martedì 23 febbraio 2021

Una nicchia di pescatori, floricoltori, esportatori di fiori e turisti


Sono nata a Sanremo nel luglio del ’44.
La cittadina è situata sul mare con le montagne alle spalle; era allora una nicchia di pescatori, floricoltori, esportatori di fiori e turisti, situata in quel verde meraviglioso, che è la vegetazione della Liguria di Ponente: palme, ulivi, qualche cipresso, oleandri, ficus giganteschi alberi di castagno e di fico, quei bouganville che si ramificano nei loro rossi diversi sui muri di pietra ai lati delle strade anche di città e tanti pini marittimi che hanno alla cima quella meravigliosa corolla ramificata e piumosa.  
Una cugina di mia mamma, la zia Paolina, che sapeva raccontare tante storie perché è vissuta fino a cento anni, si ricordava che dal centro della cittadina fino al mare quando lei era giovane la terra era tutta coltivata ad arance mandarini e limoni.
Quando dal mare saliva un po’ di brezza dalla sua casa si sentiva quel profumo in me così felice fin da piccola perché mio nonno, il Rabbì di Taggia, aveva una campagna di soli agrumi dove mi portava.
Si ricordava della festa dell'arrivo del tram, quello delle vecchie foto che adesso si vedono intorno ai cantieri delle vie dei negozi, che è stato tolto alla fine della guerra per far posto ai tempi moderni degli autobus: "il giorno della Liberazione è stato il giorno più felice della mia vita: non si può raccontare l’aria che si respirava era primavera tutta la gente era uscita nelle strade: si abbracciava piangeva esultava. La guerra era finita".
Purtroppo negli anni ’50 e ‘60 questa meraviglia della natura è stata estirpata per costruire palazzi e palazzi.
Passata la frontiera con la Francia a 20 km. da noi si può ammirare la stessa vegetazione ma quasi intatta: la Francia sapiente e più ricca di noi uno Stato forte e antico ha impedito che la speculazione edilizia trionfasse del tutto.
Ho amato e amo questo paesaggio inesorabilmente.
Quando arrivo da Milano il mio cuore il mio fiato si perdono nel verde con nostalgia e nei paesini costruiti sui cucuzzoli ben distanti dal mare nell’illusione di ripararsi dalle incursioni degli arabi qui chiamati “turchi” anche se nel VII- VIII secolo “turchi” non lo erano.
Anche Sanremo ha la sua cittadina medioevale fatta di strettissimi grattacieli palazzi nobiliari sopra il portone una lastra di lavagna finemente lavorata un labirinto di viette e piazzette larghe e chiese e tante palme e ulivi e ficus antichi fino alla cima della collina dove un antico giardino circonda il santuario della Madonna della Costa, che espone i voti dei tantissimi pescatori salvati dalle acque attraverso i secoli.
In agosto quando ero bambina mi portavano alla festa: tanti banchetti e la banda e i fuochi di artificio, anche se di tutto questo ricordo solo le luci che sembrava giorno, l’appiccico dello zucchero filato sulla faccia e la collana di nocciole appese al collo, al centro un buco dove passava un grosso filo per inforcare le nocciole.
Amo la pianura lombarda che mi porta alla grande città, alla mia Milano, per quei bellissimi casolari appoggiati in una linea verde e gialla e bianca sempre piatta che non finisce mai.
Ma la mia natura è selvaggia e inerpicata.
Per questo il mio cuore si è incollato quasi fosse nato lì nell’immensità della foresta tropicale.
Fino ad inebriarmi.  
Abitavo allora in Brasile, paese dove il mio più che amato Nicolò mi aveva condotto per sposarmi su una nave tutta bianca come la torta nuziale che come d’obbligo allora tra la gente di sinistra era rigorosamente di frutta.
Noi non l’abbiamo avuto né di destra né di sinistra!
Ma a quel tempo ero già vecchia di 32 anni e devo ancora raccontare che sono nata.
Chiara Salvini, Una storia come tante... , neldeliriononeromaisola, 30 agosto 2011

sabato 20 febbraio 2021

Abbandonami, mio gioiello antico

Fonte: IDART

Fonte: IDART

Rita Saglietto, Melagrane - Fonte: IDART

Rita Saglietto, Autoritratto - Fonte: LotSearch

Ambizione
di Rita Saglietto
Abbandonami, mio gioiello antico,
su cuore appeso a ramo disseccato
tronco nero di fulminata linfa.
Forte vento di terra ti colpisce,
ti fa pendolo a filo di ragno
e senza illusione aspetta l’ora:
nel tempo ogni vita si consuma.
Tutto si ritrova all’infinito:
piccole cellule di grandi cieli,
vie lattee della nostra redenzione,
scura minaccia di perversi affanni.
Incastrato su questo cuore pazzo,
fuori orbita del roteare sanguigno,
brilli speranza a una vita falsa,
tue illusioni di cattiverie umane.
E miliardi di sogni sconosciuti
sono galassie nel notturno cielo,
specchio di nostri limiti infiniti.

Da: Poesie - Cappelli editore, 1970
Rita Saglietto (1921-1968)
Rita Saglietto (pittrice e poetessa italiana, 1921-1968)
Nata a Poggi di Imperia da antica famiglia ligure, Rita Saglietto compie gli studi classici a Imperia. Si trasferisce poi a Genova dove frequenta i corsi di pittura tenuti da Pietro Dodero all'Accademia Ligustica, e dopo a Torino - nel 1945 - si perfeziona alla scuola di composizione di Felice Casorati.
Nel suo breve percorso, il collegamento tra donna, poeta e pittore rappresenta il principale elemento di riflessione e di indagine; solo con le poesie comprendiamo però meglio il messaggio dell'artista. Forte è l'anelito a essere parte di quel tutto che la natura incarna in modo universale, e in cui lei si proietta quasi sensualmente con tutto il suo essere.
Conosce ed intrattiene una attiva corrispondenza con Angelo Barile e Camillo Sbarbaro. Solo due le raccolte, pubblicate postume: Poesie (1970), e Silenzi d'acque (1972).
Bibliografia:
Rita Saglietto: I colori del pensiero, a cura di Leonardo Lagorio (2005)
EFIRA

Fonte: sito dedicato a Rita Saglietto

Fonte: sito dedicato a Rita Saglietto

Rita Saglietto, Fuochi d'artificio in porto - Fonte: IDART

Rita Saglietto - Fonte: IDART

Rita Saglietto - Fonte: IDART

Rita Saglietto, senza titolo - Fonte: Arcadja

[Rita Saglietto] Nata a Poggi d’Imperia nel 1921, dopo gli studi classici frequentò l’Accademia Ligustica di Genova, allieva di Pietro Dodero, perfezionandosi in seguito a Torino, presso lo studio di Felice Casorati.
Artista sensibile e profonda interpretò con eguale maestria il paesaggio, il ritratto e la natura morta, fu anche scultrice e poetessa.
Esordì a Genova nel 1947 presso la Galleria Genova e L’Isola e nel 1953 presenta la sua prima Personale a La Spezia, Galleria Adel.
Frequentò con regolarità i pittori liguri del tempo a lei più vicini per sensibilità e innovazioni stilistiche: Scanavino, Borella, Navone, Basso, Caminati, Fieschi ed altri.
Pittrice sempre attenta all’elemento naturale,iniziò ben presto una profonda analisi introspettiva, dando rilevanza all’aspetto psicologico, come mezzo principale per esprimere il suo sentimento, la sua interiorità.
Le opere degli anni Cinquanta, nelle quali prevale l’equilibrio compositivo, sono quelle probabilmente più vicine allo stile di uno dei suoi maestri: Felice Casorati.
Assumerà, in seguito, una propria autonomia che la porterà, specie nella ritrattistica, a raffigurare l’immagine pittorica in maniera assai nitida sulle tracce di un modello post cubista.
Certamente determinante nella sua evoluzione artistica il Accatino ed altri) ed il successivo soggiorno parigino nel 1952.
Pittrice, quindi, assai poliedrica, che ha compiuto nel tempo numerose esperienze al di fuori dell’ambiente ligure, senza però allontanarsene definitivamente.
Difatti, appare chiaro il suo legame con la pittura figurativa genovese tra ’800 e ’900 specie nel ritratto, dove la Saglietto approfondisce lo studio del personaggio quasi a carpirne i più profondi segreti.
Per quanto riguarda l’attività di poetessa ricordiamo due importanti raccolte postume: “Poesie” del 1970 e “Silenzi d’acqua” del 1972. In questo contesto mantiene rapporti epistolari con Angelo Barile e Camillo Sbarbaro.
Assidua la sua partecipazione a mostre e rassegne sia in Italia sia all’estero.
Dopo l’esordio nella Collettiva del 1947, a Genova, sempre nello stesso anno partecipa alla Mostra Sindacale di Belle Arti e, a Roma, alla Mostra Nazionale di Pittura Femminile.
Nel 1948, Mostra Collettiva “Isola” e Mostra del Bozzetto.
Prese parte a numerose rassegne presso la Galleria Rotta di Genova, 1950-1957.
Allestì Personali a Roma,nel 1955,a Milano nel 1966, a Varazze nel 1966, a Genova nel 1968.
Partecipò alle Quadriennali Romane del 1951, 1955, 1959; alla Quadriennale di Torino del 1955; alla Biennale Internazionale del Mare, Genova 1951; alla Prima Rassegna della Pittura Ligure, Savona 1964; Mostra Commemorativa nel 1970 presso la Civica Galleria d’Arte il Rondò, Imperia.
All’estero prese parte alle mostre collettive di New York e Praga.
Ottenne, per la sua Arte, numerosi premi e riconoscimenti: Membro del Consiglio del Sindacato Regionale delle Arti, nel 1951; Borsa di Studio della Repubblica Francese, Parigi 1952; Premio Michetti, 1952 e 1955; Premio Marzotto, Roma 1953; Prima Rassegna di Pittura Ligure, Savona 1964 (Medaglia d’Oro); Premio Pittura Città d’Imperia, Imperia 1965 (medaglia d’oro).
Rita Saglietto si spegne, prematuramente, a Natale del 1968.
Sue opere sono conservate in varie Gallerie pubbliche e private: Genova Nervi, Galleria d’Arte Moderna; Firenze, Museo Internazionale d’Arte Contemporanea; Pinacoteca Civica d’Imperia; Museo d’Arte Moderna, Spoleto; Imperia, Collezione Saglietto.
IDART

Fonte: sito dedicato a Rita Saglietto

Rita Saglietto - Fonte: IDART

Rita Saglietto - Fonte: IDART

Rita Saglietto - Fonte: IDART

Rita Saglietto, Nudo di donna - Fonte: Arcadja

Rita Saglietto - Fonte: IDART

Rita Saglietto - Fonte: IDART

Rita Sag!ietto, con eleganti segni e sovrapposizioni materiche, su fondi chiari o scuri, dà vita a personaggi - oggetti - ambienti, in atmosfere idealizzate, derivanti da stati emotivi, palpitanti in una realtà concreta, illuminante.
Questa mostra postuma, a tanti anni dalla scomparsa, ci permette di verificare i vari e variegati momenti della sua pittura e di constatare il suo indiscusso talento.
Giudichiamo paradossale la cecità della critica che, a tutt'oggi, non ha riscontrato, per la produzione dei primi anni quaranta, la fondamentale influenza formatrice acquisita da Pietro Dodero, suo insegnante all'Accademia Ligustica.
È sufficiente analizzare i dipinti "L'album" e "Il Pensionato", qui esposti, per ritrovarne quel linguaggio esplificato con libertà formale, pennellata sfatta e rilevata, condotta con scioltezza, in evidente luminosità.
Non sono questi i dati della lezione del Dodero?
In seguito Rita Saglietto è a Torino con Felice Casorati, in un significativo alunnato, abbinato a ammirazione e grande stima, per l'uomo e l'artista.
Anch'esso ha  influito nella visione artistica della giovane allieva.
Sono lampanti quelle prospettive aeree, metaifisica dello spazio, elementi, come scriveva il Galotti, del Casorati, quello dei segni allusivi alle secessioni miteleuropee.
Rita Saglietto avendole pur assimilate, non ne hanno stravolto il temperamento, l'indole, la personalità.
Così come il soggiorno parigino, permette all'artista di meditare su l'arte dei cubisti e sulle istanze informali.
"Carignano" e "Composizione" dipinti che ci riconducono a quelle esperienze in un contesto altamente emotivo, ove la materia rimane la parte fondamentale nella struttura compositiva in tracciati geometrizzanti.
Nel prosieguo, Rita Saglietto, col proprio definitivo stile, in un linguaggio, sostenuto da profonda cultura, il tutto in chiave più sognante e lirica, completa e termina il breve iter artistico.
Sono molti e molti anni che desideriamo allestire una Postuma di questa pittrice; oggi, finalmente il nostro sogno si è avverato, così come tutti saranno nella condizione di constatare che il nostro ormai lontano giudizio, era ed è giustificato: Rita Saglietto è da inserire tra le personalità pittoriche più rilevanti del nostro secolo, per il limpido contenuto artistico-creativo, per la suggestiva impaginazione di eventi pittorici, che un lungo processo critico, ne ha determinato in modo certo, l'assoluto valore.
Questo il mio pensiero, che credo, condiviso da Tito Pelizza, che tanto si è adoperato, nel suo colto entusiasmo, perché questa mostra avesse vita e futuro.
Giovanni Paganelli in

Fonte: sito dedicato a Rita Saglietto

domenica 14 febbraio 2021

Cantare una nuvola


Foto: Giorgio Loreti

[…] Scritti inediti [di Lalla Romano]
[...]   
De Giovanni
Cantare una nuvola
Mi riesce molto difficile scrivere di poeti e poesie che incontro per la prima volta; un’urgenza di comunicare la mia scoperta mi fa rompere gli indugi, le perplessità.
Luciano De Giovanni l'ho incontrato una volta o due in anni lontani, ma fa parte del mio mondo. Tramite, da principio, quel Giovanni di San Remo, il mio grande amico fin dalla giovinezza e anche personaggio nei miei libri.
Alcuni piccoli versi - compaiono anche nel libro che recensisco - li conoscevo da tanto tempo e li ho sempre avuti cari.
«Ama la barca / il pescatore / il breve palpito / dei remi / l’oziosa attesa / degli almi / nelle vie / del mare» (p.24).
Ma quando ho ricevuto Tentativo di cantare una nuvola, la mia scelta si è appuntata, e la memoria me li ripete, su questi:
«Non c’è pace / per chi è / immenso » (p.58).
Sono parole nate dal silenzio, e in silenzio vanno ascoltate.
«Immenso» è il mare.
Fare poesia con poche parole lo fanno tutti, adesso; ma con parole vecchie e ormai usurate dal consumo letterario: mare, fiume, alberi, nuvole, può sembrare ingenuità - e in un senso alto lo è - certo è sapienza.
É dato solo a chi, piccolo o grande (ma non esiste una quotazione), è vissuto in modo che la sua vita e la sua poesia coincidano.
Per notizie biografiche su Luciano De Giovanni, rimando al libro, che reca come introduzione un testo molto vivo di Carlo Betocchi e una postfazione esauriente, che inizia con una citazione di Italo Calvino su «cos’è uno scrittore».
Qui per ora, l’impatto del lettore deve essere diretto, anche se limitato.
«Ogni cosa che tu m’hai dato / [...] i cieli di varie luci/ gli alberi solenni e silenziosi/ […] ogni cosa ti renderò, sgualcita / come un libro troppo letto / e mai capito» (p.23).
É una poesia non recente, ma già contiene un pathos conclusivo: c’è gratitudine e rammarico, come in un congedo. Il tu suona religioso. Sovente Luciano adopera un tu fraterno: «Ho guardato il tuo corpo di fiume / morbido potente e forte / e delicato e umido / [...] Dove vai, dove vai così di fretta / così sicuro di dove andare / mentre intanto sei qui con me / e mi confidi / che andare è più di tutto restare...» (p.51).
La fraternità con la natura, non generica ma individuale, è il profondo tema della poesia di Luciano.
Di tutte le fraternità che la vita crea e da cui può nascere la poesia, nel nostro tempo quella con la natura è quasi inesistente: sostituita dalla passione sportiva, dai viaggi, eccetera.
Per Luciano il rapporto è personale.
Nasce dalla contemplazione, ma è anche caldo di vita, ha accenti di stupore, di gioia
:
«oh, vento, come sei giovane, / sembri per la prima volta vento. // Cucciolo di vento sembri / mentre ringhiando giochi» (p.73).
Scrisse Carlo Betocchi: «…Certe tue poesie di sapienza naturale potrebbero essere intitolate Libro di dottrina naturale».
Ecco un esempio di questa «dottrina»: «L’albero già è / che tu pianterai / domani / nell’assonnata / gemma / del ramo / addormentato // [...]
è l’albero è ancora / che ieri / hai abbattuto / nel vuoto / del campo / che gli fu padre» (p.65).
Dal colloquio «privato» con un essere naturale nasce un’apertura nel tempo e nello spazio, un senso quasi panico ma pudico, segreto: «... so quanto basta e più della radice/ ed ho con lei un legame antico» (p.69).
Poiché è mia intenzione, mio compito, invitare alla conoscenza di questo poeta come a un’esperienza interiore, concluderò con la citazione di una poesia tra le recenti, «privata» e molto forte ma come sussurrata, sempre con ostinato pudore:
«Mia madre, quand’era un universo / ed io un suo crescente sole / non servivano le parole / bastava un tenue bussare / /per esprimere la presenza. / Poi, come s’usa dire, io nacqui, / poi, come s’usa dire // lei morì. Del tutto perso / ogni contatto. Definitiva // la partenza. Così s’usa pensare» (p.118) [...] [Lalla Romano]
Paolo Di Paolo, La scrittura critica di Lalla Romano, Tesi di dottorato, Università degli Studi Roma Tre, 2012
 
Il lavoro di ricerca [quello di Paolo Di Paolo] nell’archivio di Lalla Romano (Milano, Via Brera) ha consentito di ricostruire una bibliografia complessiva dei suoi scritti di carattere critico (compresi fra il 1947 e il 2001): accanto all’attività di poetessa e pittrice prima e di narratrice poi, Romano ha costantemente collaborato con riviste e periodici. Per lunghi periodi è stata titolare di rubriche di recensioni e ha avuto quindi modo di analizzare un vasto numero di opere di autori suoi contemporanei. Dall’analisi dei testi pubblicati e dei rispettivi appunti preparatori, minute ecc., è possibile verificare come gli aspetti più peculiari - su un piano perfino di struttura sintattica - della sua scrittura “creativa” siano fondanti anche della sua scrittura critica. La recensione diventa, per Romano, un “diario di lettura” che risponde agli stessi criteri di un qualunque altro suo testo in prosa e che soprattutto non si piega alle esigenze giornalistiche (interessanti sono gli scambi epistolari con capiredattori e direttori di testata), rivendicando un assoluto stilistico senza deroghe. Gli scritti critici di Lalla Romano consentono di tratteggiare una sorta di “biografia intellettuale” della scrittrice piemontese, che evidenzia - accanto alle relazioni con i protagonisti della cultura italiana di oltre mezzo secolo - la vastità dei suoi interessi, il gusto severo e l’anticonformismo con cui affrontava le scritture altrui. Nel laboratorio di lettrice e critica entrano in gioco anche i numerosi testi - pubblicati o inediti - attraverso i quali Lalla Romano si confrontava con sé stessa e con la propria scrittura nel corso degli anni: prefazioni, note, conferenze che la portano a ripensare i propri stessi libri, a precisarne anno per anno gli intenti e il senso, a definire con consapevolezza un itinerario di coerenza estrema. L’intento dello studio - articolato in due parti (la prima che consiste nella trattazione e la seconda che offre i materiali ricostruiti, laddove possibile, in tutte le fasi di redazione d’autore) - si conferma quello di mettere meglio a fuoco la personalità di un’autrice che - come ha scritto Giulio Ferroni - “con la sua vita, con la sua scrittura […] ha riscattato tutto ciò che di prezioso ha trovato nel mondo e nel secolo che ha attraversato”. Ne risulta anche l’opportunità di un’ulteriore discussione del rapporto problematico tra scrittura e vissuto, centrale nell’opera di Lalla Romano e rispetto alle odierne tendenze delle letterature internazionali. Arcadia UniRoma.

[...] l’archivio personale di Luciano De Giovanni - custodito fino a qualche mese fa dal figlio Giorgio a Sanremo (dove il poeta nacque il 29 luglio 1922) e in una piccola parte dalla figlia Annamaria a Montichiari (dove il poeta è morto il 3 dicembre 2001) - andava conservato in un luogo autorevole e attento alla cultura ligure del Novecento, qual è la Fondazione Mario Novaro di Genova, per essere studiato e valorizzato, come una prima ricognizione e questo quaderno hanno tentato di fare.
[...] I frontespizi autografati di questi volumi, oltre settanta, tracciano la mappa delle letture e delle conoscenze di De Giovanni: una geografia in gran parte ligure (con edizioni e dedicatari di Bordighera, Sanremo, Imperia, Albenga, Savona, Genova, Recco e Sarzana) ma qualche libro gli giunse da Milano, Firenze e d’oltreoceano, tramite lo stesso Verdicchio. Oltre al Fuochi fatui con dedica di Camillo Sbarbaro nell’edizione All’Insegna del Pesce d’Oro (Milano 1958) di Scheiwiller, editore che occupa molto spazio della biblioteca di De Giovanni, spiccano, anche per ricorrenza, i nomi di Elio Andriuoli, Fredi Chiappelli, Franco D’Imporzano, Sergio Ferrero (che attende giudizi e s’augura di non deludere De Giovanni), Roberto Rebora, Lalla Romano (che definisce De Giovanni «poeta del mare», 4 gennaio 1995), Bruno Rombi, Giovanni Testori («a Luciano De Giovanni di cui ho amato le bellissime poesie con affetto», 25 marzo 1971), Renato Turci e Guido Zavanone.
[...] È la fedeltà di De Giovanni alla sua terra (nativa o d’adozione che sia), e che ben lo apparenta ai maggiori poeti della «Riviera Ligure», vero com’è ancora una volta che in Liguria non si nasce o non si vive (e soprattutto non si scrive) senza avere almeno un debito verso quel paesaggio, e il suo singolare alfabeto <6.
6 Giorgio Caproni, Luciano De Giovanni per i tipi di Rebellato: Viaggio che non finisce, «La Fiera Letteraria», 9 marzo 1958, p. 3. Ora in Giorgio Caproni, Prose critiche, a cura di Raffaella Scarpa, prefazione di Gian Luigi Beccaria, Aragno, Torino 2012, vol. 2, pp. 1003-1007 (1005-1007).
Alessandro Ferraro, Partendo dal Fondo, «La Riviera Ligure», XXVIII, Anno XXX, n. 87/88, settembre 2018 - aprile 2019
    

mercoledì 10 febbraio 2021

Mario Cavalla affrontava la tela vergine sbuffando come per un salto al trampolino

Mario Cavalla - Fonte: IDAL

Mario Cavalla - Fonte: IDAL

Mario Cavalla - Fonte: IDAL

Mario Cavalla - Fonte: IDAL

Mario Cavalla, Tramonto sul mare ad Alassio - Fonte: Meeting Art

Mario Cavalla, figlio d’arte e fanciullo prodigio, all’età di otto anni riesce a impressionare il pittore torinese Giacomo Grosso che per incoraggiarlo gli acquista due dipinti.
Si forma artisticamente presso l’Accademia Albertina di Torino sotto la guida del padre Giuseppe Cavalla, di Andrea Marchisio e di Cesare Ferro.
Nel corso del triennio venne presso premiato con menzioni onorevoli e alla fine del terzo corso usufruisce di una lauta borsa di studio.
Effettua un breve viaggio a Roma e successivamente lavora con il pittore Gino Mazzoli a Casale Monferrato.
Nel 1924 giunge a Bordighera, dove prende alloggio presso l’albergo Piccolo Lord. Stringe amicizia con Giuseppe Balbo, con cui intorno al 1931 intraprende un lungo viaggio di studio attraverso l’Europa fino all’Africa nord occidentale. Il viaggio protratto fino al 1935 termina ad Algeri, dove le autorità locali sequestrano il camper che i due amici avevano battezzato “Caba” utilizzando le iniziali dei loro cognomi.
Nel 1938 è documentata la sua presenza in Albania a Tirana dove esegue decorazioni nel Palazzo Reale.
Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale vive per qualche tempo a Sturla: molte opere del breve soggiorno genovese portano la firma “Cavalin”, probabilmente utilizzata per liberarsi da una certa forma di sudditanza psicologica nei confronti del padre.
Tornato a Bordighera nel 1959, Mario Cavalla vi muore qualche anno dopo in solitudine.  IDAL

Mario Cavalla, Giuseppe Balbo, 1924 - ©Archivio Balbo 2018

Giuseppe Balbo e Mario Cavalla - ©Archivio Balbo 2018

[...] Balbo scrisse: Conobbi pochi pittori veloci come lui [Mario Cavalla]; preciso nell’esecuzione del vero sia nel ritratto che nel paesaggio. Olimpionico di sci affrontava la tela vergine sbuffando come per un salto al trampolino. Imperava allora in Italia il noioso e retorico  Novecento e forse per quello non volle staccarsi dalla tradizione, limitandosi a ringiovanirla con la forza della sua personalità.
Con lui andai in giro per il mondo mentre si accentuava lo sgretolamento iniziato in sordina e il grande specchio dell’Arte si frantumava dando a ciascuno la possibiltà di rimirare se stesso nel suo concetto.
Nella seconda metà degli anni Venti Balbo lavora come impiegato di banca ma nel 1931 con Mario Cavalla adatta a studio-abitazione un “camper” che viene battezzato CABA dalle prime lettere dei due cognomi. I due pittori intraprendono un viaggio di studio attraverso l’Europa (Francia, Spagna) e l’Africa mediterranea (Algeria)Nel suo diario di bordo Balbo scrive: Eravamo in tre da Ferroli quella notte.  Flores, Mario ed io. Il primo in piedi era un uomo che aveva voglia di sposarsi. Gli altri due non l’avevano più e sono partiti in giro per il mondo con… la CABA.  

Giuseppe Balbo, Mario Cavalla, Flores, 1931 - Foto: Ferroli - ©Archivio Balbo 2018

Lo sappiamo noi come abbiamo fatto a partire. E anche perché siamo partiti. Forse alla decisione non è estraneo quello spirito di avventura che sussiste anche se raro nel millenovecento, così come era più comune nei secoli precedenti. Dico spirito d’avventura, e non credo di errare, perché lanciarsi nel mondo con l’idea di percorrerne una buona parte, traendo i mezzi dal proprio lavoro, correre incontro all’ignoto, fuggire l’abitudine, allontanarsi dagli amici è cosa che molti ma non tutti son tentati di farlo. E certamente bisognerà fuggire l’abitudine perché non avremo, credo, il tempo di abituarci ad un luogo, ad una regione, ad un clima. Occorrerà allontanarsi dagli amici, sia da quelli che abbiamo avuto fino al pre- sente come da quelli che potremo conoscere in avvenire. A tante cose bisognerà rassegnarsi ma a queste credo ci siamo accordati quella domenica mattina. Perché proprio una domenica mattina espressi a Mario l’idea, a cui da tempo andavo pensando. Non ebbi il tempo di formularla che già Mario l’aveva messa in esecuzione. Ci eravamo subito compresi. L’ambiente ci pesava, a tutti e due. Una scrollata per liberarcene. Io abbandonai la Banca l’8 giugno e cominciammo a  preparare la partenza. Mario in quei giorni produsse un lavoro enorme di quadri diversi, di ritratti ecc. intermezzando il lavoro con le scappate a Taggia per sorvegliare i lavori della macchina. Sormontammo ogni difficoltà, e furono parecchie e le più svariate e riuscimmo a portare la Caba a Bordighera il 2 Agosto. 

La Caba - ©Archivio Balbo 2018

Specialmente negli ultimi giorni l’aria della mia città era diventata irrespirabile. Era una cappa pesante che ci premeva sulle spalle. 

Mario Cavalla, Ritratto di Balbo, 1933 - ©Archivio Balbo 2018

Venerdì 14 agosto raduniamo nello studio mio padre, mio fratello Augusto, Mario Allavena, Ampeglio Barberis, Flores per un brindisi ed un ultimo saluto. Sono i soli che sanno della nostra partenza. Per gli altri tutti è una sorpresa. Ci figuriamo i commenti. Ma saranno tanto lontani che non ci toccheranno".

Archivio Balbo, Balbo e Mario Cavalla - 1931, 17 marzo 2018

[...] Dopo una breve permanenza nella Savoia,  Balbo e Cavalla con la loro CABA visitano Parigi.
Balbo scrive nel suo diario di bordo: “La nostra meta è Parigi. Meta da turisti per ora, perché i nostri intendimenti sono questi. Avere una rapida impressione della città e continuare per il giro. Giunti a Villeneuve ci accorgiamo dal movimento che ormai la provincia è lontana.
[...] Oggi giornata molto calma. Una scorsa lungo i quai della Senna. A mezzogiorno abbiamo fatto la conoscenza di Severo Pozzati che a Parigi si è fatto un nome come pittore di affiches. E’ più conosciuto sotto il nome di Sepo, lo pseudonimo con cui firma i suoi lavori.
[...] Da Sepo siamo infatti ritornati oggi. Con i nostri lavori per farli vedere a lui e per salutarlo prima di partire. Abbiamo avuto ancora il piacere di parlare con lui della sua arte e della nostra. Oltremodo cortese ed ospitale volle acquistare due nostri lavori a ricordo del nostro passaggio. La buona impressione fattaci gliela dimostrammo facendogli scrivere due righe su questo diario:


©Archivio Balbo 2018

Lasciamo Parigi. Verso la Spagna, contrariamente alla prima intenzione di andare in Belgio, dove forse, o meglio certamente avremmo trovato una rigidezza di clima difficile a sopportare.
Archivio Balbo, Balbo, Cavalla e Severo Pozzati (Sepo), 18 marzo 2018

Setif, 1932 - ©Archivio Balbo 2018

Mi passan sott’occhio alcune fotografie fatte in una visita con Mario al mercato di Setif. Ricordo…
Recandoci verso il vasto piazzale che quel mattino attirava la mia curiosità "bruciammo" un indigeno. Montato sul suo asino si recava in città per affari. 

©Archivio Balbo 2018

[...] Ci trovammo nei dintorni della moschea precisamente all’ora della  preghiera. Mi sono ormai famigliari gli arabi ed i burnus più o meno bianchi, quindi ci installammo senz’altro per lavorare. Il mio amico scelse come studio un gruppo di case, dominate dalla cupola dorata della sinagoga, mentre io mi accinsi ad uno scorcio della moschea.
[...] È pronto il cavallo, è pronto il Caid. Il grande amico della Francia, che certa- mente aspetta una decorazione per i grandi servizi resi ai suoi padroni guarda dall’alto della sella araba intrecciata d’oro. Uno sguardo orgoglioso e severo che brilla nel rosso paludamento di parata, brilla più che i finimenti del suo cavallo, più che le guarniture della sella. Ha trovato per un attimo il vigore della sua stirpe, vigore ormai spento nel sangue della sua gente che vegeta nella servitù dei più civili. È imponente il Caid in parata.



Cavalla, il Caid e Balbo - 1933 - ©Archivio Balbo 2018

Febbraio 1933
La giornata è bella infatti ma fa un freddo da cani, tanto più in automobile. La neve ammanta i monti e le campagne, ma di un velo tenero che si fa sempre più tenue al soffio del vento. Traspaiono ciuffi d’erba e ciottoli neri. Campi che a distanza sembrano ottimi per lo sci, veduti da vicino ci fanno sacramentare di impazienza.

[...] E la fine di questo mese ci ha portato una notizia piena di tristezza per noi. Silvio (il fratello di Balbo) ci ha scritto che Flores è morto a Napoli. Eppure di questo tormento non piango. Soffro e vorrei soffrire di più perché immagino il dolore come una cosa che Dio mi ha dato con la vita.

Archivio Balbo, Balbo e Cavalla fotografi in Algeria (1932-33), 25 marzo 2018

Balbo e Cavalla nel loro viaggio in Africa incantano un serpente - ©Archivio Balbo 2018

Le autorità francesi sequestrano la CABA per presunte irregolarità doganali. Cavalla e Balbo portano la macchina ad Algeri; tutti i loro tentativi per sbloccare la situazione falliscono. Il lavoro procede e, nel maggio del 1933, i due espongono in una mostra a Setif.
... poi,  non so, mi pare un bisticcio col mio compagno o meglio una disputa assai seria  cominciò a preparare la parola fine al prologo del mio viaggio.
Nei giorni che seguirono la disputa, respirai meglio. Forse la decisione di lasciare libero un buon amico o quella di liberarmi di un cattivo compagno, mi fecero decidere ad abbandonare Setif. Poi, con Mario si parlò chiaro, infine, due mesi più tardi verso la metà di luglio, discesi a Bougie. E fui solo.
[...] 13 febbraio 1935 -  Mi trovo ad Algeri con molte cose in testa, con pochi soldi in tasca, ma con una matta voglia di lavorare, molte buone speranze ed un’ottima amica a Setif. Jane.

Così finisce il diario della CABA.
Giuseppe Balbo

Mario Cavalla, Paesaggio - Fonte: Sant'Agostino Aste

Uno scorcio della sala del Cinema Olimpia di Bordighera (IM) - Fonte: Foursquare

[...] Negli anni della sua formazione, Balbo conosce l’opera di tutti gli artisti attivi a Bordighera: Piana, Mariani, von Kleudgen, Biesbroeck, Dick ed altri.
Andrea Marchisio dell’Accademia Albertina di Torino è stato il suo maestro.
Con il pittore torinese Mario Cavalla, geniale ritrattista, condivise molte esperienze prima della guerra.
Insieme hanno dipinto grandiose figure simboliste al cinema Olimpia a Bordighera ed insieme hanno attraversato la Europa e l’Africa viaggiando su un camper-atelier che loro stessi avevano ideato.
Durante questi viaggi dipingono ed espongono in varie città.
Si ritrovano vecchi a Bordighera, dove Mario Cavalla morirà all’ospedale.
Sergio "Ciacio" Biancheri, Giuseppe Balbo: un artista che non lasciava niente al caso, Paise Autu, Anno 4 - n. 2 Febbraio 2011

lunedì 8 febbraio 2021

Guardare la vita ogni giorno come il primo giorno


Bea Di Vigliano è nata  a Vercelli il 12 febbraio 1920, vive e lavora a  Bordighera. Il suo nome compare nel dizionario degli Artisti Liguri (pittori, scultori, ceramisti, incisori, fotografi) del XX e XXI secolo, ideato da Germano Beringheli - nuova edizione a cura di Leo Lecci e Paolo Valenti (ed. DE FERRARI) - Bea di Vigliano ha partecipato  a mostre  in Italia e all’estero ottenendo numerosi importanti riconoscimenti. Presente alla Biennale di Venezia nel 1947, a collettive in Francia e Montecarlo,e nel 1983 a New York , dove erano in esposizione i quadri di De Chirico, Chagall e Salvato Dalì. Della sua lunga carriera ricordiamo alcune personali dal 1983 al 2012 a Milano, a Torino, a Parma, Asti, Ventimiglia. Nel passato 1956 ha ricevuto il Premio “5 Bettole” a Bordighera ed il Primo Premio Internazionale “Regina Margherita” (sez. pittura) nel 2014 organizzato dall’ Associazione Culturale Accademia Delle Muse di Bordighera. Le sue opere figurano in collezioni pubbliche e private. Di lei hanno scritto letterati e critici fra i quali Angelo Dragone, Sandro Bajini, Luigi Betocchi, Guido Seborga, Lucio Martelli. Elisabetta Rosaspina, Antonino Del Bono, Giuseppe Serra, Aky Vetere.
La sua creatività continua ininterrottamente sino ai giorni nostri, i suoi acquarelli di paesaggi, marine, fiori rappresentano la forza interiore e l’espressionismo dell’artista-donna.                           

Mariagrazia Bugnella, LA PITTRICE BEA DI VIGLIANO COMPIE 100 ANNI DEDICATI ALL’ARTE, Bordighera TV, 12 Febbraio 2020

Inaugurazione della MOSTRA di opere recenti della pittrice BEA DI VIGLIANO, nella sede dell’ANPI/UCD di via Al Mercato n.8 di Bordighera, MERCOLEDI 12 FEBBRAIO 2020 ALLE ORE 17,00, che rimarrà aperta al pubblico tutti i giorni, fino a Giovedì 20 Febbraio 2020.
Bea è nata il 12 febbraio del 1920, a Vercelli. Figlia di un ufficiale dei carabinieri ha girato l’Italia seguendo la famiglia nei continui spostamenti dovuti alla carriera del padre. Tra gli altri posti, ha vissuto ad Abbazia, un comune istriano oggi in Croazia ed ha frequentato le scuole a Fiume. Nel 1935 ha iniziato a frequentare Bordighera, dove viveva una zia, stabilendosi nel 1954. Ha esposto sia in Italia che all’estero e alcune sue mostre sono state allestite in via Monte Napoleone, a Milano e a New York.
"E’ una nota iscritta ad honorem - ha affermato il presidente Anpi di Bordighera, Giorgio Loreti -. Suo fratello era partigiano combattente e lei era una staffetta".
Chiara Salvini, Oggi alle 17 a Bordighera Sede ANPI/UCD c'è stata l'inaugurazione della Mostra dell'artista Bea di Vigliano..., neldeliriomaisola, 12 febbraio 2020
 

Bea di Vigliano, Aky ed Angelica, 1958 - Fonte: Comune di Bordighera

Bea di Vigliano, Fiori, 1973 - tecnica mista - Fonte: Comune di Bordighera

Bea di Vigliano, Fiori del mio giardino, 1987 - olio su tela - Fonte: Comune di Bordighera

Bea di Vigliano, Liguria, 1990 - olio su tela - Fonte: Comune di Bordighera

Bea di Vigliano, Risaia, 1992 - acquerello - Fonte: Comune di Bordighera

Bea di Vigliano, La luce del mare - Fonte: Comune di Bordighera

Bea di Vigliano, Mare in tempesta - acquerello - Fonte: Comune di Bordighera

Il passaggio, attraverso la faticosa elaborazione culturale, per chi come me proveniva da uniche esperienze tradizionali, è legato al ricordo del pittore Sergio Bonfantini, alla Resistenza, a tanti intellettuali nascosti nelle nostre soffitte. Alla comune ideologia, si affiancava un desiderio imperioso di imparare, di capire. Con Bonfantini ho fatto la mia prima mostra personale a Biella nel '43. A Milano nel frattempo, tra un bombardamento e l'altro, era sorta la società degli "Indipendenti". Nato in Francia, ricreato in Italia da Anselmo Bucci, il sodalizio, accomunava artisti, pittori, scultori e letterati. Del gruppo facevano parte, tra gli altri, Alessandro Di Ceglie, Antonio Arosio e Luciano Albertini, coi quali frequentavo sovente lo studio di Carrà a Milano, quello di Casorati a Torino. Ancora, voglio ricordare altre persone determinanti per la mia formazione artistica: Neri Pozza, Antonio Barolini, Guido Piovene a Vicenza. Più tardi, l'amicizia con Giuseppe Berto, ltalo Calvino, i poeti Renata Bosio e Carlo Betocchi ed, infine, il critico d'arte Osvaldo Prandoni. A tutti un grazie sincero. Spero, attraverso questa esperienza di inquieti e tormentati anni, di riuscire a trasmettere il mio messaggio che esprime, solitudine, non nel senso di sofferenza o di rimpianto, ma una solitudine gratificata continuamente da un sentimento interiore di gioia emanato e filtrato da un sogno poetico coloratissimo.
Bea di Vigliano in Comune di Bordighera 

Bea di Vigliano

Nella mattinata di ieri, domenica 21 aprile 2013, presso la sede del Partito Democratico, in via XX Settembre, 17 a Bordighera, ha avuto luogo un incontro, con tesseramento dell’ANPI.
Accolti da Giorgio Loreti hanno partecipato i Partigiani combattenti: Beltrandi Silvio, Cacocciola Antonio, Valesini Ugo, Avogadro Pietro.
E’ stata consegnata la Tessera ad honorem “testimoni del 25 Aprile 1945” alla pittrice Bea di Vigliano, al dottor Remo Vichi e a Enzo Maiolino (tramite la figlia) come testimoni dei ‘fatti’ (fascismo guerra e 25 Aprile).
Presenti Francesco Verrando, neo Presidente dell’associazione Famiglie Vittime di Guerra, il dottor Nicola Jorio segretario del circolo del Pd bordigotto e Bruno Dantilio, rappresentante provinciale dell’ANPI.
Al termine dell’incontro, con testimonianze e dibattito, è stato organizzato un gradito rinfresco.
Pier Rossi, bordighera.net, 22 aprile 2013

Bea di Vigliano riceve nel 1957 il Premio 5 Bettole

Bea di Vigliano inizia a dipingere giovanissima ad Abbazia in Istria, sotto la guida del pittore Romanciuk, un pittore accademico di origine polacca … Le Nature morte saranno i primi studi sui rapporti di colore, fino a quando, più matura e ormai padrona della tecnica che lei stessa definisce ‘post-impressionista’, comincerà a dipingere ritratti… Nel 1943, con Sergio Bonfantini allievo di Casorati, apre a Biella la prima personale. Nel frattempo a Milano aderisce alla società degli Indipendenti, stringendo un proficuo sodalizio con Anselmo Bucci, Alessandro di Ceglie, Antonio Arosio e Luciano Albertini che, dopo un soggiorno parigino, si era unito agli artisti milanesi. … Finita la guerra, seguiranno anni travagliati… Tuttavia questo sarà necessario a rielaborare un singolare e personale movimento creativo, che si ritroverà poi in tutta la produzione, seppur con variazioni di temi e soggetti… che portano paesaggi della Liguria, attestati con grande vivacità drammatica. Con il ritorno definitivo a Bordighera,
L’artista si affaccia a una nuova sintassi espressiva più idonea a rappresentare la propria personalità dopo le fasi sperimentali degli anni milanesi. ... Per l’artista la materia è pensiero e l’acquerello il mezzo attraverso cui ‘trasferire se stessa’ e che le permetterà di rivisitare i soggetti paesaggistici e di studio con risultati nuovi. Nascono i primi bianco e nero, in cui l’artista costruisce l’immagine con un procedimento capace di restituire al sogno il reale ordinandolo nel ricordo visivo. … per lei non c’è creazione senza materia e non ha alcun senso vivere se non per guardare la vita ogni giorno come il primo giorno.
Aky Vetere (da Il materialismo teista nella pittura di Bea di Vigliano, di Aky Vetere. La Mosca di Milano ‘intrecci di poesia, arte e filosofia’ n. 23 - Memoria Al Futuro - Milano, Dicembre 2010) qui ripreso da riviera press, 25 ottobre 2017

Inaugurata nel pomeriggio di ieri, martedì 16 giugno 2015, al Caffè Giglio di Via Vittorio Emanuele a Bordighera, l'esposizione dei dipinti di Bea di Vigliano.
[...] Le prime esposizioni di Bea di Vigliano risalgono agli anni '50: 1945 a Biella, Personale con Sergio Bonfantini; 1946 a Stresa, Personale; 1957, alla Biennale di Venezia. Centinaia di mostre fino ai giorni nostri.
Pier Rossi, bordighera.net, 17 giugno 2015 






Come regalo per il centesimo compleanno alla pittrice ed ex “staffetta” partigiana, l’Anpi di Bordighera ha voluto regalarle una mostra d’arte. Non una qualsiasi, ma quella realizzata con i suoi quadri che ha iniziato a dipingere, dall’età di 15 anni. E’ stata davvero una sorpresa per Bea Di Vigliano, che nel pomeriggio ha partecipato al vernissage della mostra, nella sede Anpi, di via Al Mercato, nella cittadina delle Palme. Bea è nata il 12 febbraio del 1920, a Vercelli. Figlia di un ufficiale dei carabinieri ha girato l’Italia seguendo la famiglia nei continui spostamenti dovuti alla carriera del padre. Tra gli altri posti, ha vissuto ad Abbazia, un comune istriano oggi in Croazia ed ha frequentato le scuole a Fiume. Nel 1935 ha iniziato a frequentare Bordighera, dove viveva una zia, stabilendosi nel 1954. Ha esposto sia in Italia che all’estero e alcune sue mostre sono state allestite in via Monte Napoleone, a Milano e a New York.
“E’ una nota iscritta ad honorem - ha affermato il presidente Anpi di Bordighera, Giorgio Loreti -. Suo fratello era partigiano combattente e lei era una staffetta”. Accompagnata dal figlio Aky, Bea si è intrattenuta con gli ospiti. “Ancora oggi dipinge con grande interesse e con ottima qualità e una donna ancora molto lucida e generosa”. La mostra resterà aperta, fino al 20 febbraio, dalle 17 alle 19.
Pittrice ex staffetta partigiana festeggia 100 anni con una mostra di pittura. E' stata davvero una sorpresa per Bea Di Vigliano, che nel pomeriggio ha partecipato al vernissage della mostra nella sede Anpi, in prima LARIVIERA, Ventimiglia 12 febbraio 2020, qui ripreso da neldeliriomaisola

Fonte: Bordighera TV

Marisa Ferrari, Giorgio Loreti e Bea di Vigliano nella Sede ANPI-UCD di Bordighera - Fonte: Bordighera TV

Fonte: Bordighera TV

Inaugurazione della MOSTRA di opere recenti della pittrice BEA DI VIGLIANO, nella sede dell’ANPI/UCD di via Al Mercato n.8 di Bordighera, MERCOLEDI  12 FEBBRAIO 2020 ALLE ORE 17,00 e che rimarrà aperta al pubblico tutti i giorni, fino a Giovedì 20 Febbraio 2020.
La redazione, Bordighera TV, 11 Febbraio 2020