lunedì 28 settembre 2020

Gettando pure le basi della “leggenda” del canto cerianasco

Canto dell'albero, di Baiardo, in Alan Lomax Collection, Manuscripts, Italy, 1954-1955 - Fonte: Library of Congress di Washington

Colombo à rebours, quando Alan Lomax approda in Liguria, nell’ottobre 1954, si ferma ad Imperia, Baiardo e Ceriana, prima di concludere, con i trallaleri dei portuali genovesi (già pubblicati dalla Rounder nella serie Italian Treasury curata dal musicologo G. Plastino) l’immersione rapida nel mare polifonico ligure. Le tappe imperiesi sono adesso documentate in altri due dischi dal contenuto pressoché inedito a testimonianza di un canto e di una civiltà che, sotto la superficiale staticità contadina e la retorica della terra inospitale e del carattere chiuso, conosceva pure scarti all’interno della consolidata tradizione polifonica e del repertorio diffuso in tutta l’area piemontese e provenzale (si rammenti solo la celebrata e “variata” Donna Lombarda) come successivamente attestato tra gli altri da E. Neill e M. Balma.
In poche ore il ricercatore americano registra nell’imperiese circa sessanta pezzi, non soltanto canti a bordone o sempreverdi come Gh’è zerte scignurine o A barca, sfoggiando un buon italiano per convincere un centinaio di “locali” a cantare, in pieno ottobre, un canto di carnevale, ma gettando pure le basi della “leggenda” del canto cerianasco come solo competitore di quello genovese (più mobile e ritmato). Raggiunta Ceriana e la Compagnia Sacco (che allora  si avvicinava al trentesimo anno di attività) Lomax contribuisce a fissare un canone che pure nel permanere di un ventaglio melodico-tematico (la bella Pinota, Teresina, la cara Ema…) tollera quegli slittamenti interpretativi, come il maggiore accento sul “basso continuo”, che accompagnano le trasformazioni di una cultura di cui è sterile lamentare oggi lo svanire.
Jean Montalbano,  Lomax nell’imperiese, biblioteca dell'egoista, 2002

La canzone polifonica laica, immortalata nel 1954 dall’etnomusicologo statunitense Alan Lomax, è oggi rappresentata dalla Compagnia SaccoLiguria Wow

Riporto direttamente le parole di Diego Carpitella, che così ha rievocato quella esperienza, definendo con chiarezza il prima e il dopo quel famoso viaggio: "[...] L’indagine con Lomax è stata un’esplorazione; era quindi inevitabile che alcune cose rimanessero ai margini, ma fu comunque tale da fornire un profilo essenziale [...]" [...] Dopo aver lasciato che Carpitella rientrasse a Roma, in ottobre, Lomax, ormai solitario, si imbatte ancora in alcune complesse pratiche di canto polifonico, assai connotate localmente: in Liguria, a Ceriana (Imperia), il 10, 12, 13 e 14 ottobre (Brunetto 1995, pp. 156-158), dove ha modo di individuare repertori poco noti allora, ma caratterizzati da una qualità e originalità formidabili, e a Genova, il 10, 14 e 15 ottobre (Brunetto 1995, pp. 156-160) dove “scopre” la impetuosa polifonia maschile del trallalero.
Maurizio Agamennone, "Il bergamasco, il ligure non li comprendevo...". Lomax e Carpitella sul terreno, in Atti del Convegno Sud e nazione. Folklore e tradizione musicale nel Mezzogiorno d’Italia, Corigliano d’Otranto, 14-15 ottobre 2011, a cura di Eugenio Imbriani, © 2013 Università del Salento - Coordinamento SIBA

In Liguria, in particolare, [Lomax] documentò a Ceriana e Baiardo il canto a bordobe e, a Genova, il famoso canto a  trallalero. Come specifica Goffredo Plastino - docente di etnomusicologia all’Università di Newcastle, autore del libro "L’anno più felice della mia vita. Un viaggio in Italia (1954-55)", pubblicato da Il Saggiatore nel 2008, e curatore della mostra insieme a Laura Parodi, cantante e ricercatrice - Alan Lomax, durante il suo periodo di permanenza in Italia, scattò circa millesettecento fotografie, che oggi sono conservate presso la Library of Congress di Washington. Per cui quelle selezionate per la mostra costituiscono una piccola parte, ma, nonostante questo, hanno un significato importante. Da un lato perché testimoniano del modo in cui Lomax conduceva il suo lavoro [...]
Strumenti&Musica.com 

[...] Per chi ci guarda da fuori l’Italia è ancora l’Opera, apprezzata in tutto il mondo. E forse, un po’ Modugno, o Napoli.  
A parte le solite eccezioni: David Byrne che elogia De Andrè, Bowie che ama Anima Latina di Battisti, il progressive, poco altro, musicalmente risultiamo non pervenuti. Un suono italiano mainstream non c’è.
La risposta è in quel rituale, anno dopo anno più stanco e meno facente funzioni, che si chiama Sanremo, che è anche di fatto l’assassino della musica popolare italiana, cioè di quella scintilla archetipica che ci avrebbe potuto rappresentare nel 900 con una fisionomia culturale. E’ un fatto, non una supposizione. Sanremo in tv è nato con il preciso intento di fare fuori la musica popolare italiana.
Stiamo solo riportando il racconto del più grande musicologo del 900. Vale a dire Alan Lomax, l’uomo che con le sue registrazioni ha scoperto buona parte del blues (Muddy Waters, tra i tantissimi altri), i padri del jazz (Jelly Roll Morton, ripescato in un infimo albergo), molta musica sudamericana, e ha reso consapevoli gli spagnoli di possedere un tesoro chiamato flamenco.
Bene, proprio Lomax nel 1954-55 riuscì a organizzare un viaggio in Italia, sponsorizzato dalla Bbc, insieme a un giovane ricercatore (da quel momento in poi considerato il fondatore dell’etnomusicologia italiana) Diego Carpitella. Un anno on the road, dalla Sicilia alla Val d’Aosta, al Veneto. Registrazioni nelle strade, nelle piazze, nelle case di paese: dai canti dei pescatori calabresi di pescespada ai cori della Liguria.
Sorpresa: secondo Lomax “il paesaggio sonoro italiano era il più ricco, vario e originale” da lui mai incontrato, come ha ricordato la figlia Anna.
Lomax riteneva la tradizione musicale italiana la più interessante in Europa. Il resoconto del viaggio si legge nel libro autobiografico L’anno più felice della mia vita (Il Saggiatore) e si ascolta nella serie dei dischi Italian Treasury. Accessibilissimi, e a tutti sconosciuti meno agli specialisti. Lomax riteneva la tradizione musicale italiana la più interessante in Europa. Bene: Sanremo l’ha distrutta.
E qui viene il bello, o meglio, il giallo, o meglio il noir. Lomax entusiasta, dopo aver incontrato Alberto Moravia e Francesco Rosi, e dopo aver fornito le sue registrazioni a Pier Paolo Pasolini (che le userà per Decameron, senza citarlo), andò a parlare alla dirigenza Rai. Citò l’esempio delle piccole stazioni radio negli Usa, che trasmettevano musica del posto finanziandosi con la pubblicità locale. Il dirigente, il maestro Giulio Razzi, nel frattempo sorrideva.
Fu una scelta precisa della Rai, puntare su Sanremo (di cui Razzi era uno degli organizzatori) per la tv. La più potente e centralista azienda culturale italiana decise di concentrarsi sulla canzone derivata dalla tradizione Usa di Tin Pan Alley, il popolare italiano venne tolto di mezzo dai media prima ancora di entrarci. Risultato di questa scelta di paradigma: il pop della penisola nacque facendo fuori le proprie radici, e imitando la canzone Usa. Sarebbe giusto ricordare che l’irrilevanza di tanto pop mainstream italiano ha un’origine precisa.
Bruno Giurato, Alan Lomax racconta come Sanremo ha annientato la musica italiana, Linkiesta, 13 febbraio 2016


sabato 26 settembre 2020

Francesco Biamonti nel romanzo delle foto di Ario Calvini

 

[…] Non è senz’altro casuale che l’unica figura d’uomo che Ario abbia fotografato sia proprio quella di Francesco Biamonti; e che l’asilo offerto si consumi in simili posti d’ulivi. Francesco, in queste plaghe, come aveva detto, “attanagliate dall’agonia”, pare quasi una personificazione della pietas loci. In una sorta di immobilità infera, solo lui si aggira, nocchiero di anime e ospite dei propri fantasmi, spesso a capo scoperto, come uno dei suoi personaggi, che nell’Angelo di Avrigue si toglie il cappello di fronte a un gabbiano morto, intrappolato tra i rovi. Biamonti sa intonare con gli olivi un dialogo che non è solo tecnico, ma anche storico. Un contadino sa far parlare gli ulivi, li sa comprendere; Biamonti li sa far cantare, li vede pregare e morire, con le punte secche, i rami scossi da un tremito. Sepolto sotto la coltre dei vestiti, concede al nostro sguardo solo occhi e mani, solo il volto. Le sue rughe, i suoi tratti, il suo sguardo gli conferiscono dignità; ed è proprio quella dignità che gli permette di attraversare l’immagine di Calvini senza romperla: la dignità lo mineralizza, lo sguardo sognante, che ora volge al cielo, ora fissa la macchina, è come all’orlo malinconico di un ennesimo commiato, su un ciglio acheronteo.[…] Francesco gli olivi li descriverà così, in Vento largo: “Gli ulivi, carichi di seccume, anziché di folto argento, s’illuminavano di un viola scarno, che precedeva il buio della fine. Varì era l’ultimo testimone di una vita che se ne andava”.

In Ario quella vita se ne è già andata; rimangono solo vestigia e rovine.
Ma gli ulivi, sempre e comunque, alludono, centenari, a un ritmo altro d’esistenza, in cui si iscrive, mineralizzato e quindi da invisibile fatto visibile, il tempo della fine. […]


C’è un senso perduto, dunque, che nessuna organizzazione sociale o corrente di storia tiene più assieme, dall’interno. E dove non c’è senso, dove è perduto, perché il visibile è uscito dal solco della Storia, il disordine è in agguato, sempre. Ma lo sguardo di Calvini inibisce questo disordine, lo dispone entro linee, geometri e, simmetrie; lo annulla, senza cancellarlo, lo razionalizza. La struttura del suo testo fotografico è profondamente classica. Le foto, sempre in bianco e nero, mai mosse, sono semplici e composte. I segni possibili della dismisura ci sono: rovi, vegetazione cresciuta incomposta là dove non avrebbe potuto un tempo crescere. In fondo potrebbero essere temi che hanno tutto in comune con moltissima poesia dialettale della più retriva; in realtà si tratta di un coerente trattamento iconografico del topos dell’ubi sunt, annegando il vernacolare in una sorta di regola aurea. Queste foto, allora, storicizzano l’esperienza di una perdita (di senso), secondo gli schemi più classici, e malinconici, della ricerca d’ordine di tra l’ordine perduto. Le forze equilibratrici, all’interno dell’immagine, superano le spinte dello squilibrio. Le linee dei crinali si strutturano in semplici simmetrie, piene di grazia; i rami riprendono l’inclinazione dei tetti di certe case; certi tronchi spaccati popolano l’immagine come in un ritratto; certe quinte di vegetazione infestante rimandano a un teatro prospettico, dietro cui si intuisce l’abisso. Le immagini hanno sempre un centro, verso cui convergono serie di linee; e le linee disegnano, coi rami, con la vegetazione, nell’aria, sulla terra, figure geometriche.

E in questo centro un vuoto, una concavità, una apertura cieca: porte, finestre sbarrate, nicchie, crepe, aria che si fa strada attraverso il muro della vegetazione. Non sono varchi, aperture, oltranze, ma semmai l’emblema della perdita, della cecità che presiede allo sguardo e lo regge o fonda, del non poter andare al di là, e di un aldilà inattingibile, della frustrazione di un paesaggio che si rifugia nella rovina.

Poiché la ricerca di una temporalità autentica in un mondo degradato viene condotta attraverso la riorganizzazione nello sguardo e nella visione secondo schemi apollinei, che non vogliono imbrigliare l’idea del tempo che fugge, ma rappresentare quella del tempo che dorme, allora non è assurdo affermare che la sintassi figurativa delle foto di Calvini potrebbe essere essenzialmente narrativa. Ma con un però… Ciascuna delle sue foto dice che c’è stato un prima, ma che non ci sarà un dopo, mai. Fotografa il mondo trasformato in un’eterna domenica, non solo perché sia morta la storia, nelle sue foto, ma soprattutto la quotidianità, che per lui è la vertebra del tempo. La morte del tempo quotidiano è la vera morte della storia. Quando le sue istantanee immobilizzano la realtà, quella realtà era già immobile, immemorabilmente, irreparabilmente pronta a essere fotografata. Era già fotografia, da sempre in bianco e nero. Ecco, allora, se c’è un romanzo, il romanzo delle foto di Ario Calvini ci può dare dei luoghi, ma non dei personaggi. Romanzo senza nomi, teatro senza attori.

Testo e immagini sono tratti dal catalogo di Marinai tra gli ulivi, mostra fotografica di Ario Calvini [1937-2014], con un testo di Gian Luca Picconi, San Biagio della Cima (IM), 19 dicembre 2004 - 6 gennaio 2005.

Atti impuri,  5 luglio 2014

martedì 22 settembre 2020

La vegetazione della Riviera e la siccità estiva secondo il Casey

Santolina ligustica - Archivio Moreschi

In Riviera il periodo asciutto dura almeno quattro mesi, dal principio di giugno alla fine di settembre, ma la siccità può durare anche molto più a lungo.  

Il discorso riguarda la fascia costiera perchè le valli interne e le Alpi marittime sono rinfrescate per tutta l'estate da temporali quasi quotidiani.  A Napoli i mesi senza pioggia sono tre: giugno, luglio e agosto; a Malta, Grecia ed in Sicilia, quattro o cinque; in Palestina sette ed in Egitto almeno di otto.

Se la vegetazione della Riviera ha poco da temere dalla severità dell'inverno, soltanto le specie ben attrezzate per lo scopo hanno la possibilità di sopravvivere con successo alla siccità estiva.

Nel capitolo riservato alle lucertole, ho menzionato alcuni arbusti che perdono effettivamente le loro foglie durante il lungo periodo asciutto, ritirandosi, per così dire dalla lotta e rianimandosi alle prime piogge autunnali. Anche nel capitolo riservato alle piante succulente ho parlato di come questi serbatoi vegetali siano ben preparati per sopravvivere alla sete.

La flora mediterranea, e quella della Riviera in particolare, usano altri metodi. La pianta succulenta menzionata inizia con un approvvigionamento sostanzioso d'acqua; ma la massima parte di quelle che non ne ricevono a sufficienza sono costrette a deperire periodicamente in base al liquido disponibile.

A questo fine avvizziscono durante la siccità, si proteggono con un manto peloso, così da ridurre la traspirazione al minimo.

Come le specie succulente, sono costrette ad economizzare la loro provvista di liquido al massimo ed è interessante osservare che hanno un minor numero di stomi rispetto di altre categorie di piante; eccetto, naturalmente, quelle che vivono immerse.

In nessun luogo nel mondo, dice Kerner, la copertura di peluria sul fogliame per limitare la perdita di umori è altrettanto abbondante e così diversificata come nel mondo vegetale delle coste mediterranee.

Gli alberi emettono foglie con peluria grigiastra, ed il "sottobosco Frigio" (come lo chiama Teofrasto) folto di alberelli ed arbusti che riveste strettamente i fianchi delle colline esposte al sole, appare grigio e biancastro.

L'aspetto del panorama è talmente improntato a queste modalità che viene la tentazione di definirne la flora come " sempregrigia", anziché "sempreverde".

Si nota una varietà senza fine di questi rivestimenti tomentosi sulle foglie che possono assomigliare a cotone o lana o di seta o feltro.

La predisposizione a resistere alla siccità è molto evidente nelle Composite, in particolare nei generi Andryala, Artemisia, Evax, Filago, Inula, Santolina, ed Helichrysum, tutte presenti in Riviera. 

L'Andryala  che lo trovato lungo la strada di Saint Laurent, vicino a Nizza, porta fiori giallo pallidi; la peluria copre tutta la pianta ed ha sfumatura giallastra.

Il genere Artemisia è rappresentato nella zona da una decina di specie, quasi tutte ambientate nelle montagne, comprese l'Artemisia absinthium, dalla quale si distilla l'omonima bibita. Ma la specie rara chiamata Artemisia gallica, non sembra distinguibile dalla britannica Artemisia maritima, cresce vicino Cannes e sulle isole. Questa pianta ha un piacevole profumo.

La minuscola rosetta dell'Evax pygmaea è comune nei pressi di Antibes, sui terreni pietrosi tra la stazione e la città.

La Filago spathulata, o "Gnafalio comune", chiamata da Bentham Gnaphalium germanicum, e da Gerard  Herba impia, forma un tappeti sui sentieri non rastrellati del giardino. La grande "Inula puzzolente" (Inula viscosa) vive dappertutto . Attorno ai suoi capolini gialli si arrampica una farfalla blu caudata, la Lycaena telicanus, e qualche volta la Lycaena baetica. La Santolina chamaecyparissus, un'altra pianta molto aromatica, è coltivata ed è diventata subspontanea in Riviera.

Helichrysum italicum nelle Cinque terre - Archivio Moreschi

Gli Helichrysum, ossia i "Semprevivi selvatici", nascono con  abbondanza dappertutto.  Il Professor Penzig aggiunge anche la Cineraria maritima ed il Diotis (Otanthus) candidissima, un specie del litorale rara in Riviera.

Fra le Leguminose sono elencate molte di queste piante resistenti alla sete (xerofile ) che indossano un mantello tomentoso come quello di San Giovanni Battista e mi piace di enumerarne alcune: Anthyllis barba Jovis, un arbusto costiero con tegumento argenteo: il Dorycnium hirsutum ed il rectum: il Cytisus triflorus, un arbusto non comune che non ho visto direttamente se non quando un amico me ne ha portato una fronda raccolta nella valle di Magnan: il Cytisus argenteus (Argyrolobium), chiamato così dal suo peli sericei e biancastri, abitatore delle macchie più aride.  

Ci sono molte specie protette da peluria anche nell'ordine delle Labiate. Per esempio: alcune Salvia, Teucrium, Marrubium, Stachys, Sideritis, Lavandula, Phlomis. Tutti vegetali comuni nella zona ad eccezione della Phlomis, coltivata nei giardini.  Credo di averla trovata subspontanea in un incolto abbandonato tra Carabacel e Cimiez.

Cistus monspeliensis - Archivio Moreschi

I comunissimi Cistus ed Helianthemum, la "Rosa delle rocce", che si incontrano dappertutto, sono tormentosi.
 

Lavatera maritima - Archivio Moreschi

Nella famiglia delle Daphne, il nome specifico della rara Thymelea hirsuta parla da solo. La Lavatera maritima, una vera perla delle rocce costiere, indossa un vestito peloso color verde perlaceo pallido. Il Cynoglossum Creticum porta "foglie grigiastre e pubescenti", mentre l'Eliotropio selvatico (Heliotropium europaeum) sembra imitare un "frate dell'Ordine grigio"; e questi esempi possono bastare perchè la maggior parte delle famiglie rappresentate nelle Riviere annoverano specie attrezzate a ripararsi dal sole.
 

Genista cinerea - Archivio Moreschi

In alcuni casi le foglie sono setacee nella pagina inferiore. Ad esempio, la Genista cinerea usa questa protezione contro il calore irradiato dal terreno. Appare, infatti, significativo che questo arbusto, abituato a vivere "sulle colline molto aride", sia di statura ridotta, cosicché le foglie sono esposte, ma in misura minima, al suolo ardente.

Amelanchier ovalis - Archivio Moreschi

L'Amelanchier, il cui fiore bianco brillante illumina ogni gola rocciosa, porta le sue gemme avvolte da spesse fasciature; ma come le lamine si espandono scartano l'involucro cotonoso. Forse, poiché vive nelle macchie più umide, corre un minor rischio di rinsecchirsi e bruciare. La confezione tormentosa può servire per proteggere la gemma e la giovane e tenera foglia delicato dagli attacchi dei bruchi; sono infatti persuaso che i peli fogliari servano in molti casi a questo scopo. E certo che si vedono spesso alberi con foglie glabre, come i Salici ad esempio, completamente denudati da larve di differenti specie.
 

Helianthemum lunulatum - Archivio Moreschi

Il Cistus tuberaria (Helianthemum tuberaria), una pianta molto appariscente, incontrata in occasione di tutte le escursioni nell'Esterel, presenta un fenomeno straordinario: le foglie della rosetta basale sono coperte con peli grigi, mentre quelli degli scapi fiorali sono verdi e completamente glabre. Si può credere di essere davanti a due piante diverse che si sono mescolate fra loro. Il botanico Kerner spiega la cosa come segue: le foglie della base sono permanente e debbono esser adatte a superare la siccità estiva, mentre quelle del fusto scompaiono con la maturazione dei frutti.
Quanto ai peli singoli che compongono questi scudi antisole non ho abbastanza spazio per per descriverli. 

Ma le appendici epidermiche delle piante rivierasche costituiscono un ottimo campo di indagine. 

I peli ramosi dello sgradevole e pericoloso Platano sono illustrati in tutti i libri botanici; come le ghiandole globulari che racchiudono il profumo della Lavanda, ognuna collocata su un minuscolo sostegno e protetta da peli sparsi. I lustrini del sacro Styrax ed i pungiglioni a forma di bisturi della lussureggiante Wigandia caracasana, possono costituire altrettanti esempi  di struttura.

Phagnalon saxatile - Archivio Moreschi

Sinora ho accennato a due metodi diversi per contrastare la siccità, ma ne esiste anche un terzo che consiste nell'orientamento perpendicolare della foglia rispetto al cielo, così da presentare la minor quantità di superficie ai raggi. Le foglie tardive dell'Eucalipto sono un esempio di questa tecnica.
E' anche possibile per una pianta, arrotolando i margini della lamina, preservarla vantaggiosamente durante i giorni assolati dell'estate, diminuendo in questo modo l'area esposta e l'evaporazione da parte parte degli stomi nascosti dalla piegatura. Esempi familiari sono quel paio di graziose piante murali chiamate Phagnalon (o Conyza) al quale si possono aggiungere gli ancor più belli Semprevivo (Helichrysum), Rosmarinus, Erica, e Coris.

Un ulteriore progetto antisiccità è adottato dal Nerium oleander e dai fusti dei Cactus assieme ad altre piante; in questi casi le cellule epidermiche sono addensate da depositi secondari. È ovvio che nella battaglia quotidiana con Febo ed il carro di Apollo un'erba o un arbusto possono usare più di un'arma, come i Cactus che vediamo adottare almeno tre stratagemmi.
 

Nicotiana glauca - Archivio Moreschi

Fra le piante selvatiche o coltivate della zona più capaci di resistere alla siccità, la Nicotiana glauca e la Diplotaxis tenuifolia emergono per i risultati ottenuti, anche se resta più o meno misterioso il modo in cui riescano a trattenere la loro umidità, perché nessuna ipotesi risulta provata. Non ho mai visto, la prima, subire il minimo inconveniente imputabile alla siccità; quanto all'onnipresente Crucifera gialla rimane sempre in fiore e piena di corolle anche quando le altre erbacce seccano completamente.
Infine, una classe rilevante di piante sostituisce il tessuto tenero delle con alcuni organi più robusti che, ben forniti di clorofilla, svolgono lo stesso lavoro pur essendo capaci di resistere meglio al sole.

Poichè descrivo quasi tutti questi vegetali in altri capitoli, li rimando per il momento e mi limito naturalmente, a parlare di quelle piante prive di foglie che sono comuni in Riviera.
 

Ruscus aculeatus in fiore - Archivio Moreschi

Il Ruscus (La Ginestra del macellaio) ha rami appiattiti al posto delle foglie. L'Asparago molto affine geneticamente è anche privo di fronde. L'Opunzia e la tribù dei Cactus non sanno cosa sia una lamina. La Kleinia (una Composita succulenta) sembra stare meglio quando ne resta completamente priva. La Casuarina equisetifolia esibisce solo sottili ramificazioni, il Polygonum platycladon usa nastri verdi quale sostitutivo.
Molte Acacie utilizzano i piccioli dilatati (fillodi) come foglie, e sembrano avere il fogliame folto come gli altri alberi, benché ne siano prive. La minacciosa Colletia cruciata e parecchie forme di Spartium, sono scarsamente provviste di fogliame.
 

Lathyrus aphaca - Archivio Moreschi

I Lathyrus aphaca ed ochrus, erbe di campo assai diffuse, dipendono dalle loro stipole, perché le lamine sono trasformate in viticci. Il Lathyrus nissolia, l'Erba veccia, non sta meglio. Ne ho raccolto esemplari a Caussols, sopra Grasse. Non cresce fogliame nell'oscuro groviglio formato dai fusti dell'Ephedra, un rampicante delle conifere proveniente dall'Africa del Nord. 

Aphyllanthes monspeliensis - Archivio Moreschi

Dobbiamo aggiungere il "Giglio giunco" dal colore blu, l'affascinante, Aphyllanthes monspeliensis e, fra le Ombrellifere, il Buplevrum fruticosum, arbusto preferito nel giardinaggio delle Riviere.

Questo elenco delle piante prive di foglie è lungi dall'essere completo perchè ogni botanico può fare facilmente delle aggiunte, ma dimostra ampiamente come in questa regione molti vegetali trovino vantaggioso vivere privi di foglie.

George Edward Comerford Casey, Riviera Nature Notes: a popular account of the more striking plants and animals of the Riviera and the Maritime Alps, seconda edizione, 1903, Capitolo XXIII°, traduzione di Alfredo Moreschi



domenica 20 settembre 2020

Pertini accoglieva tutti con gentilezza e grande semplicità

Giorgio Loreti ricorda Sandro Pertini

Egregio Signor Prefetto, spettabili Autorità, cari amici e cari compagni,
ricordare qui Sandro Pertini, a trent'anni dalla Sua morte, provoca in me una forte emozione non soltanto per la statura politica e umana di chi celebriamo ma anche perché siamo spinti a riandare col pensiero alle cose vissute e alle tante persone incontrate e  quanto esse abbiano influito sulla nostra formazione politica, culturale, morale.
E Sandro Pertini ha sicuramente rappresentato una personalità di grande fascino per la generazione di chi era giovane negli anni '50 '60 '70 e che militava (si diceva così a quei tempi) nel PSI, di cui lo stesso Pertini era tra i maggiori e più qualificati esponenti.
Per il suo antifascismo, pagato con anni di galera e di confino, per l'alto ruolo di rappresentante del PSI nella Resistenza, il suo lavoro nella Costituente e nel Parlamento, la sua statura culturale e morale, il suo rigore e l'indiscussa onestà, per i giovani socialisti d'allora e non solo Sandro Pertini era un mito.
Così, quando per attività politica o in campagna elettorale veniva nella nostra Provincia, la mobilitazione dei socialisti era grande e il desiderio dei compagni di incontrarlo e di ascoltarlo non si limitava a quelli delle località e delle sezioni che avrebbe visitato.     
La Federazione del PSI era impegnata e il suo unico "funzionario" (ricordo Dore, che da solo ricoprì per lungo tempo tale incarico, ben poco o forse mai pagato) aveva il compito di accompagnarlo con l'auto del partito.  
Ed eccolo, Sandro circondato dai presenti: piccolo, scattante, deciso, vestito con cura, "fumantino" quando necessario. Riconosceva sempre molti dei presenti e, sorprendentemente, li chiamava tutti per nome ("Elio, sposta l'altoparlante…; Matteo, chiama i compagni...; Ferruccio, cominciamo?") come se li frequentasse abitualmente.
E il rispetto per lui non era ossequio perché la sua eccezionale storia di antifascista e di partigiano e l'essere Parlamentare della Repubblica gli conferivano quell' autorevolezza  che rafforzava i socialisti in quanto tali.   
I quali gli davano tutti del tu (e lui lo pretendeva) perché lo sentivano uno di loro, compagno di ideali e di impegno politico e di partito. Non un dirigente spocchioso, avulso dalla realtà.
Parlava con rispetto verso le persone,  con correttezza, senza mai offendere gli avversari politici, ben lontano dalle volgarità ufficiali e 'onorevoli' d'oggigiorno. Affermava concetti di  solidarietà sociale e civile, con ragionamenti semplici e facilmente comprensibili ("vuotate gli arsenali e riempite i granai") dalla parte dei meno abbienti, per la pace, la democrazia, la libertà dei popoli ("... Per me libertà e giustizia sociale, che poi sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile: non vi può essere vera libertà senza la giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà "), per uno Stato più civile e più umano ("Tenete in ordine le carceri... possono servire a tutti"). E non gli mancavano i titoli per quest'ultima raccomandazione!
Per queste sue qualità di socialista onesto, di Resistente coraggioso e di antifascista (si pensi al suo discorso che accese la rivolta dei genovesi contro il congresso del MSI a Genova e contro il Governo Tambroni, nel 1960), era rispettato e considerato anche da chi, spesso senza motivo forse solo per faziosità, criticava il PSI e denigrava i suoi rappresentanti. Come facevano molti appartenenti a organizzazioni che si collocavano alla sinistra del PSI.
Sandro Pertini era un socialista di grande rigore etico, che respingeva l'idea e la pratica della separazione della politica dalla morale.
Era al di fuori e al di sopra delle varie e sempre più crescenti divisioni correntizie, un po' ai margini anche se manteneva stretti rapporti col partito. Spinto in questo 'isolamento' dal suo socialismo venato dall'anarchismo delle origini (alla Andrea Costa) e da un individualismo del quale forse non erano estranei la sua ligusticità e il carattere, che gli impedivano di far crescere attorno a sé un gruppo organizzato di seguaci.
Infatti, nonostante la sua popolarità e la considerazione che personalmente riscuoteva, la corrente che costituituì in occasione del congresso nazionale del 1968 raccolse ben pochi 'pertiniani', anche nella nostra provincia.
Oltre alle sue visite politiche, vi erano poi altre occasioni per incontrarlo, ogni tanto: quando cambiava treno a Ventimiglia per raggiungere con la moglie il loro appartamentino di Nice, per brevi periodi di riposo. 
Se c'era il tempo, attendeva a un tavolino del caffé della stazione mentre Carla ne approfittava per alcune compere, spesso con l'amica ventimigliese moglie di Biancheri, il proprietario del ristorante 'da Nanni' di via Milite Ignoto di Ventimiglia. Così, diffusasi la notizia della presenza  di Pertini, gli amici e i compagni, che potevano farlo, accorrevano al caffé per salutarlo con reverente emozione e affetto.
Lui accoglieva tutti con gentilezza e grande semplicità, lieto di conoscere nuove persone nel caso gliene venissero presentate. Fioriva così una  conversazione che toccava aspetti sia politici che privati, illuminanti sulla sua personalità.
Non gradiva ricordare il passato per cui amava circondarsi soprattutto dei giovani che interrogava e ascoltava. E ai quali suggeriva, paternamente, pillole di saggezza quali "chi ha carattere ha un brutto carattere", forse alludendo alle "impennate" della sua forte personalità.  
Per rafforzare un concetto o una sua proposta mai che richiamasse le sue benemerenze, il suo ruolo, la sua lotta, le sue alte cariche parlamentari. 
Era e voleva essere un politico "attuale" impegnato a realizzare qui e ora gli ideali  che lo avevano spinto a essere socialista. 
Aborriva il reducismo al quale lo avrebbero condotto le conversazioni dei coetanei e dei vecchi compagni di lotta antifascista, coi quali evitava di intrattenersi più del tempo di un affettuoso saluto.
In fatto di correttezza, onestà politica e umana era irremovibile. Anche in questo è stato un buon maestro da ricordare con viva gratitudine: "non perché non avesse difetti ma perché i suoi difetti erano niente in confronto alle sue qualità positive" come qualcuno, ricordandolo, ebbe giustamente a dire.  
A Pontedassio dopo il comizio per le politiche del 1972, alla cena organizzata per l'occasione in un ristorante della piazza, un compagno forse un po' alticcio, insistette contro la volontà  di Sandro a voler spremere un limone sul suo piatto di anguille fritte sporcando maldestramente di succo la camicia e la cravatta di Pertini. Il quale, mentre si puliva silenziosamente, con il volto improvvisamente triste, di una tristezza profonda, muovendo le labbra – che solo chi gli era al fianco poteva leggere e capire - tra sé e sé ripeteva: "mamma mamma... ".
Con questa emblematica immagine di intima solitudine, che ciascuno potrà interpretare a suo modo, concludo questo mio personale ricordo di Sandro Pertini.  
Grazie per l'attenzione.         
                                                                                     
Giorgio Loreti [Presidente ANPI Bordighera (IM)], Il giovane Pertini. Pertini e i giovani, Imperia, 22 Febbraio 2020


giovedì 17 settembre 2020

Se vuoi ci vengo anche tutti i giorni a scrivere


A Dolceacqua (IM), dove vivo e ho l'atelier, incontro amici, pittori e scultori, con i quali spesso ricordo gli anni importanti della mia esperienza bordigotta. Mi riferisco agli anni '60-'70 del secolo scorso, quando frequentavo la Buca [sede dell'Unione Culturale Democratica di Bordighera (IM)] e seguivo attentamente le iniziative culturali ed i dibattiti che vi si svolgevano. Partecipavano personaggi di spessore della cultura e dell'arte, la cui esperienza era utile a noi giovani. Oltre a Giorgio Loreti, ricordo con sentimento grato, fra molti altri, Francesco Biamonti e Guido Seborga [...]
Elio Lentini in Archivio Unione Culturale Democratica [di Bordighera (IM)], di Giorgio Loreti, marzo 2017
 
Va sottolineato come i dibattiti, pubblici e privati, promossi da Seborga a Bordighera abbiano formato profondamente intere generazioni: alle diverse iniziative già messe in atto se ne aggiunse una nuova quando, alla fine degli anni ’50, il giovane socialista Giorgio Loreti e altri suoi colleghi chiesero aiuto anche a Seborga per la fondazione dell’Unione Culturale Democratica. Lo stesso nome del “circolo” fu suggerito da Seborga, che era stato tra i fondatori più impegnati dell’Unione Culturale a Torino e forse voleva così portar bene all’iniziativa. L’Unione ha un primo nucleo nel 1958 a Vallecrosia, ma solo nel 1960 promuove un convegno diretto da Guido Seborga dal tema “Perché leggi?” a Ventimiglia, iniziando attività regolari e la pubblicazione de “Il giornale” come Unione Culturale Edmondo De Amicis. La sede fu trovata a Bordighera in un sotterraneo sull’Aurelia, denominato “la Buca”. Nel programma si dichiarava il desiderio di mettersi “alla testa delle forze giovanili d’avanguardia che intendono un rinnovamento in senso democratico e sociale dell’attuale situazione italiana e internazionale” .Oltre alla pubblicazione del giornale, il circolo organizzava incontri e attività culturali. Alcune erano di formazione interna, come ad esempio le lezioni su Tommaso Moro e Tommaso Campanella tenute da Loreti nel dicembre del 1960, o quella di Enzo Maiolino su Cézanne. Altre si tenevano invece al Palazzo del Parco di Bordighera ed erano di maggiore rilevanza, come le mostre sui campi di sterminio nazisti e sulla Resistenza italiana o lo storico Convegno sull’Obiezione di Coscienza, che fu il primo in Italia, nel 1962, con interventi di Guido Seborga ed Aldo Capitini.
Claudio Panella
 
Il ricordo di Francesco Biamonti, lo scrittore ponentino scomparso l'anno scorso, continua a essere vivo. Lo è nei suoi posti di ulivi e di mimose e di coste arcuate, sebbene siano stati lacerati dalla speculazione edilizia che Francesco malediceva. Nell'antico borgo di Soldano, poco sopra San Biagio della Cima, il suo paese, domenica 2 giugno [2002] verrà inaugurato il centro culturale che porta il suo nome. Vede la luce grazie all'impegno di Giorgio Loreti, fraterno amico dell'autore dell'Angelo di Avrigue e di Vento largo. Saranno esposte opere di Eleonora Siffredi, Sergio "Ciacio" Biancheri, Sergio Gagliolo, Enzo Maiolino, Guido Seborga e Ioffre Truzzi. Ma Biamonti verrà celebrato anche dal Premio Grinzane Cavour del patron  Giuliano Soria, che ha deciso di dedicargli alcune sue prossime iniziative. Massimo Novelli, la Repubblica, 26 maggio 2002

Nasce nell'entroterra del ponente ligure un circolo culturale con il nome di Francesco Biamonti, il figlio scrittore di questa terra da lui difesa con accanimento e meravigliosamente descritta fino a poco tempo fa [...] l'iniziativa è di Giorgio Loreti, inseparabile compagno dell'ultimo Biamonti. Quello che, anche se molto malato, non rinunciava ad uscire, ma non si fidava più a farlo da solo. E a Soldano ci andava praticamente tutti i giorni, anche solo per un bicchiere di vino all'osteria, bianco o rosso, ma rigorosamente locale [...] Era da tempo che i due amici pensavano ad uno spazio in cui incontrarsi a parlare di cultura, esporre quadri, proporre libri. O meglio, lo scrittore che non amava organizzare, incoraggiava la cosa: "Fallo, Giorgio, fallo. Io ti aiuto, se vuoi ci vengo anche tutti i giorni a scrivere. Tengo aperto io..." Ma per Bordighera, dove subito voleva Biamonti, i soldi non sarebbero mai bastati. E del resto lui amava anche Soldano, paese ruspante, ancora in sasso: poco intonaco e i disagi di un paese vivo, non imbalsamato come Saint Paul de Vence. Lo scorso settembre avevano visto insieme una casa all'ingresso del paese. "Qui va bene" aveva detto lui, ma era già troppo stanco per salire [...] Giorgio Loreti ce l'ha messa tutta per rispettare l'impegno: ha comprato i locali, li ha ristrutturati e ora pensa ai libri e ai quadri da metterci, alle serate a tema. Magari con un primo ciclo di letture dai romanzi di Biamonti, ma "con un tono sommesso, perché Francesco non va letto come un testo teatrale". Certo, se ci fosse stato ancora lui, sarebbe stato tutto più facile [...] Claudia Claudiano, la Riviera, venerdì 31 maggio 2002






[...]

FINE

  Testo liberamente tratto da opere di Fr. Biamonti e di I. Calvino

[...]




SL&L "Omaggio a Luciano de Giovanni" 23 agosto 2002

(voce da fuori scena) Elio [Maccario]: "Italo Calvino, lo sappiamo, amava interrogarsi spesso sugli aspetti più segreti del Fare letteratura. (Inizio musica) Un giorno, in un'intervista, arrivò ad affermare: 'Per fare lo scrittore occorre essere un gran signore...' e subito aggiunse: 'E io ne conosco uno: è a Sanremo; fa lo stagnino, tutto il giorno; e la sera, se gli viene, scrive poesie!... Un gran signore davvero, un signore dentro: si chiama Luciano... Luciano De Giovanni' " 

[...]

Soldano. Collettiva al circolo Biamonti. Al circolo culturale Francesco Biamonti sono esposte opere  di Sergio Gagliolo, Enzo Maiolino, Eleonora Siffredi, Sergio Biancheri, Guido Seborga e Ioffre Truzzi... [d.bo.] La Stampa, mercoledì 9 ottobre 2002



Francesco Biamonti e Guido Seborga - Fonte: Laura Hess

[...]

Amore

Nella rossa pineta

la resina del tronco

è un balsamo al cuore

che vive sempre in pena.

Ho invocato amore,

sveglio, nella pace notturna.

Guido Seborga, da Il Maestrale, 1943

[...]




[...] 

dall'Archivio del Circolo Culturale Francesco Biamonti, Via Cima, 3, Soldano (IM)

 

martedì 15 settembre 2020

Ma fu un buon matrimonio, e nacquero due figli, Italo e Floriano


Mario Calvino è stato uno scienziato valente, uno sperimentatore appassionato, un viaggiatore curioso.
Autore di testi scientifici, e di testi che potremmo definire di politica dell’agricoltura, lavorò al fianco di un’altra figura prestigiosa, Eva Giuliana Mameli (1), importante studiosa, docente di Botanica generale all’Università di Pavia.
Divertente assai la storia del loro matrimonio, raccontata in varie versioni.
Così dallo stesso Mario Calvino a Domenico Aicardi: "Prima di lasciare Cuba per l’Italia, avevo preso tutte le precauzioni ed avevo annotato sul mio notes ogni cosa: comperare corde per chitarre, prendere moglie, etc."
Così la racconta Jean Henri Nicolas: "He inquired where in Italy was the best woman professor of botany. He was told at the Milan University. He hurried there, called at the lady’s home and introduced himself thus: 'I am Dr Calvino. I am sent to Mexico. I have come to marry you'."
E questa, infine, la versione di Libereso Guglielmi: "Mi raccontava il prof. Calvino: 'Ho guardato il mio taccuino: lunedì sono impegnato, martedì pure, mercoledì non ho niente da fare, e allora mi sposo'."
Non fu dunque un matrimonio romantico: almeno su questo punto le diverse testimonianze concordano. Ma fu un buon matrimonio, e nacquero due figli, Italo e Floriano, un letterato e un geologo, il primo dei quali finì per oscurare un po’ la fama del padre.
Gerson Maceri, giovane studioso sanremese, nella sua biografia di Mario Calvino appena pubblicata [Gerson Maceri, Mario Calvino. Biografia di un progressista utopico (Sanremo, Quaderni Sanremesi, 2012, 142 pp.)] (2), titola infatti la prima pagina, e giustamente, L’ombra del figlio, capovolgendo il titolo di un lavoro di Stefano Adami. Quel ragazzo a cui il burbero e bonario Mario non risparmiava i suoi strali ironici: "Ah sì, voi avete letto i libri di mio figlio?", rispondeva a chi andava a complimentarsi per i primi successi narrativi di Italo, magari con l’idea di adulare indirettamente il padre. "E va bene, cosa devo dirvi, poveretto… se non avete altro da fare…"
E lì, a Villa Meridiana, negli uffici della Stazione Sperimentale [a Sanremo], magari brontolando con una dattilografa che non decifrava i termini latini vergati nella sua difficile calligrafia professorale, proseguirà le sue ricerche, coadiuvato da impiegati e giardinieri, fra cui naturalmente il suo miglior allievo, Libereso Guglielmi.
A Mario Calvino dobbiamo molto: dall’introduzione e acclimatazione di molte piante da una ad un’altra parte del mondo (pensiamo solo alla persea o avocado, di cui aveva intuito la versatilità cosmetica, e al pino halepensis, resistente alla salsedine, nel Ponente ligure) all’invenzione di tecniche agricole geniali (per dirne una: interrare pale di opunzia, il così detto fico d’India, per creare la necessaria riserva idrica e poter coltivare zucche nel deserto messicano), dall’attivismo entusiasta per diffondere lo studio nelle popolazioni rurali alla coltura di foraggi tropicali.
Gerson Maceri accompagna il lettore attraverso i principali episodi della vita del "profesù", che a differenza dei figli comunicava facilmente con contadini e collaboratori esprimendosi in dialetto e aveva un rapporto viscerale con la ruvida terra dell’entroterra sanremasco: la Cattedra ambulante di agricoltura, la missione a Monteleone Calabro, la misteriosa questione relativa al rivoluzionario Vsevolod Vladimirovič Lebedintzev, il Messico, Cuba, la Stazione sperimentale per la floricoltura di Sanremo.
Qui e là affiorano nomi famosi, e altri meno famosi ma importanti, persino per la stessa storia di Sanremo, come è nel caso dello scrittore amerindo Ignacio Manuel Altamirano (fratello massone di Giobatta Bernardo Calvino, padre di Mario), che come altri stranieri illustri scelse la Sanremo della Belle Époque nell’illusione di guarire dalla tisi.
Sono tanti gli elementi poco noti che affiorano da queste pagine.
Ad esempio, durante il soggiorno messicano, ospite del dittatore Porfirio Díaz, Calvino troverà il tempo di studiare una riforma agraria, allo scopo di accelerare il processo di disgregazione dei latifondi e fornire ai contadini una distribuzione equa delle terre.
Poi compirà delle missioni extra-nazionali, in Texas, Florida e California, e al ritorno in Messico si troverà in mezzo alla rivoluzione. Incaricato della direzione del Dipartimento d’Agricoltura dello Yucatán (altrove gli è ormai impossibile lavorare), comincia un insegnamento agrario ambulante presso le popolazioni Maya.
Calvino, non dimentichiamolo, era animato da ideali di un socialismo libertario "di impronta insieme evoluzionistica e massonica", come dice Franco Contorbia autore dell’introduzione.
E Olinto Spadoni, un testimone diretto, visto che lo ospita a Pisa durante gli studi universitari, racconta che "era un anarchico idealista nel senso più vero della parola ed era ispirato ai più grandi sentimenti altruistici e umanitari".
Una biografia, questa di Maceri, che arricchisce quella più "tecnica" del botanico Tito Schiva (Mario Calvino. Un rivoluzionario tra le piante, Molteno, Ace International, 1997).
Un libro informato e documentato ma soprattutto ricco di spunti e stimoli letterari, specialmente per quanto riguarda "L’omaggio postumo di Italo".
Un contributo significativo che ci invita ad approfondire tanti temi, a percorrere tante strade, e un poco ci fa disperare, anche, quando pensiamo quanti patrimoni di conoscenza e di scoperte sono stati accumulati sino al secolo scorso nel Ponente ligure, e come oggi spesso si sia incapaci di ricordarsene e si corra il rischio di lasciar distruggere una storia fascinosa e ricca. Ma il libro di Maceri, e non è l’ultimo dei suoi pregi, è uno dei tentativi eroici di impedirne la dissipazione.
Marco Innocenti in I raccomandati/Los recomendados/Les récommendés/Highly recommended N. 10 - 11/2013 [ Marco Innocenti è autore di diverse opere, tra le quali: Verdi prati erbosi, lepómene editore, 2021; Libro degli Haikai inadeguati, lepómene editore, 2020; Flugblätter (#3. 54 pezzi dispersi e dispersivi), Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2019; articoli in Sanremo e l’Europa. L’immagine della città tra Otto e Novecento. Catalogo della mostra (Sanremo, 19 luglio-9 settembre 2018), Scalpendi, 2018; Flugblätter (#2. 39 pezzi più o meno d’occasione), Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2018; Sanguineti didatta e conversatore, Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2016; Enzo Maiolino, Non sono un pittore che urla. Conversazioni con Marco Innocenti, Ventimiglia, Philobiblon, 2014; Sull’arte retorica di Silvio Berlusconi (con uno scritto di Sandro Bajini), Editore Casabianca, Sanremo (IM), 2010; con Loretta Marchi e Stefano Verdino, Marinaresca la mia favola. Renzo Laurano e Sanremo dagli anni Venti al Club Tenco. Saggi, documenti, immagini, De Ferrari, 2006 ]

Il giardino di Villa Meridiana a Sanremo (IM), residenza della famiglia Calvino - Fonte: Annalisa Piubello, Calvino..., Tesi di Laurea,2016

(1)
[...] Eva Mameli fu un’instancabile appassionata botanica e naturalista, sempre china - ora sul microscopio ora sul giardino - a osservare e divulgare temi relativi a fitopatologia, floricoltura, crittogamologia e fisiologia vegetale.
Nata a Sassari il 12 febbraio 1886 in seno a una famiglia laica e repubblicana, la giovane Eva, fu tra le prime ragazzine dell’isola a frequentare un liceo pubblico, di norma riservato ai maschi. Erano infatti pochissime all’epoca le bambine che potevano proseguire gli studi oltre i 9 anni previsti dalla scuola dell’obbligo. Quella stessa tenacia e anticonformismo la porteranno a diventare una delle più grandi scienziate italiane del XX secolo. Eva fu tra le prime donne in Italia a laurearsi in Scienze Naturali e a ottenere la libera docenza: nonostante sia stato più volte attribuito alla botanica sarda tale primato, fu Rina Monti la prima donna a ottenere la libera docenza in anatomia e fisiologia comparata: è la stessa Mameli, da Cuba, in un articolo pubblicato sulla Revista de Agricultura, Comercio y Trabajo che ricorda diverse donne esponenti dell’Università di Pavia, a vantarne le pubblicazioni e i traguardi accademici: "Rina Monti estudió Ciencias Naturales en Pavia, en donde se graduó de doctora en 1892; obtuvo en 1899 el título de Profesora agregada y continuó en sus progresos académicos, hasta salir vencedora en la oposición para ocupar la cátedra de Zoología" (1921: 602).
Anche Eva vanta un’importante produzione accademica: scrisse e pubblicò oltre 200 articoli scientifici e compilò un piccolo dizionario etimologico dei nomi generici e specifici di piante e fiori; fondò e diresse assieme al marito Mario Calvino, diverse riviste (Il giardino fiorito; La Costa Azzurra Agricola Floreale) e nel 1919 ottenne il prestigioso premio per le scienze naturali dell’Accademia nazionale dei Lincei, istituzione che premierà successivamente la narrativa di suo figlio. Del suo operato ricordiamo la ricostruzione con palme, eucalipti, lecci e altre piante esotiche dell’orto botanico di Cagliari che era stato gravemente danneggiato dalla guerra; gli studi di botanica applicata, in particolar modo sul tabacco e sulla canna da zucchero, durante gli anni passati a Cuba dove venne chiamata a ricoprire l’importante incarico di capo del dipartimento di botanica dapprima nella Stazione Sperimentale di Santiago de las Vegas - dove nascerà Italo - e successivamente nella Stazione di Chaparra, convertendosi nella prima donna a ricoprire nell’isola caribeña una carica direttiva nel campo dell’agricoltura. Ricordiamo poi le ricerche di Eva sulle malattie e cure delle piante nel laboratorio di San Remo, dove i coniugi Calvino - quando, dopo il fallimento della Banca Garibaldi, vennero a mancare i finanziamenti per il progetto iniziale - misero a disposizione l’esteso giardino della Villa Meridiana di loro proprietà; l’insegnamento tra il 1911 e il 1918 nelle scuole normali di Pavia, Foggia e Mantova oltre l’attività accademica e di ricerca nelle università di Cagliari e Pavia.
A descriverne il carattere riservato e senza ostentazioni, è ancora suo figlio Italo ne La strada di San Giovanni: "Che la vita fosse anche spreco, questo mia madre non l’ammetteva: cioè che fosse anche passione. Perciò non usciva mai dal giardino etichettato pianta per pianta, dalla casa tappezzata di buganvillea, dallo studio col microscopio sotto la campana di vetro e gli erbari. Senza incertezze, ordinata, trasformava le passioni in dovere e ne viveva." (Calvino 1990: 16)
M. Cristina Secci, Eva Mameli: le piante, il mio dovere e la mia passione in I raccomandati/Los recomendados/Les récommendés/Highly recommended N. 10 - 11/2013
 
Sembravo timida ma non lo ero per niente.
Dentro di me sentivo una gran voglia di imparare.
Non avevo ancora idea di cosa avrei fatto,
però sapevo che desideravo scoprire per essere utile.
A chi o a che cosa lo ignoravo,
ma l’idea di diventare qualcuno
mi accompagnò sempre in quegli anni
.
Giuliana Luigia Evelina Mameli, detta Eva, nasce il 12 Febbraio 1886 a Sassari, da una famiglia alto-borghese, quarta di cinque figli: la madre è Maria Maddalena Cubeddu, il padre Giovanni Battista è colonnello dei carabinieri. La famiglia Mameli è molto unita e l’educazione dei figli si basa su principi quali il valore dello studio e il massimo impegno nella vita e nella professione. Infatti Eva frequenta un liceo pubblico, tradizionalmente “riservato” ai maschi, e in seguito, particolarmente interessata alle scienze, s’iscrive al corso di Matematica presso l’Università di Cagliari, dove si laurea nel 1905. Alla morte del padre, alla quale è particolarmente legata, si trasferisce con la madre a Pavia presso il fratello maggiore, Efisio (1875-1957), uno dei futuri fondatori del Partito Sardo d’Azione, e già docente universitario, con il quale ha condiviso, nell’infanzia, lunghe passeggiate nei boschi e l’interesse per la natura. A Pavia Eva, ricordata come una donna brillante, appassionata, grande lavoratrice, frequenta il Laboratorio crittogamico di Giovanni Briosi (1846-1919), che si occupa di piante “inferiori”, studi ancora abbastanza unici in Italia. Eva si appassiona a tal punto da proseguire le sue ricerche come assistente volontaria anche dopo la laurea in Scienze Naturali nel 1907. Nel 1908 consegue nel frattempo il diploma presso la Scuola di Magistero e, due anni dopo, l’abilitazione per la docenza in Scienze Naturali per le scuole normali dove insegna per due anni. Ottiene la cattedra di Scienze presso la scuola normale di Foggia, chiede e ottiene il distaccamento presso il Laboratorio crittogamico dell’Università di Pavia. Vince però anche due borse di studio di perfezionamento che le permettono di continuare l’attività di ricerca. Nel 1911 le viene infatti assegnato il posto di assistente di Botanica e nel 1915, prima donna in Italia, consegue la libera docenza in questa disciplina. Il suo primo corso universitario ha come titolo La tecnica microscopica applicata allo studio delle piante medicinali e industriali.
La sua fama scientifica oltrepassa i confini nazionali, ma evidentemente non è il suo solo pensiero. Durante gli anni della Prima Guerra Mondiale si attiva infatti come crocerossina e viene più volte decorata.
[...] Nel 1927 infatti vince il concorso per la cattedra di Botanica presso l’Università di Catania e poco dopo presso quella di Cagliari: viene nominata “professore non stabile” e direttrice dell’Orto botanico dell’Università degli Studi.
Dopo due anni però abbandona la carriera universitaria per dedicarsi esclusivamente alla Stazione sperimentale. Durante la seconda Guerra Mondiale, Eva e Mario «amanti delle sfide scientifiche e civili» (cfr. Mameli-Calvino, 2011) mentre i due figli salgono in montagna per combattere nella Resistenza, offrono asilo ai partigiani e nascondono alcuni ebrei, ragione per la quale Mario Calvino trascorre quaranta giorni in prigione ed Eva deve assistere a due “fucilazioni simulate” del marito da parte dei fascisti. Dopo anni caratterizzati da un costante impegno anche nella divulgazione scientifica, nel 1951, alla morte di Mario, la direzione della Stazione passa nelle mani di Eva per otto anni. Sempre coltivando i suoi interessi floristici (è del 1972 il Dizionario etimologico dei nomi generici e specifici delle piante da fiore e ornamentali, opera unica tra i testi di botanica del nostro secolo), Eva, «la maga buona che coltiva gli iris» – come la chiamava il figlio Italo – muore a San Remo il 31 marzo 1978, all’età di 92 anni.
La prima di una lunga serie di pubblicazioni (oltre 200) di Eva Mameli Calvino risale al 1906. Si è occupata, con i suoi scritti, prima di lichenologia, micologia e fisiologia vegetale, poi di genetica applicata alle piante ornamentali, fitopatologia e floricoltura. Nel 1930 fonda assieme al marito la Società italiana amici dei fiori e la rivista «Il Giardino Fiorito», che dirigeranno dal 1931 al 1947. Nell’opera veramente esaustiva a cura di E. Macellari, edita a Perugia nel 2010, Libereso Guglielmi riesce a mettere bene in luce, nella Prefazione, il profilo di questa donna tenace, che ha dovuto lottare molto per affermarsi come scienziata e come accademica e in seguito per difendere la Stazione sperimentale dall’aggressione edilizia che comunque causerà una drastica riduzione della sua estensione. Ha forse dovuto lottare anche con i suoi figli, come dimostrano le parole lapidarie di Italo nel racconto La Strada di San Giovanni (1962): «Che la vita fosse anche spreco, questo mia madre non l’ammetteva: cioè che fosse anche passione. Perciò non usciva mai dal giardino etichettato pianta per pianta, dalla casa tappezzata di buganvillea, dallo studio col microscopio sotto la campana di vetro e gli erbari. Senza incertezze, ordinata, trasformava le passioni in doveri e ne viveva». O ancora sentenzia, con una imminente nostalgia: «Mia madre era una donna molto severa, austera, rigida nelle sue idee tanto sulle piccole che sulle grandi cose […] L’unico modo per un figlio per non essere schiacciato da personalità così forti era opporre un sistema di difese. Il che comporta anche delle perdite: tutto il sapere che potrebbe essere trasmesso dai genitori ai figli viene in parte perduto».
Non troppo tenero con Eva Mameli è anche Libereso Guglielmi, l’uomo dal nome esperanto, giardiniere e naturalista, allievo prediletto di Mario Calvino, quasi un sostituto dei figli che avevano preferito altre professioni. Un gran personaggio, con una barba lunga e un modo di parlare semplice e coinvolgente. Figlio di anarchici, cammina spesso scalzo, scorrazzando nel giardino di villa Meridiana, entra in casa con i piedi inzaccherati di fango, gioca con le bisce e i rospi (come lo ricorda Italo in uno dei primi racconti, Un pomeriggio, Adamo). Eva lo sgrida di continuo e infatti lui la considera una donna severa, raccontandola così, in modo ironico e sferzante, in un’intervista rilasciata a Ippolito Pizzetti: «La madre era un po’ carognetta […] Eva Mameli Calvino, una piccolina [….], con quei bei grandi rotoli di capelli,[..]. Una volta me la sono trovata davanti con tutti i capelli sciolti e mi sono spaventato: sembrava un fantasma!» Anche se poi il nostro dichiara: «Era una grande botanica […] una delle potenti, però non era proprio botanica pura, faceva più la ricercatrice, era più biologa, una delle grandi biologhe italiane (…)».
Eppure appare chiaro quanto il figlio Italo, fra i maggiori scrittori italiani del ‘900 abbia ereditato da una madre così. Come viene ricordato nel volume AlbumCalvino: «Di lei [Eva Mameli] si ricorda che parlava un italiano di grande precisione ed esattezza, immune dall’approssimazione linguistica, grammaticale e sintattica che fatalmente accompagna la comunicazione orale: e anche questo è un dettaglio importante per spiegare l’economicità espressiva del figlio, il suo rifiuto di quanto è inesatto, opaco, sfuocato».
Negli ultimi anni Eva Mameli ottiene i giusti riconoscimenti e molti sono gli studi e le pubblicazioni che valorizzano la vita, le scoperte e le ricerche di questa donna che «dal giardino, e più complessivamente dalle consuetudini, uscì spesso, e per lidi lontani». Tessitrice di competenze attraverso gli oceani, scienziata rigorosa quanto attenta agli aspetti sociali del proprio lavoro, si prendeva però il tempo per dire a una bambina: «Vieni, ti faccio vedere una chimera…», anche se si sottovaluta quanto la fama della riviera dei fiori di Sanremo in particolare debba al suo lavoro. Il 17 Marzo 1972, confidava in una lettera a Olga Resnevic - Signorelli : «Da più di due anni sto imbastendo un lavoro di etimologia botanica e ne avrò per altrettanti. Siccome ho compiuto gli 84 faccio più conto delle mie scartoffie che dei pesanti pasticci televisivi. Soltanto ciò che riguarda figli e nipotini mi attira. Ho 4 gioielli tra i 5 e i 12 anni tutti buoni e belli […]»
youtube
Raimonda Lobina, Eva Mameli Calvino Sassari 1886 - San Remo 1978, Enciclopedia delle Donne

(2) Dall'introduzione di Franco Contorbia: "Il lavoro di Gerson Maceri aspira a restituire le linee essenziali della singolare biografia del botanico e agronomo Mario Calvino, marito di Eva Mameli (1886-1978), padre di Italo (1923-1985) e del geologo Floriano (1927-1988), compresa tra le date del 26 marzo 1875 e del 25 ottobre 1951: legate, l’una e l’altra, a un unico toponimo, Sanremo, che non deve tuttavia trarre in inganno. Per quanto il sintagma «Un rivoluzionario tra le piante», associato da Tito Schiva al nome di Mario Calvino nel titolo di un libro apparso nel 1997 a Molteno presso Ace International, sconti qualche eccesso d’enfasi, è fuori di dubbio che sia le separate sorti di Mario Calvino e di Eva Mameli avanti il matrimonio sia, dal 30 aprile 1920, la loro comune parabola esistenziale e professionale si siano inscritte in un orizzonte in ogni senso eccentrico rispetto ai canoni e alle forme dell’esistenza ‘borghese’ del tempo che fu il loro".

lunedì 14 settembre 2020

...e/o...

 
Ha aperto venerdì 11 settembre 2020 alle ore 17,30, nella sede dell’Unione Culturale Democratica e della Sezione ANPI di Bordighera (IM), in Via al Mercato, 8, l'esposizione di opere grafiche di GIUSTINO CAPOSCIUTTI. L’esposizione rimarrà aperta al pubblico tutti i giorni, dalle ore 17,00 alle ore 19,00, fino a Domenica 20 settembre 2020 (da sopra pubblicato invito di Unione Culturale Democratica Bordighera e di A. N. P. I. Bordighera  ]
 
[...]
1969 ...
Oltre che fare i quadri insieme a Bonardo "mi misi in proprio" utilizzando il suo stile e riscuotendo un immediato successo.
All'inizio del 1969 fui invitato a partecipare con 3 quadri ad una mostra collettiva di giovani presso il Palazzo della Regione ad Aosta. Fu la mia prima mostra.
In seguito partecipai al Premio "La pesca d'oro" a Borgo d'Ale classificandomi fra i primi e ad un concorso successivo, ottenni il terzo premio.
Nel 1970 durante l'estate mi trasferii a Miramare di Rimini e lì grazie all'ospitalità romagnola venni accolto a braccia aperte, presso il Bagno 94.
Dipingevo per terra fra un nugolo di persone, in modo veloce. Quadri 50x70 fatti in meno di 10 minuti. Alla fine li "battezzavo" gettandoli in mare, la gente rimaneva colpita e li acquistava, sempre a 10.000 £. [...] Teresio Bonardo a volte mi parlava della sua permanenza a Roma e a ripensarci mi viene in mente che probabilmente, per la velocità di esecuzione, l'uso del colore puro e l'utilizzo diretto del tubetto per contornare e definire le forme, doveva aver conosciuto Schifano [...]
1970...
Quel tipo di pittura veloce, espressionistica la praticai con grande foga fino al 1972 soprattutto durante l'estate sulle spiagge.
Contemporaneamente mi ero appassionato alla storia dell'arte e soprattutto a scoprire ciò che succedeva nel contemporaneo che facevo attraverso le visite alle mostre e con le riviste d'arte: Flash Art, NAC, Arte e società, Art Forum...
Fu così che cominciai a fare opere vicine all'arte povera già dal 1969 e nel 70 vicine al Nouveau réalisme come per esempio questa sotto fatta assemblando in modo casuale dei rifiuti.
Per dare valore all'opera in mezzo ci incollai francobolli e soldi veri validi all'epoca [...]
1970...
In quegli anni ero anche iscritto all'Università ma ormai non riuscivo più ad interessarmi a niente altro che non fosse l'arte.
Così previo esame di ammissione mi iscrissi al corso di Pittura presso l'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino.
Fare arte per me significava sviluppare prima di tutto la capacità di osservazione e così, l'attenzione verso ciò che è rifiutato nell'aula di pittura si volse
verso gli stracci dove io e i miei compagni pulivamo i pennelli e che finita la loro funzione, alla fine si buttavano.
Mi ero accorto che talvolta essi presentavano colori, sfumature, forme interessanti
anche più del dipinto fatto intenzionalmente.
E così cominciai a raccoglierli montarli su un telaio e ad incorniciarli come nel caso qui sotto. 
Recupero - 1971 - Tecnica mista - cm. 60x110 
 

[...]
1972...
Nel 1972 feci la prima mostra personale a Biella. Vi esposi alcuni quadri, nudi e paesaggi a olio messi a confronto con gli stracci dove pulivo i pennelli.
Il glorioso collegio Europa di Ivrea chiuse ed io andai a lavorare ed abitare a Torino.
Col nuovo lavoro di chimico presso il Laboratorio d'Igiene non potevo più frequentare se non saltuariamente le lezioni di pittura al mattino ma invece potevo frequentare quelle del pomeriggio fra cui incisione.

Continuai a fare le incisioni doppie ma vi introdussi l'acquaforte.

Eccone un paio:

e/o - 1972 - lastra di mm. 260x160

Formale e/o informale 1973 - lastra mm. 260x160

Continuai a fare incisioni doppie fino al 1976. Nelle ultime oltre ai tagli facevo anche buchi.

...e/o... 1975 - lastra di mm. 300x60

... e/o... 1975 - lastra mm. 260x150

[...] Il 1973 lo passai ad approfondire le tecniche dell'incisione, prima l'acquaforte e poi l'acquatinta
che mi piaceva perchè permetteva di fare qualcosa di più vicino alla pittura. Le incisioni doppie mi avevano proiettato nello spazialismo, la parte davanti era qualcosa di molto vicino a Fontana.
Il dietro era "oltre Fontana". Stavo cercando una nuova strada per affrontare lo spazio della tela e mi venne in soccorso la matematica. Feci alcuni quadri ma non li ho più [...] Nel 1974 continuai a fare lavori applicando la matematica nella composizione e i risultati migliori li ottenevo con le incisioni. [...] 1976/77/78 L'incontro con Prem Rawat rappresentò, per me, un cambio di prospettiva radicale. Un rovesciamento dei sensi verso l'interno dove potevo attingere energia, concentrazione, chiarezza... e naturalmente il mio modo di fare l'arte cambiò. Sentivo che i discorsi intellettuali intorno all'arte mi davano un senso di disturbo, mi allontanavano dalla concentrazione di cui avevo bisogno e ci fu un primo momento in cui interruppi sia di dipingere che di frequentare ambienti e persone del mondo dell'arte. Fui cercato da un gallerista per fare una personale che accettai di fare controvoglia tant'è che alla fine della mostra non passai nemmeno a ritirare i quadri: chissà dove sono finiti? [...] Nel 1975 il CLPS (Centro di Lavoro Protetto Specializzato) delle Vallette era il più grande dei 4 centri per disabili mentali gestiti dalla Provincia di Torino che era subentrata un paio di anni prima nella gestione all'ANFFaS (Associaz. Nazionale Famiglie Fanciulli Subnormali). La Provincia si era presa in carico la struttura, il personale, gli utenti e la metodologia riabilitativa che era basata sull'ergoterapia.
Per alcuni anni ci fu una lotta con la numerosa vecchia guardia di operatori per superare l'ergoterapia perchè da noi giovani era considerata alienante, degradante, per nulla educativa però non avevamo molte alternative da proporre tenendo conto che gestire un gruppo di 15 utenti in attività ripetitive era molto più agevole che gestire lo stesso gruppo in attività creative.
Per fare questo passaggio era necessario un aumento di personale e un decentramento territoriale.
Va dato atto che la Provincia intervenne in forze per agevolare il processo.
Assunse centinaia di educatori e operatori d'appoggio e a poco a poco mise in funzione decine di nuove strutture, quasi una per ogni circoscrizione territoriale. Sto parlando di un territorio vastissimo con 315 comuni e oltre 2.300.000 abitanti.
Ciò fece della Provincia di Torino un caso unico almeno in Italia. Per esempio nel 1982 l'Assessorato alla Sicurezza Sociale beneficiava di un trasferimento di fondi di 45 miliardi di lire che era il 90% dell'intero budget messo a disposizione dal Ministero per tutte le provincie e i comuni italiani. Questo perchè la Provincia di Torino aveva progetti e li realizzava, gli altri no. Nel superamento dell'ergoterapia la pittura giocò un ruolo chiave ed ancora oggi è praticata in tutti i Centri Socio Terapeutici del territorio. Per quanto mi riguarda vedevo la pittura come un'attività che poteva aiutare tutti gli utenti ma per alcuni che la praticavano con costanza e con esiti interessanti sognavo un futuro da artisti [...] Monet rimase a Bordighera 79 giorni e vi dipinse oltre 50 quadri. Bordighera ha sempre attratto gli artisti e c'è un'associazione l'Accademia dei Fiori G. Balbo molto attiva sul territorio. Fra loro Enzo Consiglio, un mio amico che vedendo un paio delle mie grandi tele senza telaio mi propose di fare una mostra all'aperto, ai Giardini Monet, appendendole agli alberi, i pini, le palme, gli ulivi... E così nacque Arte al Vento, la mostra più straordinaria della mia vita. Le tele, una quarantina, dipinte da entrambi i lati, furono appese con un filo fra gli alberi. Quelle più grandi in alto, e vi restavano giorno e notte, quelle più piccole e delicate invece erano appese solo nell'orario della mostra.
Nel rapporto con la natura, sotto l'effetto della luce e del vento le opere cambiavano ogni istante prendendo forme e colori inaspettati.
Il gioco delle relazioni regalava continuamente qualcosa di nuovo. [...] Mentre la mostra di Marciano annunciata in precedenza è slittata al 3 ottobre p.v. a Bordighera hanno pensato di organizzarmi in quattro e quattrotto una mostra di incisioni "double face" fatte dal 1972 al 1996.
Sono molto contento che vengano finalmente apprezzate ed è questa la prima volta che faccio una personale di sole incisioni [...] Mostra a Bordighera. In esposizione 10 incisioni tutte double face fatte negli anni 1972/73 e 1995/96. La mostra a cura di Giorgio Loreti è accompagnata da un breve testo di Sergio Gagliolo e da un mio scritto:
"Per me Lucio Fontana rappresenta uno spartiacque fra il fare una pittura legata alla rappresentazione ed un'arte come conquista progressiva di nuovi spazi fisici e mentali. Ho sempre pensato che proseguire il suo insegnamento fosse la via. Con i buchi e i tagli ci ha fatto intravvedere la possibilità di un oltre interiore. Queste mie incisioni sono il tentativo, spero riuscito, di far vedere l'oltre.
...e/o...
È il titolo che davo a questo genere di incisioni dove al posto dei puntini possiamo immaginare di scrivere degli opposti, per esempio: davanti/diestro, destra/sinistra, razionale/irrazionale, intenzionale/casuale, formale/informale...
Queste incisioni nascono nel 1972 quando all'Accademia Albertina di Torino nell'aula di incisione avevo notato che dopo una stampa con il torchio calcografico il foglio di carta che si metteva a protezione del dietro della lastra affinché non sporcasse si macchiava spesso in modo sorprendente. 
Imparai così a salvare questi fogli dal cestino dell'immondizia, ma soprattutto m venne l'dea di fare incisioni che valorizzassero il dietro, la parte nascosta della lastra, alla pari che il davanti e attraverso dei tagli mettere in comunicazione le due parti contrapposte.
Continuai a fare questo genere di incisioni fino al 1976, mentre parallelamente imparavo anche le tecniche classiche della grafica, acquaforte, acquatinta, puntasecca, maniera nera, serigrafia.
Dopo di che mi dedicai soprattutto alla pittura, ad Arte Plurale e all'Arte Partecipata. Poi, nel 1994 ripresi per un paio d'anni a fare incisioni "double face", mettendo a frutto ciò che avevo precedentemente imparato [...] "


 
Giustino Caposciutti, In mezzo al caos, 1986 - oil on canvas - cm.120x120

Giustino Caposciutti, Dinamismo statico, 1989 - acrilico su juta detessuta cm. 45x35
 
 
Giustino Caposciutti, BioSìArt: l'Arte che risana... l'Arte - 2018 - Tela detessuta, acrilico, legno, metalli - cm. 33x33x6

Giustino Caposciutti
  [a questo link il sito dell'artista] su Investire Oggi