giovedì 31 marzo 2022

Bordighera (IM): Mostra "il Gabbiano"

il Gabbiano Anno 1 n° 0 Gennaio 1995 £. 2.000

 

 Unione Culturale Democratica -  Sezione ANPI 

Bordighera (IM), Via al Mercato, 8

 

Sabato 2 aprile 2022 - Lunedì 18 aprile 2022  - ore 17 / 19 (festivi compresi)

 

                                     Mostra  

il Gabbiano


mensile di informazione,
politica & cultura

 

ingresso libero

I visitatori sono ammessi nel rigoroso rispetto delle vigenti norme sanitarie anti Covid

L'Amarcord è un luogo senza tempo, pur con un inizio e una fine, uno spazio dai contorni sfumati, un punto luminoso sulla retta della vita. Gli anni de il Gabbiano, dal 1995 al 2002, condensano l'attività di un buon numero di persone, giovani e meno giovani, animate da entusiasmo, volontà propositive e progettuali, dal piacere di condividere, discutere e fare. Si affacciavano in quel tempo problematiche che gli anni a venire avrebbero amplificato: temi legati all'ambiente, all'immigrazione, all'erosione del territorio, alla cementificazione, alla gestione delle città più a misura d'uomo. Problemi affrontati con la consapevolezza che non avremmo fatto la Storia, ma che un seme sarebbe stato piantato. Che tipo di terreno quel seme abbia trovato è difficile a dirsi. E' stata utopia? Velleità sopraffatta dalle leggi di mercato? E' stato inutile? Nel profondo di ciascuno, al di là dei risultati ottenuti, un piccolo lume ci conforta, perché sa che il bene o anche solo lo sforzo verso il bene, non sono mai fine a se stessi. Nello spazio dell'Amarcord ritroviamo i volti di amici, di conoscenti, di chi abbiamo incrociato anche solo per il tempo di un incontro. Qualcuno è andato per età, molti ancora sono qui. Nessuno è dimenticato. A tutti va il mio, il nostro grazie per il percorso comune condiviso.
Doriana Valesini 

 

Giorgio Loreti

Unione Culturale Democratica -  Sezione ANPI - Bordighera (IM), Via al Mercato, 8  [ Tel. +39 348 706 7688 - Email: nemo_nemo@hotmail.com ]

 

martedì 29 marzo 2022

... il vecchio Ernesto, detto Lenin

Corredano questo articolo alcune immagini da e di Strada alle Ville di Ventimiglia (IM), arteria evocata all'inizio del racconto che qui segue

Pochi sanno che quando Carlo Gallinella accelera l'abituale andatura, lascia l'Aurelia e punta con decisione il manubrio da corsa in direzione delle Calandre, è perché, tra una pedalata e l'altra, ha trovato lo spunto per un racconto che bisogna fissare, nero su bianco, prima che s'involi e si dissolva. È così che sono nate centinaia di pagine, rimaste finora nei cassetti di casa o in quelli dell'ARCI.
Molte di esse ruotavano attorno alla figura di Antonio, un comunista torinese che aveva scelto Ventimiglia per trascorrervi la seconda metà della propria vita. Naturale è venuta l'idea di cucire questi racconti con il filo doppiamente rosso della biografia al fine di far assumere loro la forma del romanzo. Ne è venuto fuori il lavoro che i lettori hanno tra le mani: una storia circolare che inizia e finisce nello stesso punto e si dipana, attraverso il meccanismo del flash-back, con il susseguirsi di episodi che riemergono nella memoria del protagonista e degli altri personaggi.
Antonio, che ha appreso la difficile arte della meccanica iniziando come fuochista-bigliettaio sulle corriere a vapore del dopoguerra, da ragazzo sapeva già mantenere in perfetta efficienza quei gioielli che erano le Lancia dell'epoca, poi è entrato alla Fiat ed infine, come il Faussone di Primo Levi, è andato in giro per i cantieri di mezzo mondo, non ad innalzare tralicci ma a riparare borbottanti motori diesel. A Ventimiglia, città che ha conosciuto da ragazzino quando la corriera aveva sufficiente pressione per superare il Tenda, Antonio continua a fare l'operaio ed abita con Giovanna e la figlia Letizia in un surreale "container attrezzato" posto su una fascia tra gli ulivi, non lontano dal confine francese.
Il container è il luogo di incontro di una serie di pittoreschi personaggi: il vicino calabrese che inscena animate ed animose pantomime all'apparire del Sommo Pontefice; il frontaliero che ha ideato un originale progetto per la conquista del potere da parte del proletariato; l'ex legionario che sogna di sbarchi in Sardegna e di attacchi alle basi NATO; Terenzio, "il più grande della pur numerosa famiglia dei passeur", conosciuto dal Principato di Seborga fino a Saorge; Gino,"la vittima della Merlin"; l'anarchico Bacì, convinto che «quando nel mondo la canaglia impera, la patria degli onesti è la galera»; Berto, il creatore di abiette ricette atte a salvare, nello stesso tempo, l'unità della famiglia e il bilancio dello stato; il vecchio Ernesto, detto Lenin, che ha combattuto con le brigate internazionali in Spagna, ecc. Il prefabbricato si trasforma di volta in volta in sede di sindacato e di partito, in circolo culturale, in studio di psicanalista. Antonio, che assieme ai suoi amici accarezza il mito della creazione dell'Uomo Nuovo, vi officia tutte le funzioni attinenti alla figura del prete rosso: capocellula, dirigente sindacale, sociologo, psicologo e quant'altro.
Se Antonio ha le variegate conoscenze tipiche della formazione culturale dell'autodidatta dai vasti interessi, in politica - lettore più di Vie Nuove che di Rinascita - egli appare monolitico, assomigliando un po' al trinaricciuto di guareschiana memoria. La sua fede nel comunismo (e nella correlata costruzione del socialismo nei paesi fratelli) è incrollabile. La storia è, però, spietata e le crepe si fanno sempre più evidenti. In apparenza Antonio resta tetragono, fedele, come si diceva allora, "agli ideali della Rivoluzione d'Ottobre". In realtà, come scopriranno i lettori, la sua costruzione incrollabile - fondata sulla rigidezza piuttosto che sulla duttilità delle costruzioni antisismiche - comincia a vacillare e finisce per rovinare ingloriosamente al suolo.
I lettori scopriranno pure cosa celi l'incessante attivismo del prete rosso a cui non stanno a cuore soltanto i destini di un'astratta umanità, ma anche quelli degli uomini in carne ed ossa con iquali sa tessere una straordinaria rete relazionale. L'amicizia, però, non può essere che un surrogato dell'amore. É su questo terreno che egli rivela la sua grande fragilità, predestinato com'è ad  essere imprigionato nel ruolo infecondo di vittima-carnefice. Il vitalismo si rivela essere un antidoto contro l'angoscia. Quando le forze cedono, anche questo pilastro della vita di Antonio crolla. In tali casi, infatti, come diceva R. Gary, «au-delà de cette limite (di età, di salute) le ticket n'est plus valable».
In barba alle apparenze, la vita del protagonista va letta dunque come una storia di dispersione dell'energia iniziale, proprio come avviene nel romanzo di Balzac citato da Anna, il primo amore di Antonio. La felicità è simile alla Corsica che si presenta improvvisa agli occhi di Letizia dalle parti di Castel d'Appio, «un'isola bizzosa che come una bella donna appare solo quando ne ha voglia». E molto raramente, potremmo aggiungere.
Nel riscrivere le pagine di Carlo, mi sono imbattuto in uomini semplici, intrisi di istinti primari, come si conviene a personaggi di estrazione popolare della Ventimiglia di qualche anno fa. Al taglio narrativo, di chiara ascendenza orale, non faceva difetto né l'esprit gaulois, né il gusto dell'iperbole, né la tradizionale misoginia della letteratura popolare, né la (pur legittima) rievocazione nostalgica. Spero di non aver arrecato danni a questo impianto espositivo.
Antonio è una persona che è realmente vissuta; Carlo ha amato e ammirato quel comunista un po' poeta, profondo conoscitore dell'animo umano. Nella finzione letteraria, cercando di non scivolare nell'agiografia, si è voluto trasformarlo in un personaggio che, attraverso le sue vicissitudini, ci ricordasse come eravamo prima che cadessero i muri. Che ci parlasse di cosa avvenne a Ventimiglia l'8 settembre, di cos'era nel dopoguerra il servizio militare di un ragazzo presso una caserma di alpini, dell'immigrazione calabrese, della speculazione edilizia, delle metastasi del cancro massonico; del femminismo e del '68 come furono vissuti qui, alla periferia dell'impero.
Questo libro in fondo non è che una sorta di chiacchierata, che mi auguro gradevole, tra amici che parlano lo stesso linguaggio. Esso potrà fare arricciare il naso a chi ha frequentazione della letteratura con la L maiuscola. Per questo, assieme a Carlo, mi affretto ad invocare la clemenza di Francesco Biamonti e della schiera dei suoi estimatori intemeli.
Enzo Barnabà, Prefazione
 


[...] «Ehi bocia, non vai incontro a un vecchio amico che ti viene a trovare?»
Antonio interruppe la lettura del giornale che aveva acquistato il mattino ma che aveva potuto aprire solo da pochi minuti, seduto davanti al container in attesa che anche Giovanna tornasse dal lavoro e che il sole andasse definitivamente spegnersi dietro Mont Angel. Era Beppe, Beppe d'la Marmotta, il compagno di infanzia con cui aveva "fatto la resistenza". Veniva giù lentamente per il sentiero scrutando con gli occhialetti il suolo e sprizzando gioia dal viso ogni volta che alzava lo sguardo verso l'amico. Una rilassata pinguedine aveva preso il posto della magrezza di un tempo. Era ancora più calvo dell'ultima volta che era venuto a fargli visita. La peluria che gli incorniciava il volto si era fatta più grigia.
Si sedette sulla panchina accanto a lui e prese a decantare il paesaggio soffermandosi sulla fortuna che aveva ad abitare lì, mentre egli era costretto a passare la vita in un anonimo appartamento romano o sui treni in giro per l'Italia. Spiegò che era venuto a presiedere il convegno del sindacato pensionati che sarebbe cominciato l'indomani a Bordighera. Si mise a parlare con calore della situazione politica. Era rimasto l'entusiasta dì sempre.
Antonio avrebbe voluto parlargli dei suoi dubbi e confidargli le sue angosce. Più volte fu sul punto di interromperlo ma, senza sapere perché, non riusciva a farlo. Si rassegnò e, mentre l'amico parlava, il suo pensiero corse verso quanto aveva seguito il 25 aprile.
Lui era tornato a Torino, mentre Beppe si era messo a lavorare col padre che girava per paesi e città ancora devastate dai bombardamenti spingendo un carrettino colmo di fasci di erbe aromatiche, con su il grammofono, la tenda da montare e la marmotta che saltellava dentro la gabbia.
Lo seguiva di malavoglia, sempre più determinato a cambiare mestiere quando sarebbe diventato più grande. Pieno di imbarazzo e di risentimento, ascoltava il padre strillare: «Donne, ecco la marmotta che balla per voi. Abbiamo la vera menta del Piemonte, le erbe per le tisane e caviamo anche i denti.»
Fecero grandi affari con neri dal cuore infantile e un po' ingenuo che accettavano di barattare le razioni dell'esercito americano con la paccottiglia che loro raccattavano nei casolari di contadini contenti di disfarsi dei cimeli di famiglia per racimolare qualche lira. Sulla mensa degli stravaganti ed inventivi Marmotta arrivarono così cioccolata, chewing gum, latte condensato, scatolette di ogni tipo e forma, gallette e una bevanda gassata che consumarono in anteprima: la coca cola.
Passarono poi alla vendita delle foto-tessera e delle dentiere usate, di cui avevano abbondanti scorte. Le prime, ritoccate appena un po' (l'ufficiale dell'anagrafe dei piccoli paesi non faceva troppe storie: una certa somiglianza era sufficiente ad ottenere il documento), facevano fare un bel risparmio a chi non poteva permettersi di pagarsi il fotografo. Le seconde, debitamente limate ed adattate, permisero a numerosi contadini dell'Alto Piemonte di ritrovare il piacere di masticare il poco cibo disponibile, con grande sollievo delle gengive e della borsa.
Il mestiere principale restava, però, quello del dentista.
Montavano la tenda nella piazza del paese e gridavano a squarciagola:
«Attenzione per favore
contadini, brava gente.
Per due lire, se vi duole,
vi togliamo pure il dente»
I clienti non mancavano. Il padre li faceva accomodare sulla sedia di paglia ed invitava il figlio ad approntare il grammofono.
I malcapitati trovavano tempestiva e puntuale risposta alla domanda che legittimamente si facevano: «Che ci fa un grammofono dal dentista?».
«Dai volume quando tiro» ordinava il padre mentre ficcava la pinza in bocca al cliente. Le note del Rigoletto «sia vendetta, tremenda vendetta...» sovrastavano le urla del poveretto e i pazienti in attesa restavano tranquilli. A volte, però, l'estrazione veniva interrotta dalla fuga del malato che bisognava poi inseguire per indurlo a portare a termine l'operazione ed incassare la parcella. Beppe partecipava all'inseguimento colmo di rabbia e di vergogna.
Il periodo dell'adolescenza, che per molti è il più bello della vita, era trascorso in fretta, senza lasciare grandi ricordi. Vi erano attorno troppa miseria e troppa sofferenza. Impossibile essere veramente felici.
Quando Antonio ritornava in paese, la domenica si divertivano ad andare a rompere le balle a quelli della banda municipale. Si piazzavano sotto il palco e si mettevano a picchiettare sulle transenne per mandare i suonatori fuori tempo, oppure a mangiare limoni per far venire l'acquolina in bocca ai fiati e farli steccare. Immancabilmente, la bacchetta del maestro cessava di danzare nell'aria, e guizzava sulle loro teste.
Quando Antonio andò a lavorare alla FIAT, l'amico lo raggiunse. Si ritrovarono insieme nei reparti battilastra e nelle sedi del sindacato. Beppe aveva fede e carisma. Fece una rapida carriera nella FIOM e, pochi anni dopo, partì per Roma.
«Vieni a trovarmi, domani. Passiamo assieme la giornata» disse l'amico nel congedarsi. Antonio esitò non poco, ormai era stufo di riunioni, tavole rotonde e convegni. Non servivano a nulla se non a far passare qualche momento rilassante a quei relatori che riuscivano a portarsi appresso mogli, amanti, figli e nipoti, facendo pagare il soggiorno all'organizzazione. Ancora meglio, se si svolgevano in posti di villeggiatura e durante la stagione estiva. Non seppe, però, dire di no all'amico.
Quell'anno, la riviera dei fiori riservava ai turisti un agosto particolarmente afoso; qualche bagnante era addirittura passato a miglior vita, come informavano a grossi titoli le gazzette locali. Appena mise il piede nelsalone dove si teneva il convegno, Antonio fu come investito da una zaffata che gli fece pensare alla camerata della caserma quando gli artiglieri si toglievano le calze dopo una lunga marcia. Beppe era al tavolo della presidenza in mezzo a due anzini dirigenti.
A sinistra stava un tipo che assomigliava a quello che morde la mela in TV e invita ad usare il tal fissante per dentiere. Quello di destra, col capo che brillava della luce del sovrastante lampadario, poteva far venire in mente uno stagionato Yul Brinner. Ma ascoltare il vecchio caro Beppe d'la Marmotta lo inteneriva.
"La condizione di disagio del pensionato nella situazione attuale. Segue rinfresco" recitava il manifesto. Ormai si ricorreva a quei mezzucci per attirare anche chi voleva sbafarsi agratis un paio di gelati. (pp. 159-162)
 


Carlo Gallinella, L'uomo nuovo, Edizione "Il gabbiano"

lunedì 21 marzo 2022

Da ragazzo, vidi esibirsi in quell’auditorium il mitico cantante americano Gene Vincent


Tutto il materiale pubblicato in questo libro è di grande interesse e di facile leggibilità nonostante l’alto peso specifico degli argomenti. Per fare qualche esempio citerò autori che, per lo più, evocano miei ricordi personali. Fulvio Cervini, oltre al Discorso di insediamento al Rettorato, uno dei saggi più belli che io abbia letto, ha anche dedicato ad Antonio Semeria un messaggio in memoriam. Antonio Semeria fu il mio migliore amico. Ricordo che ci conoscemmo quando andavamo allo Stadio comunale di Sanremo a vedere Puskas allenarsi per smaltire i chili di troppo dovuti all’inattività conseguente al non ritorno in patria dopo i fatti di Ungheria (1956).
Con Antonio vivemmo, gomito a gomito, la nostra adolescenza, l’Università, la Goliardia, la vita professionale, la politica. Lui era molto bravo in tutto quello che faceva. Ed era un vero sapiente. Espresse e concretizzò in tutti i modi il suo amore per Sanremo. Avevamo una piccola disputa proprio su questo nome: lui, correttamente, non voleva che io preferissi San Remo. A me, questa versione (che è quella ufficiale per lo Stato), sembrava dare alla città una veste più internazionale. Ambedue abbiamo sempre pensato che il monumento ai caduti in Via Roma dovesse tornare ad avere sul piedistallo la vittoria alata. Commemorare i militi davanti ad un piedistallo ci è sempre sembrato un non senso. Pierangelo Beltramino (autore del bel saggio “Il tema dello sguardo”) fu il mio professore di Italiano in terza liceo. Aveva pochi anni più di noi e un aspetto molto giovanile per cui, incontrandolo nei corridoi prima di vederlo in cattedra, lo considerai uno studente venuto da fuori e, da capitano della squadra di calcio del Liceo Cassini, gli chiesi se era bravo a giocare a pallone. Sorrise e mi spiegò chi era. Il suo nuovo modo di spiegare, a livello universitario, ci fece capire che, nel suo lavoro, era un centravanti poderoso.
Alfredo Moreschi è un grande fotografo dotato di rara cultura in diversi settori dello scibile. Il suo archivio fotografico è un vero tesoro e tiene viva la storia di Sanremo (San Remo) meglio di qualunque scritto. Ci riunivamo nel suo studio con Giovanni Guidi, Giovenale Gastaldi, Antonio Canepa, Osvaldo Moreno, Renzo Laurano, Silvio Dian e Luigi Guglielmi (persone che bisognerebbe ricordare un po’ più spesso) per procedere alla selezione delle fotografie per il libro “Sanremo com’era” della Famija Sanremasca. È sempre stato ricercatissimo anche come fotografo artistico di matrimoni. Tanto che, incontrandolo spesso in quelle occasioni, lo chiamavo Monsignor Moreschi. Il suo scritto sulla gambarossa, in questo volume, è frutto di una scelta deliziosa.
Franco D’Imporzano è un intellettuale talmente schivo da sostenere di non esserlo. Ma basta leggere la sua poesia “Discorsi in versi” pubblicata in questo libro per capire come l’apparente gustosa leggerezza vada a scavare in profondità anche nelle più recenti manchevolezze di Sanremo. Tutti proviamo un po’ di sgomento quando vediamo imprese che non ci sono più come la benemerita Tipografia Gandolfi, fondata da Giacomo Gandolfi, che realizzava l’Eco della Riviera (ai tempi d’oro vendeva diecimila copie ogni settimana): il giornale che io frequentai da giovane cronista, guidato dal Capitano Rissone, dal Redattore capo Enrico Billò, da giornalisti come Pino Angelini e Angelo Maccario. D’Imporzano esprime questo vuoto per arrivare ad un altro vuoto, notevolissimo: il Tribunale di Sanremo spostato a Imperia.
Io vidi in Corte d’Assise a Sanremo (nella villetta all’entrata di Villa Ormond) il processo per l’uccisione della Contessa Bragadin, magistralmente vinto dai difensori dell’imputato Santin Toesca, avvocati Nino Bobba e Silvio Dian junior. Esercitai la professione, nel Tribunale situato a Villa Ormond, Presidente Bina, e nella Pretura ubicata nel palazzo delle scuole di Corso Cavallotti dove il valoroso magistrato Luigi Fortunato fu colpito da colpi di arma da fuoco che gli fecero rischiare la vita. Poi l’inaugurazione del nuovo Tribunale, edificato sull’ex campo GIL, che è stato chiuso per l’accorpamento a Imperia nonostante la lotta fatta (anche da me, quando ero Senatore) per conservarlo a Sanremo. D’Imporzano è preoccupato anche del Parco Marsaglia e dell’Auditorium Alfano. Una vera vergogna che dura da anni. Io che, da ragazzo, vidi esibirsi in quell’auditorium il mitico cantante americano Gene Vincent, poi morto precocemente in un aereo caduto, ho solo occhi per piangere. D’Imporzano mostra preoccupazione anche per il Club Tenco, che potrebbe andare nella fatal Novara. Il pericolo sembra scongiurato, soprattutto per opera di Daniela Cassini.
Con Amilcare Rambaldi ho fondato il Club Tenco e ne ho scritto lo Statuto, ma non mi ritrovo più in quello di oggi. Di Amilcare potrei raccontare mille aneddoti, ma sarebbe comunque limitativo. Uomini come lui appartengono alla storia. Marco Innocenti ha scritto un saggio su Tommaso Landolfi a Sanremo che ci mostra le mille sfaccettature del grande scrittore, reperite, con fatica, da rare fonti di prima mano. Un lavoro eccezionale. Non intervengo sulla parte “Messaggi e commenti” e indico, come molto interessanti, i contributi di Bajini, Salemi e Manzoni. In cima e in fondo a tutto, Freddy Colt (della famiglia Caregheti; con Orlando Semiglia ho abitato per anni nella stessa palazzina), geniale inventore di questa realtà fra poemi cavallereschi e Goliardia intesa nel senso più alto. “Goliardia è cultura e intelligenza”. Sono stato il fondatore della Goliardia sanremasca nell’anno 1962 e Granduca di Matuzia tre anni dopo. Con me quasi un centinaio di studenti universitari coinvolti e partecipi in modo persino commovente. Ritroviamo noi stessi di allora in questa esperienza di oggi: più colta ma non meno appassionante [...]
Gabriele Boscetto, Presentazione, AA.VV., Atti dell’Accademia della Pigna, nel Decennale di Fondazione, 2007-2017, Lo Studiolo, 2016, pp. 191

giovedì 10 marzo 2022

La Valle Roja è un territorio di confine

La Valle Roia tra Piena ed Olivetta San Michele (IM)

«E' una valle piena di memorie e di suggestioni. A guardare bene, insieme alle antiche pietre messe insieme dalla natura o laboriosamente squadrate dagli uomini, si dovrebbero intravvedere i fantasmi di cento personaggi: dai reali che transitavano tra le nevi del Colle, ai piccoli operai che costruirono la strada e la ferrovia. E i ponti e tutti gli altri monumenti del lavoro umano».
Giannetto Beniscelli Pierovado
La Valle Roja è un territorio di confine, un'unica valle che appartiene a due stati, tre regioni e tre province; una valle di passaggio dalla grande valenza paesaggistica a metà tra l'asprezza delle Alpi e la dolcezza della macchia mediterranea. Per la sua estensione latitudinale la Valle Roja offre una sequenza di spettacolari paesaggi: è infatti compresa nel Parco Nazionale del Mercantour nella sua parte occidentale, è incisa dalle Alpi Marittime settentrionali fino al Colle di Tenda e a est di questo dalle Alpi Marittime meridionali, dette anche Alpi Liguri, scendendo poi dolcemente fino al mare.
La Valle deve il suo nome al fiume Roja, anticamente detto Rutuba e poi Rotta, che la percorre interamente a partire dal Colle del Tenda, da cui nasce, fino alla foce presso Ventimiglia; si estende per 59 km tra la Liguria, la regione francese PACA e il Piemonte, e le province di Imperia, Nizza e Cuneo. La Valle ha oggi diverse denominazioni: in francese è detta Vallèe de la Roya, in roiasco, brigasco e intemelio Val Röia, in ligure Val Reuia e in occitano Val de Ròia.
Affiancate al fiume corrono quella che un tempo era definita la Strada Reale, oggi Strada Statale 20 per la parte italiana e Strada Dipartimentale D6204 per la parte francese, e la linea ferroviaria Cuneo-Ventimiglia.
La storia della valle Roja è strettamente legata alla trasformazione delle infrastrutture che da sempre la attraversano, in particolare alla strada che mette strategicamente in collegamento le regioni alpine con il mare, condizionando di conseguenza lo sviluppo o la decrescita dei centri abitati e delle popolazioni che abitano la valle.
Già a partire dall'epoca romana alla valle viene attribuita tanta importanza da costruirvi una via per il transito delle Legioni, mentre nei secoli seguenti diviene un passaggio commerciale strategico per i Savoia, come via di accesso al mare dal Piemonte verso Nizza, necessario per mantenersi al passo con Provenza e Genova. La strada Cuneo-Nizza, costruita dalla fine del XIV secolo, diviene poi rotabile nel 1782, assumendo per quei tempi un assetto moderno che viene poi completato e migliorato tra il XIX e il XX secolo e affiancato dalla linea ferroviaria.
Sono infatti i grandi lavori della fine del XVIII secolo che hanno reso carrozzabile nella sua totalità l'itinerario Cuneo-Nizza e solo successivamente è stato completato il tratto Cuneo-Ventimiglia. La riannessione di Nizza alla Francia, nella seconda metà del XIX secolo, non ruppe i legami economici con l'Alta Roja rimasta in territorio italiano e i legami con Cuneo e Torino rimasero importanti. La strada venne utilizzata inoltre da coloro che emigrarono dal Piemonte in direzione di Nizza e della sua regione. Negli ultimi anni la valle è infine diventata un frequentato luogo di transito per il raggiungimento di località turistiche invernali ed estive.
Oltre alle peculiarità storiche, naturalistiche e paesaggistiche nella valle si riscontrano oggi importanti problematiche relative alla gestione dell’infrastruttura ferroviaria tra Italia e Francia con pesanti ricadute socio-economiche sulle realtà locali e i diversi interessi dei due Stati sui relativi territori di pertinenza, hanno ricadute non favorevoli alla costruzione un sistema unitario. 
con tanto di differenze linguistiche e legislative. Un territorio stratificato e un paesaggio straordinario sono a contrasto con lo strascico di un recente declino che ha reso la valle sempre più una zona periferica di passaggio sia per la Francia che per l'Italia. L’interesse politico ed economico nei confronti in un'area in cui anche un’infrastruttura come la ferrovia è entrata in punta di piedi, realizzandosi come capolavoro ingegneristico rispettando allo stesso tempo il paesaggio, è da tempo venuto meno da parte di entrambi gli stati confinanti e questo ha causato la mancata cura delle stazioni e delle dogane dismesse così come degli insediamenti abbandonati.
Il presente lavoro si rivolge al "viaggiatore", cioè a tutta quella categoria di utenza che attraversa il territorio il più velocemente possibile, escludendo dal suo percorso tutte le peculiarità del paesaggio culturale che incontra durante il suo viaggio. Nel riconoscere questa utenza come strategica e potenziale per la valorizzazione del territorio stesso, si struttura idealmente un "viaggio" attraverso le tre fasi di ricerca, la cui risposta progettuale vuole proprio concentrarsi su strategie per catturare l’attenzione del viaggiatore, spingerlo a fermarsi e relazionarsi con la cultura dell'abitante.
L’obiettivo della tesi è fornire un'interpretazione di un territorio che ha tutte le potenzialità per essere non solo valorizzato, ma fortemente fruito e che le vicende legate agli interessi politici e alle infrastrutture hanno relegato a questione periferica e di secondaria importanza per entrambi gli stati coinvolti, Francia e Italia.
Il processo di conoscenza, interpretazione e valorizzazione di questo territorio ampio e complesso, ha visto in una prima fase la definizione della struttura storica del territorio, intesa come studio per sezioni storiche e produzione di carte tematiche. Questa prima parte di ricerca si è fondata sullo studio e analisi non solo della cartografia storica, di primaria e fondamentale importanza in quanto traccia delle macrostrutture di relazioni territoriali tra gli stati, ma anche su testimonianze scritte e fonti iconografiche storiche. Sono state così evidenziate e indagate le cause storiche del principale "problema" del sistema vallivo, legato alla presenza di infrastrutture riconducibili a un'idea di unità territoriale che si è realizzata solo per un breve periodo; le infrastrutture oggi sono l'unico elemento di continuità attraverso un territorio che fa riferimento a due diverse unità statali, pur riconoscendo la sua identità in un sistema culturale territoriale unitario.
La seconda parte della ricerca è dedicata alla definizione dell'identità del territorio della Valle Roya, a partire dall’identificazione del territorio stesso come parte di un sistema culturale più ampio, fino a definire e catalogare le "tracce materiali" degli elementi che costituiscono i due principali sistemi infrastrutturali della valle: il sistema viario e il sistema ferroviario. Le analisi e le schedature presentate presuppongono già un'azione di valorizzazione del territorio, intesa prima di tutto come processo di conoscenza.
La terza parte della tesi è dedicata poi alla definizione di una proposta operativa di valorizzazione, che si struttura a partire dal riconoscimento di aree omogenee in funzione di un criterio di velocità con cui l’utente, il viaggiatore, attraversa la valle. L’obiettivo è fornire i criteri a cui deve rispondere il progetto che voglia definirsi sistemico e che permetta di aumentare la permeabilità del paesaggio culturale della Valle Roya, invitando l’utente a fermarsi. La risposta progettuale proposta, si articola intorno alla riorganizzazione di aree residuali riconosciute come "nodi” infrastrutturali. Le soluzioni progettuali adottate, rispondono e si articolano intorno a un modulo proposto in seguito all'interpretazione dei muretti di sostegno che percorrono la valle come intrinseco elemento di continuità che si pone come base per un unico progetto unitario e sistemico.
Francesca Lisa, La val Roja: interpretare un territorio di confine: strategia e ipotesi per la valorizzazione degli elementi identitari del paesaggio, Tesi di laurea, Politecnico di Torino, 2016 

martedì 8 marzo 2022

Il povero Boine ha la mania di fare, alla provenzale, il grand’uomo di provincia

All'ingresso da ponente in Porto Maurizio

[San Remo, 20. 3. 17] <119
Caro Bacchelli, ho ricevuto il tuo vaglia fin da domenica. Fui costretto a telegrafarti per un contrattempo nei miei affari. Scusami. Avevo già ricevuto la tua lettera. Avrei da raccontarti un nuovo, tempestoso e definitivo incontro avuto con Boine qui a San Remo, per caso, ma non credo che ti divertirebbe. Io questa volta ci ho leticato per bene e me ne sono separato, spero per sempre, sul portone della mia casa. Lo vidi che era insieme con un impiegato intellettuale di Porto Maurizio. Non so se tu sappia che, tra l’altro, il povero Boine ha la mania di fare, alla provenzale, il grand’uomo di provincia. Dico provenzale facendogli un grande complimento, ma in verità credo che per tre quarti nella sua disgraziata composizione c’entri del sangue piemontese. Era questo il segreto anche di Serra. Bisognava tu vedessi l’aria di superiorità stupida e di humor epicureo che si dava, con tutto che ad ogni momento bisognava andare in cerca d’una panca per farlo sedere.
Interrompeva il discorso per dire: guarda quella nuvola, guarda che bell’alcione. Io tacevo molto malignamente e di quando in quando non potevo fare a meno di sgonfiarlo con qualche ironia. Figurati che cercava di erudirmi sulla storia italiana, abbozzandomi a questo proposito i più vieti e prezzoliniani luoghi comuni come se io venissi dall’America.
Fatto sta che dopo un’ora o due eravamo maturi per dirci addio. Siccome è una carogna vendicativa cercò di colpirmi nel punto più sensibile parlandomi del mio libro come io non parlavo neppure delle liriche di Onofri. Riuscì a dirmi che non capiva come della gente mi potesse stimare e cercava di spiegarselo con molti speciosi argomenti quando io, passando immediatamente dal tono caustico e discorsivo alla serietà più furiosa, lo pregai di star zitto e di levarmisi di tra i piedi. Così facemmo un altro centinaio di passi, fin che non si giunse al portone di casa mia, lui a cercar di rimediare compatibilmente con la sua dignità e io a tacere freddamente, impossibilitato non dalla rabbia ma dalla insistente volontà di non compromettere o complicare minimamente il proposito di salutarlo, ad aggiungere una qualsiasi parola. E così ci siamo salutati.
Mi dispiace perché in fondo sono persuaso che è un infelice, ma […] insulto anche all’infelicità quando la trovo così miserabile e ammorbante. A me non è mai venuto intanto di fare delle mie disgrazie un titolo di nobiltà e di diritto morale, non ho mai guardato di malocchio le persone che hanno l’aria di star meglio di me in tutti i sensi. Sarà che non sono un patetico e un sentimentale. Certo che oggi il caso di uomini che diventano severi e maldisposti con gli altri soltanto perché si sentono melanconici in sé stessi è più comune di quel che si creda.
Bisognerebbe scoprire la ragione per cui qualche nostro amico insiste a prendere tanto sul serio la cultura e la critica. Ma c’è forse bisogno di scoprirlo? Qui non c’è più senso di pudore. Questa gente ti confessa candidamente che è nevrastenica e che è desolata di vedere gli altri star bene - e magari s’inganna, si capisce. Il risultato è per me, spesso, una triste disperazione non disgiunta da un’ostinata meraviglia quasi incredula. Pensare che certe infelicità andrebbero tenute così nascoste!
Mi sono dilungato a parlarti di quest’episodio perché non sapevo che altro dirti. Oppure avresti preferito parlare della rivoluzione russa? A me mi pare che ci sia qualchecosa di futurista. Mi si passi la bestemmia. Un tempo si diceva: sono cose da operetta. Ma tu forse vedi meglio di me in questi tempi.
Volevo dirti che sono dispiaciuto di saperti così sottratto al lavoro, soprattutto quando penso che ora ti rimanderanno al fronte e che ti si presentano dei giorni forse straordinari, ma se ti può essere di conforto, come non credo, sappi che io mi sento più importante di te e non soltanto per ragioni fisiche. Le cose procedono male per la poesia. La più saggia risoluzione è ancora non pensarci troppo e cercare un appagamento - chissà quanto più propizio anche al lavoro - nel fatto che si vive - cosa più facile a te che a me che mi trovo a fare una vita eccezionale della quale potrei anche alla fine non riuscire a dare una sufficiente giustificazione. Per farti capire che queste non sono parole potrei anche dirti che da qualche tempo sono in balia di stranissime tentazioni.
E questo è il diario intimo di un povero italiano del 1917.
Scrivimi ancora prima di partire e cerca di stare bene.
Saluti a Mario e a Giorgio
Tuo affmo
V. Cardarelli
119 Due carte sciolte, la prima scritta sul r e sul v, non datate; le pagine sono state numerate da Cardarelli da 1 a 3; busta intestata: «Gd Café Glacier Européen Gambrinus», indirizzata «Riccardo Bacchelli/ Via Arienti, 40/ Bologna»; la data della lettera è ricavabile dal timbro postale di partenza SAN REMO ARRIVI E PARTENZE 20.3.17, timbro postale di arrivo BOLOGNA CENTRO 22.3.17.
Silvia Morgani, L’epistolario Cardarelli - Bacchelli (1910-1925). L’archivio privato di un’amicizia poetica, Tesi di dottorato, Università degli Studi Roma Tre, 2012

Giovanni Boine (1887-1917). Fonte: Pangea

Giovanni Boine muore il 16 maggio 1917 a Porto Maurizio che, separata da Oneglia solo dal torrente Impero, costituirà la futura Imperia. Otto anni prima che Montale, negli "Ossi di seppia", restituisse alla Liguria del primo Novecento la sua configurazione: schiocchi di merli e frusci di serpi, tra i pruni e gli sterpi; roventi muri d’orto, crepe e calvi picchi; le file delle formiche rosse che si rompono.
[...] Ecco, se vivere è, nel suo pieno, amare, per Boine l’amare fu sempre un peccare: «le cose del mondo san di peccato come sa di salso l’acqua del mare». E ciò, per l’ineludibile compromissione con la vita, ambigua e impura, renitente agli imperativi del pensiero. Come dicono, del resto, i suoi molti e inquieti amori: complicati, opachi, quando non guasti. L’amore casto, ma onirico e febbrile, per la suor Maria delle Carmelitane di Porto Maurizio, che gli valse "Il peccato" (1914): il romanzo d’un mistico contemporaneo rigoroso, ma perennemente tentato dalla vita, nel suo che d’irredimibile. L’amore contrastato, ma mai ripudiato, per Maria Gorlero, la vedova d’un vetturino e madre d’una bambina a Boine carissima. Le relazioni poco borghesi (lui che, pure, alla normalità anelava) con la moglie dell’amico Giovanni Amendola, Eva Kühn, che finirà in manicomio, e con la scandalosa Sibilla Aleramo, che ne diede poi notizia a suo modo in un romanzo, "Il frustino" (1932). Ma anche tante piccole storie (fu un uomo misteriosamente, o fin troppo spiegabilmente, irresistibile) di dongiovannismo involontario e renitente, con qualche coda di tumulto e concitazione. Epperò, l’autore del Peccato, fu anche lo scrittore perentorio e lucido ma anche avventuroso e sperimentale, delle 86 recensioni di "Plausi e botte", apparso postumo nel 1918. Secondo un percorso, che, visto ora in chiave di metafisica dei luoghi, si potrebbe rileggere come un passaggio in Liguria. C’era voluto quel troppo d’azzurro, d’insostenibile azzurro, a schiacciare tutto il paesaggio tra cielo e mare, perché il mondo sensibile s’accampasse, montalianamente, come l’inganno consueto e definitivo del vivere. Ma, a contrappunto, era insorto in Boine anche un molto ligure sentimento della concretezza e dell’operosità, di laboriosa consapevolezza, una feroce fede nel particolare, insomma un prepotente senso della realtà, proprio dentro l’amore indomabile per la vita impura, peccaminosa. Un ligure sentimento delle cose, dicevo: e il culto della precisione, al modo, se si vuole, dell’antica arte marinara di nodi e cime. Un sentimento che coagulò nel cruciale rapporto col direttore e proprietario della Riviera ligure, Mario Novaro, poeta filosofo e imprenditore oleario, che per altro affidò alla sua rivista la pubblicità dell’Olio Sasso. Così Boine, su di lui, all’amico Casati il 19 dicembre 1910: «Sono entusiasta di questa gente che dà cinque o sei ore al commercio e poi legge Hobbes e ride di Croce. (…) Le cose, le cose da vicino. Il mondo dai libri non si conosce». Ho detto di passaggio in Liguria: meglio parlare di ritorno. Nella varia bibliografia di questo singolare intellettuale non sono mai mancati, del resto, interventi di ligurissima disposizione.
[...] Sentite cosa scrive nell’autorecensione di "Plausi e botte", parlando del suo romanzo d’esordio, "Il peccato": «L’intenzione generale era di rappresentare quel lirico intrecciarsi di molto pensiero sulla scarsezza di pochi fatti: quel continuo sconfinare della poca cronistoria esteriore nella contraddittoria, nella dolorosa, angosciata complessità del pensare che è la vita di molti e la mia; intenzione di esprimere una complessità, una compresenza di cose diverse nella brevità dell’attimo, dentro un’apparente povertà di vita. Ma son tentativi: restano tentativi. Passiam oltre». Ecco: prosopopea del pensiero astratto; scarsezza di pochi fatti; povertà di vita. Passiam oltre, scrive Boine: in Liguria, a Imperia, si può.
Massimo Onofri, Tour d'autore / 4. La Liguria «minima» di Giovanni Boine, Avvenire.it, 21 agosto 2014  

In quegli anni, o poco prima, Eva incrociava Giovanni Boine, amico di Amendola, con il quale allacciava una liason rivelata per la prima volta dallo stesso figlio primogenito: "Ogni tanto mia madre scompariva dalla circolazione e ci dicevano che stava male e che era stata ricoverata in una casa di cura […]. Ma le sue crisi nervose alimentavano anche inconcludenti divagazioni sentimentali. […] Ora dal carteggio di Giovanni Boine con Emilio Cecchi è uscita fuori la storia di un incredibile viaggio romanzesco intrapreso da mia madre per incontrarsi a Genova con Boine. Per un ripensamento, o per un malessere crescente, mia madre non si fermò, tuttavia a Genova e continuò per Torino […] Il suo stato di agitazione rese necessario il suo ricovero in una casa di cura, nell’autunno del 1914 <25.
Il carteggio Boine-Cecchi avrebbe effettivamente rivelato questo legame intellettuale ed emotivo particolare, svelando i dettagli di una «intima tragedia sentimentale» <26. Dalle carte, inoltre, appare evidente che Giovanni Amendola fosse venuto a conoscenza di quel rapporto proprio dopo una ennesima crisi della moglie. E si evidenzia ancora, dal carteggio, che, rinvenuto l'epistolario amoroso di Eva, oltre a certi documenti di cui non si chiarisce la natura (forse atti che preparavano la separazione dal consorte), Amendola, per la natura delicata e intima di quei documenti, ne esigesse l'immediata restituzione. Emilio Cecchi si faceva intermediario di fiducia.
Sicché, il 13 settembre del 1914 inviava una lettera all’amico Boine, raccontando delle condizioni di Eva e dell’evolversi della vicenda in casa Amendola: "La signora non sta di peggio, sebbene neppure di meglio […]. Ma neppure Am. (Giovanni Amendola) è passato, sia pure un solo momento da lei: ha notizie per telefono […] I fatti sono questi: Am. è molto meno ciociaro di quel che credi, in realtà […] Se tu, quando la signora lucidamente ti scriveva, avessi fatto un viaggio qui per parlare ad Am., la cosa sarebbe stata meno odiosa, più umana, tanto poco egli voleva rinchiudere in un manicomio la sua moglie, sentendo ch’ella si voleva separare da lui. È come ti dissi a Roma, io credo, realmente, che lo stato di scissione fra i coniugi sia molto meno, o punto, marcato; e che le lettere che hai e i documenti, poco evadano dalla sfera di quest’ultimo stato anormale […] Senza dubbio, però, possedendo tu documenti gravi e lucidi, di quella rottura fra Am. e la moglie, tu dovevi parlare ad Am.: la signora, in fondo, è stata, nella sua follia, più lucida e morale di te, quando, nel viaggio, ha telefonato a Begey rinunciando a fermarsi a Genova; e ha voluto mettere, fra te e lei, la persona di un legale, prima di sentire rotto il suo passato col marito. Ora non c’è che aspettare […]. Resta però la questione dei documenti. Am. non vuole affatto i docum. per tenerli lui […] Vuole soltanto esserne garantito, per tutela della persona, che ora è incosciente […] Io serberò i documenti, sotto il tuo sigillo […] poi quando la signora uscirà, dirà a te e al marito la sua volontà circa ai documenti e al resto <27.
[NOTE]
25. G. Amendola, Una scelta di vita, cit., pp. 21-22.
26. Cfr. Giovanni Boine, Carteggio, II, Giovanni Boine - Emilio Cecchi (1911-1917), a cura di M. Marchione e S. E. Scalia, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1983, prefazione, p. XVI.
27. Lettera di E. Cecchi del 13 settembre 1914, in Giovanni Boine, Carteggio, II, Giovanni Boine - Emilio Cecchi (1911-1917), a cura di M. Marchione e S. E. Scalia, cit., pp. 130-131.

Antonietta G. Paolino, Eva Kühn Amendola: ovvero dell’insostenibile tragicità del vivere in (a cura di) Giovanni Cerchia, La Famiglia Amendola. Una scelta di vita per l'Italia, Studi - Convegni - Ricerche della Fondazione Giorgio Amendola e dell’Associazione Lucana Carlo Levi, 27, Edizioni Il Rinnovamento, Torino, Cerabona Editore, 2011

mercoledì 2 marzo 2022

La gran parte dei liguri si installò piuttosto a Nizza

Nizza: Giardini del Castello
 
Su Garibaldi hanno scritto in molti, biografi, come Sternini <60, detrattori e delusi, come Rolland <61, Garibaldi stesso e studiosi dell’immigrazione italiana del Sud-Est e del suo rapporto con l’antifascismo, come Schor e Milza.
Il colonnello Ricciotti Garibaldi era una personalità molto conosciuta nella colonia italiana di Nizza, dove abitava dalla fine della Grande guerra, ammirata per la sua partecipazione come volontario nella battaglia delle Argonne. Sebbene al di fuori degli ambienti partitici, Garibaldi si era dimostrato simpatizzante antifascista e nella primavera del 1923 pianificò un progetto militare per rovesciare il regime, unendo masse immigrate ed altre egualmente inquadrate in territorio italiano. Si trattava delle cosiddette “avanguardie garibaldine”, gruppi di volontari in camicia rossa, animati dallo spirito romantico garibaldino, che dallo spontaneismo iniziale si strutturarono in vere e proprie legioni. Vi aderivano tutti i partiti in esilio, fuorché comunisti e anarchici (le cui ragioni politiche sono spiegate nel dettaglio da Manfredonia <62), ed anzi questi ultimi vollero formare gruppi d’azione propri, sotto la guida di un fuoriuscito spezzino, l’anarchico Tintino Rasi, “sovversivo” della prima ora, e del celebre Paolo Schicchi, figura cardinale della rete antifascista ligure nel Sud-Est francese <63. L’associazione combattentistica “Italia Libera”, protetta dalle reti massoniche, fondata nel ‘23 dalla medaglia d’oro Raffaele Rossetti, allora ancora nella sua Rapallo da dove sarebbe espatriato, dava invece il suo appoggio all’operazione garibaldina dalla Liguria. Garibaldi cercò finanziamenti per le sue legioni, che affluirono probabilmente grazie ai rapporti con la massoneria di Palazzo Giustiniani e con la consorella francese, ai legami con i radicali francesi e i dirigenti del Cartel delle sinistre. I rapporti tra antifascismo e massoneria sono stati indagati da Santi Fedele, e la vicenda dei fratelli Garibaldi rientra in questa storia che si intreccia con quella dell’esilio e della clandestinità, pur mantenendo una propria autonomia storiografica <64. Alla fine del 1924 la mobilitazione delle “avanguardie” subì una fase d’arresto: il governo Herriot aveva compreso i rischi diplomatici che andava assumendosi, concedendo l’esistenza in territorio francese dei legionari; intanto si scopriva che Ricciotti aveva dilapidato i fondi raccolti per fini personali <65. Dopo il clamoroso fallimento delle legioni garibaldine, Ricciotti fu avvicinato dagli uomini del regime che lo corruppero, sfruttando le sue debolezze materiali e morali <66. Tornato a Parigi, nonostante le diffidenze degli stati maggiori antifascisti e della polizia francese, egli fu però protetto dalla Sûreté Générale, con la quale aveva evidentemente avuto rapporti segreti. Tombaccini racconta che i giornali francesi non nascosero le perplessità sul comportamento del governo e la sua censura. La Sûreté si era servita di Garibaldi per screditare il governo italiano di fronte al panorama internazionale, guadagnando un informatore <67.
[NOTE]
60. Enrico Sternini, Ricciotti Garibaldi: la vita, il pensiero, l’azione, Erolm, Roma s.d.
61. Hugo Rolland, Gli anarchici e il tradimento di Ricciotti Garibaldi, s.n., s.l. 1975.
62. Cfr. Manfredonia, «Les anarchistes italiens en France dans la lutte antifasciste», cit.
63. Cfr. Tombaccini, Storia dei fuoriusciti cit., p. 21.
64. Santi Fedele, La massoneria italiana nell’esilio e nella clandestinità: 1927-1939, Franco Angeli, Milano, 2005.
65. Tombaccini, Storia dei fuoriusciti cit., pp. 19-29.
66. Ibidem, p. 22.
67. Ibidem, pp. 43-49; Fedele, La massoneria italiana nell’esilio, cit.

Emanuela Miniati, La Migrazione Antifascista dalla Liguria alla Francia tra le due guerre. Famiglie e soggettività attraverso le fonti private, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Genova in cotutela con Université Paris X Ouest Nanterre-La Défense, Anno accademico 2014-2015
 
Ralph Schor, allievo di Milza, ha fornito un quadro dettagliato dell’immigrazione italiana a Nizza e in Costa Azzurra tra le due guerre, evidenziando la prevalenza piemontese e transfrontaliera, le caratteristiche sociali e lavorative, i rapporti con le altre comunità immigrate; un’analisi più datata ma ancora utile si rivela quella di Anne-Marie Faidutti Rudolph, sebbene non si tratti di uno studio storico ma geografico <21. Il contesto marsigliese è ben delineato da una storiografia particolarmente approfondita, che si avvale delle ricerche di Emile Temime e Marie-Françoise Attard-Maranchini <22. Sulla base di questi studi si innestano le vicende degli antifascisti liguri, ricostruite attraverso i percorsi individuali che andavano a tessere le reti del fuoriuscitismo regionale.
Tradizionalmente insediati tra Marsiglia e Tolone, fra le due guerre i liguri si erano approssimati al confine italiano, installandosi nelle Alpi Marittime e in particolare a Nizza. Fino alla Grande guerra Marsiglia era stata la prima destinazione italiana in Francia e i liguri vi figuravano tra le principali comunità regionali, ma a partire dagli anni Venti la città focena venne scalzata da Parigi. Non fu però così per i liguri, che predilessero la migrazione di prossimità <23. La gran parte dei liguri si installò piuttosto a Nizza, dove in epoca fascista gli italiani raggiunsero il 25% della popolazione <24. I legami tradizionali con Marsiglia, seppur minoritari, non vennero però allentati dai liguri ed anzi sarebbero stati alimentati da un filone ben determinato per appartenenza politica e provenienza regionale.
Quando il fuoriuscitismo italiano si definì compiutamente con l’emanazione delle leggi fascistissime del 1926, Nizza era ormai una delle più grandi città della Francia e contava 179.000 abitanti, di cui il 29% era costituito da stranieri. Tra gli immigrati, gli italiani contavano ben il 76,9% per un totale di circa 40.000 transalpini censiti proprio in quel 1926 <25. La maggior parte di essi proveniva dal Piemonte, nello specifico dal Cuneese, e dalla provincia di Imperia, ma i liguri costituivano un numero relativamente elevato se si pensa alle proporzioni regionali ossia il 12,1%, seguiti da toscani, umbri e calabresi. Si trattava di un’immigrazione di lavoro, spesso dovuta alla riconversione di fabbriche di guerra o alla chiusura di arsenali, che sarebbe stata poi incrementata dalla migrazione politica <26.
La colonia italiana, a differenza di altre immigrazioni tipiche della Costa Azzurra come ad esempio quella inglese, russa, svizzera o spagnola, era tradizionalmente organizzata come installazione familiare, con una parità di uomini e donne, contrariamente ad altri gruppi, sia che si trattasse di immigrazione di lavoro, come ad esempio quella spagnola, essenzialmente maschile, o quella femminile delle “bonnes à tout faire” impiegata nei servizi domestici, ma anche in quella turistica e di loisir, americana, russa o inglese <27.
Per ciò che riguarda il lavoro, gli italiani rappresentavano allora ben il 33%  della popolazione attiva nizzarda, impiegati minimamente nel settore primario, per la maggior parte (il 54,5%) nel secondario delle industrie edilizie, nei nuovi grandi quartieri operai costruiti proprio negli anni Venti per accogliere le masse immigrate lungo la riva sinistra del fiume Paillon, e ancora artigiani con varie specializzazioni, come i tipici “cordonniers”, ciabattini, e infine un buon numero lavorava anche nel terziario, il 38,8%, nel campo turistico o commerciale <28. La Vieille Ville, ovvero il centro storico della città, era molto italianizzata, a differenza delle installazioni di altri gruppi immigrati che non potevano godere di una solida comunità impiantatasi già nel corso dell’Ottocento e radicatasi nell’era della Grande emigrazione. Mescolati agli autoctoni, gli italiani di vecchia e nuova immigrazione del centro conducevano i loro negozi nelle strette vie del borgo, alimentari perlopiù, e piccole botteghe di artigianato <29.
Giuseppe “Moretto” Amoretti, imperiese, gestiva proprio con la moglie un negozio di commestibili nei vicoli della Vieille Ville, che era riuscito a rilevare grazie alla dote della moglie, poiché lui era caduto in disgrazia dopo un grave dissesto finanziario che lo aveva spinto a partire, oltre al pericolo costituito dalle sue simpatie comuniste <30.
L’acquisizione di un negozio in proprio, a conduzione familiare, rappresentava il raggiungimento di un certo successo economico, di una riuscita del progetto migratorio, e si realizzava proprio in età adulta, dopo aver accumulato guadagni grazie ad un piano familiare <31. Andrea Aonzo, quilianese, faceva invece il calzolaio e così il fratello Girolamo, proseguendo a Nizza il mestiere appreso e coltivato in famiglia in Italia, in un quartiere molto periferico della città, a Saint-Augustin, al confine con Saint-Laurent-du-Var <32. Similmente Stefano Biancheri, calzolaio di Bordighera, era riuscito a continuare la propria attività anche all’estero, nel paese di Beausoleil, a pochi passi da Nizza <33. Ernesto Astegiano, valbormidese, era invece idraulico e aveva insegnato il mestiere ai figli, che lavoravano con lui.
Dall’estrema periferia Ovest sull’avenue de la Californie grazie alle rendite della piccola impresa poté spostarsi in una zona più centrale e turistica, lungo la famosa Promenade des Anglais <34.
[...] Vi era poi chi si inseriva nel settore dei servizi, particolarmente sviluppato in virtù del turismo e dell’immigrazione di villeggianti, come Giovanni Battista Magliotto, della campagna savonese di Gameragna che, se nel paese natale era falegname, a Nizza si adattò al nuovo contesto reinventandosi bigliettaio sugli autobus della Costa Azzurra <35. Ester Biancheri, figlia di un ex assessore comunista dell’Imperiese emigrato a Éze, che aveva trovato lavoro prima come agricoltore, poi come salumiere e infine marmista per contribuire al bilancio familiare, aveva invece potuto mantenere a Éze il proprio impiego di commessa già svolto in Italia <36. Alcuni antifascisti divennero giardinieri, come Giovanni Battista Vivaldi, che fu addirittura assunto nel palazzo del principe di Monaco, evidentemente abile nel mestiere, provenendo dalla Riviera dei fiori <37.
Anche Giuseppe Marabotto, quilianese, pur non natio del Ponente e di origine operaia, riuscì a trovare posto come giardiniere presso il municipio di Nizza, adattandosi alle richieste del mercato locale <38. L’amministrazione dipartimentale si occupava annualmente di valutare la manodopera stagionale necessaria alla raccolta dei fiori, delle olive, ai servizi di giardinaggio, insomma ai lavori agricoli, e in particolare selezionava i lavoratori italiani in accordo con le associazioni agricole e orticolticole <39.
Chi faceva l’operaio talvolta abitava in quartieri poveri e periferici, come ad esempio Augusto Ludovico Amoretti, socialista di Oneglia, allora comune ancora diviso da Porto Maurizio, che risiedeva nella frazione di Ventabrun, alla periferia Nord-occidentale della città <40.
Era raro tuttavia riscontrare antifascisti liguri installati nelle zone più degradate come il Paillon, in certi tratti vera e propria baraccopoli e quartiere cosmopolita popolato da un’immigrazione di lavoro.
Tra le donne italiane, chi emigrava sola, come era accaduto ad esempio in gioventù alle sorelle Maccario <41, era occupata solitamente come personale di servizio, ovvero come domestica, “femme de chambre” o “bonne à tout faire” come venivano denominate le donne assunte come cameriere, massaie, sorveglianti, alloggiando presso la famiglia dove lavoravano. Diversamente le donne sposate erano spesso occupate nel settore del vestiario e in particolare come sarte, o anche più modeste stiratrici e lavandaie <42. Elvira Angella era diventata première couturière a Nizza, aveva cioè avanzato nella carriera nelle fabbriche di artigianato sartoriale locali <43. Un caso interessante è quello di Anita Laura Liprandi, militante antifascista tenace, che gestiva assieme al padre e al marito una tipografia a Mentone, rendendosi nota per i suoi interessi e impegni politici <44.
Schor spiega che trattandosi di un’immigrazione di lavoro, l’età media della colonia italiana oscillava tra i venti e i sessant’anni, e la percentuale di questa tranche aumentò sensibilmente nella prima metà degli anni Venti; l’età media cominciò però a salire poiché giungevano sempre più capifamiglia in cerca di lavoro e gli immigrati di più antica data cominciavano ad assumere comportamenti tipici della società francese, ovvero un controllo malthusiano delle nascite <45.
La maggior parte degli antifascisti liguri emigrati nel Nizzardo dalle varie province della regione oscillavano tra i 24 e i 35 anni, spesso emigrati all’indomani delle rappresaglie fasciste e dei primi processi agli arditi. Non sempre però questi giovani erano partiti nei primi anni Venti, per cui si assistette all’arrivo di diverse generazioni, poiché i ventenni e trentenni del 1923-1924 non appartenevano alla stessa generazione dei giovani a cavallo del nuovo decennio <46.
Con l’avvento delle nuove ondate di esuli seguito all’emanazione delle leggi eccezionali e poi, soprattutto, con il fenomeno dei ricongiungimenti familiari degli anni Trenta, di fronte alle chiusure delle politiche immigratorie italo-francesi, mutò sensibilmente la composizione e l’età della comunità antifascista immigrata.
I fuoriusciti degli anni Venti, allora giovani, erano ormai adulti in età matura, si riunivano alle mogli giunte negli anni Trenta e a volte anche al resto della famiglia allargata; fuggiti giovani, fidanzati o appena sposati, spesso non avevano ancora figli.
Chi arrivava negli anni Trenta erano, come si vedrà più approfonditamente nel V Capitolo, famiglie intere, e non avveniva più il tipico fenomeno dell’abbassamento dell’età media grazie all’arrivo di un nuovo flusso di giovani uomini soli.
A volte alcune mogli riuscivano già a raggiungere nei primi anni Venti i mariti espatriati assieme ai propri figli, abbassando così l’età media della popolazione immigrata <47.
[NOTE]
21. Anne-Marie Faidutti Rudolph, L’ immigration italienne dans le Sud-Est de la France, étude géographique, Louis-Jean, Gap 1964.
22. Aa.Vv., Migrance. Histoire des migrations à Marseille. 4 voll., a cura di Emile Temime (vol. 3: Le cosmopolitisme de l’entre-deux-guerres (1919-1945), a cura di Emile Temime e Marie-Françoise Attard-Maranchini, 1990), Edisud, Marseille 1989-1991.
23. Milza cit., pp. 445-449; Jacques Girault, «Les Italiens du Var entre les deux guerres», in L’Intégration italienne en France cit., pp. 251-269; Ralph Schor, «L’intégration des Italiens dans les Alpes-Maritimes», in L’Intégration italienne en France cit., pp. 271-279.
24. Henriette Carlès, Geneviève Laurent, La population étrangère de Nice en 1926. Etude géographique, Université de Nice, Laboratoire de géographie Raoul Blanchard, série «Etudes humaines régionales », n. 1, s.d., pp. 2-5, 22; Ralph Schor, «Les Italiens dans les Alpes Maritimes», in Aa.Vv., L’ immigrations italienne en France dans les années 20. Actes du colloque franco-italien, Paris 15-17 octobre 1987, Editions du Cedei, Paris 1988, p. 200.
25. Carlès, Laurent cit., pp. 2, 4.
26. Schor, «Les Italiens dans les Alpes Maritimes» cit., p. 200.
27. Carlès, Laurent cit., pp. 4, 8; Schor, «Les Italiens dans les Alpes Maritimes» cit., p. 202.
28. Carlès, Laurent cit., pp. 2, 13, 18, 21.
29. Carlès, Laurent cit., pp. 20-21; Schor, «Les Italiens dans les Alpes Maritimes» cit., p. 204.
30. Cpc: b. 105, f. Giuseppe Amoretti.
31. Schor, «Les Italiens dans les Alpes Maritimes» cit., p. 204.
32. Cpc: b. 165, ff. Andrea Aonzo, Girolamo Aonzo.
33. Cpc: b. 611, f. Stefano Biancheri.
34. Cpc: b. 209, f. Ernesto Astegiano.
35. Cpc: b. 2924, f. Giovanni Battista Magliotto.
36. Cpc: b. 611, ff. Ester Biancheri, Giobatta Biancheri.
37. Cpc: b. 5457, f. Giovanni Battista Vivaldi.
38. Cpc: b. 3011, f. Giuseppe Marabotto (n. 1898).
39. Adam: 10M 20: février 1928.
40. Cpc: b. 105, f. Augusto Ludovico Amoretti.
41. Cpc: b. 2869, f. Maria Teresa Maccario.
42. Cfr. Carlès, Laurent cit. Si parlerà più approfonditamente del lavoro dei migranti e in particolare di quello femminile nel Capitolo V.
43. Interviste a Adria Marzocchi e Georgette Marabotto cit.
44. Cpc: b. 2794, f. Anita Laura Liprandi.
45. Shor, «Les Italiens dans les Alpes Maritimes» cit., p. 200.
46. Cpc: b. 105, f. Giuseppe Amoretti; b. 165, ff. Andrea Aonzo, Gerolamo Aonzo; b. 2924, f. Giovanni Battista Magliotto; b. 611, f. Stefano Biancheri; b. 3011, ff. Silvio Marabotto, Ernesto Marabotto, Giuseppe Marabotto (n. 1870); b. 196, f. Dante Arnecchi; b. 3678, f. Carlo Palmero; b. 135, ff. Elvira Angella, Attilio Angella; b. 3117, f. Umberto Marzocchi; b. 2794, ff. Anita Laura Liprandi, Angela Liprandi; Dpp: f. Ida Liprandi; Cpc: b. 3404, f. Adriano Antonio Moresco.
47. Cpc: b. 135, f. Elvira Angella; b. 611, ff. Ester Biancheri, Giovanni Battista Biancheri; b. 4291, f. Linda Revoir; b. 2794, f. Arturo Mario Dino Antonio Liprandi; b. 2795, f. Liutprando Liprandi. Intervista a Adria Marzocchi cit.
Emanuela Miniati, Op. cit.
 
Il coinvolgimento dei consoli nelle attività di controllo e di repressione dell’opposizione era tanto dichiarato da essere noto e conosciuto, almeno nel caso specifico della Francia, anche alle autorità del paese ospitante. Queste ultime non erano affatto favorevoli ad uno sbilanciamento in senso politico della rete di rappresentanza italiana sul proprio territorio. Di conseguenza, già nel gennaio del 1926, il Ministro dell’Interno francese portava l’attenzione del Presidente del Consiglio «sur le rôle généralement dévolu aux représentants officiels italiens sur notre territoire de surveiller le mouvement antifasciste et d’organiser la répression des menées communistes» <52. La Lega dei Diritti dell’Uomo, che come si vedrà si fece carico a più riprese dell’assistenza agli immigrati politici ed economici provenienti dall’Italia, intervenne presso il Ministero dell’Interno in favore degli immigrati italiani, minacciati di perdere le sole istituzioni incaricate ufficialmente all’estero della loro tutela. Essa attirava in particolare l’attenzione del Ministro dell’Interno sul fatto che il Governo italiano inviava presso i consolati agenti «chargés de remplir des missions qui n’auraient rien de commun avec leurs fonctions normales» <53.
[...] L’adozione di queste misure è indicativa del fatto che il regime intendeva ormai reprimere con forza il fenomeno dell’emigrazione degli oppositori, escludendo dalla civitas quanti avevano già varcato la frontiera e cercando di impedire - o quanto meno di frenare - gli espatri di coloro che erano ancora in Italia. <135 L’impatto di tali politiche era complesso, e si rifletteva tanto nei rapporti con il paese ricettore <136 quanto sullo status della comunità italiana all’estero. Per quanto attiene quest’ultimo aspetto, in Italia il Ministro Rocco affermava a chiare lettere che gli ex-cittadini divenivano «apolidi» <137. Di converso, in Francia la situazione diveniva ancor più complessa e ricca di sfumature.
[...] Tra le iniziative per controbilanciare le pressioni francesi è interessante citare quella proposta dal console di Nizza, approvata dal Ministro degli Esteri Dino Grandi. Agli italiani nati in Francia sarebbe stata inviata, al compimento del diciottesimo anno di età, la seguente lettera: «Egregio connazionale, La R. Ambasciata ed il R Consolato di … intendono che i nomi dei giovani i quali, all’età necessaria, fanno dichiarazione di opzione per la cittadinanza italiana, siano segnalati, insieme ai nomi dei loro genitori, in un Albo d’onore che sarà esposto al pubblico nel Municipio della città o della borgata da cui la famiglia è originaria. Ella è pertanto pregata di voler presentare, a suo tempo, a questo regio Consolato, la dichiarazione che, relativamente all’opzione da lei fatta per la nazionalità italiana, le rilascerà il giudice di pace, così che questo consolato possa dare notizia alle autorità del suo luogo d’origine della affermazione di italianità da lei compiuta.» - Cfr. nello stesso faldone Ministero degli Affari Esteri, Direzione Generale degli Italiani all’Estero, circolare n. 19, oggetto: azione di difesa contro la snazionalizzazione, 14 marzo 1928.
[...] In un rapporto del mese di dicembre del medesimo anno, il 1929, il Console Generale italiano a Nizza riferiva al Ministero della Giustizia che la Lega dei Diritti dell’Uomo stava esercitando una forte pressione sul governo francese affinché Cassani non fosse consegnato all’Italia <174. Il Console rimarcava che il Cassani veniva «presentato come un perseguitato politico del fascismo». <175
[NOTE]
52 ANF, MI, F7/13457, rapporto del Ministro dell’Interno, DG Sureté générale, al Presidente del Consiglio, Ministero degli Affari Esteri, circa la nomina del nuovo vice-console italiano a Nizza Romolo Azzati, 25 gennaio 1926. Nello stesso faldone cfr. anche lettera del Commissario speciale di Nizza al Prefetto delle Alpi Marittime e p.c. a Sureté Générale e al Directeur Police Etat, «Italiens suspects à surveiller». Riferendosi ai nuovi viceconsoli nominati in diverse città francesi il Commissario commentava: «il appartient à cette catégorie de Vice-Consuls récemment nommés dans diverses villes de France et qui ont appelé l’attention de grands journaux de Paris […] Déjà Azzati s’est mis à la besogne et il use de tous les moyens, persuasion et menace, pour reconstituer et développer le fascio de Nice qui était en sommeil depuis plus de deux ans, à la grande satisfaction des italiens en général qui participaient ici à la prospérité commune et qui jouissent d’une liberté inconnue dans leur pays».
53 BDIC, LDH, F Delta Rés 798/75, lettera del segretario generale della LDH a E. Campolonghi, «Italiens - agents consulaires en France», 27 agosto 1928. Cfr. ivi la corrispondenza in materia del gennaio 1930 e gli appelli inviati al Ministero dell’Interno nello stesso periodo; cfr. ivi, anche lettera della LIDU alla LDH secondo cui «dans presque toutes les localités, le Consulat n’est plus représentant de l’Etat italien et l’organe de défense et d’assistance de toute l’émigration italienne. Il n’est plus que l’organe du Parti National Fasciste et de ses directes liaison: les Faisceaux à l’étranger», s.d.; ed infine ivi, «Note pour le bureau» secondo cui «c’est malheureusement une question d’ordre absolument national et dans lequel nul Etat n’admettra jamais qu’un autre Etat intervienne». Sulla Lega dei Diritti dell’Uomo cfr. E. Naquet, La ligue des droits de l’homme: une association en politique (1898-1940), Paris, Institut d’Etudes Politiques, 2005; sulla sezione italiana della Lega cfr. E. Vial, LIDU ‘23-‘34: une organisation antifasciste en exil, la Ligue Italienne des Droits de l'Homme, de sa fondation à la veille des fronts populaires, Lille, ANRT, 1987.
135 Cfr. P. Milza, Les italiens en France d’une guerre à l’autre, cit., p. 17.
136 Cfr. ANF, MI, F7/17458, lettera del Commissario speciale di Mentone alla Prefettura di Nizza, «Renforcement de la suveillance à la frontière italienne», 20 ottobre 1926.
137 Cfr. CDD, Atti parlamentari, discussione del 25 gennaio 1926 sul disegno di legge sulla modifica alla legge n. 555 sulla cittadinanza italiana.
174 Sull’attività della Lega in sostegno di Cassani, cfr. CDH, dicembre 1929, pp. 19.
175 ACS, MGG, EST, b. 6. Rapporto del Console Generale a Nizza indirizzato al Ministero degli Affari Esteri Italiano, Ufficio V, 10 dicembre 1929.

Costanza Di Ciommo Laurora, L’asilo politico nelle relazioni franco-italiane. I signori nessuno e l’impossibile status dell’opposizione italiana all’estero (1920-1986), Tesi di dottorato, Università Ca' Foscari Venezia, 2014