martedì 30 marzo 2021

Quando i venti litigavano


Anemone pavonina.
Lui, l’Anemone in questione, fa la ruota come i pavoni… infatti nella nomenclatura binomia per la specie l’aggettivo scelto è stato pavonina.



In questo momento, marzo, si pavoneggia (a parte del suo mestiere) nel mio giardino, grazie alla generosità di un vecchio signore che ha coltivi alle spalle di Ventimiglia e nel suo uliveto ne protegge segretamente una moltitudine.
Spariti o quasi dalle colline della Val Nervia se ne trovano ormai solo  pochi esemplari isolati.
Da bambine le conoscevamo con il nome di reginette.
Anemone era una Ninfa affascinante ed è risaputo che nell’Olimpo le rivalità e le dispute con i relativi effetti collaterali ricadevano poi sulle spalle dell’oggetto della contesa.
 

Zefiro - Fonte: Wikipedia

Per sua grande sfortuna i due rivali erano due venti.
Borea e Zefiro che in tenzone non potevano che scatenare tempeste.
 

Flora - Fonte: Wikipedia

Ecco che Flora stanca del cattivo tempo e invidiosa della bellezza di Anemone la trasforma in un fiore dai petali delicati quindi insofferente ai venti: l’Anemone.
L’Anemone consigliano i giardinieri di posizionarlo vicino ai muri o a siepi per proteggerlo dalla furia del vento.
Ancora oggi sono numerosi nella necropoli Etrusca di Tarquinia dove era dedicato per la sua caducità ai morti.
Per gli Egizi invece era il simbolo della malattia.
 


Un mazzo di anemoni coronaria bianchi a fiore semplice con leggere sfumature sui bordi appena rosati è immerso in un secchio del ghiaccio trasparente e regala un’atmosfera di festa.
Li osservo e mi impongo di guardarli più sovente perché tanta bellezza non vada perduta.
Ma so che loro continuano ad essere belli anche senza la mia attenzione.
Anche ignorati continuano ad esprimersi.
In un altro vaso ne ho immerso altri color melanzana, scuri come la notte e questi recitano superbia.
Si ergono impettiti senza spalancare le corolle quasi a non volersi concedere agli sguardi.
Il suo significato in latino, "soffio vitale", rende palese il suo aspetto effimero.
Alfred de Musset ha mescolato in una unica identità la donna e l’anemone.
C’est dans le mois de mars que tente de s’ouvrir
L’anémone sauvage aux corolles tremblantes.
Les femmes et les fleurs appellent le zéphyr;
Et du fond des boudoirs les belles indolentes,
Balançant mollement leurs tailles nonchalantes,
Sous les vieux marronniers commencent à venir.

À la Mi-Carême, Alfred de Musset, 1810-1857


Gris de lin   

domenica 28 marzo 2021

Il mio capitano è all'orto reggimentale a vigilare amorosamente i suoi conigli


Superando perplessità e titubanze di vario genere, mi dedico a pubblicare le prime pagine del mio diario di prigionia, che narrano le ingloriose vicende della mia cattura e si chiudono colla partenza di uno dei tanti convogli di deportati, che nel settembre 1943 portarono in terra tedesca centinaia e centinaia di migliaia di soldati italiani.
Pubblico queste pagine nella loro originaria stesura, così come le scrissi a brevissima distanza dai fatti, in una gelida baracca dello Stalag 327 N di Przemysl (Polonia). Nessuna aggiunta, nessuna variazione retrospettiva, nessun orpello retorico e, soprattutto, nessuno sforzo di fantasia; nuda cronaca di fatti, sincera esposizione di stati d'animo. Le pubblico, perchè l'esperienza di questi pochi mesi seguiti al mio ritorno dalla terra d'esilio, mi ha persuaso che sulle origini di quelle vicende ancor non si è fatta la luce e che molte, troppe cose, si ignorano o si finge di ignorare, mentre assai opportuno sarebbe conoscerle e non dimenticarle.
Di qui - credo - un certo valore documentario di questa cronaca, che, se pur si riferisce alle particolari vicende dei diecimila del S. Bernardo, ha però sostanzialmente una più larga portata, in quanto identici ovunque erano gli stati d'animo delle truppe e non molto dissimile fu in molte altre parti d'Italia lo svolgersi degli avvenimenti in quei tragici giorni: avvenimenti in merito ai quali non sarebbe eccessiva pretesa voler conoscere la verità.
Per questa sola ragione mi induco alla pubblicazione di queste pagine, cui non seguirà per alcun motivo la narrazione del successivo periodo dei venti mesi trascorsi ta i reticolati dei campi di concentramento. La vita dei campi é già stata descritta da molti compagni di sventura e chissà quanti ancora ne scriveranno, con penne ben più colorite ed efficaci della mia: inutile quindi una mia cronaca in proposito, che, essendo necessariamente imperniata intorno alle mie attività di prigionia, si risolverebbe, pubblicata, in un esibizionismo, che non è di mio gusto.
p. 15, 16

L'OTTO SETTEMBRE
Sono le sette di sera. Intento a scrivere, mi sono trattenuto nell'ufficio di batteria, nella vecchia caserma Garibaldi di Albenga, ove presto servizio come sottocomandante di batteria. Il mio capitano è all'orto reggimentale a vigilare amorosamente i suoi conigli; i colleghi subalterni se ne sono andati da un pò, approfittando della libera uscita che da pochissimi giorni il Comando di presidio ha consentito agli ufficiali e alla truppa dopo oltre un mese di snervante segregazione in caserma per le esigenze di un servizio d'ordine pubblico tanto gonfiato quanto inutile in un centro tranquillo come questa operosa cittadina: è cessato il via-vai degli addetti di fureria e delle scartoffie da firmare, è terminata parimenti la processione dei soldati aspiranti al rilascio di un permesso o alla sostituzione di un capo di vestiario fuori uso: è così finalmente possibile isolarsi dall'ambiente, raccogliersi in se stessi, pensare e lavorare. Ed io penso e lavoro.
p. 21

La mattina seguente giungo assai presto in caserma. Il mio maggiore è già nel cortile e forma circolo con varii ufficiali: non è difficile indovinare l'argomento delle loro conversazioni. Li trovo ottimisti, però, e, conoscendo il loro  temperamento, non me ne meraviglio, anche se neppure a mente calma mi riesce di persuadermi della bontà degli argomenti che espongono a sostegno della loro convinzione: la Germania è finita, da un'ora all'altra vedremo sbarcare gli inglesi...
Soltanto il maggiore, tra tutti, si mostra guardingo nelle sue previsioni e non si nasconde il pericolo di possibili complicazioni. Ma un collega malignamente insinua dietro alle sue spalle: «Già, lui è scontento perchè la pacchia è finita, per lui: voglio vedere che cosa andrà a fare, ora che sarà congedato!» Malignità stupida, e senza fondamento nella realtà, chè il maggiore, grande mutilato della guerra 1915-18 («a gamba elettrica», lo hanno battezzato i soldati), è perfettamente idoneo a proficuo lavoro anche nella vita civile; malignità sforzata, anche, perchè, pur conoscendo certe sue debolezze, in fondo tutti gli vogliamo bene; ma essa è una sorta di necessità per il collega che la formula, che non sa rendersi conto che gli altri possano prospettarsi panorami meno rosei di quelli che si profilano ai suoi occhi.
La tromba suona intanto la consueta adunata mattutina della truppa. Mentre i soldati convengono nel cortile con il solito pittoresco disordine, il maggiore mi informa che la sera prima, quando la notizia è stata definitivamente confermata, i soldati si sono abbandonati, in caserma, ad esuberanti manifestazioni di entusiasmo: grida, canti scomposti, abbondanti libagioni, sbornie, che hanno costretto il maggiore ad intervenire personalmente, mandando i più scalmanati ad assaporare il tavolaccio della camera di punizione. Mi invita pertanto a rivolgere alcune parole alla truppa adunata, per ammonirla della gravità e della tristezza della situazione e dell'inopportunità di rumorose esibizioni di un giubilo tanto ingiustfiicato.
Questo dei discorsi alla truppa è un incarico speciale che il maggiore sempre mi ha dato, in omaggio alla mia professione civile
p. 31, 32

Nuove voci, nuovi particolari, raccogliamo invece a mezzogiorno in città; ma sono voci confuse e le notizie contraddittorie abbondano, sicchè non è possibile formarsi un'idea precisa. Una telefonata con Genova mi dà conferma degli avvenimenti di là, ma mi fa sapere anche che l'ordine è ormai ristabilito; ne è riprova il regolare funzionamento del servizio interurbano, che però si arresta a Genova. Continuano, a mensa, le discussioni e le congetture, quando una telefonata ci richiama di grande urgenza in caserma.
Sono giunti, dunque, gli attesi ordini del superiore Comando. Tutte le truppe del presidio debbono lasciare Albenga e trasferirsi con marce forzate, a piedi, nella zona di Mondovì; deve rinnovarsi l'equipaggiamento dei soldati effettuando «prelevamenti massicci» nei magazzini. La partenza è fissata per le 18; non c'è tempo da perdere.
Non c'è tempo da perdere, chè vestire «ex novo» circa 300 uomini in condizioni di equipaggiamenti disastrose, rifornirli di armi e munizioni (dove le prenderemo?), organizzare il loro vettovagliamento per una marcia di una settimana, effettuare lo sgombero degli uffici, chiudendo in casse i registri e i documenti più importanti ed imbarcandoli sugli automezzi e sulle carrette, smontare e caricare le cucine, preparare i bagagli, predisporre insomma tutto quanto necessario per il trasferimento in blocco del deposito, non sono cose tanto facilmente fattibili nel breve giro di quattro ore
p. 36

Roberto Lucifredi, Rottami, Istituto Storico della Resistenza - Imperia, Edizioni Cav. A. Dominici - Oneglia - Imperia 1982

mercoledì 24 marzo 2021

Anemoni coltivati e selvatici che abbondano nella fascia costiera e montana dalla Provenza al ponente Ligure

 

Anemone pavonina

In un passato relativamente recente, a seconda dei luoghi in cui si transitava all’inizio della primavera, poteva accadere di osservare piante di Anemone hepatica, mentre esibiscono la sorprendente varietà dei loro colori dal rosa al violetto; di incontrare poco distante i bianchi e delicati fiori dell’Anemone nemorosa; di imbattersi in un gruppo di timide corolle appena socchiuse di Anemone pulsatilla.
Questa premessa esemplificativa si rende necessaria per introdurre il tema delle periodiche revisioni sistematiche che impongono il cambiamento di un nome sino ad allora valido per riconoscere un genere o una specie.  
Fra le diverse Ranuncolacee, la Famiglia di appartenenza degli Anemoni è uno dei gruppi più importanti; l’attenzione particolare degli studiosi ha portata ad individuare sostanziali differenze morfologiche, tali da decretarne la suddivisione in tre Generi distinti: Anemone, Hepatica, Pulsatilla.  
 

Anemone coronaria

La prima, è l’antica denominazione nata per descrivere il luogo in cui queste piante della primavera nascono di preferenza, ossia le balze ventose; Plinio credeva che fossero proprio le raffiche del Re dei venti Eolo a provocare lo sboccio delle loro grandi corolle.
Ma già in precedenza Teocrito aveva contestato l'ipotesi sulla formazione del nome perché, secondo la sua opinione, il battesimo era dovuto alla constatazione che i petali dell’Anemone sono precocemente caduchi, corruttibili come le cose della vita; quindi non sarebbe derivato  dal termine greco "anemos" che significa "vento", ma dal latino "anima", ossia "soffio vitale".  
 

Hepatica nobilis

La denominazione Hepatica si deve invece alla somiglianza del rovescio fogliare pervaso di un colore rosso brunastro simile a quello del fegato e, di conseguenza, suggerì le presunte azioni curative della
pianta in questione nei confronti dell’omonimo organo.  
 

Pulsatilla montana

Pulsatilla, è per alcuni autori un battesimo di origine controversa, usato per la prima volta da Pierandrea Mattioli, il quale lo prescriveva come antidoto contro i serpenti.  Secondo alcuni deriverebbe dal verbo latino "pulso"; suggerito dai movimenti provocati dai refoli ventosi sui semi lungamente piumati.
 

Pulsatilla halleri

Per altri studiosi di etimologia si riferirebbe invece alle nefaste conseguenze subite da chi ne abbia ingerite le sostanze acri capaci, quando sono fresche, di provocare difficoltà respiratorie e far precipitare il battito cardiaco. Con gli Anemoni si entra direttamente in contatto con la sconcertante mitologia della classicità, ci si introduce nelle burrascose "telenovelas" mitologiche, costruite su relazioni al limite del pudore fra divinità ed esseri umani o con creature intermedie. Il grande vecchio dell’Olimpo, Giove in persona, sarebbe intervenuto nella disputa provocata dalla gelosia di Marte nei confronti della bellezza di Adone, terminata con la morte di quest’ultimo per opera di un cinghiale stimolato dal Dio della Guerra.
 

Anemone hortensis

Sta di fatto che, per Greci e Romani, soprattutto gli Anemoni rossi, avevano un forte valore simbolico sessuale perché costituivano i componenti principali dei cosiddetti Giardini di Adone.
Il lungo cerimoniale consisteva nel trapiantarne alcuni esemplari in cestini o altri recipienti all’inizio del solleone e di esporli sui tetti delle case. In breve tempo le piante sarebbero seccate  simboleggiando la vita di Adone: passionale e rapida.  
 

Pulsatilla alpina apiifolia

Gli Anemoni servivano infatti per una serie di funzioni parareligiose, chiamate Adonie; una sorta di carnevale della durata di una settimana,  in parte a carattere pubblico, in parte privato; caratterizzato soprattutto dall’inversione dei ruoli del gioco amoroso perché, nella specifica occasione, erano solamente le donne a rendersi intraprendenti.
 

Pulsatina alpina frutto

I Greci inserivano l’Anemone blanda, una splendida specie non presente in Italia se non nella coltivazione orticola, fra i fiori più importanti della tarda primavera ed avevano preso l’abitudine di coltivarlo per la realizzazione di festoni e ghirlande. I Romani, per questi stessi utilizzi decorativi, gli preferivano l’Anemone coronaria che chiamavano “Limonia” (ossia "dei prati"). I medici e gli erboristi lo riconoscevano invece sotto il battesimo di “Eremio” ("solitario") e se ne servivano per curare il mal di testa, le infiammazioni, i disturbi uterini.  
Plinio ne distingue essenzialmente due varianti, uno silvestre ed uno coltivato: "Di quest’ultimo ne esistono più specie con fiore fenicio, la più numerosa, o purpureo o latteo".
Ha le foglie simili all’Apio (Apium graveolens ossia il comune Sedano) le quali superano in altezza il mezzo piede ed  hanno la punta simile all’Asparago.  
Il fiore non si apre se non quando spira il vento e da questo presero nome. Quello silvestre ha fiori e foglie più larghe per cui molti lo credono un Argemone, altri un Papavero, ma si distingue da questi per le sue varie proprietà; entrambi questi generi fioriscono dopo e non danno l’estratto che dà  l’Anemone, non hanno i calici né la punta di Asparagio.  
"Provocano la formazione del latte ed il flusso mestruale - scrive sempre Plinio - se ingeriti assieme alla tisana d’orzo o se vengono applicati in panno di lana come cataplasma. La radice pestata elimina i catarri, cura le gengive, mentre bollita impedisce la lacrimazione e guarisce le cicatrici".  
Plinio riferisce anche della grande importanza attribuita agli Anemoni da parte dei guaritori dell’epoca. Per rendere più efficaci i poteri curativi la raccomandazione era quella di cogliere il primo Anemone spuntato nell’anno; nessuno dubitava che sarebbe stato il più efficace contro le febbri intermittenti.
Ma non basta; se si avvolgeva in una pezzuola rossa, si conservava in luogo ombroso, il fiore si sarebbe tramutato automaticamente in amuleto, già attivo per contrastare il primo guaio all’orizzonte.
 

Anemone ranuncoloides

Per i veterinari professionisti o dilettanti dell'epoca, la poltiglia ottenuta pestando la radice di Anemone a fiore rosso sanava invece le piaghe e le ferite degli animali.  In un modo o nell’altro dai racconti mitologici e dalle usanze di ogni genere che ne sono derivate, traspaiono i significati attribuiti dalla tradizione e dalla emblematica floreale a queste piante: quelli di melanconia, abbandono, tristezza, richiamati dalla fragilità dei loro petali.  Ed infatti, già presso gli Egizi, simboleggiava il dolore e la malattia; per gli Etruschi accompagnava i periodi di lutto e persino i lontani Cinesi lo chiamavano "Fiore della morte".  
Molti secoli dopo, le ragazze del Medio Evo, prive delle comodità offerte dai messaggini del cellulare, erano costrette dalla rigida morale del tempo a lanciare segnali servendosi unicamente dei fiori.
Evitavano perciò, accuratamente, di adornarsi con gli Anemoni per non essere fraintese: portarli, avrebbe manifestato l’intenzione di un addio senza ripensamenti al proprio innamorato.
Sempre in quei tempi bui i negromanti affermavano che il vento venisse avvelenato dal suo contatto con i petali dell’ Anemone nemorosa, trasformandosi in untore ed apportatore di malanni.
Si tratta di un riferimento azzardato ed incongruente per quanto riguarda l’azione meccanica, ma non del tutto sballato nella sostanza, perché tutte queste Ranuncolacee sono fortemente tossiche, se consumate verdi, a causa della presenza di principi velenosi termolabili che vengono annullati con la cottura, o con l'abituale essiccazione nei prati dopo lo sfalcio, in attesa di diventare foraggio.
Le sostanze a cui ci si riferisce, comuni a quasi tutte le specie, sono un liquido giallastro volatile dal sapore bruciante, i cui vapori sono fortemente irritanti per le mucose a causa della presenza di acido anemonico, un alcaloide chiamato anemonina, acido isoanemonico, tannino ed una sostanza resinosa.
 

Hepatica nobilis

L’Erba trinità, ossia l’Hepatica nobilis, è uno dei classici esempi che ci riporta alla Teoria della segnatura, un processo terapeutico che individuava empiricamente ed automaticamente il campo d’azione dei vegetali a seconda della somiglianza di foglie, fiori o radici, con i diversi organi del corpo umano.
Come abbiamo accennato, la pretesa identità tra la tinta delle sue lamine ed il fegato, indusse per molti secoli i sostenitori della teoria della segnatura ad impiegarla per guarire le malattie epatiche.  Nonostante la sua notevole grazia, l'Hepatica nobilis è fortemente caustica ed irritante quando è fresca; gli empirici se ne erano già accorti secoli or sono perchè impiegavano soltanto la pianta secca nonostante perdesse, assieme all'aggressività anche gran parte dei principi attivi. Si usava in moltissimi casi, per contrastare l'ipereccitabilità nervosa, l'eretismo cardiaco, nevralgie,  emicranie, spasmi dolorosi, soprattutto quelli degli organi genitali, la tosse spasmodica, quella asinina, la sifilide e, almeno secondo quanto affermava Tournefort, l'infusione leggera di pianta fresca avrebbe attenuato di molto il colore delle efelidi.
Gli usi medicinali attualmente ritenuti validi per gli Anemoni riguardano unicamente l’impiego diuretico dell’Hepatica nobilis e la sua specifica azione calmante. In particolare, la medicina omeopatica prescrive le preparazioni di Pulsatilla, estratte dal la pianta fresca, contro i dolori derivati da varici, spasmi uterini ed eretismo cardiaco.  
La Pulsatilla vulgaris viene sporadicamente utilizzata per calmare la tosse asinina; la  radice macerata dell’Anemone nemorosa è ancora ritenuta  un discreto rubefacente ed antireumatico.  
Pertanto, lo sfruttamento più redditizio degli Anemoni si sviluppa nel campo dell’orticoltura industriale per il fiore reciso e nella moltiplicazione delle molte specie utilizzate nel giardino. Soprattutto nella Riviera di Ponente l’Anemone coronaria in molte varietà vistosamente colorate, viene moltiplicato, commerciato ed esportato.  
Il mercato ha abbandonato gli ibridi doppi e stradoppi  che nel passato hanno dominato il settore orticolo per rivolgersi solamente agli "Anemoni di Caen" ed ai semidoppi "Santa Brigida" che in pieno inverno cominciano a fiorire nelle fasce del ponente spuntando dai letti preparati con torba ed aghi di pino.
Curiosa è la terminologia usata in molti testi per descrivere i loro diversi organi: zampa è il rizoma carnoso, tocce le foglie involucrali, cosce i germogli laterali, pàmpani le fronde, cappa o mantello il complesso dei sepali petaloidi, bracca e fiocco le altre parti del fiore.  
In Riviera Nature notes  George Edward  Comerford Casey  dedica alle Piante della Palestina  ben due capitoli, rilevando le molte analogie esistenti fra queste due flore locali; parla a lungo degli Anemoni coltivati e selvatici che abbondano nella fascia costiera e montana dalla Provenza al ponente Ligure.
Gli Anemoni, una settantina di specie in totale, sono piante erbacee perenni, dotate di un rizoma carnoso più o meno fibroso, con scapi radicali in genere uniflori e foglie, tutte situate alla base, semplici o composte. I fiori, solitari, talvolta in ombrelle, hanno un involucro di brattee persistenti che hanno il disegno eguale a quello della foglie oppure forma differente. Il perigonio risulta formato da sepali petaloidi più lunghi degli stami che sono numerosissimi e presenti in numero indefinito, corti ed in genere a colore contrastante con i sepali. Il frutto è un capolino di acheni, quasi sempre provvisti di stilo piumoso.
   
 
Anemone nemorosa

Anemone nemorosa L. (II-V, nasce in massa nei boschi di latifoglie sino ai 1500 m) Ha un rizoma profondo giallo marrone, orizzontale con foglie radicali divise in 3 segmenti lanceolati a bordi irregolarmente inciso dentati, fusto eretto semplice alto sino a 25 cm. Le 3 foglie cauline poste nella seconda metà superiore, hanno a loro volta da 3 a 5 divisioni dentate o incise. Il fiore solitario è bianco, con in genere 6 sepali petaloidi glabri striati  di violetto al di sotto, ellittici, ad antere gialle. Il frutto arrotondato è formato da carpelli distinti. Una specie affine è:     
   Anemnone ranuncoloides L. che differisce sovente per la mancanza di foglie radicali, per avere i sepali petaloidi gialli, ed uno o più fiori secondari rudimentali sullo stesso fusto.

   
Anemone trifolia

Anemone trifolia L. (V-VII, nasce in massa nei boschi sino ai 1600 m) Ha un rizoma profondo biancastro, orizzontale con foglie radicali divise in 3 segmenti lanceolati acuti, dai bordi dentellati, fusto eretto semplice alto sino a 30 cm. Le 3 foglie cauline poste nella seconda metà superiore, hanno a loro volta da 3 a 5 divisioni lineari lanceolati finemente dentellati. Il fiore solitario è bianco, con in genere 6 sepali petaloidi glabri striati  di violetto al di sotto, ovali, ad antere bianche.  Il frutto arrotondato è formato da carpelli distinti.

   
Anemone narcissiflora

Anemone narcissiflora L. (II-V, Nasce nei pascoli dai 600 sino ai 2100 m.) Ha un rizoma avvolto da guaine marrone con foglie lungamente picciolate e lanose, divise in 3 segmenti profondamente partiti in lacinie, alla base. I fusti sono eretti, semplici, alti sino a 40 cm. Hanno un involucro fiorale di foglie quasi simili alle basali, un’ombrella di fiori (da 2 ad 8), peduncolati , con in genere 6 sepali petaloidi bianchi esternamente venati di rosa, ellittici, ad antere gialle Il frutto emisferico è formato da carpelli distinti.

   
Anemone hortensis

Anemone hortensis L. (Sin. Anemone stellata Lam. I-III. Nasce nei prati aridi sino ai 1200 m.) Ha un piccolo tubero superficiale nero e legnoso, con fogli radicali picciolate e variabili, in genere palmate e divise sino alla metà in 3\5 segmenti a lobi o incisi in lacinie. Il fusto raddrizzato semplice alto sino a 50 cm. Un verticillo di foglie cauline conniventi in parte, intere o poco divise, si trova appena sotto il fiore che è solitario roseo o violetto, con in genere da 12 a 20 sepali petaloidi strettamente ellittici, vellutati e biancastri o giallastri al di sotto, e stami bluastri. Il frutto arrotondato è formato da carpelli vellutati  e lanosi. Molto affine è:
     Anemone pavonina L. una specie molto variabile ed ancora non bene definita, che differisce sostanzialmente per avere un fiore con pochi o moltissimi sepali stretti ed acuti, sovente con una chiazza gialla o più pallidi alla base.

    Anemone coronaria  L. (II-V. Nasce negli oliveti o nei coltivi sino agli 800 m.) Deve il suo nome ad una corona di tinta differenziata posta alla base dei sepali. Ha un tubercolo rigonfio dal quale nascono foglie divise in lacinie strette e divergenti e fusto eretto semplice e glabro in basso, ma coperto di peli appressati in sommità, alto sino a 40 cm. Le foglie cauline formano un involucro e sono allargate alla base e variamente sfrangiate ai bordi. Il fiore grande e solitario ha 5/8 sepali petaloidi subrotondi di vario colore ad antere violette. Il frutto arrotondato è formato da carpelli vellutato lanosi. Questa specie proviene quasi certamente dall’Oriente ed in Italia si è naturalizzata da tempo immemorabile. A seconda del colore sono state individuate razze o varietà:     
    - bianchi var. alba Burnat;
    - bianchi screziati di rosa var. rissoana Jord.;
    - azzurri var cyanea Ard.;
    - gialli screziati di rosso var . ventreana Hanry;
    - rosso scarlatti var. phoenicea Ard.;
    - da roset a violaceo chiar var. rosea Batta.  

   
Hepatica nobilis

Hepatica nobilis Miller (Sin. Anemone hepatica L. II-V. Nasce nei luoghi boscosi montani sino ai 1000 m.)  Ha una radice fibrosa con molte radici avventizie, con foglie tutte radicali, trilobe e cuoriformi a segmenti interi, coriacee, talvolta tinte di vinaccio al di sotto, macchiate di scuro sopra. Peduncoli radicali lanosi, ascellari di squame ellittiche, alti sino a 15 cm. e lunghi come le foglie, portano un fiore attorniato da foglie cauline, verticillate per 3, che simulano un calice. I sepali petaloidi ellittici ed arrotondati in punta sono da 6 ad 8, color azzurro o violetto oppure tendenti al roseo ed al bianco. Il frutto è formato da carpelli vellutati ed acuti.

   
Pulsatilla alpina   

Pulsatilla alpina Delarbre (Sin. Anemone alpina L. V-VI. Nasce nei prati alpini dai 1300 sino ai 2500 m.). Ha un rizoma nerastro e squamoso dal quale nascono foglie radicali lungamente picciolate, tomentose, triangolari ternate e pennatosette che si sviluppano completamente dopo la fioritura. Fusto eretto semplice, alla base più scuro e lanoso, in altro pubescente, con foglie cauline verticillate simili alle basali, alto sino a 50 cm. Il fiore grande e solitario, peduncolato ha 6\7 sepali petaloidi ellittici a lobi apicali irregolari e peluria rada, di color bianco, sfumati di rosa e di violetto all’esterno, precocemente caduchi. Il frutto è formato da acheni con lunga appendice piumosa e flessuosa. 

Pulsatilla alpina apiifolia

Fra le diverse sottospecie spicca:     
    - Pulsatilla alpina subspecies apiifolia Nyman che ha fiori color giallo zolfo e vive nell’intera cerchia alpina.  

   
Pulsatilla montana

Pulsatilla montana Rchb. (Sin: Anemone montana Hoppe.IV-V. Nasce nei pascoli aridi dai 100 sino ai 2100 m.). Ha rizoma obliquo con fibre marrone scuro, foglie radicali , lungamente picciolate e triangolari, 2-3 volte pennate e divise sino a metà con le ultime divisioni lineari. Fusto eretto semplice, lanoso, in sommità pubescente, alto sino a 30cm. Le foglie cauline simulano un calice a lacinie lineari biforcate. Il fiore grande, campanulato e solitario, semipendulo su un peduncolo ricurvo, ha 6\8 sepali petaloidi lanceolati e lanosi, di color violetto scuro all’esterno con le antere gialle.  Il frutto è formato da acheni con lunga appendice piumosa e flessuosa. Simile è:      
    - Pulsatilla halleri Willd che differisce per avere le foglie due volte pennatosette che compaiono dopo la fioritura ed i petali violetti o rosati.
    
Come raccoglierli e coltivarli
Gli Anemoni spontanei in Italia sono sufficientemente diffusi da permetterne la raccolta dei rizomi con l’accortezza di prelevarli in periodi di riposo, suddividerne le zampe con cautela e ripiantarli nella stessa posizione in cui hanno sinora vegetato.  
La destinazione nel nostro giardino deve essere quella delle zone a luce intermittente su terreno leggero e drenato, ma non concimato con letame fresco.
Per le specie alpine, piuttosto difficili da coltivarsi, il tentativo dovrà prevedere una esposizione soleggiata ed un terreno acido e sabbioso.
Le nostre specie spontanee possono esser coltivate anche da seme, ma sono necessari due anni per vederli fioriti al meglio.
Infatti, vanno piantati all’inizio dell’estate, ripicchiatati in autunno e protetti d’inverno, per essere messi a dimora la primavera successiva.
L’Hepatica nobilis è un tipico gioiello del sottobosco e, quindi, necessita di un alloggiamento che  garantisca di vegetare all’ombra per gran parte della giornata.
Ha bisogno di un terreno ricco di  humus e foglie molto soffice, di essere lasciato assolutamente in pace perché provvederà da solo a diffondersi con le sue numerose radici avventizie fiorendo ad ogni primavera.
La taglia di queste nostre piante è contenuta ma le loro corolle sono rilevanti, sia per la grandezza, che per la ricchezza dei colori.
Si prestano quindi ad una coltivazione in piccoli gruppi oppure per l’inserimento in roccaglie, mentre è sconsigliabile costringerli nei vasi.
Altro discorso per molte specie fornite dai vivaisti quali l’Anemone japonica ed i suoi numerosi ibridi che possono decorare estensioni ben maggiori per la loro rilevante dimensione.

Alfredo Moreschi

lunedì 15 marzo 2021

Un reticolato d’Arte Povera da far invidia a Pistoletto


Non buttare via niente.
Se si percorrono i sentieri pedonali interni fra gli appezzamenti di terra, che ancora in parte vengono coltivati mentre i più sono all’abbandono, si fanno indagini archeologiche.
Non si butta via niente era l’undicesimo comandamento perché potrebbe servire ancora.
Giusto.



Infatti le vecchie reti di ferro con le molle dei letti inutilizzate sono servite per installare recinti contro i ladri di verdure e gli intrusi.
 


Ci sono quelle da una e quelle da due piazze, in piedi oppure coricate e sovrapposte.
Un reticolato d’Arte Povera da far invidia a Pistoletto (L’artista famoso, della Venere degli stracci e del Terzo Paradiso.)
 


Ne ho censito solo una piccola parte nel territorio di Camporosso.
Più di cento sicuramente.
 


Mi sono ripromessa di contarle.
Esteticamente fanno veramente soffrire.
 


Edere, clematidi, equisitetum lavorano indefessamente per coprire quei Ferri arrugginiti.
Parlassero tutte quelle reti ne avrebbero da raccontare!
 


Per fortuna sono mute.
 


Invece con i pallet di legno si attrezzano ricoveri per le galline.
Per abbeverarle i vecchi lavandini sono una ottima soluzione.
Possono anche essere usate per un bagno dalle pennute.
 


Si intravedono anche dei water spuntare dai detriti ma non saprei a chi potrebbero essere utili.
I vecchi tubi delle condutture dell’acqua si riciclano per sostenere i pomodori.
Nelle vecchie grondaie si dondolano appese, lontano dal suolo, le fragole, altrimenti preda delle lumache.
 


Tutti questi terreni sono vicini al bedale irriguo.
L’acqua una volta scorreva e diffondeva la sua musica oltre che dissetare le piante.
Ormai è stata imprigionata e la sua voce soffocata sotto il cemento; la luce filtra attraverso griglie.
 



Il camminamento della nuova ciclabile ha usato il percorso del bedale.
 


L’acqua scorre sotto i piedi di chi la percorre.
Ne sono rimasti pochissimi tratti a cielo aperto.
Acqua limpida che attraversa ancora Camporosso sostando brevemente dentro le vasche del vecchio malandato lavatoio.
Anche quelle tegole che riparavano le donne dal maltempo mentre lavavano estate e inverno,chissà quanti pettegolezzi donneschi hanno ascoltato.
 


Lavatoio dove con la mamma si andava ancora negli anni 60 a lavare i tappeti e i tessuti ingombranti.
Ecologisti da sempre non per scelta i vecchi liguri di ponente che hanno lottato per millenni contro le difficoltà imposte da un territorio povero di risorse.
 

Gris de lin

 

sabato 13 marzo 2021

Forano di fari la notte


Forano di fari la notte
Subiti, impietosi:
l’ombre de gli agresti riposi
sussultano, rotte.

Allibita, una casa sbianca:
un prato di fiori stupisce
di quell’alba che lo ferisce
violenta e subito manca.

Ma la foresta rifiuta
quei coni effimeri in fuga:
resta, nel chiaror che la fruga,
austera, impassibile, muta.

Francesco Pastonchi

 
Francesco Pastonchi - Fonte: Wikipedia

“Ahimè, l’uomo non mira che a’ sorrisi

dell’effimere cose e non s’avvede

quali maschere son, e quali sien visi.

“Fortunato, se gli persiste fede

per illudersi ancor dopo deluso

e non s’attende a più alta mercede!

“Ché un dono è la vita già per sé concluso,

dono di un Dio che a celebrarLo il canto

e a mirarLo ci diè faccia e non muso”.

Le tre terzine, tratte da una poesia di Rime dell’amicizia (Mondadori 1943, ristampa del 1960) compendiano il rimettersi dell’artista a Dio ineffabile, irraggiungibile, al suo misterioso dono di vita. Con esso, la creatura tenterebbe invano di afferrare il segreto della creazione, di uguagliarla con le proprie composizioni. Con esse, egli deve contenersi celebrando il Creatore, contemplandolo, se non vuol seguire la caduta di Lucifero, nella vanità e nella disperazione.
Scolari e studenti cresciuti al tempo della ricostruzione sulle macerie di case, fabbriche, opere pubbliche, avevano modo, tra i conforti loro offerti dalle antologie, di attrezzarsi con i versi e le prose scelte di Francesco Pastonchi (1874 - 1953).
Il suo curriculum ci prende poco spazio. Nato in un paese della Riviera vicino a Sanremo, da padre toscano e madre ligure, crebbe e si laureò a Torino. Nel 1902, aveva già pubblicato il volumetto di liriche Italiche, aveva collaborato a La Stampa e cominciava ad essere critico di poesia sul Corriere della Sera. Su questo giornale egli scriverà sino alla morte. Frattanto, vedono la luce altre raccolte di versi da lui perfezionati nel senso classico; reca in Italia e all’estero le sue dizioni, soprattutto letture dantesche; il suo unico romanzo Il violinista riscuote un buon successo; è nominato professore di lingua e letteratura italiana all’Università di Torino e membro dell’Accademia d’Italia; è autore di tre lavori teatrali.
[...] Pastonchi andò, da pensatore, sino all’estremo dell’orizzonte artistico. Non contentandosi dell’estetica, ne smontò le tecniche più raffinate non perdonando una certa perfezione di canto accorato o di cerebrale compiacimento, che annullavano il vero trascendente, negavano Dio. Raggiungimento da lui operato, nel tempo, essendo passato attraverso l’intellettualismo e l’ammirazione di maestri e colleghi alquanto agnostici o rivolti alla gnosi. Ci tornerò sopra tra breve, considerando il suo Ponti sul tempo del 1947.
Mi soffermo ancora sulla ricordata antologia della mia verde età, per rilevare, in articolo di terza pagina, un altro volto dell’uomo votato alla rettitudine. Egli allibisce quando, dal libraio, sente un tale che si lagna perché i volumi ordinati, sebbene li abbia urgentati, tardano ad arrivare. Il libraio crede di mettere in pace l’incredulo professore dicendogli che urgentare è entrato nell’“uso comune tra gente d’affari”. L’aneddoto serve a dare la stura a una requisitoria, dapprima, contro le spicce e brutte abbreviature, anche quelle che “non contraddicono alle regole della nostra lingua”, come è per i disastrati (i profughi dell’alluvione nel Polesine), e poi biasimando la moda di “scrivere come si parla”, eventualmente mettendosi al riparo della presunta lezione del verismo manzoniano.
“Ah! Don Alessandro, di quanto mal fu matre quella vostra preoccupazione linguistica! Non il vostro grande romanzo: il quale portava già in sé, prima di sciacquare i panni in Arno, una soluzione […] e apriva una nuova era al nostro linguaggio. Né certo I Promessi Sposi vennero scritti come si parla; anzi misurati, ritmati interiormente […] Ma non della vostra mirabile scioltezza […] voglio intrattenermi […] Altro mi preme, cioè rivolgermi a taluni scriventi d’oggi. Vedano essi quanto avviene in quella Francia che è stata sempre un poco loro maestra, ed è tuttora con un misto di americano; in quella Francia che, gelosa della sua letteratura […] e più quando sembra ribelle e arruffata al massimo, sotto sotto invece cura l’espressione, per decenza di scrittura […] Conoscere e usare correttamente la propria lingua è un dovere cittadino, un serbarsi fedele alla propria gente. Una lingua è una bandiera. Chi la rinuncia si sbanda, imbarbarisce. Non v’è scusa, politica o sociale, che l’assolva: tutte le ragioni capziose vadano alle forche. La lingua che mi fu data […] che nasce dal mio sentimento e dal mio intelletto armoniosamente accordati, non si può tradirla senza snaturare se stessi, rinnegare la propria origine, la propria stirpe, la propria famiglia […] Colui che, uomo d’affari, ostenta il suo praticismo con lo sbrigarsi velocemente anche nel parlare, si avvia a diventare non un europeo o un uomo di specie universale, ma semplicemente un paria della civiltà […] Finora tutti i tentativi di unicità sono rimasti senza seguito, perché una legge di vita, e non si abolisce, è la varietà. Anche una lingua rappresenta il tenace prodotto di un clima, di un Paese, e non si trapianta”.
Pastonchi ammette che sempre fu dato “il predominio della diffusione a una delle lingue formate, secondo la maggiore attività della sua gente. Così avvenne per l’italiano…” Ma ciò “non disturba il campo di ciascuna altra lingua, se anche le sciacqua ai bordi e infiltra qualche vocabolo. Apporti di che una lingua, riconiatili seguendo la propria indole, si arricchisce. L’arte (un linguaggio è un fatto artistico) le fa buona guardia”.
[...] Il poeta-professore frequenta i vertici della mondanità. A Ginevra si festeggia la chiusura stagionale delle sedute alla Società delle Nazioni. Dopo il ricevimento ufficiale, egli pranza con un coriaceo mercante di cannoni, con Lucienne, disincantata canzonettista parigina, e con l’oratore francese Briand. Annoiata dell’aria di Ginevra, ella dice: “Questa vostra Società delle Nazioni… quelle tromperie!… Un panache gris sur des affaires”. Naturalmente l’amabile Briand le dà torto. Rimasto solo con il mercante d’armi, che confessa di non avere patria (“Sono nato su un piroscafo. La mia patria è nel mare. La terra mi spaventa. O viverci pastore, sulla montagna, lontano da tutte le vostre capitali infette”) e ha giudicato “già una riuna il nuovo Palazzo della Società delle Nazioni”, Pastonchi gliene chiede il perché e se pensi “che tutto ciò non sia che una rappresentazione vana, un gioco, un’utopia”. È peggio: “Voi, poeta, credete alla favola della pace. Io non posso. Conosco troppe cose, il fosco retroscena di questa farsa. Qui si traffica per la preponderanza di due nazioni. Voi comprendete. Lucienne ha dato una definizione esatta: un panache gris sur des affaires. Presto non sarà più grigio ma insanguinato […] altro che la rovina di un palazzo. Una catastrofe…”
In strada, il conoscitore dei retroscena si è appoggiato alla casa di Calvino, e il suo compagno glielo fa notare. La risposta: “Io sono cattolico, per caso. Con queste belve d’uomini, come potrei avere una religione? Eppure il mondo ha bisogno di fede”.
Da allora Pastonchi lo perse di vista. Finché: “Ieri uno che tornava dalla Costa Azzurra, e fabbrica macchine da guerra, mi diede, tra le altre notizie, questa, che il famoso mercante di cannoni… era morto improvvisamente in un albergo di Montecarlo”.
Pastonchi ebbe una calda simpatia per Gozzano, recensì i suoi libri, rifiutò la classificazione del poeta nel crepuscolarismo, lo vide più volte lungo il tormentato cammino e all’inaridirsi della sua vena. I passi dedicati a quelle interviste, ai commoventi incontri, sono tra i migliori di Ponti sul tempo. Egli gli attribuisce “persistite malinconie con febbrili impeti di desideri (particolari alla specie della malattia) ma su tutto una vigilanza dell’intelletto, una visione delle cose così nitida da parere talvolta atroce […] per cui è verità il suo verso ‘sorrido e guardo vivere me stesso’. E che altro avrebbe potuto fare, poiché vivere come gli sarebbe piaciuto non poteva? La sua rassegnazione è di forza, con una conquistata saggezza che annulla le ribellioni. Il suo tempo non gli offriva idealità per cui, anche malato, combattere spiritualmente cercando di seguitarle. Nato nel 1883, era cresciuto in un’aura di praticismi rivolti alla creazione della ricchezza più quale possesso che quale strumento: nume il denaro, e, suoi templi pesanti, sovraccarichi di fastose architetture, le banche. Carducci respira ancora nella sua grandezza, ma ansando e invano crucciato delle deluse invocazioni a una nuova Italia […] Impera D’annunzio, il D’Annunzio edonista, della vita goduta […] Tutta la gioventù ne segue il barbaglio”.
[...] Tra le immagini poste al termine del ponte scavalcante il passato, innanzi all’imminente sconquasso della guerra è ritratto nientemeno che Churchill sulla terrazza d’un ristorante di Antibo (Antibes), prospiciente il lido balneare, “affacciata lì sopra come una tolda”. Pastonchi vi reca l’impressione della stele commemorativa d’una danzatrice quindicenne che saltavit et placuit (danzò e piacque). Egli viene dal museo in compagnia del “più amabile degli arciduchi russi”, che partecipò all’uccisione di Rasputin. Nella variopinta e discinta mondanità, i divi di Hollywood, i personaggi del gran mondo fanno una figura artificiosa e, in fondo, misera al cospetto dell’antica sponda mediterranea, segnata dalla classicità greco-latina. Solo Orazio, l’amico napoletano, che “si gode in quella schiuma esotica, e insieme scanzonato la morde”, mette una nota genuina in quel self-service cui partecipa il primo ministro inglese, e nella “banda” che, salita dalla spiaggia, “cerca vuole divertirsi, agganciata dalla noia”.
La tempesta bellica è trascorsa, “finito un mondo, e senza gloria, per sempre”; egli incontra per caso Orazio “spaesato peregrino”.
“Francesco mio, ti ricordi di Antibo? E la tua danzatrice, non l’hai più rivista?”
“Ma sì, la rivedo” egli dice e pensa. “Non s’è più partita da me. E finalmente ha ripreso a danzare […] Veramente avvertivo, senza definirlo, oltre le dure parole guerriere, un che d’aereo sorvolare le ruine e la strage. Veramente una speranza gentile resisteva, nell’ora truce, ricingendo di circoli ritmici la giovinezza lanciata a combattere. Ella era quest’aura: latino spirito solare, divina misura che superandoli accorda odio e amore. Ella è che ora io vedo sfiorare nei riposi col volubile piede la fronte del vinto”.
Piero Nicola, Francesco Pastonchi, Ricognizioni, 22 novembre 2012
 
Gariazzo Pier Antonio, Ritratto di Francesco Pastonchi, 1939 - Fonte: ANCA

Francesco Pastonchi è stato l’animatore dei Lunedì Letterari del Casinò di Sanremo (IM), chiamato da Luigi de Santis, gestore illuminato, un'iniziativa che ha creato ed organizzato per oltre un decennio sino allo scoppio della seconda guerra mondiale.
Nel marzo 1933 Pastonchi invitò ad esempio Paul Valéry a tenere una conferenza nel Giardino d’Inverno del Casinò di Sanremo.
Pastonchi è stato più volte anche il protagonista di alcune di queste iniziative culturali, come documenta una fotografia pubblicata sulla rivista del Casinò con questa didascalia: “ha appena terminato di commentare da par suo il XXXI° canto del Paradiso di Dante Alighieri e rivolge un ringraziamento al magnifico pubblico che ha seguito con ammirabile intelligenza il ciclo di conferenze che hanno avuto vastissima risonanza in Italia ed all’estero”.  
Francesco Pastonchi, nativo di Riva Ligure (31 dicembre 1874), apparteneva ad una delle più antiche famiglie di Sanremo, dove frequentò il Liceo Cassini. Proseguì gli studi a Torino, iscritto alla Facoltà di Lettere, ma non si laureò mai. 
Partecipò attivamente alla vita culturale torinese, frequentando la Società di Cultura e stringendo amicizia con famosi intellettuali del tempo, fra i quali spicca il più giovane Guido Gozzano.
Alfredo Moreschi 
 
[...] Il pescatore di Francesco Pastonchi
Al pescator, dopo la magra cena,
se troppo torva nube in ciel non cresca,
è dolce con sue nasse e con sua esca
andar vagando alla notte serena.
Ma più dolce tornar con rete piena
sul giorno; e, barattata la sua pesca,
dormire ai fiati della brezza fresca
nell' ombra di una barca in sull' arena.
Destato, erra pel lido; ad altri parla
della sua notte; spia l'onde inquiete,
il cielo ampio, la nuvola e la spuma.
Poi, finita la sua gioconda ciarla,
stende nel sole a rasciugar la rete;
e il mar canta per lui che guarda e fuma.
Da Liriche
Il Poeta coglie alcuni aspetti della vita del pescatore sia di sera, quando esce con le nasse o con le reti, sia di giorno quando, tornato dalla pesca, dorme, cullato dal vento, all'ombra di una barca e, desto, racconta ai vicini le vicende della notte o quando, poste ad asciugare le reti, se ne sta a guardare il mare il quale sembra intoni per lui la sua eterna canzone.
Poesia di Francesco Pastonchi - Il pescatore, Poesie, 12 maggio 2017 
 
La tomba di Francesco Pastonchi presso il Santuario di Nostra Signora del Buon Consiglio a Riva Ligure (IM)

[...] I versi di Pastonchi attraversano molte tendenze letterarie: parnassianesimo, estetismo, decadentismo. Ebbe larga fama ai suoi tempi, ma ebbe anche molti detrattori; forse le sue migliori poesie si trovano nelle ultime raccolte (I versetti e Endecasillabi), dove lo scrittore, ormai in età matura, non di rado si lascia andare ad una sincera malinconia e mette in risalto, oltre alla consapevolezza della propria solitudine, gli aspetti più semplici e nello stesso tempo più esaltanti della natura.

Opere poetiche
"Saffiche (1891-92)", Minetti, Chiabra & C., Savona 1892.
"Aurei distici", Vachieri, Sanremo 1895.
"La Giostra d'Amore e le Canzoni (1893-95)", Treves, Milano 1898.
"A mia madre. Tre canzoni", Zanichelli, Bologna 1900.
"Italiche", Streglio, Torino 1903.
"Belfonte. Sonetti", Streglio, Torino 1903.
"Sul limite dell'ombra", Streglio, Torino-Genova 1905.
"Il pilota dorme", Formiggini, Genova 1913.
"Il randagio. Poema", Mondadori, Roma 1921.
"Italiche. Nuove poesie", Mondadori, Roma-Milano 1923.
"I versetti", Mondadori, Milano 1931.
"Rime dell'amicizia", Mondadori, Milano 1943.
"Endecasillabi", Mondadori, Milano 1949.

 Presenze in antologie
"Dai nostri poeti viventi", 3° edizione, a cura di Eugenia Levi, Lumachi, Firenze 1903 (pp. 320-322).
"I Poeti Italiani del secolo XIX", a cura di Raffaello Barbiera, Treves, Milano 1913 (p. 1289).
"Antologia della lirica italiana", a cura di Angelo Ottolini, R. Caddeo & C., Milano 1923 (pp. 431-432).
"Antologia della lirica italiana. Ottocento e Novecento", nuova edizione, a cura di Carlo Culcasi, Garzanti, Milano 1947 (pp. 248-252).
"Antologia della lirica contemporanea dal Carducci al 1940", a cura di Enrico M. Fusco, SEI, Torino 1947 (pp. 99-107).
"La lirica moderna", a cura di Francesco Pedrina, Trevisini, Milano 1951 (pp. 464-472).
"Un secolo di poesia", a cura di Giovanni Alfonso Pellegrinetti, Petrini, Torino 1957 (pp. 152-159).
"L'antologia dei poeti italiani dell'ultimo secolo", a cura di Giuseppe Ravegnani e Giovanni Titta Rosa, Martello, Milano 1963 (pp. 255-266).
"Poeti italiani del XX secolo", a cura di Alberto Frattini e Pasquale Tuscano, La Scuola, Brescia 1974 (pp. 90-98).
"Poesia italiana 1224-1961. Un'Antologia", a cura di Antonio Carlo Ponti, Guerra, Perugia 1996 (p. 186).
"Torino Art Nouveau e Crepuscolare", a cura di Roberto Rossi Precerutti, Crocetti, Milano 2006 (pp. 60-61).
"Poeti per Torino", a cura di Roberto Rossi Precerutti, Viennepierre, Milano 2008 (p. 57).
[...]

IL PINO

Solo al ciglio dell'abisso,
tra le folgori e lo sfacelo,
arretri il livido cielo:
stai come crocefisso.

Apri le rigide rame
come palchi di candelabri,
coi ciuffi degli aghi scabri
aderti da l'arse squame:

di una realtà così espressa,
di una forma così descritta,
che l'anima ne è trafitta
nel suo profondo, e ossessa.

O spirito del solo, avverso
al mondo, e contra te crudo,
resta desolato e ignudo,
escluso dall'universo!

(Da "I versetti", 1931)

LA MIA STELLA

Gli altri bimbi solo essi eran bimbi:
Io no. Io ero un bimbo che guardava
vivere gli altri, capitato a caso
tra gli altri sulla terra: certo un bimbo
caduto da una stella, ecco. E la notte
scivolavo dal letto per cercarla
di là dai vetri, al buio, la mia stella.

(Da "Endecasillabi", 1949)

Leonardo Bizzarri, Poeti dimenticati: Francesco Pastonchi, I libri de la stanza ascosa, 18 maggio 2016 

martedì 9 marzo 2021

Ricordi quei versi?


[...]
La farfalla di novembre
Roberto Rododendro
Articolo acquistabile con 18App e Carta del Docente
Editore: ilmiolibro self publishing
Collana: La community di ilmiolibro.it
Anno edizione: 2021
[...]
Descrizione
“Il poeta è uno che fa le cose su serio, ma non si prende troppo sul serio, come suggeriva Montale. Il poeta, almeno da Baudelaire, ha perso l’aureola, né può rinverdirla agli inizi del ventunesimo secolo. Il poeta oggi, se vuole avere un minimo di lettori, deve essere umorista nell’accezione migliore del termine, un grande utopista, impegnato a difendere i valori permanenti dell’uomo: libertà, giustizia sociale, solidarietà con gli ultimi e i diversi, insomma coscienza critica della società. Va da se che non bastano la preparazione e la versatilità degli interessi occorre poi che trovi un linguaggio autenticamente creativo, originale, selezionato. La poesia non è stata mai improvvisazione. Il che non significa che non bisogna farla. Anzi. Essa non fa male a nessuno. Fondamentale è  la coscienza dei propri limiti. La modestia tra l’altro non guasta neppure ai grandi. Dice un mio conoscente: D.M.Testa.
Rileggendo e trovandomi d’accordo con lui, ritengo, quindi, che non sarò mai un poeta”.
L'immagine può contenere: il seguente testo "Sono una creatura Sono come la pietra nel torrente che rotola dove corrente la porta come il fungo di pineta bugiardo tra le felci nascosto sono come l'erba del prato che sente il sussurro del bosco esi rode d'invidia Sono come il ragno che tesse la tela come la rondine che del ragno la tela e la vita con un volo spezza"
foto dal Facebook della figlia Roberta
Chiara Salvini, Il nostro carissimo Roberto Rododendro è riuscito a pubblicare per Natale il libro..., neldeliriononeromaisola, 17 gennaio 2021

L'antico mercato dei Fiori di Sanremo (IM) distrutto dal bombardamento aereo del 13 giugno 1943

Ricordi quei versi?
Nacqui 22 giugno del ’43
c’era la guerra
e non fu un momento buono per nascere
tre mesi dopo
in un giorno di bombe
mia madre scappando al rifugio
mi dimenticò nella culla
poi corse indietro
ricordandosi che ormai c’ero anch’io
Così sono vissuto:
come uno che c’era
ecc.ecc.
ecco, questo me lo son portato dietro e, per inciso, non è vero che mia madre mi dimenticò nella culla ma a me piace pensarla così…
anch’io ho sempre avuto l’impressione da piccolo di essere lasciato nell’angolo, ma non era vero.
Deanna pensava che tutte le coccole erano per me e ci aggiungeva le sue.
Eppure l’idea m’è rimasta a lungo.
Chiara Salvini, Ricordi quei versi? Nacqui 22 giugno del ’43... sono roberto rododendro!neldeliriononeromaisola, 17 agosto 2016
Chiara Salvini scrive:    

17 Agosto 2016 alle 20:05    
una spiegazione primitiva che mi azzardo a suggerire è che anche ti avessero dato la luna, come diceva sempre mio papà, le tue aspettative di ricevere stima e consenso erano molto più esigenti di quanto di offrivano; per l’amore che mancava, devi guardare la luna piena e dirti::: ” la mia bocca un giorno o l’altro se la ingoia “. Certamente essendo un maschio le attenzione erano tutte per te, in più si aggiungeva quella santa di tua sorella! E tu, oltretutto invidiavi lei che ne riceva molte più di te…una travisamento che si capisce in un bambino. Un po’ geloso. Quello che non provo neanche è capire perché motivo avevi bisogno (tuo) di vederti come una vittima::: una volta ho chiesto ad una paziente, una ragazza giovane e molto in gamba, ” Hai idea del perché hai bisogno di sentirti una vittima? ” // ” Perché mi abbassa subito i sensi di colpa “-Su questa storia…c’è una storia più lunga che mi sono fatta io, mi pare anche nell’ultimo delirio, ma ora vi risparmio, che dice: ” Se siamo vittime di qualcuno o di varie persone, vuol dire che quello che mi accade rappresenta la loro volontà e non la mia, io subisco passivamente; questo significa che in questa faccenda non ci sono responsabilità mie che mi obblighino a guardarmi e a passare dalla posizione passiva a quella attiva- che sarebbe poi guardare in faccia o di profilo, quello che mi tocca…e purtroppo fare e modificare la mia situazione, cosa che magari da solo non so fare…Questa cosa la ritengo, per me, molto importante, da far capire a chi ne vive, certo andrebbe espressa in maniera più comunicativa. Pazienza, A VOI POETI TUTTA LA PAROLA! Notte da chiara
[commento a Chiara Salvini, Ricordi quei versi?..., art. sopra citato]

giovedì 4 marzo 2021

La mostra fotografica OMBRA di Sandra Reberschak a Bordighera (IM)


Apre Sabato 6 Marzo 2021 alle ore 16,30, nella sede dell’Unione Culturale Democratica e della Sezione ANPI di Bordighera (IM), in Via al Mercato, 8, la mostra fotografica OMBRA di Sandra Reberschak.

La mostra rimarrà aperta al pubblico tutti i giorni, dalle ore 16,00 alle ore 18,00, fino a Domenica 21 Marzo 2021.

L'ingresso sarà consentito con le stesse norme che regolano l'accesso alle librerie, con mascherina e massimo due visitatori per volta.

Sandra è nata a Venezia dove luce e ombra danzano sui muri dei palazzi e dove la bellezza evoca pensieri che appartengono ai sogni e tutto è riflesso sulla superficie dell'acqua quando è scura. Un contrasto o un avviso per noi che ci dice: "Stai attento, non tutto nel mondo ha colori morbidi della tinta pastello, forse solo specchio dei nostri desideri". Sandra l'aveva già scoperto durante il fascismo e la guerra, quando lei e i genitori dovettero lasciare il resto della famiglia, la casa, progetti e aspirazioni e partire in fretta, con un ultimo sguardo al cielo veneziano, e arrivare a Torino, dove un altro mondo le prestò la sua fragile protezione. Ormai tutto questo è il passato. Ma l'ombra rimane. Dopo la guerra, Torino è diventata la sua città amata, dove si è sposata e dove vive ancora, salvo intervalli nel grande mondo: New York, Parigi molto amata, e lunghi soggiorni a Bordighera, altro luogo del cuore. Oggi, guardando le fotografie di Sandra, si possono scoprire la sua sensibilità verso la tonalità soft e il potere forte del loro silenzio anche negli oggetti fermati nel tempo, immortalati in quel momento ora già trascorso: un angolo, una luce filtrata dalla finestra. Tutte queste immagini ci sembrano familiari, riportassero al nostro passato risvegliando i ricordi. Mentre noi non ci siamo fermati per dare un ulteriore sguardo, Sandra invece si è fermata. Anche nelle pagine dei suoi libri si trova lo stesso play of Light (gioco di luci). Qualche volta domina l'ombra, pensieri pieni di domande interiori, una danza del chiaro e dello scuro. Lo spazio illuminato intorno alla sua ombra allungata accentua in basso la dominanza dell'ombra che triangola nella luce. Non è ancora il tramonto ma il sole a occidente si sta già inabissando.
Vera Noack

Sandra Reberschak, nata a Venezia, abita a Torino e per molti mesi all'anno soggiorna a Bordighera, località che ama. Giornalista, scrittrice, critica d'arte, è appassionata di fotografia come mezzo per raccontare paesaggi dell'anima.

Giorgio Loreti

Unione Culturale Democratica -  Sezione ANPI - Bordighera (IM), Via al Mercato, 8 [ Tel. +39 348 706 7688 - Email: nemo_nemo@hotmail.com ]

lunedì 1 marzo 2021

Quando il mare era un miraggio

Foto di Jacques Henri Lartigue - Fonte: Arles Les Rencontres de la Photographie

Pur essendo nate e cresciute io e mia sorella verso la fine degli anni ‘40 del secolo scorso a meno di un chilometro dal mare, la sua spiaggia per noi era un miraggio.
Per una famiglia di non nuotatori tutti di origine montana e terricola molto apprensivi era dato per scontato che noi due entrando in acqua non potevamo che annegare.
Le rare domeniche quando, dopo infinite raccomandazioni, indossate le cuffie che strappavano i capelli e infilate in due costumi rossi rigorosamente uguali, non eravamo così sicure di saper affrontare il pericolo incombente.
I nostri costumi erano di un tessuto assorbente, che pareva lana, e potevano essere i veri responsabili del nostro affogamento.
Infatti, entrando a contatto dell’acqua si imbevevano diventando pesanti come zavorre.
Eravamo gracili e magre e quando si usciva livide dal freddo con quelle corazze zuppe non si poteva che battere i denti.
Ricordo il costume di mia madre di un bel color giallo: in quel caso la stoffa aveva il compito di soffocare e nascondere le forme del corpo per non far indovinare quello che conteneva.
Mia madre era bella e nonostante la terribile guaina mi ricordava le dive di quegli anni che vedevo sui rotocalchi.
A casa il giallo steso dopo il risciacquo impiegava giorni ad asciugare.
Era bello il rito della pastecca (anguria) sotterrata vicino ad uno scoglio in mare per rinfrescarsi insieme alle bibite.
Anche la sua ricerca come in una caccia al tesoro, quando non sempre si ricordava il punto esatto del suo nascondiglio.
Il mare mi attraeva molto di più quando era la zia a portarci nelle notti estive attraverso una stradina, Via alla Spiaggia *, costeggiata di piantagioni di garofani, steccati con ragnatele di fili a paletti che li facevano sembrare inamidati tanto erano dritti e zone piantate a carote e porri per incontrarlo.
Anche i limoni sugli alberi profumavano nell’ombra.
Si andava solo con luna piena che sopperiva con la sua luce alla mancanza di illuminazione pubblica.
Si sentiva camminando il sentore dei gelsomini e il respiro della sabbia che rilasciava il calore immagazzinato durante il giorno.
Arrivando alla spiaggia pietrosa si interrompeva il sentiero stradale e si iniziava quello luminoso che la luna tracciava sul mare.
Da lì si poteva partire senza barca con la sola immaginazione per inseguire i propri sogni e raggiungere i paesi che si trovavano oltre l’orizzonte.
Ancora oggi per il mare uso solo lo sguardo.
Contemplazione.
Nelle stagioni fredde, non quando la gente normale ama fare i bagni e prendere il sole.
Quando le spiagge sono vuote, spariti gli orpelli degli stabilimenti balneari ed il rumore delle grida, il mare dà il meglio di sè, regalando reperti modellati dalle onde degni dei più astuti collezionisti.
È un grande amico che sa consolare e ascoltare.
Evito le immersioni anche con la calura più torrida.
La paura di annegare, rischiata per davvero una volta cresciuta, non mi ha mai più lasciato.
Terricola anch’io come i vecchi liguri nati vicino al mare.
È importante sapere che lui è lì dietro l’angolo.
Raggiungibile ogni volta che si ha voglia di fare due chiacchiere.
Ci manca tanto come un amante ogni volta che ci allontaniamo.
Ma sappiamo che lui è la che ci aspetta.
Gris de lin

* in Località Nervia di Ventimiglia (IM)