mercoledì 28 settembre 2022

Ero a Ventimiglia, alloggiato nelle caserme verso il confine, la Maginot italiana, lì i monti sono tutti bucati, pieni di caverne militari

Ventimiglia (IM): a sinistra nella foto l'ex Caserma "Umberto 1°"

Ventimiglia (IM): uno scorcio dell'ex Caserma "Umberto 1°"

Nel maggio del '93 saliamo, in una domenica ventosa, a Marmassana ed in quel piccolo paradiso ancora fortunatamente intatto intervistiamo Carlo Balbi e Tomaso Scarlassa, 80 anni il primo e 82 il secondo: ben portati e con una memoria da far invidia ai giovani.
«Sono partito a militare per la prima volta il 6 aprile del '34 per Castrovillari in Calabria, 16° rgt della brigata "Savona", 27a divisione "Sila" [...] Nel '40 mi richiamano il 25 novembre e faccio un pezzo di viaggio con Tomaso e Lorenzo Scarlassa: vado nel V battaglione mortai, caserma "Umberto I" a Ventimiglia. Lì c'erano Battista Persano, Ernesto Bottaro, Giovanni Carminati, quello che ha sposato Teresita Mirabelli e Luigi Gaiardo: campi e marce fino all'8 settembre del '43».
[...] G.B. Rivara, classe 1913, nel 1933 è a Ventimiglia nell'89° rgt ftr, viene richiamato nel 1935 e va in Tripolitania, ulteriormente richiamato nel '39 finisce nella GAF (Guardia alla Frontiera), poi di nuovo nel '40 in Albania, prigioniero in Germania tornerà solo nel 1945.
[...] In questa "poca" guerra, come la chiama Giovanni Bertuccio, ritroviamo molti isolesi tra cui Giovanni (Osvaldo) Argenta, Paolo (Gigi) Repetto, Aurelio Castelnuovo, Francesco Desirello, Stefano (Nucci) Punta, Pasquale (Lino) Seghezzo, Bartolomeo Rivara, Franco Antonini, Armando Zuccarino e Mario Mirabelli. Quest'ultimo, caporalmaggiore della classe 1916, era andato alle armi il 5 ottobre del 1937 a Sanremo nel 42° rgt ftr della "Cosseria", dove era rimasto fino al 28 agosto 1938. Richiamato nel '39 al V battaglione mortai da 81 sempre nella "Cosseria" che, in quel momento, è formata dall'89° e 90° rgt ftr.
«Da permanente c'era Italo Busallino nel 42°», ricorda Mario e prosegue: «La nostra era una divisione da montagna e avevamo i muli: i campi si facevano a Perinaldo, Baiardo, Airole, Pigna; siamo stati anche in caserma a Bevera (Ventimiglia) e Varase, che è lì vicino. Quando abbiamo attaccato la Francia ho visto Michele Repetto di Griffoglieto che di lì a poco sarà la prima vittima isolese: è passato proprio vicino alla postazione di mortai di cui io ero capo-pezzo, vicino al confine, dopo Ventimiglia. Era notte e stavano sfilando i fucilieri dell'89°: è morto lì. Dopo la Francia prendo una licenza illimitata avendo due fratelli alle armi (Toto in marina sulla nave Isonzo e Alberto a Sulmona nei lanciafiamme). Verrò richiamato nuovamente il 26 maggio 1941».
Se era dura per i giovani di leva, i richiamati pur abituati ai disagi, pativano maggiormente per la lontananza da casa: ancora oggi G.B. Rivara, sergente, non può ricordare i suoi lunghi anni da militare senza soffrire. Partito nel '33 per Ventimiglia, fa per quattro mesi il telefonista e poi torna a casa. E' richiamato nel 1935 a Parma nel 62° rgt ftr e finisce in Tripolitania a Bengasi e Derna.
[...] «Era fame, fame nera» ci dice Pasquale (Lino) Seghezzo. «Il 9 marzo 1940 vado nella Guardia alla Frontiera (GAF), sottosettore 5/a, 16° caposaldo "Testa d'Alpe", in una caserma a 500 metri da Pigna. Di Isola non c'era nessuno, solo alcuni di Ronco. Mi pare che Alfredo Bertuccio fosse a Vallecrosia. Noi avevamo la bustina tipo fanteria. Nell'artiglieria della GAF c'era Dino Denegri. Quando scoppia la guerra è un gran macello, pioveva e gran fame. C'era il rinforzo dell'89° e 90° rgt ftr. Da lì è passato Battistin Tavella <200: me lo ricordo in fila con la gavetta in mano, ci siamo abbracciati e salutati. L'89° ha percorso 30 km a piedi per 30 giorni di seguito. Dopo una licenza ho fatto sia il telefonista che il portaordini, sempre un sacco di cammino».
A Triora e Molini di Triora c'è Luigi Zuccarino fu Angelo, classe 1912, artiglieria della GAF: «Richiamato tre volte ho fatto il soldato sempre lì. La guerra con la Francia l'ho fatta sottoterra nel forte di Lotilion. Poi siamo andati ad Albenga a fare delle piazzole e dei camminamenti fino all'8 settembre, quando i tedeschi ci hanno preso e portato vicino ad Alessandria. Sono scappato e a piedi sono arrivato fino a Nunserré <201».
Renato Corradino da "permanente" è negli alpini, battaglione "Mondovì" a Briga. Ci sta solo due mesi perché ha i genitori a carico. Ma nel 1935 lo richiamano in fanteria, 89° rgt, divisione "Cosseria", a Ventimiglia, caserma "Gallardi" dove sta un anno. Nel '39 altro richiamo: «Ci hanno subito mandato indietro, ma nel '40 arriva un'altra cartolina, fortunatamente però la guerra in Francia è finita. Pioveva da matti, da mangiare "tubi, brodo lungo e seguitare!". Nel '35 mangiavamo meglio; negli alpini c'era più affiatamento anche se era più dura. Tra un richiamo e l'altro lavoravo da Giacomo De Negri con mio padre, facevo il panettiere. E' in quel periodo che ho conosciuto Michele Repetto, poi prima vittima in guerra: portava giù la legna da Griffoglieto. Dopo la Francia, campo a Perinaldo, Baiardo, al Grammondo: 12a compagnia mitraglieri "Implacabile". Fortunatamente cominciarono a formare sezioni di sussistenza e cercavano panettieri: mi mandarono a Cornigliano. Era come essere a casa. Avevo un figlio piccolo che andava all'asilo».
I numerosi richiami li subisce anche Bartolomeo Rivara, oggi abitante a Ronco, che parte per la prima volta nell'ottobre del 1936 con uno di Pietrabissara: «...quellu cu g'aveiva a segheria a Rigusu... ma lui era nell'artiglieria a Savona, io ero nell'89° rgt ftr a Ventimiglia, alloggiato nelle caserme verso il confine, la Maginot italiana, lì i monti sono tutti bucati, pieni di caverne militari. C'era con me uno di Ragusa a cui dovevo scrivere tutte le settimane a casa perché era analfabeta: non conosceva neanche le lenzuola perché la prima sera li ha messi sotto il materasso. Al rancio ci davano una gavetta piena di brodo, tanta che io e altri l'avanzavamo e lui aveva il coraggio di mangiare anche la nostra. Durante le esercitazioni non conosceva la destra dalla sinistra e allora il tenente gli legava un fazzoletto sulla manica per aiutarlo. Io avevo frequentato la sesta serale qui in Comune, a Isola». Viene poi trasferito a Genova al deposito di piazza San Leonardo e lì deve presentarsi ogni volta che viene richiamato.
«Avevo sotto di me, che ero soldato scelto, quattro o cinque soldati e ogni mattina mandavamo i rifornimenti ai vari reparti (scarpe, pantaloni ecc.). Li caricavamo su un carro e con il treno, da Terralba, andavano a Savona o a Ventimiglia, dove ce n'era bisogno. Quando mi hanno richiamato per la guerra con la Francia ero con Michele Repetto di Griffoglieto: era il 30 maggio 1940 e ci siamo presentati alla caserma "Andrea Doria" di Genova. Il viaggio l'abbiamo fatto su una tradotta con carri da "cavalli 8, uomini 40" fino a Ventimiglia ed eravamo destinati al monte Grammondo. Repetto è stato ucciso da una granata e qui a Isola gli hanno intitolato una strada, quella che porta a Griffoglieto. Il 18 maggio 1942 vengo di nuovo richiamato con Alfredo Bertuccio, Giuseppe Ponzoletti, Francesco Pedemonte, Molinari di Pietrabissara. Arriviamo a Genova davanti alla caserma e dico a loro di aspettarmi perché avrei prima parlato con un maggiore che conoscevo. Mi dice: "Rivara, stammi a sentire, oggi non presentarti, vieni domani, altrimenti parti subito per il fronte!". Riferisco agli altri e decidiamo di ritornare a casa: solo Ponzoletti entra in caserma. E' poi morto in Grecia. All'indomani ci presentiamo ed io vengo messo nel 115° battaglione mitraglieri nelle scuole di via Fieschi. Aspettavamo le armi per partire per il fronte. Nel frattempo ci fanno andare di ronda per Genova a far spegnere la luce di notte. Le armi non arriveranno mai, fortunatamente. Ci mandano allora come guardiacoste in una caserma vicino a Savona dove c'era anche Franco Rivara. Una notte mi sono sentito male e son rimasto reidu e gridavo in camerata. Il medico mi ha mandato all'ospedale della Chiappella a Genova dove mi hanno riconosciuto i servizi sedentari».
[...] Giovannino Botta, medaglia d'argento, aveva combattuto nella campagna di Francia con il battaglione "Valle Arroscia" e poi in Albania con il "Pieve di Teco". Ricordano la moglie e la figlia Anna: «Non parlava mai di quello che aveva passato, solo qualche cenno, poche volte: "L'è ciu brutta a sè che a famme!" diceva del periodo da prigioniero. Allora a sua madre l'avevano dato per morto. Ci teneva al suo cappello alpino, quello sì. E anche della medaglia d'argento non se ne vantava mai».
[...] Renato Corradino, pure lui fante, inizia la ritirata a 15 km dal Don, presso il comando del II corpo d'armata; in precedenza, come abbiamo visto, era stato all'89° rgt ftr, divisione "Cosseria", a Ventimiglia
[...] Il dottor Franco Elvezio Malvezzi è particolarmente ricordato in paese per la sua opera e dai reduci per la sua disponibilità; per questo lo abbiamo intervistato telefonicamente e lui, gentilissimo, ci ha mandato questo scritto:
«Ricordi di Isola del Cantone.
Approdai ad Isola dopo tre anni dall'esame di laurea (1936) carico di buona volontà, ma con scarsa esperienza; la Condotta assai vasta e disagiata, mi piacque subito, coi bellissimi paesi in cima ai colli, già allora pressoché disabitati, ma assai faticosi da raggiungere [...] Il 10 giugno 1940, dichiarazione di guerra, incominciava la mia carriera militare come tenente medico - venivo dagli alpini - di un reggimento di artiglieria Guardia alla Frontiera, con le batterie piazzate fra Ventimiglia e Bussana di Sanremo. Lì per fortuna la guerra durò poco; i francesi, ch'erano poi truppe marocchine, erano già fiaccati moralmente [...]» [...]
 

Sergio Pedemonte
(con la collaborazione di Maria Rosa Allegri, Bruno Bertuccio, Caterina Bisio, Giampiero Buzelli, Vanda Camicio, Stefano Denegri), Verso casa. Cronache di soldati isolesi (1805-1947), Centro Culturale di Isola del Cantone (GE), 1995

domenica 18 settembre 2022

Il più fascista di tutti era Fra Ginepro

Fra Ginepro (il cappuccino con la barba al centro della foto) con amici a Loano. Fonte: Un secolo... di cappuccini cit. infra

Francescano, scrittore, giornalista, oratore di piazza, cappellano militare volontario in Etiopia, Francia e Albania. Quella di fra Ginepro da Pompeiana era una storia sepolta in lettere conservate in vecchi bauli; una storia frammentata tra decine di archivi, ricostruita grazie alle numerose opere autobiografiche e alle testimonianze scritte ed orali di chi l'ha conosciuto. Durante la fallimentare campagna militare in Albania, fra Ginepro fu fatto prigioniero dai greci, consegnato agli inglesi e da questi internato nei campi di concentramento indiani fino alla primavera del 1943, quando fu rimpatriato per uno scambio di prigionieri. Questa esperienza ne esacerbò il senso di missionariato virile, concepito a stretto contatto con i soldati semplici e in generale con le classi sociali più umili, sempre in prima linea, coi suoi sandali, il suo saio e le predicazioni ad exempla, per quell'Italia cristiana e fascista di cui fu acceso sostenitore, tanto che, dopo la deposizione di Mussolini nel luglio 1943, non faticò a riconoscersi nella Repubblica Sociale, nonostante l'apatia delle istituzioni ecclesiastiche.
Redazione, Presentazione di Alessandro Acito, Fra Ginepro da Pompeiana. Storia di un frate fascista, Prospettiva Editrice, 2006


Libri culto. Sei mesi del cappellano cappuccino nel carcere di Marassi a Genova. Era nato il 7 aprile 1903 in Pompeiana (Imperia) e si chiamava Antonio Conio. Durante il corso di laurea entrò nell'ordine dei Cappuccini e assunse il nome d'uno dei primi seguaci di san Francesco, Ginepro, ch'era anche il soprannome del pilota dannunziano Gino Allegri. Oltre che giornalista in ambito religioso, fu poeta, scrittore ed oratore, stimato da colleghi illustri quali Francesco Pastonchi, Giovanni Semerìa, Angiolo Silvio Novaro, Filippo Tommaso Marinetti, Flavia Steno, e dal poeta Carlo Borsani, cieco di guerra, che verrà assassinato a Dongo assieme con tutta una schiera di gerarchi della gloriosa Repubblica sociale.
La sua opera letteraria più nota fu "Riviera d'oro", del 1932, ma dopo la guerra ebbero il consenso commosso degli ex combattenti e dei familiari dei caduti, i suoi molti lavori che si levavano a difesa dei perseguitati colpevoli d'amor patrio, fra cui ricordo "Famiglie che piangono", "Fame nei lager", "Madri d'assassinati e di assassini", "Convento e galera". Io qui mi occuperò dei due libri che, tramite la vedova del comandante Benedetto Franchi, fucilato a guerra finita, e mamma della mia coetanea Rosanna, morta di dolore per l'uccisione del suo babbo, mi dedicò nel marzo 1951: "La via crucis dei criminali" e "Fanciulli martiri". Comincerò dal primo (374 pagine, lire 500), edito nel giugno 1950 da La poligrafica di Siena, che ebbe un sèguito, pubblicato col titolo "Le nostre prigioni".
Uscito dai torchi mentre l'autore era intento alla stesura del secondo, che vedrà la luce nel gennaio dell'anno dopo, "La via crucis dei criminali", sottotitolato "Altri sei mesi di galera", è strutturato in ventuno capitoli che narrano le sofferenze dei sopravvissuti alle stragi di fine aprile e di tutto maggio 1945, perseguitati e imprigionati per avere amato la Patria ed essere accorsi a difenderla dagli invasori e a riscattarne l'onore vilipeso da un voltafaccia seguìto ad un armistizio stipulato ad insaputa dell'alleato, che ci aveva procurato il dispregio di tutto il mondo.
[...] «La posta non ci viene consegnata. Le visite dei familiari ci vengono negate. Il cappellano cerca di confortare: lo ascoltano il giovane Stefano Mastrangelo, colpevole d'essere stato ingegnere nell'Ansaldo, il cancelliere Giuliani, che con gli occhi pieni di lacrime sogna la musica della figliola arpista, Romualdo Gloria, che guidò i bersaglieri sulle quote albanesi, il povero Ragno, con all'occhiello le stellette di otto morti, e Grazioli, capo della provincia a Bergamo e poi a Torino, il colonnello Falletti, il capitano Celoria, Capretta, Gallino, Falconi; il generale Farina, che mostra sui polsi i segni delle manette; il maresciallo Bottero, il legionario Cantillo, con cui rammento i giorni di passo Uarieu, De Dominici, il cui babbo era con me in India, e Bottero, Lazzari, Lavurà, Barbieri, Bottaro, Maggio; i giovanissimi Rota, Palmisan, Barbetti, Zorzi, Bottale».
Dal carcere di Marassi, come dall'albergo dei Poveri (da dove chi scrive, abitante poco lontano, udiva giungere i colpi di fucile con cui i detenuti venivano ammazzati), alcuni tentarono la fuga. I romagnoli Renier, Vacchi e Zonza furono riacciuffati su denuncia. Tentarono l'evasione anche alcuni francesi nostri alleati: il giovane Pierre Gilbert di Strasburgo fu il primo, e dovevano seguirlo Carbone di Marsiglia ed il piccolo Noël, ma la corda si spezzò e il fuggitivo fallito si ruppe le gambe e un braccio: i custodi gli ruppero le costole. Per Natale, il canonico Piola confeziona con mollica le figurine del presepio. Il detenuto Permetto foggia un frate cappuccino e ne fa dono a fra' Ginepro. Per l'Epifania il savonese Ennio Contini, condannato a morte, fratello d'un legionario del Tembien, scrive una poesia: il cappellano l'ha conservata e la pubblica in chiusura del capitolo secondo.
Sergio Stancanelli, «La via crucis dei “criminali”» di fra’ Ginepro, Trentino Libero org, 26 aprile 2014   

[...] Nel 1941 [fra Ginepro] fu catturato e trasferito in un campo di prigionia inglese a Bombay, ove continuò il suo ministero occupandosi di circa 4000 soldati, facendo costruire chiese e promuovendo il Terz’Ordine Francescano.
Nel 1944 ottenne il permesso dal Comando tedesco di visitare i campi di lavoratori italiani in Germania e Austria.
Una volta tornato in Italia visitò e tenne i contatti con i familiari degli internati.
Dopo il 25 aprile 1945 fu detenuto per un periodo nel carcere genovese di Marassi con accusa di collaborazionismo, ma non essendovi nulla a suo carico ne fu disposta la scarcerazione.
Nella copiosa mole di lettere e documentazione riferita agli anni della guerra ed immediatamente seguenti, vi è un’attestazione del Comitato di liberazione nazionale di Pompeiana del 22 agosto 1945 in cui si dichiara che il frate si adoperò per evitare stragi e rappresaglie e che fece da intermediario per la liberazione di ostaggi.
Al termine della guerra fu promotore della casa degli Orfani di Albenga, intitolata alla Madonnina del Tembien, in memoria della battaglia in cui caddero molti soldati liguri.
Si adoperò fino al giorno della sua morte nel raccogliere testimonianze sui caduti e alla redazione di memorie legate alla sua attività di cappellano militare, di cui si conserva in archivio una copiosa raccolta.
Morì il 2 luglio 1962 nell’Ospedale di S. Corona in Pietra Ligure.
(a cura di) fra Vittorio Casalino, Daphne Ferrero, Luca Piccardo, Padre Ginepro Conio da Pompeiana (1903-1962) in Un secolo... di cappuccini, Museo dei Beni Culturali Cappuccini di Genova, 2015

Lettera di condoglianze inviata da Fra Ginepro nel 1938 alla vedova di Angiolo Silvio Novaro. Fonte: Franca Anfossi Inzaghi e Daniela Zago Novaro, Op. cit. infra


Ma la vita conventuale era oramai la nuova realtà di fra Ginepro, il quale continuò la sua attività di predicazione nelle sagre di paese <38 e, nella sua personale opera di valorizzazione della Liguria, poteva ora avvalersi di un valido strumento di erudizione quale la biblioteca di San Barnaba. Maturò in questo periodo, infatti, la fortuna di fra Ginepro come scrittore e giornalista.
Dal 1930 iniziò a pubblicare articoli sui principali quotidiani di Genova. "Il Giornale di Genova", "Il Nuovo Cittadino" e "Il Secolo XIX" accolsero profili di storia ligure, estasiate descrizioni di santuari, cronache di manifestazioni religiose e biografie di personaggi minori. Le parole del frate venivano sempre accolte in terza pagina e, talvolta, portavano come firma Tugnolo, forse, a suo parere, per via di "quei cronisti anziani che hanno conservato nello spirito liberaleggiante un po' di ruggine anticlericale" <39.
Tuttavia la popolarità di fra Ginepro crebbe presto anche nelle redazioni, tanto che nel dicembre 1932, non appena ordinato sacerdote, venne proclamato cappellano dei giornalisti liguri. Questa attività pubblicistica anticipò i due scritti più importanti del frate del periodo precedente la sua partecipazione alle guerre fasciste. Difatti, con 'La Famiglia Ruffini' e con 'Riviera d'Oro', editi rispettivamente nel 1931 e nel 1932, il frate parve organizzare in maniera più compiuta il suo credo sociale e politico. In entrambe queste pubblicazioni si può notare, non solo l'approfondimento erudito che trapela dalle numerose citazioni e dai molti rimandi ad opere di storia locale, ma anche l'attenzione costante per ogni aspetto della cultura ligure, che il frate scandaglia a fondo, sia perché intento alla valorizzazione della sua terra, sia perché alla ricerca di episodi e uomini che suffraghino la possibilità di far incontrare amor patrio e fede cristiana.
'La Famiglia Ruffini' fu preparato da una serie di articoli pubblicati da diversi quotidiani genovesi <40 e dovette godere di ottima considerazione. Infatti la casa editrice era la cattolica Società Editrice Internazionale ed il libro venne accolto da molte recensioni favorevoli. <41 Il libro narra le vicende di una famiglia di Taggia (paese della Riviera ligure di Ponente) che vide la partecipazione di tre fratelli alle attività cospiratorie della Giovine Italia.
[NOTE]
38 Ne 'L'Angelo Soldato', opera citata di G. Mazzoni, l'autore riporta un articolo pubblicato su "Il Giornale di Genova" nel settembre 1932, in cui racconta di aver partecipato alla "Sagra della Castellania" di Rezzo insieme al giovane frate. A corredare l'informazione riporta una fotografia che ritrae fra Ginepro col giornalista, insieme a pittoreschi personaggi presenti all'evento. Cfr. G. Mazzoni, op. cit., pagg. 153/162.
39 Fra Ginepro da Pompeiana, Il mio saio: una bandiera, cit., pag. 17
40 Articoli pubblicati, perlopiù, negli ultimi mesi del 1930 e ad inizio 1931 su "Il Nuovo Cittadino" e su "Il Giornale di Genova".
41 La prefazione della seconda edizione, uscita a soli quattro mesi dalla prima, fu scritta addirittura dal senatore Paolo Boselli, il quale, nel presentare il libro, sembra avvalorare lo sforzo del frate, sostenendo che "in queste pagine è luce di idealità santa, è specchio di bellissimo Paese. Le domina la Madonna di Lampedusa con il ricordo del libro, che diede a tanti cuori, segnatamente in estere contrade, il sospiro e il genio operoso per l'Italia risorgente". Fra Ginepro da Pompeiana, La Famiglia Ruffini, 2° ed., Torino, Società Editrice Internazionale, 1932, pag. III. Alcune recensioni sul libro del cappuccino ligure comparvero su "Il Popolo d'Italia" , su "Il Nuovo Cittadino", su "Il Corriere Mercantile", su "Il Secolo XIX" e su testate minori. Sono pubblicate nella seconda edizione di La Famiglia Ruffini.

Alessandro Acito, Fra Ginepro da Pompeiana: un frate nella Repubblica Sociale Italiana, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1998-99

Venne il centenario francescano e fra’ Ginepro andò a predicare nelle chiese della diocesi: “Parecchie volte fra gli uditori c’era il Novaro, che in quel tempo scrisse spiritualissime liriche francescane, una della quali la compose proprio dopo una visita al mio borgo di Pompeiana… Salì a pregare nella parrocchia abbaziale di Santa Maria. Ricordo che appena varcata la soglia della chiesa gli porsi la mano bagnata dell’acqua lustrale ed egli si segnò la fronte e il petto e si trattenne a lungo in adorazione davanti all’altare fiorito. Durante il noviziato… lo perdetti di vista; ma il giorno che celebrai la Prima Messa a Pompeiana, era presente con una lettera: esaltazione del Sacerdozio. In quei giorni mi volle ospite a casa sua, nella Casa Rossa di Capo Berta, la più bella terrazza aperta sul nostro mare dell’estrema Liguria. Camminammo insieme in mezzo alle aiuole di fiori e poi mi portò a vedere un altro fiore: la mistica rosa: una Madonna soave che presenta nelle fasce il piccolo Gesù. L’ispiratrice dei grandi poeti e artisti cristiani… non poteva mancare nella fucina del Fabbro Armonioso. Egli mi confidò che da parecchi anni stava lavorando attorno ad un poema 'La Madre di Gesù', e mi disse che, come i poeti antichi chiudevano il loro canzoniere con l’invocazione alla Vergine… così anche lui voleva chiudere la sua vita di poeta e di credente. Prima di congedarmi il Novaro mi lesse alcuni brani del poema e mi consegnò un dono per il mio sacerdozio: un crocefisso d’argento con ai lati tutte le stazioni della Via Crucis. Durante la campagna d’Africa… mi giunse l’omaggio del poeta, il volume bianco della Madre di Gesù. Ricordo di aver letto quei versi - dove l’arte raggiunge il suo vertice perché diventa Fede - ai miei soldati, alcuni dei quali se li copiarono, per mandarli a memoria, per recitarli, come preghiere, nelle notti e nella veglie africane. Un mese fa avevo contraccambiato al Novaro l’omaggio, inviandogli il volume ‘La strade delle Madonne nel Tembien’ <77. Egli tanto lo aveva gradito e tra l’altro mi aveva scritto: 'La madre di Gesù è la madre di tutti i figli che sono morti per la Patria. Ella, con il suo azzurro manto infinito, ne ha coperto le salme e sublimato le anime'. Così, o Poeta della Riviera d’Oro, la Vergine Santa accolga nel suo manto la tua anima immortale!”
Questa raggiunta fiducia in Dio e in Maria fu la conclusione della lunga ricerca, che accompagnò la vita di Novaro. La conquista della Fede rinnovò profondamente la sua capacità creativa.
77 Tembièn. Regione dell’altipiano etiopico, che si eleva fino ai 2000 metri di altitudine compresa fra i torrenti Neri, Ghevà e la carovaniera Adua-Macallè. Durante la guerra italo-etiopica del 1935-36 fu teatro di importanti battaglie, in una delle quali le truppe italiane al comando di Pietro Badoglio occuparono il bastione dell’Amba Alagi.
Franca Anfossi Inzaghi e Daniela Zago Novaro, Angiolo Silvio Novaro. Vita di un poeta, De Ferrari, 2009

“… altre statue sono partite, in questi ultimi mesi, dal porto di Genova, salutate dal popolo festante, verso le nuove terre dell'Impero; … verranno collocate nei templi cattolici di Addis Addi, il più alto dell'Etiopia - si trova a 2590 metri sul mare -, di Disgà, di Baur, di Serachit Abi, di Uasdembà e in due antiche chiese di Addis Abeba. Ma, frattanto, da qualche settimana, all'ingresso del cimitero degli eroi di Passo Uarieu, per iniziativa del ponentino Padre Ginepro, frate, cappellano militare e giornalista, una statua della Madonna della Guardia veglia sui caduti gloriosi, in una cappella, costruita dalle Camicie Nere del secondo battaglione mitraglieri, e dai fanti della «Cosseria»”
«La Stampa della Sera», 1° settembre 1936  

«Un uomo serio, sincero ed eroico, il vero uomo della croce, un soldato di Cristo, caduto al seguito di una causa sbagliata. Ma bisogna capire quell’epoca. Quei 122 cappellani [della campagna d’Africa] erano quasi tutti ex Arditi: divenuti poi crociati del fascio littorio. Il più fascista di tutti era Fra Ginepro, che dette l’ultimo saluto a Padre Reginaldo facendone l’elogio, durante la visita al piccolo, disadorno cimitero di passo Uarieu: “Beato te, o ardito crucisegnato, che sei morto assolvendo i morenti del tuo battaglione e che sei stato con essi sepolto in un cimitero che è sulle soglie del Paradiso» <48.
48 GUADO, Ma la mitragliatrice non la lascio…, «Historia», anno XL, gennaio 1996, pp. 54-61.
Giovanni Cavagnini, Un apostolo per «la più grande Italia». Padre Reginaldo Giuliani tra mito e storia, Tesi di laurea specialistica, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2007/2008 

[...] Fra Ginepro da Pompeiana (al secolo Antonio Conio), un cappuccino cappellano militare volontario in Etiopia, Francia e Albania. Durante la campagna militare in Albania, fra Ginepro fu fatto prigioniero dai greci, consegnato agli inglesi e da questi internato nei campi di concentramento indiani fino alla primavera del 1943, quando fu rimpatriato per uno scambio di prigionieri. Dopo la deposizione di Mussolini nel luglio 1943, non faticò a riconoscersi nella Repubblica Sociale venendo incaricato di visitare gli ex internati militari italiani in Germania. Terminata la guerra, venne incarcerato a Marassi e successivamente costretto alla vita conventuale per alcuni anni sotto il nome di Pio Cappuccino. Sull’argomento, si veda in particolare ALESSANDRO ACITO, Fra Ginepro da Pompeiana. Storia di un frate fascista, Prospettiva editrice, Siena 2006 [...]
Domenico Sorrenti, Il neofascismo nell'Italia meridionale tra eversione e legalità, Tesi di dottorato, Università della Calabria, 2017

Poi la definizione di martiri venne molto utilizzata dal fascismo durante l’esperienza totalitaria, i martiri della rivoluzione nel ventennio così come durante la Repubblica di Salò, e nelle memorie di chi aveva aderito a questa esperienza.
"Venite con noi o fratelli d'Italia, a pregare sulle fosse sconosciute! Sotto i nostri piedi non c'è un letamaio verminoso, ma un cimitero di martiri. Sia che camminiamo nella bassa emiliana, sia che ci arrampichiamo per i valichi alpini, noi posiamo i piedi e spieghiamo le ali in un paradiso di martiri" <19.
19 Fra Ginepro (Antonio Conio), Fanciulli martiri, sl, 1951, p. 32, citato in M. Storchi, La memoria della violenza fra Resistenza e dopoguerra, in «l'impegno», a. XXI, n. 2, agosto 2001.
Cinzia Venturoli, Stragi fra memoria e storia. Piazza Fontana, Piazza della Loggia, La stazione di Bologna: dal discorso pubblico all’elaborazione didattica. Il data base per la gestione delle fonti, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, Anno accademico 2006/2007 

I cappellani neri non hanno alcun collegamento con il clero regolare: se ne tengono, anzi, lontani, non mettono piede in chiesa, portano con disinvoltura sul saio il teschio degli squadristi, benedicono le armi che spareranno contro i ribelli e chi non accetta l’idea di Mussolini, non condannano mai le torture ai prigionieri né i furti né i soprusi contro la gente inerme. Qualcuno talvolta depone il saio ed indossa abiti civili per dedicarsi ad altre "operazioni". A parte padre Eusebio, che ha un suo primato personale negli sconfinamenti non ammessi dalla morale ecclesiastica, eccelle in queste incursioni in terreni proibiti il cappuccino fra Ginepro da Pompeiana, che ad un certo momento diventa l’oggetto di un rapporto di un agente ("Diogene") della G.N.R. allo Stato Maggiore dell’Esercito, a Bergamo. "Sono note allo S.M.E. - dice il rapporto - le avventure di fra Ginepro". Chi legge tutta la pratica che lo riguarda ha l’impressione di scorrere le pagine più piccanti del Bandello. A sua difesa, intanto, è insorto il cappellano, padre Dallari, altro buon soggetto in fatto di sregolatezze. Egli va malignando che il Comando provinciale di Mantova ha voluto attaccare il grande Ginepro per gettare fango sulla sua figura di esaltatore della RSI, ed insinua che "i componenti di detto Comando sono tutti badogliani. Il colonnello Canepa è energicamente intervenuto domandando al Dallari come mai si è ricordato solo adesso di fare una simile accusa, e lo ha segnalato all’Ordinariato militare comunicando di non volerlo più come cappellano. Attualmente fra Ginepro e Dallari si trovano in Germania. È onesto far circolare gente di questa struttura morale?".
Il rapporto 17, che riguarda la situazione di Mantova, reca la data del 1° ottobre 1944, ed è diretto in forma riservata al generale di divisione Filippo Diamanti, comandante il 205° Comando militare regionale, posta da campo 795, e per conoscenza allo Stato Maggiore Esercito - Comando Co. Gu., posta da campo 965. Una annotazione a matita apposta dopo la lettura del documento dice: "Chiedere al Sottosegretario (alle Forze Armate, N.d.R.) la pronta definizione del 'caso fra Ginepro e del suo degno socio, già da noi segnalato. Siano richiamati, sottoposti ad inchiesta e defenestrati".
È una materia, questa dei cappellani militari di Salò, molto difficile da esplorare. I documenti che riguardano i preti con il teschio, cioè quelli immessi nell’organico delle Brigate Nere, sono scomparsi al momento opportuno, e gli archivi religiosi dove potrebbero trovarsi restano inaccessibili. Nei pochi ancora rintracciabili riaffiora soltanto, qua e là, il ricordo di certe loro nefandezze. E il giudizio è assai amaro.
Ricciotti Lazzero, Le Brigate Nere, Rizzoli, 1983

[n.d.r.: nelle rievocazioni della figura di Fra Ginepro prevale spesso una forte sottovalutazione dei trascorsi fascisti di questo cappuccino]

C'è  ancora chi ricorda fra Ginepro da Pompeiana, morto al S. Corona di Pietra Ligure il 2 luglio 1962. Studente universitario si innamorava dell’ideale francescano ed entrava fra i cappuccini. Notevolissima la sua opera di cappellano durante la guerra e la promozione culturale svolta a favore della natia Liguria mercè saggi, articoli, conferenze. Anni or sono il teologo e scrittore Don Ennio Innocenti, del clero romano, ha dimostrato come fra Ginepro avvicinasse alla fede Benito Mussolini e ne accogliesse la confessione.
Con questo scritto ci riferiamo a un volume suggestivo, dallo stile entusiasta e a tratti dannunziano che parla dell’amata Liguria [1]: per Antonio Conio, nato a Pompeiana il 7 aprile 1903, divenuto fra Ginepro come cappuccino, la Liguria va essenzialmente da Ventimiglia ad Imperia.
"Uno dei periodi liturgici più sentiti è quello natalizio, si sa, in particolare la notte Santa. In molte località dell’entroterra ponentino, un tempo caratterizzate dalla pastorizia, si celebravano riti suggestivi ed antichissimi. Era anche il momento di scivernà, ossia di svernare, di scendere verso pascoli dal clima meno rigido. Da Realdo, da Briga (non germita allora dalla grandeur gallica), da Verdeggia, da Triora i pastori scendevano verso le pasture di Pietrabruna, Boscomare, Lingueglietta - patria dei conti della Lengueglia [2] - Cipressa, Terzorio, Castellaro, Dolcedo e via enumerando.
A Pompeiana rimase a lungo, viva ancora fino alla seconda guerra mondiale, la patetica usanza e con la stessa freschezza soave di 300 anni fa; quando venne pattuita negli statuti, dove al contratto per l’affitto delle ‘bandite’ è annesso da parte dei pastori l’obbligo di dare un agnello al Parroco, la notte di Natale, e un altro, per Capodanno, ai giovani del paese i quali a loro volta sono tenuti a regalare ai pastori un sigaro ciascuno, e un ‘panetto’ di fichi bianchi per tutta la compagnia.
[...] Festa veramente di fama regionale, che qualche anno ebbe la fortuna di vantare per oratore niente meno che il predicatore del Papa, venuto appositamente da Roma con padre Clemente, l’illustre e caro cappuccino del paese sul cui saio volle morire, nel bacio di Cristo, Paolo Boselli
[3]. Sagra tonante in cui si sparano centinaia di mortaretti che si succedono fitti come batterie, esplodono, rintronano per tutto il giorno della Messa cantata, ai Vespri in musica, dal principio della processione che si volge a zig-zag per il labirinto di viuzze,  al panegirico il quale segna la sparata finale, culminante, la più formidabile quindi che sembra scoppiarne nella chiesa piccolina col piazzale oblungo, la torre e metà del paese" (pp 89-90)".
[1] GINEPRO da Pompeiana, Riviera d’oro, Torino, Sei, 1932.
[2] Da non confondersi con Laigueglia, a ponente di Alassio.
[3] Paolo Boselli (Savona, 1838 - Roma, 1932) celebre uomo politico, al governo dal 1870 alla morte, più volte ministro.

DA ‘IL GIORNALE’ DEL 15 OTTOBRE 2009
Si terrà domenica prossima a Loano la consueta, annuale commemorazione di fra Ginepro da Pompeiana. La cerimonia, giunta ormai al suo quarantasettesimo anno di età, avrà, stando ai programmi, una cadenza semplice ed essenziale: riunione dei partecipanti alle 9 presso il convento dei frati cappuccini, alle 10 e trenta Messa al cimitero presso la tomba del frate, e conclusione con pranzo in una trattoria del centro rivierasco.
Occorre soffermarsi sul significato di questa semplice cerimonia, e sulla figura di Ginepro.
Antonio Conio (suo nome al secolo) fu frate cappuccino, giornalista, predicatore, scrittore, poeta, cappellano militare, prigioniero di guerra, sostenitore della causa fascista, detenuto. E poi ancora anima dei perseguitati politici del dopoguerra, nuovamente scrittore, ancora e sempre sacerdote.
Circolano molte inesattezze o leggende su di lui, alcune espresse in buona, altre in cattiva fede. Vanno corrette, se non smentite. Alcuni indicano Ginepro come «cappellano delle Camicie nere», o addirittura «capomanipolo della Milizia fascista». Egli non vestì mai tale divisa, né ricoprì tale grado. In base a precisi e inoppugnabili documenti conservati presso l'’Ordinariato Militare di Roma, fra Ginepro da Pompeiana fu sempre e soltanto cappellano militare del 42° Reggimento Fanteria, in Africa Orientale inquadrato con la Divisione «Cosseria», e in Albania inserito nell’organico della Divisione «Modena». Che poi all’interno della Divisione ci fosse un reparto di Camicie nere, che le sue maggiori e personali simpatie andassero a queste, che egli abbia servito Messa e impartito Sacramenti - come era nelle sue specifiche funzioni di cappellano - anche a tali reparti, non costituisce assolutamente una colpa o, soprattutto, un «arruolamento» forzato e postumo.
È stato erroneamente scritto (da destra per rafforzare la sua immagine di militante, da sinistra per screditarlo e dipingerlo come fazioso) che egli sia stato nientemeno che uno dei più ferventi collaboratori del periodico «Crociata Italica», diretto da Don Tullio Calcagno. Il periodico - finanziato dal leader fascista cremonese Farinacci, noto massone - ebbe vita nel periodo travagliato della Repubblica sociale del Nord Italia, ponendosi come promotore e catalizzatore di una chiesa nazionale, filofascista e alternativa alla Santa Sede.
[...] Fra Ginepro, pur essendo amico e collega della maggior parte dei redattori della testata cremonese, non vi scrisse mai, neppure una riga. Don Angelo Scarpellini, anch’'egli cappellano militare e collaboratore di «Crociata Italica», ha smentito categoricamente ed in epoca non sospetta (1962) l’affiliazione di Ginepro al gruppo dei sacerdoti «scismatico-fascisti». Anzi, lo stesso ha confermato che, benché invitato a collaborare, Ginepro abbia educatamente, ma fermamente, rifiutato. A margine di questa smentita, può essere utile ricordare che il direttore Don Calcagno fu fucilato dai partigiani a Milano il 29 aprile 1945 insieme al poeta cieco Carlo Borsani, e che il gerarca cremonese Roberto Farinacci, pur essendo stato in vita anticlericale e massone, si avviò a passo deciso verso il supplizio accompagnato da due sacerdoti di Vimercate (Milano), ai quali affidò una grossa cifra da destinare agli orfani del paese.
Occorre ancora spendere due parole su alcune delle tante «leggende metropolitane» che sono state diffuse sulla figura di fra Ginepro da Pompeiana.
[...] Qui va precisato che i comunisti della «Buranello» fecero sfoggio di un certo tatto: dei tre partigiani che lo prelevarono presso il convento genovese di San Barnaba, uno era stato militare nella «Cosseria» in Etiopia proprio con fra Ginepro, e l’'altro aveva uno zio prete. L'’indomani gli permisero di servire Messa nel convento di Sestri Ponente e successivamente fu accompagnato in Questura dal cappellano partigiano Don Berto Ferrari. Viaggio - gratis - sul tram e niente manette [...]
Gian Luigi Bruzzone, Liguria ponentina: riti di religiosità popolare e un libro anni Trenta. E fra Ginepro: da Pompeiana, al cospetto di Mussolini, al convento di Loano, Trucioli, 3 giugno 2021


 

Allo scoppio della guerra nel 1940, il cappuccino fu mandato in Albania; fatto prigioniero dai greci venne da questi consegnato agli inglesi e deportato in un campo di concentramento nel Misore (India britannica); rimpatriò nell’aprile del ‘43 grazie ad uno scambio di feriti prigionieri [5].
Nel maggio, Egli incontrò  Mussolini che, risaputo  del  suo apostolato tra i prigionieri lo volle conoscere; cosi racconta: “Il Duce mi chiamò a sé, mi prese il cordone e si chinò a baciarlo”. A giugno, gli viene chiesto dal segretario Sforza di presiedere un comitato d’ assistenza per le famiglie dei prigionieri; cio’ avviene mentre si sta tramando la “congiura di palazzo” che provocherà il 25 luglio, la caduta del regime.
Ma al crollo del regime, alla dittatura militare di Badoglio, e la liquidazione del PNF, succede la liberazione di Mussolini dal Gran Sasso e la nascita del nuovo stato repubblicano:  Fra Ginepro vi aderirà senza esitazione.
Mussolini, conosceva del cappuccino le sue qualità umane e di predicatore, e quando divenne il Capo della RSI, lo ricevette a Villa Feltrinelli di Gargnano; in quest’occasione Mussolini si confessò sacramentalmente la mattina del 15 dicembre, e  ricevette la Santa Comunione [6]. Il religioso colse l’occasione per enumerare a Mussolini i punti d’attrito esistenti  tra la Chiesa e la RSI, che vertevano essenzialmente sulla linea anti-cattolica e filo-comunista di taluni personaggi gravitanti  intorno al bi-settimanale  “Il Popolo di Alessandria” [7], notoriamente il più acceso contro il Vaticano [8].
IL VIAGGIO DI FRA’ GINEPRO IN GERMANIA NELL’AUTUNNO DEL ’44.
Quello che premeva a Mussolini, era la sorte degli internati italiani in Germania; egli conosceva l’odio che nutrivano i tedeschi  a causa del tradimento; sapeva dei fatti  di Cefalonia[9], e la rabbia che nutriva l’ex alleato; il vero statista rifulse infatti, con la fondazione della RSI, in altre parole  quell’opera di contenimento del furore germanico provocato dall’armistizio che solo una ripresa dell’alleanza poteva placare; “Una Repubblica necessaria (RSI) come la definì  Piero Pisenti, suo Ministro della Giustizia, nel suo libro.[10]
[...] A Genova, nelle “radiose giornate”, si susseguono festeggiamenti per la liberazione: scrive il frate: “La popolazione genovese è così giubilante che non sospende le manifestazioni neppure per la disgrazia di San Martino (uno dei tre ospedali della città) che ha mandato all’ospedale decine di bimbi carbonizzati…di loro si occupa solo la cronaca cittadina…le mamme con le mani e gli occhi supplichevoli cercano di prolungare loro  la vita, in Piazza sella Vittoria, rosseggiante di bandiere, si svolge la prima grande manifestazione social comunista”.
Fra Ginepro, in San Barnaba, assiste alla messa da uno sportello vicino al soffitto e narra: “Da lassù, ho visto inginocchiarsi una vecchia ottuagenaria che conosco bene. E’ la mamma del tenente Motta Emanuele, assassinato nel giugno scorso in Vico Casana. “Essendo morto per un governo illegale, non per la vera Italia (hanno detto due sacerdoti alla madre piissima) è dubbio che si sia salvato”. E la povera vecchia, straziata dal dubbio della salvezza eterna del figlio, va in cerca di sacerdoti che la rassicurino”. Hanno ucciso una benefattrice del convento, colpevole di difendere ancora Mussolini. La povera Linguiti, con la mamma e il padre quasi ottuagenario fu strappata dalla casa di via Bernardo Strozzi, con i suoi piccoli risparmi…il delitto fu consumato l’altro ieri notte. Stamattina tre cadaveri furono trovati nelle acque del Lagaccio (uno stagno artificiale ora scomparso), così tristemente noto nella cronaca nera di questi giorni”.
[...] Passano pochi giorni, e la polizia irrompendo nel convento di San Barnaba, arresta il religioso che è rinchiuso alle “case rosse”, cioè, il carcere giudiziario di Marassi.
Fra Ginepro è conosciuto, ma nessuno oserà provare che abbia compiuto qualcosa di moralmente o legalmente illecito; unica colpa, quella di aver aderito alla RSI.  Saranno undici mesi di carcere che egli affronterà con coraggio.
Va ricordato che, i governi succedutisi a Badoglio, si erano consegnati al CLN, predisponendo speciali leggi comminanti sanzioni per chiunque avesse collaborato con la RSI,  tra cui il famigerato Decreto Legislativo Luogotenenziale, del 27 luglio 1944 n. 159, titolato: “Sanzioni contro il fascismo”. L’art. 5 di questo D.L.Lt, recitava: “Chiunque, posteriormente all’ 8-9-1943, per favorire il tedesco invasore, abbia prestato o presti ad esso qualunque forma di aiuto, assistenza, intelligenza, corrispondenza e collaborazione è punito con la morte”.
[...] Le Corti d’Assise Straordinarie, sono sostituite da Sezioni Speciale di Corte d’Assise; oltre alle accuse, si crea un caos enorme nella pubblica amministrazione, e perciò, Palmiro Togliatti, ministro di grazia e giustizia del governo De Gasperi, dopo il referendum del 2 giugno 1946, fu  costretto a varare la famosa “amnistia”  il 22 dello stesso mese, provvedimento  che in parte vanificava, i decreti baresi.
L’amnistia, giovò alla liberazione di Fra Ginepro, che ritornò a dedicarsi all’apostolato tra i reduci.
[NOTE]
[5]  di fra Ginepro predicatore, ne parla ottimamente don LUIGI FERRARI, nel suo libro: “La croce sul petto”. Il Ferrari, cappellano della Julia, l’incontrò nel campo di concentramento del Pireo (Atene), ed ancora su una nave di prigionieri in rotta verso l’isola di Creta.
[6]  E’ noto l’influsso che ebbe su Mussolini la lettura della “Vita di Gesù Cristo” dell’abate Giuseppe Ricciotti, uscito allo scoppio della guerra: l’opera, demoliva le tesi di Renan, Sabatier, e degli altri modernisti, ed è tutt’ora sconsigliato dagli intellettuali vatican-secondisti. Oggi resta ancora una confortante lettura di fronte alla spaventosa crisi che si è abbattuta sulla Chiesa.
[7] Sulla linea anti-cattolica del “Popolo di Alessandria, ho la testimonianza del suo direttore, Gian Gaetano Cabella, che conobbi negli anni ’70. Dopo Torino, Alessandria era la città dove la massoneria aveva lavorato con più successo negli anni del cosiddetto “Risorgimento”. Con la guerra civile, tra “pseudo-mazziniani”, e “pseudo garibaldini” era affondata la mitologia unitaria.
[8] Notissima la vignetta del foglio alessandrino, in cui si raffigura un prete pedalare sul tandem assieme ad un partigiano comunista.

Raimondo Gatto, Ricordo di Fra Ginepro da Pompeiana, Circolo Cattolico Christus Rex, 2 gennaio 2016

domenica 11 settembre 2022

Capitava che nelle curve della via Aurelia qualche anguilla venisse sbalzata fuori

Ventimiglia (IM): la zona del Funtanin - qualche anno fa - con un scorcio della "scalinata" evocata da Arturo Viale

Ventimiglia (IM): la zona dalla Caserma Umberto I (o Forte dell'Annunziata) alla Colla, con al centro quella del Funtanin e, sopra, Forte San Paolo, in un'immagine abbastanza datata

Ventimiglia (IM): la zona del Funtanin

Mi sono accorto di aver perso il primo dente da latte al chilometro 690 dell'Aurelia [n.d.r.: in Ventimiglia (IM)] tornando a piedi da scuola, sotto la casa del capoguardia. Avevo sei anni giusti e stavo terminando il primo anno di scuola da suor Cristina delle suore della Madonna dell'Orto, sul Cavu; l’anno dopo sarei passato alle statali con un esame di ammissione. Il primo anno mia madre veniva ancora a prendermi all’uscita da scuola vicino alla cattedrale e ci fermavamo dalla latteria di Fantino a prendere un piccolo trancio di pan di Spagna farcito di crema e coperto di glassa. Al passeggio del Funtanin stavano finendo i ritocchi al muro in pietra della passeggiata con belle nicchie per piante ricadenti.
Alla caserma Umberto I avevo sentito un fastidio tra i denti e avevo chiesto a mia madre di guardare cosa avessi in bocca e ci accorgemmo che un dente non c’era più e ormai non potevo conservarlo per darlo al topino o alla fatina dei denti.
Quella era l'unica strada, oltre alla ferrovia, tra Italia e Francia; ma un anno dopo, nel 1959, la parete di argilla su cui era intagliata la via Aurelia cominciò a cedere e scivolare tra strette fasce di garofani e orti verso la spiaggia degli Scoglietti, dove ogni pietra aveva un nome. Dopo piogge abbondanti la frana travolse la strada nazionale numero uno; il traffico da e verso la Francia per tutti i veicoli dal biroccio col mulo, dall'Ape Piaggio all'autotreno, fu avviato su una ripidissima “variante” a senso unico alternato, oggi trasformata in scalinata.
Spesso i mezzi più pesanti avevano bisogno di un aiuto quando transitavano in salita in direzione della Francia ed era disponibile il servizio di una specie di rimorchiatore di soccorso. E mio padre, che aveva il biroccio tirato da una mula un po’ anziana, a volte doveva scendere a spingere per aiutare la bestia e chiamava quel percorso Salita dei Mongoli.
La strada era percorsa anche da lenti autotreni carichi di tronchi enormi o di cortecce sistemate alla rinfusa. Le poche macchine ogni tanto dovevano fare code interminabili frenate dalle curve e dalle salite. Ogni tanto passavano in entrata in Italia strani camion attrezzati appositamente con una grande vasca climatizzata e ossigenata e contenente pesci vivi in prevalenza anguille. Si vedeva galleggiare una schiuma oleosa e puzzolente. Capitava che nelle curve della via Aurelia qualche anguilla venisse sbalzata fuori. Avevamo capito così cosa trasportassero quegli strani mezzi.
Proprio sopra alla frana del Funtanin, nella ex caserma dei bersaglieri, dal 1956 avevano trasferito il vecchio ospedale che era sopra porta Nuova, dalla Colla a fianco del convento delle suore Canonichesse Lateranensi di cui costituiva una parte.
Il vecchio Ospedale venne chiuso un anno prima che io andassi a scuola in primina dalle Suore dell’Orto e i locali abbandonati, adiacenti, costituivano fonte di curiosità e leggende per noi bambini che immaginavamo presenze di fantasmi e scheletri rimasti abbandonati.
Il posto è splendido e comodo - raccontano le cronache dell'epoca -, se non si fosse saputo chiaramente che il luogo era interessato al movimento franoso dell’intera collina dal Levante dell’Annunziata al Ponente di Porta Nizza, fino al mare, nei calanchi degli Scoglietti. Così nel 1961, dopo soli cinque anni dall'inaugurazione, l’Ospedale Civile Santo Spirito era costretto ad abbandonare i locali pericolanti e veniva provvisoriamente trasferito nella Casa Valdese di Vallecrosia.   
Iniziarono lunghi lavori per la costruzione di profondi piloni fino a raggiungere profondità più solide sulle quali venne poggiato un ponte che quasi non si percepisce a vista, e la strada statale numero uno venne riaperta integralmente. Ma nel frattempo si progettò e costruì un altro percorso alternativo in gran parte in galleria che è diventato il percorso principale per la Francia e la vecchia strada venne dismessa dall'Anas.
Nell’autunno del 1961, dopo l'evacuazione, l'ospedale divenuto pericolante fu abbattuto assieme ad altre costruzioni della zona, tra cui un palazzone INA-Casa costruito appena nel 1954 che oggi avremmo definito ecomostro. Su un terreno adiacente, alla festa degli alberi, andavamo a piantare pini ed eucalipti. E questa idea si è dimostrata migliore della costruzione INA-Casa e gli alberi sono ancora lì rigogliosi e forse hanno rassodato la collina meglio del cemento. Una costruzione in parte incompiuta e poi totalmente abbandonata era sorta in basso nella zona chiamata Scoglietti. Non è casuale che Calvino ambientasse in una località ligure il suo romanzo del 1957 “La speculazione edilizia”.
Il rimorchio dei mezzi in difficoltà per la salita esisteva a Ventimiglia già da decenni e i mulattieri si trovavano in un’osteria nel Borgo, sul bivio di Vico Lago, nei pressi della fabbrica del ghiaccio di Lupi. Quello prima della salita era il punto più adatto per mettere a disposizione un paio di muli, per i carichi più pesanti, o per affiancare i cavalli meno robusti. Dei miei tempi ricordo Nereo Longhini ed i suoi figli che hanno percorso per anni tutte le mulattiere delle nostre colline quando non c’erano ancora lunghe strade interpoderali cementate.
Mezzo secolo dopo la zona del Funtanin sarà finalmente consolidata e modificata in occasione del completamento del porto Cala del Forte e delle opere a terra. Tutto arriva a chi sa aspettare.
Arturo VialeOltrepassare. Storie di passaggi tra Ponente Ligure e Provenza, Edizioni Zem, 2019

[ n.d.r.: altri lavori di Arturo Viale: Punti Cardinali (da capo Mortola a capo Sant'Ampelio, Edizioni Zem, 2022; La Merica... non c'era ancora, Edizioni Zem, 2020; L'ombra di mio padre, 2017; ViteParallele, 2009; Quaranta e mezzo; Viaggi; Mezz'agosto; Storie&fandonie; Ho radici e ali ]

sabato 3 settembre 2022

Solo nel 1990 accettò di raccontare la sua vicenda ad un professore sanremese

Sanremo (IM): Corso Garibaldi

[...] Giovanni Ermiglia nacque a Sanremo il 24 giugno 1905 da Giambattista e Livia Rubino, originaria di Baiardo. Dopo aver frequentato il Liceo-Ginnasio “G.D. Cassini”, si laureò in Giurisprudenza all’Università di Genova e in Filosofia all’Università di Torino. Nel periodo torinese conobbe Lalla Romano, con la quale rimase amico fino alla morte e che avrebbe incontrato spesso durante i soggiorni della scrittrice a Bordighera.
Nonostante fosse laureato in legge, non praticò mai il diritto, ma si dedicò invece agli studi filosofici e poi all’insegnamento nei licei, affiancando quindi il fratello Stefano nella conduzione dell’azienda familiare. Nel 1968 partì per l’India, dove incontrò nel Tamilnadu (nella zona meridionale del paese) un gruppo di giovani seguaci delle teorie gandhiane, universitari e operatori sociali, tutti legati al movimento di Vinoba Bhave, allievo di Gandhi; quest’ultimo peregrinava a piedi da dodici anni per l’India a mendicare terreni per ridistribuirli ai poveri.
[...] Quando lo sviluppo della sua organizzazione sembrava ben avviato, verso il 1985, Ermiglia, con l’aiuto di alcuni amici fidati, tra cui in particolare il professor Marco Nikiforos, e senza che mai fosse fatto il suo nome per suo espresso desiderio, creò in Italia i Gruppi ASSEFA, il primo dei quali nacque a Sanremo. Nel 1995 nacque il collegamento fra tutti i Gruppi sotto il nome di ASSEFA Italia, oggi ONG riconosciuta dal Ministero degli Esteri. Nonostante la sua ritrosia, ricevette numerosi riconoscimenti, tra cui quello di “Costruttore della Pace” (Peace Builders Award), conferitogli il 2 ottobre 2001 a Madurai in India dal premio Nobel per la Pace Mairead Corrigan Maguire.
Redazione, Sanremo: il fondatore dell'Assefa Giovanni Ermiglia ricordato dallo storico Andrea Gandolfo, Sanremo News, 15 gennaio 2014 

[...]  Dell’amore per la cultura; Giovanni fra i molti suoi meriti ebbe quello di scoprire e valorizzare uno dei maggiori poeti contemporanei della Liguria il concittadino Luciano De Giovanni. Nei miei ricordi più antichi annovero Giovanni e Luciano nella camera studio dello zio che studiavano alacremente testi di metrica e leggevano le poesie dei grandi autori classici e contemporanei. Con l’aiuto di Giovanni il poeta ebbe la possibilità di accedere alla pubblicazione dei suoi versi sulla prestigiosa rivista di cultura “Il Ponte” e pubblicare alcuni libri di magnifiche poesie. Nell’immediato dopoguerra tra i fermenti nascenti dalla liberazione Giovanni pensò di collaborare alla fondazione di una Università Popolare, allo scopo di diffondere l’amore per la Cultura tra le classi popolari di Sanremo ma questo progetto, per motivi politici, non ebbe praticamente successo.
[...] f) Dell’amore per le regole. Quando gli rappresentavo le problematiche che incontravo nelle assemblee sindacali dove una minoranza organizzata prendeva sempre il sopravvento sulla massa dei presenti "La democrazia" - diceva "…E’ costituita da una somma di numeri, maggioranza e minoranza nascono da numeri per questo motivo occorrono delle regole precise per organizzare le giuste maggioranze evitando la confusione assembleare. Le assemblee si attagliano ai piccoli villaggi indiani dove tutti si conoscono e gli scopi sono concreti e vicini. L’assemblea il più delle volte non funziona in Europa per la complessità degli scopi e degli interessi".
g) Dell’amore per la modestia. Giovanni era di natura modesto, per questo motivo non ha lasciato nessuno scritto importante sulla sua opera. Solo nel 1990 accettò di raccontare la sua vicenda ad un professore sanremese, Dario Daniele, da cui furono tratti tre libri, l’ultimo dei quali “Dentro il villaggio vive il sogno indiano di Giovanni”, edizioni Cittadella, 2003. Ma anche in quest’intervista libro Giovanni aveva proibito all’autore di citare il suo cognome. Durante il periodo universitario a Torino (Giovanni conseguì due lauree una a Genova in Legge ed una in filosofia a Torino entrambe con il massimo dei voti) ebbe contatto con giovani dotati di brillante ingegno: Capitini; Antonicelli, Guala ecc.. Tra essi una cara amica fu la scrittrice Lalla Romano; la famiglia Ermiglia e i fratelli Giovanni, Stefano e Antonio apparvero con nomi modificati in più di uno dei suoi libri. Nell’ultimo in particolare “L’eterno presente, una conversazione con Antonio Ria”, ed. Einaudi - collana gli Struzzi -, a pag. 55 trattando della “morte e del dolore” Antonio Ria chiede alla Romano: “Dopo la morte d’Innocenzo (il primo marito della Romano) incontri Giovanni, tuo amico di gioventù e gli chiedi: “dove sono i morti?”, e lui: “Dentro di noi!” “Sì! Nel momento mi è sembrato atroce, come affermare che non ci sono più in realtà; li abbiamo dentro di noi nel più profondo di noi stessi, in quello che veramente siamo!”. In queste parole si può anche collocare l’amore di Giovanni per la propria mamma Livia Rubino che sempre è stata una forte presenza in lui come ho già sopra ricordato. Ria era anche un valido fotografo e più di una volta nei colloqui tra Giovanni e la Romano a Bordighera cui ho partecipato in qualità d’autista, Ria ha chiesto a Giovanni di essere fotografato con la scrittrice, ma lui con la sua tipica modestia rifiutò sempre. Un'altra testimonianza della riservatezza di Giovanni la troviamo in un intervento di un altro carissimo amico, Josè Osaba, pubblicato nel volume "Giovanni a Peace Builder", in cui rileva come la storia di Giovanni dal giorno in cui decise di fondere la sua vita con la vita delle fattorie indiane fu caratterizzata dalla sua gelosa anonimità mentre Lui intraprendeva una infaticabile azione dentro l’ASSEFA senza dare importanza pubblica a se stesso [...]
Livio Ermiglia, Giovanni è l'uomo dell'amore, Assefa, 2013

Sarà la conferenza Lalla Romano e la cultura  francese  tra  Flaubert e Matisse a rappresentare la prima concreta collaborazione fra il Comune di Sanremo e il Centro universitario del Mediterraneo (CUM) di Nizza, come prevede l’apposito Protocollo d’Intesa stipulato dalle due città per intensificare i rapporti culturali.
La conferenza, prevista per martedì 5 giugno, alle 16, al CUM (Promenade Des Anglais, 65)  vuole far conoscere anche nella vicina Francia una scrittrice che deve molto alla cultura pittorica e letteraria francese e la cui opera è quasi totalmente tradotta in francese.
[...] La conferenza è organizzata in occasione del Centenario della nascita di Lalla Romano (centenario riconosciuto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali che ha istituito un apposito Comitato Nazionale per le celebrazione del centenario della nascita di Lalla Romano) e segue le manifestazioni che l’Assessorato alla Cultura del Comune di Sanremo ha di recente dedicato alla scrittrice: la mostra di documenti, immagini e dipinti Lalla Romano fra scrittura e immagini della Liguria allestita al Museo Civico, il relativo catalogo e la pubblicazione del libro Poesie per Giovanni (philobiblon editore) che propone le prime redazioni di una sessantina di poesie di Lalla Romano, di cui 20 completamente inedite, dedicate al primo amore sanremese, Giovanni Ermiglia (fondatore dell’Assefa).
Redazione, Lalla Romano e la cultura francese. Conferenza, Direzione generale Biblioteche e diritto d'autore, Ministero della Cultura, giugno 2007

Loganathan, l’attuale Direttore Generale di Assefa India, era un giovane operatore sarvodaya che il prof. Giovanni Ermiglia, sanremese, uno degli storici fondatori di Assefa, incontrò nel suo primo viaggio in India. Le prime fasi della collaborazione sono descritte nella tesi di laurea di Francesco Candelari, un giovane che nel 2005-2066 ebbe l’opportunità di svolgere una parte del suo Servizio Civile presso l’Assefa. “È in questo contesto che, nell’agosto del 1968, avvenne l’incontro tra Giovanni Ermiglia e Loganathan, un uomo di 63 anni e un uomo di 25, un professore di filosofia in pensione e un giovane attivista del Sarvodaya Mandal, entrambi laici, entrambi non credenti, entr ambi guidati dalla praticità. Giovanni Ermiglia arrivò in India con una dote di cinque milioni di lire, raccolti attraverso il movimento Sviluppo e Pace di Torino per finanziare progetti per l’auto-sufficienza economica delle campagne indiane. Affascinato dall’azione di Gandhi e Vinoba, il professore sanremese suggerì alla branca Sarvodaya del Tamil Nadu di sfruttare i suoi fondi proprio per sviluppare alcuni terreni Bhoodan. I responsabili del Sarvodaya Mandal,scettici sull’affidabilità della proposta, affidarono il compito di verificarne la fattibilità a un giovane attivista. Loganathan fino a quel momento “aveva il compito di visitare i vari villaggi e rappresentarvi dei drama, cioè una sorta di commedia teatrale che spiegasse ai contadini poveri e senzaterra il grave pericolo a cui sarebbero andati incontro se si fossero indebitati con il padrone, diventandone in pratica schiavi.” (Daniele, 2003: p. 37) Ma si rese subito disponibile a lavorare con l’anziano professore. L’improbabile coppia italo-indiana visitò un villaggio nei dintorni di Madurai (Sevalur) e individuò alcuni terreni Bhoodan sui quali cominciare a lavorare. Mentre Ermiglia tornò in Italia per cercare nuovi fondi, Loganathan organizzò i giovani dei villaggi e i braccianti diseredati e in un anno di lavoro quelle terre diventarono una “zona verde, con coltivazioni di banane e orzo e lunghi tubi che innaffiavano le coltivazioni.” (Daniele, 2003: pp. 47-48) [...]
Redazione, Simran Sethi e S. Loganathan ai Martedì Letterari a Sanremo in collaborazione con AssefaOggi Cronaca,  15 maggio 2017

ASSEFA è un’organizzazione indiana al servizio delle comunità rurali che si ispira al principio gandhiano del Sarvodaya “il benessere di tutti”. Il nome ASSEFA deriva dall’acronimo di Association for Sarva Seva Farms, Associazione per le fattorie al servizio di tutti.
Nel 1969 a Sevalur, nel Tamil Nadu, un professore di filosofia di Sanremo, Giovanni Ermiglia, incontrò alcuni operatori gandhiani che gli illustrarono la situazione drammatica in cui vivevano gli abitanti dei villaggi. Insieme decisero intraprendere iniziative sociali ed economiche sia in Italia che in India al fine di raccogliere fondi per consentire ad alcune di quelle famiglie di lavorare le terre loro assegnate. dal movimento Bhoodan (dono della terra).
L’obiettivo principale di ASSEFA è migliorare la situazione economica, sociale e culturale della popolazione rurale, incoraggiando i loro carismi e la loro capacità di autosviluppo. Per questo ASSEFA promuove una coesione sociale priva di discriminazioni di casta e di religione basata sui principi di libertà, uguaglianza economica e giustizia sociale.
Dopo oltre 40 anni di intenso e costante impegno e lavoro ASSEFA India viene annoverata tra le più importanti organizzazioni non governative dell’India.
Redazione, Assefa India, Assefa Alessandria   

Il 14 gennaio 2004 si concludeva la lunghissima vita di Giovanni Ermiglia, l’uomo che può essere considerato il padre di ASSEFA. Una vita dall’andamento molto inconsueto: nella prima parte, fino ai 60 anni, dedicata all’attività intellettuale - studio e insegnamento; nella seconda, all’azione sul campo, organizzativa e pratica. Con una decisione improvvisa l’insegnante di filosofia in pensione dà alla sua esistenza una svolta radicale, parte per l’India, decide di contribuire alla realizzazione dell’ideale di Gandhi . A partire dalla categoria sociale più svantaggiata in quel momento e in quel mondo, quella dei contadini senza terra, si dedica alla creazione di comunità senza alcun tipo di discriminazione, auto-sufficienti, dotate di autostima ed auto-gestite, basate sui principi dell’amore, del servizio e della giustizia sociale, che perseguano il Sarvodaya, ossia il benessere sociale, culturale ed economico di tutti. Per questo scopo spende instancabilmente tutti gli anni che gli rimangono da vivere.
A 44 anni dalla nascita della prima comunità rurale nel Tamil Nadu, (India del sud) ASSEFA, l’organizzazione che riconosce in Gandhi e in Giovanni Ermiglia i propri ispiratori e fondatori, oggi lavora con 900.000 famiglie in 11.000 villaggi, dove sorgono 130 scuole e studiano più di 15.000 bambini.
Tutto questo è stato concepito a Sanremo, sua città natale, ha trovato la sua realizzazione attraverso innumerevoli viaggi in India e un lavoro intelligente e paziente, guidato da un’idea di cooperazione allo sviluppo all’avanguardia per quei tempi e ancor oggi attuale e valida: innescare un processo virtuoso che, partendo dai primi beneficiari, si propaghi coinvolgendo un  numero sempre maggiore di persone e preservi la terra e il mondo contadino dallo sfruttamento e dalla speculazione. Migliaia di uomini e donne, in India e in Italia sono stati conquistati da questa visione e ASSEFA ha presto assunto la dimensione che oggi possiede.
Chi ha conosciuto Giovanni Ermiglia, anche solo attraverso la sua opera, si domanda quale sia la forza che lo ha portato a realizzare un’impresa così grande: è la forza delle idee , di una moralità superiore, che dà senso e illumina tutta la vita, e di conseguenza rende il mondo migliore.
I riconoscimenti ottenuti da Giovanni Ermiglia danno soltanto una pallida idea del valore della sua opera, che ha procurato lavoro, istruzione e dignità a milioni di persone.
    Premio Artigiano della pace - Torino - 1984
    Defender of Peace award - Madurai - 1986
    Menzione d’onore del premio internazionale Genova per lo sviluppo dei popoli - targa UNICEF Italia - 1988
    Cittadino Benemerito di Sanremo - 1997
    Peace Builders award (premio conferito dal governo indiano) - 2001
A Sanremo, in quella che fu la casa di Giovanni, ASSEFA prosegue ogni giorno l’opera iniziata in India tanti anni fa per realizzare uno sviluppo umano equo e sostenibile tra i popoli della terra.
Redazione, In ricordo di Giovanni Ermiglia, Assefa, 13 gennaio 2014  

Sono passati esattamente cinquant’anni da quando il docente e filosofo Giovanni Ermiglia tornò a Sanremo dopo aver trascorso un lungo periodo in India ed ebbe l’idea che avrebbe rivoluzionato, fino a oggi, la vita di milioni di persone. Oggi, lo scrittore e docente Dario Daniele, che ha a lungo preso parte a questa iniziativa, ci racconta di cosa si tratta.
Assefa (Association for sarva seva farms, ovvero “fattorie all’uso di tutti”), è una organizzazione non governativa che opera in oltre undicimila villaggi di tutta l’India tramite la promozione della cooperazione e dell’assunzione di un carattere autosufficiente, sostenuto per la prima volta da Gandhi e Vinoba. Il lavoro consiste soprattutto nella socializzazione di ogni terreno, la bonifica di molti territori e la creazione di diversi campi coltivati, in modo da soddisfare i bisogni di chicchessia [...]
Alessio Bellini, Tra Sanremo e India: i 50 anni di Assefa, Riviera Time Television, 13 luglio 2019  

Anche Giovanni Ermiglia si laureò due volte: la prima in Legge, nel 1928, con una tesi in Filosofia del diritto (Il problema dell’autorità del diritto in Giambattista Vico), la seconda in Filosofia nel 1931 (Il problema delle due ragioni).
[...] Sono inoltre esposte le tesi di laurea di Mario Soldati, Cesare Pavese, Franco Antonicelli e Giovanni Ermiglia, oltre ad alcuni documenti sulla carriera di Giulio Bertoni.
Redazione, Lalla Romano all’Università di Torino (1924-1928): un percorso tra i documenti dell’Archivio storico, Archivio storico dell’Università di Torino, 2014


[...] In occasione del primo anniversario della scomparsa di Lalla Romano, nel 2002, vengono pubblicate a cura di Antonio Ria Poesie (forse) utili, corredate da una ventina di disegni inediti, con un testo di Carlo Ossola. Si tratta di versi raccolti negli anni precedenti da Lalla Romano e conservati in una busta con questo titolo: tutto è «raccolto ma non sigillato, per una presenza che non cesserà, per un compito che s’innerva nell’invisibile» (Ossola).
Ancora a cura di Antonio Ria una raccolta di «versi di affinità elettive», per lo più inediti, accompagnati da disegni pure inediti, dà vita nel 2007 a Poesie per Giovanni, composto da due «faldoni»: il primo ritrovato nell’archivio di Lalla Romano, il secondo conservato a Sanremo in casa dell’amico di gioventù Giovanni Ermiglia. «Liriche databili ma non datate - scrive Giovanni Tesio nella Presentazione -, perché si tratta di poesie che procedono sempre da emozioni non deperibili, per l’energia che le muove, nell’esattezza dei primitivi come Cino da Pistoia» [...]
Redazione, Le Opere di Lalla Romano, Centro Studi Lalla Romano, 8 novembre 2015
 
Mi riesce molto difficile scrivere di poeti e poesie che incontro per la prima volta; un’urgenza di comunicare la mia scoperta mi fa rompere gli indugi, le perplessità.
Luciano De Giovanni l'ho incontrato una volta o due in anni lontani, ma fa parte del mio mondo. Tramite, da principio, quel Giovanni [Ermiglia] di San Remo, il mio grande amico fin dalla giovinezza e anche personaggio nei miei libri.
Lalla Romano, appunti inediti
Paolo Di Paolo, La scrittura critica di Lalla Romano, Tesi di dottorato, Università degli Studi Roma Tre, 2012

giovedì 1 settembre 2022

Mostra "Alberi e silenzi" di Ettore De Franco a Bordighera

 


Unione Culturale Democratica -  Sezione ANPI 

Bordighera (IM), Via al Mercato, 8

 

Sabato 3 settembre 2022 - Giovedì 15 settembre 2022  - ore 17 / 19 (festivi compresi)

 

MOSTRA

       Ettore De Franco

Alberi e silenzi

 

Ingresso libero

I visitatori sono ammessi nel rigoroso rispetto delle vigenti norme sanitarie anti Covid

 

Il suo uso dei colori vivi, combinato a uno stile personalissimo, si traduce in una originale espressione di un genuino senso di calma.

«Si sente una “Stimmung” immaginativa ed espressiva» (Stefano Crespi).

«Il suo uso dei colori è notevole, combinato a una tecnica sicura; guardando i suoi dipinti si è pervasi da un sentimento di pace» (Carlo Bagnasco).

Ettore De Franco è nato nel 1965 a Sanremo. Si è laureato in Scienze della Musica a Milano e si occupa di storia della musica e di critica musicale. Si è avvicinato alla pittura, circa venti anni fa, dipingendo nel tempo libero su tela e utilizzando i colori acrilici.  Ha esposto in Italia e in Francia.
Vive e lavora a Bordighera  

Unione Culturale Democratica -  Sezione ANPI - Bordighera (IM),  Tel. +39 348 706 7688