sabato 30 gennaio 2021

Il console scocciato faceva finta di impressionarsi

La Collegiata di San Giovanni Battista ad Imperia Oneglia

Dai centri di raccolta di Figueiras e di Albacete se ne arruolarono una dozzina di queste parti [la provincia di Imperia] coi repubblicani spagnoli, entrando nelle brigate internazionali: quattro caddero subito in combattimento nei primi scontri contro i falangisti. Nel frattempo il professor Parodi spiegava filosofia in còcina ligure e trascurava le riforme di Bottai, - ma va a spigolare -; qualche altro rifiutava il voi dalla cattedra come Giraud galantuomo o la Biglia la Drago e la Giobbia sempre recidive e sempre sorvegliate per antifascismo schietto.
Proprio soltanto una bravata liceale fu il pestaggio serale del professor Osilia, che era pacifista e se ne andava tranquillo pei fatti suoi; non capiva assolutamente, manco a spiegarglielo, il concetto futurista di - guerra-igiene-del-mondo -. Sempre in quei tempi, gli studenti marinavano la scuola istigati dai gerarchi per le dimostrazioni interventiste.
Ogni tanto si riunivano vociando sotto il consolato di Francia per Nizza Savoia e Corsica, le volevano subito all'atto pratico siccome ci spettavano, perdio.
Mentre il console scocciato faceva finta di impressionarsi socchiudendo le persiane, loro insistevano per averle tutte insieme ste colonie in una volta sola senza transigere, altro che balle. Per il resto, le solite fesserie: qualche avanguardista scelto per il campo dux, qualcuno più ruffiano ai ludi juveniles. A maggio in piazza d'armi, tutti gli anni sempre uguale, c'era il saggio ginnico coi professori di ginnastica pettoruti come li avevano confezionati alla Farnesina; molto seriamente esibivano i loro prodotti in dinamismo, come fossero sempre all'accademia. Ogni sabato il premilitare uno due, uno due, dietrofront con tutte le varianti fuori ordinanza per i bulli, e sempre così, era proprio una menata insopportabile; poi bisognava ricominciare sempre da capo a montare smontare e rimontare il moschetto, che uno se ne faceva una panciata; bisognava impararne tutte le buffetterie ad occhi chiusi soltanto toccandole, e guai a sbagliare.
5. Una volta a Porto Maurizio, sul più bello, durante una riunione all'ingrande del Guf, il patatrac capitò mentre erano tutti in divisa tra gli stucchi dorati del ridotto del Cavour.
Gerarchi in orbace con cianfrusaglia pendente sullo stomaco, si alzò Angelo Magliano universitario antifascista, senza camicia nera, per dire che dopo tante pagliacciate sissignori era ora di mettere il dito sulla piaga.
Ma nessuno fiatò nel silenzio lì per lì; allora disse anche delle altre cose ancora più taglienti perché lui sapeva parlare, e invece i gerarchi no; così loro sapendo solo comandare, sciolsero subito la seduta alzandosi in piedi tutti insieme e gridando forte - saluto al duce, rompete le righe.
In quei tempi i giuseppini della Fondura organizzarono all'ingrande dentro il collegio e fuori nella palestra, la tre giorni forti e puri dell'azione cattolica giovanile.
I giovani fascisti non erano d'accordo siccome volevano che di riffa o di raffa c'entrassero pure i destini fatali della città eterna, e le benemerenze della razza ariana.
Così strapparono gli striscioni di via San Maurizio e successe che nella impresa si offesero di più quelli del fascio; all'atto pratico corse qualche pugno nello scontro conseguente coi giovani cattolici istruiti da Padre Paravagna, e ci fu il parapiglia sui marciapiedi.
Sempre in quei tempi la folla, che tanto numerosa non si era mai vista in chiesa, straripava dalla collegiata di San Giovanni a Oneglia, quando don Boeri arciprete faceva predicare, bene in vista dalle balaustre, Giorgio La Pira e don Primo Mazzolari. Erano delle occasioni eccezionali, e a sentirli ci andavano anche quelli che a messa non ci andavano mai, neppure alla festa grande.
Più in dentro, nei paesi di queste valli aperte ai venti e alla pioggia, coi sagrati frusti, gli oratori erano più duraturi delle palestre della Gil; tra questa gente povera e tenace, sopravvissero fabbricerie e confraternite, coi registri rilegati in pelle di capra e le loro usanze guai a toccargliele.
Fra Ginepro cappellano della milizia arringava roboante i legionari d'oltremare per la quarta sponda, alé alla conquista; ma loro non ci capivano un tubo infastiditi dal sudore e dalla acidità di stomaco, fumando le milit.
Luigi Gedda faceva il tenente medico a Campochiesa, era di complemento, e nel frattempo collaudava l'azione cattolica pacelliana nella cella campanaria del Sacro Cuore di Albenga incitando jodel jodel ju falò, che era il suo grido va a sapere alla montanara, come lo voleva lui.
Moriva nella sua Casa rossa, tra le essenze salmastre i pini silvestri e i riflessi grigioargentei del Capo Berta, il poeta dei bimbi Angiolo Silvio Novaro, quello del «Cestello», rinomato assaggiatore d'olio e compilatore del testo unico per la quarta elementare, tutti balilla.
Gli fecero un funerale solenne, come a Oneglia non ne avevano mai visto, con feluca e spadino di accademico d'Italia sul cofano. Tutte le scolaresche in divisa della gioventù italiana del littorio venivano dietro bene allineate e coperte; finché il gerarca mandato da Roma in camicia nera, rappresentando il duce al cimitero, fece il discorso e tutti dissero - presente.
6. Giovanni Strato si ripassava in solitudine i momenti forti della storia locale per riparlarne coi suoi studenti, e allevava antifascisti in cospirazione coi fratelli Calvini, poi coi Serra.
Alla sera di nascosto a poco a poco traduceva Hitler m'a dit e i discorsi di Churchill, che ricopiava a mano, facendone delle copie per distribuirle a suo rischio e pericolo.
Nella tabaccheria di Amoretti a Porto, dietro un paravento, sotto il naso dei poliziotti, si rimontavano tutte le volte che facevano di bisogno i pezzi del ciclostile della cellula.
Poi Castagneto Elettrico smistava le copie de l'Unità sottobanco senza farsene accorgere, e proprio lì a due passi dalla questura fissava gli appuntamenti interpartitici della cospirazione.
I giovani cresciuti in sacrestia con don Gerini don Vìcari e don Montanaro, mostravano ai passanti l'Osservatore Romano con sussiego; magari non lo leggevano neanche perché era difficile, ma lo mostravano dalla tasca della giacca. Lo tenevano con la testata bene in vista sulla crocera per cimentare i fascisti che passeggiando avanti indietro facevano i bulli; erano i tempi che Trucchi e Faravelli ci sguazzavano da marpioni col regime, cuccandosi gli appalti uno sull'altro in Africa Orientale e in Spagna, quando andavano o venivano immanigliati a generali gerarchi ispettori e affaristi, con tutto il bataclan dei maneggioni che gli stavano intorno.
Dicevano perfino di una volta, quando Franco fu alle strette senza soldi per qualche manrovescio marocchino che gli era capitato all'improvviso: allora invece di valuta gli esibì in pagamento un treno blindato con tutto il munizionamento e gli accessori giusti per farlo funzionare, tutto in regola.
A quei tempi era già famoso il pilota Cagna di Ormea, perché dicevano che fosse il più giovane generale dell'aviazione fascista.
Era diventato il beniamino di Italo Balbo avendo trasvolato l'Atlantico nella sua carlinga durante la crociera del decennale, e così aveva cominciato prima la carriera; poi si disperse da eroe nel Mediterraneo, chissà dove, guerreggiando col suo aerosilurante.
Sempre in quei tempi capitava in Riviera elegantissimo, gardenia all'occhiello in torniture di versi raffinati, Francesco Pastonchi fine dicitore; seguiva da esperto la distillazione della lavanda sul Col di Nava, e ci teneva a farsi ammirare nel profumo di zagare o di mimose dalle signore del bel mondo ai trattenimenti del casinò di Sanremo. 

Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982, pp. 11-13

Dal 1940 al 25 luglio 1943 gli antifascisti si fecero più numerosi, diventarono più attivi, e si formarono dei veri e propri gruppi clandestini tendenti deliberatamente ad abbattere il fascismo.
Lo scrivente, prof. Strato, come esponente dei gruppi da lui creati ed organizzati, già attivi nel 1940, e che comprendevano circa un centinaio di persone in Imperia e fuori di Imperia, venne a contatto con esponenti di altri gruppi e con altri antifascisti. In queste pagine si limiterà a ricordare qualche persona isolata e alcuni fra gli esponenti di gruppi che, durante la guerra o subito dopo, svolsero una certa attività o ebbero qualche mansione, mentre spera di potere essere più completo in un eventuale studio più ampio. Così vengono ricordati specialmente: l'ing. Vincenzo Acquarone, con gli Oddone Ivar e Bruno, con Eliseo Lagorio, con Todros Alberto, con Carlo Carli e con altri: il prof. Bruno Giovanni, con Ugo De Barbieri di Genova, con Gazzano Federico, col sergente Alfredo Rovelli di Sanremo, e con altri; il rag. Giacomo Castagneto; Felice Cascione; Magliano Angelo (residente a Milano); l'avv. Ricci Raimondo; i proff. Giuseppe Maranetto e Letizia Venturini; la prof.ssa Costantino Costanza (residente a Torino): i Calvini (Nilo e Giovanni Battista o «Nanni») di Bussana; Lorenzo Acquarone, di Artallo; Nino Siccardi (poi «Curto») (11)*. Ognuna delle persone sopra ricordate, e altre collegate con esse, che non abbiamo potuto elencare perché nel presente volume è solo possibile accennare brevemente a questo argomento, avevano a loro volta una cerchia più o meno vasta di amici, ad essi uniti per lo stesso fine e con lo stesso ideale. I gruppi, per lo più, si tenevano in contatto per mezzo dei principali esponenti; e persone e gruppi costituivano una fitta rete cospirativa, che svolgeva un'attività particolarmente intensa.
Dei gruppi costituiti e diretti dallo scrivente fecero parte, fra gli altri, Enrico e Nicola Serra e Sergio Sabatini.
(11)* Dietro invito di Magliano Angelo, fatto in una delle molte riunioni clandestine tenute in casa dell'Ing. Vincenzo Acquarone, alcuni di noi, fra cui lo scrivente, avevano prenotato e poi acquistato copia del volume «Presupposti di un ordine internazionale» di Guido Gonella, Edizioni <<Civitas Gentium», Città del Vaticano, 1942.
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, p. 59

Enrico Serra (Imperia, 4 maggio 1921 - Gusen, 2 febbraio 1945) è stato un partigiano italiano.
Enrico Serra nacque ad Imperia il 4 maggio 1921; venne arrestato e rinchiuso nel campo italiano di Fossoli, nel settembre 1943, in seguito ad un'azione partigiana.
Da qui venne poi trasferito con il fratello Nicola ed i compagni Raimondo Ricci ed Alberto e Carlo Todros nel campo di sterminio di Mauthausen, dove a causa dei terribili stenti, morì il 2 febbraio 1945.
Il 19 settembre 1994 il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, gli concesse la Medaglia di Bronzo alla memoria e al Valor Militare con la seguente motivazione: "Subito dopo l'8 settembre 1943 si adoperava per il recupero delle armi e l'organizzazione di bande armate per la lotta di liberazione. Catturato dai nazifascisti e deportato in Germania, moriva nel campo di concentramento di Mauthausen, dopo avere sopportato stoicamente, per oltre un anno, sevizie e sofferenze".


 

sabato 23 gennaio 2021

La città dei fiori, in realtà, era in passato la città degli agrumi


"Cominciare dallo staccare i frutti dalle fronde pendenti ed andrai man mano disponendo con riguardo come fossero uova, i frutti nel paniere. Appena esso sia pieno converrà che il garzone vada a vuotarlo sulla tenda con la massima attenzione, mentre tu ti servirai dell'altro paniere. Dei luoghi degli alberi a cui non arrivi con la mano, serviti del gancio di legno (Bruncin) onde abbassare i rami; ma con avvertenza di non squarciarli, massime i vecchi, perché non elastici. Bada bene a non tirare mai il frutto, perciocché se esso è perpendicolare senza peduncolo e se obliquo senza scorticare il gambo. Raccolto che avrai alle fronde basse, girerai sulla scala attorno all’albero per raccogliere sulle alte; se poi rimangono frutti da non poterli raccogliere che montando sull'albero lo farai con riguardo alle fronde, ai fiori, e ai piccoli frutti. Attrezzatura adatta. Scarpe con suola di corda, o dammeno sottili e pieghevoli, un gancio di legno (bruncin) 75 cm., due pagneri (cavagni) imbottiti, con gancio per appenderli ai rami, una tela grande di tela grossa, una scala a tre piedi e il calibro anello, quando la rugiada sarà asciutta".
Quando a fine '800 queste regole vennero disattese e i limoni arrivarono a destinazione in pessime condizioni persero la supremazione sui mercati europei.
I limoni siciliani con prezzi più bassi e spediti confezionati nella bambagia arrivavano fino in Russia in perfetta forma.
La cura quasi religiosa per queste piante che portavano ricchezza non è più riscontrabile in nessun ambito odierno.
Commuove quasi la delicatezza pari a quella di una madre per i suoi figli.
Irma Beniamino, Giardini di agrumi nel paesaggio di Sanremo. Coltura e varietà nei secoli XII-XIX, Editore Guaraldi, 2017

Secoli di florida produzione di aranci, cedri, limoni e altre specie agrumicole sono trascorsi prima della fine del XIX secolo, quando la ferrovia ma soprattutto una cospicua e rapida espansione edilizia hanno sostituito una realtà paesaggistica del territorio rivierasco dove gli agrumi erano l'elemento dominante dell'agricoltura e del commercio locali. A questa storia si è dedicata con grande perizia e cura, la paesaggista Dott.ssa Irma Beniamino che dopo la tesi di Laurea, premiata dall'Università di Torino con la dignità di stampa, ha per vari anni continuato ad esplorare biblioteche, musei, archivi pubblici e privati alla ricerca di notizie utili a ricostruire i vari aspetti tassonomici, agronomici, produttivi e commerciali di un importante indirizzo colturale oggi praticamente scomparso. Al termine del privilegio di una "prima lettura" di quest'opera ritengo di poter affermare che la Comunità sanremese deve riconoscenza alla Dott.ssa Beniamino per avere con pazienza e competenza esaustivamente ricostruito una pagina così importante del suo passato.
Enrico Baldini, Prof. Emerito di Arboricoltura Generale nell'Università di Bologna, in Irma Beniamino, Op. cit.

C’è una Sanremo fatta di giardini di agrumi, specie autoctone e commerci internazionali, del profumo dei cedri, del giallo dei limoni che si stempera nell’arancio dei mandarini antichi. Una Sanremo che parla di storia e di colture oggi scomparse: un mondo, e un paesaggio, raccontati con perizia da Irma Beniamino nel suo ultimo libro Giardini di agrumi nel paesaggio di Sanremo. Coltura e varietà nei secoli XII-XIX.
Storica e paesaggista, Irma Beniamino aveva lavorato in passato sulle coltivazioni sanremesi insieme all’indimenticato Libereso Guglielmi. La ricerca sugli agrumi ha radici nella tesi di laurea e indaga un aspetto poco noto di queste colture, diffuse in Riviera sia per scopi commerciali e alimentari, sia per uso estetico. “Nel libro descrivo la coltivazione degli agrumi a Sanremo, ma anche la trasformazione del paesaggio - racconta - e poi le varietà, con la loro diffusione nei giardini storici italiani ed europei dall’epoca barocca in avanti”. La prima documentazione iconografica degli agrumi in città è databile a metà del ‘600, mentre per la parte varietale la prima citazione risale al XII secolo. “Da lì arriviamo fino ai primi del ‘900 - aggiunge la Beniamino - fino alla sparizione dal paesaggio e quasi anche dalla memoria. Eppure in territori limitrofi, come a Mentone, la memoria è rimasta più forte, sebbene non ci fosse la notorietà internazionale di Sanremo”.
La città dei fiori, in realtà, era in passato la città degli agrumi, con varietà che ne portavano il toponimo e ne avevano costruito la fama internazionale. Sanremo era infatti famosa per i cedri, considerati i migliori d’Italia e capaci di richiamare, fin dal Medioevo, la presenza di commercianti ebrei in arrivo da tutta Europa. E poi c’era il cosiddetto limone di Sanremo, documentato in decine di pubblicazioni e nelle collezioni delle orangerie dei più importanti giardini storici d’Europa. “Alcune varietà esistono ancora oggi - spiega l’autrice - ma sono limitate alle collezioni storiche, per esempio quelle medicee di Boboli a Firenze, oppure a un vivaismo di agrumi antichi molto specializzato”.
Alessandra Chiappori, Giardini di agrumi a Sanremo, Riviera dei Fiori info

lunedì 18 gennaio 2021

Le rocce di Sant'Ampelio (di Vera Noach-Kas)


Quest'inaspettata pace

rende la tua assenza

una mera illusione,

come un'onda

che mai si avvicina,

un lontano dolore

che facilmente si ignora,

che ci lascia tornare

al nostro ruolo da recitare

o con il cuore più leggero

nuotare a riva

dove ogni struggimento

s'allontana come polvere

(e si è mondati da quella

indefinibile inquietudine

che alcuni chiamano amore),

tra queste consapevoli rocce.

Vera Noach-Kas

P.S. Le rocce di Sant'Ampelio sono gli scogli dell'omonimo Capo di Bordighera (IM) 


 

Imperia è...

Un'edizione della Fiera del Libro di Imperia, successiva alla data del post qui trascritto - Foto: Guido Guglielmi

Foto: Guido Guglielmi

imperia è il vento che trascina disordine….
imperia è il vento che trascina eventi… notturni.. diurni
imperia è la grandezza di un tempo… l’onore ferito
imperia è il negozio di fiori in piazza san giovanni…
imperia è un gelato alla fragola….
imperia è gente che passa in fretta… tutti con i loro sgurdi
imperia… infame? no imperia di sapori estivi…
imperia… dei posti auto che vigilano… su quelli buoni…
imperia è sabbia che sale… finestra che scende….
imperia è uno scalino del muro di piazza calvi…
imperia è montagna col cai imperia… imperia son le
sale comunali.. con dibattiti accesi… bilanci.. preventivi…
imperia è una bella ragazza da baciare….
imperia è piena di se…. o di me….
imperia è i suoi milioni di blog….
imperia è un giardino poco … curato…
imperia è la lavanda abbandonata…
imperia è ineja è san giovanni….
imperia è la fiera del libro… che se pur piccola esiste

Foto: Guido Guglielmi


Guido Guglielmi, 27 maggio 2010 


sabato 16 gennaio 2021

Mario Bardelli, un maniacale collezionista di immagini

Mario Bardelli, Mattino al bar, 2010 / olio su tela / 150x100 cm - Fonte: catalogo Saturarte 2010

Un disordinato collezionista di immagini. È questa l’idea che Mario Bardelli ama trasmettere di sé stesso. Nato a Genova, vissuto in Brasile per un lungo periodo e ora a Sanremo, inevitabilmente porta dentro simili esperienze e stili di vita così differenti. Ed è questo ciò che si trova in “Istantanee mentali”, la mostra personale di Mario Bardelli a Genova, organizzata dall’organizzazione culturale Satura. La mostra resterà aperta fino al 12 giugno: da non perdere!
ISTANTANEE MENTALI
Tratto peculiare dell’arte di Mario Bardelli è proprio la capacità di penetrazione di quel quotidiano fatto di mille sfaccettature che la frenesia del giorno d’oggi violenta ripetutamente. Con grande versatilità e piena consapevolezza del mezzo pittorico riesce infatti a fissare in immagini singole unità che compongono il nostro vissuto e che troppo spesso ci scorrono accanto indistintamente. Le sue riflessioni oltre che nell’uomo e nella natura trovano spunti potenti in immagini semplici e pienamente contemporanee come la solitudine di una sedia o un market. Si tratta di estrapolare il particolare dall’insieme.
LE OPERE
Le sue opere prendono dunque le mosse da un duplice movimento: così come dal punto di vista tematico strappa con forza i suoi soggetti a una annebbiata visione d’insieme allo stesso modo lavora a levar via stesure di colore, come se con le sue mani ci aiutasse a lacerare il pesante velo dell’abitudine che molto, se non tutto, ci nasconde. In questo modo dall’emergere nitido di un’ombra o della piega di un abito, prendono forma, come in un processo di sviluppo fotografico, frammenti nuovi di realtà.
TRA PITTURA E FOTOGRAFIA
Pur essendo la sua opera puramente pittorica, stretto però è il rapporto con la fotografia soprattutto nella fase iniziale di ideazione. Possiamo ad esempio osservarne le tracce nella variegata umanità che entra di prepotenza a far parte delle sue tele. L’artista fissa per due volte l’immagine: prima nella sua testa e in seguito, adeguatamente rielaborata, sulla tela. Queste istantanee interrompono il naturale fluire del tempo concedendoci la possibilità di conoscere meglio noi stessi, quello che portiamo nascosto dentro e ciò che ci circonda.
LE PROVOCAZIONI DI BARDELLI
Ma proprio nella fissità delle sue immagini è insito un contrasto: forte è infatti la sensazione di movimento latente, imprigionato, che non si arrende e combatte contro quella forzatura per poter tornare a scorrere frenetico. Un’antitesi ineliminabile per l’uomo e la società attuale. Mario Bardelli sembra provocarci, chiedendoci se troveremo il tempo per affrontare quella visione frutto di un procedimento di introspezione che troppo facilmente allontaniamo. È dunque solamente dentro di noi che possiamo trovare la camera oscura che ci permette di sviluppare le più definite fotografie di quel informe reale in cui siamo immersi. E per raggiungere ciò fa della semplicità e dell’essenzialità elementi imprescindibili, sia nella stesura cromatica, sempre armonica che nell’individuazione dei soggetti. Tutto ciò che è di troppo, che è distrazione viene sacrificato per giungere a una visione quanto più sensibile e completa possibile della realtà che giorno dopo giorno ci sfugge. Inoltre citazioni di periodi da lui ben conosciuti come il Manierismo oppure di volti che richiamano alla mente l’opera di Francis Bacon fanno di Mario Bardelli un artista profondamente colto, in grado di rielaborare con grande armonia e forza espressiva suggestioni eterogenee.
INFORMAZIONI
ISTANTANEE MENTALI - mostra personale di Mario Bardelli
a cura di Simone Pazzano
aperta fino al 12 giugno 2010
orario da martedì a sabato
ore 15:30 – 19:00
SATURA associazione culturale centro per la promozione e la diffusione delle arti
piazza Stella 5/1, 16123 Genova tel/fax: 010.246.82.84
Web: www.satura.it
Redazione, Istantanee mentali, la personale di Mario Bardelli a Genova fino al 12 giugno, mondo Viaggi blog, 4 giugno 2010 

Mario Bardelli, Le amiche, 2018, acquerello su carta, cm.40,5×30,5 - Fonte: neldeliriomaisola Il blog di Chiara Salvini

Mario Bardelli, L'attesa, 2016 (computer graphics) - Fonte: neldeliriomaisola Il blog di Chiara Salvini

[...] La S.V. è invitata a visitare la mostra che si inaugura Giovedì 26 Luglio 2018 alle ore 17,30 nella sede dell’Unione Culturale Democratica e della Sezione ANPI di Bordighera (IM), in Via al Mercato, 8.
L’esposizione rimarrà aperta al pubblico tutti i giorni, dalle ore 17,30 alle ore 19,00, fino a Domenica 5 agosto 2018
Mario Bardelli, Esterina (computer graphics) - Fonte: neldeliriomaisola Il blog di Chiara Salvini

[...]
Mi chiamo Mario Bardelli e sono nato un po’ di anni fa a Genova. Ho vissuto molti anni in Brasile alternando alla mia attività di architetto quella di grafico e pittore.
Da quando sono rientrato in Italia ho esposto a Roma - Ambasciata Brasiliana; a Milano - galleria Sant’Erasmo, Centro Ucai Arti Visive, Centro Culturale San Michele; a Genova - Satura Associazione Culturale; a Sanremo - Biblioteca Pubblica, Casinò Municipale; e, 2last but not least", all'Unione Culturale Democratica di Bordighera.
Diversi critici hanno avuto la bontà di occuparsi delle mie opere. Alcuni con parole elogiative che la modestia mi trattiene dal citare.
Come auto-presentazione preferisco definirmi un maniacale collezionista di immagini, un “voyeur”, tutto sommato mite, inoffensivo e rispettoso.
In questa mostra ho dedicato la mia accorta attenzione ai manichini che ci guardano impassibili dalle vetrine e a volte pubblicamente si spogliano, senza peraltro perdere la loro ieratica indifferenza [...]
Unione Culturale Democratica e Sezione ANPI di Bordighera 
 

sabato 9 gennaio 2021

Un gigante spiaggiato dalla furia del mare


Un gigante spiaggiato dalla furia del mare.
Era un grande pioppo che costeggiava la riva sinistra del Nervia. 1
Il torrente ingrossato dalle piogge lo avevano trascinato alla foce e da lì in mare aperto annegato a metà oltre il frangiflutti.
Il mare ha dimostrato al torrente di essere più forte, come sempre.
Quando era ritto e puntava verso il cielo l'albero non era mai stato fatto segno di tanto interesse.
Ora da morto pareva a quegli stupidi esseri umani che lo fotografavano molto più interessante.
Nella sua lunga vita aveva ospitato migliaia e migliaia di uccelli stanziali e migratori per riparo e nidificazione.
Molti suoi colleghi sono stati brutalizzati durante la messa in opera del ponte e della ciclabile. Alcuni perché malati, altri perché creduti tali, altri ritenuti pericolosi.
Tagliati ad un metro da terra, i giganti stanno dimostrando di non essere morti per niente.
Nuovi getti salgono vittoriosi verso il cielo.
Dovranno rifare tutto il percorso per tornare quello che erano, incontrando il pericolo sempre in agguato della sega assassina.
Sono scesa a piedi verso la foce del mio torrente.
E ho ritrovato il pioppo che, dopo le furiose piogge, era oltre gli scogli, sulla spiaggia.
Ho dovuto attendere che tanti fotografi si immortalassero vicino al pioppo e si togliessero da mezzo.

Gris de lin 

1 nel territorio di Camporosso (IM); la sponda destra, invece, è nel comune di Ventimiglia 

 

giovedì 7 gennaio 2021

Contrabbandiere di parole nei cieli di Cézanne


"Andiamo, andando". Con il passo lento e cadenzato sulle asprezze del terreno scosceso dei pascoli di Provenza, Francesco Biamonti ci ha dato, otto anni dopo il suo primo romanzo L'angelo di Avrigue, una nuova narrazione [FRANCESCO BIAMONTI, Vento largo, Einaudi, Torino 1991, pp. 107]. Quell'"Andiamo, andando", che pronuncia uno dei personaggi del ligure Biamonti, esprime la misura della sua scrittura. Una scrittura che si fa meditando sulla scrittura e bruciando nell'atto di stenderla. Francesco Biamonti è scrittore molto colto, uomo che ha letto tutti i libri, che ha accettato la leggenda di essere, laggiù, nell'ultima Liguria, fra Bordighera e la frontiera, un "coltivatore di mimose" per pubblicare il suo primo libro e incuriosire, con la carta dell'insolito mestiere, i primi lettori dell'indu-stria editoriale [...]
In realtà Biamonti è un flaneur della notte, un ex bibliotecario della ventimigliese Aprosiana, un lettore di filosofia e poesia, divoratore di cultura francese e spagnola. E un attento conoscitore di pittura. È la pittura a nutrire, di continuo, la sua visione, da Morlotti a Cézanne a de Staél.

Se con L'angelo di Avrigue Biamonti aveva raccontato i frammenti di un giallo, con un ragazzo morto per droga, un marinaio colpito dal male dell'orizzonte, in Vento largo lo scrittore affronta il tema del gelo e dell'abbandono.
Varì ha le terre bruciate dal freddo: non vale più la pena di riprendere a coltivarle. Si lascia attrarre dalla proposta di Sabel, a cui è morto il padre, vecchio passeur di clandestini, di tener fede agli ultimi impegni: indicare e portare, attraverso gli impervi passi, gruppi di disperati verso l'agognata Francia. Varì, affascinato da Sabel, accetta. E inizia quel pericoloso, solitario lavoro, muovendosi nella notte e fra le rovine di un paesaggio dove tutto sta morendo, paesi e natura. Una morte che tocca anche gli uomini, persi nella vecchiaia, nell'instabilità affettiva, nello spaesamento individuale che li fa muovere verso lontani orizzonti o bruciare negli inferni della droga.
Varì cammina, affronta i passaggi. Lo tiene in viaggio il sorriso dolente di Sabel. E, quando lei scomparirà, sottraendosi al suo sguardo, la cercherà sui grandi altipiani di lavanda che incendiano i cieli di Provenza, sul mare. Ma senza troppa convinzione, sicuro che la libertà di restare o andare, esserci o non esserci, è, troppo privata e grande per cercare di mutarla. Biamonti racconta, attraverso una lingua lirica sempre alta, al massimo dei giri, che rischia e la maniera ("Povero cane da pastore, ridotto a cane da passeur da quattro soldi, tu pensi che la rivedremo, con quei suoi occhi chiari d'oltremare, di cielo toccato dal bianco eterno delle nevi?") una Liguria tramontata, perduta. Una Liguria riscoperta, molto dopo gli inglesi, da tedeschi e olandesi, in cerca di rifugio e nicchie nelle quali sopravvivere, alla meglio, tirando su ristoranti, allestendo barche per turisti, spargendo droga. È la Liguria estrema dei passeurs, dei valichi clandestini, sconfitti ormai, dalla grande Autostrada dei Fiori, sulla quale si svolge il commercio dei passaggi e degli intrighi.
È, la Liguria di Biamonti, quella degli anni cinquanta e sessanta, una Liguria di roccia umida, muschiosa, dove i paesi si trasformavano in cascate d'acqua, in morgane di sabbia. E Biamonti la racconta nei suoi colori di luci e ombre, ma, si direbbe, guardandola non già dov'è, ma dove è già stata riportata: nei cieli di Cézanne, nella roccia di Morlotti, fra le ali dei gabbiani ("Intonacati d'aria") di de Staél. Un paesaggio materico, un paesaggio di pittura. Ed è in quei pittori che Biamonti riconosce Liguria e terra di Provenza e ritrasforma in emozioni e ferite dolenti.

Sergio Ciacio Biancheri, Francesco Biamonti

Non bisogna dunque cercare in Vento largo una storia forte, una struttura robusta. Si direbbe che a Biamonti non interessi, i suoi sono personaggi di vento, vanno e spariscono, si muovono e s'afflosciano, vengono avanti e deviano improvvisi. Non sempre, come il vento, c'è un perché a sorreggerli. Così, è leggera la trama che lascia intravedere strappi e necessità di qualche punto di sutura, soprattutto verso la fine, dalla fuga di Sabel al suo misterioso eremo. Ma a Biamonti interessa la lingua e non la storia, scoprire i nervi della parola e ascoltarli battere. Pietre "conchillifere", "glomeruli", il "chelato era fotofobo", scienza della parola e parola della scienza, trovano in Biamonti un abilissimo, sincero, artigiano, al limite del virtuosismo, colmo d'echi e schegge sbarbariana.
Biamonti scarnifica il linguaggio, lavora in levare, vorrebbe comportarsi come la luce che descrive: "divorava i suoi stessi riflessi e lasciava le cose nette..." [...]

Nico Orengo, L'indice dei libri del mese, Anno VIII, N. 5, maggio 1991


martedì 5 gennaio 2021

A Sanremo, pensando ad un vecchio incontro con Arpino

Ed ecco questo libro trovato assieme a centinaia di altri nella pubblica e gratuita biblioteca del Mercato Annonario di Sanremo. Chi vuole disfarsi di libri o qualcosa che è stampato su carta lo porta al Mercato... e chi non ha euro per acquistarli va sempre al Mercato e li "acquista gratuitamente". Riki, un commerciante che ha lo stand al mercato, ne è il factotum. Ha piazzato persino un pianoforte per chi si sente un Mozart. 
Con Arpino avevo una lunghissima amicizia nata da una inimicizia. 
Già. 
Ve la racconto. 
Era il 1962 ed Arpino diede alle stampe il suo primo libro titolato "Una nuvola d'ira". 
Appena ritirato dalla tipografia sotto l'egida di Rizzoli... cosa decide di fare l'Arpino? 
Un incontro presso la Libreria Popolare di via Saluzzo di proprietà di Riccardo Calderini. 
Vengo invitato da Riccardo assieme a Cino Petruzzelli, allora responsabile di Zona Parella del PCI, per discutere il breve romanzo in cui una copia torinesi di operai comunisti (moglie e marito) vive la propria vita normalmente nonostante il marito sapesse che la moglie aveva come amante un suo amico, compagno anche lui.
All'incontro presso la Libreria c'era anche un giornalista ed il fotografo della rivista VIE NUOVE, allora rivista del PCI nazionale. 
Fatto è che noi 4 destinati a discutere, con Arpino presente, su quel libro avemmo qualche divergenza sul giudizio. Calderini lo promosse, Petruzzelli lo criticò. Il giornalista scelse la via di mezzo tra il sì ed il no. 
Toccava a me. Feci un esempio nato lì per lì dopo aver sentito gli altri. Mi rivolsi ad Arpino dandogli il solito "tu" come si usava (e si usa tuttora) tra compagni. 
"Senti Giovanni, immagina che io debba andare a Bologna in treno per ragioni varie e, per passare il tempo, acquisto la tua 'Nuvola d'ira' presso l'edicola che fa anche da libreria a Porta Nuova... e comincio a leggere in attesa che il treno parta. Una decina di minuti dalla partenza ed il tratto sino al ponte sul Po prima di Moncalieri è il tempo passato sul tuo testo. Quando il treno è sul ponte abbasso il finestrino e getto la tua "Nuvola d'ira" nelle acque... e lo seguo come fosse una liberazione". Il giornalista prendeva nota sul taccuino scrutando sia Arpino, oltre me... ed il suo fotografo si dava da fare tra Arpino e chi vi narra... scattando foto a gogò.
Ci vollero quasi quattro mesi prima che Arpino mi rivolgesse la parola quando ci incontravamo.
Avevo la copia di VIE NUOVE uscita la settima dopo... ma poi l'ho smarrita o data a qualcuno che me l'aveva chiesta. Chi ha la copia di allora (credo fosse in autunno) può trovare un paio di pagine dedicate a questo "funesto incontro letterario" torinese.
Ora ho di Arpino "La suora giovane" qui in biblioteca e, se ci fosse ancora un altro incontro letterario qui a Sanremo, lo bacerei sulle guance anche se, con la mascherina, ci sono problemi.
 
Alfredo Schiavi
 

lunedì 4 gennaio 2021

Se io avessi una canzone (di Guido Seborga)

Uno scorcio di Bordighera Alta

Se io avessi una canzone da offrirti

sarebbero le mie parole più morbide più chiare

della mimosa sulla riva del mare.

Se io avessi una canzone da offrirti

sarebbe il mio amore più dolce e violento

della sete che mi prende a sera a Bordighera alta.

Bevo cognac e fresco rossese

e oltre il confine mi appare Parigi

al ritmo negro di Sona.

Se io avessi una canzone da offrirti

sarebbero le mie carezze

sarebbero i miei baci

sarebbe la mia forza consumata e lucente

tra questo mare

tra queste pietre

tra l'incanto verde del paese alto

ove tutto si può dimenticare.

E tutto rinasce al suono del vento

che batte sul tronco del chiaro ritorto ulivo.

Se io avessi una canzone da offrirti

la dovresti ascoltare con piacere

se sai essere donna libera,

liberata dal tenebroso senso del male.

Se sai essere donna libera che nasce al sole

al caldo sole della nostra estate.

Guido Seborga