domenica 30 gennaio 2022

Siamo in circa duemila provenienti da Yol e non mi risulta che ce ne siano di Imperia

Oneglia: uno scorcio

[n.d.r.: alle vicende salienti della vita di Giacomo Agnese si è già fatto qui riferimento, per cui si rimanda anche a questo collegamento, sottolineando che le missive che seguono sono state scritte nell'ultimo periodo di prigionia in India dell'autore]
[...] 25 settembre 1944
Mia cara, due tue lettere, del 25 gennaio e del 26 marzo, costituiscono i tuoi più recenti scritti in mie mani. Sono molto preoccupato per te, per la bambina e per i vecchi: comprendo quanto queste attuali settimane siano dure per tutti voi, né vedo ancora quando potremo porre la parola fine. Spero che non avrai mai lasciato Costigliolo e che non ti sarai staccata dalla bimba: dovete stare insieme e mai separarvi dalla campagna, che sempre potrà darvi i mezzi di nutrimento. Gradirei sapere quali mie lettere hai ricevuto da un anno a questa parte. Tu sai da tempo quanto io stimi il mio vecchio padre: egli potrà, credo, essere sempre in grado di darti dei buoni consigli. Mia Lina, ogni cosa andrà meglio domani, sta certa che non tutto il male è venuto per nuocere, anche se il grido di dolore dell'umanità sembra salire sino al sordo cielo. Tutto comincerei ora sulla strada che mio padre mi indicava (7) e che non potei comprendere quando ero immaturo. Attendimi. Ti bacio
Jacques
21 dicembre 1944
Lina carissima,  
per il rimpatrio non ho nessuna speranza e ciò sarebbe nulla se potessi sapere che almeno te e la bambina state bene, o almeno che siete vive. Ma io e te siamo ben divisi, e nessuna luce di speranza è vicina. È inutile fare sogni e progetti per l'avvenire, quando la nostra stessa vita è incerta. Io vivo questa prigionia in una continua agitazione, non riesco a rassegnarmi, né ad abituarmi a qualcosa. Il primo anno ho dormito sempre per terra e ho vissuto completamente solo; qua, deambulo continuamente e mi privo, volutamente o per inerzia, anche d'ogni concessa comodità, come lenzuola o materassi.
Da quando ti ho lasciata non ti ho mai dimenticata un istante, e sei sempre stata, con la bimba, il mio principale pensiero e una costante preoccupazione. Se non ci fossi stata tu e le mie nuove convinzioni, probabilmente non avrei saputo trovare la forza per durare sinora in questa maledetta prigionia. Tu, dal campo di concentramento mi scrivesti che avevi alfine conosciuto il genere femminile, e io posso assicurarti che la cosa peggiore della prigionia sono i nostri simili. Se io non tornassi, certo sono parole dure ma bisogna dirle, ebbene sappi che non ho nulla da rimpiangere, tanto tu hai riempito di te la mia vita. L'avvenire di nostra figlia mi preoccupa. Che cosa dirle? Dille d'essere felice quando può, di essere onesta e generosa sempre. Tu sarai la sua guida ma non le farai mai nessuna pressione, si orienterà da sé verso la strada migliore per la sua naturale inclinazione. Mio padre, col suo naturale buonsenso, può sempre darti dei buoni consigli: se io e lui ci fossimo compresi in tempo, forse non sarei qui. Ancora una volta vi stringo a me e vi bacio. Saluti a tutti
Jacques
9 maggio 1945
Carissima,
ho saputo che Oneglia è stata liberata e che tu, la bambina e tutta la famiglia state bene, ma sono ansioso di ricevere presto tue notizie. Dammi anche notizia degli avvenimenti, che noi qui ascoltiamo solo radio Londra, e leggiamo qualche giornale pubblicato in India. Per il 1944, ho ricevuto una tua lettera del maggio e una seconda del 26 settembre, dove mi parli ancora dellaprocura. Io ho provveduto a mandartela appena ricevuta la tua richiesta; fu inviata in Italia tramite le autorità spagnole e se non l'hai ricevuta dimmi se debbo inviartene un'altra. Io da anni faccio la solita vita, ma quanto le mie idee siano cambiate lo avrai capito. Ho passato visita medica internazionale, ma senza risultato. Ho chiesto il rimpatrio perché ho sei persone inabili a carico. So che la liberazione vi porterà nuovi guai economici, ma non importa: porta con mio padre fiori sul monumento ai caduti di Castelvecchio (8) che ricostruiremo. Tanti baci
Jacques
17 maggio 1945
Carissima,
non so più cosa dirti, sono stanco di scrivere cose insulse e di fare i conti con gli umori della censura. Tu non sai, Lina, quanto sia grande il desiderio di coricarmi e dormire per sempre. Ho ancora una moglie, una bambina, dei genitori? Che cosa sono, io stesso? Un numero, sono, un numero sperduto nel nulla delle montagne indiane. Non so nemmeno più desiderarti.
Vivere con te e la bimba sopra un monte sono cose che non hanno più senso: nemmeno l'eco delle cose del mondo, qua, mi giunge, ma non m'interessa. Sono uno che non è più senza essere mai stato, un numero senza senso tormentato dalla pena d'essere vivo e d'essere chiamato per le conte, dalla pena di sentire parlare di libertà e di proibito, di indifferenza, di vedere reticolati e sentinelle, di sentire puzza di animalesca umanità in putrefazione. Ti ricordo una donna forte, lo devi essere sempre, è il tuo destino: io ho perduto anche l'ultima dea. Non mandare la bimba a studiare da quella gente, rovinano ogni cosa. Non mi ricordare, io forse sono migliore ora, che non esisto più
Jacques
9 giugno 1945 (9)
Sempre privo notizie, gioisco liberazione valorosi partigiani e ti auguro bene. Tutto andrà meglio domani e ricostruiremo già distrutto monumento caduti. Tanti baci a Niluccia, a te e parenti tutti
Jacques
9 gennaio 1946 (10)
Caro babbo,
le ultime lettere che ho ricevuto sono della prima metà di settembre, e in esse vi dimostrate convinti del mio ritorno per Natale. Così questo nuovo e ipocrita inganno mi priva anche della vostra corrispondenza. Non ne posso più, e questi mesi invernali sono i più maledetti di quelli trascorsi qui dentro. Un così lungo periodo di completo isolamento e inerzia è bestiale e inconcepibile. Non abbiamo più affetti, più famiglia, più legami, più volontà, più mestiere, più salute: siamo delle mummie che si sfasceranno al primo contatto con la vita. Lina mi chiede un po' di filo: bisogna dirle che i pochi soldi che ci danno non sono nemmeno sufficienti per le diaboliche sigarette che possiamo fumare per uccidere i nervi. Ora ogni cosa è stata ridotta, la razione è assolutamente insufficiente. Ci mantengono congelato un credito che in Italia non ci servirà assolutamente a nulla, mentre qua ci permetterebbe di nutrirci fuori mensa, e di acquistare un po' di minutaglia, utile a noi e alla casa. Far soffrire la gente non è cosa utile a nessuno. È più umano, mille volte più umano uccidere subito, che avvelenare per sempre la vita a noi e ai nostri cari
Jacques
Kalyan, 4 aprile 1946
Lina, improvvisamente sono stato incluso in un elenco di rimpatriandi e dopo quattro giomi e notti di treno sono qua, in questo sobborgo di Bombay; stanotte dovrei imbarcarmi su un piroscafo, con la speranza d'essere a casa per l'ultima decade di questo aprile. Non conosco il nome del piroscafo, nè il porto di sbarco; se tu segui i giornali e la radio, forse potrai saperne più di me; io ho un numero al collo (Y-0668) e viaggio come un baule, senza un soldo. Questa cartolina  mi è stata regalata da un compagno. Prima di partire da Yol ho alfine ricevuto una tua lettera, che come temevo mi recava brutte notizie. Avevo enorme desiderio di rivedere mio padre e parlargli, volevo sdebitarmi moralmente e dargli quelle soddisfazioni che meritava. Per la bambina, mi rendo conto di quanto hai fatto durante la sua malattia. Siamo in circa duemila provenienti da Yol e non mi risulta che ce ne siano di Imperia. Privo assolutamente di mezzi, non ho potuto portarti il filo. Buone cose a tutti quanti e arrivederci. Su, Lina!
Jacques
Giacomo Agnese ritornò dalla prigionia nel 1946. Insieme alla moglie lo aspettava alla stazione di Oneglia la bambina diotto anni che ero io, sua figlia, incapace di riconoscerlo: era quello il papà di cui mia madre mi aveva parlato tanto spesso e le cui lettere erano arrivate sempre con tanto ritardo? Mi stava davanti un uomo alto emagrissimo, che non doveva essersi fatto labarba da giorni, mentre aveva stranamente rasata la testa: uno che aveva tanti buchi in tutto il cappotto, ma non un solo boitone per chiuderlo.
Quell'uomo trovò dopo qualche mese dopo un impiego statale modesto, che riteneva transitorio e che sarebbe invece stato definitivo. Dopo il lavoro, lo vedevo trascorrere i pomeriggi e le sere a leggere e mi sembrava un adulto insolito, forse un bocciatom, scolaro fuori tempo. Se si accorgeva del mio viso, sporgente a metà dallo stipite per osservarlo, mi chiamava: "Vieni, Niluccia. tienimi compagnia". A quel tempo non lo sapevo che cercasse nei libri risposte, idee per trasformare in qualcosa di più felice l'impulso a demolire se stesso insieme a un'epoca di errori. Dai giornali ritagliava articoli dai libri estraeva frasi che trasferiva nei quaderni: erano come cemento, pietre per la realtà nuova che gli si andava delineando. A volte chiamava mia madre e faceva ascoltare a lei un brano su cui riflettere, oppure discuteva di quello stesso con amici venuti a trovarlo o con gruppi di persone per strada, sotto i portici.
Mi comperò  "Lettere dei condannati a morte della Resistenza", quando fui più grande, perché sapessi che cosa nazismo e fascismo erano stati.
Ma rattristarmi era l'ultima cosa che potesse desiderare: poiché sapeva che amavo le canzoni e voleva non mi mancasse qualche spensieratezza giovanile, mi comperò anche la radio, quando ancora era un piccolo lusso.
"Ciecamente non devi credere a nessuno" mi disse un giorno, "nemmeno a me". Avevo forse quindici anni, quando mi diede questo consiglio; mi raccomandò di documentarmi su ogni cosa osservandone la tangibilità, quando possibile, e comunque attingendo sempre a più d'una voce, più d'una fonte le notizie; piuttosto che instillarmi diffidenza sulle intenzioni altrui credo volesse trarre dagli abbagli della propria gioventù un insegnamento di ragionevolezza che guidasse la mia.

Nila Agnese
[NOTE]
(7) La posta dei prigionieri era controllata, e alcune cose era bene dirle per allusioni. Per far capire alla moglie quanto il proprio pensiero sia mutato, Giacomo si avvale di riferimenti al padre, che aveva sempre detestato il fascismo.
(8) Il monumento portava la scritta "Guerra ai signori della guerra"
(9) Si tratta d'un biglietto spedito tramite la Croce Rossa Internazionale, nel quale non potevano essere superate cinque righe.
(10) Quando Giacomo scrive questa lettera ignora che il padre è già morto: la lettera di Lina che gli dà notizia del decesso, scritta in dicembre, gli arriverà a fine marzo.
Giacomo Agnese, Dall'Africa all'India (Diario di guerra e lettere: 1935-1946), ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 1992 

martedì 25 gennaio 2022

Molti ex appartenenti all’OAS si rifugiarono nel Ponente Ligure

Dintorni di Isolabona (IM), Val Nervia

La prima segnalazione di attività neofasciste in Liguria, presente nella documentazione alleata, è del 23 agosto 1945. Un rapporto segreto del 2677th Regiment OSS (Prov) <16, che segnala una rinnovata attività fascista a Isolabona, in provincia di Imperia, è inviato il 13 settembre al G-2. Il rapporto n° 160 è la continuazione del n° 147, da OSS Det 44, fonte Durham/Eavington, intitolato “Indicazioni di una rinnovata attività fascista in Isolabona”.
Isolabona ha la reputazione di essere la città più fascista nella provincia di Imperia. Durante il regime fascista vi erano più di cinquanta iscritti al partito fascista nel paese (su una popolazione di 850 persone). Ora vi sono indicazioni che gli ex membri stanno riprendendo i loro contatti e i loro incontri dopo il periodo di disorientamento successivo alla liberazione. I nominativi che seguono sono stati ben noti personaggi fascisti in paese e ora sono i protagonisti della ridefinizione dei gruppi che apparentemente viene svolta: Peitavino Eliseo, Cavassa Eugenio, Cassini Carlo Ercole, Moro Roberto. I quattro uomini sono in costante contatto tra loro, in particolare sono presenti a banchetti ben forniti, come quello del 23 luglio avvenuto in casa di Peitavino, o al ristorante Cassini, dove spesso mangiano e bevono insieme. Erano molto in evidenza al festival di metà agosto di Dolceacqua. I quattro leader e i loro seguaci hanno presumibilmente formulato una linea di condotta da seguire nelle prossime elezioni. La fonte afferma che i fascisti di Isolabona sono ancora in possesso delle armi che non hanno mai consegnato.
[...] Il 27 settembre giunge un nuovo rapporto segreto del 2677th Regiment OSS (Prov) <21, la fonte Durham-2/Gateshead segnala una “nuova organizzazione fascista a San Remo”, comandata dal capitano Fabbiani e dal capitano Allotta che ora conta trecento membri. Si dice che i membri più importanti dell'organizzazione ricevano un sussidio di cinquantamila lire ciascuno. Fabbiani e Allotta sono noti per essere ex fascisti. Il primo fu imprigionato subito dopo la liberazione, ma è stato rilasciato da circa un mese. Sono in preparazione le tessere di iscrizione e volantini di propaganda sono già stati distribuiti privatamente. Attorno al 10 settembre un camion targato Cuneo ha scaricato alcuni pacchi di materiale di propaganda in occasione della riunione principale dell'organizzazione in Via Giorgio Pallavicini. Il programma del partito si suppone che sostenga i movimenti reazionari con azioni immediate, attualmente è per il sostegno della monarchia, inoltre sta pianificando altri incidenti allo scopo di screditare i partiti della sinistra. Si presume che una lista di capi dei partiti, leaders del CLN, sia compreso nell’elenco delle persone che l’organizzazione voglia eliminare.
[NOTE]
16 NA, WO 204/12631, Extract from Special Report No. 160 dated 13.9.1945 from Reports Office, 2677th Regiment OSS (Prov) APO 512. To: G-2 AFHQ, AMB KIRK, R & A, X-2, Washington, Files. Indications of Renewed Fascist Activity in Isolabona.
21 NA, WO 204/12632, Extract from Special Report No. 193 dated 23.9.1945 from Field Detachment “A”, 2677th Regiment OSS (Prov) APO 512. New Fascist Organization in San Remo.
Antonio Martino, L’attività neofascista e monarchica in Liguria nei rapporti dell’intelligence alleata e nella stampa comunista (1945-1946) in Atti e memorie della Società Savonese di Storia Patria, n.s., vol. LI, Savona 2015, pp. 189-209.

Questa serie di note informative riservate dimostra come effettivamente i servizi segreti italiani mantenessero una certa allerta su quanto riguardava la presenza dei militanti dell’Organisation de l’Armée Secrète sul territorio italiano, ma entra contemporaneamente e almeno in parte in contrasto con quanto affermato da alcuni esponenti del gruppo terroristico, secondo i quali il SIFAR e l’Ufficio Affari Riservati offrirono loro protezione.
Significativa in tal senso è per esempio la testimonianza del capitano Jean-Marie Curutchet, secondo il quale il Servizio Informazioni Forze Armate avrebbe messo a loro disposizione facilitazioni di vario tipo e di ogni necessità, oltre alla possibilità di allenarsi presso poligoni di tiro <449.
[...] Il tono canzonatorio caratterizzò sempre la figura di D’Amato non lasciando trasparire la realtà degli avvenimenti, che invece, fortunatamente, emerge dai documenti ufficiali.
Certamente il suo apporto alla latitanza dei terroristi dell’Organisation de l’Armée Secrète fu tutt’altro che marginale, così come, in seguito, lo fu per i militanti di estrema destra che a lui si rivolsero per fuggire all’estero o cercare protezione in seguito alle stragi collegate alla «strategia della tensione».
Quello che interessa sottolineare qui è che la sua azione, in entrambi i casi, servì - dal suo punto di vista - a preservare l’Italia dalla minaccia comunista, secondo i dettami di agenti della CIA del calibro di James Jesus Angleton, con il quale intrattenne un lungo rapporto di amicizia, e in nome dell’Alleanza atlantica <467.
Una ulteriore testimonianza del ruolo determinante dell’Ufficio Affari riservati proviene dalla testimonianza del funzionario di polizia Arrigo Molinari, all’epoca in servizio a Sanremo, secondo il quale "Nei primi anni ’60 (60, 61 e 62) la Riviera ligure di Ponente e precisamente la zona tra Sanremo e Ventimiglia [fosse stata] indicata dall’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno come area ove potevano rifugiarsi e trovare accoglienza i cittadini francesi che chiedevano comunque asilo perché implicati negli affari dell’Algeria. […] Ufficio Affari Riservati si era attivato per dare ogni assistenza a tutti i fuoriusciti che ricercati in Francia potessero riparare in Italia e trovare accoglienza senza essere minimamente molestati dalle Forze di Polizia anzi dovevano essere aiutati e favoriti" <468.
Inoltre, sempre secondo Molinari, a dare il via all’operazione fu un ordine proveniente «dalla CIA di dare tutta l’assistenza possibile», precisando che «molti ex appartenenti all’OAS si rifugiarono nel Ponente Ligure» <469.
[NOTE]
449 J.-B. RAMON, L’OAS et ses appuis internationaux. Alliés, influences et manipulations extérieures, La Chaussée-d’Ivry, Atelier Fol’fer, 2008, p. 70.
467 P. PICCO, Liaisons dangereuses, cit., p. 263. Sull’Ufficio Affari riservati nei primi anni Sessanta si veda inoltre G. DE LUTIIS, Storia dei servizi segreti in Italia, cit., pp. 87-89, tenendo però conto che il volume è stato scritto precedentemente alla scoperta dell’archivio dell’UAARR da parte del perito Aldo Giannuli e alla collegata inchiesta diretta dal giudice istruttore Guido Salvini.
468 S. FERRARI, I denti del drago, cit., pp. 44-45.
469 S. FERRARI, I denti del drago, cit., p. 45.
Veronica Bortolussi, I rapporti tra l’estrema destra italiana e l’Organisation de l’Armée Secrète francese, Tesi di Laurea, Università Ca' Foscari Venezia, Anno Accademico 2016/2017

giovedì 20 gennaio 2022

Bordighera (IM): Mostra Il Giorno della Memoria


Martedì 25 gennaio 2022 - Domenica 6 febbraio 2022  - ore 17 / 19 (festivi compresi)

Unione Culturale Democratica -  Sezione ANPI - Bordighera (IM), Via al Mercato, 8

Inaugurazione Martedì 25 gennaio 2022 alle ore 17 


Mostra

 IL GIORNO DELLA MEMORIA

 pubblicazioni immagini ricordi

 

“Alle S.S. l'animo umano dei cittadini del mondo non interessava. Quello che occorreva indagare l'avevano già fatto. Rapidamente. Non era il caso di un'analisi raffinata. Il lager era destinato a ospitare , maltrattare e uccidere gli stupidi avversari del Fuhrer, non distinguibili uno dall'altro. Questa era l'opinione che le S.S. imparavano nelle loro scuole e, a loro volta, diffondevano: “I comunisti sono comunisti, gli ebrei sono ebrei, gli zingari sono zingari, i neri sono neri. Nessuna differenza tra loro. Non perdiamoci in inutili dettagli. Sono tutti uguali. Per chiamarli sarà sufficiente urlare: Maledetti, pezzi di merda, porci e altre parole simili, è inutile sprecare un nome per ciascuno di loro. Se ci sarà bisogno di distinguere uno dall'altro, per indicare il lavoro che ordinerete di fare a ciascuno di loro, basterà assegnare a ognuno un numero. Non c'é assolutamente bisogno di riflettere, di pensare, di perdere tempo, quando le cose sono chiare. Per le S.S., le persone obbligate a trascorrere lunghi periodi nei lager o a morire, costituivano una massa indifferenziata di delinquenti, nemici del Fuhrer, del nazismo, oppositori perdenti  delle teorie del sacro Mein Kampf, degni solo di soffrire e di scomparire per non inquinare il resto dell'umanità.”
Gilberto Salmoni, Cittadino onorario di Bordighera (da Buchenwald una storia da scoprire, Frilli editori)
 

Ingresso libero

I visitatori sono ammessi nel rigoroso rispetto delle vigenti norme sanitarie anti Covid

Giorgio Loreti

Unione Culturale Democratica -  Sezione ANPI - Bordighera (IM), Via al Mercato, 8  [ Tel. +39 348 706 7688 - Email: nemo_nemo@hotmail.com ]


 

sabato 15 gennaio 2022

Nel 1907 Rubino comincia a disegnare le copertine per «Il giornalino della Domenica»

Fonte: Angela Articoni, Op. cit. infra

Contemporaneo di Tofano è Antonio Rubino, sicuramente influenzato da Felicien Rops, Odilon Redon, Alberto Martini, Umberto Boccioni, Gino Severini, Fortunato Depero, dalle avanguardie e dal passaggio dal Liberty al Futurismo, e tanto altro ma, come asserisce Santo Alligo, «Pur trovando singolari parentele e curiose analogie con gli artisti e i movimenti sopra elencati, sono convinto che lo stile del tutto originale di Rubino sia nato per «generazione spontanea» <63.
Nasce a Sanremo il 15 maggio 1880 e i suoi primi esercizi letterari, poesie burlesche e poemi grotteschi, risalgono alla fanciullezza e allʼadolescenz,a quando svilupperà anche il suo apprendistato artistico da autodidatta.
Nel 1907 Rubino comincia a disegnare le copertine per «Il giornalino della Domenica», settimanale per bambini fondato da Luigi Bertelli (in arte Vamba, autore de "Il giornalino di Gian Burrasca"). Lʼanno successivo Silvio Spaventa Filippi gli chiede di partecipare alla genesi de «Il Corriere dei Piccoli», supplemento domenicale per bambini de «Il Corriere della Sera». Alcune disegni di copertine per la rivista «si nutrono delle linee sinuose dellʼArt Nouveau, ma già contaminati da stilemi che anticipano compiutamente il Decò: [...] utilizzando il nero più un secondo colore, rigorosamente piatti, Rubino crea immagini assolutamente anticipatrici» <64.
Successivamente tante sono le sue collaborazioni ad ogni genere di testate e progetti editoriali: per lʼAvanti!, LʼAuto dʼItalia, Il Risorgimento Grafico e La Lettura; negli stessi anni Rubino comincia ad illustrare diversi libri, tra cui i racconti di Andersen pubblicati da Bemporad nel 1911; durante la prima guerra mondiale lavora come scrittore e disegnatore al giornale di trincea per soldati La Tradotta; negli anni seguenti dirige Il Balilla (1926), fonda Mondo Bambino (1929) e Mondo Fanciullo (1933), collabora con Il Cartoccino dei Piccoli; nella seconda metà degli anni ʼ30 dirige per Mondadori Topolino, Albi dʼOro, I Tre Porcellini e Paperino.
Al termine della seconda guerra mondiale collabora a Bambola, Gazzetta dei Piccoli e Modellina (1947), mentre nel 1949, a Sanremo, fonda Il Gazzettino della Riviera dei Fiori (poi rinominato Il Gazzettone e infine La Gazzetta di Sanremo).
Gran parte dellʼattività di Rubino, poi, è dedicata alla scrittura e allʼillustrazione di opere pubblicate in volume: nel 1911 pubblica Versi e disegni, raccolta di poesie e di illustrazioni legate alla poetica del decadentismo, mentre negli anni seguenti scrive ed illustra moltissimi volumi di storie per lʼinfanzia in versi e in prosa, tra i più noti I balocchi di Titina (1912) forse il suo capolavoro per ragazzi, Viperetta (1920) il più conosciuto e amato, Tic e Tac, ovverosia lʼorologio di Pampalona (1920), Fata Acquolina (1922 ca.) visionaria fiaba gastronomica, la collana La scuola dei giocattoli (1922), albi nati a scopo didattico ma ineccepibili come libri dʼarte e libri˗gioco, Il giardino di Fiorella (1926), Caro e Cora (1928), Il frottoliere (1929), Fiabe quasi vere (1936), Pupi giocattolo infelice (1938) e Il collegio La Delizia (1939), con Renato Simoni <65.
La Scuola dei giocattoli, una serie di albi a colori scritti e illustrati da Antonio Rubino, sono stati pubblicati dallʼIstituto Editoriale Italiano, e sono caratterizzati dallʼavere in copertina personaggi disegnati secondo i principi dellʼanamorfismo, cioè da risultare proporzionati solo se adeguatamente curvati. Questo singolare esperimento editoriale - davvero coraggioso se si considerano gli anni in cui fu realizzato e circolò - aveva lʼobiettivo, per la prima volta in Italia, di avvicinare bambini così piccoli allʼuniverso della lettura adeguandosi al principio dellʼ«istruire divertendo». Le copertine di ogni albo, quindi, sono disegnate in modo da sembrare pupazzi tridimensionali che, una volta piegate a cilindro, potevano essere inserite dal bambino in una casetta di cartone.
I volumetti sono intitolati Belle lettere, Numeretta, Bestie per bene, Io asino primo, O di Giotto, Re Bifé e sono ripubblicati da Scalpendi con una bella iniziativa editoriale in copia anastatica, che li prevede sia sciolti, sia in cofanetto, a cura di Martino Negri <66.
Uno dei titoli, O di Giotto, è forse il più interessante della serie. Viene presentato dallʼautore come nomenclatura figurata degli oggetti più familiari: il protagonista, una figura tonda con la tavolozza dei colori in mano, disegna tanto da divenire lui stesso un disegno.  È un volume in cui sei pagine sono piene di disegni (tutti i personaggi più celebri di Rubino apparsi negli anni precedenti sul Corriere dei piccoli e altrove), staccati tra loro, senza apparente coerenza.
Leggiamo dal testo: "Odigiotto non si accorgeva di una cosa. Credeva di disegnare e invece scriveva. Salvo che invece di scrivere con le lettere dei grandi, scriveva con le lettere dei piccoli. Le lettere dei grandi sono quelle dellʼABC, che si leggono A, si leggono B e si leggono C. Le lettere dei piccoli sono i disegni e le figure, che si possono leggere come si vuole. Quando un bambino prendeva in mano un disegno di Odigiotto, si metteva a leggere anche senza sapere lʼABC. Ed era straordinario sentire queste cose, sempre nuove, quel bambino leggeva in quel disegno. Allora Odigiotto prese i suoi disegni e ne fece un libro senza parole. E questo libro piacque molto ai piccoli, perché ognuno era padrone di leggervi quello che voleva. E questo libro fece molto dispetto ai grandi, che mancando di fantasia, non sanno leggere che le parole scritte" <67. Alla fine del racconto Odigiotto che non sapeva più cosa disegnare, decide di farsi un autoritratto ma, nel tirarsi indietro per guardare il suo capolavoro, il foglio di carta gli cade addosso, lo schiaccia e diventa disegno anche lui: lʼironia e una sorta di gusto del macabro che contraddistingue spesso Rubino.
La teoria della visione proposta da Rubino in O di Giotto è incentrata sullʼidea che le caratteristiche fisiche dellʼocchio influiscano sulla forma che il reale assume facendosi rappresentazione interiore e dunque, inevitabilmente, anche sulla sua stessa comprensione: a sottolineare la dimensione soggettiva, e fortemente radicata dellʼesperienza, del conoscere umano. Il fatto che Odigiotto disegni figure «sbagliate» dipende pertanto dal modo in cui il mondo esterno si fa, in lui, esperienza, paesaggio interiore; ma il discorso di Rubino pare alludere, in senso più generale, al fatto che lʼarte, quella rivolta ai bambini per lo meno, non è chiamata alla mera riproduzione della realtà, pena il morire nel fruitore <68.
Rubino è stato un vero e proprio maestro nel rendere preponderante il linguaggio visivo nella narrazione per i ragazzi. I suoi disegni sono spesso caratterizzati dalla presenza di dettagli che arricchiscono la narrazione e la investono di nuovi significati, trascendendo lʼidea di illustrazione come elemento decorativo; non tratta con condiscendenza i bambini, offrendo loro disegni semplici: fa esattamente il contrario, a dimostrare che lʼimmagine è la lingua primaria del bambino e che quindi ogni particolare in più rappresenta uno svolgimento maggiore della storia, unʼinformazione aggiunta <69.
«È stato probabilmente lʼartista che più di ogni altro, nel primo quarto del Novecento, ha connotato lʼorizzonte visivo e immaginario dellʼinfanzia italiana» <70.
[NOTE]
63 Alligo, S., Pittori di carta. Libri illustrati tra Otto e Novecento, vol. II, Torino, Little Nemo, 2005, p. 123. Cfr. Alligo, S., Antonio Rubino. I libri illustrati, Torino, Little Nemo, 2008.
64 Alligo, S., Pittori di carta, cit., p. 124.
65 Ivi pp. 123˗142.
66 Rubino, A. ˗ Negri, M. (a cura di), La scuola dei giocattoli di Antonio Rubino. Un progetto di editoria didattica degli anni venti, Milano, Scalpendi, 2013.
67 Rubino, A., O di Giotto, in La scuola dei giocattoli di Antonio Rubino, Milano, Scalpendi, 2013.
68 Negri, M., La scuola dei giocattoli di Antonio Rubino. Un progetto di editoria didattica degli anni venti, Milano, Scalpendi, 2013, snp.
69 Per saperne di più: Faeti, A., Guardare le figure, Torino, Einaudi, 1972, Roma, Donzelli, 2012; Pallottino, P., (a cura di), La matita di zucchero. Antonio Rubino, Milano, Cappelli, 1978.
70 Hamelin, (a cura di), I libri per ragazzi che hanno fatto lʼItalia, Bologna, Hamelin Associazione Culturale, 2011, pp. 68˗69.
Angela Articoni, L'arte nell'editoria per bambini: arte di carta, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Foggia, Anno accademico 2014/2015

martedì 11 gennaio 2022

Il paese di Nizza, come riportò la stampa locale, ritrovò la sua integrità

Fonte: Jean-Louis Panicacci 1947-’87: quarantième anniversaire du rattachement à la France de Tende, La Brigue, Libre et Piene in «Le Haut-Pays» n.3, 1987 - Immagine qui ripresa da Alessandro Dall'Aglio, Op. cit. infra

Lo sbarco alleato nel nord Africa del novembre 1942 fece presagire una prossima disfatta delle potenze dell’Asse. Nelle Alpi-Marittime le persone percepivano che i problemi tra Francia a Italia necessitavano di una soluzione, in particolare, la resa di alcune terre nizzarde strappate precedentemente alla stessa provincia.
Durante il 1943 si organizzò un movimento clandestino capeggiato dal Dott. Vincent Paschetta, presidente del Club delle Alpi Marittime, dal Dott. Louis Fulconis, sindaco di Saint-Martin Vésubie, da Joseph Aubert, architetto di Nizza, Louis Bonfiglio, segretario generale del Comune di Nizza e Léonard Wirz, responsabile dei rifugi alpini. Lo scopo era quello di cacciare dalla frazione di Mollières i carabinieri, abbattere le frontiere ed espellere tutti gli elementi italiani dal territorio dei sei comuni al momento della Liberazione. Tale operazione venne in realtà annullata nel settembre 1944 a causa del blocco dell’offensiva alleata lungo la linea dei comuni di Saint-Sauveur, Valdeblore, Saint-Martin e Belvedere, e dall’incendio di Mollières appiccato dai tedeschi che obbligò gli abitanti a rifugiarsi a Saint-Sauveur e Valdeblore.
In seguito però alla liberazione di Nizza il 28 agosto 1944, la stampa non tardò ad evocare la questione delle frontiere.
Sotto iniziativa poi di Paschetta e Aubert fu convocata una riunione del movimento clandestino il 15 settembre al quale si aggiunsero anche due rappresentanti di Briga, Aimable Gastaud e Antoine Pastorelli. Decisero all’unisono per la creazione di un comitato di studi frontalieri con Paschetta presidente e invitarono Tendaschi e Brigaschi a costituire un comitato d’azione e di difesa dei loro interessi.
Tale comitato doveva vagliare tutti i lavori e le ricerche di documenti atti a stabilire il carattere arbitrario e ingiustificabile della frontiera franco-italiana nelle Alpi-Marittime ed a fornire i dati per un progetto di frontiera che corrisponda allo spirito del trattato del 24 marzo 1860 e alla natura dei luoghi. Inoltre, tramite le sue conoscenze, il Dott. Paschetta fece appello a diverse personalità la quali, ciascuna nel suo ambito, diedero un prezioso contributo proprio per la carica ricoperta. Tra loro, Mgr Rémond, il vescovo di Nizza, M. Dugelay, Conservatore delle Acque e delle Foreste, e dei rappresentanti dei sei comuni dell’Alta e Bassa Val di Roya, costituirono in maniera definitiva un comitato per l’annessione il 18 settembre 1944 e si batterono fortemente per la questione. Inviarono un delegato a Cannes e uno a Monte-Carlo per prendere contatto con i Tendaschi e Brigaschi residenti in questi due centri; fu anche distribuito un bollettino di adesione agli abitanti delle due località cosicché il comitato poté contare su circa 12000 membri in tutto il dipartimento, tutti originari di Tenda e Briga.
Da notare che l’attività congiunta di questi organismi e personalità era esercitata sotto il controllo e in pieno accordo con i poteri pubblici francesi tra i quali il prefetto M. Paul Escande, e il Comitato Dipartimentale di Liberazione (CDL).
Il 17 novembre si tenne una riunione nell’ufficio del prefetto nel corso della quale si decise di presentare al generale De Gaulle, presidente del governo provvisorio, ed a M. Georges Bidault, ministro degli Affari Stranieri, un esposto sulla questione sia a livello nazionale che locale.
Nel rapporto inviato a De Gaulle si insistette sull’importanza del problema dal punto di vista della difesa nazionale, dell’utilizzo dell’energia idroelettrica e dello sviluppo turistico e si ricordava la costante fiducia della popolazione verso la Francia: "le difficoltà amministrative e fiscali subite dai sei comuni furono evocate così come i danni causati agli stessi dal comportamento dell’amministrazione italiana in materia di sfruttamento delle foreste e del legname. In conclusione il rapporto affermava che una soluzione ragionevole e giusta del problema delle frontiere avrebbe rappresentato il punto di partenza dei rapporti amichevoli tra Francia e Italia". (traduzione da E. Hildesheimer, Le Traité de paix de 1947, in Nice Historique, p. 108)
Furono poi mandate delle delegazioni a Parigi nel 1945 ricevute del Ministero degli Affari Esteri il quale le mise in contatto diretto con il colonnello Servais, capo militare della Direzione Generale degli Studi e delle Ricerche (DGER) per la difesa nazionale nonché uno dei membri più influenti dell’entourage del generale De Gaulle. La DGER decise di installare a Nizza una missione sotto gli ordini del comandante Lonardi per sondare il terreno e organizzare i territori. Fu così che il comitato di Tenda e Briga iniziò una fitta collaborazione.
Nell’aprile del 1945 l’offensiva delle truppe francesi liberò il Massiccio dell’Authion e, il 21 aprile, Tenda e Briga furono anch’esse liberate.
A Nizza il comitato di Tenda-Briga iniziò cosi ad allertarsi: sotto le istruzioni del colonnello Vésine de la Rue camion militari con 220 Tendaschi e Brigaschi partirono alla volta di Breil dove, assieme al Partito Comunista dei soldati senegalesi, si diressero a piedi verso Tenda e Briga. Venne istituito un comitato in entrambi i comuni che, all’unisono, decisero per un plebiscito, al fine di affermare la volontà popolare. Vennero così stilate delle liste elettorali e fissate le condizioni di voto.
A Briga furono ammessi tutti gli uomini e le donne di età superiore ai 25 anni e residenti da prima dell’11 giugno 1940. A Tenda, a causa dell’immigrazione dal Sud Italia dopo l’avvento del fascismo, la residenza, come criterio di accesso alle urne, fu stabilita anteriormente al 1930; inoltre, si fecero partecipare anche i discendenti delle famiglie presenti nel 1860 e che avevano conservato dei beni nel paese.
La votazione avvenne domenica 29 e lunedì 30 aprile. Per il comune di Briga tre frazioni non poterono partecipare alle operazioni di voto a causa della loro distanza (4-6 ore di cammino): Piaggia con 150 abitanti, Carnino e Upega con 100 abitanti ciascuna. Parteciparono invece al voto il comune di Briga con 1480 abitanti e le frazioni di Marignole e Realdo per un totale di 570 abitanti.
I risultati furono a netto favore della Francia: di 1031 suffragi espressi, 993 sì per la Francia e 38 astensioni. «A Tenda, in particolare, su una popolazione di circa 2500 abitanti, si contano 1076 votanti e 1076 sì, senza alcuna opposizione né astensione.» (traduzione da E. Hildesheimer, Le Traité de paix de 1947, in Nice Historique, p.109)
Qualche giorno più tardi, sotto forte impulso del dottor Paschetta, la popolazione di Mollières si raggruppò presso la frazione sinistrata di Vence e, con una votazione unanime, decise per l’annessione alla Francia.
A seguito della proclamazione dei risultati a Tenda e Briga, il colonnello Vésine de la Rue si diresse a Parigi dove venne ricevuto dal capo del Governo provvisorio il 5 maggio alle 18: il generale De Gaulle si dimostrò felice dei risultati e si dichiarò disponibile a risolvere qualsiasi problema. 
Negli ultimi giorni di giugno si apprese che, in applicazione delle convenzioni in vigore, l’amministrazione militare alleata dei territori occupati (A.M.G.O.T. Allied Military Government Occupied Territories) prendeva sotto il suo controllo oltre ai territori italiani, che già controllava dal 1940, anche le zone frontaliere delle Alpi-Marittime e, di conseguenza, le truppe francesi dovevano ritirarsi.
A Tenda e Briga fu lo sconcerto. Una petizione firmata da 874 abitanti di Briga venne spedita al maresciallo Alexander, comandante a capo delle truppe alleate di stazionamento in Italia, nella quale si affermava che: "Tenda e Briga di Nizza avevano sempre fatto parte del nizzardo. Da tempi immemori, i loro abitanti avevano condiviso con i fratelli di Provenza le tradizioni sociali, le aspirazioni culturali, le necessità economiche. Malgrado tutte le vicissitudini storiche, Nizza non ha mai cessato nei secoli di essere il centro delle loro attività e dei loro bisogni". (traduzione da E. Hildesheimer, Le Traité de paix de 1947, in Nice Historique, p. 107)
Infatti, dall’entusiasmo portato da tali parole, venne issata la bandiera francese nella piazza di Tenda dove delle inscrizioni sui muri circostanti indicavano la volontà della popolazione di essere francese.
Tuttavia, nella stessa giornata, il ritorno in forza dei carabinieri italiani portò a degli scontri in quanto molte persone vennero sottoposte a dei controlli. Solo l’intervento della Sicurezza militare francese riuscì a placare la situazione. Il 18 luglio nella sala dell’Athénée di Nizza il Comité de rattachement, dopo aver saputo di questi avvenimenti, affermò che non si poteva procedere ad azioni paramilitari e invitava tutti gli abitanti a restare uniti e non lasciare le cittadine di Tenda e Briga.
In questo agitato contesto risultava importante dare una visione oggettiva dei fatti e chiarire i sentimenti della popolazione. Questo fu difatti l’intento, non del tutto oggettivo a causa della carriera politica orientata al bene e sviluppo della suddetta regione, dell’intervento di M. Jean Médecin all’Assemblée Nationale française il 17 gennaio 1946: dopo aver presentato un excursus storico del problema e tracciato un quadro della situazione presente, l’oratore concluse: "noi chiediamo soprattutto che vengano firmati degli accordi, che ritornino alla Francia i piccoli territori con cui l’Italia ripensandoci non ha nulla a che fare. [..] Noi non reclamiamo nessuna nuova espansione territoriale, non vogliamo violare lo spazio di nessuna popolazione. Fedeli ai nostri ideali di giustizia e alla nostra volontà di ordine, rispettosi dei principi vitali di democrazia, noi chiediamo, forti di un testo riconosciuto dalle due parti, che venga fatto un recupero delle frontiere, legittimo per noi, senza inconvenienti per i sinceri vicini". (traduzione da E. Hildesheimer, Le Traité de paix de 1947, in Nice Historique, p. 109)
Il 4 febbraio 1946 la delegazione francese propose al Consiglio dei quattro ministri per gli Affari Esteri alleati un memorandum per la rettifica delle frontiere franco-italiane. In risposta il 27 aprile il Consiglio decise di nominare una commissione composta dai rappresentanti di URSS, Regno Unito, Stati Uniti e Francia affinché conducesse un’inchiesta entro il 4 maggio nei luoghi in questione e sui seguenti punti: i sentimenti degli abitanti e la lingua corrente; l’importanza delle centrali idroelettriche dal punto di vista economico per le regioni vicine sia francesi che italiane; le testimonianze particolari che potessero dare chiarimenti preziosi.
I delegati arrivarono a Nizza il 30 aprile e il giorno seguente si spostarono a Tenda accolti dagli ufficiali di frontiera britannici, francesi e italiani.
In realtà ci fu un notevole sforzo fatto nei villaggi dalle autorità del luogo per convincere la commissione del desiderio degli abitanti di dimorare in suolo italiano.
Per quanto riguarda Tenda i commissari, come si può leggere dai loro rapporti, espressero delle perplessità in quanto i numerosi sentimenti pro-italiani degli abitanti erano comunque frutto di una minoranza che non rappresentava, a detta loro, “les véritables habitants”; inoltre ai delegati alleati sembrò che l’elemento pro-francese fosse stato un po’ intimidito o nascosto. A Briga, invece, la situazione non dava adito ad equivoci: la commissione era d’accordo sul fatto che la maggior parte delle persone fosse favorevole all’unione con la Francia. Alla data del 24 giugno 1946 i quattro ministri dichiararono risolta la questione riguardante le alte valli della Tinée e della Vésubie, ovvero i territori comunemente chiamati “chasses du roi d’Italie - cacce del re d’Italia”, e la Bassa Val di Roya. Al contrario, per Tenda e Briga, il ministro sovietico M. Molotov propose un riesame della questione.

Piena (Piène)

[...] Il 10 febbraio 1947 venne firmato a Parigi il trattato che pose fine allo stato di guerra tra Italia e Francia. Le rettifiche di confine con la Francia riguardarono quattro punti: colle del Petit Saint-Bernard, altopiano del Mont-Cenis, monte Thabor e Chaberton e le valli superiori della Tinée, della Vésubie e della Roya. Le proposte fatte dalla Francia al Consiglio dei quattro erano però state ammesse: i sei comuni al di sotto della linea delle creste montuose e i comuni di Tenda e Briga diventavano francesi, ad eccezione per Tenda del bosco delle Navettes situato sul versante italiano, e per la Briga di tutta quella parte situata sullo stesso versante italiano, ovvero le frazioni di Carnino, Piaggia, Upega e Realdo. Più a sud vennero sottratte al comune italiano di Olivetta San Michele le località di Piene e Libri che furono annessi a Breil.
La ratifica si fece attendere per sette mesi; a Tenda e Briga l’irritazione toccò l’apice e gli incidenti si moltiplicarono, nonostante si fosse appreso che negli ultimi giorni del mese di agosto Stati Uniti e URSS si stavano avviando verso la ratifica.
Fu dunque tempo di placare la situazione come dimostra ciò che accadde domenica 7 settembre, giorno della festa patronale di Briga, quando venne organizzato un ballo sulla piazza del villaggio dal comitato francese. Ad un certo punto della serata si udì un’esplosione: una granata venne lanciata sulla punta del tendone nel quale si stava svolgendo la festa e trenta persone ne rimasero ferite e due uccise. L’11 settembre la Commissione dipartimentale, prendendo atto di quanto emanato dal Consiglio generale delle Alpi-Marittime, adottò la seguente mozione: "Si richiede fermamente al governo francese di attivare la presa di possesso del cantone della Tenda, che il trattato di pace ha reso alla Francia. 

Articolo scansionato da La Provincia Grande, Sentinella d'Italia, il 28 giugno 1946 - Fonte: Francesca Pietrobon, Op. cit. infra

[..] La misura è estremamente urgente per l’incolumità degli abitanti e perché non si verifichino nuove aggressioni". (traduzione da E. Hildesheimer, Le Traité de paix de 1947, in Nice Historique, p.112)
Così si procedette ad una più celere applicazione del protocollo di passaggio previsto dal trattato: alle 18 del 15 settembre 1947 M. Bourguet, sottoprefetto di Nizza, e dei suoi funzionari vennero accolti alla vecchia frontiera dalle autorità italiane. A Tenda il generale Lombardi, commissario italiano, trasmise i poteri sovrani a M. Bourguet. Una cerimonia simile avvenne anche a Briga e, nel corso della notte, tutti i reparti delle forze dell’ordine italiane lasciarono l’alta Val di Roya per essere sostituiti dai gendarmi e funzionari della dogana francesi già dalle prime ore del mattino.
Il pomeriggio seguente militanti filofrancesi e numerosi abitanti della zona ceduta festeggiarono con musica e balli l’avvenuta annessione nella piazza antistante il municipio di Tenda. La folla entusiasta accolse poi il presidente del Consiglio generale M. Virgile Barel e, tra grandi applausi, venne issata la bandiera francese. Il corteo ufficiale arrivò poi a Briga dove l’entusiasmo era alle stelle. Ecco cosa riportava un manifesto appeso al balcone del municipio, che riporto in lingua originale per far meglio percepire a mio avviso lo stato d’animo del momento: "Aux Brigasques. Notre voeu est accompli. Quatre-vingt-quatre années d’attente n’ont pas été vaines. L’esprit de nos ancêtres se réjouit avec le nôtre. La mère patrie embrasse ses enfants finalement retrouvés. Soyons dignes d’elle. Vive la France!» («Ai brigaschi. Il nostro desiderio è stato ascoltato. Ottantaquattro anni di attesa non sono stati vani. Lo spirito dei nostri avi si rallegra col nostro. La madre patria abbraccia alla fine i suoi figli ritrovati. Siamo degni di lei. Viva la Francia!" (traduzione da E. Hildesheimer, Le Traité de paix de 1947, in Nice Historique, p.112)
 

Articolo scansionato da Nice-Matin del 16 settembre 1947 - Fonte: Francesca Pietrobon, Op. cit. infra

Dal punto di vista del diritto internazionale il cambiamento di sovranità dei territori era stato dunque pienamente sistemato. Tuttavia, sul piano nazionale, la costituzione francese del 29 settembre 1946, tenendo conto delle regole della democrazia, prevedeva all’articolo 27 che “nessuna cessione, nessuno scambio, nessuna annessione di territorio fosse valida senza il consenso delle popolazioni interessate.” Di conseguenza la legge del 16 settembre 1947 ordinò una consultazione popolare alla quale prendessero parte tutte le persone, senza distinzione di sesso, di età superiore ai 18 anni, nate nei territori annessi o che vi domicilino al momento della consulta o nate in tali territori di padre o madre nativi del luogo o, se domiciliati in quel momento da un’altra parte, nate nei territori circostanti quelli in questione e abbiamo almeno vissuto prima del 1922, data della presa di potere del fascismo in Italia. Non fu concesso il diritto di voto ai Tendaschi e Brigaschi che avevano lasciato il paese dopo il 1860 per stabilirsi in Francia, cosa che suscitò non poche proteste in seno al Comitato di annessione.
Il decreto del 22 settembre stabilì le condizioni alle quali doveva svolgersi la consulta: suffragio universale e diretto, scrutinio segreto negli uffici di voto delle cinque località abitate (Tenda, Briga, Piène, Libri e Mollières), cartelle con segnato sì o no a disposizione degli elettori, una commissione di tre magistrati atta a giudicare i reclami relativi alle iscrizioni sulle liste elettorali, più di tre osservatori neutri mandati dal governo francese con lo scopo di assicurare la regolarità delle operazioni. Il voto fu fissato domenica 12 ottobre. I risultati furono i seguenti:
- Tenda: 1616 iscritti, 1538 votanti; 1445 sì, 76 no, bianche o nulle 17;
- Briga: 831 iscritti, 790 votanti; 759 sì, 26 no, bianche o nulle 5;
- Libri: 218 iscritti, 209 votanti; 142 sì, 67 no;
- Piène: 148 iscritti, 140 votanti; 91 sì, 48 no, bianche o nulle 1;
- Mollières: 169 iscritti, 168 votanti; 166 sì, 1 no, bianche o nulle 1.
(dati dagli Archivi dipartimentali delle Alpi-Marittime, contenuti in E. Hildesheimer, Le Traité de paix de 1947, in Nice Historique, p.113 in traduzione)
Il rapporto dei tre osservatori imparziali del 14 ottobre sintetizza che tutto fu svolto regolarmente. Questi osservatori designati dal presidente della Corte Internazionale dell’Aia furono M. Joost Van Hamel, presidente della Corte speciale di giustizia dell’Aia, M. François Perréand, consigliere federale e presidente del Consiglio di Stato del cantone di Ginevra e M. E. Sjöborg, ministro plenipotenziario svedese. Arrivarono a Tenda il 10 ottobre e assistettero ai lavori dei tre magistrati francesi e, il 12 ottobre, constatarono la perfetta organizzazione dello scrutinio sia lì che a Briga qualche ora più tardi. I risultati furono proclamati poi in loro presenza dal balcone del municipio di Tenda. La loro missione così terminò e, in attesa di procedere alle elezioni municipali, due decreti nominarono dei delegati speciali per Tenda e Briga. Il paese di Nizza, come riportò la stampa locale, ritrovò la sua integrità.
Francesca Pietrobon, Una cessione contestata tra Italia e Francia: il caso di Tenda e Briga, Tesi di Laurea, Università Ca' Foscari Venezia, Anno Accademico 2013/2014 

Immagine qui ripresa da Alessandro Dall'Aglio, Op. cit. infra

Gli alleati però non vedono di buon occhio l’espansione francese in Italia. I transalpini vorrebbero infatti espandersi anche in Liguria e Val d’Aosta. Così, a Tenda e La Briga, le truppe alleate si sostituiscono a quelle francesi, che il 9 luglio 1945 devono andarsene. Tra italiani e francesi scoppiano nuove tensioni, e molti tendaschi devono così migrare. La regione viene ripresa in gestione dall’Italia. Gli amministratori sono spesso quelli del periodo fascista che si battono per propagandare l’italianità del territorio. La polizia italiana applica una politica di repressione verso i filofrancesi. Frattanto, nel maggio 1946 una commissione interalleata sonda la situazione della val Roya. Il 27 giugno 1946 i “quattro grandi” si riuniscono e stabiliscono il passaggio della vallata alla Francia. Questa decisione viene ufficialmente sancita dal Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947, ratificato dalla Camera francese il 13 giugno e da quella italiana il 31 luglio. Il 16 settembre 1947 avviene il definitivo “ricongiungimento” (rattachement), termine usato dalla storiografia francese per indicare la ricongiunzione della valle col territorio Nizzardo, al quale è naturalmente legata e dal quale sarebbe stato “irrazionalmente” separato.
Il 12 ottobre 1947 le votazioni a Tenda, La Briga, Mollières, Libre e Piène danno il seguente esito [n.d.r.: vedere sia la tabella sopra acclusa che Francesca Pietrobon, Op. cit.]
Da notare che le votazioni furono aperte anche a tutti i residenti nella vallata da prima del 28 ottobre 1922, data di avvento del fascismo.
In definitiva il 92% degli elettori vuol diventare francese. Alla Francia passarono così 272km2 di territorio e 5188 abitanti.
Alessandro Dall'Aglio, Emigrazione italiana e sport a Nizza nel secondo dopoguerra (1945-1960), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Parma, Anno Accademico 2002/2003

lunedì 3 gennaio 2022

La guerra assume ora il volto antieroico degli sfollati


"L’entrata in guerra" porta il titolo del primo dei tre racconti di cui è composta. "Gli avanguardisti a Mentone" e "Le notti dell’UNPA" sono gli altri due. Ci soffermeremo brevemente sulla storia editoriale di questo trittico e sull’esame del racconto che dà il nome.
Tutti questi testi vennero scritti tra il ’52 e il ’53 <130 e l’edizione del 1954 li riuniva in un unico libro della collana Einaudi «I Gettoni», curata da Vittorini; ma due di essi erano già stati pubblicati in rivista: "Gli avanguardisti a Mentone" su «Nuovi Argomenti» <131 (I, 2, maggio-giugno 1953) e "L’entrata in guerra" sul «Ponte» di Pietro Calamandrei <132 (IX, 8-9, agosto-settembre 1953). Nell’edizione del ’54 si aggiunse l’inedito "Le notti dell’UNPA".
[...] Si tratta come dicevamo di tre storie che si situano cronologicamente nei primissimi tempi della seconda guerra mondiale, quando l’autore era ancora adolescente e le scelte esistenziali e ideologiche erano in fieri, il «passaggio obbligato» all’età adulta non ancora avvenuto.
L’inizio della guerra, pertanto, con il suo portato di esperienze traumatiche non solo coincide ma determina per l’autore e la sua generazione l’entrata nell’età adulta, e gli eventi narrati nelle tre storie si configurano, quindi, come «riti di passaggio».
La tecnica scelta è ancora una volta quella dell’io narrante, che accentua il carattere di memoria autobiografica dei racconti.
Cominceremo da "L'entrata in guerra", seguendo così il criterio della cronologia degli avvenimenti, piuttosto che quello della stesura dei testi.
Il titolo delimita e definisce il momento storico preciso in cui si situa la narrazione.
Quest’ultima, deludendo le possibili aspettative del lettore, non ha nulla di epico e di guerresco, al contrario sceglie un punto di vista di basso profilo, quello di una cittadina rivierasca al confine con la Francia (ovviamente Sanremo) e un protagonista antieroico nella persona di un ragazzo di diciassette anni.
La mattina del 10 giugno 1940, giorno della dichiarazione di guerra dell’Italia, vede il protagonista e il suo amico Jerry Ostero, un giovane aristocratico piemontese, in spiaggia in un atteggiamento di noia e svogliatezza: «Erano tempi che non avevamo voglia di niente», dice il protagonista. I ragazzi attendono il discorso di Mussolini alla radio nel pomeriggio ma ne è ancora incerto il contenuto. Trascorrono la mattinata in moscone <140 con una ragazza, alla quale l’amico Ostero fa la corte. Poche ore più tardi, la dichiarazione di guerra: si rompe così il clima d’attesa che la prima pagina del racconto aveva creato. Lo svolgersi della narrazione presenta il fratello di Jerry, un giovane ufficiale che l’inizio della guerra coglie in licenza e che è incerto se ritornare subito al reparto per tema che la guerra finisca prima della scadenza del permesso: "Si mosse per andare al casinò a giocare; secondo come gli sarebbe andata avrebbe deciso sul da farsi. Veramente lui disse: secondo quanto avrebbe vinto; difatti era sempre molto fortunato. E s’allontanò col suo sarcastico sorriso a labbra tese, quel sorriso con cui ancora oggi ci ritorna in mente l’immagine di lui, morto in Marmarica". (CALVINO, 1991: 487)
Lo stridente contrasto tra quel «era sempre molto fortunato» e «morto in Marmarica» illumina repentinamente lo scenario, fino ad allora tranquillo, della luce sinistra della guerra. Nello scarto temporale tra le due frasi è condensata tutta la tragedia del conflitto mondiale.
Se, come vedremo, il ritratto del fratello dell’amico non corrisponde alla realtà storica, dietro la figura letteraria di Jerry Ostero di Bergia, invece, si cela effettivamente l’amico e compagno di scuola dello scrittore, Percivalle Roero di Monticello.
Varrà la pena di notare che il nome Ostero richiama sia il nome reale di Roero, sia quello letterario dell’Orazio shakespeariano, secondo quanto già avevamo accennato a proposito dell’anglofilia letteraria dell’autore e di questo suo amico di gioventù.
A questo racconto importanti correzioni vennero apportate da Calvino nell’edizione del 1974, relative all’amico aristocratico e a suo fratello, Aimone Roero di Monticello, ufficiale di artiglieria.
[...] È ragionevole chiedersi il perché di questi tagli come di altri di cui parleremo più avanti: la critica propende a interpretarli come una forma di riguardo dello scrittore nei confronti delle figure storiche coinvolte, come uno sforzo per renderle meno riconoscibili, ma anche si ravvisa, per esempio da parte di Barenghi, un effetto importante sul piano espressivo: «A venir meno è infatti un certo modo evocativo e dilatorio, caratteristico della letteratura memoriale, il gusto di riesumare le immagini delle persone conosciute, allineando ritratti». (BARENGHI, 1991: 1318)
Per quanto riguarda invece il confronto con le figure storiche di Percivalle e Aimone Roero di Monticello, ci possiamo servire dalle ricerche di Ferrua.
Il conte Percivalle Roero, intervistato da Ferrua, si riconosce nel personaggio creato da Calvino, almeno «per sommi capi»: "Riconosce il suo antifascismo precoce, ma non si vanta di essere stato un giovane dalle vedute politiche lungimiranti, bensì di aver sviluppato un’insofferenza nei riguardi di tutto quello che era fascista, per via dell’elemento canagliesco, grossolano, volgare ch’esso conteneva [...] Era anche vero che ammirasse l’Inghilterra [...] e fosse abbonato a riviste di quel paese". (FERRUA, 1991:164)
Meno fedele alla realtà storica è l’immagine della famiglia Roero che appare in un altro passaggio cancellato nella versione del ’74: "Il casinò chiudeva; per la mano d’opera alberghiera cominciava la gran crisi. Anche Ostero sarebbe partito, perché i suoi genitori che passavano i pomeriggi al baccarà non volevano restare per annoiarsi, e si sarebbero ritirati in Piemonte, al castello". <141(CALVINO, 1991: 1321)
Non corrisponde a verità, secondo quanto riporta Ferrua, che i genitori di Jerry-Percivalle si dedicassero ai giochi d’azzardo. Risulta anche molto alterato rispetto alla realtà il ritratto del fratello, Filiberto-Aimone. Se è vero che morì in combattimento in Libia nel 1942, ogni altro particolare della personalità è frutto d’invenzione. Percivalle Roero «nega che Aimone fosse giocatore e sperperatore e fanatico di automobili (la famiglia ne possedeva una sola). Non è vero neanche che non gli piacesse né cinema, né teatro di cui invece era avido. Leggeva Voltaire ma non Gibbon»". (FERRUA, 1991: 182)
È fuor di dubbio che il personaggio costruito da Calvino ha un fascino romanticodecadente che forse la figura storica non possedeva e che giustifica le alterazioni ai fini dell’interesse narrativo.
Ma per tornare allo sviluppo del racconto di questi primi giorni di guerra, ritroviamo il protagonista all’indomani del discorso di Mussolini nel mezzo del parapiglia e dell’eccitazione provocati dai primi segnali del conflitto: il passaggio di un aereo francese, il primo allarme aereo, la prima bomba. Un’unica vittima: un bambino che, a causa dell’oscuramento, s’era rovesciato addosso una pentola d’acqua bollente ed era morto: "Era stata una disgrazia, niente di più [...] Ma la guerra dava una direzione, un senso generale all’irrevocabilità idiota della disgrazia fortuita, solo indirettamente imputabile alla mano che aveva abbassato la leva della corrente alla centrale, al pilota che ronzava
invisibile nel cielo, all’ufficiale che gli aveva segnato la rotta, a Mussolini che aveva deciso la guerra..." (CALVINO, 1991: 487)
È in questo modo obliquo che l’autore sceglie di darci la misura della tragedia al suo inizio, così come in maniera altrattanto antieroica descrive i primi concreti effetti sulla vita della comunità cittadina: l’arrivo dei profughi evacuati dai paesi dell’entroterra ligure.
È a questo punto del racconto che ritroviamo le figure dei genitori: "A casa trovai i miei genitori turbati dagli ordini di evacuazione immediata per i paesi delle vallate prealpine. Mia madre, che sempre in quei giorni paragonava la nuova guerra alla vecchia [...] ora ricordava gli esodi dei profughi veneti del ’17, e il diverso clima d’allora, e come questo «evacuamento» d’oggi suonasse ingiustificato, imposto con un freddo ordine d’ufficio". ( Ibid., 488)
Si deve ricordare che la madre di Calvino, «socialista interventista nel ’15 ma con una tenace fede pacifista» (CALVINO, 1994: 136), durante la prima guerra mondiale fu decorata con la medaglia d’argento per il suo servizio di crocerossina.
Al padre lo scrittore dedica un lungo brano che sintetizza e conferma tutto quanto abbiamo finora imparato su di lui. Il mosaico che, tessera per tessera, abbiamo fin qui ricostruito, si ricompone in questo ritratto de "L’entrata in guerra". Vale la pena citarlo per intero: "Mio padre che sulla guerra diceva solo cose fuori luogo, perché, essendo vissuto in America durante il primo quarto del secolo, era rimasto un uomo spaesato all’Europa ed estraneo ai tempi, ora vedeva anche sconvolgersi lo scenario immutabile delle montagne familiari a lui dall’infanzia, il teatro delle sue gesta di vecchio cacciatore. Era preoccupato di sapere, tra i colpìti dall’ordine, i compagni di caccia che contava in ogni paese sperduto, ed i poveri coltivatori che gli chiedevano perizie per ricorrere contro il fisco, e gli avari querelanti le cui liti era chiamato a dirimere, camminando ore e ore per definire i diritti d’irrigazione d’una magra fascia di terreno. Ora già vedeva le fasce abbandonate tornar gerbide, i muri a secco franare, e dai boschi emigrare, spaventate dai colpi di cannone, le ultime famiglie di cinghiali che ogni autunno egli inseguiva coi suoi cani". (Ibid., 488)
È questo sicuramente il ritratto del padre più completo e fedele fin qui tratteggiato. Pur nella lucida e obiettiva valutazione dei limiti paterni, esso è pervaso da un’accorata partecipazione e comprensione dei sentimenti di preoccupazione che animavano il genitore per le sorti dei contadini e della campagna e degli animali, insomma di tutto ciò a cui aveva dedicato la vita.
La versione del ’54, poi corretta, arricchiva ulteriormente il ritratto di una coloritura epica e lo esaltava con dati relativi all’esperienza americana: "[...] il teatro delle sue gesta di vecchio cacciatore, quel suo scabro, ispido regno per riconquistare il quale aveva lasciato i pingui campi di tabacco dello Yucatan, e aveva portato i figli traversando il mare come una nuova Canaan ad allevarsi nell’Italia di Mussolini". (Ibid., 1321)
Non possiamo dimenticare che questo testo fu scritto a poco più di un anno dalla morte del padre e precede immediatamente la stesura dell’altro racconto di questa trilogia, "Le notti dell’UNPA", nel quale, come vedremo, proprio nella pagina finale, Calvino paga un altro bellissimo omaggio al padre.
S’inaugura così una serie di scritti in cui la figura paterna assumerà nella memoria una statura sempre più alta e lo scrittore continuerà nel lavoro di elaborazione dei conflitti che caratterizzavano la loro relazione.
Questo processo troverà un ulteriore sviluppo in quella che può essere considerata una delle più belle opere di Calvino: "La strada di San Giovanni".
Riprendendo ora il filo del discorso sul racconto in esame, ritroviamo il nostro protagonista nella scuola dove sono stati ricoverati gli sfollati dei paesi dell’entroterra.
Gli è arrivato l’ordine di prestare servizio in qualità di “avanguardista” <142, potrebbe evitare di andare, come fa l’amico Ostero, ma sente il dovere di obbedire all’ordine di adunata. Anche in questa occasione il legame familiare riafferma la sua importanza: "Invece a me questo fatto dei profughi esercitava un richiamo, di cui non avrei saputo spiegare la ragione. C’entrava forse il moralismo dei miei genitori, quello civile, da guerra del ‘15, interventista e pacifista insieme di mia madre, e quello etnico, locale di mio padre, la sua passione per quei paesi trascurati e angariati". (Ibid., 489)
La guerra assume ora il volto antieroico degli sfollati, della povera gente dell’entroterra ligure, costretta ad abbandonare i cascinali e i pochi averi, e impone al giovane borghese, che vive con senso di colpa i privilegi di cui gode, di confrontarsi con questa realtà. Per un verso è animato dal desiderio di portare aiuto, ma per altro verso non può vincere il senso di estraneità e di repulsione che gli suscita la vista di tanta miseria. Particolarmente difficile è il contatto con l’umanità deforme <143 che gli si presenta davanti: "Ma il dato caratteristico di quella umanità [...] era la presenza in mezzo a loro degli storpi, degli scemi gozzuti, delle donne barbute, delle nane, erano le labbra e i nasi deformati dai lupus, era l’inerme sguardo degli ammalati di delirium tremens. Era questo il volto buio dei paesi montanari ora obbligato a svelarsi". (Ibid., 493)
Ciò non di meno egli compie il suo dovere: presta aiuto ad un «piccolo vecchio rattrappito», adagiato dentro una cesta appoggiata al muro in cima ad una scalinata, aiuta a trasportarlo in una stanza al pianterreno, gli dà da mangiare, lo porta al gabinetto, finché si presenta l’occasione per andarsene: il vecchietto pare aver bisogno di un medico e il protagonista si offre di cercarlo. Questa lunga scena, affollata di personaggi (l’infermiera, «le madame fasciste», le nuore del vecchio e perfino un conoscente di famiglia), termina con una nota dissonante, che, nel gioco delle opposizioni, mette ancor più in evidenza la drammaticità di quanto fino a questo punto è stato narrato: "Quando lo riponemmo nella cesta, vennero degli altri dubbi:- Ma non muove più questo braccio, ma non apre più quest’occhio! Cos’ha, cos’ha? Ci vorrebbe un dottore...- Un dottore? Vado io! - feci, ed ero già corso via. Passai dal maggiore. Fumava affacciato a un balcone e guardava un pavone in un giardino". (Ibid., 495)
Il maggiore cui l’autore fa cenno è un altro elemento autobiografico che appare nel racconto. Si tratta del maggiore Criscuolo, che nel corso della narrazione era già apparso: «Ah, sei tu? - disse riconoscendomi - come sta la mamma? e il professore? Be’, stattene qua, ora vediamo». (Ibid., 492) Nella versione del «Ponte» era il maggiore Mazzullo «nostro vicino di casa», in quella del ’54 diventa maggiore Criscuolo «nostro conoscente». Chi fosse nella realtà Criscuolo, Ferrua non lo rivela: «per ragioni di rispetto per l’autore non identificheremo tutti i personaggi (alcuni di loro e le loro famiglie ce lo hanno chiesto) e ci limiteremo ai più riusciti, ai più noti, ai più positivi». (FERRUA, cit.: 102)
Il racconto procede con le considerazioni del protagonista su quanto aveva fino a quel punto sperimentato della guerra: "Io pensavo al nostro distacco verso le cose della guerra, che con Ostero eravamo riusciti a portare ad un’estrema finezza di stile, fino a farcene una seconda natura, una corazza. Ora la guerra mi si rivelava nel portare al gabinetto i paralitici, ecco fin dove lontano m’ero spinto, ecco quante mai cose accadevano sulla terra, Ostero, che non supponeva la nostra tranquilla anglofilia". (Ibid., 496)
Il racconto si conclude, come giustamente nota Barenghi, in maniera speculare rispetto all’inizio, con l’apparizione di Mussolini che passa in macchina per ispezionare il fronte: "Io l’avevo appena visto. Mi colpì quant’era giovane: un ragazzo, un ragazzo pareva, sano come un pesce, con quella collottola rapata, la pelle tesa e abbronzata [...] E come in un gioco, cercava solo la complicità degli altri, poca cosa, tanto che quasi s’era tentati di concedergliela, per non guastargli la festa, tanto che quasi si sentiva una punta di rimorso, a sapersi più adulti di lui, a non stare al gioco". (Ibid., 498)
Di nuovo la situazione paradossale - un ragazzo si sente più adulto del Duce - mette in luce la verità del dramma in atto: la guerra non è gioco e ci coinvolge nostro malgrado, per quanto «distacco» si pensi di porre tra noi e la realtà.
[NOTE]
130 Si conservano i manoscritti di questi racconti. Le copie portano data e titolo: "L’entrata in guerra", Torino 14-6-1953 / Sanremo 5-7-53; "Gli avanguardisti a Mentone", Sanremo 25-12-52 / Torino 18-1-53; "Le notti dell’UNPA", «finito 24 sett. 53».
131 «Nuovi Argomenti» è la rivista bimestrale fondata da Alberto Moravia e Alberto Carrocci nel 1953, a quel tempo di chiara impostazione marxista. Nella prima fase continuò le pubblicazioni fino al 1965.
132 «Il Ponte» è una rivista mensile di politica e letteratura fondata a Firenze nel 1945 da Piero Calamandrei, giurista, giornalista e politico antifascista fondatore del Partito d’Azione. In una lettera a Calamandrei del 23 maggio 1953 l’autore scrive: "Da parecchi mesi ho cominciato un racconto che pensavo appunto di dare al «Ponte»; ma non riesco a finirlo, sia perché ho tante cose da fare, sia perché è «difficile» (da scrivere) e ogni tanto lo interrompo per riposarmi scrivendo qualcosa di più facile". (CALVINO, 2000: 371). Il 25 luglio 1953, finito il racconto, lo invierà a Calamandrei: "Le mando per “Il Ponte” un racconto che ho finito adesso: "L’entrata in guerra". Spero Le piaccia: e mi faccia perdonare il ritardo nel mantenere la mia promessa. Questo racconto, insieme a quello che ho pubblicato recentemente su “Nuovi Argomenti” [Gli avanguardisti a Mentone] e con qualcos’altro che scriverò dovrebbero formare un libretto, intitolato appunto "L’entrata in guerra". (Ibid., 372)
140 Il “moscone” o “pattino” o “pedalò” è un’imbarcazione da diporto di piccole dimensioni comune sulle spiagge italiane; può essere dotata di remi o pedali ed è costituita da due galleggianti paralleli collegati da traverse sopra le quali sono fissati uno o più sedili.
141 I Conti Roero sono tuttora i proprietari del castello di Monticello in Piemonte e vi abitano stabilmente.
142 È forse il caso di richiamare alla memoria in che modo il regime mussoliniano, arrivato al potere, intese "fascistizzare" la società italiana. Innanzitutto i giovani: nacque così l'Opera Nazionale Balilla (ONB) che era "finalizzata all'assistenza e all'educazione fisica e morale della gioventù". Vi avrebbero fatto parte i giovani dagli 8 ai 18 anni, suddivisi per età e sesso, in vari corpi. Corpi maschili: Figli della Lupa: 6-8 anni; Balilla: 9-10 anni; Balilla moschettiere: 11-13 anni; Avanguardisti: 14-18 anni. Corpi femminili: Figlie della Lupa: 6-8 anni; Piccole Italiane: 9-13 anni; Giovani Italiane: 14-17 anni. Scopo dell'ONB era infondere nei giovani il sentimento della disciplina e dell'educazione militare, renderli consapevoli della loro italianità e del loro ruolo di "fascisti del domani".
143 Questo tema, appena accennato in "Pranzo con un pastore", troverà completo sviluppo nella "Giornata di uno scrutatore". Ricordiamo in "Pranzo con un pastore": «Ed io mi ricordai dei dementi che s’incontrano spesso tra i casolari di montagna e passano le ore seduti sulle soglie tra nuvole di mosche e con lamentosi vaneggiamenti rattristano le notti paesane». (Calvino, 1991: 207)
Annalisa Piubello, Calvino racconta Calvino: l'autobiografismo nella narrativa realistica del primo periodo, Tesi di dottorato, Universidad Complutense de Madrid, 2016
 

Sulla mia supposta "amicizia"con Italo Calvino sono circolate a Sanremo molte innecessarie dicerie. Alcuni trovavano incredibile che, dato lo scarto di età, un’amicizia fra di noi fosse possibile. L’argomento, di per sé, non è affatto probante, perché ero un ragazzo precoce i cui amici furono quasi sempre maggiori di età, con differenze che andavano dall’uno ai cinque anni, rispettivamente con Mario Mignone, Renato Zaccari, Giuliano Martini, Guido Giorgi (il fratello Giorgio era invece uno dei pochi ad essere piú giovane di me), Carlo Mager (che frequentavo piú del fratello Paolo, pur mio coetaneo), Franco Martini, Franco Giordano, Libereso Guglielmi), con punte sino ai sette anni (Gerolamo Lanero) o addirittura ai sedici anni di scarto che mi separavano da Luciano Sceriffo.
All’estremo opposto vanno collocati coloro i quali, avendo letto distrattamente il mio libro su Italo mi attribuiscono un’intima amicizia con lui per via di alcune affettuose dediche al "caro Piero" (i miei genitori e i miei amici intimi mi hanno sempre chiamato Piero, ragion per cui almeno tre dei miei libri, scritti in italiano, sono firmati Piero anziché Pietro, primo nome di battesimo, seguito da Michele Stefano, usati solo nei documenti ufficiali) ma che è invece Piero Dentone, chiaramente identificato nel libro, dunque solo un caso di omonimia.
[...] Nei miei articoli precedenti o nel mio libro su Calvino mi limitai ad accennare ad episodi che fossero avallati da testimonianze di persone ancor vive e che potessero accomunarci nei loro ricordi: Libereso Guglielmi, Angelo Nurra, Tito Barbé, Gildo Carrugati (il quale, come me, frequentava Lanero e la ristretta cerchia degli appassionati del jazz che si riuniva periodicamente nella sua casa di San Martino, e che conosceva tutti i retroscena del suo dissidio con Calvino, risalente agli anni liceali) e qualche altro.
Questa  è invece l’occasione di consegnare altri ricordi, anche se meno documentati, prima che vadano persi o siano del tutto dimenticati.
I primi incontri risalgono all’inizio del periodo bellico. Avvenivano nelle sale cinematografiche di San Remo che, a quell’epoca, ne comprendeva cinque: Centrale, Supercinema, Sanremese, Matuzia e Regina. Entrambi ne eravamo assidui frequentatori, naturalmente ognuno per conto suo. Io ero un ragazzino undicenne, lui un giovanotto diciottenne. Non ci poteva essere dialogo fra di noi, piuttosto qualche borbottio e lamentela. Non si poteva però non notare quel "prepotente" che occupava tre posti per quel suo modo caratteristico di "spaparanzarsi", quando sedeva da solo durante le sessioni pomeridiane. Sempre con bracciate di libri e quaderni. Durante i numerosi intervalli (fine della prima parte, della seconda, fine del primo tempo, del secondo, ecc...) lui prendeva appunti. Una volta ebbi l’ardire di chiedergli se gli pareva che il cinema fosse il posto adatto per fare i compiti (noi schiamazzavamo e lo disturbavamo) e lui, senza scomporsi, mi spiegò pazientemente che scriveva sul film. Cosa che mi rimase impressa, ma di cui non riparlai né con lui (quando, anni dopo, lo conobbi ufficialmente) né con altri, sin dopo la sua morte.
Pietro Ferrua, Incontri e scontri con Italo Calvino, Ra.Forum, 25 aprile 2012
 

Una vista da Monte Bignone sino alla Costa Azzurra - Foto di F. F.

Soltanto poche pagine prima si era soffermato sul «mutamento ambientale» avvenuto intorno a sé con l'entrata in guerra dell'Italia, quando Sanremo da città «cosmopolita» era tornata a essere una «vecchia cittadina di provincia ligure»: "Fu, insensibilmente, anche un cambiamento d'orizzonti. Mi venne naturale d'immedesimarmi in questo spirito provinciale, che per me e per gli amici miei coetanei, appartenenti quasi tutti alle vecchie famiglie medioborghesi cittadine, figli di bravi professionisti antifascisti o comunque non fascisti, funzionava come da difesa contro il mondo intorno, il mondo ormai dominato dalla corruzione e dalla follia. Della mia famiglia, più che le esperienze esotiche, contava ora per me il vecchio fondo dialettale paterno, il radicamento nei luoghi, nella proprietà". <27
Si trattava di quei «luoghi» e di quella «proprietà» che fino a quel momento avevano lasciato indifferente l'adolescente Calvino, quando il padre lo trascinava con sé nelle sue sortite mattutine verso il podere di San Giovanni, lungo un itinerario in salita che partiva dalla porta della cucina e si inoltrava all'interno di un paesaggio agli antipodi rispetto a quello che per il padre rappresentava soltanto un'estranea e insignificante «appendice», rispetto al percorso in discesa che dall'ingresso principale di Villa Meridiana scendeva verso la città e il suo lungomare: «per me il mondo, la carta del pianeta andava da casa nostra in giù, il resto era spazio bianco, senza significato; i segni del futuro mi aspettavo di decifrarli laggiù». <28
E invece la guerra, con il suo «mutamento ambientale» e il conseguente «cambiamento d'orizzonti» che la scelta partigiana aveva reso necessariamente consapevole, lo aveva portato a uscire dalla stessa porta del padre per andare a decifrare i «segni del futuro» lungo quegli stessi itinerari nelle campagne e nei «boschi dell’entroterra» che il padre, «vecchio instancabile cacciatore», <29 conosceva «palmo a palmo» ed entro i quali andava «battendo vallata per vallata la montagna giorni e notti, dormendo in quei rudimentali essicatoi per castagne, costruiti di sassi e rami […] fino in Piemonte, fino in Francia, senza mai uscire dal bosco». <30
27 CALVINO, Saggi, cit., II, pp. 2741-2742.
28 La strada di San Giovanni, in CALVINO, Romanzi e racconti, III, cit., p. 7 (ma già pubblicato nel 1962, anno di composizione, sul n. 1 di «Questo e altro» e nel volume I maestri del racconto italiano, a cura di Elio Pagliarani
e Walter Pedullà, Rizzoli, Milano, 1964).
29 Come lo aveva definito Calvino nel questionario per «Il Caffè», IV, 1, gennaio 1956 (CALVINO, Saggi, cit., II, p. 2709).
30 ID., Romanzi e racconti, cit., III, p. 10.
Alessandro Ottaviani, «Qualcosa di gelosamente mio»: paesaggi della Resistenza nella narrativa di Italo Calvino, Academia.edu

Sanremo (IM): la Chiesa di San Giovanni

Sanremo tra le due guerre era, nelle parole di Calvino, «una cittadina […] piuttosto diversa dal resto dell’Italia, […] popolata di vecchi inglesi, granduchi russi, gente eccentrica e cosmopolita. […] A San Remo i quotidiani più letti erano quelli di Nizza, non quelli di Genova e di Milano. “L’Eclaireur” durante la guerra di Spagna teneva per Franco; “Le Petit Niçois” teneva per i repubblicani» <12.
Insomma, la città si presentava come un mosaico di voci e figure molto più variegato rispetto all’immagine monolitica della politica e della società imposte dal regime mussoliniano.
Il primissimo ricordo di Calvino bambino «è un socialista bastonato dagli squadristi […] col viso pesto e sanguinante, la cravatta a fiocco strappata» che entrò in casa chiedendo soccorso <13. Ma si tratta di un’immagine di violenza isolata nella sua drammaticità.
Lo scrittore ha precisato come la sua vita durante il regime, prima della guerra, non avesse in realtà niente di drammatico: «vivevo», ha scritto, «in un mondo agiato, sereno, avevo un’immagine del mondo variegata e ricca di sfumature contrastanti, ma non la coscienza di conflitti accaniti» <14.
Cresciuto in un ambiente laico e anticonformista eccezionalmente controcorrente per l’Italia di allora <15, Calvino si abitua a trovarsi «spesso in situazioni diverse dagli altri» <16. La madre, di «tenace fede pacifista» <17, ritarda il più possibile l’iscrizione del figlio all’Opera Nazionale Balilla perché non vuole che il bambino impari a usare le armi né, dovendo assistere alla messa della domenica, sia costretto ad «atti esteriori di devozione» <18. Una volta iscritto senza possibilità di esonero, Calvino partecipa, come gli altri bambini, «alle adunate e alle sfilate dei balilla moschettieri e poi degli avanguardisti: senz’alcun piacere, […] accettandole come una delle tante cose noiose della vita scolastica» <19.
I suoi compagni appartengono «quasi tutti alle vecchie famiglie medio-borghesi cittadine, figli di bravi professionisti antifascisti o comunque non fascisti» <20, e come lui sono «quasi tutti ostili al fascismo» <21 ma accettano «forme esteriori di disciplina fascista […] tanto per non aver grane» <22.
Così, crescendo nell’Italia mussoliniana ma ascoltando anche voci critiche verso il regime e frequentando persone che non vi si riconoscono, Calvino prima della guerra coltiva quello che più tardi definirà un «tranquillo antifascismo» <23: senza compiere azioni di protesta o di ribellione eclatanti <24, si limita a vedere nel credo fascista semplicemente «una via tra le tante, ma una via sbagliata, condotta da ignoranti e disonesti» <25: "fino a quando non scoppiò la Seconda guerra mondiale, il mondo mi appariva un arco di diverse gradazioni di moralità e di costume, non contrapposte ma messe l’una a fianco dell’altra; a un estremo stava il disadorno rigore antifascista o prefascista […] e di lì via via si passava attraverso sfumature di indulgenza alle debolezze umane e pressapochismo e corruzione sempre più smaccate e corrive seguendo tutta la fiera delle vanità cattoliche, militaresche, conformisticoborghesi, fino ad arrivare all’altro estremo, quello della assoluta pacchianeria e ignoranza e fanfaronaggine che era il fascismo beato dei suoi trionfi, privo di scrupoli, sicuro di sé" <26.
In questo quadro per Calvino avere uno spirito libero e indipendente, distinto dalla massa indottrinata dal regime, significa essenzialmente due cose: «rifiutarsi di amare le armi e la violenza» <27 e diventare «schernitori d’ogni retorica patriottica o militare» <28. In una società inquadrata militarmente fin dai primi anni di scuola, dove vigono «la proibizione d’ogni critica e d’ogni ironia» <29, distinguersi diventa «prima di tutto opposizione al culto della forza guerresca, una questione di stile, di “sense of humour”» <30. I miti totalizzanti della patria, della disciplina, dell’obbedienza al capo vengono allora irrisi e guardati con ironico distacco, per smascherare l’«ignoranza e fanfaronaggine» che stanno dietro alla retorica ufficiale.
Teniamo a mente questi due valori - antimilitarismo e ironia - che Calvino coltiva nell’infanzia e nella prima adolescenza come antidoti al fascismo; li ritroveremo più avanti.
[NOTE]
12 Italo Calvino, Autobiografia politica giovanile. I: Un’infanzia sotto il fascismo (1960), in Id., Eremita a Parigi. Pagine autobiografiche, Milano, Mondadori, 1994, pp. 149, 155.
13 Ivi, pp. 149-150.
14 Ivi, p. 155. Cfr. anche Italo Calvino, I ritratti del Duce (1983), in Id., Saggi 1945-1985, a cura di Mario Barenghi, Milano, Mondadori, 1995, vol. II, pp. 2879-2880: «Il clima della violenza squadrista era pure registrato nei miei primissimi ricordi infantili […] ma quando cominciai ad andare a scuola il mondo pareva tranquillo e assestato».
15 Cfr. I. Calvino, Autobiografia politica giovanile. I: Un’infanzia sotto il fascismo cit.,
pp. 151-152.
16 Ivi, p. 154.
17 Ivi, p. 152.
18 Ivi, p. 154.
19 Ivi, p. 156.
20 Ivi, p. 158.
21 Ivi, p. 150.
22 Ivi, p. 160.
23 I. Calvino, Prefazione 1964 cit., p. 1198.
24 Cfr. Autobiografia politica giovanile. I: Un’infanzia sotto il fascismo cit., p. 156: «partecipavo alle adunate e alle sfilate dei balilla moschettieri e poi degli avanguardisti […]. Il gusto di sottrarvisi, di farsi sospendere da scuola per non essere andato all’adunata o per non aver messo la divisa nei giorni di precetto divenne più forte verso gli anni del liceo, ma anche allora era più che altro una bravata d’indisciplina studentesca».
25 Ivi, p. 152.
26 Ivi, p. 157.
27 I. Calvino, Autobiografia politica giovanile. II: La generazione degli anni difficili [1962], ora in Id., Eremita a Parigi cit., p. 169.
28 I. Calvino, Autobiografia politica giovanile. I: Un’infanzia sotto il fascismo cit., p. 159.
29 I. Calvino, I ritratti del Duce cit., p. 2883.
30 I. Calvino, Prefazione 1964 cit., p. 1198.
Beatrice Sica, Italo Calvino prima e dopo la guerra... in Raccontare la guerra: i conflitti bellici e la modernità, a cura di Nicola Turi, Firenze University Press, 2017 (Volume pubblicato con il contributo di: Associazione “Centro Internazionale di Studi Giuseppe Dessí” / Fondazione Dessí / Regione Sardegna / Fondazione Banco di Sardegna)