martedì 26 maggio 2020

Il giro del mondo degli innamorati di Peynet


Fonte: Pier Rossi
Un articolo di Beppe Maiolino in L'Avanti del 30 luglio 1974 sul film "Il giro del mondo degli innamorati di Peynet" di Cesare Perfetto. Musica di Ennio Morricone.

E la figura dell'uomo ed artista Maiolino su questo blog appare anche qui e qui. Sul blog gemello qui e qui, invece.

Un vignetta di Peynet per una ormai lontana edizione, 1964, del Salone Internazionale dell'Umorismo di Bordighera (IM) - Fonte: saloneumorismo.com

Un vignetta di Peynet per una ormai lontana edizione, 1958, del Salone Internazionale dell'Umorismo di Bordighera (IM) - Fonte: saloneumorismo.com
Fonte: Sito del Comune di Bordighera

Raymond Peynet un grande interprete ed un grande amico del Salone dell'Umorismo di Bordighera (IM). 

Un vignetta di Peynet per una ormai lontana edizione del Salone Internazionale dell'Umorismo di Bordighera (IM) - Fonte: saloneumorismo.com
Peynet vinse, in effetti, la Palma d'Oro del 1952.

Fonte: Fenix.Ent
Un Salone organizzato da Cesare Perfetto, appunto.


sabato 16 maggio 2020

Grimaldi divenne sul finire del 1938 l’avamposto di un’umanità smarrita


Nell’autunno del 1938 gli abitanti di Grimaldi [Frazione di Ventimiglia (IM)] incontravano, sempre più spesso, gruppi di viaggiatori stranieri che si dirigevano verso la frontiera di Ponte San Luigi.   

 
Alcuni furono notati anche nella piccola piazzetta della chiesa, nell’abitato superiore mentre con lo sguardo assorto scrutavano la costa francese, chiusa dall’inconfondibile e oscuro profilo del Cap Ferrat.
 

Che fossero clienti del Casinò dei Balzi Rossi?
L’abbigliamento e i caratteri somatici erano diversi, e poi non parlavano il francese e l’inglese, lingue che erano divenute ormai familiari ai paesani, ma un idioma incomprensibile molto simile al tedesco.
Ai più attenti non sfuggì che, tra di loro, alcuni erano ben vestiti altri, invece, apparivano sprovveduti e dimessi. Un giorno un contadino si avvicinò guardingo a un capannello di stranieri e, quasi temendo un rifiuto, chiese da dove venissero e chi fossero.
Dal gruppo si levò una voce che, in un italiano impeccabile, rispose di aver vissuto e lavorato a Genova e di essere, ora, soltanto un ebreo in fuga senza un posto dove andare. Un ebreo straniero costretto dalle leggi razziali ad abbandonare il paese e con esso i sogni e l’integrazione che aveva faticosamente raggiunto negli anni della tolleranza.
Gli occhi sbigottiti del curioso fissarono a lungo gli ebrei, così simili a lui e così lontani da quell’immagine di mostri demoniaci assetati di sangue, di perfidi deicidi ed eterni cospiratori che la propaganda fascista aveva ossessivamente proposto.
Venivano dal Nord-Italia dove qualche comprensivo funzionario della questura, impietosito dalla condizione in cui si trovavano, aveva suggerito loro di trasferirsi in Riviera dove, con un po’ di fortuna, avrebbero potuto raggiungere la Costa Azzurra.
Erano i più fragili o forse i più accorti, avevano volontariamente o astutamente ceduto a una guerriglia psicologica che li aveva terrorizzati con la continua minaccia di rispedirli nei loro paesi d’origine o, nella migliore delle ipotesi, di inviarli nei campi d’internamento.
Alloggiavano tutti negli hotel “Miramar” e “Vittoria”, dove consumavano inesorabilmente i loro giorni e il poco denaro rimasto.
Grimaldi divenne sul finire del 1938 l’avamposto di un’umanità smarrita, spesso fuggita dalle persecuzioni naziste che avevano provocato la disgregazione delle loro famiglie, la separazione dei genitori dai figli.
Circolava la voce che c’erano dei pescatori disposti a trasportare gli ebrei oltre confine e ai loro occhi, dietro quelle incombenti e brulle montagne, apparve una salvezza almeno momentanea.  


Nei saloni degli hotel si assisteva a continui conciliaboli, dove si diffondevano rapidamente voci sempre più confortanti.
 

I più intraprendenti, oppure quelli che conoscevano meglio l’italiano, si recavano nella “Spiaggia delle Uova” e attendevano l’arrivo delle imbarcazioni dalla pesca.
Con la promessa di una congrua ricompensa tentavano di convincere i pescatori a trasportarli appena oltre il confine, ma ricevevano immancabilmente una risposta negativa.
Certo, per i pescatori l’affare era allettante, ma la paura di essere sorpresi dalla polizia italiana o dalla gendarmeria francese era altrettanto grande.
I più anziani che in passato avevano praticato il contrabbando e conoscevano perfettamente la costa francese, accettarono il rischio.
I primi ebrei partirono e gli alberghi si svuotarono.
Le voci del felice esito dei trasporti si diffusero rapidamente in Italia e all’estero: da quel momento l’avamposto di Grimaldi divenne un frequentato crogiolo cosmopolita.
Ad alcuni ebrei impauriti dalle onde e terrorizzati dall’idea di dover salire su quelle piccole imbarcazioni traballanti, fu suggerito di tentare di avvicinare i “passeur”, i contrabbandieri che conoscevano anche i sentieri più impervi e reconditi.
Certo, l’abbigliamento e le calzature che portavano non erano dei più adatti, ma valeva la pena di tentare.
Non tornarono indietro: probabilmente erano riusciti a passare.
Un impaziente ebreo polacco decise di provarci da solo e si avventurò nel luogo sbagliato: il sinistro “Passo della morte”. Cadde e si sfracellò sulle rocce sottostanti.
Il suo corpo orrendamente divorato dagli animali fu recuperato molto tempo dopo e identificato grazie al passaporto rinvenuto in una tasca: si chiamava Schinler Pinkers.
Qualche mese dopo si verificò un evento tanto lieto, quanto inatteso: i pescatori si dichiararono pronti a trasportare gli ebrei.
Come spiegare un mutamento così repentino?
Il regime, attraverso i suoi organi periferici, aveva concesso ai pescatori una temporanea libertà di movimento, nella speranza di riuscire a liberarsi di quanti più ebrei possibile.
Da qualche giorno alloggiava al “Miramar” anche un italiano che si era subito fatto notare.
Discuteva assiduamente con gli ebrei e, tra mille difficoltà, proponeva pazientemente a ogni eventuale cliente la soluzione più adatta alle sue disponibilità economiche.
Il momento delle trattative era animato ed estenuante, tutti cercavano di ottenere sconti, ma egli era irremovibile almeno in apparenza: le tariffe erano fisse e quando il denaro non bastava, accettava a saldo o in sostituzione gioielli e altri oggetti di valore.
Chi non possedeva nulla, ed erano in molti, veniva trasportato comunque; l’uomo annotava minuziosamente le loro generalità su un piccolo quaderno.
Infine, compilava le liste d’imbarco e indicava il luogo e il giorno della partenza.
L’uomo delle trattative era il cassiere e il responsabile operativo «dell’agenzia di navigazione clandestina», che aveva la sua sede centrale a Ventimiglia ed era diretta da Mario Toselli, un uomo abile e privo di scrupoli.
Riceveva periodicamente la visita del dirigente del vicino posto doganale al quale consegnava le liste di imbarco e una consistente tangente debitamente occultata.
Incontrava spesso un uomo di bassa statura, corpulento, che portava un borsalino grigio ed era sempre vestito elegantemente: era il commerciante ebreo ventimigliese Ettore Bassi.
Costui recava con sé consistenti somme, affidategli dall’organizzazione assistenziale ebraica italiana COMASEBIT, destinate a coprire le spese alberghiere e l’avvenuto trasporto di coloro che erano stati iscritti dal cassiere nella «rubrica dei nullatenenti ».
I passeur, invece, non accettavano più di accompagnare gli ebrei; preferivano tornare agli abituali traffici.
Furono sostituiti da militi della “confinaria” in divisa verde e nera che anche di notte erano appostati ovunque.
Di giorno si incontravano regolarmente mentre si avviavano a dare il cambio ai camerati che, dai precari rifugi in legno, presidiavano i valichi sulle montagne o quando accompagnavano gli ebrei da allontanare.
Qualche mese prima era tutto più semplice, al punto che i quotidiani di Nizza avevano ironizzato sulla sorveglianza alle frontiere sostenendo che non era necessario pronunciare la frase “Apriti Sesamo” per entrare nel paese, perché le porte erano perennemente spalancate.
Ora i Francesi avevano rafforzato la sorveglianza e i pescatori ritornavano sovente con il loro carico umano.
L’angoscia di rimanere bloccati a lungo spinse gli ebrei a rivolgersi insistentemente al cassiere per sapere se vi fossero soluzioni alternative.
L’uomo rispose che c’era una via assai pericolosa, ma che garantiva un esito certo, occorreva sborsare però, una vera fortuna, 1000 lire, inoltre questo affare era trattato solo dal “capo” all’albergo Torino di Ventimiglia.
I più facoltosi accettarono e furono accompagnati in autobus a Grimaldi da un dipendente «dell’agenzia» e nascosti in un vecchio frantoio.
Erano poi scortati nei pressi della caserma della guardia di finanza dove, sotto gli occhi complici degli agenti, il segretario del fascio locale assumeva la guida del silenzioso corteo.
Si dirigevano poi verso il canale d’irrigazione detto nel dialetto locale “Beu de Bedin”, che convoglia l’acqua che sgorga nei pressi dell’abitato di Grimaldi ai terreni della zona di Menton-Garavan.  
 
 

Il “Beu”, tuttora visibile nel vallone di San Luigi, è in cemento, largo circa venticinque centimetri; segue un sentiero a strapiombo su un pauroso precipizio e a pochi metri dal confine una porta in ferro ostruisce completamente il passaggio.
Apparteneva ad un consorzio irriguo, composto da sessanta italiani che abitavano nella zona di Grimaldi e da cinquanta membri francesi; di questi ultimi presidente era Delrue, allora consigliere comunale di Mentone.
Per consentire l’apertura della porta non era sufficiente pronunciare le parole magiche “Apriti Sesamo”, ma occorrevano le chiavi del segretario.
Nell’estate del 1939 il passaggio fu improvvisamente ostruito con filo spinato e presidiato continuamente da un gendarme.
Che cosa era successo?
Qualche giorno prima i gendarmi controllando l’identità dei passeggeri dell’autobus di linea Mentone-Nizza invitarono a scendere tre viaggiatori sospetti.
Si trattava di ebrei che interrogati tradirono la consegna del silenzio e rivelarono di essere passati attraverso il “Beu de Bedin”.
Da un po’ di tempo, ormai, affluivano a Grimaldi sempre meno ebrei e le barche a remi rimanevano spesso in secca sulla “Spiaggia delle Uova”.
Le agenzie si erano dotate di grandi barche a motore e avevano preferito spostare gli imbarchi a Bordighera e San Remo, dove le centinaia di ebrei in attesa potevano trovare un comodo alloggio.
La centrale operativa del “Miramar” fu smantellata e l’albergo ritornò alla sua abituale quiete.
Paolo Veziano, in La Gazzetta di Grimaldi, anno VII, n° 7, giugno 2005 
 
Giuseppina lo riferì alla polizia che così ebbe conferma del ruolo conservato da Perillo nel movimento comunista clandestino. Grazie ai suoi servigi non fu ammonita e neppure diffidata. Rimase comunque sorvegliata; definita, nei rapporti del questore e del prefetto, “comunista” o “prostituta comunista”; un’etichetta indelebile. Nel 1937, schedata, Giuseppina Riva fu interrogata, non nascose le sue numerose relazioni con uomini per nulla dediti alla politica ed estranei alla galassia sovversiva. Il questore comunque dispose che venisse inclusa nella categoria “A8”, ufficialmente schedata come pericolosa per il regime, di colore politico “comunista”. Nell’interrogatorio (36) Riva ribadì nella sostanza quanto già detto al funzionario che era andata a trovarla nell’albergo Colombo l’anno precedente, ammettendo di esser espatriata con il suo amante francese passando per l’ascensore dell’hotel Miramare di Grimaldi, dal quale si accedeva direttamente in Francia. Un metodo - sosteneva la giovane - utilizzato da altri, corrieri per esempio del Partito comunista clandestino. Aveva incontrato ex compagni del padre che le avevano chiesto la sua disponibilità a fare il corriere tra il Centro estero e il gruppo di comunisti genovesi. Un ambiente propizio per l’infiltrazione, perché in esso Giuseppina avrebbe potuto muoversi con familiarità.
Anna Marsilii, Il fondo Questura dell’Archivio di Stato di Genova. Il sistema di sorveglianza dal regime fascista a quello democratico in Storia e Memoria, rivista semestrale ILSREC, Anno XXVII, n° 2-2018
(36) Verbale dell’interrogatorio, 3 maggio 1937, in Asg, fondo Questura, busta cit., Riva Giuseppina. 
 

In questo libro è descritta una comunità ebraica diversa dalle altre, perché nuova. Non si può proprio dire che gli anni del fascismo fossero i più adatti al sorgere di una nuova comunità, eppure la storia di Sanremo, narrata da Paolo Veziano, dimostra quali sforzi siano possibili anche sull'orlo del nulla. L'autore inserisce nella sua narrazione alcune variabili importanti, che aiutano a leggere il libro in una prospettiva di lunga durata: la storia degli ebrei "stranieri", contro i quali vi fu da parte del regime un vero e proprio accanimento legislativo, che molto dovrebbe farci riflettere, come scrive Alberto Cavaglion nella prefazione. "Se mettessimo quell'accanimento a confronto con altre politiche verso gli "stranieri", non necessariamente legate all'antisemitismo, non ci accorgeremmo che, in Italia, il pregiudizio contro il diverso viene sempre a colorarsi di xenofobia più che di ogni altra forma di odio razziale?". Il volume non trascura di valutare anche la presenza di alcun figure molto rappresentative, come Walter Benjamin e Serge Voronoff. Del soggiorno di Benjamin a Sanremo e dell'importanza che ebbe la pensione gestita dalla ex-moglie, discute Giulio Schiavoni. Del ruolo essenziale che ebbe per la comunità sanremese lo scienziato russo Serge Voronoff, trasferitosi a Grimaldi nel 1925, è fornita infine una ricca e inedita documentazione.
Paolo Veziano, Sanremo. Una nuova comunità ebraica nell'Italia fascista 1937-1945, Diabasis, 2007

domenica 10 maggio 2020

In Serrati Natta coglieva l'espressione del rigore politico


Alessandro Natta - Fonte: Wikipedia
[...] Del resto il personaggio Serrati e la sua intrigante vicenda umana racchiudevano un impasto di situazioni, problematiche e coincidenze storiche che ne facevano un personaggio tragico. A cominciare dalla sua morte avvenuta mentre si accingeva a partecipare a una riunione clandestina dopo il suo ingresso nel Partito comunista d'Italia, per risalire agli arresti, all'esilio in Svizzera, negli Stati Uniti e in Madagascar, alla direzione di varie pubblicazioni socialiste, alla prestigiosa guida de “l'Avanti” quando il Partito socialista italiano, unico tra i confratelli europei, non votò i crediti di guerra
E, ancora, la partecipazione al dibattito della sinistra socialista a Kiental e Zimmerwald e successivamente protagonista delle drammatiche discussioni nell'ambito della neonata Internazionale
comunista. 
Natta [on. Alessandro Natta] aveva scritto di getto i primi capitoli del progettato libro su Serrati.
Poi, all'improvviso aveva smesso. Era approdato al fatale 1921.
Per alcuni anni non ne fece più nulla.
Più di una volta l'avevo sollecitato a riprendere le fila del ragionamento, ma più in là della pubblicazione dei primi capitoli sulla rivista dell'Istituto Storico della Resistenza in Liguria (n. 2/1993) non era andato.
Lo scorso anno, però, era scattato qualcosa che gli aveva messo in corpo nuovo slancio e progetti. Riflettendo sul fatto che il 2001 sarebbe stato il settantacinquesimo anniversario della morte di Serrati, avevamo cominciato a ipotizzare una qualche iniziativa, da patrocinare come Associazione per il Rinnovamento della Sinistra, che contribuisse a dare più compiutezza alla riflessione sull'opera di Serrati e, soprattutto - questo penso fosse il rovello di Sandro [Alessandro Natta] - il giudizio sugli “anni fatali”, quelli dal 1919 al 1923, anni in cui si determinarono avvenimenti che drammaticamente influirono sulle vicende politiche nei decenni successivi.
Amo pensare che, mettere mano alla “Lettera a Libero Nante”, sia stato lo spunto per indurlo a completare il libro su Giacinto Menotti Serrati, che l'editore farà uscire quest'autunno, quasi in contemporanea con il numero speciale di “Pagine Nuove del Ponente”. In effetti, ritengo che Sandro avesse maturato la volontà di terminare l'opera lo scorso anno.
In Serrati Natta coglieva l'espressione del rigore politico, della coerenza estrema, ma anche il realismo di chi vuol preservare il massimo delle forze organizzate per combattere la violenta, vendicativa reazione della borghesia e il nascente fascismo.
Per Natta, Serrati aveva visto giusto, ma era uno sconfitto. Aveva perso la battaglia interna al Partito socialista, si era contrapposto, anche con orgoglio, alle tendenze estremistiche prevalenti, in alcuni momenti, nell'Internazionale comunista, ma aveva pagato la visione deterministica della storia e l'errata valutazione dello stacco tra le proposizioni e lo stato reale delle forze in campo.
«Teorizzavano la rivoluzione, la dittatura del proletariato, preparavano lo sciopero politico, ma non avevano neppure organizzato una struttura militare in grado di difendere il Partito e i suoi militanti» mi ha ripetuto incredulo Natta, in più occasioni, riferendosi al Partito socialista e ai suoi dirigenti.
Malgrado ciò, egli riteneva doveroso rivalutare la figura di Giacinto Menotti Serrati.
[...]
Come ho ricordato all'inizio, la “Lettera a Libero Nante” doveva essere pubblicata in un numero speciale della nostra rivista nello scorso marzo. Nelle intenzioni dell'Associazione, tale evento doveva costituire l'occasione anche per una serie di iniziative pubbliche di presentazione dello scritto di Alessandro Natta nel Ponente ligure.
Anche l'articolo di accompagnamento della lettera di Sandro l'avevo pensato coerente con la specificità dello scritto. Era mia intenzione sviluppare una riflessione su Oneglia di fine Ottocento, sulla nascita del movimento socialista locale, e raffrontarla con la realtà politica dell'Imperia del secondo dopoguerra. Nell'occasione intendevo avvalermi degli scritti di Nanollo Piana, sindaco di Oneglia nel primo dopoguerra, corrispondente de “Il Lavoro”, quotidiano socialista e storico dirigente del Psi.
[...]
Ho ritenuto necessario dilungarmi sulla genesi del libro riguardante Giacinto Menotti Serrati, in quanto in essa ravviso l'approdo del pensiero di Sandro sul partito politico, sul ruolo della personalità e delle masse, sul rigore politico e morale, sul valore dell'unità.
Riconosco che in questo articolo introduttivo vi è una sproporzione tra le riflessioni sull'ultima fatica di Natta e la ponderosa intervista a “Il Ponte”, intervista prevalentemente incentrata sull'attualità politica, ma profondamente impregnata di valori e vicende su cui mi sono soffermato riferendo del lavoro su Serrati. 
Sandro mi aveva raccontato della fatica fisica sostenuta nel concedere la lunga intervista.
[...]
Devo riconoscere che mi consegnò copia del testo dell'intervista, che presentiamo con soddisfazione, con un gesto e un'espressione del tipo: «Gliele ho cantate». [...]

Giuseppe Mauro Torelli (1) in PAGINE NUOVE DEL PONENTE, bimestrale di politica e cultura, Imperia, ANNO III n. 4 - luglio-agosto 2001
(1) Giuseppe Torelli [Nato a Imperia il 13 marzo 1940]. Figlio di artigiani, ha conseguito la maturità scientifica nel liceo Vieusseux di Imperia. Eletto parlamentare nel 1983, ha partecipato ai lavori della Camera dei deputati nell'ambito del gruppo del Pci nella IX e X Legislatura. In Parlamento è stato componente della Commissione Interni e successivamente della Commissione Esteri. In tale contesto ha avuto l'incarico di responsabile dei problemi dell'ordine pubblico e delle forze di polizia e dei Vigili del fuoco, con particolare riferimento alla problematica della Protezione civile. In precedenza, a partire dal 1965, è stato per venti anni consigliere comunale di Imperia, svolgendovi lungamente la funzione di capogruppo. È stato Sindaco del capoluogo nel 1975. Eletto consigliere provinciale nel 1990, nell'ambito della legislatura ha svolto la funzione di Presidente della Commissione Affari istituzionali. Membro dell'Unione regionale province liguri, è stato eletto altresì nell'assemblea nazionale dell'Upi. Nella Federazione Giovanile Comunista Italiana (Fgci) ha ricoperto l'incarico di segretario provinciale e componente del Comitato Centrale. Nel Pci, dal 1972 al 1983 e quindi nel 1991, ha svolto le funzioni di Segretario provinciale e dirigente in organismi provinciali, regionali e nazionali, come altresì successivamente nel Partito Democratico della Sinistra e nei Democratici di Sinistra. Nel 1989 aderì alla mozione, voluta tra gli altri da Pietro Ingrao e Alessandro Natta, contraria alla svolta della Bolognina, operata dal segretario del Pci Occhetto. Tale mozione si affermò in provincia di Imperia nel congresso del 1990. È stato componente della Presidenza del Consiglio nazionale dei Garanti dei Ds a partire dal congresso di Pesaro del 2001. Al congresso Ds di Firenze del 2007 non aderiva alla proposta di dar vita al Partito Democratico. Dal 1998 era componente del Coordinamento nazionale dell'Associazione per il Rinnovamento della Sinistra (Ars), di cui è stato tra i promotori e Presidente dell'Ars di Imperia intitolata ad Alessandro Natta. [Deceduto il 12 agosto 2019]. da Wikipedia 


domenica 3 maggio 2020

Carlini, Bruzzone, Manitto ed altri che fanno qualche apparizione nelle lettere


Caterina Gaggero, detta Lilla nasce nel 1891, si sposa nel 1910 con Viale Arturo e muore nel 1959.
Ha due figli Aldo e Ada. Resta vedova nel 1930 [la famiglia Viale aveva un esercizio pubblico, osteria “da battaglia” come scrive l'autore, sul limitare della Frazione Latte, più a ponente, e la zona Ville di Ventimiglia (IM)].
Aldo, mio padre, nasce nel 1911, evita gran parte del servizio militare di leva in quanto “unico figlio
maschio di madre vedova”, viene richiamato l’otto dicembre del 1941, parte per l’Africa nel luglio 1942, torna nel 1946 e viene congedato nel 1947.

Il 10 giugno del quaranta l’Italia entra in guerra al fianco dei nazisti, con la dichiarazione di guerra alla Francia e all’Inghilterra. A fine giugno 1940 le truppe italiane occupano alcuni comuni di frontiera tra cui Mentone. 
Tale annessione durerà circa tre anni. 
Aldo viene richiamato in data 8 dicembre 1941 quando probabilmente si sentiva già al sicuro, data l’età. 
Di lì a breve vengono avviate le pratiche per l’esonero ma i tempi sono limitati e a giugno 1942 deve partire per il fronte del nord Africa senza aver avuto risposta. 
Aveva trentun anni.
Le lettere di Aldo che costituiscono il nucleo di questa pubblicazione, coprono il periodo dal giugno
del 1942 alla primavera del 1946, con una lunga interruzione dalla primavera del 1943.
[...]

La caserma Gallardi di Ventimiglia (IM) all'inizio del secondo conflitto mondiale
La caserma dell’89º reggimento fanteria “Salerno” a Ventimiglia era intitolata al Tenente Carlo Gallardi, e fu sede del reggimento dal 1926 fino al 1943. Ancora adesso, che ormai da generazioni è diventata una casa popolare, si può leggere, un po’ sbiadito, il motto “NON CHIEDO DOVE”. È probabilmente lì che nascono le conoscenze e le amicizie con Carlini, Bruzzone, Manitto ed altri che fanno qualche apparizione nelle lettere.
Allo scoppio delle ostilità, il 10 giugno 1940, il reggimento essendo dislocato a Ventimiglia, prende
subito parte ai combattimenti sul monte Grammondo e nell’entroterra e occupa Mentone. I reparti rimangono in territorio di occupazione fino all’agosto del 1941, quando rientrano in Italia.
Nel 1942 il reggimento, sempre inquadrato nella 5ª Divisione di Fanteria Cosseria, partí per il Fronte Russo, per difendere un tratto nella zona del Don. Il “Salerno” riuscirà a tornare in patria solamente verso la fine di aprile del 1943. Manitto, uno degli amici, nella sua ultima lettera del 29 novembre 1942, lamenta di non essere rimasto a Mentone ma di essere invece partito per la Russia. E dalle lettere degli altri compagni sembra non sia più tornato.

[...]

Aldo raccontava anni dopo di quando era nella caserma Gallardi e durante la libera uscita rientrava per la cena a casa che era anche l’osteria “da battaglia” e poi tornava in caserma per dormire con i
commilitoni.
E diceva che le scarpe chiodate facevano scintille, per la velocità, sui ciottoli dei carugi e delle mulattiere per poter essere puntuale al suono della ritirata.
Raccontava anche di quando qualche anno prima, al sabato fascista, andava al premilitare ed effettuava gli esercizi di malavoglia; dovendo fare il “salto a pescio“ (salto mortale) arrivato sulla pedana di battuta si toglieva dalla testa la bustina, la lanciava oltre l’ostacolo e tornava indietro come un cavallo che scarta. Da quello che diceva, Aldo non era mai stato iscritto al partito fascista che tanto per lavorare in campagna non serviva la tessera. Ricordo che parlava bene del partito socialdemocratico di Saragat che però fu fondato nel dopoguerra. Prima doveva essere socialista. Il distacco verso il partito fascista forse non l’ha aiutato nella pratica dell’esonero dal richiamo in guerra e credo che sapere che Italo (futuro cognato, convivente di Ada) avesse evitato la prima linea entrando nell’Unpa (Unione nazionale protezione antiaerea) gli avesse causato qualche peso allo stomaco.
L’unica tessera che ho visto girare ogni anno in casa era quella della associazione nazionale combattenti e reduci. E un paio di volte avevano stampato un rotolo con tutte le fotografie dei reduci che ho ancora in casa.

Carissime,
Vengo in breve a rispondervi per darvi nuovamente mie nuove credo che assieme a questa ne riceverete altra mia posta salute ottima a bei momenti mi sembrano impossibili non mi sembra neanche vero dalle voci che circolano sul nostro conto.
Apprendo del vento che ha fatto li anche qua ha fatto molto e ha lasciato il tempo fresco, ma oggi si
è alquanto calmato. Mi dite di Turetto mi ha scritto una lettera da Torino raccontandomi la sua vita di naia e le ho subito risposto, anche lui si adatterà alla nuova vita di naia!!! Questa sera non posso uscire perché debbo distribuire della roba ai soldati e domani sera vado nuovamente da Fiorillo per vedere se può farmi dare 48 ore almeno da potervi vedere se la notizia fosse vera ma a bei momenti mi sembra impossibile ma però è meglio prenderli prima che nulla se per caso non riuscissi a niente ve ne faro subito avvisate.
Saluti a tutti e per voi tanti baci vostro Aldo
Genova, 10-06-42


[...]


di Arturo Viale di Ventimiglia (IM) in