venerdì 29 novembre 2019

Le sveglie non hanno più lancette e la luna...

Piazza Morosini a Ventimiglia (IM)

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Cervo (IM) - Chiesa Parrocchiale di San Giovanni Battista (Chiesa dei Corallini)

da Ho radici e ali di Arturo Viale




giovedì 21 novembre 2019

Il maestro Elio Lentini sull'Unione Culturale Democratica di Bordighera

Elio Lentini, Paesaggio di montagna (ferro patinato - cm 40 x66) - Fonte: Associazione Aniante-Lentini
 
A Dolceacqua (IM), dove vivo e ho l'atelier, incontro amici, pittori e scultori, con i quali spesso ricordo gli anni importanti della mia esperienza bordigotta. 

Mi riferisco agli anni '60-'70 del secolo scorso, quando frequentavo la Buca [sede dell'Unione Culturale Democratica di Bordighera (IM)] e seguivo attentamente le iniziative culturali ed i dibattiti che vi si svolgevano. 
Partecipavano personaggi di spessore della cultura e dell'arte, la cui esperienza era utile a noi giovani.
Oltre a Giorgio Loreti, ricordo con sentimento grato, fra molti altri, Francesco Biamonti e Guido Seborga


Era un mondo ricco di linguaggi letterari, di espressioni artistiche, di ricerche, che, con gli anni, con l'esperienza e la conoscenza, ognuno di noi ha ripensato e trasformato. 

E in quegli anni erano molti i giovani pittori dell'Accademia del pittore Balbo che frequentavano anche la Buca.
 
Con il passare del tempo e per la loro capacità di interpretare l'arte, alcuni sono diventati artisti conosciuti ed apprezzati a livello nazionale ed internazionale. 


Diversi argomenti che si discutevano alla Buca erano poi ripresi al Bar Irene in via Turati a Ventimiglia (IM). Spesso erano presenti Biamonti, Seborga, Zanzanaini, Elio Lanteri e, meno frequentemente, Antonio Aniante che, quando il discorso era sulla pittura, parlava dei grandi artisti che aveva conosciuto prima a Parigi e poi a Nizza. 
 
L'Ucd ha il merito, con la Buca, di avere offerto uno spazio di confronto tra artisti, pittori, scutori ed intellettuali, il cui segno è vivo nel ricordo di chi ha vissuto artisticamente quegli anni.
 

Per quanto riguarda la mia persona, la storia è più complessa e, in modo più particolareggiato, per il periodo che va dal '60 all''83, l'ho raccontata in pagine biografiche.

Così, anche per non perdere la memoria di quegli anni, in seguito ho fondato con alcuni amici l'Associazione Culturale Aniante - Lentini che, col patrocinio dell'Unicef, cerca di riproporre lo spirito della Buca nella "Saletta Unicef" di Corso Italia [l'Unicef ha nel frattempo cambiato sede], dove in questi anni hanno avuto luogo esposizioni personali di numerosi pittori nazionali ed internazionali, a conferma che Bordighera è e sarà sempre città di grande fermento culturale.


Elio Lentini
in Archivio Unione Culturale Democratica [di Bordighera (IM)], di Giorgio Loreti, marzo 2017



martedì 12 novembre 2019

Il capitano Bentley racconta


Negi, Frazione di Perinaldo (IM)

Può dirmi qualcosa capitano della sua missione di collegamento con il comando operativo della I^ zona militare della Liguria?

Il capitano dei paracadustisti inglesi Robert (Bob) Bentley, che ho conosciuto in montagna e che ora è qui tra noi quale ufficiale dell'A.M.G., scuote la bruna testa e mi sorride, agitando l'indice...

"mi chiede indiscrezioni che io non posso permettermi..."
... soltanto il racconto di qualche sua avventura tra le nostre montagne...

[Bentley parla a questo punto della preparazione della sua missione tra i partigiani: nel fare questo si riferisce anche alla Missione Kanhemann (o Kahnemann); aggiunge che aveva preso preventivo contatto con Stefano Leo Carabalona, che era già sbarcato clandestinamente dal ponente ligure in Costa Azzurra; dettaglia, poi, il suo sbarco clandestino del 6 gennaio 1945 a Vallecrosia (IM), dove era atteso da uomini del Gruppo Sbarchi della Resistenza e delle S.A.P.: di questi fa solo i nomi, anche perché erano stati di ausilio nella fase preparatoria, di Nino, Mimmo, Tonino, aggiungendo, di quest'ultimo, che lo aspettò a Negi *, Frazione di Perinaldo (IM), dove ormai stavano arrivando, come si vedrà più avanti, gli uomini di Gino. In effetti, in base alle disposizioni operative del comandante Holdsworth del 6 dicembre 1944, Bentley aveva già tentato con il radiotelegrafista caporale Millington di passare le linee ed entrare in Liguria attraverso i passi alpini: recavano con loro 500.000 lire per il compimento della missione e per aiutare i patrioti. Il maltempo e l’accresciuta sorveglianza tedesca avevano impedito il successo di questo approccio. Riprovando via mare, in una missione rinominata “Chimpanzee”, veniva accompagnato questa volta dal radiotelegrafista caporale MacDougall. A questo link una testimonianza da fonte diversa sulla fase iniziale di questa vicenda]

Documento segreto inglese del 13 gennaio 1945, rintracciato a cura di Giuseppe Mac Fiorucci in vista della preparazione del suo Gruppo Sbarchi Vallecrosia [Partigiani del mare], documento attestante anche l'avvenuto arrivo del capitano Bentley tra i partigiani della I^ Zona Operativa Liguria **

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Giungemmo a Negi [Frazione di Perinaldo (IM)] dove incontrammo un gruppo di partigiani di Gino
[Luigi Napolitano, di Sanremo (IM), in quel momento commissario del I° Battaglione "Mario Bini" della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni", poco tempo dopo vicecomandante della V^ Brigata] che ci attendeva per scortarci. Ripartimmo per Baiardo (IM). Alla prima svolta, in distanza scorgemmo due figure solitarie venire verso di noi: un uomo altissimo ed un altro che sembrava molto piccolo accanto al primo. I due sopravvenuti si posero in posizione di difesa nello scorgerci, poi riconobbero gli uomini che ci accompagnavano e ci vennero incontro. Erano Curto [Nino Siccardi, comandante della I^ Zona Operativa Liguria] e Gino, che andavano, senza scorta, a minare la strada. Ci presentammo e subito ci affiatammo...

Che impressione le fecero?

Curto quello di capo nato: calmo, freddo, anzi, intelligente e coraggioso, dotato, nella sua impassibilità, di una sua sensibilità concentrata e di un non comune spirito di intuizione. Gino, un ragazzo espansivo, esuberante di vita, ma capace di tutti gli ardimenti e di tutte le temerità.
Spiegai al Curto l'incarico ricevuto e ci comprendemmo immediatamente. Insieme salimmo ai Vignai [Frazione di Baiardo (IM)] e quindi passai con il battaglione di Gori [Domenico Simi, comandante del III° Battaglione "Candido Queirolo" della V^ Brigata]...

[... Alle 17.30 completammo l'operazione e raggiungemmo Vignai <Frazione di Baiardo (IM)>. Lì incontrai il sergente Henry Harris dell'USAAF che era stato con il maggiore Campbell... Più tardi scoprii che il sergente Harris era stato chiamato da Curto per controllarci ed essere sicuro che fossimo inglesi e non delle spie... Robert Bentley in Giuseppe Mac Fiorucci, Op. cit., ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia - Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM)]

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eravamo presso il Monte Faudo io, Curto, Sumi [Lorenzo Musso, commissario al comando operativo della I^ Zona Liguria] ed altri ragazzi. Si andava verso Imperia...

[altri testimoni raccontano altre esperienze di Bentley tra i partigiani: alcune saranno riportate in prossimi articoli]
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Dopo il rastrellamento tedesco a Beusi [Taggia (IM)] alla fine di febbraio 1945 il nemico aveva scoperto la mia presenza in montagna e mi dava una caccia spietata. Eravamo impossibilitati ad eseguire qualsiasi trasmissione e tutte le strade verso l'interno ci erano precluse. Gori, con il suo solito spirito pratico, pensò allora di prendere rifugio assieme a noi nel convento dei frati a Taggia. Scendemmo accompagnati da una guida del luogo...

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E poi debbo aggiungere ad onor del vero che i giorni trascorsi in convento dopo due mesi di marce forzate, di spostamenti incessanti, di ansie terribili, furono per me una vacanza meravigliosa. Si dormiva in soffitta - erano con me anche Sumi e il radiotelegrafista Mac Dougall - e si stava benissimo. Avevamo un vero letto su cui stenderci e riposare. Ogni sera la nostra guida ci portava i viveri e la cucina dei Frati non era certamente da disprezzare, dati i momenti. Ricordo e sempre ricorderò le simpaticissime figure dei miei ospiti. Padre Vittorio, uomo coltissimo, col quale si discuteva di politica; Padre Serafino ancora giovanissimo che suonava molto bene il violino e sapeva cantare magnificamente. Padre Serafino era anche addetto alla cucina e spesso esercitava la sua voce durante la confezione dei suoi manicaretti, il che talvolta comportava piatti insipidi o troppo salati e salse dal gusto strano... ma lo si perdonava in considerazione del piacere che ci offriva con le sue canzoni. Nè potrò dimenticare l'allegro Padre Badalucco (questo era almeno il suo sopranome) il quale considerava appunto Badalucco il centro dell'universo: ci dava lezioni di strategia aerea e discuteva con noi della necessità di un lancio di parecchie divisioni paracadutiste sulla cittadina per affrettare la fine della guerra!...

Di notte si usciva, ci s'internava nel bosco e si tentava di usare la radio, ma la vicinanza del tedesco e la mancanza delle batterie, che erano state abbandonate a Beusi, non ci permisero mai una trasmissione efficiente. Molte volte corremmo il rischio di essere presi... 

Anzi corse voce che lei era stato catturato.

  ... Ritornai a Beusi. Avevamo una capanna nel bosco. Il Battaglione Gori [Domenico Simi, comandante del III Battaglione "Candido Queirolo" della V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni"] si era riformato e stava con noi. Insieme a me erano pure Curto e Sumi. Simon [Carlo Farini, vice Comandante del Comando militare Unificato Ligure, ma già nel mese di luglio 1944, nella fase di assestamento con la creazione della II^ Divisione d'assalto garibaldina "Felice Cascione", ispettore nella provincia di Imperia, inviato dal Comando regionale per la coordinazione dei servizi militari] nel frattempo era partito per Genova...

Ora una notte, una bella serena notte di luna, raffiche di mitragliatrice vicinissime mi svegliano. Il grosso delle nostre forze si era spostato: eravamo nel bosco in cinque o sei soltanto. Strisciammo fuori e scorgemmo, proprio davanti a noi, a non più di trenta o quaranta metri di distanza, un'arma automatica nemica che rafficava verso l'alto bosco. Sempre strisciando il più silenziosamente possibile, in attesa di vederci piombare addosso le pattuglie nemiche, ritornammo alla capanna e facemmo sparire i documenti. Mac si caricò della radio e tutti insieme, di albero in albero, carponi, ci spostammo verso il versante opposto da dove avremmo potuto scalare il pendio in caso fossimo stati minacciati di accerchiamento. Si rimase sul posto fino alle tre: la mitragliatrice nemica, durante tutto quel tempo non cessò mai di tirare. Verso le tre tacque finalmente e noi potemmo portarci su una breve radura, circondata dal folto, al sicuro da sguardi indiscreti, dove restammo con le armi pronte fino al mattino. Sentivamo più in basso i movimenti pesanti di uomini che si spostavano continuamente battendo i margini del bosco. 
... Poco dopo scorgemmo colonne di fumo salire dalle case poste nella conca sotto di noi: i tedeschi avevano appiccato il fuoco alla borgata per rappresaglia. Eravamo tristi e preoccupati per gli amici che vi abitavano...
... La situazione si faceva critica. Eravamo un pugno di uomini con pochissime munizioni e la responsabilità della radio e dei documenti. Decidemmo di tentare una difficile ritirata verso Ciabaudo [Frazione di Badalucco (IM)].
... Ma prima dell'alba eravamo nuovamente in piedi e riprendevamo il cammino verso Ciabaudo, lieti di averla fatta in barba al tedesco ed allegri come prima...

[ <3 aprile 1945 - Dal Comando della I^ Zona Operativa Liguria, ispettore Giulio [anche Mario, Raffaello Paoletti] al Comando Militare Unificato Regionale Ligure - Si comunicava che... 500 partigiani pronti per ricevere i lanci... per diverse motivi, tra cui anche la nebbia, si erano avuti sino ad allora solo 3 lanci...in proposito si erano avute divergenze, poi chiarite, con il responsabile della missione alleata [capitano Robert Bentley], che, in aderenza all'interpretazione corrente della direttiva del generale Clark voleva fare interrompere i lanci, in quanto gli effettivi garibaldini avevano superato le 2000 unità...<19 aprile 1945 - Dal comando della Divisione SAP "Giuseppe Mazzini" [di Albenga (SV)], prot. n° 56, al rappresentante dell'Alto Comando Alleato [capitano Bentley] ed al comando della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" - Informava che "il giorno 18 u.s. sono transitati sulla via Aurelia verso est 3 camion coperti, 3 moto con militari, 1 auto con 4 soldati, 1 camion carico di materiale, 1 autobus carico di truppa ed 1 colonna di 10 carri. In direzione ovest sono passate 6 macchine cariche di armi ed 1 camion vuoto. Proveniente da Ventimiglia è transitato un treno carico di materiale diretto a Savona. A Leca d'Albenga vi sono 100 uomini di truppa e 15 tra ufficiali e sottoufficali. Pare che Vignola del Dst. Bortolotti svolga azione di spionaggio ai danni dei garibaldini. Pipetta continua a lavorare per i tedeschi. Si allega la foto di una ragazza che agisce a Garlenda e che con la scusa della borsa nera fornisce notizie ai tedeschi. L'isola Gallinara non ha più il presidio tedesco e sembra che non verrà rimpiazzato".  <24 aprile 1945 - Dal Comando della I^ Zona Operativa Liguria al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" - Scriveva che "il capitano "Bartali" [Giovanni Bortoluzzi] raggiungerà il comando divisionale in indirizzo e sarà l'incaricato della missione alleata presso il comando divisionale, funzionando da collegamento tra lo scrivente comando ed il comando divisionale. Bartali dipenderà dal capo missione "capitano Roberta" [capitano Bentley]. Si prega di fornire "Bartali" di tutto ciò di cui ha bisogno, nonché di alcune staffette e della puntuale segnalazione di tutte le azioni svolte dalla II^ Divisione". 
...   da documenti dell'Istituto Storico della Resistenza di Imperia in Rocco Fava di Sanremo (IM), "La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945)" - Tomo II - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999  ]

...Raccontarle tutte le altre mie avventure, da Ciabaudo a Baiardo e a Gerbonte, da Viozene a Agaggio [Frazione di Molini di Triora (IM)] e a Buggio [Frazione di Pigna (IM)], sarebbe troppo lungo. Le dirò per finire che mentre mi trovavo a Buggio presso i fratelli Aicardi il 24 aprile [1945] ci giunse una lettera del C.L.N. che ci informava della ritirata nemica. Con Curto, Sumi e Giorgio [Giorgio Olivero, comandante della VI^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Silvio Bonfante"] stabilimmo gli ultimi piani ed i1 25 mattina, dopo aver infranto la resistenza di reparti tedeschi di retroguardia, facemmo il nostro ingresso ad Oneglia, finalmente libera. Tutta la popolazione ci accolse con commovente entusiasmo, quell'entusiasmo italiano che tocca il cuore perché vi si sente la passione...

Bentley il 25 aprile 1945 ad Imperia - Fonte: Pino Fragalà
Ancora una domanda, capitano, ed è l'ultima. Qual'è la sua impressione sulla lotta partigiana? 

Magnifica. Ho assistito ad azioni che avrebbero inorgoglito armate ben più attrezzate. Sono stato  testimone di eroismi inauditi. Potete andar fieri di questi vostri combattenti meravigliosi e dei loro capi il cui apporto alla causa comune è stato grandissimo e talvolta decisivo. Mercé il loro sacrificio l'Italia è rientrata nel consesso delle libere nazioni e giustizia dovrà esserle resa...

Mario Mascia, L’epopea dell’esercito scalzo, ed. A.L.I.S., 1946, ristampa del 1975


* In effetti, come racconta Sergio Marcenaro, fratello di Pietro Gerolamo Girò Marcenaro, all'epoca quattordicenne staffetta del Gruppo Sbarchi, Negi era uno snodo delle comunicazioni, lungo i crinali delle colline situate tra Val Verbone e Valle del torrente Borghetto, tra i partigiani della montagna e quelli della costa


** Il testo riporta:


"A:    Capt: G.M.T. Jones,                                                                           SEGRETO
    Collegamento delle Forze di Informazione                                           Ref: OB/1/19
                                                                                                                   13 gennaio 45
Da:    Distaccamento 20
    N°1 Forze Speciali


Come richiesto, per le informazioni del 6° Gruppo d'Armata/6° Gruppo dell'Esercito, segue un resoconto delle nostre attività fino a ora.

La prima fase del nostro lavoro, ora quasi completata, fu di stabilire contatto locale con le bande note nell'area, e di approntare un piccolo invio di rifornimenti per soddisfare le richieste immediate.

Nella seconda fase abbiamo inaugurato il contatto radio e per corriere coi partigiani più prossimi e abbiamo inviato rifornimenti via terra su piccola scala. Un Ufficiale di Collegamento Britannico con operatore W/T è stato infiltrato via mare con il compito di organizzare il ricevimento e il successivo trasporto via terra dei rifornimenti inviati via mare.

Ci si aspetta che questi mezzi siano i più fruttiferi, sebbene la loro messa in opera sia stata ritardata dalla necessaria preparazione e dalle avverse condizioni meteorologiche.

Terremo informati il vostro ufficio circa ogni importante progresso che otterremo nella realizzazione di questi piani o di ogni altro nuovo progetto iniziato da noi.

(firmato) BETTS

S/Ldr.
20° Dist. N°1 SF




lunedì 11 novembre 2019

La Cappella del Carmelo a Bordighera (IM)



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In quegli albori di pace la località Marina si andrà cospargendo di case. Sarà quella la resurrezione di Sepelegium, ma una resurrezione gigantesca, nella quale sarà impresso tutto lo slancio di centinaia di spiriti forti del proprio diritto, coscienti della propria forza. 
Soffermiamoci a questi primi passi della nuova città nascente, ai piedi della turrita mole del Paese Vecchio: nascono i giardini fra gli agrumeti, le capanne ed i casolari fra i palmeti imprimono ovunque una caratteristica africana; dal suolo si trae acqua abbondante e ben filtrata, e qualche caseggiato si va elevando con una certa pretesa di imponenza.
Notiamo la casa dei Giribaldi, dominatrice della località, nella cui massicciata, nella parte settentrionale, si incastona una Chiesa dedicata alla Madonna del Carmelo.
A questa Chiesina vogliamo portare il nostro particolare interessamento.
Il nome, dall'Ebraico, si traduce Madonna dei Giardini, e non poteva quindi esserle meglio adatiato, ché essa veniva ad insediarsi tra le più belle e caratteristiche vegetazioni della regione e veniva a ricordare in questo lembo occidentale la lontana Catena del Libano, coperta di olivi, di pini e di quercie, ricca d'acqua e di flora varia e caratteristica, denominata precisamente il Carmelo. Quel monte celebre sin dall' antichità è sintomo di fertilità, vi abbondavano luoghi di culto, vi ebbe la sua origine l'Ordine dei Carmelitani che diffusero la venerazione della Madonna per mezzo dell'abitino del Carmine.

La Chiesina del Carmelo venne costruita dal «Maire» di Bordighera, Giacomo Giribaldi, verso il 1790, in ossequio alle intenzioni del proprio Padre. Essa si conserva tuttora nella sua piena originalità,  ben custodita dalla famiglia Giribaldi, ricca di intonachi bianchi su sfondo celeste. Nella nicchia dell' altare e la Statua della Madonna col Bambino che detiene alcuni abitini del Carmine...

La ragione della erezione della Chiesa del Carmelo va ricercata nello espandersi delle abitazioni nella pianura della Marina, per cui si rendeva scomodo agli abitanti di recarsi in Parrocchia per l'adempimento agli obblighi religiosi. La Chiesa di S. Ampelio, meno lontana di quella parrocchiale, era raramente officiata, cosicché l'intervento del Maire Giribaldi fu davvero provvidenziale.
La nuova Chiesa non tardò ad ottenere i più ambiti privilegi dell'Autorità Ecclesiastica. 

Troviamo una supplica del 1810 in cui lo stesso Maire, proprietario della Chiesa, invoca da Papa Pio VII la grazia della conferma del decreto del Vescovo di Ventimiglia di celebrare la Santa Messa nella cappella per comodità degli abitanti di Borgo Marina...
... Lo stesso Maire fu arrestato dagli Inglesi in questa casa e - dopo tenuto prigioniero su un Vascello Inglese, per alcune ore - restituito sano e salvo unitamente alla Guardia Nazionale.
La Chiesina del Carmine oggi più non si apre al pubblico, ma per cura della Famiglia Giribaldi vi vengono ancor oggi celebrate messe nelle maggiori solennità, messe in suffragio degli antenati dei Giribaldi, la novena e la festa della Madonna del Carmine, le messe di San Giuseppe e di Sant'Erasmo.
La Chiesa di Terrasanta - sorta nel 1883 - soddisfa oggi alle esigenze dello spirito religioso, non più di un povero Borgo dalle case sparse ma di una cittadina modernissima, culla dei giardini più belli e profumati d'Italia.
La bellezza dei fiori del Libano si è qui trasfusa in un miracolo di soavità; la Regina purissima del Carmelo, silenziosa, sempre eguale, invita ancora i Fedeli all'umile devozione del «carmine», ma l'imponenza della nuova edilizia, ha reso nascosto e quasi inosservato il suo cantuccio, come fosse un rifugio di pianto.

Dino Taggiasco
("L'Eco della Riviera", Sanremo, 18-19 luglio 1934, pp.I-2)

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Il pensiero delle lontane radici di questa chiesuola che vide, forse, il sorgere stesso di Bordighera, non può non commuovere nel vederla oggi compressa, ma non sopraffatta, dal progredire dei tempi.
Da quando si interrompe la cronaca di Dino Taggiasco, nella Chiesina si continuarono a tenere le consuete funzioni annuali - aperte al pubblico - per la ricorrenza della Madonna del Carmelo e, di volta in volta, quelle più circoscritte, legate alle vicende ora tristi, ora liete, delle nostre famiglie: in ogni occasione abbiamo potuto riscontrare toccanti testimonianze di fede e di preghiera da parte della gente di Bordighera.
Gli anni immediatamente successivi all'ultimo conflitto, portarono tuttavia venti infausti sulla piccola struttura che si è trovata coinvolta in un più ampio progetto di ricostruzione edilizia a seguito del quale essa ha rischiato di soccombere.
Fu invece miracolosamente salvata, anche se non nella sua integrale configurazione, ormai irrimediabilmente mutilata, dall'intervento tempestivo e provvido dell'allora comproprietario Dr. Angelo Giribaldi-Laurenti che, avocatane a sé la totale proprietà, ne curò le ferite e la conservò amorevolmente, pur priva della parte superiore della facciata e della bellissima volta interna, all'onore della sua famiglia e alla devozione dei bordigotti per tutto il tempo della sua vita: dal 14 febbraio 1986, per Sua volontà, la Chiesetta appartiene al sottoscritto.

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Luigi Betocchi, Cenni sulla Chiesina del Carmelo a Bordighera, 1996





giovedì 7 novembre 2019

Mary Gaunt e Casa Camilla a Bordighera


Dove adesso [in Bordighera (IM)] c'è questa casa, angolo con via Montello, prima del 2° conflitto mondiale, c'era Casa Camilla, dove abitò per quasi vent'anni una scrittrice australiana, Mary Gaunt.

Mary Gaunt giunse a Bordighera nel 1920 e ci rimase fino al 1940. Ma partiamo dal 1861 quando in una cittadina dell'Australia, a Chiltern, Victoria, nasce Mary Eliza Bakewell Gaunt, figlia di un giudice. Lei era la maggiore di ben otto fra sorelle e fratelli.
Dopo gli studi secondari, è stata una delle due prime donne ad iscriversi all'Università di Melbourne.

Il suo primo romanzo viene pubblicato nel 1894, "Il fidanzato di Dave".

Nello stesso anno si sposa con un dottore H.L. Miller, vedovo, che a sua volta muore nel 1900, lasciandole in eredità un piccolo reddito. Nel 1901, Mary, lascia l'Australia per stabilirsi a Londra, in un piccolo bilocale. Continua a scrivere e comincia ad avere successo e questo le permette di svolgere la sua passione, viaggiare. Ma non viaggi turistici tranquilli, tutt'altro, s'inoltra nelle foreste dell'Africa Occidentale, in quelle dell'America Centrale, nei territori della Cina più misteriosa.

Carattere combattivo e ribelle con in corpo uno spirito femminista, i suoi romanzi sono avvicenti e per niente rilassanti.

Nel 1908-1910 effettua un viaggio avventuroso nel Ghana. Nel 1913 va in Cina e vorrebbe ripercorrere il vecchio cammino delle carovane, a dorso di un mulo, attraversando la Russia Asiatica, ma dopo alcuni giorni deve desistere a seguito di scontri nelle regioni da lei scelte e dalle prime avvisaglie che porteranno all'inizio della prima guerra mondiale.
Nel 1919 trascorre alcuni mesi in Giamaica.
Nel frattempo scrive 5 diari di viaggio e sedici romanzi oltre a vari racconti.

Come tanti ospiti di Bordighera, cagionevole di salute, nel 1920 arriva nella nostra città e soggiorna inizialmente all'Hotel Parigi, sull'attuale passeggiata Argentina, poi si trasferisce, poco distante, per un breve periodo in una casa in via Nazario Sauro per stabilirsi definitivamente nella Casa Camilla, dove occupa un vasto appartamento all'ultimo piano. Chi si prenderà cura di lei, in ogni servizio, dalla salute, alla conduzione della casa, già dopo aver lasciato l'Hotel Parigi, sarà una bordigotta, Anselma, che nel 1928 darà alla luce in Casa Camilla Italo Simonazzi. Sì, proprio lui, quell'Italo che una buona parte dei bordigotti conosce, un baldo giovane, che nei prossimi giorni compirà 89 anni, ma con ancora tanta energia in corpo che potrebbe dare dei punti a tanti babanetti d'oggi.

Ritornando a Mary Gaunt, nel suo soggiorno bordigotto scriverà ancora dieci romanzi e le sue memorie. Con l'inizio della seconda guerra mondiale, a malincuore, nell'estate del 1940, lascerà Bordighera per andare in Francia, a Vence, dove la sua asma con l'aggiunta di complicazioni respiratorie la porteranno al decesso nel 1942 in una clinica di Cannes.

Nel 1980 il biografo Bronwen Hickman pubblicherà un libro sulla vita della Gaunt dove c'è un lungo capitolo su Bordighera e sulla permanenza di Mary. Nel giorno internazionale della donna nell'anno 2002, lo stato di Victoria, in Australia, nell'ambito delle celebrazioni per il riconoscimento delle conquiste delle donne dello stato australiano le ha assegnato il premio Vittoriano Honor Roll of Women. Purtroppo nelle mie ricerche, non ho trovato nessun romanzo o racconto, scritto dalla Gaunt, che sia stato tradotto in italiano.

di Giancarlo Traverso


sabato 2 novembre 2019

Il calcio operaio nell'Oneglia del primo Novecento

Fonte: Vento largo
Contrariamente a quanto solitamente si crede, il football nasce come sport popolare, addirittura operaio. E questo accade anche da noi, in una Oneglia piena di fabbriche e ciminiere che i cronisti di allora chiamavano "la piccola Manchester"

In un articolo apparso su Alias*, il supplemento culturale de il manifesto, di qualche giorno fa, Pasquale Coccia, ricordava come il calcio nasca come sport popolare, addirittura operaio. "In tempi di anestesia generale - scrive in apertura del suo articolo - e di rimozione della memoria storica, i simboli della classe operaia che ancora sopravvivono, si trovano negli stemmi delle squadre di calcio di varie parti del mondo".

Dunque è una leggenda la storia tante volte ripetuta del calcio creazione di ricchi e annoiati borghesi inglesi stanchi di sport aristocratici come il golf o il tennis e in cerca di distrazioni forti.

Il calcio, dunque, nasce operaio e ostenta con orgoglio questa sua natura già a partire dagli stemmi delle società che un pò dovunque si vanno a formare nei grandi centri industriali inglesi fra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento.

Scrive ancora Coccia:
"Gli stemmi delle squadre di calcio rappresentano la storia dei luoghi dove sono state fondate. I simboli riportati, oggi oggetto di profitti di ogni genere, non sono il frutto del lavoro di affermati designer o di studi di architetti, ma una trovata alla buona dei fondatori delle squadre, spesso amici o compagni di lavoro spinti dalla passione per il calcio. Buona parte delle compagini calcistiche sono nate in Inghilterra sul finire dell’800 intorno alle fabbriche e nei decenni successivi in altri paesi europei. Classe operaia e calcio sono stati tutt’uno per molti anni, soprattutto nella prima metà del ‘900. I dirigenti politici più attenti hanno visto nel calcio una sana alternativa all’abbrutimento degli operai, che dopo il duro lavoro in fabbrica nei fine settimana correvano nei pub o nelle osterie per abbandonarsi all’alcol. Antonio Gramsci nel libro Sotto la mole definì il calcio: «Paesaggio aperto, circolazione di aria, polmoni sani, muscoli forti, sempre tesi all’azione» e su L’Ordine Nuovo riservò spazio al calcio operaio".

Gramsci testimonia di come anche qui da noi in Italia, il calcio arrivi e si diffonda con le stesse caratteristiche identitarie. La foto ingiallita che apre l'articolo, trovata nel "cassetto dei ricordi" che tutti abbiamo nelle nostre case, risale ai primi del secolo e testimonia di questa realtà in una Oneglia, allora importante centro operaio, tanto da essere chiamata la "piccola Manchester d'Italia". Una Oneglia di fabbriche e ciminiere, di cui oggi resta solo il ricordo nei resti delle "Ferriere" e in foto come queste. Un gruppo di giovani lavoratori orgogliosamente in posa nelle loro divise di calciatori. Tanto per metterla sul personale, mio nonno è il primo in alto a sinistra. Di più preciso non saprei dire: né l'anno, né il nome della squadra.

Chissà se il caro amico Tommaso Lupi, che, della storia popolare (e non solo) di Imperia e dell' Imperiese, è un profondo conoscitore è in grado di aggiungere qualcosa.

* Pasquale Coccia, Il calcio operaio degli stemmi, il manifesto/Alias del 19 ottobre 2019.

di Giorgio Amico su Vento largo