domenica 18 settembre 2022

Il più fascista di tutti era Fra Ginepro

Fra Ginepro (il cappuccino con la barba al centro della foto) con amici a Loano. Fonte: Un secolo... di cappuccini cit. infra

Francescano, scrittore, giornalista, oratore di piazza, cappellano militare volontario in Etiopia, Francia e Albania. Quella di fra Ginepro da Pompeiana era una storia sepolta in lettere conservate in vecchi bauli; una storia frammentata tra decine di archivi, ricostruita grazie alle numerose opere autobiografiche e alle testimonianze scritte ed orali di chi l'ha conosciuto. Durante la fallimentare campagna militare in Albania, fra Ginepro fu fatto prigioniero dai greci, consegnato agli inglesi e da questi internato nei campi di concentramento indiani fino alla primavera del 1943, quando fu rimpatriato per uno scambio di prigionieri. Questa esperienza ne esacerbò il senso di missionariato virile, concepito a stretto contatto con i soldati semplici e in generale con le classi sociali più umili, sempre in prima linea, coi suoi sandali, il suo saio e le predicazioni ad exempla, per quell'Italia cristiana e fascista di cui fu acceso sostenitore, tanto che, dopo la deposizione di Mussolini nel luglio 1943, non faticò a riconoscersi nella Repubblica Sociale, nonostante l'apatia delle istituzioni ecclesiastiche.
Redazione, Presentazione di Alessandro Acito, Fra Ginepro da Pompeiana. Storia di un frate fascista, Prospettiva Editrice, 2006


Libri culto. Sei mesi del cappellano cappuccino nel carcere di Marassi a Genova. Era nato il 7 aprile 1903 in Pompeiana (Imperia) e si chiamava Antonio Conio. Durante il corso di laurea entrò nell'ordine dei Cappuccini e assunse il nome d'uno dei primi seguaci di san Francesco, Ginepro, ch'era anche il soprannome del pilota dannunziano Gino Allegri. Oltre che giornalista in ambito religioso, fu poeta, scrittore ed oratore, stimato da colleghi illustri quali Francesco Pastonchi, Giovanni Semerìa, Angiolo Silvio Novaro, Filippo Tommaso Marinetti, Flavia Steno, e dal poeta Carlo Borsani, cieco di guerra, che verrà assassinato a Dongo assieme con tutta una schiera di gerarchi della gloriosa Repubblica sociale.
La sua opera letteraria più nota fu "Riviera d'oro", del 1932, ma dopo la guerra ebbero il consenso commosso degli ex combattenti e dei familiari dei caduti, i suoi molti lavori che si levavano a difesa dei perseguitati colpevoli d'amor patrio, fra cui ricordo "Famiglie che piangono", "Fame nei lager", "Madri d'assassinati e di assassini", "Convento e galera". Io qui mi occuperò dei due libri che, tramite la vedova del comandante Benedetto Franchi, fucilato a guerra finita, e mamma della mia coetanea Rosanna, morta di dolore per l'uccisione del suo babbo, mi dedicò nel marzo 1951: "La via crucis dei criminali" e "Fanciulli martiri". Comincerò dal primo (374 pagine, lire 500), edito nel giugno 1950 da La poligrafica di Siena, che ebbe un sèguito, pubblicato col titolo "Le nostre prigioni".
Uscito dai torchi mentre l'autore era intento alla stesura del secondo, che vedrà la luce nel gennaio dell'anno dopo, "La via crucis dei criminali", sottotitolato "Altri sei mesi di galera", è strutturato in ventuno capitoli che narrano le sofferenze dei sopravvissuti alle stragi di fine aprile e di tutto maggio 1945, perseguitati e imprigionati per avere amato la Patria ed essere accorsi a difenderla dagli invasori e a riscattarne l'onore vilipeso da un voltafaccia seguìto ad un armistizio stipulato ad insaputa dell'alleato, che ci aveva procurato il dispregio di tutto il mondo.
[...] «La posta non ci viene consegnata. Le visite dei familiari ci vengono negate. Il cappellano cerca di confortare: lo ascoltano il giovane Stefano Mastrangelo, colpevole d'essere stato ingegnere nell'Ansaldo, il cancelliere Giuliani, che con gli occhi pieni di lacrime sogna la musica della figliola arpista, Romualdo Gloria, che guidò i bersaglieri sulle quote albanesi, il povero Ragno, con all'occhiello le stellette di otto morti, e Grazioli, capo della provincia a Bergamo e poi a Torino, il colonnello Falletti, il capitano Celoria, Capretta, Gallino, Falconi; il generale Farina, che mostra sui polsi i segni delle manette; il maresciallo Bottero, il legionario Cantillo, con cui rammento i giorni di passo Uarieu, De Dominici, il cui babbo era con me in India, e Bottero, Lazzari, Lavurà, Barbieri, Bottaro, Maggio; i giovanissimi Rota, Palmisan, Barbetti, Zorzi, Bottale».
Dal carcere di Marassi, come dall'albergo dei Poveri (da dove chi scrive, abitante poco lontano, udiva giungere i colpi di fucile con cui i detenuti venivano ammazzati), alcuni tentarono la fuga. I romagnoli Renier, Vacchi e Zonza furono riacciuffati su denuncia. Tentarono l'evasione anche alcuni francesi nostri alleati: il giovane Pierre Gilbert di Strasburgo fu il primo, e dovevano seguirlo Carbone di Marsiglia ed il piccolo Noël, ma la corda si spezzò e il fuggitivo fallito si ruppe le gambe e un braccio: i custodi gli ruppero le costole. Per Natale, il canonico Piola confeziona con mollica le figurine del presepio. Il detenuto Permetto foggia un frate cappuccino e ne fa dono a fra' Ginepro. Per l'Epifania il savonese Ennio Contini, condannato a morte, fratello d'un legionario del Tembien, scrive una poesia: il cappellano l'ha conservata e la pubblica in chiusura del capitolo secondo.
Sergio Stancanelli, «La via crucis dei “criminali”» di fra’ Ginepro, Trentino Libero org, 26 aprile 2014   

[...] Nel 1941 [fra Ginepro] fu catturato e trasferito in un campo di prigionia inglese a Bombay, ove continuò il suo ministero occupandosi di circa 4000 soldati, facendo costruire chiese e promuovendo il Terz’Ordine Francescano.
Nel 1944 ottenne il permesso dal Comando tedesco di visitare i campi di lavoratori italiani in Germania e Austria.
Una volta tornato in Italia visitò e tenne i contatti con i familiari degli internati.
Dopo il 25 aprile 1945 fu detenuto per un periodo nel carcere genovese di Marassi con accusa di collaborazionismo, ma non essendovi nulla a suo carico ne fu disposta la scarcerazione.
Nella copiosa mole di lettere e documentazione riferita agli anni della guerra ed immediatamente seguenti, vi è un’attestazione del Comitato di liberazione nazionale di Pompeiana del 22 agosto 1945 in cui si dichiara che il frate si adoperò per evitare stragi e rappresaglie e che fece da intermediario per la liberazione di ostaggi.
Al termine della guerra fu promotore della casa degli Orfani di Albenga, intitolata alla Madonnina del Tembien, in memoria della battaglia in cui caddero molti soldati liguri.
Si adoperò fino al giorno della sua morte nel raccogliere testimonianze sui caduti e alla redazione di memorie legate alla sua attività di cappellano militare, di cui si conserva in archivio una copiosa raccolta.
Morì il 2 luglio 1962 nell’Ospedale di S. Corona in Pietra Ligure.
(a cura di) fra Vittorio Casalino, Daphne Ferrero, Luca Piccardo, Padre Ginepro Conio da Pompeiana (1903-1962) in Un secolo... di cappuccini, Museo dei Beni Culturali Cappuccini di Genova, 2015

Lettera di condoglianze inviata da Fra Ginepro nel 1938 alla vedova di Angiolo Silvio Novaro. Fonte: Franca Anfossi Inzaghi e Daniela Zago Novaro, Op. cit. infra


Ma la vita conventuale era oramai la nuova realtà di fra Ginepro, il quale continuò la sua attività di predicazione nelle sagre di paese <38 e, nella sua personale opera di valorizzazione della Liguria, poteva ora avvalersi di un valido strumento di erudizione quale la biblioteca di San Barnaba. Maturò in questo periodo, infatti, la fortuna di fra Ginepro come scrittore e giornalista.
Dal 1930 iniziò a pubblicare articoli sui principali quotidiani di Genova. "Il Giornale di Genova", "Il Nuovo Cittadino" e "Il Secolo XIX" accolsero profili di storia ligure, estasiate descrizioni di santuari, cronache di manifestazioni religiose e biografie di personaggi minori. Le parole del frate venivano sempre accolte in terza pagina e, talvolta, portavano come firma Tugnolo, forse, a suo parere, per via di "quei cronisti anziani che hanno conservato nello spirito liberaleggiante un po' di ruggine anticlericale" <39.
Tuttavia la popolarità di fra Ginepro crebbe presto anche nelle redazioni, tanto che nel dicembre 1932, non appena ordinato sacerdote, venne proclamato cappellano dei giornalisti liguri. Questa attività pubblicistica anticipò i due scritti più importanti del frate del periodo precedente la sua partecipazione alle guerre fasciste. Difatti, con 'La Famiglia Ruffini' e con 'Riviera d'Oro', editi rispettivamente nel 1931 e nel 1932, il frate parve organizzare in maniera più compiuta il suo credo sociale e politico. In entrambe queste pubblicazioni si può notare, non solo l'approfondimento erudito che trapela dalle numerose citazioni e dai molti rimandi ad opere di storia locale, ma anche l'attenzione costante per ogni aspetto della cultura ligure, che il frate scandaglia a fondo, sia perché intento alla valorizzazione della sua terra, sia perché alla ricerca di episodi e uomini che suffraghino la possibilità di far incontrare amor patrio e fede cristiana.
'La Famiglia Ruffini' fu preparato da una serie di articoli pubblicati da diversi quotidiani genovesi <40 e dovette godere di ottima considerazione. Infatti la casa editrice era la cattolica Società Editrice Internazionale ed il libro venne accolto da molte recensioni favorevoli. <41 Il libro narra le vicende di una famiglia di Taggia (paese della Riviera ligure di Ponente) che vide la partecipazione di tre fratelli alle attività cospiratorie della Giovine Italia.
[NOTE]
38 Ne 'L'Angelo Soldato', opera citata di G. Mazzoni, l'autore riporta un articolo pubblicato su "Il Giornale di Genova" nel settembre 1932, in cui racconta di aver partecipato alla "Sagra della Castellania" di Rezzo insieme al giovane frate. A corredare l'informazione riporta una fotografia che ritrae fra Ginepro col giornalista, insieme a pittoreschi personaggi presenti all'evento. Cfr. G. Mazzoni, op. cit., pagg. 153/162.
39 Fra Ginepro da Pompeiana, Il mio saio: una bandiera, cit., pag. 17
40 Articoli pubblicati, perlopiù, negli ultimi mesi del 1930 e ad inizio 1931 su "Il Nuovo Cittadino" e su "Il Giornale di Genova".
41 La prefazione della seconda edizione, uscita a soli quattro mesi dalla prima, fu scritta addirittura dal senatore Paolo Boselli, il quale, nel presentare il libro, sembra avvalorare lo sforzo del frate, sostenendo che "in queste pagine è luce di idealità santa, è specchio di bellissimo Paese. Le domina la Madonna di Lampedusa con il ricordo del libro, che diede a tanti cuori, segnatamente in estere contrade, il sospiro e il genio operoso per l'Italia risorgente". Fra Ginepro da Pompeiana, La Famiglia Ruffini, 2° ed., Torino, Società Editrice Internazionale, 1932, pag. III. Alcune recensioni sul libro del cappuccino ligure comparvero su "Il Popolo d'Italia" , su "Il Nuovo Cittadino", su "Il Corriere Mercantile", su "Il Secolo XIX" e su testate minori. Sono pubblicate nella seconda edizione di La Famiglia Ruffini.

Alessandro Acito, Fra Ginepro da Pompeiana: un frate nella Repubblica Sociale Italiana, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1998-99

Venne il centenario francescano e fra’ Ginepro andò a predicare nelle chiese della diocesi: “Parecchie volte fra gli uditori c’era il Novaro, che in quel tempo scrisse spiritualissime liriche francescane, una della quali la compose proprio dopo una visita al mio borgo di Pompeiana… Salì a pregare nella parrocchia abbaziale di Santa Maria. Ricordo che appena varcata la soglia della chiesa gli porsi la mano bagnata dell’acqua lustrale ed egli si segnò la fronte e il petto e si trattenne a lungo in adorazione davanti all’altare fiorito. Durante il noviziato… lo perdetti di vista; ma il giorno che celebrai la Prima Messa a Pompeiana, era presente con una lettera: esaltazione del Sacerdozio. In quei giorni mi volle ospite a casa sua, nella Casa Rossa di Capo Berta, la più bella terrazza aperta sul nostro mare dell’estrema Liguria. Camminammo insieme in mezzo alle aiuole di fiori e poi mi portò a vedere un altro fiore: la mistica rosa: una Madonna soave che presenta nelle fasce il piccolo Gesù. L’ispiratrice dei grandi poeti e artisti cristiani… non poteva mancare nella fucina del Fabbro Armonioso. Egli mi confidò che da parecchi anni stava lavorando attorno ad un poema 'La Madre di Gesù', e mi disse che, come i poeti antichi chiudevano il loro canzoniere con l’invocazione alla Vergine… così anche lui voleva chiudere la sua vita di poeta e di credente. Prima di congedarmi il Novaro mi lesse alcuni brani del poema e mi consegnò un dono per il mio sacerdozio: un crocefisso d’argento con ai lati tutte le stazioni della Via Crucis. Durante la campagna d’Africa… mi giunse l’omaggio del poeta, il volume bianco della Madre di Gesù. Ricordo di aver letto quei versi - dove l’arte raggiunge il suo vertice perché diventa Fede - ai miei soldati, alcuni dei quali se li copiarono, per mandarli a memoria, per recitarli, come preghiere, nelle notti e nella veglie africane. Un mese fa avevo contraccambiato al Novaro l’omaggio, inviandogli il volume ‘La strade delle Madonne nel Tembien’ <77. Egli tanto lo aveva gradito e tra l’altro mi aveva scritto: 'La madre di Gesù è la madre di tutti i figli che sono morti per la Patria. Ella, con il suo azzurro manto infinito, ne ha coperto le salme e sublimato le anime'. Così, o Poeta della Riviera d’Oro, la Vergine Santa accolga nel suo manto la tua anima immortale!”
Questa raggiunta fiducia in Dio e in Maria fu la conclusione della lunga ricerca, che accompagnò la vita di Novaro. La conquista della Fede rinnovò profondamente la sua capacità creativa.
77 Tembièn. Regione dell’altipiano etiopico, che si eleva fino ai 2000 metri di altitudine compresa fra i torrenti Neri, Ghevà e la carovaniera Adua-Macallè. Durante la guerra italo-etiopica del 1935-36 fu teatro di importanti battaglie, in una delle quali le truppe italiane al comando di Pietro Badoglio occuparono il bastione dell’Amba Alagi.
Franca Anfossi Inzaghi e Daniela Zago Novaro, Angiolo Silvio Novaro. Vita di un poeta, De Ferrari, 2009

“… altre statue sono partite, in questi ultimi mesi, dal porto di Genova, salutate dal popolo festante, verso le nuove terre dell'Impero; … verranno collocate nei templi cattolici di Addis Addi, il più alto dell'Etiopia - si trova a 2590 metri sul mare -, di Disgà, di Baur, di Serachit Abi, di Uasdembà e in due antiche chiese di Addis Abeba. Ma, frattanto, da qualche settimana, all'ingresso del cimitero degli eroi di Passo Uarieu, per iniziativa del ponentino Padre Ginepro, frate, cappellano militare e giornalista, una statua della Madonna della Guardia veglia sui caduti gloriosi, in una cappella, costruita dalle Camicie Nere del secondo battaglione mitraglieri, e dai fanti della «Cosseria»”
«La Stampa della Sera», 1° settembre 1936  

«Un uomo serio, sincero ed eroico, il vero uomo della croce, un soldato di Cristo, caduto al seguito di una causa sbagliata. Ma bisogna capire quell’epoca. Quei 122 cappellani [della campagna d’Africa] erano quasi tutti ex Arditi: divenuti poi crociati del fascio littorio. Il più fascista di tutti era Fra Ginepro, che dette l’ultimo saluto a Padre Reginaldo facendone l’elogio, durante la visita al piccolo, disadorno cimitero di passo Uarieu: “Beato te, o ardito crucisegnato, che sei morto assolvendo i morenti del tuo battaglione e che sei stato con essi sepolto in un cimitero che è sulle soglie del Paradiso» <48.
48 GUADO, Ma la mitragliatrice non la lascio…, «Historia», anno XL, gennaio 1996, pp. 54-61.
Giovanni Cavagnini, Un apostolo per «la più grande Italia». Padre Reginaldo Giuliani tra mito e storia, Tesi di laurea specialistica, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2007/2008 

[...] Fra Ginepro da Pompeiana (al secolo Antonio Conio), un cappuccino cappellano militare volontario in Etiopia, Francia e Albania. Durante la campagna militare in Albania, fra Ginepro fu fatto prigioniero dai greci, consegnato agli inglesi e da questi internato nei campi di concentramento indiani fino alla primavera del 1943, quando fu rimpatriato per uno scambio di prigionieri. Dopo la deposizione di Mussolini nel luglio 1943, non faticò a riconoscersi nella Repubblica Sociale venendo incaricato di visitare gli ex internati militari italiani in Germania. Terminata la guerra, venne incarcerato a Marassi e successivamente costretto alla vita conventuale per alcuni anni sotto il nome di Pio Cappuccino. Sull’argomento, si veda in particolare ALESSANDRO ACITO, Fra Ginepro da Pompeiana. Storia di un frate fascista, Prospettiva editrice, Siena 2006 [...]
Domenico Sorrenti, Il neofascismo nell'Italia meridionale tra eversione e legalità, Tesi di dottorato, Università della Calabria, 2017

Poi la definizione di martiri venne molto utilizzata dal fascismo durante l’esperienza totalitaria, i martiri della rivoluzione nel ventennio così come durante la Repubblica di Salò, e nelle memorie di chi aveva aderito a questa esperienza.
"Venite con noi o fratelli d'Italia, a pregare sulle fosse sconosciute! Sotto i nostri piedi non c'è un letamaio verminoso, ma un cimitero di martiri. Sia che camminiamo nella bassa emiliana, sia che ci arrampichiamo per i valichi alpini, noi posiamo i piedi e spieghiamo le ali in un paradiso di martiri" <19.
19 Fra Ginepro (Antonio Conio), Fanciulli martiri, sl, 1951, p. 32, citato in M. Storchi, La memoria della violenza fra Resistenza e dopoguerra, in «l'impegno», a. XXI, n. 2, agosto 2001.
Cinzia Venturoli, Stragi fra memoria e storia. Piazza Fontana, Piazza della Loggia, La stazione di Bologna: dal discorso pubblico all’elaborazione didattica. Il data base per la gestione delle fonti, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, Anno accademico 2006/2007 

I cappellani neri non hanno alcun collegamento con il clero regolare: se ne tengono, anzi, lontani, non mettono piede in chiesa, portano con disinvoltura sul saio il teschio degli squadristi, benedicono le armi che spareranno contro i ribelli e chi non accetta l’idea di Mussolini, non condannano mai le torture ai prigionieri né i furti né i soprusi contro la gente inerme. Qualcuno talvolta depone il saio ed indossa abiti civili per dedicarsi ad altre "operazioni". A parte padre Eusebio, che ha un suo primato personale negli sconfinamenti non ammessi dalla morale ecclesiastica, eccelle in queste incursioni in terreni proibiti il cappuccino fra Ginepro da Pompeiana, che ad un certo momento diventa l’oggetto di un rapporto di un agente ("Diogene") della G.N.R. allo Stato Maggiore dell’Esercito, a Bergamo. "Sono note allo S.M.E. - dice il rapporto - le avventure di fra Ginepro". Chi legge tutta la pratica che lo riguarda ha l’impressione di scorrere le pagine più piccanti del Bandello. A sua difesa, intanto, è insorto il cappellano, padre Dallari, altro buon soggetto in fatto di sregolatezze. Egli va malignando che il Comando provinciale di Mantova ha voluto attaccare il grande Ginepro per gettare fango sulla sua figura di esaltatore della RSI, ed insinua che "i componenti di detto Comando sono tutti badogliani. Il colonnello Canepa è energicamente intervenuto domandando al Dallari come mai si è ricordato solo adesso di fare una simile accusa, e lo ha segnalato all’Ordinariato militare comunicando di non volerlo più come cappellano. Attualmente fra Ginepro e Dallari si trovano in Germania. È onesto far circolare gente di questa struttura morale?".
Il rapporto 17, che riguarda la situazione di Mantova, reca la data del 1° ottobre 1944, ed è diretto in forma riservata al generale di divisione Filippo Diamanti, comandante il 205° Comando militare regionale, posta da campo 795, e per conoscenza allo Stato Maggiore Esercito - Comando Co. Gu., posta da campo 965. Una annotazione a matita apposta dopo la lettura del documento dice: "Chiedere al Sottosegretario (alle Forze Armate, N.d.R.) la pronta definizione del 'caso fra Ginepro e del suo degno socio, già da noi segnalato. Siano richiamati, sottoposti ad inchiesta e defenestrati".
È una materia, questa dei cappellani militari di Salò, molto difficile da esplorare. I documenti che riguardano i preti con il teschio, cioè quelli immessi nell’organico delle Brigate Nere, sono scomparsi al momento opportuno, e gli archivi religiosi dove potrebbero trovarsi restano inaccessibili. Nei pochi ancora rintracciabili riaffiora soltanto, qua e là, il ricordo di certe loro nefandezze. E il giudizio è assai amaro.
Ricciotti Lazzero, Le Brigate Nere, Rizzoli, 1983

[n.d.r.: nelle rievocazioni della figura di Fra Ginepro prevale spesso una forte sottovalutazione dei trascorsi fascisti di questo cappuccino]

C'è  ancora chi ricorda fra Ginepro da Pompeiana, morto al S. Corona di Pietra Ligure il 2 luglio 1962. Studente universitario si innamorava dell’ideale francescano ed entrava fra i cappuccini. Notevolissima la sua opera di cappellano durante la guerra e la promozione culturale svolta a favore della natia Liguria mercè saggi, articoli, conferenze. Anni or sono il teologo e scrittore Don Ennio Innocenti, del clero romano, ha dimostrato come fra Ginepro avvicinasse alla fede Benito Mussolini e ne accogliesse la confessione.
Con questo scritto ci riferiamo a un volume suggestivo, dallo stile entusiasta e a tratti dannunziano che parla dell’amata Liguria [1]: per Antonio Conio, nato a Pompeiana il 7 aprile 1903, divenuto fra Ginepro come cappuccino, la Liguria va essenzialmente da Ventimiglia ad Imperia.
"Uno dei periodi liturgici più sentiti è quello natalizio, si sa, in particolare la notte Santa. In molte località dell’entroterra ponentino, un tempo caratterizzate dalla pastorizia, si celebravano riti suggestivi ed antichissimi. Era anche il momento di scivernà, ossia di svernare, di scendere verso pascoli dal clima meno rigido. Da Realdo, da Briga (non germita allora dalla grandeur gallica), da Verdeggia, da Triora i pastori scendevano verso le pasture di Pietrabruna, Boscomare, Lingueglietta - patria dei conti della Lengueglia [2] - Cipressa, Terzorio, Castellaro, Dolcedo e via enumerando.
A Pompeiana rimase a lungo, viva ancora fino alla seconda guerra mondiale, la patetica usanza e con la stessa freschezza soave di 300 anni fa; quando venne pattuita negli statuti, dove al contratto per l’affitto delle ‘bandite’ è annesso da parte dei pastori l’obbligo di dare un agnello al Parroco, la notte di Natale, e un altro, per Capodanno, ai giovani del paese i quali a loro volta sono tenuti a regalare ai pastori un sigaro ciascuno, e un ‘panetto’ di fichi bianchi per tutta la compagnia.
[...] Festa veramente di fama regionale, che qualche anno ebbe la fortuna di vantare per oratore niente meno che il predicatore del Papa, venuto appositamente da Roma con padre Clemente, l’illustre e caro cappuccino del paese sul cui saio volle morire, nel bacio di Cristo, Paolo Boselli
[3]. Sagra tonante in cui si sparano centinaia di mortaretti che si succedono fitti come batterie, esplodono, rintronano per tutto il giorno della Messa cantata, ai Vespri in musica, dal principio della processione che si volge a zig-zag per il labirinto di viuzze,  al panegirico il quale segna la sparata finale, culminante, la più formidabile quindi che sembra scoppiarne nella chiesa piccolina col piazzale oblungo, la torre e metà del paese" (pp 89-90)".
[1] GINEPRO da Pompeiana, Riviera d’oro, Torino, Sei, 1932.
[2] Da non confondersi con Laigueglia, a ponente di Alassio.
[3] Paolo Boselli (Savona, 1838 - Roma, 1932) celebre uomo politico, al governo dal 1870 alla morte, più volte ministro.

DA ‘IL GIORNALE’ DEL 15 OTTOBRE 2009
Si terrà domenica prossima a Loano la consueta, annuale commemorazione di fra Ginepro da Pompeiana. La cerimonia, giunta ormai al suo quarantasettesimo anno di età, avrà, stando ai programmi, una cadenza semplice ed essenziale: riunione dei partecipanti alle 9 presso il convento dei frati cappuccini, alle 10 e trenta Messa al cimitero presso la tomba del frate, e conclusione con pranzo in una trattoria del centro rivierasco.
Occorre soffermarsi sul significato di questa semplice cerimonia, e sulla figura di Ginepro.
Antonio Conio (suo nome al secolo) fu frate cappuccino, giornalista, predicatore, scrittore, poeta, cappellano militare, prigioniero di guerra, sostenitore della causa fascista, detenuto. E poi ancora anima dei perseguitati politici del dopoguerra, nuovamente scrittore, ancora e sempre sacerdote.
Circolano molte inesattezze o leggende su di lui, alcune espresse in buona, altre in cattiva fede. Vanno corrette, se non smentite. Alcuni indicano Ginepro come «cappellano delle Camicie nere», o addirittura «capomanipolo della Milizia fascista». Egli non vestì mai tale divisa, né ricoprì tale grado. In base a precisi e inoppugnabili documenti conservati presso l'’Ordinariato Militare di Roma, fra Ginepro da Pompeiana fu sempre e soltanto cappellano militare del 42° Reggimento Fanteria, in Africa Orientale inquadrato con la Divisione «Cosseria», e in Albania inserito nell’organico della Divisione «Modena». Che poi all’interno della Divisione ci fosse un reparto di Camicie nere, che le sue maggiori e personali simpatie andassero a queste, che egli abbia servito Messa e impartito Sacramenti - come era nelle sue specifiche funzioni di cappellano - anche a tali reparti, non costituisce assolutamente una colpa o, soprattutto, un «arruolamento» forzato e postumo.
È stato erroneamente scritto (da destra per rafforzare la sua immagine di militante, da sinistra per screditarlo e dipingerlo come fazioso) che egli sia stato nientemeno che uno dei più ferventi collaboratori del periodico «Crociata Italica», diretto da Don Tullio Calcagno. Il periodico - finanziato dal leader fascista cremonese Farinacci, noto massone - ebbe vita nel periodo travagliato della Repubblica sociale del Nord Italia, ponendosi come promotore e catalizzatore di una chiesa nazionale, filofascista e alternativa alla Santa Sede.
[...] Fra Ginepro, pur essendo amico e collega della maggior parte dei redattori della testata cremonese, non vi scrisse mai, neppure una riga. Don Angelo Scarpellini, anch’'egli cappellano militare e collaboratore di «Crociata Italica», ha smentito categoricamente ed in epoca non sospetta (1962) l’affiliazione di Ginepro al gruppo dei sacerdoti «scismatico-fascisti». Anzi, lo stesso ha confermato che, benché invitato a collaborare, Ginepro abbia educatamente, ma fermamente, rifiutato. A margine di questa smentita, può essere utile ricordare che il direttore Don Calcagno fu fucilato dai partigiani a Milano il 29 aprile 1945 insieme al poeta cieco Carlo Borsani, e che il gerarca cremonese Roberto Farinacci, pur essendo stato in vita anticlericale e massone, si avviò a passo deciso verso il supplizio accompagnato da due sacerdoti di Vimercate (Milano), ai quali affidò una grossa cifra da destinare agli orfani del paese.
Occorre ancora spendere due parole su alcune delle tante «leggende metropolitane» che sono state diffuse sulla figura di fra Ginepro da Pompeiana.
[...] Qui va precisato che i comunisti della «Buranello» fecero sfoggio di un certo tatto: dei tre partigiani che lo prelevarono presso il convento genovese di San Barnaba, uno era stato militare nella «Cosseria» in Etiopia proprio con fra Ginepro, e l’'altro aveva uno zio prete. L'’indomani gli permisero di servire Messa nel convento di Sestri Ponente e successivamente fu accompagnato in Questura dal cappellano partigiano Don Berto Ferrari. Viaggio - gratis - sul tram e niente manette [...]
Gian Luigi Bruzzone, Liguria ponentina: riti di religiosità popolare e un libro anni Trenta. E fra Ginepro: da Pompeiana, al cospetto di Mussolini, al convento di Loano, Trucioli, 3 giugno 2021


 

Allo scoppio della guerra nel 1940, il cappuccino fu mandato in Albania; fatto prigioniero dai greci venne da questi consegnato agli inglesi e deportato in un campo di concentramento nel Misore (India britannica); rimpatriò nell’aprile del ‘43 grazie ad uno scambio di feriti prigionieri [5].
Nel maggio, Egli incontrò  Mussolini che, risaputo  del  suo apostolato tra i prigionieri lo volle conoscere; cosi racconta: “Il Duce mi chiamò a sé, mi prese il cordone e si chinò a baciarlo”. A giugno, gli viene chiesto dal segretario Sforza di presiedere un comitato d’ assistenza per le famiglie dei prigionieri; cio’ avviene mentre si sta tramando la “congiura di palazzo” che provocherà il 25 luglio, la caduta del regime.
Ma al crollo del regime, alla dittatura militare di Badoglio, e la liquidazione del PNF, succede la liberazione di Mussolini dal Gran Sasso e la nascita del nuovo stato repubblicano:  Fra Ginepro vi aderirà senza esitazione.
Mussolini, conosceva del cappuccino le sue qualità umane e di predicatore, e quando divenne il Capo della RSI, lo ricevette a Villa Feltrinelli di Gargnano; in quest’occasione Mussolini si confessò sacramentalmente la mattina del 15 dicembre, e  ricevette la Santa Comunione [6]. Il religioso colse l’occasione per enumerare a Mussolini i punti d’attrito esistenti  tra la Chiesa e la RSI, che vertevano essenzialmente sulla linea anti-cattolica e filo-comunista di taluni personaggi gravitanti  intorno al bi-settimanale  “Il Popolo di Alessandria” [7], notoriamente il più acceso contro il Vaticano [8].
IL VIAGGIO DI FRA’ GINEPRO IN GERMANIA NELL’AUTUNNO DEL ’44.
Quello che premeva a Mussolini, era la sorte degli internati italiani in Germania; egli conosceva l’odio che nutrivano i tedeschi  a causa del tradimento; sapeva dei fatti  di Cefalonia[9], e la rabbia che nutriva l’ex alleato; il vero statista rifulse infatti, con la fondazione della RSI, in altre parole  quell’opera di contenimento del furore germanico provocato dall’armistizio che solo una ripresa dell’alleanza poteva placare; “Una Repubblica necessaria (RSI) come la definì  Piero Pisenti, suo Ministro della Giustizia, nel suo libro.[10]
[...] A Genova, nelle “radiose giornate”, si susseguono festeggiamenti per la liberazione: scrive il frate: “La popolazione genovese è così giubilante che non sospende le manifestazioni neppure per la disgrazia di San Martino (uno dei tre ospedali della città) che ha mandato all’ospedale decine di bimbi carbonizzati…di loro si occupa solo la cronaca cittadina…le mamme con le mani e gli occhi supplichevoli cercano di prolungare loro  la vita, in Piazza sella Vittoria, rosseggiante di bandiere, si svolge la prima grande manifestazione social comunista”.
Fra Ginepro, in San Barnaba, assiste alla messa da uno sportello vicino al soffitto e narra: “Da lassù, ho visto inginocchiarsi una vecchia ottuagenaria che conosco bene. E’ la mamma del tenente Motta Emanuele, assassinato nel giugno scorso in Vico Casana. “Essendo morto per un governo illegale, non per la vera Italia (hanno detto due sacerdoti alla madre piissima) è dubbio che si sia salvato”. E la povera vecchia, straziata dal dubbio della salvezza eterna del figlio, va in cerca di sacerdoti che la rassicurino”. Hanno ucciso una benefattrice del convento, colpevole di difendere ancora Mussolini. La povera Linguiti, con la mamma e il padre quasi ottuagenario fu strappata dalla casa di via Bernardo Strozzi, con i suoi piccoli risparmi…il delitto fu consumato l’altro ieri notte. Stamattina tre cadaveri furono trovati nelle acque del Lagaccio (uno stagno artificiale ora scomparso), così tristemente noto nella cronaca nera di questi giorni”.
[...] Passano pochi giorni, e la polizia irrompendo nel convento di San Barnaba, arresta il religioso che è rinchiuso alle “case rosse”, cioè, il carcere giudiziario di Marassi.
Fra Ginepro è conosciuto, ma nessuno oserà provare che abbia compiuto qualcosa di moralmente o legalmente illecito; unica colpa, quella di aver aderito alla RSI.  Saranno undici mesi di carcere che egli affronterà con coraggio.
Va ricordato che, i governi succedutisi a Badoglio, si erano consegnati al CLN, predisponendo speciali leggi comminanti sanzioni per chiunque avesse collaborato con la RSI,  tra cui il famigerato Decreto Legislativo Luogotenenziale, del 27 luglio 1944 n. 159, titolato: “Sanzioni contro il fascismo”. L’art. 5 di questo D.L.Lt, recitava: “Chiunque, posteriormente all’ 8-9-1943, per favorire il tedesco invasore, abbia prestato o presti ad esso qualunque forma di aiuto, assistenza, intelligenza, corrispondenza e collaborazione è punito con la morte”.
[...] Le Corti d’Assise Straordinarie, sono sostituite da Sezioni Speciale di Corte d’Assise; oltre alle accuse, si crea un caos enorme nella pubblica amministrazione, e perciò, Palmiro Togliatti, ministro di grazia e giustizia del governo De Gasperi, dopo il referendum del 2 giugno 1946, fu  costretto a varare la famosa “amnistia”  il 22 dello stesso mese, provvedimento  che in parte vanificava, i decreti baresi.
L’amnistia, giovò alla liberazione di Fra Ginepro, che ritornò a dedicarsi all’apostolato tra i reduci.
[NOTE]
[5]  di fra Ginepro predicatore, ne parla ottimamente don LUIGI FERRARI, nel suo libro: “La croce sul petto”. Il Ferrari, cappellano della Julia, l’incontrò nel campo di concentramento del Pireo (Atene), ed ancora su una nave di prigionieri in rotta verso l’isola di Creta.
[6]  E’ noto l’influsso che ebbe su Mussolini la lettura della “Vita di Gesù Cristo” dell’abate Giuseppe Ricciotti, uscito allo scoppio della guerra: l’opera, demoliva le tesi di Renan, Sabatier, e degli altri modernisti, ed è tutt’ora sconsigliato dagli intellettuali vatican-secondisti. Oggi resta ancora una confortante lettura di fronte alla spaventosa crisi che si è abbattuta sulla Chiesa.
[7] Sulla linea anti-cattolica del “Popolo di Alessandria, ho la testimonianza del suo direttore, Gian Gaetano Cabella, che conobbi negli anni ’70. Dopo Torino, Alessandria era la città dove la massoneria aveva lavorato con più successo negli anni del cosiddetto “Risorgimento”. Con la guerra civile, tra “pseudo-mazziniani”, e “pseudo garibaldini” era affondata la mitologia unitaria.
[8] Notissima la vignetta del foglio alessandrino, in cui si raffigura un prete pedalare sul tandem assieme ad un partigiano comunista.

Raimondo Gatto, Ricordo di Fra Ginepro da Pompeiana, Circolo Cattolico Christus Rex, 2 gennaio 2016