venerdì 24 gennaio 2020

La persecuzione antiebraica in provincia di Imperia (1938-1945)

Villatella, Frazione di Ventimiglia (IM) ed il Monte Gramondo
 
Le tracce più significative della presenza ebraica in provincia di Imperia risalgono agli inizi del ‘900 e si trovano nel cimitero monumentale della «Foce» a Sanremo. Negli anni ‘20 avvenne una prima immigrazione in Riviera di ebrei provenienti dal Nord-Italia [...]

Dagli anni ‘30 si aggregarono a questo nucleo, ebrei provenienti dai paesi mitteleuropei e in particolare dalla Germania, in seguito all'ascesa politica di Hitler. [...] Il 23 aprile 1937 la Comunità genovese approvava la costituzione di una Sezione a Sanremo. All’epoca esistevano in città tre piccoli oratori privati e una pensione che forniva vitto kasher. La vita religiosa si svolgeva con regolarità ed era accompagnata da notevoli contrasti interni, accentuati dalla mancanza di un rabbino stabile.

Nei primi mesi del 1938 la Sezione contava 110 iscritti ed era costituita in maggioranza (70%) da stranieri. L’analisi delle professioni esercitate dai contribuenti ne consente la collocazione tra la classe medio borghese. Allo scopo di accertare la consistenza degli israeliti residenti in Italia, fu indetto per il 22 agosto 1938 un minuzioso censimento. La rilevazione accertò la presenza in Provincia di 260 ebrei di cui 160 di nazionalità straniera. [...]

L’applicazione delle normative anti-ebraiche e le sue conseguenze

Il 5 settembre 1938 fu vietato agli ebrei l’insegnamento e l’iscrizione alle scuole pubbliche d'ogni ordine e grado e l’esercizio della libera docenza. Il 7 settembre fu disposto che gli stranieri ebrei residenti in Italia dopo 1° gennaio 1939 avrebbero dovuto lasciare il paese entro sei mesi dalla data di pubblicazione del decreto. I decreti successivi vietavano agli ebrei, tra l’altro, l’esercizio del servizio militare, il matrimonio con cittadini italiani di «razza ariana» e il lavoro subordinato in favore dello Stato, delle province, dei comuni degli enti o imprese di diritto pubblico.

In base al Decreto legge del 7 settembre, circa 5.000 ebrei stranieri avrebbero dovuto lasciare il paese entro il 12 marzo 1939. Le gravi difficoltà incontrate nel loro allontanamento, spinsero il Ministero dell'interno, nel gennaio e nell’aprile del 1939, a impartire istruzioni ai prefetti affinché «fosse agevolato con ogni mezzo l’esodo degli ebrei».

Da quel momento, le questure del Nord-Italia e le organizzazioni di soccorso ebraiche italiane avrebbero dovuto dirigere gli ebrei verso i commissariati delle città di confine. L’espulsione verso la Francia era la soluzione più praticabile perché la frontiera era poco presidiata e offriva buone possibilità di entrarvi illegalmente.

Dalla primavera del 1939 centinaia di ebrei avrebbero raggiunto la Provincia; il prefetto avrebbe dovuto gestire gli allontanamenti, cercando di evitare problemi d'ordine pubblico: l'obiettivo da raggiungere giustificava i metodi che sarebbero stati impiegati.

Si procedette all’immediata legalizzazione di attività illegali; la milizia confinaria rilevò i contrabbandieri e assunse il ruolo di «passeur di Stato»; i barcaioli divennero uno strumento indispensabile. I pescatori furono incoraggiati ed ebbero garantita ampia libertà di azione. Le autorità locali avevano preteso dalle organizzazioni assistenziali ebraiche un maggiore coinvolgimento, anche finanziario, nell’esodo, auspicando altresì una più efficiente organizzazione dei trasporti clandestini.

L’arrivo in massa degli ebrei incoraggerà, dal luglio del 1939, la nascita di numerose «agenzie di navigazione clandestina», che nel mese di agosto riusciranno a trasportare con successo oltre confine più di 400 ebrei.
Le agenzie si erano rapidamente riorganizzate, dopo aver perso parte della flotta e numerosi barcaioli, reclutando altri pescatori e acquistando imbarcazioni a motore. In quell'estate la maggior parte delle partenze avveniva dalla spiaggia di “Bagnabraghe”. Si tratta di una piccola insenatura situata a levante della città di Bordighera [...]

Le autorità locali assunsero la gestione quasi completa degli allontanamenti attraverso i sentieri di montagna, riuscendo a impedire i tentativi d'interferenza nell'esodo da parte di guide locali.
A Ventimiglia, i funzionari di P.S. convocavano i capi squadra della milizia confinaria per concordare i tempi e luoghi dell'espulsione, attraverso le montagne, degli ebrei che da troppo tempo soggior-navano in città. Gli ebrei erano condotti sotto scorta alle caserme della milizia o della finanza di Ciotti e Olivetta. [...] Le caserme e i rifugi situati lungo questi percorsi funzionavano da centri di raccolta e smistamento degli ebrei in procinto di essere espulsi. Il sentiero Passo Muratone-Saorge fu, invece, utilizzato in modo occasionale dai contrabbandieri che, eludendo i rigidi controlli delle guardie confinarie, riuscivano condurre i clandestini a destinazione.

Dal luglio del 1939, le vie terrestri persero il ruolo fondamentale che avevano ricoperto fino a quel momento a causa dello sviluppo delle «agenzie marittime», in grado di trasportare rapidamente interi gruppi familiari a prezzi interessanti. Si ritiene che, utilizzando le vie terrestri e marittime, non meno di 3.500 ebrei stranieri abbiano raggiunto clandestinamente la Francia negli anni 1938-1940.

[...]

Gli arresti e le deportazioni (1943-1944)

Nella primavera del 1943 la presenza ebraica si accrebbe grazie all’arrivo di connazionali rimpatriati dalla Francia. [...]
La stagione del terrore ebbe inizio il 18 novembre 1943 a Bordighera con l’arresto dei tre membri della famiglia Hassan. Nella tragica notte tra il 25 e il 26 novembre, uomini delle SS e agenti della polizia italiana operarono una grande retata. Vi incapparono trentacinque ebrei che furono arrestati a Ventimiglia, Bordighera e Sanremo. Furono rinchiusi nelle carceri di Sanremo e Imperia e trasferiti successivamente a Genova.

Il 5 dicembre 1943 il Ministro degli Interni della Repubblica Sociale Italiana ordinava che «tutti gli ebrei, anche se discriminati fossero arrestati ed internati in appositi campi di raccolta provinciali e i loro beni mobili e immobili sottoposti ad immediato sequestro».

In provincia il campo fu istituito a Vallecrosia, in un’area già occupata da edifici militari. Entrò in funzione nel febbraio 1944 e fu chiuso nell’agosto dello stesso anno. Nel campo furono internati soprattutto prigionieri politici, genitori dei renitenti alla leva e solamente cinque ebree arrestate a Bordighera e Sanremo. Nei mesi successivi i pochi arresti operati appaiono riconducibili allo squallido fenomeno delle delazioni. Alcune famiglie che, invece, erano riuscite fortunosamente a sottrarsi alla cattura partirono immediatamente e si diressero con successo verso la Svizzera. Altri nuclei familiari o singoli furono nascosti e protetti da amici o conoscenti; alcuni trovarono rifugio presso istituti religiosi.
Una nuova recrudescenza della caccia all’ebreo si registrò nell’aprile 1944, quando furono arrestati a San Remo cinque anziani ebrei. Tra questi figurava anche Elena Abraham che sarebbe morta in carcere a Imperia. [...]
 
Paolo Veziano in Memoria delle Alpi


[Paolo Veziano è anche autore di Ombre al confine. L’espatrio clandestino degli Ebrei dalla Riviera dei Fiori alla Costa Azzurra 1938-1940, ed. Fusta, 2014;  Sanremo. Una nuova comunità ebraica nell'Italia fascista. 1937-1945, Diabasis, 2007; Ombre di confine: l'emigrazione clandestina degli ebrei stranieri dalla Riviera dei fiori verso la Costa azzurra, 1938-1940, Alzani, 2001]

 

In questo libro è descritta una comunità ebraica diversa dalle altre, perché nuova. Non si può proprio dire che gli anni del fascismo fossero i più adatti al sorgere di una nuova comunità, eppure la storia di Sanremo, narrata da Paolo Veziano, dimostra quali sforzi siano possibili anche sull'orlo del nulla. L'autore inserisce nella sua narrazione alcune variabili importanti, che aiutano a leggere il libro in una prospettiva di lunga durata: la storia degli ebrei "stranieri", contro i quali vi fu da parte del regime un vero e proprio accanimento legislativo, che molto dovrebbe farci riflettere, come scrive Alberto Cavaglion nella prefazione. "Se mettessimo quell'accanimento a confronto con altre politiche verso gli "stranieri", non necessariamente legate all'antisemitismo, non ci accorgeremmo che, in Italia, il pregiudizio contro il diverso viene sempre a colorarsi di xenofobia più che di ogni altra forma di odio razziale?". Il volume non trascura di valutare anche la presenza di alcun figure molto rappresentative, come Walter Benjamin e Serge Voronoff. Del soggiorno di Benjamin a Sanremo e dell'importanza che ebbe la pensione gestita dalla ex-moglie, discute Giulio Schiavoni. Del ruolo essenziale che ebbe per la comunità sanremese lo scienziato russo Serge Voronoff, trasferitosi a Grimaldi nel 1925, è fornita infine una ricca e inedita documentazione.
Paolo Veziano, Sanremo. Una nuova comunità ebraica nell'Italia fascista 1937-1945, Diabasis, 2007 
 
Il libro di Paolo Veziano [...] Esso è il frutto di cinque anni (tanti sono almeno gli anni trascorsi dalla pubblicazione della precedente fatica di Veziano “Ombre di confine“, casa editrice Alzani), cinque anni, dicevamo, di lunghe, pazienti e scrupolose ricerche negli archivi provinciali, regionali, nazionali e persino internazionali, per gettare luce su una realtà, la comunità ebraica di Sanremo, apparentemente piccola ma molto significativa e per la presenza di alcune personalità di grande spessore e prestigio e per la sua anomalia essendo nata negli anni bui del fascismo quando in Italia le comunità ebraiche esistenti tendevano a sciogliersi o ad estinguersi [...] "Se essere ebrei è stato ed è a tutt’oggi abbastanza difficile, essere ebrei stranieri è stata addirittura una tragedia in una nazione come la nostra che pur non essendo pervasa da fanatismo antisemita è pur sempre attraversata da strisciante ostilità nei confronti degli stranieri", come dice giustamente Alberto Cavaglion nella bella prefazione a questo libro. Non a caso in quegli anni drammatici la vera emergenza nella cosiddetta questione ebraica riguardò, e non solo a Sanremo, gli stranieri contro i quali vi fu da parte del regime un vero e proprio accanimento legislativo, a conferma appunto del fatto che in Italia accanto a rivoli di antisemitismo scorrevano e scorrono ancora torrenti di xenofobia e di discriminazioni e di paura per il diverso [...] Veziano, dopo aver menzionato gli antichissimi rapporti commerciali tra gli Ebrei e il nostro paese risalenti al medioevo e riguardanti l’acquisto da parte di ebrei di cedri, palme e mirti per le loro funzioni re­ligiose, e dopo aver accennato a sporadiche e temporanee presenze giudaiche sul no­stro territorio, in epoche successive, si occupa dell’insediamento e della vita degli ebrei nella Riviera di Ponente in tre fasi successive: 1930-38; 1938-43 e 1943-45. Durante la prima fase gli ebrei stranieri, giunti in Riviera per turismo, per ragioni di salute o per sottrarsi all’atmosfera sempre più asfittica e opprimente che si respirava nei paesi dell’Europa centrale e orientale, si illusero, visto il conformismo fascista di molti ebrei italiani, che persecuzioni e rappresaglie nel nostro paese non potessero avvenire. Le cose, comunque, cambiarono radicalmente nel 1938 con i provvedimenti contro gli ebrei stranieri e successivamente con quelli per la difesa della razza italiana, per poi precipitare irrimediabilmente con la stagione del terrore negli anni 1943-45. In quest’ultima fase si ebbero in rapida successione la caccia all’ebreo, le perquisizioni con il sequestro dei loro beni, l’apertura del campo di concentramento di Vallecrosia e infine la deportazione; dalla Riviera furono mandati nei campi di sterminio cinquantacinque ebrei e solo cinque di costoro ebbero la fortuna di ritornare vivi, segnati però irrimediabilmente nel corpo e nello spirito da ferite non più rimarginabili [...] due tranquilli pensionati di nazionalità tedesca che avevano scelto Bordighera come loro residenza fin dal 1935. Wilhelm Drosemeier e Minna Schmidt - questi sono i loro nomi - abitavano in via Vittorio Veneto e conducevano una vita molto ritirata, uscendo solo in casi di vera necessità (spesa o commissioni inderogabili). Quando ricevettero la cartolina che intimava loro di presentarsi entro ventiquattro ore alla stazione dei carabinieri, presi dallo sconforto scelsero l’unica soluzione che a loro sembrò rapida, indolore e dignitosa: il suicidio. Furono trovati distesi sul letto, vestiti con una certa eleganza, asfissiati dal gas. L’Eco della Riviera, giornale locale all’epoca abbastanza diffuso, attenendosi alle istruzioni ricevute, non rivelò né la loro appartenenza alla razza ebraica né le vere motivazioni del loro gesto, lasciando intendere che erano state vittime della loro imprudenza o addirittura di malviventi che si erano introdotti in casa per impadronirsi di un’ingente somma di denaro. Allo stesso modo non venne pubblicata la notizia del suicidio della baronessa Adele Goldschimdt, che soggiornava dal 1931 in una suite dell’albergo Miramare di Grimaldi. La baronessa, quando fu raggiunta dal decreto di espulsione, chiese una pro­roga, adducendo seri motivi di salute (doveva essere operata agli occhi nella prima­vera successiva), non avendola ottenuta il 9 agosto 1939 si tolse la vita ingerendo una dose massiccia di Veronal, dopo aver affidato a un biglietto, che logicamente fu fatto sparire subito dopo il ritrovamento del corpo, tutto il suo sdegno nei confronti delle autorità italiane. Di questa drammatica vicenda furono vittime o testimoni anche uomini illustri: Serge Voronoff, chirurgo di chiara fama che, nella sua villa-laboratorio di Grimaldi, aveva sperimentato tecniche di trapianto, nell’intento di prolungare se non la vita almeno la giovinezza dei suoi pazienti; il farmacista Zitomirski, grande benefattore, di cui rimangono ancora a Vallecrosia la fondazione intitolata alla figlia Rachele e la farmacia che porta il suo nome, infine, Walter Benjamin, filosofo e intellettuale tedesco che soggiornò a lungo a Sanremo, tra il 1934 e il 1938, nella Pensione “Villa Verde” gestita dall’ex moglie Dora Kellner, dove è probabile che abbia lasciato una valigia piena di scritti inediti, che non si è mai più trovata [...]                     Francesco Improta, Ombre di confine..., BDM, 6 maggio 2008
 
Il titolo di questa ultima opera di Paolo Veziano rimanda immediatamente a un saggio pubblicato dallo stesso autore nel 2001 per i tipi dell’editore Alzani. Cambiano, a ben guardare, soltanto una preposizione Ombre al confine invece di Ombre di confine e un sostantivo emigrazione sostituito ora da espatrio; eppure i due libri sono molto diversi nell’impostazione, nel taglio, nella sezione iconografica e nel materiale documentale, per cui non si può parlare di una semplice riedizione, ma di un vero e proprio rifacimento.
[...]
Anche nel 1939 la risposta della Francia all’espatrio degli Ebrei stranieri fu alquanto contraddittoria e se da un lato con il suo atteggiamento, almeno all’inizio, di frontiera aperta o di blanda sorveglianza non aveva offuscato la propria immagine di terra di libertà e di accoglienza nella realtà dei fatti – come dice Veziano – non aveva saputo dare alcuna risposta, né sul piano giuridico né su quello pratico, alle questioni poste dall’arrivo dei nuovi immigrati. La sopravvivenza dignitosa degli Ebrei fu possibile grazie agli sforzi umani e finanziari del CAR (Centro Accoglienza Rifugiati) di Nizza e alla solidarietà manifestata nei loro confronti dalla popolazione e in Francia e in Italia, dove anche i carabinieri, e in maniera diversa qualche fascista, contribuirono a questa ga­ra di genero­sità tassandosi per rifornire gli Ebrei di generi di prima necessità. Furono, però, soprattutto le persone più umili, più semplici a prodigarsi per la salvezza di questi disperati e infatti Olga Tarcali, nel suo libro Ritorno a Erfurt, sottolineò la propria gratitudine e il proprio debito nei loro confronti con queste parole:
“Sebbene fossero poveri, senza mezzi, privi di ogni comodità; sebbene conducessero una vita rozza e austera, un’esistenza aspra e difficile diedero prova di grande nobiltà d’animo. Essi possedevano l’antico istinto di ciò che si deve e ciò che non si deve fare.”
Seguire l’odissea di questi Ebrei stranieri, così come l’ha raccontata Paolo Veziano, sarà un’avventura umana, intellettuale e storica non solo per gli addetti ai lavori ma anche per i lettori più sprovveduti e disarmati e quindi non mi sembra il caso di fare ulteriori anticipazioni. Va osservato, invece, che tutti gli avvenimenti che riempiono queste pagine vengono raccontati da Veziano senza alcuna retorica, in maniera lucida e precisa, attraverso una congrua e inoppugnabile documentazione di atti ufficiali e privati, facendo parlare le carte, le cose e i personaggi; ed è questo, senza dubbio alcuno, il merito principale dell’autore e il pregio indiscutibile della sua opera. Verso la fine del libro inoltre Veziano cerca di disegnare, basandosi sugli stessi documenti da lui raccolti e menzionati, una storia diversa a conferma di quanto sia difficile, e non solo in questo caso dove, come abbiamo già anticipato, l’ambiguità e le contrad­dizioni erano all’ordine del giorno, ricostruire con esattezza gli avveni­menti del passato. Talvolta è sufficiente una parola in una testimo­nianza o in un documento per portarci fuori strada.
Sarebbe profondamente ingiusto porre fine a queste mie considerazioni senza accennare prima alla qualità della scrittura di Veziano, sorvegliata, ricercata, talvolta lirica ma sempre chiara ed efficace, completamente diversa da quella utilizzata nel saggio del 2001. Sarà stata la lettura attenta di quello straordinario scrittore che risponde al nome di Francesco Biamonti o più probabilmente una sua naturale maturazione, frutto di un’applicazione attenta e costante, certo non mancano passi di indiscutibile bellezza, penso alla descrizione della catena, collinare prima e montuosa poi, dominata dal Grammondo, all’inizio del capitolo V:
“Non lontano dal mare, i numerosi sentieri di raccordo attraversano inizialmente spazi dedicati alla coltivazione della vite e dell’ulivo, s’inerpicano con pendenze spesso elevate attraverso aridi luoghi a stento colonizzati dalla macchia mediterranea e proseguono più dolcemente incontrando un paesaggio spesso brullo, ma comunque tipicamente alpino.”
Se è vero, come dice Philippe Claudel, che scrivere è doloroso… fa male alla mano e all’anima raccontare la tragedia di questi uomini, costretti ad abbandonare tutto, a subire le prepotenze e i ricatti di gente priva di scrupoli e del più elementare senso di umanità, fatte le debite eccezioni, a vivere nascosti, continuamente braccati, e talvolta a togliersi la vita perché psicologicamente stremati, deve aver provocato nell’autore una grande sofferenza, ma la scrittura serve anche a esorcizzare il dolore e, nel caso di uno storico, a tra­mandare la memoria del passato ed è questo, a mio avviso, il compito che si è prefisso Paolo Veziano per salvare dall’oblio storie, personaggi e persino i confini come dice nella sua bella prefazione, ricca di suggestioni letterarie, Alberto Cavaglion.
Francesco Improta, Ombre al confine di Paolo Veziano...,
BDM, 19 ottobre 2014

mercoledì 22 gennaio 2020

Un piccolo leggero policromo menhir che si staglia nel paesaggio



Eleonora Siffredi costruisce una sua propria histoire naturelle, composta da trine, fili, pietruzze, objets trouvés. L'ordito si crea giorno dopo giorno, tramite piccole modifiche, aggiunte, prelievi, estensioni.
Diventano labili i confini fra quadro e installazione, fra supporto e stesura: la materia è attraversata da fertili tracce - meticolose cesellature si intersecano - ed è come fosse plasmata dal tempo. [...]
Nel Ponente ligure c'è tutta una tradizione di fotografi e disegnatori attenti alla flora locale. A partire dagli illustri padri fondatori, magari venuti da lontane contrade - e almeno i nomi di Clarence Bicknell e di Edward Lear dobbiamo citarli - sino ad oggi, gli studi botanici (o, semplicemente, le contemplazioni della natura) hanno avuto un fervido sviluppo, e sempre con l'essenziale ausilio dell'immagine.

Marco Innocenti, di spalle, con Libereso Guglielmi
 
E ci piace ricordare anche figure di anti-accademici, da Libereso Guglielmi, che accompagna con nitidi disegni le sue ricerche, mai libresche ma sempre in tutti i sensi condotte sul campo, ad Alfredo Moreschi, che, partendo da una collaborazione con Giacomo Nicolini, ha avviato, a partire da Fiori di Liguria, una ricognizione sistematica della flora locale, che ha oggi assunto dimensioni monumentali, sino a Marco Alberti, coi suoi cataloghi delle piante fiorite della costa o delle montagne.
A questa storia appartiene anche Federico Lindner, capace di giocare con l'immagine del fiore, ripreso in un primo tempo con angolazioni ravvicinatissime e ora, negli ultimi lavori del 2008-2009 che sono qui presentati, in spazi ampi, quasi come fosse un piccolo leggero policromo menhir che si staglia nel paesaggio.
Certo sono foto che si inseriscono in un operare scientifico - e infatti anche qui le immagini sono accompagnate dalla nomenclatura latina.
[...] Ci si potrà allora chiedere: si tratta di foto artistica o di foto scientifica? Ma tale dicotomia, per noi non ha molto senso.
C'è creatività anche nell'operare scientifico, più scienza nell'operare artistico di quanto comunemente si creda.
L'arte e la scienza, comunque, ci aprono nuove strade, ci suggeriscono nuovi mondi.
Lo stesso Lindner, da noi interrogato sul suo modus operandi, proprio recentemente (il 12 settembre 2009, per amor di precisione e ad uso dei futuri storici) ci rispose: «Il fotografo (l'artista) con i suoi scatti deve far vedere, grazie alla composizione, ai colori, alle linee, al soggetto, quello che un normale osservatore non riesce a cogliere». E poi, quasi scusandosi, forse temendo, giovanissimo com'è, di voler posare ad esperto o di apparire troppo altero: «L'ho buttata lì. Forse è un po' banale, non so. Ma io sono proprio convinto che lo sguardo del fotografo sia diverso da quello delle persone "normali"». [...]


Marco Innocenti, Flugblätter (#3. 54 pezzi dispersi e dispersivi), Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2019

[Marco Innocenti è autore di diversi lavori, tra i quali: articoli in Sanremo e l’Europa. L’immagine della città tra Otto e Novecento. Catalogo della mostra (Sanremo, 19 luglio-9 settembre 2018), Scalpendi, 2018; Flugblätter (#2. 39 pezzi più o meno d’occasione), Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2018; Sanguineti didatta e conversatore, Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2016; Enzo Maiolino, Non sono un pittore che urla. Conversazioni con Marco Innocenti, Ventimiglia, Philobiblon, 2014; Sull’arte retorica di Silvio Berlusconi (con uno scritto di Sandro Bajini), Editore Casabianca, Sanremo (IM), 2010; Prosopografie, lepómene editore, 2009; Flugblätter (#1. 49 pezzi facili), lepómene editore, 2008; con Loretta Marchi e Stefano Verdino, Marinaresca la mia favola. Renzo Laurano e Sanremo dagli anni Venti al Club Tenco. Saggi, documenti, immagini, De Ferrari, 2006]

 


domenica 19 gennaio 2020

Non me la sentivo più di far la parte del poeta del posto

Luciano De Giovanni - Fonte: Centro Italiano di Poesia

Volevo tanto bene a Natta da essermi prefisso di assistere ad ogni costo ai suoi prestigiosi “Lunedì Letterari”, malgrado che si svolgessero nel Teatro dell’Opera del Casinò Municipale [di Sanremo (IM)].
E non soltanto, si capisce, perché sapevo di dargli un piacere - quelle conferenze, alle quali intervenivano valenti scrittori e autorevoli critici non potevano non interessarmi - ma bisogna anche sapere che a quei tempi - si era nel 1958 - io facevo l’idraulico e poteva succedere che proprio durante uno di quegli attesi pomeriggi culturali mi toccasse, per esempio, di dover andare a pulire le stufe di qualche albergo, per cui, scappando poi a casa per lavarmi alla meglio e cambiarmi d’abito, pur giungendo col fiato in gola a occupare una poltroncina in fondo alla sala, non mi trovassi nello stato d’animo ideale per conformarmi di punto in bianco alla sontuosità dell’ambiente, ancora impregnato come mi pareva d’essere di fuliggine e di sudore.
Ma ero giovane e testardo e in quella breve parentesi di brusii e andirivieni che prevedevano l’inizio della conferenza riusciva quasi sempre a rinfrancarmi.
All’apparire sul palco di Natta al fianco del suo illustre ospite, io mi sentivo, ormai, a mio agio; tiravo un sospiro di sollievo e partecipavo allegro ai battimani del pubblico.
Ma Natta, decisamente, insisteva nel chiedermi troppo.
Pretendeva addirittura che, conclusosi il discorso, io lo raggiungessi dietro le quinte e mi facessi coraggiosamente avanti per stringere la mano al celebre personaggio di turno, mentre intanto, Natta, mi presentava.
L’ospite, messo alle strette, doveva pur rivolgermi qualche imbarazzato complimento…
Queste non volute intrusioni in un mondo che non mi toccava finivano con l’opprimermi e me ne tornavo a casa scontento e umiliato, tanto più se m’ero visto costretto a partecipare al rinfresco che concludeva la cerimonia.
[…] Quando ci ritrovammo soli implorai Natta di aver compassione dei miei limiti. Non me la sentivo più di far la parte del poeta del posto, e rinunciavo volentieri ai privilegi che ne derivavano.
[…] Da allora mi godetti il piacere dell’incognito nella mia poltroncina d’angolo, vicina all’uscita, e Natta, quando riusciva ad avvistarmi, mi salutava dal palco con un impercettibile gesto.


Nella foto d'epoca, da sinistra, Enzo Maiolino e Luciano  De Giovanni.
Un lungo ricordo dei “lunedì letterari” apre Il vino schietto dello scrittore Giacomo Natta, omaggio firmato da Luciano De Giovanni per la rivista «Provincia d’Imperia» (14, 1991, pp. 14-15)

Alessandro Ferraro, Aprii, cauto, la porta. L’incontro di Luciano De Giovanni con Camillo Sbarbaro, La Riviera Ligure, XXVIII, 84, settembre/dicembre 2017


sabato 18 gennaio 2020

Un’anarchica presa di contatto con gli Alleati

Punta Mortola di Ventimiglia (IM)
Questa storia dei tempi di guerra Elio l’avrà raccontata millanta volte...

Il nostro intento era di muovere verso le navi alleate e spiegare che sulla costa non c’era una linea difensiva di sbarramento tedesco tale da giustificare i ripetuti attacchi navali.
L’idea di questa sortita fu mia: il 9 settembre 1944, insieme a Miseria Memmo, classe 1914, marinaio e panettiere e Tacchini Gino, classe 1924, panettiere che lavorava da Curti, organizzammo il piano. Ma Tacchini Gino, non potendo lasciare il posto di lavoro cui era indispensabile, fu poi sostituito da Boscaglia Emani, classe 1925; mi preme però qui ricordarlo, perché pochi giorni dopo questi fatti, il 4/12/1944 Tacchini fu mitragliato e ucciso dai tedeschi durante un rastrellamento, mentre tentava di fuggire per la traversa che da Via Garibaldi porta a Piazza delle Erbe.

Ma ecco i fatti: i
l pomeriggio del 9 settembre passiamo il posto di blocco a Porta Canarda [di Ventimiglia (IM)]: io ero esonerato dal servizio militare, in quanto lavoravo nelle ferrovie, dove prestavo servizio negli impianti elettrici.
Per arrivare a Latte
[Frazione di Ventimiglia (IM)] dovemmo attraversare un campo minato, fino a giungere nella proprietà dei Marchesi Orengo.
Lì, scesi verso Punta Mortola, ci impossessammo di un loro gozzo e ci mettemmo in mare verso le dieci di sera, col favore delle tenebre.
Ben presto dalla postazione tedesca di Latte fummo fatti oggetto di un fuoco di mitraglia, ma essendo la barca di piccole dimensioni, riuscimmo ad allontanarci, anche perché i tedeschi non potevano accendere fari, essendoci l’oscuramento.
Da quando eravamo a bordo era il marinaio Miseria che gestiva la situazione.
Io venni messo al timone e istruito a tenere la rotta facendo riferimento a due stelle per portarci al largo, mentre gli altri due erano ai remi. All’alba del mattino dopo, verso le sei, un MAS della marina americana ci avvista e si avvicina a noi con varie manovre di accerchiamento per identificarci.
Noi intanto avevamo issato una bandiera bianca. Raggiuntici e resisi conto che non avevamo intenzioni ostili ci trasbordarono sulla motovedetta e ci portarono a St. Raphael dove si trovavano le navi.
Lì salimmo a bordo della nave ammiraglia, dove venimmo identificati con foto, impronte digitali e generalità.
Interrogati, cercammo di spiegare le nostre intenzioni e la situazione della costa.
Gli americani ascoltarono il nostro messaggio.
 
Per confermare la nostra credibilità, lavorando io a Bordighera, comunicai che nella galleria di Capo S. Ampelio era nascosto un treno blindato tedesco.
 
Gli americani per accertarsi di quanto avevo detto la sera dello stesso giorno a bordo di un MAS mi condussero sul mare antistante Bordighera, dove infatti, avendoci scorto, il treno blindato uscì allo scoperto e aprì il fuoco.
Tornammo allora a St. Raphael, dove praticamente fummo trattenuti come prigionieri e convogliati a Napoli.
Da lì raggiungemmo Aversa e fummo inquadrati nella Quinta Armata, in cui erano riuniti tutti i resti dell’esercito italiano disperso.
Nel campo per prima cosa ci fecero spogliare e ci disinfettarono.
Poi ci chiesero dove volessimo essere impegnati; potevamo combattere o sul fronte di Monte Cassino o su quello di Bologna.

Boscaglia Ernani si arruolò nei bersaglieri; Miseria Memmo in marina; io restai nel campo dove venni ricoverato in infermeria per un sopraggiunto aggravamento del mio stato di salute.Questo campo era in pratica un campo di concentramento, dove noi italiani non eravamo ben considerati, neppure gli stessi ufficiali, dagli alleati americani.
Ci davano poca acqua da bere e poco cibo: ricordo che una sera era avanzato del semolino e ci era stato detto che potevamo prenderlo: ci fu una vera e propria ressa, in cui io rimasi calpestato nella calca.
Poi si sparse la notizia che sul Mar Baltico gli americani e i russi si scambiavano i prigionieri: io ero di fronte al settore russo (non ho mai capito perché dei russi fossero lì), ma uno dei soldati russi non voleva imbarcarsi: fu preso a pugni e calci fino a vomitare sangue.
In questo campo io restai tre mesi, per essere poi ricoverato in un ospedale americano vicino e da lì infine nell’ospedale dei Miracoli a Napoli, dove restai fin quasi alla Liberazione.


… sono salito [a Perinaldo (IM), qualche anno fa] a trovare Elio …
Parliamo del più e del meno e poi cerco di chiedergli un paio di precisazioni.
Gli chiedo che cosa si fosse portato sul gozzo quella volta, immaginavo avesse almeno una borraccia d’acqua.
Allora il racconto riparte da casa con tre o quattro gallette da soldato e qualche pezzo di corda di quelli usati per legare i remi agli scalmi (li chiama strepui, stroppi) e con una rivoltella a tamburo da carabiniere, mai usata, che poi finirà nel mare.
A Porta Canarda c’era un posto di blocco in un fortino vicino a dove abitava Armando u re di Calandri e passano grazie ad un tesserino di Elio da ferroviere addetto agli impianti elettrici.
Poi racconta di Magnani che li fa camminare tra le mine dietro alla Villa degli Orengo.
Sono già le otto e mezza di sera e fa buio. Elio che è il più piccolo viene fatto salire sul tetto di una baracca e togliendo alcune tegole si lascia cadere direttamente nel gozzo.
Apre la porta da dentro ed il resto è facile.
Elio racconta di essersi bagnato nel varo del gozzo e di essere rimasto bagnato per tutta la notte, fino all’incontro con i mezzi americani.
Era l’aurora precisa, non l’alba.
E lui fece una bandiera bianca con la maglietta che si era tenuta bagnata tutta la notte.
Miseria che dei tre era il marinaio esperto e aveva il tatuaggio di una pellerossa sul braccio, è per primo a bordo della nave americana salendo la corda...


da ViteParallele di Arturo Viale di Ventimiglia (IM)




mercoledì 15 gennaio 2020

U barba Pi de a Giordara

Pietro Asplanato
La guerra, la Grande Guerra stava tutta nei suoi occhi feriti e spenti, occhi che lentamente si nascosero alla luce, ingabbiando mio zio dentro ad un buio irreale.

Pietro Asplanato, “u barba Pi de a Giordara”, che aveva sposato la sorella di mia nonna materna, era nato nella seconda metà degli anni novanta del XIX secolo. Generazioni dimenticate e scaraventate sui vari fronti della Grande Guerra mandati a morire senza parsimonia. Non amava parlare con nessuno di quei terribili anni di “fronte”, fatto salvo con mio padre, credo uno dei pochi privilegiati che riuscì a farsi raccontare qualche passaggio di quella tragedia.
Era un diario intimo, quello che io oggi posso immaginare, del suo racconto, un diario che, una volta chiuso, difficilmente poteva essere riaperto senza causare dolore e distacco.
Papà anche lui parsimonioso ed attento a non ferirsi a sua volta si portava dietro la triste vicenda di suo padre, mio nonno Ettore, anche lui reduce di quella terribile guerra combattuta sui ghiacciai dell'Adamello: una ferita sempre aperta.

Papà amava raccontare i momenti terribili di quella triste vicenda. Però partiva da lontano: era il racconto che faceva mia nonna che visse la mobilitazione dalla parte francese nel 1914, la stazione ferroviaria di Nizza piena di giovani che partivano... e, credo, una delle preoccupazioni maggiori di tutta la popolazione senza distinzione di classe: quella di non reperire più nulla di commestibile.

Imparai dal suo “girarci intorno” di quanto e come fosse potente la rimozione che lui aveva attuato, il conflitto lo riportava inevitabilmente al ricordo lontano di suo padre fatto internare alla fine del 1939 e morto in solitudine in un luogo sconosciuto - mai un fiore abbiamo potuto depositare sulla sua povera tomba - in quelle semplici parole si chiudeva il suo dolore e rammarico di figlio inerme al cospetto degli eventi che ci colgono e ci trascinano in un dove estraneo ed impensabile.

Lo zio era stato in uno di quei luoghi “impensabili” ; lì aveva passato tre lunghi anni dal 1915 al 1917 fino alla decima battaglia sull’Isonzo nel maggio del 1917 (che costò oltre 160 mila morti italiani). Lui era sul Carso e citava spesso la Bainsizza, dove i combattimenti per un pezzo di terra furono violentissimi e dove si fece ricorso a tutte le barbarie possibili, dai gas ai grossi calibri sparati quasi ad alzo zero, dalle mazze usate per finire i feriti alle urla degli stessi abbandonati per giorni nei crateri o nelle buche dove venivano adagiati in attesa del nulla.
L’Isonzo era un termine che stava ad indicare per lo zio la sofferenza massima che un uomo può sopportare. Era lì che il suo racconto si interrompeva: lo ricordo con una mano ferma ed adagiata sui suoi occhi spenti, come se i pensieri che aveva dentro, rinchiusi, si rifiutassero di uscire.
Si poteva scorgere un che di intimo timore a parlarne, quasi come, anni dopo, ne parlò Primo Levi. Come per chi fu vittima degli orrori della Shoà non riuscire a trovare le parole per raccontare della sofferenza patita; è il blocco dei sopravvissuti, il sentirsi in colpa per essere riusciti ad uscirne più o meno incolumi.

Zio Pietro non ne uscì incolume. Un attacco credo con i gas e lo scoppio di una bomba colsero di sorpresa il suo reparto che fu decimato; molti suoi compagni persero la vita e lui perse, oltre alle ferite, anche la vista; fu riportato indietro dopo mille peripezie, anche perché il contrattacco austriaco fu devastante in quei primi di giugno del 1917.
Perdemmo tutto amava ripetere non restarono che i morti e noi feriti da riportare indietro. Ma quando si è ciechi tutto si complica: sei in balia degli eventi e devi appoggiarti ad altri che ignori chi essi siano.
Fu in quel caos terribile che raggiunse il primo posto di medicazione e poi da qui l'ospedale di Verona. Le ferite gravi e l’accecamento gli consentirono di rientrare alla fine del 1917 in congedo a Pigna.
La Grande Guerra lo aveva trasformato e riconsegnato ferito e svuotato alla sua terra.
I suoi occhi ritornarono a vedere un po' alla volta ma mai come prima. 

Come gli disse Alessandro Natta, al quale avevano scritto i miei parenti, a proposito della sua domanda sul riconoscimento di invalido di guerra “le vostre domande sono state tutte relegate nell’ufficio del dimenticatoio”.
Migliaia di casi fecero quella triste fine, chi in silenzio rinunciò chi per timore, quel timore tipico del nostro mondo contadino, chi non voleva arrecare disturbo a nessuno, chi invece, per un caso fortuito, come quello incorso allo zio Pietro, riuscì a farsi “sentire”. 
Allora, come mi confermò Alessandro Natta (un giorno viaggiammo insieme da Milano a Imperia; era il 1994; io gli ricordai di quella vicenda dello zio; la sua risposta fu eloquente) centinaia di casi sparsi in quei paesini che percorsi nei primi tempi della mia attività politica, uomini invalidati, accecati con disturbi mentali terribili, senza un che di protezione, tutti affidati alle cure dei parenti e spesso in perfetta solitudine.
I suoi occhi che cessarono di vedere la luce nel 1962 - divenne cieco completo - mentre stava ridiscendendo con il mulo dalla sua campagna alle Megiare, una campagna che era un giardino -  un piccolo Paradiso amava ripetere mio padre -: avevano la mucca, conigli, una pergola di uva ormeasca che dava un vino gradevole e la sorgente di acqua, tutto quello che la nostra terra, se curata, sa offrirci.
Papà dovette nelle settimane seguente smobilitare tutto.
Fu un dolore per tutti.
I suoi occhi non videro più.
 Conservava le due medaglie per merito di guerra in una scatoletta che si portò con se quando cessò di vivere.
Oggi [novembre 2019] andremo al Monumento ai Caduti ed io li rivedo tutti i reduci che ho conosciuto allineati in un malfermo attenti ad ascoltare l’Inno del Piave. 

Citando Ugaretti “nessun volto manca nel mio cuore”.

 
Roberto Trutalli, Sindaco di Pigna (IM)





giovedì 9 gennaio 2020

L'iris delle vedove

Hermodactylus tuberosus
"Il dito di Mercurio"; questa è la singolare denominazione assegnata dal botanico  provenzale Giuseppe Pitton de Tournefort, vissuto nella seconda metà del 1600, quando istituì il Genere monospecifico Hermodactylus
In precedenza questa Iridacea era stata inserita in altro gruppo con il nome di Iris bulbosa; le ragioni per le quali ne venne separata risiedono soprattutto per la sezione quadrangolare delle foglie, per l'ovario ad un solo loculo e per l'apparato sotterraneo  formato da parecchi tuberetti divergenti come le dita di una mano aperta.
La sua morfologia del tutto insolita ha imposto anche la nascita di altri battesimi altrettanto originali come "Iris dalla testa di serpente", "Bocca di lupo", ed "Iris delle vedove",  puntualmente rimarcato dal battesimo ligure valido a Bordighera (IM), a causa della striscia scura formata dai sepali patenti.
Quercus
Nasce con una certa frequenza in compagnia della Quercus coccinea nelle zone collinari corrispondenti alla fascia mediterranea dell'ulivo, assieme ad altre Iridacee molto decorative come i Gladioli e gli Iris.
In quelle valli dell'estremo ponente ligure dove Clarence Bicknell, alla fine del 1800, lo segnalava come abbondante in tutti i luoghi erbosi e pietrosi delle zone attorno a Vallecrosia (IM) e sui rilievi della Val Nervia  ad ovest di Camporosso (IM), oggi è diventato introvabile a causa delle profonde e continue mutazioni ambientali. 
Continua, invece, a prosperare nelle serre dei vivaisti e dei collezionisti di specie vegetali insolite ed abbonda nei cataloghi dove vengono decantati sia i suoi insoliti colori che l'inebriante profumo che esala.



Infatti, in RIVIERA NATURE NOTES edito nei primi anni del 1900, si può leggere: "Ho comperato la splendida Iris tuberosa, dai fiori quasi neri al mercato di Nizza verso la fine di marzo- scrive l'autore- I contadini mi dicono che nasce nella valle del Var ma sono incapaci o non vogliono indicarmi la località precisa.
Questa pianta così rara è stata trovata a suo tempo nella valle di Magnan, ma dubito che esista ancora. C'è una terza località indicata nei pressi di Grasse, ma l' ho ricercata invano".

Sinora questa precoce Iridacea è stata considerata componente unica di un Genere monospecifico, ma il gruppo di lavoro coordinato da Mark Chase dei Jodrell Laboratory's di Kew, interessato anche alla riorganizzazione complessiva del Genere Iris, sembra  intenzionato a ridarle la vecchia casa con la denominazione di Iris tuberosa L.

Il nome Hermodactylus significa "Le dita di Ermes", ed è suggerito dalla forma dell’apparato radicale costituito da un rizoma pressoché orizzontale i cui tubercoli si allargano disponendosi a ventaglio imitando le dita di una mano. La Bellavedova ha un brevissimo periodo di fioritura, limitato tra febbraio e marzo.   Il fiore edule si può gustare crudo assieme al rizoma, in insalata; nel meridione  viene considerato un piatto quaresimale a volte mescolato al rizoma di un’altra Iridacea chiamata Iris sisyrinchium nota come Giaggiolo dei poveri o castagnola.  Entrano in queste ricette tradizionali anche il rizoma lessato di una vecchia cinoscenza ligure come l’Iris germanica.

Hermodactylus tuberosus - Salisb. (Sin. Iris bulbosa L.  II- III. Nasce negli incolti, siepi ed oliveti sino ai 1400m). Ha un rizoma obliquo  a tubercoli allungati; il fusto è eretto e cilindrico, alto sino a 40cm. Le foglie inferiori sono in parte squamiformi e pallide, in parte lineari, più lunghe del fusto ed a sezione quadrata. Il fiore solitario ha la base contornata da una spata lanceolata con i tepali esterni ovali, orizzontali, color marrone scuro con bordo chiaro; gli interni sono eretti, lineari lanceolati color verde giallastro. Gli stimmi sono diritti, bilobi ed acuminati; l'ovario ha un solo loculo e forma di fuso.

Il massimo campo d'azione dell'Hermodactylus tuberosus si realizza nel giardinaggio, dove si trova talvolta commerciato anche con il vecchio nome di Iris tuberosa. L'unica avvertenza, soprattutto nella nostra regione dove non esistono pericoli di gelate che ne impongano il ricovero invernale, deve essere quella di piantare i tuberi lasciando più di un palmo di distanza fra una pianta e l'altra e di porli a dimora in posizione semi ombreggiata. Va coltivato in piena terra, ma può essere piantato con successo anche in recipienti sufficientemente profondi per portare un tocco di semplice bellezza su un balcone o un terrazzo. Il suolo può essere di qualsiasi tipo. Durante il ciclo vegetativo non deve mancare l'umidità nel substrato, mentre durante il riposo estivo è sufficiente annaffiare il vaso ogni due, tre settimane.


di Alfredo Moreschi 


sabato 4 gennaio 2020

Bambini della zona di Cassino, martoriata dalla guerra, in provincia di Imperia


[Agli inizi del 1946] da Cassino partiva il primo convoglio di bambini poveri diretti al nord Italia, presso famiglie generose che li avrebbero accolti nel difficile periodo del dopoguerra. Attraverso tale impegnativa iniziativa si realizzava dal basso un'unità fra popolazioni del Nord e quelle del Sud, fra famiglie povere e altre non povere. Famiglie certamente animate da grandi speranze ma anche da incertezze, contrasti, e talvolta, per quanto riguarda quelle del Sud, sottoposte a palesi ostilità nei giorni precedenti la partenza. Si trattò comunque di un grande movimento di solidarietà, di un eccezionale sussulto di unità nazionale.
La nostra ricerca è iniziata con lo scopo e di far uscire i nomi degli organizzatori dall’anonimato e di raccogliere testimonianze di esperienze vissute, a cominciare dai bambini protagonisti di questa storia.


[...]  Presso l’Aula Magna dell’Università di Roma, alle 14,30 del 29 dicembre del 1945, Pietro Secchia apre i lavori del V Congresso del PCI. Il precedente congresso i comunisti lo avevano tenuto in semiclandestinità nel lontano 1931 [...]  Nel congresso ci si confronta sulle grandi questioni fino a quando il 31 non interviene Raul Silvestri, uno dei tredici delegati della federazione di Frosinone.
Silvestri aveva fatto parte della Resistenza. [...] Il suo intervento è centrato esclusivamente sulla realtà del cassinate e descrive il doloroso disastro ereditato, la fame, la mancanza di un tessuto produttivo, la triste realtà di una città fantasma assediata dalle mine, dominata dalle macerie, insidiata dall’acquitrino e dalla malaria. Sono argomenti che toccano la sensibilità dei delegati. Egli scava veramente in profondità, tocca i sentimenti di tutti i partecipanti. In termini concreti ha parlato del Sud, della miseria, dell'unità.
Lo stesso Li Causi, dirigente affermato del PCI, delegato siciliano, riprende il tema della saldatura fra Nord e Sud.

[...] L’allarme posto da Silvestri trova unanimi consensi e immediata-mente si apre una gara di solidarietà fra i delegati del nord Italia a favore della città di Cassino. Dalla maggior parte degli interventi scaturiscono adesioni e proposte per affrontare il disastro causato in quella zona.
Già durante la discussione pomeridiana del 31 gennaio i delegati delle federazioni di Pavia, Imperia e Mantova annunciano la disponibilità ad ospitare i bimbi del cassinate. Il clima è tanto appassionato e interessato che il segretario della sezione di Cassino, il ferroviere Giovanni Gallozzi, sente il dovere di salire sulla tribuna del congresso per ringraziare tutti i delegati per questa grande generosità.
In seguito a questo clima solidale, "l’Unità" del 2 gennaio del 1946 scriverà che questo è stato il regalo per il nuovo anno.
L’attenzione attorno alla città più distrutta d’Italia rimane costante, pertanto il 5 gennaio il congresso nomina una delegazione per andare il giorno successivo a Cassino per portare aiuti, discutere e prendere impegni.
Ne fanno parte Teresa Noce (Estella), Secondo Pessi del CLN della Liguria, Renzo Silvestri della federazione di Frosinone. [...]

il Comitato di liberazione della Liguria tiene a Genova nei giorni 23 gennaio e 1° Febbraio 1946 due riunioni al fine di predisporre aiuti, nell’ambito della campagna nazionale “salviamo l’infanzia del cassinate“. A tale scopo viene creato a Imperia un comitato guidato dal presidente del CLN provinciale e articolato in sette commissioni di lavoro, una delle quali affidata a don Boeri, parroco di Oneglia.
- La prima si occupa della raccolta di fondi presso industriali, commercianti, istituti finanziari, banche;
- la seconda della raccolta di fondi dalla periferia attraverso comi-tati organizzativi, CLN periferici, aziendali, comunali, Udi, CIF, FdG, parroci;
- la terza è dedita alla raccolta informazioni segnaletiche: ville, case, istituti, case di cura, già funzionanti;
- compito della quarta sezione è la predisposizione di manifesta-zioni varie, dell’organizzazione, della stampa e propaganda;
- la quinta deve provvedere al reclutamento bimbi, assistenza sa-nitaria, al casellario clinico dei bimbi ospitati, al casellario anagrafico;
- alla sesta è assegnato il controllo economico finanziario;
- la settima, infine, è costituita dalla tesoreria.

[...] Arriva il 16 febbraio del 1946, il giorno tanto atteso della partenza. E’ un sabato luminoso che sembra auspicare una precoce primavera.
Dalla conclusione del V congresso del PCI (6 gennaio), allorquando viene data l’indicazione di salvare l’infanzia del cassinate, sono passati appena 40 giorni. Il grande dispiegamento di forze impiegato sta per verificare il primo risultato concreto. [...]


"Ecco Cic, bambino di Cassino. Dalla grande giacca da uomo esce un visetto intelligente che ha già imparato a sorridere. Cic si chiama. Cic e basta: non ricorda il suo nome; sa parlarci però di guerra, del babbo e mamma che non ha più, di cielo rosso, di fiammate, di fame e di macerie". Con questa descrizione l’edizione provinciale di Imperia de “L’Unità” del 19 febbraio prova a fotografare il passaggio da Genova di trenta bambini diretti verso San Remo e Imperia.
Sono presenti, per accompagnarli, alcune donne di San Remo e la madre di un bambino proveniente da Colle San Magno, in provincia di Frosinone. Si chiama Vittoria Vecchi e al giornalista che l’intervista dice: “Non abbiamo più nulla, siamo senza letti, senza finestre, senza coperte, senza pane: i bambini muoiono, ne sono morti tanti”.
Il giornale riporta ancora altre precisazioni della donna:
“…non appena fu nota l’iniziativa del Pci, certe persone si recarono famiglia per famiglia per dire di non mandare i bimbi, di non fidarsi perché erano destinati alla Russia ed ai terribili campi di concentramento “
I bambini e le accompagnatrici sosteranno e alloggeranno a Genova nella notte del 18, per arrivare alle diverse destinazioni il giorno successivo. Sempre il giorno 18 il periodico “La Verità d’Imperia“ scrive che l’accoglienza è: “…missione veramente umana, che i responsabili di ogni ramo dell’organizzazione si propongono di portare a termine nel migliore dei modi. Ma tutto ciò sarà possibile soltanto se la nostra popolazione saprà aderire all’appello con il medesimo slancio che, come fiore in una aureola di spine, hanno dimostrato in quasi tutte le province dell’Italia Settentrionale e Centrale, le persone più generose e più coscienti”.
L’iniziativa in provincia di Imperia è promossa dal Comitato provinciale di liberazione nazionale. Il nascente comitato si chiama: “Salviamo i bimbi d’Italia” e come presidente è stato designato G. Ughes.
I bambini verranno consegnati alle famiglie di Imperia sin dal 19 febbraio e saranno dieci: cinque provenienti da Paliano, cinque da Strangolagalli.
I bambini del cassinate ospiti a San Remo, in provincia di Imperia, sono sedici.
[...] Ad Arma di Taggia, un paese di 14.000 abitanti in provincia di Imperia, sono presenti Mario e Salvatore Del Signore, ospiti della sezione PCI.

Di tutti questi bimbi, attraverso Guido Tomassi, responsabile dello SPI di Frosinone, siamo riusciti a sentire Biagio Viselli, di Strangolagalli. Costui ricorda benissimo di essere stato ospitato da Filo-mena e Attilio Ronzini,una coppia con quattro figli. I suoi ricordi sono ancora vivissimi e ci tiene a sottolineare l’attaccamento e l’affetto reciproco nato tra lui e la famiglia ospitante e durato nel corso degli anni.
Alcuni giorni dopo l’arrivo, il 22, per la precisione, il comitato di Imperia richiede alla sezione provinciale dell’alimentazione il nullaosta per il rilascio delle tessere annonarie per i bambini poiché ne sono arrivati sprovvisti
Il Comitato non smette di impegnarsi; le iniziative si moltiplicano e il 23 febbraio il comitato divulga alla cittadinanza una appello con il quale si invitano le famiglie :”…a prenotarsi per adottare un orfano, oppure ad impegnarsi per un periodo determinato per il mantenimento di un bimbo o presso di loro od in un Istituto per l’infanzia.

Nello stesso giorno la segreteria della federazione del PCI di Imperia comunica ai sindaci di Paliano e Strangolagalli che i bambini di questi paesi “… sono stati convenientemente sistemati presso famiglie Imperiesi e dare assicurazione in questo senso alle relative famiglie“.
Tale informazione però non basta a rassicurare le famiglie Borgia e Desideri, di Paliano, che con modi composti ma accorati scrivono direttamente al partito di Imperia.
Da Paliano 6 Marzo 1946: “Spettabile Partito Comunista Italiano. Sono la mamma del piccolo Desideri Paolo partito per il Nord il 16 febbraio. Il Sindaco di Paliano ha avuto notizie che si trova ad Imperia, ma nella lettera nessun indirizzo della famiglia che lo ha ricevuto. Prego caldamente informarmi al più presto possibile poi-hé sono tanto in ansia, e fornirmi l’indirizzo esatto della famiglia di Imperia che lo ha accolto. Ringraziando vivamente il Nostro Partito Comunista che porta a tante famiglie come me l’opera buona e la salvezza di tante creature che vivono nella miseria, sa-luto distintamente.
Desideri Papa Adele
Vicolo Turco 32 Paliano.

In tempi molto rapidi i genitori verranno informati, conosceranno gli indirizzi delle famiglie ospitanti e riceveranno le doverose fotografie.
Nel frattempo il prefetto di Imperia nella sua relazione mensile inviata al proprio ministero il 1° marzo così scrive:“… nel riconoscere che tutti gli Enti morali di assistenza ed educazione esplicano per il momento attività trascurabile non può esimersi dall‘ evidenziare che il PCI di San Remo ha dato asilo a trenta bambini di Cassino“.
A riflettere bene, tale notizia ci risulta imprecisa perché i bambini non sono presenti, come abbiamo già descritto, solo a San Remo ma anche in altre realtà e fra queste Imperia.

Il clima unitario, già precedentemente evidenziato, la generosità della provincia risultano tanto coinvolgenti che merita di essere riportato ciò che il periodico:” Il Lavoro Nuovo “di Imperia scrive la domenica del 3 marzo: “Al Comitato Provinciale sono pervenute le seguenti lettere del Vescovo di Ventimiglia e del Vicario Capitolare di Albenga.

Il primo così scrive:
“Sono lieto poterle esprimere, signor Presidente, il mio fervido cordiale plauso per la decisione presa da codesto Comitato di intraprendere un’opera di soccorso in grande stile a favore dell’infanzia abbandonata o comunque bisognosa di assistenza materiale e morale. Il problema è veramente grave ed urgente e richiede l’unione e lo sforzo di tutte le forze sane del Paese per essere efficacemente risolto.
Per parte mia accetto ben volentieri di far parte del Costituendo Comitato d’Onore e prometto di dare alla nobilissima iniziativa ogni possibile collaborazione ed aiuto. Gradisca, signor Presidente, l’espressione del mio distinto ossequio“.
Agostino Rousset Vescovo di Ventimiglia.
Non è molto dissimile la lettera di adesione del vicario capitolare di Albenga: “Quanto mai opportuna, umanitaria e cristiana è l’opera alla quale codesto Comitato ha deciso di iniziare la sua at-tività e merita perciò il plauso e l’appoggio segnatamente del Clero.
Come ella saprà la nostra Diocesi è vedovata del suo Vescovo. Venne però già nominato il successore, ma non si sa quando entrerà in sede. In via provvisoria mi venne affidata la reggenza del-la stessa: quindi occorre attendere la venuta del nuovo Vescovo, che non può tardare, oppure per il momento essere paghi del mio nominativo“.
Filippo Abbo Vicario Capitolare di Albenga
Oltre a queste due significative adesioni, sempre nella stessa giornata il periodico riporta un appello ai medici: “Si invitano tutti i dottori specialisti e dentisti a inviare al Comitato la propria ade-sione, per prestare opera gratuita pro “ Salviamo i bimbi d’Italia”
Negli stessi giorni, a dimostrazione che l’appello lanciato il 23 febbraio ai cittadini di Imperia è stato accolto, il 2 marzo la federazione del PCI di questa città indica al comitato di liberazione nazionale provinciale i nominativi di sedici famiglie disposte ad accogliere un bambino o una bambina. Otto di queste mostrano l’intenzione addirittura di adottarli.
Il clima di solidarietà non si esaurisce, rimane veramente intenso e lo dimostra :“… una manifestazione di solidarietà in favore della martoriata gioventù cassinate che si tenne il giorno 10 marzo presso il cinema Dante di Oneglia” .
Fra le molte prove di solidarietà che fioriscono attorno alle iniziative del Comitato, una merita particolare considerazione: quella della Commissione Interna del sanatorio di Cipressa, la quale ha indirizzato al Comitato stesso una vibrante lettera di adesione accludendo la somma di 2.251 lire raccolte fra gli ammalati del sanatorio. "Chi firma questa lettera è un compagno fra i più cari e più provati della giovane generazione ribelle alla tirannia fascista: l’Onegliese Giuseppe Cassini che alla lotta antifascista diede il suo miglior entusiasmo dapprima in Francia, poi in Spagna combattendo per la libertà, poi ramingo attraverso i primi campi di concentramento della Germania da dove è tornato minato nel fisico ma più che mai saldo nella sua fede".
La lettera di Giuseppe Cassini è un richiamo al dovere. Se il palpito della solidarietà lo sentono i sofferenti, se essi danno il poco che posseggono privandosi magari di una onesta ricreazione, sarebbe veramente delittuosa la diserzione da un impegno profondamente umano da parte di chi ha mezzi e possibilità di partecipare al grande compito di sollevare le vittime innocenti di questa nostra sventurata Italia”.
[...] Sempre a Imperia arrivano due accorate sollecitazioni provenienti da genitori della provincia di Frosinone, che vedovi e con tanti figli a carico chiedono di protrarre la permanenza, eventualmente rendendosi disponibili anche all’adozione.
Pur non avendo riscontri documentali è probabile che, vista la disponibilità delle famiglie, precedentemente riportata, possano esserci state riposte positive.[...]


Lucia Fabi e Angelino Loffredi, L'infanzia salvata, Loffredi e dintorni