martedì 28 luglio 2020

I fumetti in Riviera: un amore non corrisposto

Franco Alfano in una caricatura di Giuseppe Ferrari
Negli Stati Uniti si chiamano comics, in Francia bandes dessinées, in Italia semplicemente fumetti.
Un argomento che suscita discussioni: una forma di cultura popolare per molti, una forma di sottocultura per altri, un prodotto per bambini e adolescenti per alcuni, per altri ormai un prodotto essenzialmente destinato ad un pubblico adulto e raffinato grazie ad autori di grande impatto (Hugo Pratt, Max Bunker, Magnus, Milo Manara, Tiziano Sclavi, Edgar P. Jacobs o Alan Moore) o a recenti evoluzioni del genere come le graphic novels. 
Insomma, piaccia o non piaccia, un fenomeno che fa discutere, intriga, appassiona fra grandi estimatori e grandi denigratori.
Ma i fumetti, sull'estremo ponente ligure, almeno apparentemente, non hanno mai avuto vita facile.
Certo qui è nato Antonio Rubino, uno dei padri del fumetto italiano che, nella prima metà del 900, con la sua poliedrica attività di illustratore e pittore, dedicò grande spazio a questo genere di espressione letteraria. Ma era un fumetto di altri tempi, bellissimo, romantico, sognante. 
Quello moderno ha preso altre strade e, almeno in Italia, quelle strade le ha iniziate (alzi la mano chi se lo ricorda!) proprio a Bordighera.
Fu, infatti, nella città delle palme, nel 1965, che fu organizzato il primo Salone Internazionale dei Comics promosso da un gruppo di appassionati tra cui c'erano nomi importanti come Claudio Bertieri, studioso genovese e grande esperto di fumetti (presidente della Fondazione Novaro) e, perfino, Umberto Eco.
Una grande idea, che ebbe successo tra gli addetti ai lavori, che si meritò addirittura una vignetta firmata da Al Capp sulla copertina della rivista americana "Life" all’epoca diffusissima e autorevolissima. 
Tra l’altro, a Bordighera, proprio in quell’anno, furono poste le basi per la fondazione della casa editrice Comic Art diretta da Rinaldo Traini che, tra il 1965 e il 2000, fu una delle maggiori del settore pubblicando anche, tra il 1984 ed il 2000, una rivista con lo stesso titolo estremamente sofisticata e raffinata che propose fumetti di qualità, italiani e stranieri.
Un successo insomma quel Salone ma non abbastanza per convincere la città delle palme a consolidarla: l’amministrazione comunale non accettò di aumentare il contributo economico e la manifestazione emigrò altrove, a Lucca dove, pur con profonde modifiche al suo format, esiste tuttora ed è considerata tra gli appuntamenti più importanti del settore.
Bordighera preferì continuare a puntare sul suo consolidato Salone Internazionale dell’Umorismo, la creatura di Cesare Perfetto che, dal 1947 al 1999, fu l’evento di punta della cittadina tranne una breve parentesi, piuttosto anonima, a Sanremo tra il 1993 e il 1996. 
Ma finì anche quest’avventura lunga e, per molti anni, fortunata, che richiamava a Bordighera vignettisti di tutto il mondo. 
Tra cui anche Max Bunker e Magnus che dedicarono alla città delle palme una storia speciale a fumetti "Alan Ford a Bordighera" che aveva come protagonista il personaggio-simbolo della loro attività fumettistica.
La "meteora" del Salone Internazionale dei Comics a Bordighera e gli anni difficili a Sanremo del Salone Internazionale dell’Umorismo dimostrano come il rapporto tra i fumetti e l’estrema Riviera di ponente non sia mai stato facile.
Eppure, al di là delle occasioni bordigotte, ci sono state altre iniziative interessanti ma purtroppo sempre episodiche. 
Negli anni 80 Sanremo ospitò "Humoriadi", una mostra dedicata alla satira sportiva ideata dal torinese Emilio Isca; nel 1984, sempre al casinò, una mostra dedicata alla satira politica legata alla figura di Giovanni Giolitti, il grande statista d’inizio 900 curata dal torinese Dino Aloi. 
Più recentemente, nel 2018, il Palafiori ospitò la prima edizione di "Sanremo Comics", appuntamento con la formula della mostra-mercato, che fu anche l’ultima: una rassegna interessante, che richiamò molto pubblico anche da fuori città, finita subito, anch'essa vittima della sindrome di Sanremo.
Questo non vuol dire che l’umorismo a Sanremo sia morto. 
Fortunatamente c’è chi resiste.
Magari pochi lo sanno ma proprio nella città dei fiori è attiva la redazione di "Buduar", rivista umoristica a diffusione nazionale, on line ma anche cartacea, diretta da Alessandro Prevosto, in arte "Palex", noto disegnatore sanremese che la cura in coppia con Dino Aloi.
"Buduar" è arrivata al n. 65 e sembra, facciamo gli scongiuri, sfuggita felicemente alla sindrome sanremasca anti-comics.

di Bruno Monticone in 




mercoledì 22 luglio 2020

La mostra di Vera Noach-Kas a Bordighera (IM)

 

Sabato 25 Luglio 2020 alle ore 17,30  nella sede dell’Unione Culturale Democratica e della Sezione ANPI di Bordighera (IM), in Via al Mercato, 8, avrà luogo l’inaugurazione della Mostra di pittura di Vera Noach-Kas. 
 
L’esposizione rimarrà aperta al pubblico tutti i giorni, dalle ore 17,00 alle ore 19,00, fino a Domenica 2 Agosto 2020.
 
Vera Noach-Kas si è diplomata presso l'Art College di Sydney. Negli Usa si è poi specializzata in illustrazioni di carattere medico scientifico ottenendo numerosi riconoscimenti e il prestigioso Aesculapius Award. Trasferitasi a Londra, dal 1969 si è avvicinata alla pittura dipingendo con tecniche a olio e ad acquerello e scrivendo poesie tradotte anche in italiano e pubblicate nel 2008 nella raccolta 'Tra pensiero e cielo', philobiblon edizioni, Ventimiglia (IM), 2008. Dal 1998 ha stabilito a Bordighera, città che ama, la sua nuova residenza.
 
L'ingresso sarà consentito con le stesse norme che regolano l'accesso alle librerie, con mascherina e massimo due visitatori per volta.

 

Tratto incisivo, sapienza grafica, amore, ironia connotano i dipinti di Vera, Vera Noach-Kas, venuta da lontano e ora concittadina di cui siamo molto fieri. Nata a Budapest, la vediamo emigrare dall'Ungheria all'Australia (1956), agli Stati Uniti (1965), a Londra (1969). Da quel momento creatività e curiosità vengono alimentate dal fascino dell'arte europea, l'Italia soprattutto, con una predilezione per la Toscana, Firenze. Un modo di essere ormai una perfetta inglese. Sono gli anni in cui Vera si batte per la difesa della donna. Che la dolce Vera sia in realtà molto fiera e combattiva potrà sorprendere alcuni. Non tutti però tra i suoi nuovi concittadini. Uno scambio iniziato per caso, in un suo passaggio fortuito all'inizio degli anni '90, molti ritorni sempre più prolungati. Nota è ormai la fine della storia. Per la piccola, già grande, Bordighera, Vera è l'ultima rappresentante di un mondo scomparso. Quello degli inglesi che la popolarono tra la seconda metà dell'Ottocento e il primo trentennio del secolo scorso, nobilitandola con iniziative culturali, monumenti, sport ormai desueti. A Vera il merito di un riscatto attraverso la penna, usata non solo per ritrarre da abile disegnatrice i luoghi, ma anche per cantarne il fascino. In entrambi i modi ha saputo illuminare certi scorci tra pensiero e cielo (1) caduti nell'ombra.
Sandra Reberschak

(1) Vera Noach-Kas. Tra pensiero e cielo, poesie, philobiblon edizioni, Ventimiglia (IM), 2008 
 
Unione Culturale Democratica -  Sezione ANPI - Bordighera (IM), Via al Mercato, 8 [ Tel. +39 348 706 7688 - Email: nemo_nemo@hotmail.com ]

Il rosmarino, simbolo del ponente ligure

Foto Moreschi
Nel 13° secolo e nelle epoche successive, si era diffusa in tutta l’Europa la fama di uno straordinario liquore composto con il Rosmarino dalla Regina Elisabetta d'Ungheria, una bizzarra settantaduenne, notoriamente gottosa e tormentata dai reumatismi.

La stessa autrice della bevanda, si vantava di aver ricevuto la ricetta direttamente da un angelo, ma per la storia l'ispiratore era un semplice eremita del luogo. 

Grazie ad abbondanti bevute del distillato l'augusta anziana riacquistò un aspetto talmente giovanile che il Re di Polonia se ne innamorò manifestando l’intenzione di sposarla immediatamente.

In seguito al romantico episodio, l’"Acqua della regina d'Ungheria" abbondava talmente nei castelli dell’alto Medioevo, quanto nei fastosi palazzi del Rinascimento, anche per la sua facilità di realizzazione: 2 parti di fiori di Rosmarino distillati con 3 parti di spirito di vino. 

Il Rosmarinus officinalis, del resto, era già molto popolare fra Greci e Romani che lo bruciavano come l’incenso e ne costruivano corone ed ornamenti da portare nelle pubbliche festività o nelle cerimonie religiose dedicate al culto di Afrodite; infatti era una delle piante dedicate esclusivamente alla Dea dell’Amore finché non venne affiancato dal Mirto.

Forse per l'alto patrocinio è sempre stato circondato da un alone fantasioso, creduto in possesso di poteri magici o afrodisiaci ed inserito nei più svariati filtri d'amore: dallo speciale olio aromatico inventato per primi dagli Etruschi, all’"Acqua celeste" di Caterina Sforza, una pozione alla quale si attribuiva, la facoltà di ringiovanire, di aiutare la memoria e, chissà perché, propiziare la fedeltà nuziale...

La formula, piuttosto complicata, è giunta sino ai nostri tempi ed è questa: "Aqua celeste che fa regiovanire la persona, et de morto fa vivo. Pilglia garofani, noce moscata, zenzero, pepe lungo, pepe rotondo, grani di ginepro, scorza di cetrangoli, foglie di salvia, di basilico, di rosmarino, di maggiorana fine et di menta, fior di samnbuco, rose bianche et rosse (e altri 20 ingredienti, compresi fichi secchi uva passa e miele) Che ogni cosa sia ben polverizzata o pezzi metti in aqua vite (anche l’acquavite o grappa è spesso consigliata nelle ricette di Caterina). Metti in una bottiglia ben chiusa et lasciala doi giorni poi metti nel fornello coti alambicco et distilla cinque Volte, con fuoco lento, uscirà un’aqua rarissinma e preziosa".

Nei matrimoni tutti i convitati portavano rametti tra le mani; ma anche negli addii estremi dei funerali il Rosmarino, deposto nella bara, aiutava a serbare un perenne ricordo del defunto secondo antichi rituali egiziani.  Il  Rosmarino) In lingua gaelica: “rbs Mhuire”. Fra le tribù celtiche era il simbolo di fedeltà fra gli innamorati ed era l’addobbo più diffuso in occasione dei  matrimoni. Nel Galles si usa ancora distribuirlo ai funerali fra gli amici presenti, che lo gettano poi sulla bara per rinnovare il legame fraterno.

In molti paesi europei si raccontava che i bambini nascessero da cespugli di Rosmarino; un'ipotesi senza dubbio più profumata e gentile della banale teoria dei cavoli, molto meno macchinosa e pericolosa di quella per via aerea con il concorso delle cicogne. Si metteva anche tra le fasce dei neonati, certi di accendere una polizza contro le malattie; se si stendevano i panni dei malati posti ad asciugare su cespugli di Rosmarino li avrebbero aiutati a guarire in fretta; i cucchiai fabbricati con legno di Rosmarino servivano a rendere più facile la digestione di ogni cibo, "fosse pur esso greve o guasto". Persino una mistura di pane e miele di Rosmarino veniva pubblicizzata come antidoto contro ogni contagio, peste compresa.

A questo proposito è citato in molti libri un episodio accaduto a Tolosa nel 1630, durante una furiosa epidemia, quando alcuni ladri furono sorpresi a saccheggiare le case abbandonate dagli appestati. Poiché si dimostravano in ottima salute furono interrogati sul perché non avessero contratto la malattia; alla fine confessarono di ricorrere abitualmente ad un famoso balsamo immunizzante, distillato in esclusiva dalla malavita e chiamato "Aceto dei quattro ladri" a base di Rosmarino.   

Foto Moreschi
La nostra pianta, quindi, compare nell'uso comune con il duplice, contemporaneo, apporto del delicato aroma e della presunta facoltà di allontanare la malasorte, gli spiriti del male, i fulmini, simboleggiando inoltre la fedeltà coniugale e l'immortalità.  Ancora oggi il Rosmarino è uno dei più diffusi rimedi popolari contro molti disturbi legati al malfunzionamento del  fegato anche i più complicati; si somministra in infuso o tisana, oppure un pizzico di nel primo cucchiaio di minestra.

"Si troverà raramente una pianta che scacci dal corpo , gli umori in una maniera più dolce e più sicura" - scriveva l'Abate Kneipp. "Non so a quante persone l'ho ordinato e ne ho ottenuto sempre buonissimi risultati. Il vino di Rosmarino fa tornare l'appetito e caccia l'acqua dal corpo; di più agisce fortemente sul fegato. La medicina moderna ha cacciato il Rosmarino dalle farmacie; ma i vecchi lo conoscono e lo stimano sempre. Vorrei raccomandarvi questa pianta come le altre e pregarvi di darle un piccolo posto nella vostra casa; almeno raccoglietene un mazzo nella prima fioritura, mettetelo nel vino e conservatelo con cura. Questo vino si conserva a  lungo senza guastarsi. L’estratto si prepara, come quello dell'assenzio e della genziana. Si taglia il rosmarino secco, si mettono i pezzi in una bottiglia che si riempie di alcool e si lascia il tutto riposare. Se l'alcool è buono, l'estratto può conservarsi per anni.  Il Rosmarino espelle dal petto e dal ventre gli elementi superflui che potrebbero svilupparsi e produrre anche  l'epilessia. Quanti tesori in questa pianta!"

Pensando al paesaggio costiero della Liguria riesce veramente difficile concepire la gariga su calcare o gariga a Labiate specificatamente designata con il nome di Rosmarino-erion, senza la presenza e l’odore vivificante di quell'umile ed elegante arbusto che a ragione può simboleggiare il nostro territorio.

In special modo l’estremo lembo occidentale dove letteralmente ricopre le pendici delle montagne affacciate sul mare: quel Rosmarino che i poeti ed i romanzieri hanno cantato attraverso i secoli e che gli insetti prediligono come nessun'altra pianta. 

Dai nostri litorali mediterranei, il Rosmarinus officinalis passò nei giardini e nelle giare dei conventi del tardo Medio Evo, in quegli hortuli nei quali si coltivavano immancabilmente le 16 piante officinali. Un lotto di vegetali che ha costituito la dotazione terapeutica dell'Occidente negli anni fra il 1000 ed il 1600: 16 essenze fra le quali primeggiavano l'Assenzio, il Crescione, il Finocchio, la Malva, il Fieno greco, il Giglio, il Ligustico, la Lunaria selvatica, il Melone, la Menta dalle foglie rotonde, il Puleggio, la Ruta, la Salvia, il Tanaceto e la Santoreggia, tutte erbe partecipanti alla nostra flora spontanea. 

Gli esperti erboristi individuarono nel Rosmarinus officinalis molteplici proprietà terapeutiche, grazie soprattutto alle esperienze condotte dai medici arabi, i quali lo utilizzarono frequentemente, ben coscienti, però, che ad alte dosi può provocare spasmi, vertigini ed altri inconvenienti. Ancora alla fine dell’800 i suoi impieghi terapeutici potevano così essere condensati: “Il Rosmarino è carico di un olio essenziale aromatico acre e canforato; è un eccellente rimedio stimolante nelle malattie dei nervi, nell'isterismo e nell’amenorrea. La decozione è valida nei tumori scrofolosi e l’infuso vinoso nelle diarree croniche. L’erba cotta nel vino, applicata in forma di fomento, resiste alla cancrena e si pratica nel prolasso del retto e della vagina. Un olio volatile può surrogarsi alla canfora e si usa nella paralisi della lingua”.

Siamo di fronte ad un’imponente serie di applicazioni mediche basata sull’apporto del Rosmarinus officinalis, preziose in epoche ancora prive di moderne ed efficaci terapie; portentose, se egiziani, greci, romani, arabi ed europei non hanno mai rinunciato a servirsene tanto che in tutti i vecchi libri, in tutte le ricette del passato, quando si parla sempre dell'antbos, ossia del fiore per eccellenza, si allude al Rosmarino.

Nei testi universitari del Cinquecento si raccomandava all’allievo medico:”Prendi fiori di Rosmarino, legali in un panno venti minuti a macero; colane l’infuso; e farlo bere, a sorsate, durante la giornata, nella quasi certezza che la tisana mette in fuga i gas eccessivi e fa si che lo stomaco si rimetta a lavorare in pieno”.

Prosegue tuttora incontrastato il successo del Rosmarino nella cucina, dove assieme alla Salvia, al Timo, all'Alloro, fornisce da molti secoli il più tipico degli aromi a piatti di carne, pesce e selvaggina.

Risulta decisamente arduo elencare tutte le ricette che ne prevedono l’uso: le sue foglie triturate servono per profumare i prosciutti cotti e gli insaccati, mescolate assieme al riso nei barattoli lo preparano per cucinare risotti dal gusto inconfondibile, sminuzzandolo finemente e pestandolo assieme al sale, costituisce un ottimo, insaporente per insalate crude; permette di produrre  focacce e pani aromatici straordinari.

Questa notazione può apparire persino superflua, tanto diffuso, e conosciuto è lo, sfruttamento culinario di questo arbusto che ha trovato ampia rispondenza nei dialetti locali della Liguria. Sono infatti tutti battesimi chiaramente derivati dal termine latino rosmarinus, una denominazione nata con l’intento di descrivere la delicata tinta bluastra dei fiori, paragonandola all’increspatura delle onde marine: "ros" (rugiada), "marinus" (del mare)...

di Alfredo Moreschi


sabato 18 luglio 2020

Pigna dall'avvento dell'era fascista agli inizi della seconda guerra mondiale

Pigna (IM) ai giorni nostri
 
[...] L'avvento dell'era fascista sopraggiunse senza una particolare opposizione, nonostante nel paese [Pigna (IM), Alta Val Nervia] esistesse dalla fine dell'Ottocento una Società Operaia che aveva la sua sede sul vallone, a pochi metri dalla chiesa di San Michele. Il substrato economico-sociale, non essendo costituito da operai, ma da piccolissimi proprietari terrieri e braccianti agricoli, non conobbe, negli anni che precedettero la marcia su Roma, i movimenti e i disordini che invece si ebbero nelle cittadine rivierasche di Ventimiglia e Sanremo, dove gli ideali socialisti avevano fatto breccia tra i ceti popolari e professionali. [...]
Il Dopolavoro aprì nel 1925 e il suo compito fu quello di occuparsi del tempo libero dei lavoratori, rientrava in quel progetto di massimizzazione dei costumi e delle abitudini volte a plasmare l'uomo nuovo su cui si basava la dottrina fascista.
Il dopolavoro venne dotato di una radio e ai suoi frequentatori fu offerta la possibilità di avere a disposizione alcuni giornali; radio giornale e quotidiani, attentamente controllati dal MINCULPOP, venivano diffusi con lo scopo principale di avvicinare le masse agli ideali fascisti attraverso una politica di indottrinamento e, al contempo, di marginalizzazione delle opposizioni.
Nel corso del ventennio due pignaschi vennero inviati al confino più per leggerezza che per reale attività di opposizione al regime.
Il primo fu Celestino Borfiga, che era il segretario politico del PNF di Pigna, il quale ebbe la debolezza di non insistere nei modi dovuti alla richiesta, proveniente dal Federale Provinciale, di reclutare tra i giovani iscritti al partito volontari per la Milizia Nazionale Volontaria Fascista. Al ripetuto rifiuto di questi giovani rispose spazientito di fare pure quello che volevano e che a lui non interessava assolutamente nulla delle scelte che avrebbero fatto. Questa frase fu riferita ai suoi superiori gerarchici, che la lessero come un invito al disfattismo che determinò la condanna al confino del Borfiga.
Il secondo fu Giobatta Littardi "Bacì de Titen". Questi intervenne nella discussione di alcuni soldati che erano in attesa del servizio nella sua bottega di barbiere. I soldati si lamentavano della naia e della vita che erano costretti a trascorrere in caserma, della guerra che era appena cominciata. Bacì ebbe l'infelice idea di intervenire nel colloquio dei militari, intendendo proferire una battuta di spirito, dicendo che se avessero voluto disertare potevano semplicemente prendere uno dei sentieri che portavano in Francia e dimenticarsi del servizio militare. La frase venne riferita da un delatore a qualche funzionario dell'OVRA, che tempestivamente lo denunciò. A suo carico venne istruito un processo che si concluse con la condanna al confino per istigazione alla diserzione. Fu inviato a Ponza ed al suo ritorno raccontò di aver conosciuto Pietro Nenni ed altri antifascisti che nei primi anni della Repubblica divennero poi i protagonisti della vita politica italiana.
Oltre ai due confinati, è possibile ritrovare nel Casellario Politico Generale, conservato presso l'Archivio Centrale dello Stato di Roma, altri pignaschi che vennero schedati come antifascisti. [...]
A metà degli anni '20 vennero costruite le scuole di corso Isnardi e nello stesso edificio si trasferirono anche i locali del Municipio, fino allora situato di fronte alla chiesa di San Michele. Insegnanti e militanti del partito avevano il compito di organizzare, come in ogni parte d'Italia, i "sabato fascisti", che si svolgevano nel prato della "Giaira", mobilitando "avanguardisti", "balilla" e "piccole italiane", suscitando entusiasmo fra i giovanissimi e fastidio tra gli anziani che dovevano sottrarre del tempo al loro prezioso lavoro o al meritato riposo.
Dal 1927 la figura del sindaco, democraticamente eletto dai cittadini di sesso maschile, venne sostituita dal podestà. Primo podestà fu nominato Giacomo Borfiga "Giacomin de Raffael", che precedentemente aveva ricoperto la carica di sindaco. [...]
La fine degli anni '20 fu caratterizzata da una congiuntura economica che vide le realtà rurali soffrire di un evidente peggioramento delle condizioni materiali determinato dalla politica di stabilizzazione economica attuata durante il periodo fascista (1926-1927), che si basava sulla riduzione dei prezzi al dettaglio e sulla rivalutazione della lira. [...]
Questa situazione economica favorì una nuova emigrazione verso le città rivierasche dell'imperiese e verso Monte Carlo, mobilità che veniva ostacolata, senza successo, dal regime che cercava di limitare il rilascio di passaporti e visti di uscita dal territorio nazionale.
Un marginale sostegno alle misere entrate dei contadini pignaschi si ebbe con l'apertura di una distilleria fondata da Aristide Martini, che consentiva di diversificare la "quasi" monocoltura olivicola con la raccolta sulle terre d'alta montagna di lavanda, salvia, radici di genziana e assenzio. [...]
Un'inversione di tendenza al movimento migratorio fu determinata dalle ingenti opere pubbliche che furono messe in cantiere nei primi anni '30, realizzate allo scopo di rafforzare militarmente il confine italo-francese, in previsione di possibili contrasti che potevano deflagrare tra l'Italia fascista e la Francia. [...]
Gli imponenti lavori pubblici richiamarono nel paese una quantità considerevole di maestranze provenienti principalmente dal bergamasco, dal Veneto e dagli Abruzzi. Alcune famiglie di questi lavoratori si stabilirono definitivamente a Pigna e ben presto si integrarono nella comunità acquistando case e terreni, imparando ad esprimersi in dialetto, dando nuova linfa ad un paese che aveva visto i suoi residenti quasi dimezzarsi in meno di 70 anni. Una volta concluse le caserme e gli alloggiamenti per gli ufficiali, il paese si riempì di soldati che svolsero il loro servizio militare a Pigna; la Milizia Confinaria, unitamente alla Guardia di Finanza, presidiava il confine a passo Muratone e lungo i sentieri che portavano in Francia con compiti di contrasto al contrabbando e agli espatri clandestini.
Nella caserma Manfredi prese stanza la G.a.F.
I locali del paese e le attività economiche trassero nuovo impulso, venne aperto un cinema e diverse sale da ballo, i contadini potevano trovare un adeguato mercato di smercio ai propri prodotti della terra senza la necessità di scendere a Ventimiglia o Sanremo; barbieri, sarti, calzolai e le altre piccole attività artigianali potevano contare su una nuova clientela che ampliò il misero volume d'affari.
La parrocchia fu retta per molti anni da don Raineri, che venne sostituito negli anni precedenti la guerra da don Bono; i bambini venivano educati dalla maestra Apollonia Littardi, dalla maestra Giauna e da altri insegnanti che accompagnavano i loro discenti fino all'ottenimento della licenza elementare, potendo sfruttare le nuove aule di corso Isnardi.
Gruppi sempre più numerosi di studenti proseguivano la loro carriera scolastica frequentando i licei di Ventimiglia, Sanremo e Alassio. L'olio raggiunse, nei primi anni '30, il prezzo di 6,50 lire il chilogrammo, quando il salario di un lavoratore agricolo non superava le 12 lire a giornata, permettendo un'agiatezza fino allora quasi sconosciuta ai tanti che possedevano oliveti. Alla tradizionale stagione invernale, nella quale i contadini pignaschi si trasformavano in perfetti camerieri al servizio dei ricchi turisti di Monte Carlo e della riviera francese, si aggiunse la possibilità di trovare ingaggi anche nel periodo estivo; le nuove possibilità di lavoro venivano offerte dalla costa nord-atlantica francese e dalle stazioni turistiche della "Côte Fleurie" di Deauville, Honfleur e Caborg, dove un'avanguardia di maîtres d'hotel si seppe far apprezzare grazie alla professionalità affinata presso gli esigenti turisti frequentatori di Monte Carlo, facendo da apripista per un numero sempre presente di compaesani.
Dopo Deauville una colonia pignasca si stabilì nell'isola inglese di Jersey dove trovò redditizi impieghi nelle strutture turistico-ricettive.  

Giovanni, detto Mario, Rebaudo Devò in partenza per l'Etiopia - Foto gentilmente concessa a Giorgio Caudano dal signor Franco Rebaudo
 
Nel 1936 le ambizioni territoriali di Mussolini trascinarono gli italiani in una nuova guerra in Africa Orientale. 

Pietro Valentino Orengo Varè, Bernardo Marin Bin de Stè e Nicola Rebaudo Nicò de Sciaravà in Etiopia - Foto gentilmente concessa a Giorgio Caudano dal signor Franco Rebaudo
 
Dall'Etiopia tornarono, dopo aver conquistato l'Impero, Antonio Isnardi "Schisorun" e Bernardo Marin "Bin de Sté", il primo, però, senza l'avambraccio destro, perduto nel corso di un combattimento, il secondo ferito al torace e Pietro Valentino Orengo "Varé", anch'egli ferito in un combattimento. Pietro Valentino Orengo, di Pietro e Maria Ughetto, alpino del 7^ Reggimento saprà meritarsi una Croce di Guerra al Valor Militare con la seguente motivazione: "Durante aspro combattimento, si prodigava con audacia e sprezzo del pericolo, finché cadeva ferito gravemente". - Passo Mecan, 31 marzo 1936.  

Pè d'Ambre e Nico sciaravà in Etiopia - Foto gentilmente concessa a Giorgio Caudano dal signor Franco Rebaudo
 
Parteciparono alla Campagna d'Africa anche Nicola Rebaudo "Nicò de Sciaravà", "Giustu u Cavagnu", "Pè d'Ambrè" e "Arturo de Maistru".

[...]  Il 1 settembre 1939 le truppe di Adolf Hitler superarono la frontiera polacca e, in pochi giorni, annientarono le difese polacche; era l'inizio della seconda guerra mondiale. Pochi giorni dopo Francia e Inghilterra dichiararono guerra alla Germania nazista.
[...]
 
Militari alla Casermette di Pigna nel 1940
 
Il 10 maggio 1940 i tedeschi passarono all'offensiva invadendo Belgio e Olanda, violando la loro neutralità, e varcando il confine francese. In poche settimane le difese franco-inglesi collassarono e furono costrette a ripiegare disordinatamente verso Dunkerque, dove vennero chiuse in una sacca. Era ormai chiaro come la resistenza francese avesse i giorni contati. Il 10 giugno il governo di Paul Reynaud abbandonò Parigi e si rifugiò a Bordeaux. Lo stesso giorno Benito Mussolini dichiarò guerra alla Francia, confidando nell'imminente resa e nella necessità di far pesare qualche centinaio di morti, quando si sarebbe seduto al tavolo di pace, e pretendere la realizzazione delle sue mire ter-ritoriali sul nizzardo e sulla Savoia, Corsica e Tunisia.
Nei primi giorni del conflitto, i due contendenti si limitarono a scambiarsi cannonate a distanza senza che le parti potessero intraprendere azioni offensive, vista la netta preminenza delle posizioni difensive che potevano contare su imponenti opere come la "Piccola Maginot", sul versante francese, e il Vallo alpino su quello italiano. [...]
Il 13 giugno a Pigna iniziarono le operazioni di trasferimento nel basso Piemonte dell'intero paese: i suoi abitanti furono sfollati nell'alessandrino e ripartiti tra i paesi di Parodi Ligure, Voltaggio e Gavi.
Durante il viaggio in treno, che doveva portarli a destinazione, incapparono nel bombardamento navale di Genova del 14 giugno quando il secondo gruppo della terza squadra navale francese, composto dagli incrociatori Dupleix e Colbert e altre cinque cacciatorpediniere, sorpresero le difese costiere e si avvicinarono alla costa aprendo il fuoco con i grossi calibri. Il treno, che trasportava i pignaschi verso la loro destinazione, si fermò pericolosamente sul ponte sul Polcevera, a causa dell'interruzione dell'elettricità sulla linea, rimanendo indifeso e in situazione drammatica.
La paura fu tanta, ma fortunatamente nessuna ogiva causò danni nelle vicinanze del ponte.


L'intero paese volle ricordare l'episodio con un quadro che tuttora è esposto nella chiesa di San Michele. 

In questa foto (fatta dallo Studio Mariani di Ventimiglia) risalente all'ottobre del 1934 il dottor Antonio Diana è la persona in primo piano rivolta verso l'obiettivo
 
Il 28 agosto 1940, quando ormai già da mesi Pigna era tornata alla sua solita quotidianità, "La Stampa" dava notizia che il segretario comunale di Pigna, Isolabona e Apricale ed il medico condotto dottor Diana venivano revocati dal loro incarico, previo provvedimento disciplinare, per aver abbandonato il loro posto in un momento di calamità pubblica durante lo sgombero forzato della popolazione di confine. [...] 

Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, Edito dall'Autore, 2016
 
[ Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016  ]


domenica 12 luglio 2020

Lutto e memoria della Grande Guerra ad Imperia

Imperia, Viale Giacomo Matteotti: Monumento ai Caduti nella Grande Guerra
 
All’indomani della fine della Prima guerra mondiale la dimensione commemorativa è ancora fortemente legata alla spontanea iniziativa delle comunità.
Troppi i corpi senza nome e i nomi senza corpi che consegnano ora all’oblio ora alla speranza i pensieri delle famiglie.
I lavori di riconoscimento delle salme procedono a rilento mentre i congiunti dei soldati scomparsi al fronte attendono di conoscere il luogo dove piangere i propri cari. 
[...]
L’importanza di dare nomi ai corpi è alla base della commemorazione: nominare per restituire esistenza ai caduti, scolpire i nomi per sottrarli all’anonimato. [...]
A questo ordine di problemi si aggiunge la questione dei prigionieri italiani scomparsi all’estero - circa 100.000 - alla cui lista hanno lavorato diverse commissioni nel dopoguerra con l’obiettivo di recuperarne i resti. [...]
Dieci anni di lavori hanno così attraversato il passaggio dall’Italia liberale a quella fascista, sconfinando in mitopoiesi. [...]
Negli anni del difficile dopoguerra il municipio di Porto Maurizio [oggi Imperia] chiede che le salme provenienti dal fronte vengano possibilmente spedite in un’unica soluzione.
Le sepolture sono infatti sparse in centinaia di cimiteri militari.
Plava, Piano di Salere, Monte Cucco: dai bollettini individuali di trasporto ferroviario delle salme si evincono le diverse località di sepoltura.
L’Ufficio centrale per la cura e le onoranze delle salme dei caduti in guerra risponderà negativamente poiché le esumazioni vengono fatte zona per zona, sgombrando le camere ardenti una ad una per poi passare ad altri settori [...]
Con il trascorrere del tempo la questione del trasporto travalica l’importanza burocratica e assume valenza politica. Ne è testimonianza una lettera del prefetto di Porto Maurizio al sindaco di Porto Maurizio datata 12 aprile 1923 nella quale si autorizza il trasporto di una salma ma al tempo stesso se ne raccomanda la cura scrupolosa. Agli occhi del prefetto fascista appare ormai evidente "l’importanza che i trasporti delle salme dei caduti in guerra acquistano nel sentimento Nazionale, e raccomand[a] alla particolare sua attenzione per ottenere che ad essi venga dedicata tutta quella cura e riguardo che meritano".
La centralità della cura dei corpi dei militari risponde ad esigenze su vari livelli. Pochi mesi prima dell’avvento del regime, nel maggio del 1922, la stessa autorità prefettizia aveva subìto diverse pressioni da parte di alcune vedove e madri in lutto della vicina Oneglia proprio in merito alla decorosa sistemazione dei caduti.
Le donne chiedono che il sindaco conceda loro, gratuitamente, una tomba nel cimitero comunale per deporvi le salme dei mariti e figli morti in guerra, i cui resti di lì a poco saranno portati dal fronte a casa. La delegazione femminile afferma di non avere i mezzi finanziari per acquistare le tombe, e reclama un intervento amministrativo del primo cittadino.
Il sindaco di Oneglia [oggi Imperia] riferisce al prefetto in materia attraverso comunicazione scritta: il testo della missiva è interessante poiché manifesta l’incompatibilità tra le richieste dei famigliari e le disponibilità economiche dell’amministrazione. Di qui l’idea di mediare tra le due realtà e realizzare un’opera a carattere monumentale per onorarne il ricordo. In questa fase a muovere la commemorazione sembra essere dunque la razionalità economica prima del sentimento patriottico:
"Gli Onegliesi morti in guerra o - come militari - per causa diretta della stessa, sono oltre il centinaio. V.S.I. vede pertanto l’impossibilità di poter aderire senz’altro alla richiesta delle vedove o madri di cui nella lettera qui in alto ricordata, perché l’accoglimento di detta richiesta costituirebbe un precedente tale per cui si dovrebbe senza eccezioni assegnare gratuitamente la tomba ad ogni vedova o ad ogni genitore, per la salma del marito o del figlio. La
Giunta però, astraendo da ogni questione politica per conseguire solamente uno scopo umano ed idealistico nello stesso tempo, ha pensato di costruire una specie di tozzo obelisco nel cimitero, in cui possano essere comprese tutte le salme dei caduti mediante alveoli da cedersi a prezzo minimo ai soli abbienti, e gratuitamente a tutti gli altri". [...]
La manifestazione dei tratti celebrativi nella fase iniziale della commemorazione dei caduti della Grande Guerra vive dunque di coesistenza tra percezione intima della sofferenza e valorizzazione in chiave sociale del sacrificio.
Un esempio in questo senso è racchiuso nella lettera del 17 ottobre 1918 - a guerra ancora in corso - indirizzata dal Comando del presidio militare di Porto Maurizio al sindaco della città. In essa emerge una precoce manifestazione di vero e proprio culto dei caduti, spontaneo e sincero: "Sarebbe vivo desiderio di questo Comando che, nell’occasione della commemorazione dei defunti, le tombe dei militari morti nell’adempimento dei propri doveri verso la Patria non mancassero di quelle attenzioni, che le famiglie sogliono prodigare ai loro defunti. Lo scrivente sarebbe ben grato alla S.V. ILL.ma se, presi gli accordi coll’autorità ecclesiastica, si potessero cospargere di fiori i loculi che racchiudono i resti dei nostri eroici fratelli. Ciò non potrebbe che riuscire molto gradito alla popolazione, la quale ha un vero culto per i poveri morti gloriosi". [...]
Siamo nel novembre del 1921 e il Sottocomitato per le onoranze al milite ignoto della Città di Porto Maurizio organizza così manifestazioni in concomitanza con la traslazione del milite ignoto. Il programma prevede la celebrazione di una
messa e la formazione di un corteo che sfila alla marina e al cimitero. Alle famiglie dei caduti è assegnato il posto d’onore sia alla cerimonia sia al corteo. Sono invitati tutti gli istituti e i sodalizi cittadini, chiamati a presenziare con vessillo e rappresentanze. Si esortano i cittadini a far sventolare il tricolore dalle finestre, a non lavorare e chiudere i negozi. La cittadinanza è chiamata a partecipare al corteo "in silenzioso raccoglimento" senza turbare "il pensoso commosso omaggio degli animi". L’invito finale è quello di dimenticare ogni contrasto politico di parte per adempiere ad un "sublime rito di riconoscenza e di rimpianto". Emblematica in questo contesto la risposta della Camera del lavoro di Porto Maurizio che con i suoi associati aveva dato vita prima e durante il conflitto armato ad una fiera opposizione pacifista:
"NON POSSIAMO E NON VOGLIAMO ADERIRE ALLE CELEBRAZIONI DAL COMITATO INDETTE.
Noi, rappresentanti della classe operaia organizzata, la più, la sola che abbia sofferto e soffra,
portiamo sulla Tomba sacra di Valle, il nostro ricordo con una modesta corona,
la quale dice tutto il dolore del popolo nostro e riconsacra la nostra fervente fede in un migliore avvenire senza frontiere di sorta, senza guerra, senza armi.
E se Valle potesse essere per un istante solo il Lazzaro, sarebbe con Noi, come con noi fu durante la Vita atrocemente infrantagli".

Donne e uomini che non avevano mai smesso di fronteggiare la guerra e che ora non intendono partecipare alle onoranze per il milite ignoto; il loro rifiuto categorico svela infine una contro-memoria destinata a svanire sotto i colpi dell’ipertrofia celebrativa tardo liberale prima e fascista poi. [...]
Non sono soltanto pietre e marmi a caratterizzare le opere dedicate ai caduti: con l’iniziativa del sottosegretario alla Pubblica Istruzione Dario Lupi lanciata nel dicembre del 1922 si istituzionalizza la creazione di viali e parchi della rimembranza, spazi verdi dove ad ogni caduto deve corrispondere una pianta. [...]
Con lo stesso fervore patriottico anche Porto Maurizio e Oneglia accolgono immediatamente l’iniziativa ministeriale e si lanciano nella realizzazione di un proprio parco della rimembranza. Ancora una volta le tendenze particolariste delle due realtà cittadine avranno la meglio sul processo di accorpamento amministrativo.
A pochi mesi dell’unificazione nella città di Imperia infatti, i due comuni decidono di dotarsi di due spazi verdi differenti per onorare ciascuna la memoria dei propri caduti.
Oneglia inaugura dunque il suo parco il 10 maggio 1923 sulla spianata dedicata a De Amicis; gli alberi ricordano - si legge nel comunicato del commissario prefettizio cittadino - "il nome di un Vostro Concittadino che coll’olocausto della propria vita ha concorso alla conquista dei nuovi e più giusti confini della Patria".
Porto Maurizio era stata ancor più reattiva rispetto agli stimoli governativi, recependo la proposta di Lupi già nel gennaio del 1923. A quel tempo la direzione didattica delle scuole elementari comunali aveva subito eletto un comitato esecutivo per la realizzazione del parco. [...]

Graziano Mamone, Morti e viventi. Lutto e memoria della Grande Guerra in Liguria in Memorie di pietra. Testimonianze della Grande Guerra in Liguria, Consiglio regionale della Liguria, 2018


mercoledì 8 luglio 2020

Imperia: un’emigrazione di gente comune in Costa Azzurra tra le due guerre mondiali

Nizza: il torrente Paillon
 
L’esilio antifascista si connota per il suo legame con l’emigrazione di massa in Francia tra le due guerre, assumendone e rielaborandone caratteristiche, percorsi, modalità di installazione. Tale fenomeno ha radici nell’emigrazione politica della fine degli anni Dieci, conseguente alla repressione delle lotte operaie del biennio rosso. La sorveglianza sempre più sistematica degli oppositori da parte del regime fascista alimentò gli espatri oltralpe dai primi anni Venti fino alla Seconda guerra mondiale, seppure con ritmi e fasi differenti. I primi a fuggire dall’Italia furono sindacalisti, militanti di base, piccoli quadri di partito che si erano compromessi nelle battaglie sociali del primo dopoguerra. Questa ondata popolare fu seguita dall’espatrio dei veri e propri leader politici. Dal 1926 infatti, con l’emanazione delle leggi eccezionali, i partiti soppressi dal fascismo ricostituirono all’estero gli organi dirigenti, privilegiando come sede d’esilio la capitale parigina (Nota 1).
Riformando la Direzione generale di pubblica sicurezza, l’apparato di repressione del regime si potenziò ed estese oltre i confini italiani, per sorvegliare l’attività dei fuoriusciti e delle comunità emigrate (Nota 2).
Accanto alle figure di spicco dell’Aventino, che ebbero un ruolo simbolico e reale nell’esilio antifascista, espatriavano masse di persone comuni: gli antifascisti erano coinvolti insieme alle loro famiglie, con dinamiche strettamente connesse all’emigrazione economica.[...]

In tal senso la Liguria si rivela un caso interessante in quanto regione di confine, dove la mobilità transalpina è una tradizione locale (Nota 5). Il contesto ligure-francese consente infatti di mettere a fuoco continuità e simmetrie con l’emigrazione di prossimità, e di valutare l’influenza delle nuove reti politiche nell’incanalarne o deviarne le direttrici.
All’indomani della Grande guerra, la Francia divenne il principale bacino di accoglienza dell’emigrazione italiana, economica e politica. [...]

Il caso imperiese si presenta molto più omogeneo rispetto alle altre province liguri. Si tratta in generale di un’emigrazione protesa verso la confinante Costa Azzurra, nutrita da contadini, giardinieri, piccoli commercianti agricoli, domestiche che si muovevano secondo le dinamiche dell’emigrazione di lavoro. Se si eccettua infatti il caso di un leader di fama nazionale come Giuseppe Amoretti, il fuoriuscitismo imperiese fu un fenomeno largamente popolare e contadino, legato al transnazionalismo locale. Qui non si verificarono veri e propri eventi separatori che segnarono l’inizio dei flussi in Francia. Espatri e rimpatri nel vicino Nizzardo erano stati costanti nelle vicissitudini delle famiglie coinvolte, dove gli elementi più anziani avevano già fatto esperienza di emigrazione oltralpe all’inizio del secolo, rimanendovi anche in modo definitivo (Nota 60). Si muovevano cioè su un territorio a loro familiare, sapevano valutare le opportunità offerte e godevano di conoscenze che agevolavano l’impiego, la socializzazione, l’inserimento e l’uso della lingua (Nota 61).
Furono soprattutto Sanremo, Ventimiglia e l’entroterra a ridosso del confine ad alimentare l’emigrazione antifascista in Francia. Le destinazioni furono spesso di tutta prossimità, Monaco, Mentone, Beausoleil, Nizza, indice della tipica pratica della frontiera. In queste cittadine a vocazione rurale i partiti comunista e socialista avevano destato consensi tra la popolazione, per l’influenza dei poli di Oneglia e Porto Maurizio (Nota 62). Vi fu anche ad Imperia una minoranza di anarchici e socialisti che scelse le rotte americane, solitamente abbandonando il paese prima dell’avvento del fascismo, e che sarebbe perlopiù rimasta definitivamente oltreoceano, realizzando discrete fortune (Nota 63).
Chi si spostava in Francia già nei primi anni del secolo finì in maggioranza con lo stabilizzarvisi con la famiglia. Sono molti i casi di antifascisti imperiesi che chiesero la naturalizzazione divenendo a tutti gli effetti cittadini francesi, seguendo il classico percorso di assimilazione promosso dalla politica francese. In effetti questi migranti crebbero fin da giovinetti in terra francese, apprendendone lingua e costumi, inserendosi nella comunità immigrata imperiese (Nota 64). A differenza degli altri casi regionali, per gli imperiesi il consapevole attivismo politico non fermò il processo di assimilazione: ci si integrò nel movimento sindacale francese, ci si arruolò volontari nell’Armée e nelle brigate internazionali a fianco dei francesi (Nota 65). Erano anche le conseguenze della radicata xenofobia anti-italiana della regione nizzarda che spingevano a francesizzarsi rapidamente (Nota 66). I migranti imperiesi degli anni Trenta tesero invece a rientrare in Italia con l’inizio del conflitto e alcuni di essi parteciparono alla lotta di liberazione. Forse il fatto di aver compiuto la propria formazione civica sotto il regime influì sulle scelte che si presentarono agli esuli con l’avvento della guerra; e ciò tanto più nella zona di confine e di occupazione, dove l’insofferenza per l’italianizzazione forzata di Mentone rendeva la permanenza italiana assai difficile (Nota 67).
Merita ricordare singolarmente il caso di Giuseppe Amoretti per la portata nazionale della sua esperienza. Sanremese, si formò a Torino dove condusse gli studi universitari e si inserì negli ambienti della sinistra comunista. A Milano giunse ai vertici del partito negli anni della clandestinità, collaborando alla direzione accanto a Palmiro Togliatti e Camilla Ravera e poi nel Centro interno. Scoperto e incarcerato, fu liberato nel 1934, quando espatriò clandestinamente a Marsiglia e poi in Unione sovietica lavorando per l’Internazionale (Nota 68).

Emanuela Miniati, Antifascisti liguri in Francia. Caratteristiche e percorsi del fuoriuscitismo regionale, in «Percorsi Storici», 1 (2013)


mercoledì 1 luglio 2020

Ligusticum

Ligusticum mutellina - Foto Moreschi
"Ligusticum (dal latino "ligusticus" ossia ligure), pianta così chiamata dalla Liguria o Genovesato, dove è comunissima, non meno che in tutti gli altri paesi caldi e secchi".

Questa era la definizione di matrice linneiana, accettata dai dizionari di botanica alla fine del 1700, per spiegare le ragioni etimologiche di una denominazione, tuttora vigente, assegnata ad gruppo generico formato da venti specie di Ombrellifere diffuse in tutto l'emisfero nord.

Molti specialisti però non sono persuasi della spiegazione, ma propenderebbero per una corruzione di Levisticum, genere affine per il quale esiste una parallela querelle etimologica.

Quattro Ligusticum vivono in Italia e due nella terra d'elezione, del tutto ignorati dagli indigeni che non li hanno degnate di alcun battesimo locale.

In passato il raggruppamento era molto più affollato perché comprendeva molte altre specie oggi trasferite ad altri Generi come il Molospermum peloponnesiacum o il Cnidium sialifolium.

Resta da dire che, dopo un lungo periodo trascorso nel Genere Meum, il Ligusticum mutellina assieme al mutellinoides ha riacquistata la precedente denominazione a suo tempo assegnata dal medico botanico e fisico lussemburghese Heinrich Johann Nepomuk von Crantz (1722-1797).

Sono piante delle alte quote alpine abituate a svolgere completamente il loro ciclo biologico annuale nel breve periodo di assenza delle nevi.

I nostri due Ligusticum sono considerati un ottimo foraggio delle praterie e ricercati dalle mandrie all'alpeggio; gli allevatori sono certi che molti pregi organolettici di latte e formaggi prodotti durante questo periodo siano proprio dovuti alla presenza nella dieta degli animali delle foglie tenere ed aromatiche dei Ligusticum, soprattutto quelle brucate prima della fruttificazione.


Ligusticum mutellina Crantz (VII- VIII. Nasce nei pascoli alpini e nelle vallette nivali dai 1800 sino ai 2600m). Ha il fusto con la parte basale attorniata da fibre scure, è eretto, striato, glabro, alto sino a 30cm. Le foglie  basali a lamina triangolare sono tre, quattro volte pennatosette divise in lacinie più lunghe che larghe; le cauline guainanti e ridotte. L'ombrella principale (a volte ne esistono un paio minori) ha max. dieci raggi è priva d'involucro ed ha bratteole esterne più grandi. I fiori sono rosei ed i frutti costati, portano gli stili violetto porporini.
Ligusticum mutellinoides - Foto Moreschi
Ligusticum mutellinoides Crantz (VI- VIII. Nasce sulle balze  ventose al di sopra dei 2000m). Ha una radice  scura con polpa bianca, il fusto eretto, striato di rosso, in genere senza foglie, glabro, alto sino a 12cm. Le foglie  basali a lamina triangolare sono due, tre, volte pennatosette divise in lacinie più lunghe che larghe e con apice arrotondato. L'ombrella solitaria ha max. quindici raggi; può avere ed altrettante brattee triforcate alla punta o una sola foglia come involucro. I fiori sono bianchi o appena rosei con le antere bruno scure. I frutti costati conservano gli stili.

di Alfredo Moreschi