mercoledì 30 ottobre 2019

I Pungitopo in Liguria

Ruscus aculeatus - Fonte: Alfredo Moreschi
In Liguria pochi vegetali sono più bizzarri ed originali dei "Pungitopo" e del Ruscus aculeatus in particolare.  La loro maggiore particolarità risiede nella mancanza di vere e proprie foglie, sostituite da strutture apparentemente simili ad una lamina fogliare mentre nella sostanza si tratta di fusti appiattiti, chiamati nel linguaggio specifico dei botanici cladodi. In ogni caso sono perfettamente in grado di assicurare alla pianta la funzione clorofilliana assorbendo l’energia a costo zero dei raggi solari ed utilizzandola per compiere i processi vitali. In autunno su queste strane appendici si sviluppano i fiori dei due sessi all’ascella di una protettiva e piccola brattea cartacea. Dopo essere stati impollinati a dovere i fiori femminili di colore verdastro danno origine a grosse e lucenti bacche vermiglie nelle quali sono racchiusi i semi.

Ruscus è una denominazione derivata dal latino "rusticus" (villano, rustico) scriveva Michael Alberti nella sua Flora Medica, perché i contadini usavano i rami di questa pianta per difendere le vivande dai topi. E' anche questa la ragione per la quale, in molte regioni italiane, è stato battezzato "Pungitopo". Nella flora ligure, oltre al "Punziratti", ossia il notissimo Ruscus aculeatus, un tempo costante bagaglio degli spazzacamini, crescono altre due interessanti specie, il Ruscus hypophyllum ed il Ruscus hypoglossum. Tre, dunque, sulle quattro assegnate dalla sistematica vegetale a questo genere di piante, solo apparentemente differenziate dagli altri membri della famiglia delle Liliacee, con i quali sono invece inequivocabilmente apparentate. Recentemente è stata però avanzata l’ipotesi che queste due ultime unità specifiche non sarebbero effettivamente accreditabili alla flora nazionale italiana ma siano sfuggite alle coltivazioni e solamente naturalizzate in molte località anche della Liguria. 

La Danae racemosa è coltivata industrialmente come fronda recisa - Fonte: Alfredo Moreschi
Infatti, sul mercato di Sanremo (IM), assieme alle numerose altre fronde verdi, vengono tuttora commerciate grandi quantità di Ruscus aculeatus e Danae racemosa per la composizione di vasi da arredo. La Danae, originaria dell’Asia sud-occidentale, è stata introdotta in Italia già da alcuni secoli e viene coltivata nel Ponente in fasce coperte da stuoie di cannucce per impedire alle foglie di scurire.

Per quanto riguarda in particolare quest’ultima (ex Ruscus racemosus) è intensivamente coltivata nella piana di Taggia (IM), di Albenga (SV) e nella valle Roya come verde ornamentale. E’ rinvenibile qua e là nelle zone umide ed ombrose del Ponente ligure, ed al riguardo non esistono dubbi: il Lauro Alessandrino è la spontaneizzazione di una specie proveniente dalle lontane montagne persiane.

Gli antichi naturalisti, conoscendo molto bene i "Pungitopo", ne avevano individuate le diverse potenzialità terapeutiche tanto che Dioscoride proponeva di macerarne le bacche, le singolari foglie e le parti sotterranee nel vino, riconoscendone l’utilità quale specifico in tutte le manifestazioni dell'idropisia, nella renella, nella gotta e nelle ritenzioni di urina. In epoca romana il "Pungitopo" era adoperato per curare il rigonfiamento della milza negli insaziabili maiali e, per salvarli, si riempivano i truogoli di acqua ponendovi a macerare piante di Ruscus aculeatus e di Tamericio (Tamarix africana).

“Il succo - dice infatti Columella - è salutare, ed assorbito con molta acqua, riduce il gonfiore interno”. Lo stesso autore, nel capitolo settimo dei suo celebre libro, fra le erbe selvagge con possibili utilizzi alimentari include i giovani getti dei Ruscus dicendo che dovevano dapprima essere preparati eliminando l'acqua con il sale e quindi sistemati in un recipiente da tenere al fresco per alcuni giorni; successivamente si potevano conservare a lungo ricoprendoli con aceto e salamoia in parti eguali dopo aver tappato accuratamente le anfore con “un pezzo di fusto di Finocchio tagliato l'anno precedente”.

Negli stessi anni Plinio si occupa anche dei loro riflessi medicinali nei confronti degli umani:”Dalla radice bollita del rusco (Ruscus aculeatus), si ottiene una pozione che va bevuta a giorni alterni quando si soffre di calcoli, oppure se la minzione è dolorosa, o se l'orina presenta tracce di sangue.

Bisogna svellere la radice un giorno prima, bollirla la mattina successiva, e mescolare ad un sestario di decotto due ciati di vino. C'è anche chi beve la radice cruda tritata in acqua; si ritiene inoltre che non ci sia in assoluto un medicamento migliore, per le parti virili, degli steli di questa pianta tritati in aceto.

L’Alloro nano (Ruscus hypophillum) ha un fusto unico foglie sottili come quelle dell’Alloro ed un seme rosseggiante che cresce attaccato alle lamine; lo si applica fresco per i mali di testa ed i bruciori di stomaco, oltre a favorire i parti critici se applicato con panno di lana.

L'Ipoglossa  (Ruscus hypoglossum) ha le foglie di aspetto simile a quelle del Mirto selvatico, concave e spinose: e all'interno di esse come delle lingue formate da una fogliolina che esce dalle foglie. Una corona fatta con queste foglie e posta sul capo fa diminuire il mal di testa.” 
La loro utilità non si esaurisce comunque nelle notizie sopra riportate. Il perché ce lo spiega diciotto secoli più tardi Michele Tenore:”Il Ruscus aculeatus, un frutice sempreverde nativo dei nostri boschi ha una radice amara fornita di un notevole potere astringente e leggera forza tonica, mentre i semi delle bacche rosse possono essere adoperati come succedaneo dei caffè. Il Ruscus hypoglossurn, ossia l’Uvularia, è in tutta la pianta pregna di principio astringente ed è praticata nel rilasciamento dell'ugola e nel ritardo dei mestrui”.

Ruscus aculeatus in fiore - Fonte: Alfredo Moreschi
Il Turner ci informa che presso gli Apotecari dei suo tempo queste piante erano anche note con il termine di "Bruscum", un nome divenuto nel volgare italiano "Brusco", voce che ritroviamo nei battesimi liguri.

Come succede nel caso dell'Asparago, a cui il Pungitopo è strettamente affine, i suoi giovani germogli possono essere mangiati come verdura.

Gli antichi erboristi consigliavano di berne una pozione fatta con le radici e di usare una poltiglia, ottenuta dalle bacche e dalle foglie, per aiutare le ossa rotte a rinsaldarsi. Calcio, un sale di potassio, un olio essenziale, una saponina ed una sostanza resinosa sono i princìpi attivi contenuti nel Ruscus aculeatus, ritenuto ancora oggi ottimo aperitivo e sudorifero.  Assieme al Sedano, all'Asparago, al Prezzemolo ed al Finocchio, il "Pungitopo" continua ad essere impiegato nella distillazione dei celeberrimo aperitivo delle Cinque radici, una delle ricette più antiche e famose dell'erboristeria europea che vanta un'azione combinata aperitiva e diuretica .

C'è anche chi beve la radice cruda tritata in acqua; si ritiene inoltre che non ci sia in assoluto un medicamento migliore, per le parti virili, degli steli di questa pianta tritati in aceto.

 L’Alloro nano (Ruscus hypophillum) ha un fusto unico foglie sottili come quelle dell’Alloro ed un seme rosseggiante che cresce attaccato alle lamine; lo si applica fresco per i mali di testa ed i bruciori di stomaco, oltre a favorire i parti critici se applicato con panno di lana.

L'Ipoglossa  (Ruscus hypoglossum) ha le foglie di aspetto simile a quelle del Mirto selvatico, concave e spinose: e all'interno di esse come delle lingue formate da una fogliolina che esce dalle foglie.

Una corona fatta con queste foglie e posta sul capo fa diminuire il mal di testa”.   Infatti, sul mercato di Sanremo (IM), assieme alle numerose altre fronde verdi, vengono tuttora commerciate grandi quantità di Ruscus aculeatus e Danae racemosa per la composizione di vasi da arredo.  

L'indipendenza è il valore simbolico attribuito al "Pungitopo", sicuramente purché le sue spine impediscono o rendono comunque difficile impadronirsene. In ragione di questa funzione protettiva viene da tempo immemorabile seccato e adoperato per decorare le abitazioni nei mesi invernali, particolarmente durante le feste natalizie dove sostituisce o affianca l’Agrifoglio ed il Vischio negli usi celebrativi, soprattutto nelle zone in cui queste ultime sono diventate piante protette. Grazie alle foglie e alle bacche rosse che maturano alla fine dell'autunno e si mantengono per tutto l'inverno, riveste lo stesso simbolismo augurale.

Tornando ai Ruscus, i caratteri comuni del Genere  sono quelli di piante sempreverdi con aspetto di subarbusti cespugliosi che nascono da un rizoma strisciante; sono provvisti di rami appiattiti che simulano delle foglie (cladodi o fillodi) e nascono all'ascella di piccole scaglie che rappresentano le vere foglie.  I loro fiori verdastri o bianco verdastri, inseriti verso la metà della faccia dei cladodi, sono unisessuati e pertanto si trovano su piedi diversi quelli staminiferi e quelli pistilliferi; hanno un perianzio a sei segmenti patenti, liberi e persistenti, tre stami a filamenti saldati in un tubo rigonfio e stilo corto e capitato. I frutti sono bacche grosse, globose e carnose che non si aprono alla maturità.

    Ruscus aculeatus L. (II- IV. Nasce nei luoghi boscosi, nelle siepi, sino ai 900m). Ha rizoma strisciante, fusti robusti, eretti e striati, ramosi, alti sino a 60cm. Porta cladodi rigidi, più o meno sessili, acuminati e pungenti, oblunghi o ellittico lanceolati, con fiori in numero di 1 o 2. Il frutto è una bacca rossa e tonda ascellare di una bratteola. 

    Ruscus hypoglossum L. (XII- IV. Nasce nei luoghi boscosi, nelle siepi, sino ai 1400m). Ha rizoma strisciante fusti gracili, semplici, alti sino a 60cm. I cladodi sono poco rigidi, ellittici o oblanceolate portanti alla base una brattea fogliacea lanceolata, gli inferiori opposti o in verticilli ma alterni verso la sommità; il picciolo è ritorto. I fiori sono dioici, in fascetti di 3-6, inseriti sulla pagina superiore dei cladodi all’ascella di una squama. Il frutto è una bacca rossa e tonda. Simile è;

    Ruscus hypophyllum L. che differisce  per avere i fiori inseriti sulla pagina inferiore dei cladodi privi o con una bratteola piccolissima ed il picciolo dei cladodi dritto.  

Ruscus hypoglossum: i fiori - Fonte: Alfredo Moreschi
Come raccoglierli e coltivarli

Nel giardinaggio tutte e tre le nostre specie trovano impiego come piante da bordura e da riservare alle parti ombrose dei giardino; ma si deve rilevare che queste Liliacee, così poco esigenti durante la loro vita selvaggia, nella coltivazione artificiale si mostrano particolarmente sensibili in fatto di clima e necessitano della protezione di un letto di foglie secche nei mesi invernali.

Crescono bene in tutti i terreni da giardino, anche in quelli argillosi, pesanti, calcarci, poco profondi. Si piantano in gruppi di 3-5, utilizzando piante di entrambi i sessi. Si consiglia la divisione dei cespi ed il distacco dei polloni, durante il periodo primaverile. Si tolgono dal terreno, si dividono e si ripiantano immediatamente.

Si possono anche seminare generalmente in autunno, in terrine riempite con la composta da semi, in luogo protetto, ma è la strada più lunga causa la lenta crescita che rasenta i due anni. Quando le piantine hanno raggiunto l’altezza sufficiente si trapiantano in vivaio e si coltivano per 3 anni. In natura le specie sono protette ed è quindi consigliabile rivolgersi ai vivaisti.

Ruscus aculeatus: Punzitopo, Rúspo, Brùsco, Erba coào ed Erba cocca a Genova, Cocchett a Pegli, Cúcca a Sanremo ed a San Bernardo, Punziratti a Rapallo, Spin‑e de ratti a Savona, Punzatop e Razzacú a Sarzana.

Ruscus hypophyllum: Bislingua a Genova

Ruscus hypoglossum:  Lauro a Genova e dintorni.

di Alfredo Moreschi



martedì 29 ottobre 2019

Il Distaccamento "Igino Rainis" continuò nell'opera di recupero delle armi

Andora (SV) - Fonte: Wikipedia

Il 6 febbraio 1945 una squadra, al comando di 'Russo' Tarquinio Garattini, del Distaccamento "Angiolino Viani" della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio Bonfante", attaccò alcuni militari della Divisione fascista San Marco, che erano partiti da Albisola per procurarsi dell'olio, e ne uccise 2. Da una relazione garibaldina sull'accaduto si apprende che "il combattimento avviene nei pressi di Molino Nuovo, nei pressi di Andora. Viene catturato il seguente bottino: 2 fucili ta-pum, 1 pistola, 1 cavallo, 1 domatrice e 90 chilogrammi d'olio".

In nottata il Distaccamento “Francesco Agnese” [della I^ Brigata della VI^ Divisione] si disloca nella suddetta valle. 

Testico (SV) - Fonte: Wikipedia
L'8 febbraio il nemico rastrella ancora l'alta zona di Testico (SV), ma non incontra forze partigiane; prima di ritirarsi si impatronisce di bestiame della popolazione locale. 

Nell'alta Val Tanaro vengono aumentati i presidi tedeschi e rinforzati quelli esistenti, perchè ad Ormea (CN) si insedia un Comando di Corpo d'Armata alle dipendenze del generale tedesco Lieb. 

Il 9 una squadra del Distaccamento “Giuseppe Catter” [della I^ Brigata della Divisione "Silvio Bonfante"], in missione nella zona di Cerisola, sorprende una pattuglia nemica, la quale lascia sul terreno tre uomini. La squadra rientra incolume alla base.

Il paese di Aquila d'Arroscia (IM) viene investito nuovamente da militi della Brigata Nera “Francesco Briatore” di stanza a Borgo di Ranzo, che altresì rubano bestiame di piccola taglia. 

Il giorno successivo una pattuglia della I^ Brigata, accompagnata dal comandante della Divisione, Giorgio Olivero ["Giorgio"], scende in Diano Marina (IM) per una ricognizione. 

Sono esaminati i campi minati stesi dal nemico, tra i quali se ne rileva uno falso.

Inoltre è studiato il luogo dove interrompere la ferrovia con una mina.

Il 10 febbraio iniziarono a concentrarsi nella zona Pontedassio-Chiusavecchia truppe nemiche, principalmente uomini appartenenti alle Brigate Nere: una parte di questi partecipò ad un rastrellamento di quattro giorni dopo.
Nello stesso giorno in località Fontanelle nella valle di Cervo 3 tedeschi rimasero uccisi transitando su un campo minato.

Aurigo (IM) - Fonte: Wikipedia
Durante le prime ore dell'11 febbraio 1945 una colonna di soldati tedeschi operò un rastellamento nella zona di Aurigo nella Valle del Maro, parte orientale della provincia di Imperia.
Il nemico riuscì ad accerchiare il Distaccamento "Giuseppe Maccanò" della III^ Brigata "Ettore Bacigalupo" della Divisione "Silvio Bonfante", il quale si sottrasse all'attacco ma riportando un morto ed un ferito grave.
I nazisti subirono "dure perdite di cui non è possibile accertare l'entità".


L'11 febbraio un membro delle SAP di Diano Marina, Vladimiro Marengo (Casi), impiegato presso la ditta Paladino che effettuava lavori per i tedeschi, venne ucciso durante un incontro di calcio tra operai dell'azienda di cui sopra ed una rappresentativa di soldati tedeschi.
"Casi", che ricopriva il ruolo di portiere, fu assalito da un poliziotto fascista, che irruppe nel campo e lo uccise con un colpo di rivoltella.



Il 12 febbraio un altro Distaccamento della Divisione "Silvio Bonfante", il Distaccamento "Igino Rainis" della II^ Brigata "Nino Berio", continuò nell'opera di recupero delle armi nascoste durante l'inverno a Fontane, Frazione di Frabosa Soprana in provincia di Cuneo.
Rientrò in possesso, pertanto, di 1 mitragliatore pesante Breda 1937, privo di otturatore, con 1600 colpi, 2 Breda leggeri 1930 con 500 colpi, 1 machine-pistole, 1 fucile mitragliatore Brent, 4 moschetti americani e 2 fucili tedeschi.

La sera del 12 febbraio, inoltre, un altro contingente di soldati tedeschi abbandonò la provincia dirigendosi in Piemonte.

Borgo di Ranzo, centro principale di Ranzo (IM) - Fonte: Wikipedia
Si trattava degli uomini del presidio di Borgo di Ranzo, che era l'unico rimasto in Valle Arroscia dopo i rastrellamenti di fine gennaio 1945.
 
Ortovero (SV) - Fonte: Wikipedia
Con la partenza di questi militari la zona Ortovero (SV)-Vessalico (IM) risultava sgombera, tanto che 'Pantera' [Luigi Massabò, vice comandante della Divisione "Silvio Bonfante"] potè scrivere: "la situazione nemica nella zona della Divisione è molto precaria. I tedeschi si schierano lungo le vie di comunicazione principali allo scopo di proteggere il transito delle colonne ripieganti".

Pieve di Teco (IM): uno scorcio della statale 28 - Fonte: Wikipedia
Infatti, i nazisti rinforzarono i presidi di Pieve di Teco (IM) e di Garessio (CN), paesi posti rispettivamente a sud e a nord del Colle di Nava lungo la statale n° 28.

Il 12 febbraio 1945 Franco Bianchi (Stalin), comandante del Distaccamento “Giovanni Garbagnati”, comunica al comando [comandante Mancen, Massimo Gismondi] della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio Bonfante" che era stato colpito un treno: una locomotiva, con alcuni vagoni, era caduta nella scarpata e finita sulla strada che costeggia i binari in località Giaiette  [nei pressi di Diano Marina (IM)].

Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999


martedì 22 ottobre 2019

Bordighera giardino d’Europa. Arte, cultura e paesaggio negli anni di Raul Zaccari (1945-1977)



Frutto di una lunga e appassionata ricerca storica è uscito l’ultimo libro del sociologo documentarista Salvatore Vento* - Bordighera giardino d’Europa. Arte, cultura e paesaggio negli anni di Raul Zaccari (1945-1977) - che per la prima volta descrive la vita socio culturale della Città delle palme nel periodo del suo sindaco più illustre.
Anni davvero magici quando artisti e intellettuali di ogni genere frequentavano Bordighera (IM), attratti dal suo paesaggio e dalle sue radici storico ambientali, che il Sindaco Zaccari riuscì a valorizzare grazie all’elaborazione di uno dei primi Piani Regolatori Generali del nostro paese.
 
Da Giuseppe Balbo a Guido [Hess] Seborga, da Carlo Betocchi a Irene Brin, da Giuseppe Piana a Francesco Biamonti e Edoardo Sanguineti, dai francesi Raymond Peynet e Jean Cocteau, sono solo alcuni nomi che ricorrono nel libro e che sarà integrato da un video documentario.
 
Eventi, quali il “Salone Internazionale dell’Umorismo” e le “Mostre dei pittori americani”, costituiscono esempi concreti della visibilità internazionale di Bordighera rafforzata dalla convinta visione europeista del senatore Raul Zaccari. 

* Salvatore Vento, sociologo, laureato a Trento nel 1972, nell’ultimo decennio ha concentrato la sua riflessione sui temi del rapporto passato–presente, in particolare attraverso la produzione video documentarista oggi consultabile su Youtube. È autore e curatore di diversi volumi, tra i quali Cattolicesimo sociale e politica. L’esperienza genovese del primo dopoguerra (Marietti); Genova 2004 capitale europea della cultura in viaggio con le associazioni; La città ritrovata (De Ferrari). 


sabato 19 ottobre 2019

Mostra di opere grafiche di Marco Cassini a Bordighera (IM)


Oggi pomeriggio, sabato 19 Ottobre 2019, alle ore 17,00, nella sede dell’Unione Culturale Democratica di  Bordighera  (IM), in via al Mercato, 8, avrà luogo l’inaugurazione della mostra di opere grafiche di Marco Cassini. L’esposizione rimarrà aperta al pubblico tutti i giorni, dalle ore 17,00 alle ore 19,00, fino a Domenica 27 Ottobre 2019, con ingresso libero.

Marco Cassini, nato ad Apricale (IM) nel 1954, vive e lavora a Genova ma ha trascorso infanzia e giovinezza nel Ponente ligure dove ritorna frequentemente.

Incisore, pittore ed illustratore. 
Ha iniziato l'attività incisoria nel 1984 lavorando con le tecniche calcografiche e la linoleografia.

Ha all'attivo circa 80 matrici. 
Stampa in proprio.

Dal 1993 ha partecipato alle collettive dell'Associazione Incisori Liguri.

Recentemente, ha pubblicato “Antòlogia Antonio Rubino e l'amore per la Liguria”, “La magnifica invenzione: Pionieri della fotografia in Val Nervia” scritto con Giorgio Caudano. 
Ha collaborato alla mostra “Monet-Ritorno in Riviera”.
 
Ad Apricale ha allestito l'Atelier A assieme all'artista francese Danièle Noel, frequentato da artisti di fama e giovani promesse.

Ha frequentato per quattro anni i corsi liberi di disegno, pittura e incisione, tenuti da Edoardo Alfieri, Luigi Sirotti e Nicola Ottria, all'Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova. 
Approfondendo poi la pratica presso gli studi di Alberto Helios Gagliardo e Angelo Oliveri.

Appassionato di stampe antiche e di Ex-libris, è anche studioso di storia dell'illustrazione, dell'incisione e della fotografia.

"Il suo esercizio calcografico coinvolge, spesso usandole contemporaneamente, le tecniche dell'acquaforte, della linoleumgrafia, dell'acquatinta, della puntasecca, del bulino, del collage." (Germano Beringheli)

Bibliografia
Repertorio degli Incisori Italiani, Bagnacavallo, 1993-96; 
Dizionario degli Artisti Liguri a cura di Germano Beringheli (e successivamente di Paola Valenti e Leo Lecci), De Ferrari Editore, Genova e tutti i cataloghi annuali dell'Associazione Incisori Liguri 1993-2018.


D'ottobre Francesco, 2019




martedì 15 ottobre 2019

Torre Paponi brucia

Foto di Davide Papalini (Opera propria, CC BY-SA 3.0) in Wikimedia
 
Torre Paponi [Frazione di Pietrabruna (IM)] è un piccolo paese nell'immediato retroterra imperiese, sulla strada che da San Lorenzo al Mare conduce a Pietrabruna, nella vallata del torrente San Lorenzo, a 210 metri di altitudine. La popolazione (n.150 abitanti) è composta, in stragrande maggioranza, di contadini olivicoltori piccoli proprietari e di qualche artigiano.

Durante l'occupazione nazifascista, senza essere un centro di reclutamento o base partigiana, è stato tuttavia un paese benemerito nella lotta di liberazione per i molti aiuti in denaro e viveri concessi ai partigiani di “Curto” [Nino Siccardi, nella primavera del 1944 comandante della IX^ Brigata d'Assalto "Felice Cascione", dal 7 luglio 1944 al 19 dicembre 1944 comandante della II^ Divisione d'Assalto "Felice Cascione", in seguito comandante della I^ Zona Liguria], al distaccamento di “Mancen” [Massimo Gismondi, poco tempo dopo comandante della I^ Brigata "Silvano Belgrano"], “Peletta” [Giovanni Alessio], “Artù” [Arturo Secondo poco tempo dopo capo di Stato Maggiore della IV^ Brigata "Elsio Guarrini"], “Danko” [Giovanni Gatti, poco tempo dopo comandante del I° Battaglione "Mario Bini" della II^ Divisione], al distaccamento “Fenice” e ad altri più piccoli. Anche muli e bestiame vario furono imprestati o venduti o donati ai partigiani nel periodo novembre 1943 a dicembre 1944 (1).

(1) (Gran parte dei tragici episodi di Torre Paponi narrati in questo capitolo sono stati tratti dalla testimonianza di Andrea Ascheri, nativo del luogo, menzionato nella narrazione come protagonista, miracolosamente scampato alla strage).

Proprio nel dicembre del 1944 Torre Paponi viene a trovarsi al centro di una vasta zona partigiana.

Il nemico è a conoscenza di grossi concentramenti di garibaldini della IV brigata [d'Assalto Garibaldi "Elsio Guarrini"] sulle alture comprese tre la valle Argentina e la val Prino. Per l'ennesima volta tenta di distruggerli mettendo in esecuzione i piani prestabiliti.

Dal mattino del 13 al pomeriggio del 18 di dicembre i Comandi tedeschi di Taggia, di villa Cipollini e di Sanremo, rimangono quasi completamente privi di truppa inviata in rastrellamento nelle suddette zone.

L'azione dovrebbe iniziare con un fulmineo attacco al paese di Badalucco per mezzo di artiglieria e di reparti di guastatori con l'incarico di distruggere completamente il paese, reo di accogliere e rifornire giornalmente i garibaldini. Ma l'azione, per cause imprecisate, viene alquanto ridotta. (2)

(2) (Da una relazione del responsabile S.I.M. del 3° Battaglione “Artù” al comando della IV^ brigata, del 17-12-1944, prot.n. 86/E/5).

Il primo contatto tra i garibaldini e tedeschi in fase di rastrellamento avviene alle ore 22 del 13, quando il garibaldino “Baffino” del 2° Distaccamento “Italo” (1° Battaglione, IV^ brigata), addetto alle spese viveri, scaglia una lanterna contro due Tedeschi sbucati tra le case inferiori del paese di Pietrabruna. Raggiunto l'accampamento verso l'una dopo mezzanotte e dato l'allarme, gli uomini nascondono tutto il materiale pesante del distaccamento.

Presa la decisione di imboscare il nemico, 25 garibaldini guidati dal comandante “Curto”, che occasionalmente aveva pernottato presso il distaccamento, con passo celere raggiungono la strada ad un chilometro da Pietrabruna e attendono in agguato tutta la notte invano.

Ormai è iniziata la giornata del 14, il sole s'innalza, ma il nemico non transita. Quattro borghesi, incontrati nei pressi del luogo dell'agguato, affermano che in Pietrabruna non vi sono Tedeschi, però, ripresa la via del ritorno, i garibaldini vengono investiti da raffiche di “Mayerling” partite dalle prime case del paese.

La reazione è pronta ed efficace, ma rimane ucciso sul posto Giuseppe Sciandra (Matteo) fu Matteo, nato a Pamparato (Cuneo) il 12-09-1907, garibaldino della IV^ brigata, mentre il garibaldino “Lolli”, colpito in modo grave alla schiena, non può più camminare, però alcuni animosi riescono a porlo in salvo. (3)

(3) (Da una relazione di Maurizio Massabò “Italo” comandante del 2° distaccamento [I° Battaglione "Carlo Montagna"] al Comando della IV brigata, del 16-12-1944. Il garibaldino Luigi Rovatti “Lolli” sarà trasportato nell'ospedale partigiano di Tavole ove rimarrà fino al 28 gennaio 1945 e poi in quello di Arzene (Carpasio) ove guarirà).

Sganciatosi, il gruppo di “Curto” insiste nell'agguato presso il paese di Torre Paponi fino a tarda sera, ma invano, il nemico è transitato altrove. Già nelle prime ore del mattino altri piccoli gruppi di partigiani passano per Torre Paponi, senza tuttavia fermarsi, perché avevano preso la direzione di San Salvatore.

Inspiegabilmente qualche ora dopo giungono i Tedeschi. Un piccolo gruppo di rastrellatori, forse di passaggio per caso o forse anche inviati sul luogo su segnalazione di qualche spia locale.

Intimorite dalla ostentata grinta dei nazisti, alcune donne del paese accennano o confermano (non è stato possibile accertare con precisione quale delle due versioni sia l'esatta) il passaggio dei gruppi partigiani. I tedeschi non fanno commenti e si avviano in direzione del paese di Lingueglietta.

Giunti sulla collina che separa i due paesi, ecco che compiono la prima rappresaglia su alcuni ostaggi che si portavano dietro da chissà dove. Fucilano i civili Francesco Guasco fu Domenico, Carolina Guasco fu Domenico, Agostino Ballestra di Ventimiglia e il pastore Pietro Lanteri nato a Realdo nel 1884, che col suo gregge svernava in Pietrabruna.

Costui portava a tracolla un sacco con del pane nero; gli sgherri ne prendono un pezzo e glielo infilano in bocca, quindi proibiscono di toccare il cadavere e ingiungono di lasciarlo per la strada a tempo indeterminato. Però dopo poco tempo il comandante “Curto”, di passaggio, ordina il recupero della salma ed il parroco la fa seppellire.

Alle ore 14.30 del giorno stesso i nazisti ritornano in forze su una quindicina di autocarri e circondano il paese.

Dopo un'intensa sparatoria eseguita con armi automatiche, restringono la morsa; ad un certo momento entrano nel paese e sparano a zero su un gruppo di giovani colti di sorpresa. Maurizio Papone, Pasquale Malafronte, Andrea Ascheri, Paolo Papone, Antonio Barla e quattro militari di stanza alle vicine polveriere, riescono a stento a mettersi in salvo. Rimane ucciso un giovinetto di quindici anni che stava rientrando in paese portando sulle spalle una fascina, non del paese ma profugo da Ventimiglia, in quei giorni battuta dai bombardamenti navali alleati.

Anche due donne, madre e figlia, colpevoli solo di aver chiamato ad alta voce il rispettivo figlio e fratello, bimbo di pochi anni, sembrando forse ai Tedeschi che esse cercassero di mettere sull'avviso ipotetici partigiani, vengono abbattute a raffiche di mitra.

Successivamente il paese subisce un iniziale incendio, prologo a quello ben più terribile appiccato due giorni dopo; vengono arse due case ed alcuni fienili.

A tarda sera, allorché i rastrellatori ritornano al loro Comando di Arma di Taggia con gli ostaggi Luigi, Stefano, Egidio, tutti di cognome Papone, e due profughi ventimigliesi, la popolazione riesce a circoscrivere l'incendio.

Però non tutti i Tedeschi lasciano la zona; alcuni piccoli gruppi si occultano, si pongono in osservazione e rimangono in contatto con eliografisti che, dalla località Castelletti, trasmettono segnali verso San Salvatore, davano disposizioni relative allo sviluppo che doveva assumere il rastrellamento nei giorni successivi.

All'alba del 15 altri fascisti e tedeschi rastrellano nuovamente le zone Circostanti Torre Paponi, Pietrabruna, Lingueglietta e rinforzano una loro batteria piazzata a Pian del Drago. Per rifarsi dei magri risultati ottenuti nella caccia ai partigiani, razziano tutto il bestiame che trovano.

L'esasperazione è al colmo ed una squadra di garibaldini del primo battaglione, messa al corrente della situazione dai contadini, per liberare il bestiame attacca senza indugio il nemico che, sorpreso, si ritira in direzione San Lorenzo al Mare per chiedere rinforzi al Comando locale. (4)

(4) ( Da una relazione di “Gianni”, responsabile S.I.M., al comando della V brigata [d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni"], del 18-12-1944).

Il distaccamento “Italo” rientra in stato d'allarme, il nemico è scorto in lontananza.

Nonostante le lievi perdite subite, il comando tedesco ordina immediatamente di condurre una rappresaglia su Torre Papponi il giorno seguente con l'impiego di formazioni S.S. altoatesine e di brigatisti neri.

Gli ostaggi portati ad Arma di Taggia vengono rilasciati con la pura e semplice raccomandazione di non offrire più ospitalità ai partigiani e di rimanere tranquilli nelle loro case.

Ciò risulterà una menzogna ignobile a cui viene prestato credito per la sprovvedutezza del momento dettata dalla paura.

Con questo stratagemma i nazifascisti riescono a dissipare momentaneamente le apprensioni e ad affievolire la diffidenza degli abitanti di Torre Paponi, per poter mettere in esecuzione il loro insidioso piano, in particolare, per poter catturare più uomini possibile al momento opportuno, quando non guarderanno più di stare all'erta, premunirsi o nascondersi nei rifugi che si erano scavati per la campagna.

Anche l'accusa, che si sentirà ripetere poi dai fascisti con insistenza per giustificare la strage, che Torre Paponi ere un centro di banditi, sarà ben lungi da essere provata poiché il paese non è mai stato tale e tanto meno un centro di comando.

Nella notte colonne tedesche di rinforzo partono da Castellaro e salgono in direzione del monte Faudo e del passo Vena, rastrellano passo Follia e San Salvatore, si scontrano con pattuglie del distaccamento di “Italo” sotto il monte Faudo e sparano nell'oscurità, alla cieca, con mitraglie a canne da 20 mm. (5)

(5) (Da una relazione di Francesco Bianchi “Brunero”, responsabile S.I.M. al Comando della V brigata, del 19-12.1944 n. 217).

All'alba del 16 le S.S., accompagnate da una spia in borghese, investono il distaccamento “Nino Stella”, distruggono i casoni dell'accampamento, qualche arma e vari equipaggiamenti (una cassetta di munizioni per “Mayerling” con circa 200 colpi, cinque moschetti, otto coperte, la macchina da scrivere e un fagotto di Farina). I partigiani si ritirano presso il distaccamento di “Pancio” che non viene investito;però in giornata cade il garibaldino della IV brigata Antonio Novella “Novella” fu Giovanni, nato ad Arma di Taggia il 12-02-1923.

Altre forze nemiche occupano la valle di Dolcedo; sei autocarri carichi di truppa raggiungono il paese, poi il borgo di Bellissimi e Santa Brigida, quindi lanciano razzi bianchi; è il segnale dell'attacco. Rastrellano la valle sotto Santa Brigida, le zone a monte, Lecchiore e San Bernardo; lunghe raffiche di mitragliatrice e colpi di mortaio si ripercuoteranno per la vallate fino alle ore 19.00 (6)

(6) (Da una relazione di Italo Bernardi “Montanara”, responsabile S.I.M., al Comando della IV brigata, del 16-12-1944, prot. n. 360/N/12).

Contemporaneamente a Lingueglietta, dove sostano per poco, le S.S. altoatesine arrestano il parroco del paese don Vittorio De Andreis, ritenuto colpevole di aver avvertito i partigiani con i rintocchi del mattino della presenza nemica. Dopo aver incendiato molte case di campagna e prelevano ventotto ostaggi (che tradurranno alle carceri di Oneglia e quattro saranno inviati in Germania di cui uno non tornerà più), proseguono il cammino e raggiungono Torre Paponi che si sveglia al crepitio delle armi automatiche.

Oltre 800 uomini tra Tedeschi e fascisti stringono in un cerchio di ferro e fuoco il paese impegnandosi in una delle più sanguinose imprese che la storia della Resistenza in Liguria ricordi.

Investono l'abitato con una valanga di proiettili, sparano con artiglierie pesanti e leggere, con razzi e proiettili traccianti, mettono in azione lanciafiamme e mortai che iniziano la loro opera di demolizione.

Sospeso il fuoco dopo circa mezz'ora, con mitra alla mano si lanciano nel paese. La prima vittima dello sterminio è Antonio Fossati di anni 43, ucciso a bruciapelo sulla soglia di casa. Il Fossati non è un partigiano o un particolare amico dei partigiani. Nessuno di quelli che saranno le innocenti vittime dell'infamia nazifascista potrà mai essere incolpata, a parziale discolpa per legge di guerra, di aver direttamente appartenuto al movimento di liberazione nazionale.

Colpito da una raffica di mitra al ventre, il sedicenne Giacomo Papone riesce a trascinarsi per una ventina di metri invocando disperatamente la madre, finché una seconda raffica sparata da un Italiano in divisa tedesca e che gli grida “te la diamo noi ora la mamma”, non lo inchioda definitivamente al suolo.

Matteo Temesio, decoratore di 41 anni, catturato presso la sua casa e condotto un po' fuori del paese, è ucciso con un colpo di rivoltella alla nuca.

Ernesto Pagani, Valentino Gonella, Luigi Papone (uno degli ostaggi rilasciato il giorno precedente), Bartolomeo Papone e Francesco Barla, vengono trucidati in gruppo in mezzo alle vie del paese. Si proibisce alla popolazione di rimuovere i loro corpi abbandonati sul posto, spostarli o pietosamente coprirli con un lenzuolo.

Sorte analoga subisce un altro Bartolomeo Papone, padre di famiglia numerosa, selvaggiamente ucciso ed abbandonato per la scala della propria abitazione.

Stefano Papone quindicenne (secondo ostaggio rilasciato), è ucciso poco distante,nella piazza ove era solito giocare a bocce.

Pure colpito Cosimo Papone, ma con scarso successo perché, con mossa prontamente eseguita, riesce ad offrire un bersaglio soltanto parziale ai mitra delle S.S. Per cui, ferito di striscio, se la caverà con un braccio amputato.

Dalla chiesa, dove erano stati sospinti ed ammassati dopo la cattura avvenuta nelle loro abitazioni, vengono prelevati Egidio Papone (terzo ostaggio rilasciato), don Pietro Carli parroco del paese, don Vittorio De Andreis canonico-vicario di Lingueglietta, Andrea Ascheri, due profughi di Ventimiglia di cui uno dodicenne, ed Antonio Geranio; i civili sono immediatamente Trucidati lungo la rampa che immette alla mulattiera per Boscomare, invece i due religiosi, condotti in un fienile e uccisi, vengono cosparsi di benzina e bruciati.

Solo l'Ascheri, a cui si parla in francese e lo si invita a discolparsi, dopo aver subito una specie di processo farsa e dopo essere stato posto davanti al plotone di esecuzione per un po' di tempo, è rilasciato incolume, con minacce e l'ingiunzione di non muoversi dalla chiesa fino a nuovo ordine.

Compiuta la strage, gli assasini pongono mano al fuoco per cui ben poche case del paese rimangono indenni. Volutamente risparmiano la chiesa, la canonica, l'oratorio dei SS Cosma e Damiano ed alcune case site alla perifferia, invece incendiano tutte le altre case, la scuola e l'asilo, i fienili ele stalle.

Una densa nube di fumo si leva in aria e ben presto ricopre l'intero paese. Le case crollano con grande schianto in una scena apocalittica di desolazione e di morte. I superstiti, ancora ammassati in chiesa, vengono ammoniti a non uscire per le vie, pena la morte. I Tedeschi ed i fascisti, accampati in Torre Paponi, lasceranno l'abitato soltanto il giorno dopo, alle ore 11.30 circa (7)

(7) Col titolo “Fremete”, riportiamo dal giornale provinciale “Fronte della Gioventù d'Imperia” anno I n. 5 (1944) la narrazione dei tragici fatti di Torre Paponi: "... Ancora non sono dimenticati (e quando mai potranno obliarsi) gli insani terrorismi effettuati dai Tedeschi a Lingueglietta, Poggio, Stellanello, ed ecco nuovi e sempre più barbari eccidi ai danni delle nostre innocenti e pacifiche popolazioni contadine. A Torre Paponi, paese che conta 150 abitanti, incredibile a dirsi, i nazisti piazzarono la mitraglia antiaerea contro la popolazione e ne fecero strage orrenda: ventiquattro sono per ora le vittime accertate. Ci è stato descritto lo spettacolo: appena entrati nel paese i militi dell'UNPA videro corpi orribilmente maciullati, uomini, donne, giovinetti. E non solo, ma l'ira dei teutoni si riversò pure su due sacerdoti che sono stati buttati in una casa in fiamme e quindi carbonizzati. La popolazione è in preda al panico più atroce. Appena gli uomini dell'UNPA comparvero davanti ad essa, tutta raccolta in chiesa, furono scambiati per Tedeschi, videro tutta la gente terrorizzata alzare le mani; però quando, con buone maniere, fecero loro comprendere che erano amici, gli infelici contadini li abbracciarono invocando soccorso. Contemporaneamente Pietrabruna veniva bombardata dai folli, barbari Tedeschi, che uccisero tre persone, finché una loro concittadina residente nel paese riuscì a farli desistere dal massacro. E Villa-Talla? Pure incendiata dai massacratori di Hitler. Questi gli atti continui, tristi e feroci, degni soltanto di belve, compiuti nei nostri paesi.  Imperiesi, Italiani, meditate! Le ombre delle povere vittime implorano ven detta! Il loro sangue innocente, i Tedeschi lo devono mordere nella polvere. Giustizia sarà!...".

La suora Giovanna Simondini, rimasta ferita durante il bombardamento di Pietrabruna, morirà ad Imperia nei giorni successivi. Ballestra Francesco, Maccario Domenico e Maccario Mario sono gli altri ventimigliesi della frazione Torri, uccisi nell'incursione di Torre Paponi.
 
Specchietto riassuntivo delle perdite subite dal paese di Torre  Paponi (150 abitanti) durante  tutto il  periodo della Resistenza:
- Cittadini trucidati                28
- Case  incendiate                  82
- Vani distrutti                       61
- Bestiame asportato, capi,    23
- Partigiani locali caduti          4
- Danni alle opere pubbliche L.  348.546  (perizia del Genio Civile di Imperia)


Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977


lunedì 14 ottobre 2019

Profumo di maggiorana


Mi piacerebbe poter dire: “Fin dalla più tenera età ero certa che da grande sarei diventata una scrittrice”, ma non sarebbe del tutto vero. In realtà non sapevo dare quel significato al sentimento che mi trascinava verso la scrittura e i libri. Ero una ragazzina di provincia che leggeva di continuo e fantasticava, scriveva poesie e a quattordici anni progettava un romanzo, ma non conosceva scrittrici che potessero rappresentare un modello. Allora dicevo che da grande  avrei fatto la libraia,  così sarei entrata a pieno titolo nel mondo dei libri e delle storie.

Penso che quando si scrive in forma autobiografica, sia che si tratti di una breve nota come questa o di una vera e propria biografia, si proceda un po’ come si fa per un romanzo: si decide cosa lasciare fuori, si fanno delle scelte, come scrive Doris Lessing nel saggio “Scrivere un’autobiografia”. Perché l’opinione che abbiamo della nostra vita cambia di continuo, si modifica con l’età. Quello che si pensa di sé, quello che si ritiene davvero importante per definirci, è influenzato dai sentimenti del momento. Io fin’ora non ho mai scritto in forma dichiaratamente autobiografica usando la prima persona, ma ho disseminato tracce della mia storia personale nei racconti e nei romanzi. Ai lettori e alle lettrici l’onere di scoprirle, se ne hanno voglia.

Alcune note biografiche però sono inconfutabili. E allora eccole. Sono nata a Ventimiglia, in Liguria, ultima città italiana prima di arrivare in Francia. Da lì al confine sono solo pochi chilometri di mare e rocce, e borghi alti annidati sulle creste in mezzo ai pini e alle ginestre. La Mortola, Grimaldi, Ciotti, Le Ville. Luoghi bellissimi che amo ancora molto, e che purtroppo ormai vedo di rado. Appena più in là la costa francese, nitida da Mentone a Nizza, mi ha sempre comunicato la sensazione che i confini sono fatti per essere attraversati. Come quelli che si valicavano senza nemmeno accorgersene, andando per funghi in montagna verso Gouta e Cima Marta. Ho frequentato il Liceo Classico prima a Ventimiglia e poi a Sanremo, dove ho scoperto con orgoglio che quelle erano le stesse aule frequentate da Italo Calvino e da Eugenio Scalfari. Frequentare quel Liceo dal ’67 al ’69, gli anni della contestazione studentesca, mi ha aperto gli occhi sul mondo e cambiato la vita.

Vivo a Pescara ormai da molti anni, qui ho cresciuto le mie figlie, Francesca e Stefania; mi sono laureata, ho lavorato e costruito relazioni. Oggi sono definita da tutto ciò. Ma faccio mia l’affermazione di Calvino: “La Liguria è il mondo abitato dal vero me stesso all’interno di me”. E questo ha molto a che vedere con la creatività, l’immaginazione, le geografie dell’anima e della fantasia. Non credo che potrei vivere in una città dove non c’è il mare; ma l’Adriatico è molto diverso dal mar Ligure, non ha lo stesso odore e non ha suono. Anche i pesci sono diversi.

Ho fondato molti anni fa insieme ad altre amiche una associazione che si chiama “Centro di cultura delle donne Margaret Fuller” , che nei tanti anni trascorsi da allora ha accompagnato la vita culturale e politica di tante donne di Pescara.

Ho iniziato a sperimentarmi sul serio nella scrittura all’inizio degli anni ’90 con alcuni racconti pubblicati su Tuttestorie, rivista diretta da Maria Rosa Cutrufelli. Da allora non mi sono più fermata, anche se ho proceduto con passo lento perchè c’era una vita che andava vissuta.

Incoraggiata dai giudizi positivi di Grazia Livi sui miei primi racconti che le avevo chiesto di leggere, nel corso di una amicizia durata alcuni anni e di cui conservo gelosamente molte lettere, ho pubblicato nel 1999 il mio primo libro. Si trattava di una raccolta di racconti dal titolo La storia di un’altra (Edizioni Tracce), che ha inaspettatamente vinto il Premio Piero Chiara, il più importante premio letterario italiano dedicato ai racconti. Ormai non più stampato, si trova però in ebook suddiviso in tre volumetti. Del 2004 è il romanzo Il tempo dell’isola, che racconta l’inizio della guerra dei Balcani vista attraverso lo sguardo di due donne; prima di darlo alle stampe lo avevo sottoposto al giudizio di Predrag Matvejevic che lo aveva molto apprezzato. Sono seguiti due romanzi pubblicati da Piemme, Adele né bella né brutta, finalista al Premio Stresa 2008, e Una furtiva lacrima nel 2013...*

Ho curato la pubblicazione di libri di narrativa e saggistica scrivendo prefazioni e recensioni, organizzato iniziative di valorizzazione della storia e della cultura di genere femminile. Collaboro con la rivista Leggendaria, il LetterateMagazine, il Magfest (Festival di donne nel teatro). Da parecchi anni organizzo laboratori di scrittura creativa e autobiografica...


Maristella Lippolis

*Un elenco dei suoi libri pubblicati a questo link




lunedì 7 ottobre 2019

L'eco di Gardel nel ponente ligure

Gran parte della zona interessata da questo racconto: segnatamente, Latte, Frazione di Ventimiglia (IM), e dintorni
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Villatella, Frazione di Ventimiglia (IM)
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da Ho radici e ali di Arturo Viale