venerdì 31 dicembre 2021

La Valle Impero costituisce il bacino idrico dell’omonimo torrente

Un tratto interno del torrente Impero - Fonte: Mapio.net

Agli inizi del secolo XX la Valle d'Oneglia subì numerose perdite dovute alla prima guerra mondiale ed all’epidemia di Spagnola, così definita perché ne davano notizia solo i giornali spagnoli, in quanto quelli degli altri paesi erano soggetti alla censura di guerra.
Agli inizi del secolo scorso prendeva sempre più corpo l’ipotesi di unificazione di Oneglia e Porto Maurizio, tanto che già il 10 gennaio 1908 era stata sottoposta al consiglio provinciale la proposta di accorpamento delle due città nell’unico comune di Portoneglia, ma l’istanza venne respinta.
Benito Mussolini, nel periodo trascorso ad Oneglia nei primi anni del secolo, venne a conoscenza di tale proposta e una volta divenuto Presidente del Consiglio nel 1923, avanzò una nuova richiesta di unificazione al re d’Italia Vittorio Emanuele III, che con regio decreto del 21 ottobre 1923, accorpò le due città ed altri centri minori sotto il nome di Imperia, derivante dal torrente Impero.
Anche nella Valle d'Oneglia, ora divenuta Valle Impero, vi furono alcuni accorpamenti ed in particolare: nell’anno 1923 i comuni di Arzeno, Cesio, Chiusavecchia, Lucinasco, Olivastri, Sarola e Torria vennero riuniti nell’unico comune di Chiusavecchia, dal quale nell'anno 1925, furono scorporati quelli di Arzeno, Cesio e Torria; nello stesso anno a Borgomaro vennero accorpati i comuni di Candeasco e Maro Castello e nell'anno 1928 quelli di Aurigo, Conio, San Lazzaro, Ville San Pietro e Ville San Sebastiano. Nello stesso anno 1928 vennero riuniti i comuni di Chiusanico, Gazzelli e Torria nell’unico comune di Chiusanico; i comuni di Arzeno, Cesio e Cartari nel comune di Cesio; i comuni di Caravonica e San Bartolomeo nel comune di Caravonica; i comuni di Bestagno, Pontedassio, Villa Guardia e Villa Viani nel comune di Pontedassio.
A seguito di questa riforma, che cambiò il volto amministrativo della Valle Impero, nel 1928 vennero riformate anche le province, con Imperia che fu affidata ad un preside coadiuvato da un vicepreside ed un ristretto numero di rettori, tutti di nomina regia, su proposta del governo.
Nella seconda guerra mondiale, l’entroterra montuoso della Valle Impero fu il naturale teatro della resistenza armata da parte delle brigate partigiane imperiesi, che annoveravano nelle loro fila il medico Felice Cascione di origine di Borgomaro, medaglia d’oro della resistenza, che morì combattendo le forze nazifasciste, autore di “Fischia il vento”, canzone divenuta inno della resistenza italiana.
Nella valle di Imperia, il fatto più rilevante fu la battaglia di Monte Grande, conquistato dai partigiani per sfuggire all’accerchiamento degli avversari.
Con la liberazione, la provincia di Imperia, medaglia d'oro della resistenza, venne provvisoriamente affidata ad un presidente e ad una deputazione di nomina prefettizia.
Nel referendum istituzionale del 2 giugno 1946, nella Valle Impero come nel resto d’Italia, prevalse il voto a favore della repubblica.
Nella valle di Imperia nel 1954 Aurigo e nel 1958 Lucinasco, riottennero la loro autonomia amministrativa.
Nel 1970 venne creata la regione Liguria, che nel 1973 costituì le Comunità Montane, aventi lo scopo di valorizzare e preservare il territorio dei comuni montani. Gli otto comuni della Valle Impero, unitamente a quelli delle valli San Lorenzo, Prino e del Dianese, aderirono alla Comunità Montana dell'Olivo. Tale ente venne accorpato nel 2008 a quello dell'Arroscia e venne poi sciolto nel 2011, come le altre Comunità Montane della Liguria.
Nel febbraio 2015 i comuni di Aurigo, Borgomaro, Caravonica, Chiusavecchia, Lucinasco e Pontedassio formarono l’Unione dei comuni delle valli Impero e del Maro, mentre quelli di Cesio e Chiusanico aderirono all’Unione dei comuni della val Merula e di Montarosio insieme a quelli savonesi di Andora, Stellanello e Testico.
Dal 1 gennaio 2018, per la fusione tra Montaldo Ligure e Carpasio, nel nuovo ente denominato Montaldo - Carpasio, i comuni della provincia di Imperia sono scesi da 67 a 66.
[...] La Valle Impero costituisce il bacino idrico dell’omonimo torrente, un territorio omogeneo per l’aspetto vegetativo - colturale e per i caratteristici borghi di mezza costa e fondovalle.
Il padrone incontrastato di questo territorio è l’ulivo, sviluppatosi soprattutto a partire dal settecento, che produce olive cultivar taggiasca. Gli uliveti si estendono dal fondovalle fino ad un’altezza di 700 mt, dove lasciano gradualmente spazio a boschi, prati e successivamente a crinali e vette. La Valle Impero, vista la notevole produzione di olive, era una delle zone italiane col maggior numero di frantoi: a sangue, che usavano gli animali come forza motrice e concentrati nelle zone alto collinari o dove era difficile derivare l'acqua dai rii; ad acqua, disseminati principalmente lungo il torrente Impero, la cui acqua era utilizzata come forza motrice.
Attualmente, anche se l’olivicoltura è stata incentivata col riconoscimento della DOP all’olio prodotto in zona, il numero dei frantoi è diminuito. In passato erano inoltre presenti, lungo il corso del torrente Impero, due raffinerie che lavoravano l’olio lampante rendendolo commestibile, mentre oggi è presente solo un impianto per la lavorazione della sansa ad uso combustibile.
Nella media ed alta Valle Impero sono diffuse attività agricole e pastorali, con le aree adibite a pascolo che si sviluppano lungo i crinali maggiori, partendo dal crocevia del Monte Grande, fino ad unirsi ai più importanti territori della transumanza presenti nelle valli Argentina, Arroscia e Tanaro.
La viticoltura, presente storicamente nel comune di Caravonica, si è estesa negli ultimi trent’anni all’intera valle, poiché riconosciuta zona di produzione di alcune DOP tipiche della provincia di Imperia quali: Pigato, Vermentino, Rossese ed Ormeasco.
Il castagneto invece, ha un discreto sviluppo rispetto alle altre essenze boschive, sul versante occidentale sopra i paesi di Ville San Pietro e Ville San Sebastiano e su quello orientale nel territorio di Torria, al confine con la provincia di Savona.
La disposizione della vallata a terrazzamenti o fasce, sorretti da muri in pietre a secco o maxei, frutto del lavoro millenario degli agricoltori locali e definiti dallo scrittore Giovanni Boine: “la vera cattedrale dei liguri”, costituiscono la dimensione agricola del territorio.
La casella, una modesta costruzione in pietra di epoca incerta, utilizzata per le necessità agricole e pastorali della popolazione locale, ha lasciato una traccia singolare nell’architettura che caratterizza l’intera valle.
Luca Gandolfo, Recupero del Santuario della Madonna della neve in Torria (IM). Analisi storica, rilievo del territorio e fattibilità degli interventi, Tesi di laurea, Politecnico di Torino, 2018

giovedì 23 dicembre 2021

Margherita Scarfatti conferenziera d'arte a Sanremo e a Nizza nel 1933


Nell'archivio del Mart sono conservati due fascicoli con appunti manoscritti relativi alle conferenze del 1933: Arte moderna, tenuta il 30 gennaio al Casinò Municipale di Sanremo, quale quinto appuntamento dei "lunedì letterari" e Arte moderna e Novecento Italiano dell'8 febbraio presso il Circolo Artistico di Nizza. In particolare al fascicolo Sar 3.3.48 sono raccolti 6 fogli di note redatte su carta intestata del Royal Hotel di Sanremo (vedi Appendice).
Le pagine, numerate da 1 a 6, tracciano il progetto della conferenza per la città ligure, come riscontrato anche negli articoli a stampa che ne riportano il contenuto.
Dichiarato il tema dell'intervento, dedicato all'arte contemporanea, Margherita Scarfatti sente la necessità di inquadrarlo in un discorso storico più ampio e, seguendo una traccia consueta, parte dalla perdita di egemonia italiana dopo il Rinascimento, con il Seicento e Caravaggio; di qui il percorso conduce ad altre nazioni, specificamente la Francia
[...] Sulla pittura romantica di Delacroix e su Monet si interrompe il manoscritto; tuttavia, dagli articoli relativi alla conferenza, emerge che questa proseguiva con una dichiarazione sull'arte contemporanea, che non deve riprodurre la realtà banale, e che ha avuto una rinascita italiana con il gruppo di Novecento.
Di questo Sarfatti sottolinea il successo anche estero, che ha portato il paese a lanciare dei veri "Appels d'Italie" e l'arte nazionale ad essere conosciuta ed apprezzata.
In chiusura, pur ammettendo che la battaglia non è ancora vinta, ella riafferma l'importanza della parola nuova che arriva dalla produzione italiana.
Nel fascicolo Sar 3.3.47 sono conservati invece i manoscritti del sommario e degli appunti relativi all'intervento a Nizza, tenuto nel febbraio dello stesso anno.
In particolare il sommario, conservato al sottofascicolo 260a (vedi Appendice), contiene 23 appunti redatti su carta intestata "Hotel Alhambra, Nice Cimiez" e dedicati ai legami tra arte francese e italiana, insieme ad alcuni concetti base della poetica sarfattiana, come il passaggio dal moderno all'eterno
[...] La chiusura è dedicata ad un altro tema fondante del pensiero di Margherita, il ruolo sociale dell'arte nella formazione dell'uomo nuovo, con la speranza per il futuro, secondo la formula «Fede è sustanzia di cose sperate», già ripresa nel finale di Segni, colori, luci, proprio a proposito di una grande arte che deve necessariamente scaturire da un grande popolo, e nel manoscritto Sar 3.3.33 del 1926: «22) Mécanique de notre temps. [illeggibile] Sous- division du travail. Nécessité de réagir. L'homme total. Rôle de l'art pour Créer l'unanimité et le fonds commun. 23) Espoir et foi. La foi est la substance des choses espérées et la foi est la substance [prime] des choses péries et la déduction des choses invisibles».
Oltre al sommario, sulla conferenza di Nizza si conserva, nel medesimo fascicolo, anche la bozza del discorso, in cui viene citata la città («cette belle ville de Nice») quale simbolo del legame di sangue tra due famiglie, quella italiana e francese, mentre Margherita si definisce un commesso viaggiatore («une sorte de commis voyageur») dell'arte moderna.
La conferenza tratta poi il percorso dell'arte moderna attraverso i secoli, secondo lo schema ormai consueto delle fonti dell'arte moderna.
Infine, la storia prosegue con le avanguardie, Cubismo e Futurismo, e conduce al Novecento italiano: «Il y a une affirmation dans ce nom. C'est l'espoir et la foi de la grandeur classiques qui renaissent, avec le sentiment de la mesure, de l'espace, de la composition et de la synthèse. De l'accidentel on marche vers l'immortel, du typique vers l'a-typique, du caractéristique à l'idéal, de l'expression à la beauté, et de l'historique à l'éternel.».
Elisabetta Barisoni, Margherita Grassini Scarfatti critica d'arte 1919-1939. Mart, Archivio del '900, Fondo Margherita Scarfatti, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Verona, 2015

In questo turbine di attivismo, nel febbraio 1933 Alice Garrett tiene una “conversazione sull’arte moderna”, introdotta da Ugo Ojetti, nella Sala del Casino Municipale di San Remo, poi pubblicata su “Nuova Antologia”.
Era la seconda donna, dopo Margherita Sarfatti, a parlare pubblicamente in occasione dei “lunedi letterari” della città ligure.
Uno dei punti su cui verte la sua analisi è il ruolo fondamentale avuto da scrittori e letterati nell’affermazione di determinate scuole e artisti.
Eugenia Querci, Ambasciatrice e mecenate, Caffè Michelangiolo Quadrimestrale - Anno X - n. 1 - Gennaio-Aprile 2005


domenica 19 dicembre 2021

Tra i dialettali liguri Spagnoletti ricordava pure Cesare Vivaldi


Il Palazzeschi giocoso, il futurista ludico, originale e ideologicamente distante da Marinetti, sta senz’altro alla base, sul piano stilistico, della trasgressione linguistica di Gianni Rodari. Un esempio? Si vedano le otto “poesie lepidarie” (o “lapidarie”, trattandosi di epigrammi) che lo scrittore piemontese pubblicò tra il 1961 e il 1962 ne Il Caffè, «autentico luogo di sperimentazione ironico, vivace, ricco di saperi diversi tenuti insieme dalla figura di Gianbattista Vicari» (Roghi 2020, 152). Si tratta di componimenti satirici (un «infinito ricalco caricaturale» [Sanguineti 1990, XVII]) che tre anni più tardi, nel 1962, Cesare Vivaldi inserisce a buon diritto nella sua antologia "Poesia satirica nell’Italia di oggi" assieme alle poesie di Govoni, Folgore, Pavolini, Balestra, Fratini, Raboni e di molti altri, in quella “linea palazzeschiana” della poesia novecentesca caratterizzata dalla trasgressione, dall’inventività linguistica, dall’umorismo verbale che diventano «condizione indispensabile per sfuggire a un gioco tutto precostituito di forme e di motivi, legittima via di salvazione lirica» (Sanguineti in Vivaldi 1962, XIV).
Chiara Lepri, Avanguardie e sperimentalismi nella poesia per l’infanzia da Rodari ai giorni nostri: un percorso tra autori e opere, Rivista di Storia dell’Educazione 7(2), 2021

Ma il presente volume vuole anche aprirsi, quasi preconizzando gli esiti della pubblicazione del 2017, ad altri centri culturali quali Roma e Napoli, e ciò è possibile grazie ai saggi di Barbara Cinelli (2014, 53-64) e Giorgio Zanchetti (2014, 65-76), rispettivamente dedicati alle figure di Cesare Vivaldi e Luciano Caruso. Cinelli mette bene in risalto le affinità tra i fondatori del Gruppo 70 e Cesare Vivaldi, anche attraverso la corrispondenza inedita con Lamberto Pignotti e Eugenio Miccini: ne emerge una geografia di una cultura, condensata in luoghi quali il Bar Rosati di Piazza del Popolo o le gallerie La Tartaruga e il Ferro di Cavallo, dove gravitavano personalità del Gruppo 63 come Nanni Balestrini o Alfredo Giuliani. Resta purtuttavia una presa di distanza da parte di Vivaldi, giacché egli “è un intellettuale che si muove su più fronti” (Cinelli 2014, 60) e si confronta piuttosto “con le iconografie della civiltà di massa, che non sottopone poi ad un prelievo in funzione di un assemblaggio verbo-visivo, ma riformula con un linguaggio ‘tradizionale’ per inserirle in una trama descrittiva” (ivi, 61).
Diego Salvadori, Parabole intermediali. Intorno ai volumi di Teresa Spignoli, Marco Corsi, Federico Fastelli e Maria Carla Papini (a cura di), La poesia in immagine / l’immagine in poesia. Gruppo 70. Firenze 1963-2013, Pasian di Prato, Campanotto, 2014, pp. 255 e Teresa Spignoli (a cura di), Verba Picta. Interrelazione tra testo e immagine nel patrimonio artistico e letterario della seconda metà del Novecento, Pisa, ETS, 2018

[...] con Cesare Vivaldi, Spagnoletti pose mano ad una monumentale raccolta antologica dal titolo Poesia dialettale dal Rinascimento a oggi. In essa trovarono finalmente spazio moltissimi poeti rimasti sino ad allora del tutto ignorati dalla critica ufficiale e perciò sconosciuti al grande pubblico. Per questi ‘minori’ essere citati in quella raccolta significò non solo il debutto, tanto atteso e sperato, nella agognata ‘scena poetica’, ma soprattutto l’inizio di un meritato riscatto culturale, tramite quel «sacrosanto diritto ad entrare a pieno titolo nelle antologie egregie» <11.
Finalmente Poesia dialettale dal Rinascimento a oggi segnava questa emancipazione e l’uscita da un frustrante oblio per circa duecentodieci “irregolarissimi poeti”.
[...] "il passaggio al dialetto di alcuni autori significativi (da Guerra a Zanzotto, da Pierro a Vivaldi, ma molti nomi ancora potrebbero aggiungersi) rappresenta a mio avviso, pur con le compiacenze della moda un evento storico; ridà vigore e novità ad un’alternativa che si poneva sin dal Rinascimento, e che condusse alle grandi riuscite dell’Ottocento: Porta e Belli" <17.
[...] "Dimenticato il romano Mario Dell’Arco, un altro pioniere della lirica dialettale, è possibile notare in Liguria la sparizione di Cesare Vivaldi, […] autore tra i migliori del secondo cinquantennio, in Veneto l’obnubilazione di Zanzotto, che rappresenta la massima punta avanzata nel dialetto in poesia di quella regione" <23.
[...] Tra i dialettali liguri il critico ricordava pure Cesare Vivaldi <37 e, a proposito della sua produzione poetica, notava come essa fosse stata caratterizzata, sin dalle sue origini, da un andamento elegiaco e che tra i suoi temi prediletti potevano essere annoverati: passioni esistenziali, ricordi di amici e del paesaggio di Imperia. Inoltre in queste liriche si poteva rintracciare soprattutto il poeta che cercava di confidarsi, ma non alla maniera dei  crepuscolari: Vivaldi non amava esprimersi con toni lamentosi, bensì con una pacata determinatezza, in grado di colmare spazi narrativi, grazie anche al fatto di non presentarsi mai disgiunta da una lingua assolutamente disincantata.
In virtù di ciò Cesare Vivaldi con il suo temperamento definito “neoclassico” incarnò, per Spagnoletti, senz’ombra di dubbio, l’esperienza più interessante della poesia in dialetto settentrionale degli ultimi decenni del secolo, anche e soprattutto per quella sua dote essenziale e così rara, la sincerità, che costituì perciò la vera e più apprezzabile peculiarità di tanti suoi testi poetici rimasti unici.
[NOTE]
11 P. Perilli, Novecento, adieu!, in «Poesia», XVI, 176, ottobre 2003, pp. 57-65: 59.
17 G. Spagnoletti, Considerazioni sul dialetto in poesia, in Id., Il teatro della memoria. Riflessioni agrodolci di fine secolo cit., p. 146.
23 G. Spagnoletti, Troppi assenti all’appello (una nuova antologia di poesia dialettale del Novecento), in Id., Poesia italiana contemporanea cit., p. 727.
37 Autore, tra l’altro, insieme a Giacinto Spagnoletti dell’opera Poesia dialettale dal Rinascimento a oggi cit.
Paola Benigni, Gli irregolarissimi di Giacinto Spagnoletti in Giacinto Spagnoletti. Vita d’un uomo e storia di un critico del Novecento, Edizioni Sinestesie, Avellino, 2020

E invero spesso è invalidata anche la distinzione tra il mecenatismo (e la convenienza) di chi pubblica o promuove autori sine munere e quelle imprese che invece stampano libelli a pagamento: non è certo retorico citare uno dei poeti più riconosciuti del secondo dopoguerra quale Giovanni Giudici, che ha legato la sua prima produzione, quella di "Fiorì d’improvviso" (Edizioni del Canzoniere 1953) ad una edizione privata <6; e, allo stesso modo, potremmo indicare Maurizio Cucchi per la generazione successiva e il suo "Paradossalmente e con affanno" (1971).
[NOTE]
6 Cfr. C. Di Alesio, Cronologia, in G. Giudici, I versi della vita, a cura di R. Zucco, con un saggio introduttivo di C. Ossola, cronologia a cura di C. Di Alesio, Mondadori, Milano 2000, p. LVIII; ma già in G. Giudici, Saba: l’amore e il dolore, in ID., La dama non cercata. Poetica e letteratura (1968-1984), Mondadori, Milano 1985, p. 206: «Il mio libretto [Fiorì d’improvviso] era uscito, naturalmente, a mie spese: però non del tutto senza un preliminare giudizio selettivo, non del tutto abbandonato a se stesso. Era, infatti, inserito in una collana che si chiamava […] “Edizioni del Canzoniere” e che era diretta da Elio Filippo Accrocca e Cesare Vivaldi: ogni autore accolto pagava il costo di stampa direttamente a una tipografia di Trastevere e riceveva in cambio l’intera tiratura di trecento esemplari più altrettante buste a sacchetto con l’intestazione della collana accompagnata però dal proprio indirizzo e numero telefonico. La spesa fu di 25 mila lire, un mese di affitto per una bicamere di periferia».
Marco Corsi, Canone e Anticanone. Per la poesia negli anni Novanta, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Firenze, 2012

Scuola di Piazza del Popolo
A far da contraltare ai gruppi appena analizzati, si pongono movimenti formati sotto l’impulso della critica, come la Scuola di Piazza del Popolo.
Eco della ben più nota scuola romana di via Cavour, quella di Piazza del Popolo si compone di personalità molto diverse, figlie di differenti generazioni, che condividono l’appartenenza al background culturale della capitale e la volontà di analizzare i repentini cambiamenti della società consumistica. La denominazione, nata quasi per caso in una delle discussioni a tavolino tra Calvesi e Vivaldi, <294 viene formalizzata da quest’ultimo nel fascicolo Dopo l’Informale del 1963. Vivaldi è il primo a porre l’attenzione su nove artisti tra i 25 e i 30 anni - Angeli, Schifano, Festa, Bignardi, Fioroni, Kounellis, Lombardo, Mambor, Tacchi - fautori di: "una corrente, anzi una vera e propria “scuola” per non dire un “movimento”, grazie ad un minimo comune denominatore di essenziale importanza; il modo “mediato” […] e insieme aggressivo, mordente, tutt’altro che “indiretto” di tenere nuovamente in conto le esterne visive, del mondo con tutto il loro peso, senza allusività, esclusività, oggettivandole il più possibile". <295
Contemporaneamente anche Calvesi adotta lo stesso appellativo, ma riconosce tra gli esponenti individuati da Vivaldi, solo Angeli, Schifano, Festa, Fioroni, Kounellis e Tacchi. <296 Pur non concordando sui nomi, i due critici indicano come matrice culturale della scuola la stagione informale, rappresentata dal gruppo Forma 1 e dalle ricerche materiche, e riconoscono analogie con il lavoro di Mimmo Rotella e Fabio Mauri con cui i giovani romani condividono l’accettazione della corrente Neo-dada. Inoltre Vivaldi e Calvesi convengono sulla necessità di definire il linguaggio del movimento in rapporto dialettico con la Pop art statunitense, di cui vuole essere contraltare se non superamento. <297
Privi di una metodologia operativa comune, gli artisti della scuola sono compattati in numerose mostre tenutesi nei primi anni Sessanta a La Tartaruga, La Salita e L’Attico: qui convergono ricerche eterogenee in nome di un’espressività diversamente popular, spesso incorniciata da altre etichette (“Arte di reportage” e “Neometafisica”). Da parte loro, è chiaro che gli artisti volgano a proprio vantaggio la maggiore visibilità che l’immagine del gruppo garantisce. Spiega Fioroni: "si può parlare di “Scuola di Piazza del Popolo”, secondo i limiti che ogni etichetta del caso impone nel bene e nel male [...] più interessante mi sembra ricordare qualcosa di meno identificabile, qualcosa che appariva nei loro quadri e che era stranamente collegata con la luce, l’atmosfera, l’obelisco [...] la geometria della piazza. Qualcosa di fortemente malinconico, in fondo che accomunava Roma e queste persone". <298
[NOTE]
294 Affermazione di Sergio Lombardo ripr. in A. Tugnoli, La Scuola di Piazza del Popolo, Maschietto Editore, Firenze 2004, p. 55.
295 C. Vivaldi, La giovane scuola di Roma, in Dopo l'informale, fasc. speciale della rivista «Il Verri», 12, Feltrinelli, Milano 1963.
296 M. Calvesi (a c. di), Otto pittori romani, cat., Bologna, Galleria De’ Foscherari, 8 - 28 aprile 1967, Galleria De’ Foscherari, Bologna 1967. Vedi inoltre: M. Calvesi, Autobiografia Critica ‘60-‘80 in AA.VV., Linee della ricerca artistica in Italia, cat., cit., p. 9ss.
297 Scrive Vivaldi che la Piazza del Popolo è «più compatta di quanto non sembri», alimentata da una Roma che pur vantando una precoce comprensione e vicinanza alla cultura americana del secondo dopoguerra, non si perde nelle istanze neo-dada o pop, ma, a detta del critico, «oltre la Pop Art sono senza dubbio i giovani romani». C. Vivaldi, La giovane scuola di Roma, cit.; Il raffronto con la scuola d’oltreoceano è influenzato anche dall’esordio dei pop artist americani in Italia in occasione delle Rassegne internazionali tenutesi a L'Aquila (1962 e 1963), dalla grande visibilità che gli artisti statunitensi ottengono alla mostra New Realists alla Sidney Janis gallery di New York nel 1962 e in vista della Biennale del 1964. Cfr. J. Perna, L’anima pop della Scuola di Piazza del Popolo: reale o fittizia? in «Luxflux», n. 4, 2013; disponibile su: http://luxflux.net/lanima-pop-della-scuola-di-piazza-del-popolo-reale-o-fittizia (accesso 26/07/2015).
298 Cfr. G. Fioroni, Dialogo con Alberto Boatto, in A. Boatto, A. M. Boetti Sauzeau, e A. Carancini, Giosetta Fioroni, cit., p. 110.
Jessica Perna, ARTE PROTO-FEMINIST. Una rilettura delle neoavanguardie italiane degli anni Sessanta, Tesi di dottorato, Università degli Studi della Tuscia, 2015

[...] due «tappezzerie» di Cesare Tacchi, Renato e poltrona e Sul divano a fiori, due quadri, entrambi del 1965, tra i più caratteristici della sua precoce maturità artistica (era nato a Roma nel 1940) e di una capacità di cogliere in forma originale e fulminante l’ambiance dell’epoca offrendone al tempo stesso un’interpretazione ironica e disincantata.
A cosa in effetti rinviano i frusti patterns decorativi che non solo fanno da sfondo ma attecchiscono dentro le figure se non alla mistura di aspirazioni moderne e di convenzioni moribonde, di spigliatezza mondana e di sentimentalismo, di inquietudine e di ambizione, che contraddistingue l’Italia nei primi anni del boom? Se i suoi personaggi appaiono del tutto contemporanei, il mobilio di Tacchi rimane in effetti quello, modesto, delle generazioni precedenti, dalle linee pretenziose e soffocanti, come la pesante testiera nera che serra in alto Il letto (pensando a un prato…!), del 1966. Il design non ha ancora riconfigurato l’intérieur piccoloborghese italiano, che si conferma in questi quadri scenario ambiguo, in cui - come nella casa che Marco Bellocchio avrebbe ritratto con impietosa lucidità ne I pugni in tasca (1965) - si mescolano incombenti sensi di colpa e desiderio di fuga.
La lettura di Cesare Vivaldi
Cesare Vivaldi, uno dei critici più attenti alle novità artistiche di quegli anni, aveva lanciato nel 1963 la «giovane scuola romana» individuandovi un modo nuovo, «“mediato” e insieme aggressivo, mordente», di trattare il paesaggio visivo. Crucialmente, Vivaldi - all’epoca assai scettico sul fenomeno del momento, quella pop art peraltro ancora solo indirettamente nota in Italia - riconosce nel medium fotografico, nella sua capacità di distanziamento antiespressivo, la comune matrice del gruppo e del suo sguardo «spietato e nitido» sulle cose. Per Tacchi sono diversi i modi di mettere in pratica questa disposizione: tra ’62 e ’64 il suo modo di operare consiste nel prelievo e nella riduzione bidimensionale del dato fotografico, come si vede in Circolare rossa, del 1963, o in Piazza Navona (particolare), del ’64, col dettaglio della berniniana Fontana dei Fiumi.
Le «incorniciature» così come le imbottiture e le silhouettes e gli altri dispositivi formali che appaiono in questi e altri quadri simili sottolineano la distanza tra pittura e realtà, tra immagine «vista» e la sua restituzione mentale, e hanno in Jasper Johns il loro punto di riferimento. Nel caso invece delle «tappezzerie» un punto di partenza indispensabile sono le transparences che Francis Picabia realizzò tra anni venti e trenta. Fonte essenziale, in anni più recenti, anche per Sigmar Polke, David Salle o Julian Schnabel, Picabia è per Tacchi all’origine di un metodo per negoziare la figurazione, «riappresa» attraverso la fotografia, con altre modalità di creazione d’immagini, quella del linguaggio pubblicitario, anzitutto, ma soprattutto il cinema contemporaneo, da Antonioni a Resnais. Le sue figure viste di schiena, le conversazioni interrotte, il linguaggio del corpo e la sospensione trasognata dei primi piani dei personaggi rinviano in effetti allo stesso universo visivo, e ai suoi sottintesi culturali e simbolici, a cui Michelangelo Pistoletto attingeva per i suoi quadri specchianti di quegli stessi anni.
Una significativa campionatura della parabola artistica di Tacchi è ora raccolta al Palazzo delle Esposizioni di Roma (Cesare Tacchi Una retrospettiva, esposizione e catalogo a cura di Daniela Lancioni e Ilaria Bernardi, fino al 6 maggio), nella prima approfondita ricognizione della sua opera a quattro anni dalla scomparsa dell’artista. Tacchi, come altri suoi compagni di strada attivi a Roma nei primi anni sessanta (si veda ad esempio la recente monografia di Luca Massimo Barbero, Franco Angeli. Gli anni ’60, Marsilio), ha dovuto attendere a lungo una rivalutazione critica del suo lavoro. Gli sviluppi impetuosi della scena artistica a partire da metà decennio, l’irruzione delle correnti concettuali, minimaliste e processuali, lo choc epocale del ’68, i mutamenti radicali degli orizzonti ideologici e del ruolo di critici e curatori, hanno contribuito a lungo a confinare le esperienze di Angeli, Festa, Fioroni, Lombardo, Mambor, Schifano e dello stesso Tacchi - per citare solo alcuni esponenti della cosiddetta «scuola di Piazza del Popolo» - in una sorta di mitica età aurea, «gli anni 60», con solo le biografie spesso clamorose e tormentate dei protagonisti a controbilanciare la scarsità di nuove interpretazioni [...]
Stefano Chiodi, Tacchi, schivo negoziatore della figurazione, il manifesto, 11 marzo 2018


La galleria La Tartaruga aprì i battenti il 25 febbraio del 1954 in un locale di via del Babuino 196. A due passi da Piazza del Popolo e di fronte all’ex Hotel de Russie (oggi riaperto) dove un anno prima era approdata la RAI.
Galleristi sono due sposi, Plinio De Martiis e Maria Antonietta Pirandello. Lei ha trentuno anni ed è la nipote di Luigi Pirandello, lui di anni ne ha trentaquattro e ha già fondato un teatro (Il Teatro dell’Arlecchino aperto nel 1946 con Un marziano a Roma di Ennio Flaiano), condotto la professione di fotografo (nel 1952 era stato tra i fondatori della cooperativa Fotografi Associati con Caio Garrubba, Franco Pinna, Nicola Sansone e Pablo Volta, aveva collaborato con” Il Mondo”, “Vie Nuove”, “L’Unità”, “Noi Donne” e pubblicando, tra gli altri, un incisivo reportage sull’alluvione del Polesine), era stato anche funzionario del Partito Comunista Italiano per stampa e propaganda.
Plinio De Martiis è il più celebre dei galleristi italiani del Novecento. Il suo nome è noto agli storici dell’arte di mezzo mondo sebbene egli non si sia mai allontanato da Roma, se non in tarda età per consumare l’ultima delle sue imprese, le mostre a Castelluccio di Pienza. La sua intelligenza, la sua inventiva, la sua capacità di comunicare con il prossimo e la circostanza favorevole di una città gremita di scrittori, pittori, scultori, registi e musicisti, lo hanno reso una figura mitica.
La scelta del nome della galleria fu affidata alla sorte: dai cinque bigliettini depositati nel cappello di Mario Mafai venne estratto quello di Mino Maccari e a lui toccò disegnare la tartaruga che diede il nome all’impresa. La prima mostra, forse per non far torto a nessuno dei numerosi amici, venne dedicata alle litografie di Honoré Daumier, Cham e Charles Vernier con una citazione di Charles Baudelaire riportata nel biglietto di invito. Evidente presa di posizione a favore della modernità.
[...] La galleria cambiò passo intorno al 1960, quando una nutrita nuova generazione di artisti venne alla ribalta. La Tartaruga continuò a ospitare le mostre di Cy Twombly (6 personali e 12 collettive tra il 1958 e il 1970), di Achille Perilli, di Giulio Turcato o di Franz Kline, ma prorompente fu la presenza dei nuovi arrivati.
Chi in epoca recente chiese a Plinio De Martiis come fossero avvenuti i suoi incontri con gli artisti ricevette in risposta il suo stupore: Roma era un mondo affollatissimo e vario, affascinante e fantastico tutto dentro uno stesso ambiente. Una sorta di campo magnetico all’interno del quale La Tartaruga, per diversi anni, esercitò una potente attrazione. Lì confluirono - molti sin dalle loro prime apparizioni pubbliche - Jannis Kounellis, Mario Schifano, Giosetta Fioroni, Cesare Tacchi, Sergio Lombardo, Renato Mambor, Mario Ceroli, Tano Festa, Umberto Bignardi, Franco Angeli, Gianfranco Baruchello, Pino Pascali, Eliseo Mattiacci, Enrico Castellani, Piero Manzoni, Ettore Innocente, Paolo Icaro, Fabio Mauri, Gherard Richter.
Fu Cesare Vivaldi, poeta e critico sodale della galleria, a individuare da subito quale fosse, all’interno di questa compagine, il tratto comune ai romani (di nascita o di elezione). Dedicò loro un articolo intitolato La giovane scuola di Roma, definizione divenuta virale forse al di là delle intenzioni del suo estensore che nel testo lucidamente avvertiva non trattarsi di un gruppo, semmai di un movimento, la novità del quale coglieva nell’interesse aggressivo e mordente di volgere lo sguardo alla realtà visibile.
È questa la generazione venuta dopo l’informale che diede nuova linfa all’arte attingendo ai dati oggettivi dell’ambiente e del paesaggio. Plinio De Martiis ne accolse le opere del tutto nuove e originali per materiali e modalità di fruizione. Creò tra queste e l’avanguardia del Novecento connessioni all’epoca non scontate (nel 1965 dedicò una mostra alla camera da letto di Giacomo Balla) e affiancò i giovani autori ai poeti del Gruppo 63, i Nuovissimi, anche loro alla ricerca di nuovi impasti stilistici e di ardite contaminazioni lessicali. Di questo spirito - in bilico tra opera e comportamento, tra materia e immagine, tra impegno e nichilismo - si fece sostenitore fino alla sua mostra più celebre, “Il teatro delle mostre”, nella quale, intercettando un sentire comune, saldò il binomio di arte e vita nella temporalità del teatro: ogni sera un artista diverso presentò un’opera, un’installazione o un’azione. Correva il maggio del 1968. L’editore Lerici pubblicò un bel catalogo con le foto scattate dallo stesso De Martiis, un testo di Maurizio Calvesi e brevi descrizioni delle opere di Achille Bonito Oliva. è...]
Daniela Lancioni, La Tartaruga in Paola Bonani, Titina Maselli. Galleria La Tartaruga dal 16 aprile 1955, Palazzo delle Esposizioni, 2019

4. II incontro, Reggio Emilia, 1-3 novembre 1964 Documentazione relativa alla seconda riunione del Gruppo 63, tenutasi a Reggio Emilia dal 1 al 3 novembre del 1964. In particolare: ritagli stampa dai principali quotidiani e riviste dell'epoca; testo Ansedonia/Inverno di Cesare Vivaldi; calendario culturale del Municipio di Reggio Emilia con programma del convegno.
Dattiloscritto e materiale a stampa in fotocopia cc. 35
(a cura di) Margherita Bettini Prosperi (con la collaborazione di Rosalia Virga), Archivio Nanni Ballestrini (1949-2018). Primo versamento, Inventario, SOPRINTENDENZA ARCHIVISTICA E BIBLIOGRAFICA DEL LAZIO, 2019

mercoledì 15 dicembre 2021

Un poeta che fu comandante del distaccamento della Brigata Nera di Albenga

Albenga (SV): il torrente Centa - Fonte: Mapio.net

Il rientro a Savona - «città che amavo quando ne ero lontano e che odiavo quando vi risiedevo» - inizia per Contini con aut-aut imposto dal Distretto Militare savonese: o la direzione del Presidio di Albenga <1a, o i campi di lavoro in Germania. Il 17 marzo del 1945 il sottotenente Ennio Contini giunge ad Albenga, dove rimane per un lasso di tempo inferiore ad un mese, ma sufficiente a stabilire la sua condanna: "Mi convocarono perentoriamente al Distretto Militare di Savona… Ma non ero stato congedato per invalidità contratta in guerra? Il vecchio capitano scosse il capo, sardonico, mi ripetè: - O si arruola o la mandiamo a lavorare in Gerrmania. Balbettai: - Ma io sono reduce dal fronte albanese… La risata si fece più sardonica. - Lei di guerra ne ha fatto sì o no una decina di giorni… Io nella Prima Guerra sono stato sotto le armi cinque anni! In quattro e quattr’otto indossai la divisa e fui inviato a comandare il Presidio di Albenga. […] Ad Albenga rimasi undici giorni. Per quei undici giorni mi giocai tutto il resto della vita. Ed avevo appena trent’anni. Undici giorni, ripeto, poi venne l’ordine di rientrare a Savona per incolonnarci e proseguire verso il Po, oltre il quale, si diceva, si combatteva ancora. Al Po, purtroppo, non giungemmo mai" <2a.
La sentenza della Corte di Assise Straordinaria di Savona l’11 luglio 1945 condanna a morte Ennio Contini con diversi capi d’imputazione: «quattro omicidi e una rapina in meno di venti giorni superava ogni possibile sopportazione» <3a.
Contini non verrà fucilato, sconterà la sua pena vivendo.
3. La condanna a morte: 1945-1947
"Signore, ho la tua pena in questa cella sacrilega"
(Ennio Contini, Diari inediti)
Quando Ennio Contini giunge ad Albenga, nel marzo 1945, lo scontro tra formazioni partigiane ed esercito tedesco è al culmine della sua ferocia; rappresaglie antifasciste e rastrellamenti della Feldgendarmerie <1 sono all’ordine del giorno. Per sua conformazione geografica (la famosa “piana” poteva essere un ottimale punto di sbarco alleato ed era allo stesso tempo molto vicina alla Francia) la zona costituiva un punto di snodo importante sia per le forze alleate sia per l’esercito germanico e in questo lembo di terra era cresciuto in modo esponenziale anche il movimento antifascista. Qui, nel luglio 1944, era nata infatti la Divisione d’assalto Garibaldi intitolata a Felice Cascione, primo comandante partigiano caduto in battaglia. Il 1944 è un anno tristemente importante per l’Italia e per Albenga, ormai nel pieno di una guerra civile.
Scrive Gianfranco Simone nel suo libro "Il boia di Albenga": «Fino all’arrivo della Feldgendarmerie nel novembre 1944 l’albenganese aveva sofferto meno per la repressione nazifascista che per le incursioni dei bombardieri francesi e angloamericani» <2. La polizia militare tedesca, alla fine del novembre 1944 in risposta a continui attacchi partigiani e all’uccisione di venti militari e due spie aveva attuato le prima rappresaglia nell’entroterra di Albenga, nella zona di Ortovero e Ranzo, avvalendosi dell’aiuto della Brigata Nera <3 ‘Francesco Briatore’ di Savona, a quel tempo comandata da Felice Uboldi. Ben presto la fama della Feldgendarmerie come ‘squadrone della morte’ si era diffusa nella zona dell’albenganese, accrescendosi anche per la personalità quantomai feroce e spietata di Luciano Luberti <4, chiamato ‘il Boia’. Luberti, si scoprirà solo alla fine della guerra, aveva torturato e ucciso più di un centinaio di persone. Solo la foce del fiume Centa restituirà cinquantanove cadaveri, fuciliati senza pietà da Luberti e dal suo sottoposto Romeo Zambianchi, chiamato il ‘vice-Boia’. La fine del 1944 è segnata dal sangue: il 1° dicembre in un combattimento i partigiani uccidono otto tedeschi e ne feriscono quattro, battendo in ritirata illesi; il giorno successivo la Feldgendarmerie fucila quattro ostaggi e ne tortura altri. La zona vive un momento di forte recrudescenza: la polizia militare tedesca spesso uccide ostaggi e non ne dà notizia e tra le vittime cadono anche molti innocenti, tra cui bambini e ragazzi. Chi non muore è sottoposto a torture e sevizie di cui Luberti si rende il maggior aguzzino come scrive ancora Gianfranco Simone: «Schivo, comunista e padre del partigiano ‘Cimitero’ era stato massacrato di botte […]. Il fabbro venne trascinato legato con filo spinato a una moto, dove Strupp e Luberti gli strapparono unghie e denti perché rivelasse dov’era suo figlio» <5.
Le rappresaglie tedesche avevano avuto però come unico effetto l’aumento dell’attività antifascista con imboscate e guerriglia; nel dicembre 1944 la Feldgendarmerie aveva perso circa quaranta soldati. L’abbondante nevicata del gennaio 1945 aveva fatto calare d’intensità l’attività partigiana ma non le fucilazioni della polizia militare tedesca, che tra la fine di gennaio e la metà di febbraio aveva giustiziato circa dodici persone, tra cui molti ragazzi di diciotto anni.
Il braccio destro della Feldgendarmerie ad Albenga era rappresentato dalla Brigata Nera ‘Briatore’ di Savona, comandata nel gennaio 1945 da Pierluigi Russo che era subentrato a Felice Uboldi. Russo, colpevole di omicidi e rapine, era stato ritenuto estremamente fanatico anche dalla direzione federale del partito che lo aveva sostituito, nel marzo dello stesso anno, con Ennio Contini.
È doveroso premettere che, nel tentare di ricostruire le vicende storiche che portarono Contini alla condanna a morte, ci serviremo, nell’ordine, delle fonti a nostra disposizione quali la sentenza, i documenti dell’ANPI, i libri dedicati alla Resistenza ligure e i testi inediti di Contini.
[...] A partire da quelli che Simone definisce «un esame di ammissione», quali gli omicidi di Mario Rossello e Don Nicolò Peluffo, compiuti prima dell’arrivo di Contini al Presidio di Albenga si legge nella sentenza <7:
"Contini Enrico <8 fu Garino e di Biddau Anna Maria, nato ad Oristano (Cagliari) il 31/5/1914, residente a Savona, Corso Italia 17/4, detenuto, imputato: del delitto di cui agli art. 575/577 N. 434-61 N.1-5 C. P. per avere in Vado Ligure l’ 8 maggio 1945 <9, profittando di circostanze di tempo e di luogo tali da ostacolare la privata difesa, con premeditazione commettendo i fatti per motivi abbietti, in concorso con altri cagionato la morte di Don Peluffo Nicola <10 […]. Infatti sulla colpevolezza del Contini in ordine a tutti i reati asseritigli non vi possono essere fondati dubbi. Egli è colpevole dell’omicidio di Don Nicolò Peluffo. Lo ha confessato nell’interrogatorio reso in Questura ed il tentativo da lui fatto in istruttoria ed all’udienza di negare la sua partecipazione al fatto non è riuscita. Invero a prescindere dalla falsità del suo assunto che le confessioni da lui rese in Questura gli fossero state estorte con la violenza […] sta in fatto che prima di confessarsi autore di tale omicidio in Questura egli se ne era confessato autore al Peglini in Albenga “in una sera in cui era bevuto in Albenga gli aveva raccontato di essere il naturale esecutore dell’assassinio di Don Peluffo”, sta in fatto che se nelle circostanze da lui raccontate in Questura (all’infuori della sua partecipazione) egli deve avere necessariamente partecipato al fatto perché cinque furono le persone che vi presero parte, tante ne vide il teste Giusto Luigi ed il quinto di essi, oltre al Ricciardi, al Ruppelli, al Simone, ed al Rebora conseguentemente il Contini. Non vale opporre che il Federale Pini in sede di udienza avanti il Prefetto
abbia escluso la partecipazione del Contini. Il federale aveva ancora prima, impegnando la sua parola d’onore, assicurato che l’uccisione non era stata effettuata dalla Brigata Nera, eppure egli era ben a conoscenza degli autori dell’omicidio, poiché secondo quanto riconosce lo stesso Contini, era stato egli ad ordinarlo e precisamente ad elemento della Brigata Nera, ma come egli stesso ammette frequentare la Federazione [sic] ed era in rapporti con i vari componenti di dette Brigate Nere ed era un aspirante a diventarlo, poiché aveva inoltrato domanda, aveva bisogno quindi di crearsi dei titoli adeguati per dimostrare che era degno di essere accolto in quella banda di criminali e se li formò partecipando sia all’assassinio di Don Peluffo sia a quello, come dopo si vedrà, di Mario Rossello. L’imputazione posta a carico del Contini alla lettera del capo di imputazione pertanto sussiste. Trattasi invero di omicidio doppiamente aggravato perché commesso con premeditazione, per motivi abbietti e futili e profittando di circostanze di tempo e di luogo tali da ostacolare la privata difesa (basta all’uopo ricordare che l’omicidio fu consumato su ordine del Federale e dopo che il Peluffo, già arrestato, era stato liberato perché si era riconosciuto che a suo carico non si poteva procedere, ed infine che esso venne consumato di notte in periodo di oscuramento e coprifuoco) per dedurre la pena [sic] applicabilità nella specie degli art. 575/577 C. P. Pena congrua da applicarsi al Contini per tale fatto è quindi quella dell’ergastolo".
La sentenza della Corte d’Assise Straordinaria di Savona emessa contro Ennio Contini l’11 luglio 1945, documento basilare per le nostre ricerche, è senza dubbio un testo di rifermento imprescindibile. Va sottolineato però, come scrive Gianfranco Simone, che la motivazione della sentenza era stata «battuta a macchina da un dattilografo quanto meno ubriaco» <11 e riporta diversi errori di battitura dei nomi a partire da Enrico Contini per arrivare ad un cognome che, come vedremo, era stato trascritto in quattro modi diversi; spesso anche le date vengono trascritte in maniera errata. Queste imprecisioni possono essere in parte imputate al fatto che dopo il 25 aprile 1945 a Savona, come in altre zone d’Italia, il desiderio di giustizia si era fatto impellente e il clima della città era arroventato dalle recenti ferite della guerra; a volte i processi duravano poche ore e le fucilazioni venivano compiute nel giro di pochi giorni. La rapidità delle udienze era direttamente proporzionale alla volontà di epurazione della società dal Fascismo.
Don Nicolò Peluffo, a cui oggi è dedicata la scuola elementare di Vado Ligure, era stato il vice parroco del paese a partire dal 1943. Qualche giorno prima di essere ucciso Don Peluffo era stato arrestato dalle Brigate Nere con l’accusa di essere alleato dei partigiani. Rilasciato per insufficienza di prove il curato venne ucciso da una raffrica di mitra l’8 marzo 1945 mentre recitava il rosario a casa di alcuni fedeli.
[...] Mario Rossello, nato a Savona il 9 aprile 1924, aveva deciso di arruolarsi nella lotta antifascista nel 1943 in un distaccamento garibaldino con il nome di battaglia di “Walli”. Nel dicembre del 1944 era stato catturato e incorporato, come renitente alla leva, in un battaglione di raccolta della divisione San Marco a Cairo Montenotte, dal quale però era riuscito a fuggire. Nuovamente catturato il 9 marzo 1945 da alcuni agenti che si spacciavano per partigiani venne ferocemente torturato
[...] La terribile fine di Rossello viene documentata da Guido Malandra in maniera dettagliata, riportando diverse testimonianze come la dichiarazione fatta da Giacomo Genovese in sede di interrogatorio risalente al 12 e al 17 maggio 1945: "In seguito al lancio di una bomba contro la sentinella della federazione che fu ferita, il federale [Paolo] Pini dava ordine agli uomini della squadra politica di prelevare un prigioniero che si trovava nelle celle della federazione e di farlo fuori. Gli esecutori dell’ordine sono i seguenti: tenente Contini Ennio, tenente Simone Osvaldo, agente [Antonio] Rebora, con probabilità agente [Pietro] Piana o agente [Salvatore] Ronchi" <15 <16.
Sempre Malandra riporta anche il verbale di una sentenza emessa dalla Corte d’Assise Straordinaria di Savona del 20 maggio 1946:
"La sera del 9 dello stesso mese di marzo 1945 fu arrestato dalla Brigata Nera il partigiano Mario Rossello e sottoposto a barbare sevizie che gli cagionarono gravi lesioni. La sera dell’11 marzo venne scagliata una bomba contro una sentinella della sede della federazione (del PFR), e poco dopo Rossello fu prelevato dalla sua cella e accompagnato fuori e poi ucciso sulla pubblica via con alcune scariche di mitra […]. Dopo il lancio della bomba contro la sentinella della federazione, il federale (Paolo) Pini incaricò (Ennio) Contini col Simone, il Rebora, il Ricciardi (Onofrio), il Piano e il Gori di passare per le armi il Rossello che condotto in via Ratti fu colpito con una raffica di mitra dal Ronchi (Salvatore) e dal Rebora, e successivamente ebbe ancora da quest’ultimo, su ordine del Simone, un’altra scarica. Visto il Simone e il Piano bloccare la strada mentre il Rebora e il Ronchi avevano materialmente eseguito l’assassinio".
Ennio Contini scriverà nei diari e nel romanzo ancora inediti la sua versione dei fatti, ma è necessario a questo punto circostanziare anche l’ultimo capo d’imputazione, ovvero quello della rapina e dell’uccisione di due innocenti a Ortovero, quando Contini era stato chiamato a comandare il Presidio di Albenga.
Ad Albenga Contini non aveva incontrato il famoso “Boia”, che avrà modo di vedere durante la sua detenzione nel 1946, né il “vice-boia” Romeo Zambianchi che sarà invece suo compagno di cella nel carcere di Sant’Agostino a Savona in attesa della fucilazione.
L’arrivo di Contini ad Albenga risale, come abbiamo visto, al marzo del 1945 in un periodo particolarmente tragico per la popolazione della zona, terrorizzata dallo “squadrone della morte”.
Si apprende dalla sentenza:
"Del delitto di cui all’art. 1 D. D. L. 22/2/45 N. 142 […] per avere dopo l’8 settembre 1943 nella sua qualità di comandante del distaccamento della Brigata Nera di Albenga, tenuto intelligenza col tedesco invasore, comunicando con la Feldgendarmerie alla quale forniva elementi della dislocazione e consistenza delle forze partigiane della Zona, con rilievi fotografici e altro agevolando così le operazioni militari del nemico […]. Del delitto di cui agli art. 628 ult. P. N. 1 C. P. per essersi il 27/3/45 in Ortovero e Pogli di Albenga al fine di trarne profitto in concorso con altri, impossessato mediante la violenza usata con armi in più persone di £ 22.000 sottraendole a Casiano Giuseppe di Mannora e Ramboldi Biviani di Borghetto Arroscia che sulla persona le detenevano. Del delitto di cui all’art. 575/577 N. 1 per avere nelle stesse circostanze di tempo e di luogo causato la morte del Casciano e del Rambaldi, commettendo il fatto per assicurarsi il profitto del resto di rapina e l’impunità […]. Il Contini aggiungeva inoltre che nel periodo in cui era stato al comando del distaccamento di Albenga si era recato assieme ad Enrico Bruno nella zona di Ortovero per l’arresto di certa Fiorina, informatrice dei partigiani. In quell’occasione era stato operato il fermo di tutti i passanti che erano stato riuniti in un cascinale e depredati di tutti i denari che possedevano, due di essi, dai quali temevano di essere riconosciuti, erano stati uccisi per la strada. Per tale fatto egli era stato arrestato dalla Feldgendarmerie che l’aveva consegnato al Federale Pini il quale lo aveva liberato. Intanto era sopravvenuta la liberazione ed egli si era accodato alla colonna nazifascista che abbandonava Savona allontanandosi dalla stessa ad Acqui ove si era consegnato ai partigiani. Contini […] per l’episodio di Ortovero escludeva di avere consumato sia la rapina che gli omicidi che sarebbero stati operati a sua insaputa da Enrico Bruno. […] Anche per gli stessi nazisti e fascisti, adusati a fatti di tenore e di violenza di ogni genere, quattro omicidi ed una rapina in meno di 20 gg. superava ogni possibile sopportazione. Infatti sulla colpevolezza del Contini in ordine a tutti i reati non vi possono essere fondati dubbi. […] Enrico [sic] Contini è inoltre colpevole della rapina aggravata in danno di Casaino, Rombaldi ed altri e dell’omicidio sia del Casiano che del Rambaldi <17. Infatti il teste Murano, attualmente ufficiale dei Carabinieri ed al tempo partigiano nella zona di Ortovero con la Divisione Augusta la mattina del 28 marzo 1945 avvertito dal cognato e dalla fidanzata del Casaino che quest’ultimo era stato fucilato da due finti partigiani, potè compiere pronte indagini interrogando gli stessi che erano stati fermati dal Bruno (da lui riconosciuto) e dal compagno che si erano camuffati da partigiano, erano stati condotti in casa ed ivi rapinati dai due armati di rivoltella. Quindi erano stati condotti a ridosso di una collina ed ivi mentre alcuni erano stati allontanati con l’avvertimento di non muoversi fino a che non avessero sentito dei colpi di rivoltella, due e precisamente Casiani ed un mutilato cioè il Rambaldini erano stati trattenuti. Poco dopo si erano sentiti dei colpi di rivoltella che erano stati quelli che avevano prodotto la morte del Casaini e del Rambaldini, trovati cadaveri. Di fronte a tale piena deposizione può dimostrarsi inutile ogni altra indagine per dimostrarne la colpevolezza del Contini, anche a solo titolo di complemento può essere ricordata che in tasca del Contini andò a finire il maggior provento della refurtiva, £ 20.000 rapinate, che a seguito di tale fatto persino la Feldgendarmerie si credette in dover di intervenire arrestando precisamente il Contini, che fu poi provveduto ad un’indagine da parte della Federazione (sono in atti le copie dei verbali che un legionario certo Rombo si era procurate e che furono recate dallo zio alla commissione di giustizia) ove la responsabilità del Contini risulta schiacciante. Non vale opporre che dopo l’arresto da parte della Feldgendarmerie il Federale Pini sia riuscito a farsi consegnare il Contini che poi fece liberare, evidentemente dal Federale Pini non poteva sperarsi altro comportamento se si tengono presenti i vincoli delittuosi che lo tenevano legato a Contini".
I fatti di Ortovero sono per Contini ulteriormente aggravati dalla rapina e dall’arresto voluto dalla Feldgendarmerie. Si legge ancora nella sentenza:
"Del resto a porre nella sua giusta luce tale comportamento può essere utile ricordare quanto ha deposto il questore Nitti. Egli riferisce che al tempo si era creato un urto per la Prefettura ed il Comando della 34a divisione germanica di stanza ad Albenga a seguito delle segnalazioni delle atrocità commesse da tale divisione affiancata alla Feldgendarmerie <18. Di ciò si era risentito il comando germanico e di tale risentimento si era reso interprete il Prefetto, il Pini che lo aveva avvertito di evitare noie e seccature dal comando, anche con minaccia di essere considerato di sentimenti antitedeschi. L’intervento del Pini dovette riuscire gradito alla Feldgendarmerie e di ciò egli si valse per ottenere non solo la consegna del Contini, ma altresì una dichiarazione dello Strupp <19 da cui risultava che il Contini si era recato ad Ortovero per assolvere un’importante missione per conto della Feldegendarmerie e che per tale compito aveva ricevuto dal Comando la somma di £ 20.000. Era questa somma che egli aveva rapinato nella zona di Ortovero. […] Il Genovesi poi precisa che egli travestito ed ossigenato era stato mandato in zona dei partigiani per fare rilievi, fare ricognizioni. Tutta questa attività egli la esplicava di intesa e di accordo con i tedeschi. […] Queste operazioni delle Brigate Nere insomma venivano eseguite solo con l’autorizzazione del comando tedesco. Operato il cumulo delle pene inflittegli per ciascuno reato questo si orienta nella pena di morte. Va ordinata la confisca dei beni e la sentenza va pubblicata. La Corte dichiara Contini Enrico colpevole dei reati ascrittigli e visto l’art. 483 C. P. P. lo condanna alla pena di morte".
Ennio Contini, riconosciuto colpevole di quattro omicidi e di una rapina, viene quindi condannato a morte nel luglio 1945. I reati sarebbero stati commessi da Contini tra l’8 e il 28 marzo 1945, all’epoca della sua militanza attiva nella Brigata Nera ‘Briatore’ di Savona. Gianfranco Simone ha cercato di circostanziare i fatti compiuti dall’allora tenente Contini in veste di comandante del presidio di Albenga, fatti aggravati, come abbiamo letto, dall’arresto effettuato ai suoi danni dalla Feldgendarmerie. Secondo il racconto ricostruito da Simone - che si è avvalso di testimonianze dirette e documenti dell’epoca - Ennio Contini viene incolpato prima che da altri dai “suoi”, i legionari Enrico Bruno e Giancarlo Rombo che denunciano Contini al Federale di Savona Paolo Pini per i reati commessi ad Ortovero. Enrico Bruno aveva dichiarato: "che alle 15 del 26 marzo il suo comandante gli aveva ordinato di indossare come lui abiti borghesi e di portarlo in moto per una missione speciale a Ortovero. Prima di partire Contini ordinò a Rombo di uccidere la moglie e la figlia di Enrico se questi non fosse tornato in Feldgendarmerie […]". I due brigatisti neri, sempre secondo la
deposizione di Enrico, raggiunsero una casa a Costa Bacelega (Ranzo) dove si spacciarono per il capo partigiano di Calizzano “Bill” e il suo gregario “Bleck” e pistole in pugno, radunarono una quindicina di persone […]. Contini perquisì i contadini e la casa poi disse a Enrico di aver raccolto solo 5.500 £, dandogliene 500 e promettendogli che avrebbe diviso con lui il resto a Ortovero. Quindi portò nel bosco due dei civili col pretesto di farsi indicare la strada per incontrare “Cimitero”. Contini ordinò a Enrico di uccidere i due contadini, ma il legionario, a quanto sostenne, finse di sparare per cui il sottotenente fulminò i due poveretti con quattro colpi di pistola alla nuca" <20.
Stando alle testimonianze di Enrico Bruno e di Giancarlo Rombo <21, rese di fronte al Federale del Partito Fascista di Savona Paolo Pini, Contini si era reso il solo colpevole sia della rapina, sia del duplice omicidio.
Gianfranco Simone fa luce sulla intricata vicenda
[...] Per quanto riguarda l’altra vittima, Giuseppe Cassiano, Gianfranco Simone ha raccolto la testimonianza di un suo lontano parente che sapeva dell’uccisione del cugino da parte di due fascisti e «che di Enrico Bruno non sa nulla».
L’inchiesta su Contini, denunciato da Bruno e Rombo alle autorità competenti si era chiusa grazie all’intervento del Federale Paolo Pini, che lo aveva liberato. Aveva concorso a favore della sua liberazione anche la testimonianza del maresciallo Strupp della Feldgendarmerie che aveva dichiarato di essere stato lui ad aver mandato Contini in missione ad Ortovero e di avergli dato, per questo, un acconto spese di £ 20.000. La stessa cifra che, stando all’accusa, Contini avrebbe invece rapinato.
[...] Il tenente Contini, con quello che rimaneva della colonna e del suo plotone, aveva deciso quindi di avviarsi in direzione di Cassine e di rinunciare alla marcia verso il Po. Giunti a Cassine i militari superstiti erano stati condotti al Comando del C.L.N. locale per consegnare le armi ed erano stati dichiarati uomini liberi, salvo poi venire arrestati qualche giorno dopo. Contini, nei suoi scritti inediti, ricorda il breve periodo trascorso a Cassine parlando di giorni e di «tempi sereni e qualche volta anche gai», contraddistinti dalla grande correttezza dei partigiani locali.
[...] Le vicende di Contini trascorrono serene anche dopo il suo trasferimento da Cassine ad Acqui dove gli viene ufficialmente consegnato un lasciapassare. Ma il sapore della libertà è fugace: alla stazione di Alessandria il giovane Contini viene nuovamente arrestato da un altro partigiano, un badogliano, che lo accompagna al Comando locale del C.L.N.
[...] L’arrivo a Savona è segnato fin dall’inizio da un presagio: agli occhi di Contini sembrava che tutta la città fosse lì ad attenderlo, davanti alla Questura, per processarlo. Il tenente era stato portato immediatamente nel carcere di Sant’Agostino <30 dove aveva trovato come compagno di cella l’ex prefetto di Savona De Maria <31.
Per quattro giorni Contini era rimasto in carcere prima di essere trasferito in Questura. Qui, stando alla sola sua testimonianza scritta, era stato più volte duramente percosso e costretto ad ammettere colpe non sue. La sentenza riporta il fatto come un tentativo dell’imputato di negare una grave accusa, si legge infatti: «Invero a prescindere dalla falsità del suo assunto che le confessioni da lui rese in Questura gli fossero state estorte con la violenza».
[...] Dopo la confessione Contini era stato nuovamente trasferito in una cella del carcere di Sant’Agostino. Qui, in attesa del processo, il giovane tenente aveva incontrato il Pubblico Ministero che avrebbe dovuto sostenere la sua accusa, l’avvocato Antonio Catte <33 che, stando al racconto di Contini, si era accorto della gravità della situazione e dei torti subiti dall’imputato.
[...] L’imputato, ormai condannato alla fucilazione, viene nuovamente trasferito nel carcere di Sant’Agostino, in attesa dell’esecuzione. Va aggiunto che gli avvocati della difesa si erano rifiutati di fare appello in Cassazione rendendo, come scrive Contini, «la mia condanna di morte definitiva».
[...] Anche nel suo romanzo inedito Contini ricorda la morte di Zambianchi come un episodio fortemente perturbante. Per Contini Zambianchi era stato fucilato al posto suo, quasi una vittima sacrificale e innocente.
[...] Contini, come sappiamo non era stato fucilato e nel 1947, senza preavviso, viene trasferito nel carcere di Procida insieme ad altri detenuti politici. Qui Contini era stato informato della conversione della sua pena in ergastolo [...]
[NOTE]
1a Ad Albenga operava una Compagnia della Brigata Nera savonese «Francesco Briatore», costituitasi l’11 luglio 1944 con lo scopo di controllare l’ordine pubblico di quella zona. Il Presidio di Albenga era composto da una trentina di uomini, comandato dapprima da Felice Uboldi, poi da Pierluigi Russo e successivamente, fino al suo scioglimento, da Ennio Contini.
2a AC, brano tratto dal romanzo inedito, primo dattiloscritto dal titolo Il poema della speranza, pp. 66-67.
3a Tratto dalla sentenza della Corte Straordinaria di Assise di Savona emessa l’ 11 luglio 1945 contro il tenente Ennio Contini. I documenti relativi al processo sono conservati presso l’Archivio di Stato di Genova, Corte Assise Speciale, faldone 85.
1 La Feldgendarmerie era la polizia militare dell’esercito tedesco. Era divisa in «Trupp» e di norma era formata da due plotoni, tre ufficiali, quarantuno sottufficiali e venti graduati di truppa.
2 Gianfranco Simone, Il boia di Albenga. Un criminale di guerra nell’Italia dei miracoli, Milano, Mursia, 1998, p. 25.
3 Nel giugno del 1944 era stato istutuito, per volere di Alessandro Pavolini, il Corpo Ausiliario della Squadre d’azione delle Camicie Nere. Le federazioni provinciali del Partito Fascista Repubblicano avevano preso il nome di Brigate Nere.
4 Luciano Luberti (Roma, 1921-Padova, 2002) detto ‘il Boia di Albenga’ era stato un criminale di guerra, giunto alla ribalta della cronaca anche negli anni ’60 per l’uccisione della compagna Carla Gruber. Secondo alcune fonti Luberti si arruolò nell’esercito nel 1941 ma è nel gennaio 1944, con il suo reclutamento tra le file della Wermacht che Luberti iniziò a farsi strada tra tradimenti e omicidi. Nel gennaio 1944 fu coinvolto nel rapimento di Umberto Spizzichino, ebreo suo amico, condotto nel campo di sterminio di Auschwitz, dove morì nell’agosto 1944. Sempre nel 1944 Luberti decise di passare alla Feldgendarmerie di Albenga, in veste di traduttore, ma ad Albenga uccise e torturò più di sessanta persone (stando alla sentenza della corte d’Assise straordinaria di Savona Luberti si era reso colpevole di oltre duecento omicidi). Catturato nel 1946, mentre cercava di espatriare in Francia, Luberti venne condannato a morte e scontò sette anni di carcere. Subito dopo la sua scarcerazione Luberti tornò a Roma dove, tra il 1953 e il 1970, diede vita ad alcune iniziative editoriali attraverso l’Organizzazione Editoriale Luberti, pubblicando suoi testi come Furia (sotto lo pseudonimo di Max Trevisant) del 1964 o I camerati del 1969. Nel gennaio 1970 la compagna di Luberti, Carla Gruber, fu ritrovata morta nell’appartamento del ‘Boia’ in avanzato stato di decomposizione, uccisa da un colpo di pistola al cuore. Luberti venne arrestato per l’omicidio della Gruber solo nel 1972 e scontò, anche questa volta, solo otto anni di carcere perché «incapace di intendere e volere». Trascorse i suoi ultimi anni a Padova, tra arresti per detenzione di droga e il manicomio. Nel 1998 la Rai lo intervistò per la trasmissione Parola ai vinti. Il ‘Boia’ morì qualche anno dopo, ospite di una casa di riposo.
5 Gianfranco Simone, Il boia di Albenga, cit., p. 41.
7 Sentenza della Corte Straordinaria di Assise di Savona emessa l’11 luglio 1945 contro il tenente Ennio Contini. I documenti relativi al processo sono conservati presso l’Archivio di Stato di Genova, Corte Assise Speciale, faldone 85.
8 La grafia Enrico è corretta a mano in Ennio, ma l’alternanza tra i due nomi ricorre per tutta la sentenza.
9 L’omicidio di Don Nicolò Peluffo era avvenuto l’8 marzo 1945.
10 Il nome corretto è Nicolò. Anche in questo caso nella sentenza si ritrovano ripetuti sia Nicola sia Nicolò.
11 Gianfranco Simone, Il boia di Albenga, cit., p. 73.
15 L’elenco è simile a quello riportato da Lunardon nella descrizione dell’omicidio di Don Peluffo.
16 Guido Malandra, Squadre di azione patriottica savonesi, Savona, cit., p. 16.
17 Il cognome delle due vittime di Ortovero oscilla tra diverse scritture, anche Gianfranco Simone nota questa discrepanza di trascrizione: «La motivazione della Corte di Assise assegna alla seconda vittima un cognome che oscilla tra Ramboldi, Rambaldi, Rombaldi e Rambaldini un nome che potrebbe essere Diviani o Tiviani» (Gianfranco Simone, Il boia di Albenga, cit., p. 73).
18 La Brigata Nera Briatore si era distinta, nella zona di Alassio e Albenga, per aver accentrato nelle proprie mani il mercato nero, accumulando derrate alimentari a scapito di chi non faceva parte del Mussolini: «Il nuovo federale ha trovato la Brigata Nera in cattive condizioni, anche moralmente parlando, e sta raddrizzandola. Esiguo il numero dei componenti: 242. Scarso l’equipaggiamento, mediocre l’armamento. Particolarmente quello di Alassio si è comportato male, con iniziative autonome di arresti e furti, che ne provocarono il disarmo da parte dell’autorità tedesca» (Francesco Biga, Storia della resistenza imperiese, volume III, Farigliano, Milanostampa, 1977, p. 45).
19 Friedrich Strupp è stato il maresciallo della Feldgendarmerie di stanza ad Albenga. Si era reso colpevole, insieme a Luberti, di diversi omicidi e torture perpetrate a danno degli ostaggi.
20 Gianfranco Simone, Il boia di Albenga, cit., pp. 68-69.
21 Giancarlo Rombo fu mandato il giorno dopo ad Ortovero, insieme ad altri, per fare da scorta a Contini e Bruno. Bruno raccontò la sua versione dei fatti a Rombo che «mandò Bruno a Savona ad avvertire il comando della Brigata Nera, che aprì un’inchiesta, proseguita fino al 22 aprile» (Gianfranco Simone, Il boia di Albenga, cit., p. 69).
30 Il padre di Contini, Gavino, era stato per un periodo direttore del carcere Sant’Agostino di Savona. Scrive Ennio nei suoi diari inediti: «Sant’Agostino, il carcere ricavato da un vecchio monastero, lo conoscevo da tempo immemorabile per il semplice fatto che mio padre, buonanima, ne era stato il Direttore… E a proposito di Sant’Agostino, come Direttore, e contro la volontà del capo-guardia, aveva liberato tutti i detenuti politici sia di destra sia di sinistra… Papà, in quell’occasione, venne portato in trionfo per le vie della città… Io ero ragazzino allora… Bei tempi!» (AC, scritto inedito su due fogli, impiegati solo sul recto, senza data).
31 L’ex prefetto di Savona Paolo De Maria (Alessandria, 1891-Spoleto, 1968) dopo aver ricoperto la carica di presidente della provincia di Frosinone era stato trasferito nella città ligure dove aveva preso servizio l’8 gennaio 1945. Processato dalla Corte di Assise Straordinaria di Savona, fu condannato a un anno e otto mesi di reclusione per collaborazionismo.
33 Antonio Catte, detto Totoni (Oliena, 1912-1949) era stato il più giovane magistrato d’Italia, avendo conseguito la laurea in legge a soli ventidue anni. Di origine sarda, come Contini, abbandona la sua terra natale per ragioni lavorative. Figura attiva della resistenza ligure partecipa in prima persona alla lotta di liberazione nella Brigata ‘Giustizia e Libertà’; dopo il 25 aprile gli viene consegnato l’incarico, in qualità di magistrato, di prendere parte ai processi contro i fascisti per il Tribunale Speciale di Genova. Per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute, a causa di una malattia contratta nei duri mesi trascorsi tra le fila partigiane, è costretto ad abbandonare il suo ruolo e a fare ritorno a Oliena, dove muore, in giovane età, nel 1949.

Francesca Bergadano, «Il gioco irresistibile della vita». Ricerche su Ennio Contini (1914-2006): poeta, scrittore, pittore, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Genova, Anno Accademico 2017-2018

domenica 12 dicembre 2021

Bordighera: Mostra in ricordo del Poeta Luciano De Giovanni

Enzo Maiolino, Ritratto di Luciano De Giovanni (particolare di un disegno del 1957) - Fonte: Alessandro Ferraro, Aprii, cauto, la porta. L’incontro di Luciano De Giovanni con Camillo Sbarbaro in La Riviera Ligure, quadrimestrale della Fondazione Mario Novaro, XXVIII, 84, settembre/dicembre 2017

Martedì 14 dicembre 2021 - Giovedì 6 gennaio 2022  ore 17 - 19 (festivi compresi)

Unione Culturale Democratica -  Sezione ANPI - Bordighera (IM), Via al Mercato, 8

Inaugurazione Martedì 14 dicembre  2021 alle ore 17 


Immagini Scritti Pubblicazioni

Mostra

in ricordo del Poeta Luciano De Giovanni 

a vent'anni dalla morte

 

Alle pareti fotografie del figlio del poeta, Giorgio De Giovanni 


Foto: Gianni Ricelli

Luciano De Giovanni (Sanremo 1922 - Montichiari, Dicembre 2001). Ha svolto vari mestieri tra i quali il postino, l'idraulico, il contabile di libreria. Tra le sue numerose pubblicazioni 'Viaggio che non finisce' con disegni di Enzo Maiolino edito da Rebellato, 'Tentativo di Cantare una nuvola' all'Insegna del Pesce D'Oro di Vanni Scheiwiller, 'Le case oltre il torrente' Philobiblon, 'Con Te Prigioniero' edizioni anterem. Ha collaborato a diverse riviste tra le quali 'Il Ponte', 'Questioni', 'L'Approdo'. Della sua poesia hanno scritto tra i tanti Accrocca, Astengo, Bajini, Caproni, Betocchi, Pablo Neruda, Navarro, Verdino.

Foto: Gianni Ricelli

Giorgio De Giovanni, figlio del poeta, vive a Sanremo e si dedica con passione alla fotografia.
 

Tracce dell'Eden nell'entroterra ligure nella poesia di Luciano De Giovanni

L'amore, io,  
in una nuvola
l'ho immaginato
e per lei canto
e di lei scrivo

(Luciano De Giovanni)

L'opera di Luciano De Giovanni è stata conosciuta e apprezzata da autori e critici tra i più significativi dei suoi contemporanei come Carlo Betocchi e Italo Calvino, Camillo Sbarbaro e Giorgio Caproni. A distanza di ven'anni  dalla morte i suoi versi suonano sempre e ancora vivi per la ricerca critica e per i nuovi potenziali lettori. Ciò che risulta ancora oggi pienamente vitale è l'autenticità dell'approccio alla poesia unita alla percezione sensibile dei fenomeni naturali delle manifestazioni del tempo e degli affetti. Le tematiche ci coinvolgono con un fascino immutato: le passeggiate nel bosco, l'osservazione delle foglie, acqua e aria: lo scorrere del fiume, il mare, i cieli. E il passaggio delle stagioni attraverso gli elementi  più semplici: “ Pini contorti/ sembrano note musicali/ pini abbracciati/ pini malati/ cadenti morti/ pini appena nati/ e rovi minacciosi/ e more succose/ e al sentiero che scende nella gola/ e al torrente che si specchia nel cielo/ vola”. Spesso, il delicato equilibrio tra gli elementi, la loro  imprevista apparizione, vengono scanditi in versi brevi e intensi silenzi , grazie  a una preziosa economia  della parola.  Ma non si può considerare De Giovanni solo come “poeta della natura”. Altri aspetti della sua opera sono rilevanti: la percezione di un mistero che comprende tutti i fenomeni e avvolge le nostre stesse vite.  E' una dimensione religiosa in senso lato con suggestioni francescane: l'universo è avvolto e attraversato da una luce cosmica che ne mette in risalto le manifestazioni. De Giovanni scrive talvolta da una dimensione estatica, onirica in un sogno/visione che ci può condurre oltre il quotidiano. Così ritroviamo l'Eden nel bosco sulle colline dell'entroterra sanremese. E' una  dimensione vissuta talvolta  perduta e riconquistata. La scrittura breve, epigrammatica, legata anche alla lettura di Lao Tze e di Bashò, diventa in altri testi più articolata con versi distesi e avvolgenti: “ Quando la cangiante nuvola grigia/ degli uccelli migranti che giunge dal mare ti sorge sul capo/ e con lenti risucchi si svuota e comprime nel cielo/ in cerca di fronde ospitali per l'ormai prossima notte/ tu vedi come sia sciocco pensare alla bussola”. Tutto riconduce al ciclo vita/morte vissuto come adesione a un principio universale. In questo ciclo sono comprese le vicende di una vita semplice, in luoghi geografici e spazi privati circoscritti, esercitando l'umile lavoro di artigiano, vivendo la quotidianità famigliare. Ma in tutto questo è la poesia  a fare la differenza proprio perché  è vissuta come linguaggio diretto ed essenziale, in grado di attraversare e rappresentare con onestà etica tutte quelle esperienze, riuscendo perfino nel “Tentativo di cantare una nuvola”.

Luigi Cannillo

Foto: Gianni Ricelli

Ingresso libero

I visitatori sono ammessi nel rigoroso rispetto delle vigenti norme sanitarie anti Covid

Giorgio Loreti

Unione Culturale Democratica -  Sezione ANPI - Bordighera (IM), Via al Mercato, 8  [ Tel. +39 348 706 7688 - Email: nemo_nemo@hotmail.com ]

martedì 7 dicembre 2021

A Sanremo la sera sul tram le tendine erano abbassate per il pericolo dei sottomarini


[...] A Cuneo è poi indissolubilmente legato il nome di Lalla Romano, e per tante ragioni, ma prima fra tutte per la sua prossimità ad un luogo da cui dipende Tetto Murato (1957), un posto reale, raggiungibile a piedi o in bicicletta per la strada che va verso Dronero, ma raggiungibile soprattutto mentalmente (emotivamente) lungo un tragitto che sulle carte stradali non si dà. Tetto Murato è il libro che più del pur già connotato introibo di Maria (1953) può esprimere l’emozione di un mondo emblematico. Un argomento espresso «senza romanticherie», decretò Montale nella recensione che apparve il 6 maggio 1958 sul «Corriere della Sera», e voleva dire senza riverberi sentimentali, senza gli effetti di flou che può toccare a vicende di così sottili e segrete affinità. La storia è infatti narrata con consistenza petrosa, incisa in segni epigrafici e araldici. Durante il periodo della Resistenza due coppie vivono in proporzione un po’ sghemba il gioco delle affinità che li lega in una coincidenza fitta di eventi minimi. La guerra incombe su una lenta e sospesa maturazione interiore che passa attraverso l’intreccio della malattia di uno dei personaggi, dei gesti quotidiani, delle parole dette e ancor più di quelle taciute, delle malinconie improvvise ma anche della molta allegria, delle immagini che scandiscono i movimenti del tempo e i ritmi del segreto e dell’attesa.
[...] Un pellegrinaggio nei luoghi più “cuneesi” della Romano non è altro, in fondo, che il tentativo di dirne l’imprendibilità, di suggerirne la metamorfosi nell’assoluto della scrittura. Tutto il contrario di una visione turistica, verso cui la scrittrice sempre ha mostrato l’orrore di chi disprezza ogni conformismo. Resta che con Cuneo il legame è ombelicale, anche se un vero e proprio “romanzo” cuneese nella sua bibliografia non compare se non in ultimo e in extremis con gli impromtus raccolti in Dall’ombra (2000). Fino a quel momento potevano bastare le annotazioni sparse un po’ ovunque: da Maria (1953) a Una giovinezza inventata (1979), a Nei mari estremi (1987), a Un sogno del Nord (1989). Del resto nelle due sezioni in cui l’ultimo libro è scandito nulla è cambiato. Ci sono sì persone e luoghi che la memoria inventa (cioè ritrova) traendo gli uni e le altre “dall’ombra” della morte, ma le persone vivono come sempre in virtù della loro cifra segreta, così come i luoghi si animano grazie al mistero che con il crescere dell’attenzione trapassa nell’enigma della loro impenetrabilità. Il mondo è quello cuneese dell’infanzia e dell’adolescenza e il libro è una suite di figure
[...] Passando per la Limone di Luigi Baccolo (studioso di non poche scorribande tra Restif de la Bretonne e il Divin Marchese, autore di un’educazione sentimentale narrata in un romanzo, Amore a quattro voci, ambientato nella nativa Savigliano), si avvia al di là del Tenda l’ultimo segmento dell’itinerario, che sprofonda la venti nel dramma roccioso e luminoso della Valle Roja (chi non ha letto Le ultime lettere di Jacopo Ortis?). A “pagare” il viaggio (come si dice in Piemonte di una gioia assicurata) potrebbero essere gli affreschi quattrocenteschi di Giovanni Baleison e di Giovanni Canavesio nel santuario di Notre Dame des Fontaines a La Brigue, le cinquecento figure di una via crucis popolosissima e di un giudizio universale di rustica immediatezza, con un Giuda impiccato di impressionante e grottesca efficacia figurale. Non essendo, però, il mio, se non un viaggio letterario, varrà il Canavesio (come ben sa chi abbia letto Ribes) da pretesto per introdurre alle pagine di un cultore dell’altro versante, Nico Orengo.
[...] Di Lalla Romano trascrivo da Una giovinezza inventata il racconto della traversata delle Marittime con lo zio Giuseppe Peano, il grande matematico, che decide di portare la nipote, allora freschissima ginnasiale, a “vedere il mare” nel bel mezzo della “grande guerra”:
"Al confine, a San Dalmazzo di Tenda, “cupiebamus ire ad urbem Intemeliorum, vulgo Ventimiglia; sed quoniam transire Galliam non licet, nos pedibus calcantibus imus ad Brigam…”. La ferrovia attraversava un tratto di Francia e occorreva un lasciapassare. C’erano delle contadine, desolate perché non l’avevano, e lo zio diede loro il nostro: noi avremmo fatto la traversata a piedi. Le ziette dovettero farsi aggiustare i tacchi delle leggere scarpe bianche di tela, la zia Nina era preoccupata, però rideva: anche lei amava le avventure. Lo zio fu avvertito che la strada era lunga e non c’erano alberghi per via ; infatti a notte eravamo sulle montagne. “Pervenimus ad casas vocatas ab fraxino. Ibi nos edimus coffeam cum lacte, et dormimus in foeno”. Nel fienile c’erano cardi pungenti, il fienile era inclinato sul vuoto, nella baita semidiroccata. “Primo mane surgimus et proficiscimur ad Collem Ardentem (il nome m’incantò). Descendimus, vidimus longe Verdeggiam, et pervenimus ad Realdum”. A Realdo nella trattoria non avevano altro che una frittata; lo zio andò anche al Comune a vedere “come funzionavano gli approvvigionamenti”. “Continuamus descensum, per viam stratam ex marmore, inter rupes altissimas, quas fluvius Argentina rapidus lambit”. Lungo la mulattiera, sui prati aridi c’erano distese di susine gialle cadute: lo zio non mi permise di raccoglierne nemmeno una. Invece a Sanremo, la sera - sul tram le tendine erano abbassate “per il pericolo dei sottomarini” - lo zio commise tranquillamente un’infrazione: scostò la tendina. Alle rimostranze della tramviera rispose: - La mia nipotina deve vedere il mare -. All’Hotel Splendid eravamo i soli ospiti, le immense specchiere erano coperte da teli scuri, e la padrona troneggiava alla cassa - vestita di seta nera con le maniche gonfie - ci avvertì che non aveva altro che uova. Al ritorno sentii poi lo zio riferire che “il paese era allo stremo”. Era il ’17". <11 [...]
11 Una giovinezza inventata, in Opere (vol. secondo), a cura di Cesare Segre, Milano, Mondadori, 1992, pp. 637-638.
Giovanni Tesio, «Echi letterari sulla strada del Tenda», Italies, 6 - 2002

giovedì 2 dicembre 2021

Mi avevano offerto di comprare una torre saracena dietro la Piana di Latte


Ad animare il mondo di Nico Orengo è sempre l’idea di un artificio necessario, il confine sottile che passa tra la letteratura e la vita, la frontiera allusiva e illusiva che s’incide come una ruga burbera, non diversa da quella frontiera geografica che lui ha marcato tra Latte e Mentone, tra il corruccio di una terra di fasce e lo splendore di un mare di luce, tra aprico e «ubagu», tra grandi alberghi e poveri carrugi, un lembo ultimo di Costa Azzurra che trae il suo alimento dall’emozione dei nomi. Un domestico Far West che diventa origine, illusione, sotterfugio, meraviglia, miracolo, ferita.
Esordiente negli anni Sessanta, compagno di strada della Neoavanguardia raccolta intorno al disparato «Gruppo 63» - e dunque sensibile allo sperimentalismo delle strutture e dei linguaggi -, Orengo si è via via allontanato da quella esperienza costruendosi una personale e originale misura di realtà e di grazia, di malizia e di pietà, di leggerezza e di grottesco, attaccandosi alla geografia di un fazzoletto di terra: la spiaggetta di Mamante, Punta Beniamin, le barme dei Balzi Rossi, Punta Mortola, i Giardini Hanbury, la baia di Garavan, Grimaldi, Latte («Latte fu il primo luogo») <1, i borghetti interni di Apricale, Taggia, Isolabona, Pigna, Triora, Perinaldo.
Un mondo che sa tenere in tasca come un Tom Sawyer che ami far comunella con Robinson e con Alice, con l’ultimo dei Mohicani e con Tom Mix: sia che si mobiliti a difesa di un uliveto minacciato, sia che esplori la memoria di un’infanzia difficile in cui muovere la fitta trama dei paesi, dei personaggi, delle ville, degli alberghi, dei profumi, dei nomi, dei silenzi, dei caratteri, dei sapori di un paesaggio di fasce e declivi, di mare e monte, di pesca e caccia, di frontiere blu e borghi abbarbicati a un costone. Una terra capace di «stare nel poco», ma percorsa dai brividi della mondanità internazionale.
In tanto svariare di affetti e di umori, colpisce il senso di una fedeltà capace di incidere un carattere, l’idea - appunto - di un paesaggio (con figure) che sa fissare un’origine.
Basta un paio di mocassini (del padre morto) per strappare la più implicata delle confessioni: "Ringrazio mio padre, con il quale ho avuto rapporti molto difficili, di avermi fatto diventare o tornare ad essere un ligure, qualcuno di tenace, malmostoso, fiero, levantino, fedele, generoso. Qualcuno che ama la sua terra, con fatica se ne sta lontano e la sogna come una terra che «solo a sé è permessa»". <2
Del resto in un’altra circostanza - una di quelle rare in cui si sia concesso a dichiarazioni dirette - Orengo ha sottolineato: "Per scrivere il «giardino incantato» di quando abitavo natura e stagioni, avevo dovuto subirne il distacco e le parole si erano fatte sature di quella distanza, di quella impossibile continuità. Se fossi ancora vissuto in Liguria, nel Ponente, sulla Piana di Latte, o a Mortola, forse non avrei scritto una parola, non sarei stato costretto a tradurre in parole le zigurelle che colorano gli scogli di Punta Beniamin, né le mormore che girano sui fondali di Mamante, o i voli dei beccafichi sulla via Romana, o quelli dei rondoni che arrivano assetati, esausti, da Bonifacio sugli uliveti di Mentone". <3
Luogo dunque delle radici ritrovate e luogo mitico, luogo di grande aura, tra pittori artisti banchieri inventori attori, luogo degli inglesi (ma anche dei russi), uno scoglio di Liguria selvaggia e di terra dolce e ospitale. Ma anche luogo dei ritorni continui, della verifica costante. Non solo un nido d’anima mosso da segrete pulsioni. Non solo una geografia emotiva entro cui covare l’antica ferita prima dell’origine e poi della lontananza. Ma luogo di vita vissuta, universo «sempre più avvelenato» che si misura coi traumi e gli strappi della modernità più postmoderna.
Il paesaggio di "Ribes" (1988), ad esempio, è tutto un entroterra di eucalipti e ulivi, faggi e roverelle, salici e pepi, castagni e vigne di rossese. Ma fa ben presto a trasformarsi in uno scenario congestionato e multiforme, in cui vibra il molteplice. A contare, non tanto le vicende individuali, che pure si consumano a volte in spasimi segreti, ma il loro intricarsi e muoversi su una superficie apparentemente esteriore, mistione di gesti, di azioni, movimenti, figure che si dispongono in una sorta di caleidoscopio fantastico o di iperrealismo fantasiosamente grottesco.
[...] Una delle caratteristiche salienti del suo narrare è l’attitudine a muovere sulla tela più storie insieme giocandole in una piccola girandola di associazioni e di allusioni lungo i confini lievi di un osservatorio locale cui l’intero universo si connette. Il risvolto lunare e a volte fiabesco della realtà insieme con il ritmo segreto di una natura sensuale e metamorfica, sempre un po’ distante e fuggitiva.
Tutto questo comporta una mano attentissima alle risorse del linguaggio, trattate con parsimoniosa ricchezza. Toponimi, nomi, profumi, cibi semplici, sapori essenziali, una botanica e una zoologia assai precise ma nello stesso tempo fantastiche. Un mondo di parole esatte, localmente connotate, ma nello stesso tempo ricche di un loro alone evocativo. Parole correlative ad un mondo in cui - altra frontiera - poesia e prosa sono costantemente in dialogo.
Non a caso Orengo ha una volta parlato della poesia «come laboratorio, falegnameria della prosa». <4
Il che significa - nella relazione allusa che passa tra un poemetto (Trotablu) e un romanzo (Dogana d’amore) - quasi il perfetto rovesciamento del canone alfieriano-leopardiano (la prosa come «nutrice» del verso), che si abbevera tuttavia - al di là delle apparenze - a una comune e congeniale tensione.
[...] Lungo le rive della Bormida Giuseppe Cesare Abba scrive la sua avventura garibaldina e Augusto Monti ambienta l’epopea dei "Sanssôssì", mentre lungo le rive del Belbo Pavese concepisce la melvilliana fantasia del cetaceo, legando l’incanto della sua fuga bambina al fascino giramondo di magnani e carrettieri. Poco dopo di lui Arpino sfoga a Genova i suoi conati ribelli dietro l’amato Campana, e un po’ dopo ancora - a Savona - Gina Lagorio tenta di congiungere la «Cascina delle monache» alla speranza di un più aperto riscatto. Non sono che parziali riscontri di un destino che diventa scrittura.
E destino è certo stata la Liguria per Nico Orengo, anche se il suo tracciato - siano amorose dogane o salti d’acciuga o spiccioli d’acquarello - non passa di qua, ma piuttosto da Vermenagna e Tenda, per altre tappe, per altre stazioni (ancorché da Alba, con "Di viole e liquirizia", si disegni il tragitto del misterioso Eta Beta, alter ego mai così prossimo alla malinconia del suo ideatore: per dirla con un’espressione che s’incontra in "Figura gigante", la malinconia che gli «circumnaviga» il cuore): "Così si andava lungo la Valle Roja, verso il mare, incontro agli ulivi di García Lorca e alla possibilità di imbattersi in un pesce grande come quello del pescatore di Hemingway. Ci portavamo dietro piccoli libri dove orsi venivano, chissà come, abbandonati in isole di rose, mentre noi sapevamo che la nostra realtà sarebbe stata ben più infelice. E dalla città saremmo stati sbalzati su terre da Robinson Crusoe, e avremmo dovuto accendere falò, contro il buio; pescare il pesce, cucinarlo sulla spiaggia, vivere solitari". <5
Ecco qui posta la questione della prospettiva. Che non è questione secondaria nel mondo di Orengo. Che infatti l’universo più letterariamente suo proceda a partire da Torino - dalla casa di Corso Cairoli e dalla scuola del Sociale «che dopo l’espulsione dalla Tommaseo in piazza Cavour mi costringeva sui banchi con un cerotto sulla bocca» <6 - non potrà risultare come un semplice dettaglio, ma come un vero e proprio mito fondativo: "Un anno a settembre non tornammo in città. Non prendemmo come tutti gli anni la via del Roja e del Tenda. Rimanemmo con mia madre e mia sorella al mare. Così imparai a conoscere la Liguria autunnale di sole tiepido e natura che ripartiva caricando l’aria di odori e colori. Cominciammo a cambiare case, «Villa Boyer», «Villa Corinna». Cominciai ad ascoltare per l’Aurelia la cantilena del vetraio, dell’arrotino, del risuolatore di scarpe, del venditore di bughe, «belle bughe fresche». Imparai l’orario del venditore di giuggiole che arrivava sullo spiazzo appena di fronte al ponte di Latte, con il suo carrettino e i sacchetti di una carta gialla che assomigliava a quella della farinata e anche del pesce. Imparai gli inverni lunghi, tiepidi, le case fredde scaldate dal putagè della cucina e i camini dove bruciavano pezzi d’olivo e nel letto si mettevano mattoni scaldati sulle stufe e bottiglie d’acqua calda, foderate di lana e pelle di coniglio, che perdevano sempre un po’ dal tappo. Imparai che i pomeriggi erano di luce breve e di ore lunghissime e bisognava avere qualcuno con cui passarle. E il mio compagno preferito era Dante, il ciabattino, grande cacciatore, grande pescatore, grande costruttore di barche in legno, caravelle e padri pellegrini. Grande ciabattino, musicista della risolatura, manovratore di filo e spago e pece. Maestro di una piccola orchestra di martelletti e chiodini che suonava a metà pomeriggio, accompagnata dai profumi di cucina che la moglie Rina sapeva estrarre da una coscia di coniglio, una ricciola, una carota". <7
[...] "Le mie cugine Ammirati mi avevano offerto di comprare una torre saracena, di proprietà Orengo, dietro la Piana di Latte. Non trovai quel denaro e per quella casa ci feci una malattia, ci «persi il cuore» in una notte di giugno che passai a fantasticare con le finestre aperte in casa di mia zia, al mare. Presi una polmonite aggravata da pericardite acuta. La città mi aveva indebolito. Passai tre mesi fra un ospedale a Santa Margherita e le Molinette di Torino. Pensarono che non ce l’avrei fatta, mi facevano le polaroid da far vedere a mio figlio Simone, allora molto piccolo. Successe lo stesso giorno che Lauda andò a fuoco sul Nürburgring. Quando ne uscii chiesi come se l’era cavata. E sentii di guarire un giorno che mi venne voglia di mangiare un coniglio con le olive. Fu dopo di allora che persi il concetto di distanza. Ero comunque, ci fossi o no, lì: presente ed estraneo". <13.
[...] A frugare nelle pieghe di quella frontiera o di quella «dogana», che - in senso lato - separa e unisce Liguria e Piemonte, Nico Orengo ci è andato con convinzione sempre maggiore. Conquistato il suo mondo, l’esplorazione dei dintorni è diventata meno guardinga e la «misura del ritratto» (per richiamare il titolo del suo romanzo più “torinese”) sempre più convinta. La partenza è "Trotablu" (che con "Dogana d’amore" fa in qualche modo dittico).
Ma poi sono venuti "Figura gigante" (1984), "Gli spiccioli di Montale" (1992), "Il salto dell’acciuga" (1997) e infine "Di viole e liquirizia" (2005) che non è il titolo migliore, ma di certo - nella direzione verso cui andiamo - uno dei più esposti.
"Figura gigante" è il racconto di un freak, di un «mostro» o di un «diverso» - il gigante delle Alpi Marittime - che gira il mondo come un fenomeno da baraccone, partendo dalla Valle Stura (e da Vinadio) in una pagina essenziale e sobriamente commossa («In un racconto tutto è essenziale», scriverà in una pagina degli "Spiccioli di Montale" <15)
[...]
[NOTE]
1 N. Orengo, Terre blu, Il nuovo melangolo, Genova 2001, p. 14.
2 Ivi, p. 62.
3 Id., Gli spiccioli di Montale, cit. dall’ed. Theoria, Roma 1992, p. 26.
4 Id., Trotablu, Genesi, Torino 1987, p. 64.
5 Id., L’allodola e il cinghiale, Einaudi, Torino 2001, p. 39.
6 Id., Terre blu, cit., p. 62.
7 Ivi, p. 29. Un piccolo lacerto potrei qui aggiungere dallo stesso libro per sottolineare una coincidenza, che potrebbe anche essere, se non proprio una citazione, una reminiscenza. Il passo è questo: «A scuola andavo attraversando oliveti cosparsi d’iris e gigli di San Giacomo da “Villa Corinna”, campi di carciofo dai fiori viola e di fave dai fiori bianchi. Ci andavo col mio ciocco d’ulivo e la mia mela, entrando direttamente, dalla finestra, sul mio banco» (p. 19). La coincidenza riguarda Gianni Rodari, il quale parla del gioco di entrare «dalla finestra» sia nella Grammatica della fantasia (che Orengo ben conosceva), sia nell’Autointervista (che cito da G. Rodari, Il cane di Magonza, a cura di C. De Luca, prefazione di T. De Mauro, Editori Riuniti, Roma 1982, p. 186): «La fantasia fa parte di noi: guardare dentro la fantasia è un modo come un altro per guardare dentro noi stessi. E se la realtà è una casa, può essere divertente ogni tanto entrarci dalla finestra invece che dalla porta». La bella differenza sta nel fatto che Orengo sposti il suo entrare «dalla finestra» dalla casa alla scuola, ottenendo un effetto doppiamente fantasioso.
13 Id., Gli spiccioli di Montale, cit., pp. 29-30.
15 Id., Gli spiccioli di Montale, cit., p. 46.
Le dogane di Nico Orengo tra Mortola e Torino in Giovanni Tesio, Novecento in prosa da Pirandello a Busi, Edizioni Mercurio, Volume pubblicato con il contributo del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università del Piemonte Orientale «Amedeo Avogadro» - Collana Studi Umanistici Nuova serie 24, 2011