sabato 16 marzo 2019

Su Francesco Biamonti




dalla prefazione di Vittorio Coletti in Matteo Grassano, Il territorio dell'esistenza. Francesco Biamonti (1928-2001), Franco Angeli Edizioni, 2019


Francesco Biamonti [...] là, nell’entroterra di Vallecrosia, ha vissuto quasi sempre, in una casa che in passato era stata un fienile, e che egli ha trasformato nel corso degli anni in una vera e propria “officina”, dove ha svolto il suo “mestiere di scrittore” senza orari e ritmi di lavoro prestabiliti, ma con passione non comune e straordinaria efficacia creativa, sottraendosi agli sguardi indiscreti della gente e concedendosi solo a pochi e fidati amici [...] Si è parlato, infatti, di lui come di un poeta contadino, scomodando, a tal proposito, Pascoli e addirittura Virgilio; Biamonti, invece, pur avendo una conoscenza minuta, approfondita e appassionata di ogni pianta, di ogni fiore e di ogni foglia, più da botanico che da contadino, non amava le mimose o almeno non le amava più da tempo: “Il loro giallo è fatuo, ignaro delle tenebre del mistero, la cifra dei fiori europei” disse una volta, sottolineando, in questo modo, la loro effimera esistenza e, comunque, elegante e raffinato qual era, non disdegnava i ritmi e i richiami della città, dove trascorreva tutte le notti. Frequentava, infatti, i caffè e i locali della Riviera meno affollati, dove raccoglieva storie di varia umanità, contrassegnate dalla paura, dall’indolenza, da un'indefinibile angoscia: brandelli di vita vissuta che poi ricuciva nei suoi romanzi attraverso impasti cromatici e bagni di luce che rivelano in lui una non comune conoscenza pittorica, corroborata dall’amicizia e dalla frequentazione di Ennio Morlotti e di altri artisti non meno qualificati. Il suo amore giovanile per la pittura, la sua non comune sensibilità, la conoscenza approfondita delle cose dell'arte, e soprattutto l'attenzione meticolosa per il paesaggio e il trascolorare della luce in uno scenario prevalentemente roccioso, impervio, sospeso tra l'orizzontalità del mare e l'immensità del cielo, costituiscono il viatico e le coordinate del suo itinerario umano ed artistico. Scarse, frammentarie e comunque poco significative sono le notizie concernenti la sua vita. Dai suoi romanzi non si possono trarre indicazioni sui rapporti scrittore-vita e lo stesso Biamonti è sempre stato reticente a parlare di sé; in un’intervista rilasciata a Paola Mallone ha detto testualmente: “Mi piace non dire niente; io sono da cancellare; la mia vita non conta nulla; i miei natali non hanno importanza; il mio paese è insignificante” Sappiamo, tuttavia, che amava la musica sinfonica, le arti figurative ed il cinema francese (Bresson; Becquer; Melville e Truffaut), amori che hanno riempito le sue giornate e nutrito il suo spirito, desideroso di effusione. Dopo essersi diplomato in ragioneria e dopo aver vagabondato per un certo periodo in Spagna e soprattutto in Francia, negli anni cinquanta ha scritto, sotto l’influenza di Sartre e della psicanalisi, un romanzo, intitolato Colpo di grazia, che non ha mai visto la luce, se non parzialmente in forma di estratto [...] Schivo e silenzioso, ma sempre gentile e disponibile, recava sul viso, solcato appena da qualche ruga ed illuminato da due occhi azzurri, profondi come il mare, i segni di un’intensa, sofferta vita interiore. Si muoveva lentamente, misurando i passi, con circospezione più che con diffidenza. Ha scritto diversi saggi di pittura (“Morlotti pastelli e disegni 1954-1978”; “G. Cazzaniga: antologia critica”; “Lavagnino. I cieli ed altre stesure”; “I muretti di Gagliolo” etc.). Dopo alcuni racconti alquanto eterogenei, nel 1983, ha esordito, nell’ambito della narrativa, con il romanzo L’angelo di Avrigue, pubblicato da Einaudi ed impreziosito da una splendida e lusinghiera presentazione di Italo Calvino [...]
Zam