlo per immaginare che cosa potessero essere quei libri. A quei tempi non esisteva l'editoria di consumo, i libri erano rari e costosi: un lusso. Leggere romanzi poi, era cosa indecorosa e moralmente sospetta. Agli occhi di genitori e insegnanti significava non studiare. Come si dice oggi dei ragazzi che guardano troppo la Tv".
Ma i libri più belli glieli portava Seborga. Al bar sul lungomare, naturalmente. 
"Anche lui non amava la spiaggia. Faceva un bagno al mattino presto e poi, come me, saliva al caffé. Passavamo il tempo chiacchierando. Era persona di cultura bizzarra e disordinata, ma con delle passioni interessanti. Conosceva bene i surrealisti, era stato in Francia e adorava Artaud. Arrivava carico dei suoi libri quando delle avanguardie in Italia ancora non si sapeva nulla. Quei testi stranieri erano difficili da avere. Anche perché le avangurdie storiche non erano amate dagli ermetici, che cercavano una scrittura di originaria purezza e al massimo si spingevano a un orfico mallarmeismo, tutt'altro che aggressivo. Un mallarmeismo all'italiana, insomma: la mistica della poesia. Ma neppure ai neorealisti piacevano le avanguardie. Così si trattava di trovarli questi libri e Seborga me li portava. Curioso, lui che scriveva romanzi nient'affatto spregevoli ma nell'ambito di una poetica neorealista, mi iniziò alla conoscenza delle avanguardie storiche... Ma era un tipo bizzarro. Artaud mi piaceva. [...]".
Cinzia Fiori, La Malesia a Bordighera, Corriere della Sera, 3 agosto 1996