mercoledì 29 maggio 2024

Azzi era stato per parecchi mesi il responsabile della polveriera di Pietrabruna

Pietrabruna (IM): una vista sulla vallata del rio San Lorenzo

Quando Azzi è ormai piantonato dai carabinieri nell’ospedale di Santa Margherita Ligure, la carrozza del treno dove è avvenuta l’esplosione viene staccata dal convoglio e ispezionata. Sul pavimento a grata metallica della toilette, il personale dell’Ufficio politico - coadiuvato da un artificiere - non raccoglie molto: alcune schegge di tritolo, del filo di rame ricoperto di plastica verde, un rottame di alluminio proveniente da un detonatore esploso, frammenti di nastro adesivo e un pomello di ottone per la regolazione delle lancette di un orologio. Gli agenti si accorgono però che il sangue copre anche la maniglia del finestrino, aperto per metà, sul cui orlo superiore scorgono altra polvere sospetta. L’ispezione del tratto di strada ferrata percorso dal convoglio dopo l’esplosione, permette il ritrovamento di due saponette di tritolo scheggiate (del peso originale di 500 gr ciascuna), una sveglia adattata a timer, una borsa a soffietto del tipo da medico e un detonatore pieno di esplosivo allacciato ad una micro-lampada da presepe.
Quattro giorni dopo, un operaio in servizio alla stazione di Sestri Levante (40 km di distanza sulla stessa linea) trova una borsa in un cespuglio sulla scarpata. All’interno la polizia ferroviaria estrae due pistole, munizioni e assorbenti da donna. Il reperto, scrive l’Ufficio politico, è considerato «defenestrato dal treno su cui viaggiava l’Azzi» e lascia pensare «che nel caso sia implicata una donna»; il proprietario potrebbe essersene sbarazzato «avendo notato gli agenti di Polizia eseguire il servizio di controllo sul treno» <3.
Le indagini permettono di capire cosa è avvenuto nei secondi precedenti e successivi all’esplosione. Nico Azzi, che a Imperia ha svolto il servizio militare come artificiere di fanteria con il grado di caporale istruttore, sa maneggiare gli esplosivi. Con una sveglia, due detonatori, una pila elettrica e due pani di tritolo cerca di attivare un ordigno ad orologeria da collocare nel cestino metallico dei rifiuti. Siede sul water quando i bruschi sobbalzi del treno sugli scambi della stazione genovese provocano una manovra maldestra che attiva il circuito e fa esplodere il detonatore. Anche grazie alle sue gambe che fanno da protezione, l’esplosione non coinvolge il tritolo. Pur gravemente ferito, il ragazzo può quindi disfarsi del materiale compromettente gettandolo dal finestrino.
Con l’avvio della fase istruttoria del processo cominciano gli interrogatori.
3 ASBO, Questura di Genova, Ufficio politico, rapporto giudiziario a carico di Azzi Nico, 14 aprile 1973. cit.
Alessio Ceccherini, La ragnatela nera. L’eversione di destra e la strage dell’Italicus (1973-1975), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Anno accademico 2021-2022
 
Nella riunione della segreteria provinciale comunista [n.d.r.: Mauro Torelli era all'epoca segretario provinciale del PCI] si era preso spunto dalla manifestazione antifascista di Sanremo (di sabato 18 novembre 1972 in Piazza Colombo con lo svolgimento di un corteo. Oratori erano stati Vittorio Guglielmo "Vittò" e l'on. Gino Napolitano. Alla manifestazione avevano partecipato 800 persone) per affrontare alcune questioni collegate a codesta battaglia, come la sicurezza delle Sedi e quella dei compagni, esaminando tre aspetti come i turni di vigilanza, la tempestività degli interventi e la chiarezza di orientamento politico.
Ugo Caneto aveva riferito in merito a telefonate minacciose e sospette e il giorno successivo la figlia di un compagno partigiano era stata minacciata per iscritto. Il Consiglio comunale di Imperia, su sollecitazione del gruppo consiliare comunista, aveva approvato all'unanimità un nostro ordine del giorno. Sulla problematica antifascista, che stava assumendo aspetti sempre più delicati, la segreteria aveva deciso di coinvolgere Angelo Carossino, segretario regionale del Pci.
In quello stesso periodo l'Anpi nazionale (riunione di martedì 27 febbraio 1973) aveva lanciato una raccolta di firme per chiedere di perseguire penalmente coloro che si richiamavano al Partito fascista e inoltre richiedeva l'istituzione da parte del Parlamento di una Commissione di inchiesta sugli avvenimenti riguardanti le stragi e l'attività neofascista.
Il partito riprendeva queste problematiche in una segreteria di aprile (riunione di giovedì 12 aprile 1973) in cui si giudicava opportuno dar vita a Nuova Resistenza a Sanremo, un'associazione che si ispirasse a un orientamento democratico e antifascista, come definito dal congresso dell'Associazione dei partigiani (Anpi); ma la bozza del documento presentato era in contrasto con la linea dell'Anpi e i giovani comunisti si sarebbero battuti all'interno della nuova associazione per recuperarla a un orientamento unitario, rifiutando autonomie equivoche e strumentali.
Nella riunione di segreteria di agosto (sabato 4 agosto 1973) avevo dato conto dei risultati dell'incontro (venerdì 27 luglio 1973) svoltosi all'Istituto Storico della Resistenza che si proponeva di riattivarne l'attività, dopo la paralisi generata dall'ostruzionismo della FIVL (Federazione Italiana Volontari Libertà) alcuni membri della quale erano legati ad Edgardo Sogno. <1
Al termine di una lunga riunione dell'Istituto Storico si era deciso che nel mese di settembre si sarebbe convocata una riunione dei partiti antifascisti per ricostruire un embrione di dialogo e verificarne la possibile continuità con l'iscrizione di soci all'Istituto Storico e la sollecitazione di ogni partito a sensibilizzare i propri rappresentanti nei consigli comunali e provinciale per ottenere che la stragrande maggioranza dei comuni diventasse socia dell'Istituto, pagasse le relative quote e nominasse propri rappresentanti, garantendo la presenza delle minoranze.
Durante il periodo di fine anno avevamo incontrato un gruppo di compagni dell'Anpi (27 dicembre 1973: presenti, per il PCI Mauro Torelli, Francesco Rum, Gian Mario Mascia e on. Gino Napolitano, per l'Anpi Eolo Castagno, Franco Magurno, Menicco Amoretti, Nando Bergonzo e Franco Bianchi "Stalin") per esaminare la possibilità di rafforzare e ringiovanire i quadri dirigenti dell'Associazione, con innesti appropriati e l'irrobustimento culturale della segreteria dell'associazione partigiana. Si era evidenziata la necessità di eliminare i doppi incarichi, in particolare tra la direzione dell'Anpi e quella dell'Istituto storico, una convinzione sostenuta con vigore da Menicco Amoretti, il quale manifestava la sua propensione a dedicarsi all'Istituto.
Diversi compagni avevano posto il problema della propria sostituzione, ma vi era chi, come Nando Bergonzo, osservava che non era il momento politico opportuno per abbandonare gli incarichi. Tra l'altro, veniva evidenziato come il quindicennio alle spalle avesse segnato il rilancio dell'Associazione che alla fine degli anni '50 aveva praticamente smesso di funzionare. L'attualità dei valori antifascisti era importante anche per il Pci e l'incontro si concludeva con l'impegno di indire un convegno entro la prima settimana di febbraio 1974 per giungere nell'aprile ad organizzare una manifestazione con i giovani.
Gli impegni in cantiere avevano sollecitato un nuovo incontro, circa un mese dopo, nel quale Eolo Castagno avrebbe rimarcato la necessità di organizzare l'annunciato convegno. La relazione del segretario dell'Anpi aveva configurato due obiettivi: il rafforzamento politico e organizzativo dell'Associazione dei Partigiani e il rapporto con Nuova Resistenza. Si riconosceva che la situazione politica era gravida di pericoli, che la borghesia aveva accentuato la sua sfiducia verso gli organismi democratici e che i fascisti tentavano di pescare nel torbido. Eolo proseguiva nella sua analisi affermando che il "golpe cileno" ammoniva tutti noi a trarne insegnamenti anche alla luce di recenti avvenimenti che avevano visto ufficiali dell'esercito implicati in traffici d'armi e collegamenti con organizzazioni parafasciste, come l'emblematica vicenda del terrorista di destra Nico Azzi <2.
Franco Dulbecco, il nostro parlamentare, ad ogni buon conto ci aveva fornito informazioni in merito al protagonista nero, stilando una sintetica nota da cui risultava che Azzi era stato per parecchi mesi il responsabile della polveriera di Pietrabruna e ne era in possesso delle chiavi. Sempre secondo l'informativa redatta, venivano evidenziati dubbi sulle procedure seguite e sulle responsaoilità di diversi addetti. L'Azzi aveva uno zio a Imperia.
La situazione economica difficile e il referendum sul divorzio erano strumenti che la destra utilizzava per creare le condizioni per uno spostamento a destra della situazione politica. Eolo riteneva opportuno rafforzare la segreteria dell'Anpi cooptandovi quattro o cinque com pagni. Il congresso del 1971 aveva affrontato ampiamente la questione giovanile ed esprimeva un giudizio sostanzialmente positivo sulla costituzione di Nuova Resistenza pur non mancando tendenze settarie in alcuni gruppetti. L'Anpi avrebbe chiesto ai giovani di entrare in Nuova Resistenza purché si riconoscessero nella linea congressuale dell'Associazione dei Partigiani e tutti gli intervenuti avevano apprezzato siffatte considerazioni ed evidenziato l'opportunità dì trovare modalità idonee a evitare la rottura tra le forze antifasciste.
L'attenzione nei confronti dei neofascisti non calava: a febbraio veniva annunciata la presenza di Giorgio Almirante a Bordighera nella sede del Movimento sociale (Msi) e il partito intemelio si era mobilitato.
La situazione italiana era assai tormentata. Il nuovo governo Rumor succedeva nel marzo ad un governo analogo che doveva, tra l'altro, traghettare il Paese durante i mesi della battaglia referendaria sul divorzio.
Due settimane dopo l'affermazione referendaria di chi voleva salvare l'istituto del divorzio, a Brescia nuovo atto terroristico e altri morti.
Ancora una volta, dopo piazza Fontana, la strategia stragista veniva utilizzata per impedire un avvenire democratico al Paese.
Nella nostra provincia, come in tutto il Paese, si era avuta una reazione di massa molto ampia e significativa. Le principali iniziative si erano tenute a Imperia, Sanremo e Ventimiglia. Anche a Ospedaletti e a Bordighera si era manifestato.
Eravamo anche riusciti a far convocare con urgenza, il mercoledì 29 maggio 1974, il Consiglio comunale di Imperia che si esprimeva con un documento di condanna.
La giornata di mercoledì era stata impegnativa e il Consiglio comunale, convocato dal neosindaco Alessandro Scajola, coronava l'impegno civico contro il terrorismo.
[NOTE]
1) Edgardo Sogno nato a Torino il 29-12-1915 e ivi deceduto il 5-8-2000. La sua è una biografia controversa. Caratteristica fondamentale è l'anticomunismo che lo spinge a militare in Spagna tra le fila golpiste di Franco. Monarchico, prese parte alla Resistenza e rappresentò il Partito Liberale nel Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. All'inizio degli anni '50 pubblicò un giornale anticomunista "Pace e Libertà" che incentivava provocazioni antioperaie. Nel 1971 aveva dato vita ai Comitati di Resistenza Democratica, centri politici in funzione anticomunista. Nel 1974 sarebbe stato formalmente accusato dal magistrato Luciano Violante di aver pianificato, con R. Pacciardi e L. Cavallo, un golpe al fine di mutare la Costituzione dello Stato e la forma di governo con mezzi non consentiti dall'ordinamento. Il proscioglimento dei protagonisti, avvenuto alcuni anni dopo, non mette in ombra l'operazione progettata che lo stesso Sogno ricorda dovesse essere "un'operazione largamente rappresentativa sul piano politico e della massima efficienza sul piano militare", da Messori e Cazzullo, "Il mistero Torino", pag. 423.
2) Da "l'Unità" in un articolo pubblicato il 13 gennaio 2007: "Nico Azzi, funerali in chiesa con svastica" rievoca gli avvenimenti che videro protagonista l'Azzi. "Nell'ideale eredità di Nico Azzi alcune bombe. La prima sarebbe dovuta esplodere sul treno Torino-Roma il 7 aprile 1973. Esplose invece tra le gambe di Azzi, mentre stava preparando l'innesco di due saponette di tritolo militare da mezzo chilo l'una nella toeletta... Le altre erano le bombe a mano che aveva provveduto a fornire per una manifestazione neo fascista quello stesso aprile [giovedì 12] a Milano... la seconda uccise Antonio Marino, un altro agente."
Giuseppe Mauro Torelli, Viaggio tra generazioni e politica, ed. in pr., 2017, pp. 277-279

Giuseppe Mauro Torelli. Nato a Imperia il 13 marzo 1940. Figlio di artigiani, ha conseguito la maturità scientifica nel liceo Vieusseux di Imperia. Eletto parlamentare nel 1983, ha partecipato ai lavori della Camera dei deputati nell'ambito del gruppo del Pci nella IX e X Legislatura. In Parlamento è stato componente della Commissione Interni e successivamente della Commissione Esteri. In tale contesto ha avuto l'incarico di responsabile dei problemi dell'ordine pubblico e delle forze di polizia e dei Vigili del fuoco, con particolare riferimento alla problematica della Protezione civile. In precedenza, a partire dal 1965, è stato per venti anni consigliere comunale di Imperia, svolgendovi lungamente la funzione di capogruppo. È stato Sindaco del capoluogo nel 1975. Eletto consigliere provinciale nel 1990, nell'ambito della legislatura ha svolto la funzione di Presidente della Commissione Affari istituzionali. Membro dell'Unione regionale province liguri, è stato eletto altresì nell'assemblea nazionale dell'Upi. Nella Federazione Giovanile Comunista Italiana (Fgci) ha ricoperto l'incarico di segretario provinciale e componente del Comitato Centrale. Nel Pci, dal 1972 al 1983 e quindi nel 1991, ha svolto le funzioni di Segretario provinciale e dirigente in organismi provinciali, regionali e nazionali, come altresì successivamente nel Partito Democratico della Sinistra e nei Democratici di Sinistra. Nel 1989 aderì alla mozione, voluta tra gli altri da Pietro Ingrao e Alessandro Natta, contraria alla svolta della Bolognina, operata dal segretario del Pci Occhetto. Tale mozione si affermò in provincia di Imperia nel congresso del 1990. È stato componente della Presidenza del Consiglio nazionale dei Garanti dei Ds a partire dal congresso di Pesaro del 2001. Al congresso Ds di Firenze del 2007 non aderiva alla proposta di dar vita al Partito Democratico. Dal 1998 era componente del Coordinamento nazionale dell'Associazione per il Rinnovamento della Sinistra (Ars), di cui è stato tra i promotori e Presidente dell'Ars di Imperia intitolata ad Alessandro Natta. [n.d.r.: deceduto il 12 agosto 2019].
Wikipedia

martedì 21 maggio 2024

Un racconto ambientato a Sanremo e soprattutto a Capo Nero quando ancora non c’era quello schifo di colata di cemento ma solo rocce maestose

Roberto Rododendro. Fonte: Chiara Salvini, art. cit. infra

... Roberto Rododendro... poeta e scrittore e "altro" nasce a Sanremo nel 1943 in Corso Inglesi. Intorno ai 15 anni partecipa a concorsi di poesia organizzati da Alberto Ablondi e alcuni li vince... altri li vince Donatella.
Nell'opaca luce di una cittadina del West un bianco, appollaiato sull’alto sedile di un polveroso bar, osserva l’esterno con sguardo sornione. Tra poco risuoneranno nella sonnolenza dell’ora i colpi della sua Colt.
Donatella, commento del 19 maggio 2024
Chiara Salvini, Roberto Rododendro..., Nel delirio non ero mai sola, 18 maggio 2024

Qualche volta nella mia vita
Mi sono incontrato
E ho sempre finto di non conoscermi
Eravamo in due ad evitarci
(31 gennaio 2024)
L’ultima alba
Vorrei morire
di fronte al mare
in un’alba limpida
di cielo
trafitto dall’ultima
falce di luna.
(5 maggio 2024)
Non chiedermi scelte definitive
non chiedermi scelte
Oggi saprei dirti
appena il mio nome
Non chiedermi i perché
I perché perentori
non hanno risposte
nemmeno approssimative
(16 maggio 2024)
Chiara Salvini, Roberto Rododendro detto "Il Grande", ultimissime poesie, Nel delirio non ero mai sola, 18 maggio 2024    

Mario Bardelli, Senza titolo. Fonte: Chiara Salvini, art. cit. infra

Qualche volta nella mia vita
Mi sono incontrato
E ho sempre finto di non conoscermi
Eravamo in due ad evitarci.
[Roberto Rododendro]
La frase, poi interpretata da Mario, contiene qualcosa di portato all’estremo, quasi all’assurdo, ma profondamente realistico: poesia.
Donatella, commento del 2 febbraio 2024
Chiara Salvini, 2 - Roberto Rododendro, Qualche volta nella mia vita… Bardelli, senza titolo, 2024 - computer graphic -, Nel delirio non ero mai sola, 1 febbraio 2024

Belli!
Ti suggerirei, tra quelli che hai, “se non qui, dove”. Come ti ho scritto, togliendo le parti in corsivo. Oppure “Domani è un altro giorno” racconto squallido. Ti rimando per mail “Se non qui dove”, poi di' a Mario che qualunque scelta mi va bene. Mi piace questa faccenda del feeling! Ciao Chiara chiara.
Roberto Rododendro, commento del 2 agosto 2016
[...] Invece mi chiedo se ti ho mai mandato il racconto: "Forse il mare" ambientato a Sanremo e soprattutto a Capo Nero quando ancora non c’era quello schifo di colata di cemento ma solo rocce maestose.
Roberto Rododendro, commento del 20 dicembre 2019
Mi sarò sbagliata, ma adesso è impossibile ritrovarlo
Chiara Salvini, commento del 21 dicembre 2019
Ecco qua: "Forse il mare".
Te ne racconto un po’ la storia. Credo che questo racconto nasca quando avevo vent’anni e comunque è tutto inventato. La Gabriella del racconto era una ragazza che mi piaceva, più anziana di me e si sarebbe sposata da lì a un anno. Conoscevo il ragazzo e il fratello, entrambi di una certa destra estrema.Il fratello m’incuriosiva parecchio e, magari, un giorno o l’altro (un po’ tardino vero?) ci scriverò un racconto.
Allora Capo Nero era “solo” una scogliera … bellissima. Di lì a poco una bella colata di cemento l’avrebbe resa quella che è ora.
Questo racconto, da allora, è stato “riverniciato” almeno altre due volte e questo sarebbe il risultato finale. L’ultima variazione è stata nel titolo, in precedenza era “Forse il sole, forse il mare”.
Racconto [...]
Roberto Rododendro, commento del 21 dicembre 2019
Chiara Salvini, caro Roberto, dovrei ripubblicare "Lettere aldilà" per mettere uno - uno solo, assolutamente! - uno (ripeto) di questi due disegni fatti ieri da Mario Bardelli per il tuo racconto..., Nel delirio non ero mai sola, 2 agosto 2016    

Mario Bardelli, L’attesa, maggio 2016. Fonte: Chiara Salvini, art. cit. infra

Mario Bardelli, Esterina. Fonte: Chiara Salvini, art. cit. infra

Grazie Mario!
A parte che son due bellissimi disegni … un po’ più che “disegni”. Col primo hai colto perfettamente nel segno: è il volto che ho immaginato io per Esterina!
… il che vuol dire anche che (con la tua sensibilità) sono riuscito a dare una sua immagine nel racconto, forse senza descriverlo (non lo ricordo).
Grazie ancora!
Roberto Rododendro, commento del 22 giugno 2016
Chiara Salvini, Mario Bardelli- 22 giugno 2016 - due disegni per il racconto di Roberto Rododendro..., Nel delirio non ero mai sola, 22 giugno 2016

Donatella:
La riproposizione dei cavalli stretti all’attenzione pubblica ci suggerisce di indagare un po’ più profondamente sull’origine di questa strana e assolutamente speciale razza di forma animale. Noi sosteniamo la natura animale di questi cavalli dalla vita stretta, ma, tra veterinari e studiosi di vario tipo, c’è chi sostiene abbiano addirittura un’origine minerale (fondamentalisti mineralogici, che affermano, seguendo la Bibbia, che ogni creatura sia stata fatta con la creta) e chi invece (l’ala moderata dei fondamentalisti) afferma con prove anche importanti che i cavalli stretti siano stati modellati dalla fatica e dallo sforzo da loro sostenuto per uscire dai cunicoli dove erano stati procreati. Non vogliamo intrometterci in questo dibattito che si è prolungato inutilmente per decenni, ma ci impegniamo per esporre con chiarezza le opinioni di tutti, studiosi e non [...]
Roberto:
Cara Donatella, ti sei ricordata, quasi con amore malgrado il di lei autore, della cavallina storna che portava colui che non ritorna. Si mormora tra l’altro che lo portò più volte e più volte, perché sarà pur vero che colui non tornava ma la cavallina si ripeteva sempre ad ogni sessione (scolastica) con una certa noia degli studenti. Di quegli studenti che più che ascoltare la cavallina storna preferivano “correre la cavallina”. Altra specie di animale normalmente bipede e di sesso normalmente femminile. Secondo alcuni delicato e piacevole. Secondo altri, sopratutto dopo una lunga frequentazione, intollerabile scassa coglioni [...]
Chiara Salvini, Roberto Rododendro e Donatella D'Imporzano hanno creato una nuova scienza..., Nel delirio non ero mai sola, 25 maggio 2016

sabato 18 maggio 2024

Marco, se vado in giro / col mio panama in testa


Sabato 15 dicembre alle ore 16,30 presso il Museo Civico Borea d'Olmo di Sanremo Marco Innocenti presenterà l'ultimo libro di Sandro Bajini "Del modo di trascorrere le ore".
Conversazioni sul teatro, la poesia, la politica e tutto il mondo universo attraverso la biografia di un autore." Philobiblon Edizioni.
Poesie tratte dalla raccolta "Ipogrammi" dello stesso Bajini verranno lette da Alberto Guglielmi e Michele Guarnaccia. In programma anche un intervento musicale del contrabassista Giuliano Raimondo.
Sandro Bajini è commediografo, narratore, poeta, traduttore.
In questo libro-dialogo, che è intervista e biografia si racconta con l'ironia che lo contraddistingue e ne fa un autore satirico graffiante e un maestro del paradosso. Il libro è ricco di episodi anche molto divertenti e descrive una galleria di personaggi che l'autore ha conosciuto e frequentato (Giulio Preti, Giorgio Strehler, Eduardo De Filippo, Carmelo Bene, Dario Fo, Enzo Jannacci e numerosi altri). Un libro divertente, ironico, dissacrante.
Mario Guglielmi, A Sanremo Marco Innocenti presenta l'ultimo libro di Sandro Bajini “Del modo di trascorrere le ore”, Riviera24.it, 13 dicembre 2012

Una vera e propria operetta morale questo "Ipogrammi" di Sandro Bajini, traduttore poeta scrittore critico e autore per il migliore cabaret degli anni '60 e '70. Una raccolta di poesie e di epigrammi di fulminante disincanto che collocano l'autore fra i pensatori più acuti e arguti del nostro tempo. Un libro prezioso, attualissimo, che diverte proprio perché vero nello svelare le vanità e le illusioni fisiche e metafisiche dell'umano. Ironia 'alta' quella di Bajini coniugata con l'adeguata dose di amaritudine, mai disperata ma ‘rassegnata'. Un agile libro da lavoro cui fare ricorso nei momenti alti e bassi della vita e dal quale derivare la giusta misura del vivere.
Presentazione, Ipogrammi di Sandro Bajini, Casabianca Editore, collana asterischi, Sanremo, Gennaio 2011
Chiara Salvini, Sandro Bajini..., Nel delirio non ero mai sola, 12 giugno 2014

FERMO POSTA
[...]
A Marco Innocenti
Marco, se vado in giro
col mio panama in testa
è per comodità,
mi sarebbe d'impaccio
tenerlo sempre in mano.    
[...]
Ad Enzo Maiolino
Gli altri lo spazio
spezzano in frammenti
tu ne cogli il sembiante
nell'ora tarda del giorno
che trascolora.                     
(a cura di) Ennio Abate, Sandro Bajini. Ipogrammi, Moltinpoesia, 27 giugno 2012  

L'incontro con Sandro Bajini alla Libreria "Linea d'ombra" è stato per me "un felice incontro", ricco di di interessanti spunti e riflessioni, suscitate dalla competente e interessante conversazione sulla satira. Gli interventi critici dei presenti hanno contribuito ad allargare il discorso sul piano storico e letterario, in un clima di amicizia, dovuto anche alla serenità, cultura e disponibilità del poeta Bajini e di Giorgio Mannacio.
Ennio ha analizzato i testi di Sandro Bajini e concordo pienamente con la sua analisi. In essi trovo con solamente poesia, ma anche un esempio di satira moderna che penso non molti siano in grado di fare.
Maria Maddalena Monti, Commento all'articolo di Moltinpoesia cit. sopra, 29 giugno 2012 

L'altro volumetto di 58 pagine, stampato nell'ottobre 2018 dalla casa editrice di Sanremo Lo Studiolo, con prefazione di Marco Innocenti, dal titolo Fumata bianca / dopo penosi conciliaboli è una raccolta di nuovissimi epigrammi di un "ancor più leggiadro e disincantato, ancor più pacato e disperato, Sandro Bajini", noto commediografo e poeta che ancora una volta ci sorprende e ci conquista. Per l'intelligenza e l’ironia che condensa e filosoficamente ci dispensa nei versi limpidi, intelligibili. Basti qui riportarne solo alcuni: "Vivo? / forse sì, forse no: / non posso certo testimoniare / come persona informata dei fatti".
Chiara Salvini, Ritornano le perle di Nemo..., Nel delirio non ero mai sola, 3 dicembre 2018

Se potessi bandire il banale
vorrei esprimere un augurio originale
dai toni bassi,
con grammatica in ordine e sintassi;
che sembrasse gettato là
con nonchalance, che a chi lo leggerà
facesse dire: "Parbleu, per carità,
ma costui c'è o ci fa?"
(Ottiene sempre buoni risultati
la rima in "a", miei poeti blasonati).
Vorrei... vorrei...
scarabocchiare pensieri sopraffini,
ma... chi mi credo d'essere? Il BAJINI?!
                       Auguri, mitico Sandro
Franco D'Imporzano
[...]
Di notte i cani sui tetti fanno gli abbajini alla Luna
                                un piccolo arrivederci: Bye Bajini
Alfredo Moreschi
(a cura di) Marco Innocenti, per Sandro Bajini 28 novembre 2008, Casabianca Grafica, 2008

domenica 12 maggio 2024

Salivo un pomeriggio ad Apricale

Apricale (IM): una vista sui dintorni di Perinaldo

Isolabona (IM) vista da Apricale

Posso confidare, a chi ascolta, la via che sale ad Apricale. Il viandante che abbia raggiunto l’estrema Liguria di occidente, e sia alla stazione di Bordighera o sul lungomare di Ventimiglia, esplori la costa alla ricerca della foce del Nervia; da lì risalga a monte verso l’autostrada sospesa in cielo. Dopo aver superato i piloni, la via prosegue per Camporosso: sfiora un benzinaio e un centro polivalente, aggira il cuore antico di caruggi, accosta un cimitero fra le serre. Ecco le immagini si legano in forma di racconto. Prosegue la strada sino a Dolceacqua dei vigneti, ancora costeggia il torrente Nervia e nel serpeggiare dell’asfalto compaiono ruderi, un antico sistema di canali per l’acqua, uno scheletro in cemento armato. Al di là della curva emerge lontana Isolabona dal castello diroccato. Dopo il bar all’angolo c’è un ponte sul torrente: il viandante lo oltrepassa e prosegue verso Apricale. Intendo il racconto, dai canti epici alle guide turistiche, come una composizione pratica di riferimenti e informazioni, un prontuario per orientarsi e agire in un mondo.
Salivo un pomeriggio ad Apricale. Il paese era in rilievo contro il cielo, le case arroccate si stringevano accerchiate dal verde delle colline. Le persiane erano occhi, pareva che Apricale si voltasse stanco come una vecchia bestia accigliata. Una viaggiatrice è discesa da una Mini rossa, ha scattato una foto all’animale stanco, è rimontata in macchina arricchita di belle parvenze.  Accanto a me gli ulivi alzavano rami spogli come scheletri slavati, o braccia scarne d’argento coronate da edera soffocante. Erano ancora vivi, perché dal tronco emergevano ramoscelli e foglie. Lungo il ciglio si accumulavano tegole rotte, una lattina di Fanta bianca stinta dal sole, una tanica lacerata. Poco oltre, blocchi di cemento stringevano la strada: proteggevano un tratto franato, il guardrail piegava verso il fondovalle. Brani di asfalto erano divelti come zolle di terra, sospesi in equilibrio precario. Fra i frantumi cresceva un lentisco. Nel dirupo, giù verso il torrente Merdanzo, ginestre e cespugli di cisti coloravano le pietre di giallo e ciclamino. In alto brillavano al sole terrazze cadenti fra ulivi fulminati dalla dimenticanza: ho visto un rudere morto sorretto dalle membra dalla vegetazione. “In questo mondo frana tutto”, lamenta un personaggio di Le parole la notte, l’ultimo romanzo di Francesco Biamonti. Dentro il paesaggio di suggestioni pulsa un dissesto di frane. E in un altro dialogo leggo: “Mi domando a chi toccherà l’ultima parola: ai roveti? - Nell’arido trionfano le ginestre spinose. Formano un bel tappeto. Poi ancora qualche incendio, e buona notte!”
 
Perinaldo (IM): una vista sulla valletta del rio Merdanzo

Arranca esile il Merdanzo, affluente fangoso e denso del Nervia, e divide il mondo in due: dalla parte di Apricale; dalla parte della casa rosa. “Aprico”, nell’italiano dei poeti, è il versante in luce: Apricale, esposto a sud, riceve i raggi del sole dal mattino sino a sera. Dal suo lato crescono l’ulivo, il lentisco e arbusti ariosi che sanno di aria marina. La casa rosa sorge invece sul versante esposto a nord, l’opaco: terra scura di lecci, qualche castagno, ghiande e funghi. Per raggiungere la casa si prende un sentiero che scende fra ulivi coperti di licheni, s’appoggia al ponte a schiena d’asino e s’addentra nel bosco d’ombre. 
 
Apricale (IM): a nord del paese

Vista da Apricale, la casa rosa sembra un avamposto sottratto alla giungla impervia: attorno all’abitazione s’apre un cerchio rado di coltivi digradanti, assediati dal verde. Altre case - ormai dirute, sommerse dal bosco - lasciano intravedere un pezzo di tetto, un accenno di facciata sopra un tratto eroso di fascia. Quando scruto questa foresta immagino le terrazze e i muretti a secco sepolti come templi antichi, cattedrali di civiltà lontane.
 
Apricale (IM): un'inquadratura "sui generis" di Piazza Vittorio Emanuele II e dell'Oratorio di San Bartolomeo

Apricale (IM): Oratorio di San Bartolomeo

[...] Sant’Antonio Abate, santo di fuochi e animali selvaggi, è il patrono di Apricale. Nell’oratorio di San Bartolomeo, tempio scarno e raccolto, è conservato un dipinto di Antonio orante con bestie selvatiche accoccolate ai piedi. Di fronte al coro di legno addossato alle pareti pensavo ai riti del fuoco che ancora, in certi angoli di Italia, si adempiono nel nome di Sant’Antonio. Un pomeriggio Mario Cassini mi ha accennato ai falò di Apricale. Era da poco disceso dal bosco carico d’una sporta di galletti, fra i funghi arancioni aveva trovato anche un porcino. Ha raccontato Mario che ogni Natale in paese esiste l’usanza di accendere un fuoco notturno. “Alcuni fanno derivare il fuoco di Natale dai riti del solstizio d’inverno. La leggenda vuole che agli antichi, vedendo le giornate accorciarsi a dicembre, veniva la paura di cadere nel buio. Allora si accendevano i fuochi, il giorno era corto ma il fuoco intenso. Siccome si faceva il 21 dicembre, poi è stato collegato alla nascita di Gesù e allora è diventato u feu del bambin che si accendeva alla vigilia di Natale e rimaneva vivo tutta la notte”. Si celebra poi in paese una “festa del Signore”, quando ogni abitante riempie di olio gusci vuoti di lumache e vi ripone un filo di lana infiammato. Di notte le fiammelle sono portate in processione, o appese alle finestre.
In Le parole la notte Leonardo e il pittore suo amico s’aggirano in un piccolo paese dell’entroterra montuoso: “Camminarono tra disfatti portali, ardesie con segni antichi: il trigramma ihs e la rosa a sei punte, o rosa dei pastori, segno distintivo delle maestranze lapicide di Cenòva”. Anche io ho osservato antichi segni incisi nella pietra delle chiese o sopra gli ingressi di abitazioni secolari. 
 
Ventimiglia (IM): Cattedrale di Santa Maria Assunta (Duomo)

A Rocchetta Nervina, in Val Nervia, ho ritrovato il trigramma - emblema del salvatore - avvolto in una spira circolare; nella cripta del duomo di Ventimiglia, invece, ho visto la rosa a sei punte, forse un arcano simbolo solare. Un sole con raggi arcuati e vibranti appare scolpito sulla lastra sotto il portale della chiesa di Lavina, vicino a Cenòva. Vi è una relazione fra il sole e le rose? “Una rosa bianca rifletteva la sera, si tingeva blandamente d’azzurro. Il rosaio cresceva sul bordo sotto la croce di legno dove la strada si divideva”. Si potrebbe credere che il romanzo sia l’occasione per architettare un sistema di simboli carichi di aura sacra; eppure il mondo è stato abbandonato dagli dei. Un drappello di disperati nella notte s’aggira alla ricerca del confine: “Se cercate il confine, è più in là nell’altra valle. - Non possiamo restare? Siamo stanchi. - Finché volete. Gli ulivi sono fatti per proteggere. - Gli ulivi non sono Dio, - l’altro disse. - Non sono Dio, d’accordo, ma è quanto qui c’è di meglio, - disse Leonardo”. Se nel mondo disastrato non si dà trascendenza, i simboli non sono cristalli assoluti, o archetipi essenziali. Piuttosto si muovono, scorrono via e cambiano posizione. La rosa s’associa alle parvenze femminili (“Vairara non gli piaceva; ma gli piacevano le sue donne: una era come una rosa bianca e l’altra come una rosa scura”); la rosa è fugace stimolo a ricordare (“Mi dispiace che impallidisca il ricordo delle rose. Ma impallidire è il destino dei ricordi. Ora le rimarrà quello del raggio d’oro nel lentisco”). La rosa, ancora, è sogno utopico di un passato mai realizzato, come nel dialogo fra Corbières e Leonardo: “Sono contento di conoscerla. Vorrei notizie del suo paese. Potrei dirle che l’ho amato e che lo ricordo ancora pieno di rose. - Quando c’è stato? - Nel ’45. - Nel dopoguerra? - Possiamo anche dire così. Sono venuto a conquistarlo, o a liberarlo, se preferisce. - Credo che non sia più come lo ricorda. - Certamente no. Nulla in Europa è più come allora. Era un’Europa carica di rovine. Ero sottotenente e al suo paese mi sono trovato bene. Argela. Noi l’avevamo già chiamato Argèle-Les-Rosiers”. Non il romanzo è al servizio dei simboli, ma i simboli sono dominati dal movimento narrativo. Si muovono come certe immagini pittoriche che appaiono all’occhio vibrando: “Un soffio impetuoso riempì la campagna, lei si strinse nella sua veste”.
Francesco Migliaccio, Ombre e passaggi fra Nervia e Roja, Testo prodotto nell’ambito del progetto "Sulle tracce di Francesco Biamonti: percorsi creativi tra San Biagio della Cima e le cinque valli del Ponente Ligure", realizzato a cura del Centro di Cooperazione Culturale, in collaborazione con l'Unione Culturale Franco Antonicelli, la Fondazione Dravelli, e gli Amici di Francesco Biamonti, con il sostegno della Compagnia di San Paolo - nell'ambito del "Bando Polo del '900" destinato ad azioni che promuovono il dialogo tra '900 e contemporaneità usando la partecipazione culturale come leva di innovazione civica - e della Fondazione Carige

venerdì 3 maggio 2024

Mio padre era a lavorare in una fabbrica di racchette da tennis

Bordighera (IM): l'area dove sorgeva la fabbrica di racchette da tennis

Intervista a Libereso Guglielmi - Luglio 2003, Sanremo
Libereso:… non è che mio padre facesse del male, perché non lo ha mai fatto. Soltanto che era pericoloso con le parole. Tutto è cominciato quando era a studiare dai gesuiti, che allora erano a Bordighera. Mia madre era a scuola a Bordighera e loro poi, quando lui doveva, che aveva l’età già da poter fare il suo lavoro da prete, sai perché a Perinaldo, quelli lì, sai dov’è Perinaldo?
Q [Valeria de Marcos]: Su in alto…
L: E allora lassù, quando uno ha un figlio prete, che cosa meravigliosa era! Se tu guardi, più erano poveri, più erano scemi, più volevano il figlio prete. E allora, quando lui ha avuto l’età, è scappato con mia madre e ha lasciato i gesuiti. Mio nonno era dalla parte di mio padre, però avrebbe voluto che io continuassi quella grande carriera di mio padre. E lui, dato che era un ragazzo molto in gamba, perché delle cinque classi è stato uno dei primi in francese - sai che parlava il francese, no? - ha visto un po’ i casini. E allora poi, c’erano quelli furbi che dicevano: “Ma se tu, invece di pregare, bestemmi, Dio tu lo trovi lo stesso”. E lui si è fatto una bella cultura… Poi era andato a Bordighera, è andato a lavorare in una fabbrica di racchette da tennis, a Bordighera…
Q: Senti, la fabbrica di racchette?
L: Fabbrica di racchette… Io da ragazzo, quando avevo pochi anni, proprio cinque anni, siamo rimasti cinque anni lì, vicino alla fabbrica di racchette, di corsa andiamo a giocare a tennis. E allora è successo che poi siamo andati a scuola. Però c’era mio fratello, un anno più vecchio, e mio padre ci insegnava. Io quando sono andato a sei anni a scuola sapevo leggere. Perché io ho letto. Lì mi hanno preso e mi hanno sbattuto in seconda. E lì è cominciata la mia vita libera da uomo libero, perché… Ho cominciato veramente a farmi libero quando i preti cattolici dicevano: “Questi sono i due fratelli Guglielmi: due piccoli animaletti senz’anima, senz’anima, ma innocui”. “Possiamo lasciarli andare?”. “Sì, sì, sono innocui, sono innocui”. E questo è quello che noi ricevemmo per credere nella religione e in tutto. E allora di qua ho cominciato, anche da bambino, a liberarmi. E poi con mio padre che parlava sempre, tutti i giorni, e io vedevo che era realtà. E così ho cominciato a vedere appunto che il valore non era quello che loro ti dicevano, ma quello che tu sentivi. E allora mio padre ci diceva - e io ci credevo, perché sai, era andato sù da quei preti - che mentre i preti mangiavano bene, lui doveva andare a cercare le bucce di arancia. Quando mio nonno poi li pagava già con soldi veri. "E' per fargli capire la vita!" sosteneva il gesuita. Non si poteva non perdere la fede con questi che mangiavano arrosti. Beh, non può essere religione, tu mi dici una cosa e poi ne fai un’altra? Allora, eh, tutti quelli che sono usciti di lì, come mio padre, se ne sono andati da contestatori. E mio padre fu sempre un contestatore. Poi, a Bordighera in quel periodo, c’era Bicknell, conosci Bicknell? Bicknell era uno dei più grandi a Bordighera, ha creato…
Q: Esperantista, no?
L: Esperantista, mio padre era un esperantista. Per quello io dico che mio padre era stato un buon allievo, o di seconda mano, non lo so. Era stato a Bordighera, Bicknell era esperantista, mio padre, poi, studiava l’idosperanto. Io mi chiamo Libereso, non è esperanto, è idosperanto. È una lingua nuova che avevano lanciato. E allora…
Q: Questo Bicknell?
L: No, no. Sono due, tra i lanciatori della lingua c’era anche mio padre. E questo era un po’ più sofisticato. E allora quando ero diventato più grande ero andato a Milano, certo, dirigevo "Italiano del Parco", e una signora, avendo visto scritto sul giornale Libereso, mi disse “Guarda che è sbagliato, io sono la Presidentessa degli Esperantisti, e si scrive Libereco, con la “c”, perché l’u diventa l’a, se no si scrive Libereso perché viene dall’idoesperanto, non dall’esperanto”. E allora lei mi ha dato un libretto del 1925, da dove mio padre aveva preso il nome, da quel libretto. La libertà, ecco perché mi chiamo Libereso. E Libereso vuol dire la libertà assoluta di pensiero, di azione e di parola. Mi ha dato il nome e io me lo sono preso. E il nome mi ha seguito. Un po’ come appoggio… Ho detto: “Va be', se mi chiamo così perché devo fare il contrario?”
G: Ma com’è che tuo padre ha incontrato gli ideali anarchici, l’anarchia? Com’è andata?
L: Appunto, io penso, lo sai che è? Che sono da Bordighera, Bicknell era anarchico. Bicknell era un prete protestante, una personalità molto fine, allora, laggiù ha creato il museo Bicknell sai, e poi ha fatto delle ricerche sui monti della Liguria…
Q: Le incisioni rupestri…
L: Le incisioni rupestri… Aveva i camerieri che partivano da Bordighera, andavano fino a lassù …
Q: A Casterino, no?
L: Sì, Bicknell si è creato poi lassù la sua casa, per andare a studiare…
Q: Gli antichi liguri…
L: Sì, proprio gli antichi liguri. È bello perché ogni tanto su quelle rupi trovi frasi come 'Qui c’è passato il celebre…' Bicknell era una grande personalità. Cominciò come prete, e poi è rimasto prete, però è sempre stato una persona molto in gamba, perché ha creato musei, ha creato…
Q: Bicknell?
L: Bicknell, sì sì. Quello a Bordighera l’ha creato Bicknell.
G: Sì, è bellissimo…
L: Una bella personalità. E poi è stato, indubbiamente, perché dicevo, poi era esperantista, mio padre era idoesperantista. E poi era anarchico, mio padre era anarchico. Bicknell a Imperia era stato tacciato di anarchia, anche lui, perché sai, era un contestatore, no? E poi, quando portava la gente su, a Casterino, non c’erano gabinetti in casa. “Andare al gabinetto? Andate nel giardino!” Questo capitava anche per persone in vista. In casa proprio lui non ce l’aveva. E poi tutti dovevano farsi il letto, farsi da mangiare… I camerieri, no. “Sono un uomo che ha gli stessi diritti di voi”. Era una personalità veramente ricca. E allora era vero tutto, era tacciato di anarchico. E poi lui piano piano è rimasto solo scienziato. Una volta il prete di Bordighera [padre Giacomo Viale] aveva detto che gli mancavano 5 mila lire per un'opera di bene. A quel tempo, sai, nel 1900, erano soldi. E allora Bicknell ha detto “Se non ce li hai, te li do io”. Detto da lui che era un prete protestante. Ha detto “No, questo serve per un atto di valore”. Era un uomo con princìpi giusti, un pensatore.
Q: Ma oltre Bicknell, poi tuo padre ha conosciuto altri…
L: Sì, ha conosciuto altri, ha conosciuto altra gente. Adesso io penso alla guerra di Spagna, passavan di qua. Passavano e li facevano andare in Spagna, questi…
Q: Anarchici che andavano…
L: Anarchici, sì sì. Poi ho conosciuto, io ero un bambino, ho conosciuto un certo Cristo che veniva dall’Ungheria, era uno di quelli che portavano messaggi, sai? Ne ho conosciuto parecchi. Mio padre è sempre stato una persona che sapeva creare con la parola. Siamo andati a Napoli un giorno, si è messo a discutere con dei ragazzi, sai, nel Cinquanta era ancora dura, no? Però tutti ad ascoltare e poi lui dice “Ma no! C’è lo spazzino che passa?” “Sì, sì” “Che ore sono? Le cinque di mattino?” Alle sette di sera si era messo a parlare, alle cinque di mattina era ancora lì che discuteva. Ancora adesso qualche persona di Napoli mi scrive, sai? Però come dico, lui era uno che ha conosciuto, ha conosciuto mi pare Malatesta, sai, personalità così. Sai che uno di questi era sù da noi quando li cercavano a Bordighera, in mezzo ai bambini… C’è stata una… mio padre era molto appassionato… però era un’antiviolento, forse il primo antiviolento che… non gli piaceva la violenza, lui faceva tutto solo con le parole. Lui non ha mai pestato nessuno, però, lo hanno pestato, quando quella volta i fascisti, lui diceva “Se mi ha pestato è malato, se no non poteva fare un lavoro simile”. Capisci? Era proprio di quegli uomini puri di cuore, no? Perché lui non avrebbe fatto niente di male. C’è adesso mio figlio che è peggio di lui. Io in mio figlio vedo mio padre. Sì. E allora poi è cominciata la mia vita bella, da rompiscatole. Mi hanno chiamato per fare il militare: ero già arrivato a San Remo. Sai, a scuola per prima cosa hanno detto: “Questi sono i Guglielmi, sono povera gente, bisogna comprare loro la divisa”. E gli altri bambini arrivarono con divise già logore per i Guglielmi. Abbiamo visto delle cose!… Ma poi io… tanto che io lo vedevo quel fascismo, lo vedevo come qualcosa di veramente stupido. Allora, quando io vedevo arrivare il maestro, che veniva in classe, e ti diceva “Eia eia”, e tu dovevi dire “Alala!”, e finché lui diceva “Eia eia” tu dovevi dire “Alala”. E non era il solo. Arrivava il Direttore “Eia eia” “Alala”, “Eia eia”. Arrivava un professore “Eia …”. 'Ma che cavolo, accidenti! E ora quale? A perdere metà della giornata a fare “eia eia” e “alala”'? Ed era anche un principio stupido moralmente. Mi mandavano a Bordighera, lì noi dovevamo anche cantare! E allora io tiravo dei grossi acuti, ma sbagliati. “Che sei scemo?” mi dicevano e così non andavo più a cantare. Facevo ginnastica, sbagliavo sempre, e così via, non c’ero mai nelle loro imprese. “Tu sei uno scemo”. Intanto non cantavo, intanto non mi mettevo la divisa. E poi dopo sono andato via.
Q: Non facevi le adunate?
L: Non facevo le adunate, perché sai, tutti mettevano le divise. Ecco, ad esempio, per il militare, ho visto i miei amici farsi più furbi ancora. Raccontavano, da militari in Sicilia, che sparavano in modo sbagliato e dopo un po' venivano mandati via. Però ci voleva coraggio, sai, con questi qui che ti dicono “Sei scemo”? Io ero abituato, quando me lo dicevano, già appena nato si può dire che ero un piccolo animaletto! Io mi sono fatto una pelle… [...]
Valeria de Marcos, Alternative per la produzione agricola contadina nell'ottica dello sviluppo locale autosostenibile, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Genova, 2004