lunedì 31 maggio 2021

Il naso: l'archivio del passato

Helichrysum italicum

Potremmo raccontare la nostra vita attraverso i profumi, gli odori, che ci hanno accompagnato lungo la via.

Odori che aprono sipari, calati sul proscenio del teatro su cui abbiamo interpretato la nostra parte, nel suo procedere.

Helichrysum italicum, dal greco helios (sole) e chrysos (oro).

Incontrarne vuol dire ritornare bambina.


Ha i capolini che ricordano il sole e ama vivere nei luoghi più assolati.

Eccomi, con il grembiule a quadretti, negli anni cinquanta con la nonna, mentre saliamo lungo la strada  polverosa che si inerpica su Collasgarba.


Helicrisum italicum semprevivo - Foto: Alfredo Moreschi

Era il momento della raccolta dei Semprevivi come gioco.

Avevano una specie di vocina.

Frusciavano al tocco delle dita.

Semprevivi, questo il loro nome facile, che raccontava della loro forza di resistenza alla sete e della  caratteristica di conservare il colore giallo anche una volta secchi.

Il loro profumo sapeva e sa di estate, di fine della scuola, di vacanze, di sudore pulito, di voglia di far niente.

Negli anni passati era coltivato intensamente nelle fasce liguri.

Utilizzato naturale e anche colorato all’anilina per fare mazzi secchi.

Era un materiale duttile con cui venivano realizzate le superfici che dovevano apparire lisce, per esempio i volti dei personaggi dei carri, della Battaglia dei Fiori di Ventimiglia.

Per la loro piccola dimensione era necessaria una pazienza certosina ai bravi volontari che ne ricoprivano le intelaiature. Era il profumo dei carri.

I profumi sono mappe geografiche che ti trasportano velocemente in luoghi e tempi lontani.

Foeniculum volgare - finocchio selvatico

Il finocchio selvatico e il suo profumo dolce e pungente mi riporta ai bordi del torrente in secca quando  andavo nelle vacanze estive a raccogliere rami di salice, lentisco e di finocchio per far felici i conigli prima che gli adulti li cucinassero in casseruola...

La santoreggia o Satureja montana mi proietta in Val Tanaro nei prati sopra Upega dove greggi di pecore trovavano, fra voli di farfalle e l’ombra lontana dei larici, erbe che curavano.

Cuocere le mele vuol dire ritornare nella vecchia cucina, con la stufa a legna, e sentire ancora i due profumi che si univano. Quello dolce della mela con lo zucchero che si caramellava e quello dell’ulivo che crepitava  esalando il suo odore caratteristico.

"Viaggiare? Per viaggiare basta esistere". Scriveva Fernando Pessoa.

Con il naso in aria, aspirando i profumi che, una volta arrivati ai centri nervosi, mettono in movimento i neuroni, catturano luoghi, momenti ed emozioni con assoluta certezza: si comincia a viaggiare nella memoria.

Il viaggiatore tipo, in questione, è uno che ha già vissuto un bel po' di anni, ha girovagato e ora ripassa in rassegna quel che è stato per poterlo meglio assaporare, perché da giovani - si sa - la fretta morde i calcagni nella corsa della vita.


Napoleone affermava di sentire il profumo della sua isola molto prima di vederla dalla nave, perché il vento gli portava l’aroma degli Helicrisi.

Gris de lin

sabato 29 maggio 2021

Mattino a Oneglia (di Cesare Vivaldi)

Il mare poco a levante di Oneglia (Imperia) - Fonte: Mapio.net

Mattino a Oneglia 

Stamattina a buonora mi risvegliano
le grida dei ragazzi entusiasmati
dai tuffi lungo il molo. Tutta Oneglia
sventola una marina di bucati

stesa davanti ai miei piedi, ed è ben sveglia
nel sole ogni finestra, insaponati
visi specchia; qualcuno unge una teglia
e vi dispone pesci infarinati.

Felicità d’esser vivi, e allegri
nel vento cogliere tutti gli odori
della città e del porto, la frittura,

il catrame che bolle. L’occhio ai negri
scafi dei lontanissimi vapori
si fissa. Come una nuova avventura.

Cesare Vivaldi

Non è infrequente che il sonetto, circa negli anni cinquanta, sopravviva usato proprio in senso descrittivo, convenzionale. È il caso di Mattino a Oneglia, di Cesare Vivaldi, in Il cuore di una volta, Caltanissetta, Sciascia, 1956. La sensibilità figurativa dell'autore si incontra con la maniera neorealistica, descrittiva.
Stefano Pastore, Il Sonetto nel secondo Novecento: presenza e problematice, Studi Novecenteschi, Vol. 23, No. 51 (giugno 1996), Accademia Editoriale

Una mimesi del parlato orientata in senso opposto, verso la costruzione di un vernacolo carico di peculiare incisività si impone soprattutto a partire dalle esperienze di Cesare Vivaldi (1925-1999) inseribili nel clima del Neorealismo: la marginalità del suo linguaggio onegliese contribuisce a sostanziare l’alterità del dettato dialettale per suggerire, in una stilizzazione di sapore raffinatamente letterario, forse eccessivamente retorica nel gusto dichiarato per l’antiretorica, l’esigenza di un linguaggio poetico «altro».
Fiorenzo Toso, Profilo di storia linguistica di Genova e della Liguria. I progressi dell’italianizzazione e la reazione regionalista in La letteratura in Liguria fra Ottocento e Novecento - Storia della cultura ligure (a cura di Dino Puncuh), Società Ligure di Storia Patria - biblioteca digitale - 2016

[...] Confesso che la poesia di Cesare Vivaldi la conoscevo poco (qualche verso in dialetto e due testi in lingua contenuti in un bel volumetto degli anni ’70, Imperia in inchiostro di china), anche se ricordavo di averlo incontrato nel 1987 ad un convegno tenuto a Imperia sulla figura e sull’opera di Mario Novaro.
Provare a parlarne diffusamente significa dunque riscoprirla, aggiungere un tassello a un quadro della poesia del ponente, che a dire il vero si è sviluppato in questo caso lontano da qui, a Roma, dove Vivaldi si era trasferito ancora bambino; con la sua terra ha conservato però un legame forte, testimoniato dai numerosi testi in dialetto, dal racconto su cui rifletteremo, come dai frequenti viaggi in Liguria e dalla permanenza estiva a Finale, dove aveva acquistato una casa.
Si tratta senza dubbio di un personaggio poliedrico, che alla poesia alterna il racconto, alla cura di antologie la traduzione di alcuni classici latini e di Rimbaud, all’attività di giornalista quella di critico d’arte e di docente di storia dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Napoli e di Roma.
Diversi sarebbero dunque i modi di approccio, ma certo sarebbe difficile voler tutto abbracciare in poco tempo; la scelta si è perciò orientata sulla poesia in dialetto e sul racconto, perché i legami con la realtà del Dianese sono ben marcati: il dialetto, per ammissione dell’autore, è anche quello di Diano Borello, paese d’origine della madre, il racconto è ambientato in quella zona e dintorni, almeno due poesie, Lo spaccapietre e Settembre ritrovato, contengono un esplicito riferimento al paese e a Diàn [...]
Carlo Alassio, Da Borello a Roma e ritorno: la poesia ligure di Cesare Vivaldi, Incontri in Biblioteca, "L’infanzia, il passato, il presente. Tre stagioni, tre autori del Ponente ligure", Comune di Diano Marina, Biblioteca "A. S. Novaro", 2007

La disamina dell’evoluzione del linguaggio poetico d’una regione, nell’antologia Poesia in Ligure tra Novecento e Duemila (Cofine, 2019), si fonda sulla scelta di autori con cui potere “documentare a sufficienza lo sviluppo della letteratura ligure nei diversi momenti storici”, scrive in premessa il curatore Alessandro Guasoni. In sintesi, si tratta di un percorso storico-letterario a carattere divulgativo su vita e opere di tali selezionati autori,  tramite schede biobibliografiche e note critiche che argomentano intorno alle influenze stilistiche, alle scelte tematiche, ai retaggi socio-culturali (la tradizione, le suggestioni melodrammatiche, e loro superamento) in due distinte parti, Poeti genovesi e Poeti delle due Riviere.
[...] Tra i rappresentanti della letteratura dialettale novecentesca, Cesare Vivaldi (1925-1999), “noto in Italia e all’estero” avviò la ricerca di “un mezzo espressivo (…) svincolato da ogni suggestione letteraria, nell’ambito del clima neorealista”. Versi come  A menestra co-o pisto a odora fòrte, oppure I òmi mangia in silensio à l’osteria, e anche O mé barba o l’è un òmo grande e groscio, richiamano temi usuali e riti quotidiani o periodici direttamente attinti dalla realtà comune. [...]
Maria Gabriella Canfarelli, Poesia in Ligure tra Novecento e Duemila di Alessandro Guasoni, Poeti del Parco, 14 gennaio 2020

Cesare Vivaldi (Porto Maurizio, 13 Dicembre 1925 - Roma, 13 gennaio 1999) è stato un poeta, traduttore e critico d’arte. Nel 1932 lascia la Liguria per trasferirsi a Roma, dove consegue la laurea in Lettere nel 1951 con una tesi sulla poesia di Dino Campana discussa con Giuseppe Ungaretti. Nel dopoguerra partecipa all’esperienza della rivista «La strada» di Antonio Russi, iniziando anche la sua attività di critico d’arte. Iscrittosi al PCI, diviene giornalista per «L’Unità», ma in seguito ai fatti d’Ungheria abbandona il partito. Esordisce giovanissimo come poeta con I porti (Guanda 1943), raccolta ancora improntata ad uno stile ermetico, per poi dedicarsi ad una poetica di tipo neorealista. Già a partire dalla pubblicazione di Otto poesie nel dialetto ligure di Imperia (Arte della Stampa 1951), si manifesta il suo interesse per la poesia dialettale, cui dedicherà alcuni lavori (Poesie liguri 1951-1954, All’insegna del pesce d’oro 1960; Poesie liguri vecchie e nuove, All’insegna del pesce d’oro 1980; La vita sa di buono: tutte le poesie in dialetto ligure (1951-1992), Newton Compton 1996). A partire dagli anni Sessanta la sua poesia si fa sperimentale e risente dell’influsso della neoavanguardia. La sua attività poetica è sempre accompagnata da un’eguale attenzione per le arti visive. Collabora, infatti, con alcuni artisti per la realizzazione di opere quali: Ode all’Europa ed altre poesie. 1945-1952 (Edizioni della Sfera 1952), con tre illustrazioni di Domenico Purificato; Dialogo con l’ombra (Grafica 1960), con cinque disegni di Giulio Turcato; Disegni e poesie (Edizioni Arco d'Alibert 1966), cartella contenente venti poesie dell’autore e ventisette disegni di Osvaldo Licini; Immagini catturate (Edizioni della Pergola 1970), con cinque incisioni di Emilio Scanavino e sei poesie dell’autore. Nel 1972 collabora con l’artista Ermanno Leinardi per la realizzazione della cartella Sei O, composta da sei serigrafie e una sua poesia. Gli anni Ottanta e Novanta risultano altrettanto proficui sia per quanto riguarda la critica d’arte, che la poesia. A sua firma escono, infatti, svariati interventi su cataloghi di mostre dedicate ad artisti quali Antonio Sanfilippo, Achille Perilli, Gastone Novelli, Enzo Brunori e molti altri, nonché raccolte quali Le parole e la forma: 12 poesie per 12 artisti (Botolini 1984), La brace delle parole (Grafica dei Greci 1984), con tre serigrafie originali di Piero Dorazio, Pietra d’Assisi (1985-1987) (Menagò 1988), con disegni di Claudio Verna, Poesie scelte, 1952-1992 (Newton Compton, 1993) e Il colore della speranza. Poesie 1951-1998 (Piazzolla 1999). Nel 1991, inoltre, impronta con Giacinto Spagnoletti un repertorio di poeti dialettali (Poesia dialettale dal Rinascimento a oggi, Garzanti 1991). Accanto alla sua attività di poeta e critico d’arte non va dimenticato il suo lavoro come traduttore, iniziato nel 1961 con le traduzioni di Arthur Rimbaud (Poesie; Illuminazioni; Una stagione all’inferno, Guanda 1961) e proseguito con quelle dal latino degli Epigrammi di Marziale (Guanda 1962), l’Eneide di Virgilio (Guanda 1962, più volte riedita), Contro le donne di Giovenale (Newton 1993) e L’arte d’amare; Come curar l’amore; L’arte del trucco di Ovidio (Newton 1996).
Valeria Eufemia, Cesare Vivaldi, Verba Picta

lunedì 24 maggio 2021

Sanremo è forse l’unica città al mondo che ha dedicato un monumento ai caduti di tutte le guerre e di tutte le Patrie

Sanremo (IM): attuale Monumento ai Caduti

[...] Nel 1915 Vincenzo Pasquali si trasferisce a Sanremo, dove apre una bottega e galleria d’arte dall’intitolazione emblematica della provenienza dei suoi prodotti: Florentiae ars. Vende, infatti, opere d’arte e oggetti d’arredo di sua produzione o provenienti dalle grandi ditte artistiche toscane, come la Fonderia Artistica Vignali, la Premiata società ceramica Colonnata di Sesto Fiorentino e, naturalmente, la Fonderia artistica in bronzo dei Fratelli Pasquali.
Nella Sanremo del primo dopoguerra, mondana e patriottica, il nome del Pasquali non tarda a essere riconosciuto soprattutto per le sue commissioni pubbliche, in particolare per la realizzazione di monumenti di grande rilevanza per la città che traducono in scultura retorica e simbolica quegli ideali patriottici. Vincenzo Pasquali diviene lo scultore ufficiale della città ligure riprendendo quel ruolo pubblico che aveva ottenuto nel territorio maremmano.
Nel 1922 Vincenzo Pasquali vince il concorso per la realizzazione del bozzetto del Monumento ai caduti di Sanremo, la progettazione del quale lo mette nuovamente in stretto contatto con le grandi personalità artistiche della Liguria che il Pasquali aveva potuto conoscere durante il suo soggiorno genovese. Come nel resto della nazione, anche la committenza pubblica di Sanremo apre, in questi anni, nuovi spazi di espressione agli artisti.
Un fenomeno che in realtà aveva avuto nella città di riviera un precedente importante nel Monumento a Giuseppe Garibaldi di Leonardo Bistolfi inaugurato nel 1908 e improntato su uno stile fortemente simbolista.
Ed ecco che le presenze artistiche che si erano aggregate proprio intorno al monumento di Bistolfi, oramai più di un decennio prima, riappaiono a Sanremo negli anni venti, dando origine a uno stimolante clima artistico e culturale: Galileo Chini, arrivato in città per decorare il Cinema Centrale; Edoardo De Albertis e Venceslao Borzani chiamati a comporre la commissione tecnico-artistica incaricata di collaudare il modello al vero per il monumento ai caduti. Ritorna anche Leonardo Bistolfi per l’esecuzione di un monumento in memoria di Orazio Raimondo <6 e per partecipare alla Prima Internazionale d’ Arte di Sanremo del 1922, insieme a Plinio Nomellini, Antonio Rubino, Angelo Rescalli, Edoardo Rubino e Jules Van Biesbroek, <7 che aveva inoltre gareggiato, senza successo, al concorso del bozzetto per lo stesso monumento ai caduti. Non è un caso, tuttavia, che a quest’ultimo venga preferito il bozzetto del Pasquali. Se l’estetica simbolista poteva ancora attecchire nel gusto della borghesia di provincia, questo non aveva più senso nella scultura monumentale, che richiedeva un linguaggio retorico con forme più solide e nette.
La vicenda progettuale del monumento è, quindi, rappresentativa dell’attivazione di una macchina organizzativa che coinvolge l’opinione pubblica attraverso un costante monitoraggio sui giornali locali e un coinvolgimento attivo della popolazione alla raccolta dei fondi per la sua messa in atto. <8 Oltre alla già ricordata Prima Internazionale d’Arte (15 gennaio - 5 marzo 1922), una mostra pensata allo scopo di raccogliere finanziamenti per la messa in opera del
monumento, il comitato promotore organizza una lotteria le cui cartelle, del valore di 5 lire l’una, sono disegnate da Antonio Rubino, mentre le cartoline ricordo per la sottoscrizione pubblica bandita pro Monumento ai caduti di guerra, dall’impianto grafico di Van Biesbroeck, ammoniscono: “Qualunque offerta sarà sempre inferiore a quella di chi ha dato la vita”.
Il bozzetto del Pasquali <9 - che era stato richiesto, contemporaneamente, dal Comitato Italiano di Lione per il quale l’artista concepirà, successivamente, un’altra opera - viene esposto in una celebrazione pubblica l’11 novembre 1922 e inaugurato esattamente l’anno successivo, il 12 novembre 1923 [Fig. 3].

Fig. 3: Vincenzo Pasquali, Bozzetto del Monumento ai caduti di Sanremo, 1923, Archivio Vincenzo Pasquali, Sanremo, Museo civico - Fonte: Alessandra Piatti, Op. cit. infra

Il monumento si componeva di un gruppo bronzeo - oggi perduto <10 - poggiante su un grande basamento, un parallelepipedo trapezoidale a base quadrata in granito - che spicca ancor oggi per la sua monumentalità - le cui facciate erano state diversamente decorate in bronzo: un festone che porta incisi i nomi delle battaglie italiane più importanti, cinge la parte superiore, mentre, al di sotto, aquile reggono i cartigli con i nomi di Roma a sud, di Trento a ovest, di Trieste a est. Il gruppo bronzeo era formato da sei eroi nudi, anatomicamente descritti e dolenti che emergevano da un fondo non lavorato a simboleggiare il risorgere dalle fiamme della fede che alimenta il loro sacrificio. Da questi si eleva la Vittoria alata sul suo destriero in corsa che si protrae in avanti, in un progressivo e continuo moto ascensionale, concluso dalla spada alzata della Vittoria.
[...] La fama che acquista il Monumento ai caduti di Sanremo, accentuata dall’evento d’inaugurazione al quale partecipa il Re Vittorio Emanuele III, procura a Vincenzo Pasquali, altre commissioni da parte di comitati cittadini della provincia di Imperia e di Savona. In queste opere, ora in marmo, ora in bronzo, lo scultore ripropone, in studiate varianti, il tema del soldato vittorioso o morente.
Il 29 giugno del 1924 viene inaugurato il Monumento ai Caduti di Taggia - commissionato due anni prima, il 12 dicembre del 1922, dal Comitato dei Combattenti di Taggia.
6 Il monumento dedicato al noto uomo politico sanremese Orazio Raimondo (Sanremo 1875 – ivi 1920) era stato commissionato a Bistolfi nel 1922 e doveva originariamente essere collocato nel sito in cui poi sarà eretto il Monumento ai caduti del Pasquali. Si può quindi presupporre anche un ulteriore contatto tra i due scultori in relazione alla maschera mortuaria di Orazio Raimondo che il Pasquali aveva prontamente rilevato.
7 Lo scultore belga, che si era trasferito con il padre, anch’egli artista, a Bordighera nel 1914, ebbe il merito di ravvivare nell’estremo Ponente ligure l’interesse per il simbolismo di matrice bistolfiana con opere significative quali, ad esempio, la Tomba Coudlougon nel Cimitero Monumentale della Foce di Sanremo.
8 Nell’eccessivo proliferare di concorsi per i monumenti ai caduti emergono alcune vicende concorsuali che diventeranno modelli di riferimento: accanto al concorso per il Monumento ai caduti di Vado del 1923 vinto da Arturo Martini e a quello, dell'anno successivo, di Genova, sarà quello bandito nel 1920 per la realizzazione del Monumento al Fante a emergere sopra tutti (Sborgi 1989: 15-23).
9 Il bozzetto è oggi conservato presso il Museo civico di Sanremo ed esposto nella sala dedicata alla storia della città.
10 Nel 1942 il gruppo viene inviato al Centro di Raccolta Metalli e lì fuso. Al basamento invece vengono apportate alcune modifiche: la parte superiore, dove si collocava il bronzo venne chiusa in modo piramidale da tre lastre di granito.

Alessandra Piatti, Dalla Vittoria alata alla Madre dolente, Elephant & Castle, n. 12 dicembre 2015, Università degli Studi di Bergamo
 
Basamento del Monumento ai Caduti di Vincenzo Pasquali in Sanremo

[...] Nel secondo dopoguerra la questione della commemorazione del sacrificio si presta dunque ad accendere animi e passioni civiche. Le controversie sono più vivaci laddove la metallofagia fascista aveva lasciato le comunità prive di un monumento ai caduti.
Sanremo, per esempio, negli anni Settanta si interroga sul destino del grosso basamento lapideo che aveva ospitato a lungo un’imponente vittoria bronzea di Vincenzo Pasquali e che da tempo giace mutilo. La polemica è anche di natura turistica e da più parti si punta il dito sulla presentabilità di una località balneare frequentata da viaggiatori di tutto il mondo <2. Una simile contingenza si era già verificata a Sanremo negli anni successivi al Primo conflitto mondiale, quando la mancata sistemazione delle salme dei soldati nel cimitero civico offriva ai turisti un’immagine indecorosa della città.
Nel 1962 si ha la prima proposta di un monumento sostitutivo ad opera dello scultore Ettore Tinto di Torino, già combattente della Prima guerra mondiale, il quale suggerisce una soluzione estesa per dimensioni e temi.
Una «sintesi plastica di tutta la storia militare d’Italia» che il comune non tarda a giudicare inappropriata e impossibile da realizzarsi <3. Poco tempo dopo si attiva Francesco Bronda, presidente della sezione sanremese dell’Associazione nazionale combattenti e reduci, il quale propone un bozzetto dello scultore torinese Pietro Lorenzoni rappresentante «un’ala stilizzata che si protende verso il cielo con la tensione di un arco e dalla sottostante raffigurazione drammatica di un Caduto» <4.
L’idea è quella di realizzare un’opera ispirata al principio della pace tra i popoli, ma la soluzione incontra da subito diverse resistenze, soprattutto da parte della vecchia classe dirigente matuziana. Esemplificativa di questi malumori è una lettera di un reduce sanremese, Antonio Sapia, il quale si rivolge direttamente al governo per dissuaderlo dall’accettare la proposta di Bronda poiché a suo dire non rappresentativa dei desideri della cittadinanza.
Uno stralcio della missiva datata 28 marzo 1973, tra gli altri al ministro del bilancio Paolo Emilio Taviani e alla segreteria della Democrazia Cristiana, fa emergere chiaramente la diffidenza verso un concetto monumentale ritenuto quasi indecoroso nella sua universalità: " Il sottoscritto Antonio Sapia, nato a Sanremo il giorno 8.7.1912 da antica famiglia sanremese, distintivo d’onore come mutilato, combattente della guerra d’Africa Settentrionale (1941/1946), informa S.E. di aver parlato, in data odierna, con il Sindaco della Città di Sanremo, in qualità di rappresentante della categoria mutilati ed invalidi di guerra, circa la ricostruzione dell’originale monumento ai caduti di tutte le guerre di Sanremo. Il Prof. Dott. Francesco Bronda, Consigliere del Comune di Sanremo, nato a Palermo il 13.9.1914 e residente in Sanremo dal 3.8.1945, ha impostato all’Amministrazione un monumento di sua idea, senza tener conto della aspirazione dei cittadini Sanremesi, i quali desiderano la ricostruzione del monumento in questione sul modello originale, distrutto durante il periodo bellico. ... Si prega S.E., a nome dei cittadini Sanremesi, di far annullare questa decisione ... che riteniamo ingiusta nei confronti della Città di Sanremo e dei suoi caduti " <5.
La diatriba contribuisce ad allungare i tempi della sostituzione, così nel 1975 Sanremo è ancora senza il suo monumento. Certo non mancano le lapidi e le opere commemorative erette nei circondari - pensiamo per esempio a Bussana - ma quel basamento ancora spoglio rappresenta idealmente l’incapacità di rielaborare una memoria condivisa dopo le ultime vicissitudini belliche.
In questo contesto continua l’impegno dell’Associazione nazionale reduci e combattenti che il 13 maggio 1975 indirizza una lettera al sindaco di Sanremo e per conoscenza a diversi giornali liguri. Con tono perentorio il sodalizio solleva nuovamente il problema del monumento e con esso il mancato tributo di riconoscenza verso i soldati scomparsi nel Secondo conflitto mondiale. Il primo cittadino è chiamato ad intervenire «senza più alcuna dilazione ingiustificata impolitica e indecorosa» all’erezione di un degno monumento ai caduti <6.
Alla fine si impone la linea universalista di Bronda anche se la nuova opera scultorea non sorgerà sul piedistallo vuoto, bensì altrove. Passa dunque la singolare idea di un monumento ai caduti «di tutte le guerre e di tutte la patrie», un inedito tentativo di diffondere il pensiero pacifista senza svilire il concetto di patria. Scopo ultimo dell’iniziativa è fare emergere la declinazione della memoria dei caduti in prospettiva antibellica: "Sanremo è forse l’unica città al mondo che ha dedicato un monumento ai caduti di tutte le guerre e di tutte le Patrie: il primo universale messaggio di pacificazione scolpito sul feretro di un soldato qualsiasi di un Paese qualsiasi, caduto in qualsiasi luogo di battaglia, in un giorno qualsiasi della sanguinosa storia dell’umanità. È un invito alla Pace fra i popoli, non a certi pacifismi di maniera e a senso unico che aprono la strada alla schiavitù: la Pace delle armi, ché ancora molte lotte il genere umano dovrà sostenere lungo il proprio cammino: contro gli eccessi tecnologici, le devastazioni sulla natura, lo spreco di materie prime, le inettitudini dei governanti, le prepotenze, le sopraffazioni, la violenza criminale, l’inesorabile incalzare delle malattie" <7.
Il monumento vedrà la luce il 14 febbraio del 1982 alla presenza delle autorità cittadine, delle associazioni combattentistiche e dei consoli di Germania, Spagna, Inghilterra, Svezia e Danimarca, a testimonianza di una convergenza inter e sovranazionale sul tema dei caduti.
La poesia che fa da cornice al manufatto è infine dedicata al soldato «gladiatore di un atroce gioco» che risorgerà quando le spade arrugginite degli uomini lasceranno spazio all’aurora della pace <8.
Il piedistallo del vecchio monumento ai caduti, invece, è rimasto ancora a lungo privo di una statua che lo sormontasse, ed è diventato di fatto esso stesso il monumento.
Soltanto nel giugno del 2018 è stata collocata sul basamento una fedele riproduzione dell’originale per iniziativa della signora Elsa Ausenda, nel ricordo del marito Renato, ex combattente degli alpini.
 

Basamento del Monumento ai Caduti di Vincenzo Pasquali in Sanremo

La statua è stata realizzata dall’artista napoletano Domenico Sepe e donata alla municipalità matuziana.
 

2 ASI, ANCR, f. 87, Erezione del monumento ai caduti di Sanremo. Lettera dell’ANCR al sindaco di Sanremo del 13 gennaio 1962.
3 Ibid.
4 Cfr. Cronaca di Sanremo. Un nuovo monumento ai Caduti sul piedistallo rimasto vuoto, in «Il Secolo XIX» del 1 ottobre 1971.
5 ASI, ANCR, f. 87, Erezione del monumento ai caduti di Sanremo. Lettera di Antonio Sapia al ministro del bilancio Paolo Emilio Taviani e per conoscenza alla segreteria della Democrazia Cristiana, al sindaco di Sanremo e al prefetto di Imperia, Sanremo, 28 marzo 1973.
6 Ivi, Lettera dell’ANCR al sindaco di Sanremo del 13 maggio 1975.
7 ASI, ANCR, f. 87, Comunicati stampa.
8 SOLDATO, // GLADIATORE DI UN ATROCE GIOCO // QUANDO, DIMENTICATE DALL’UOMO // RUGGINOSE GIACERANNO LE SPADE // UN’AURORA DI PACE // SORGERÀ AI CONFINI DEL MONDO.

 

Graziano Mamone, Morti e viventi. Lutto e memoria della Grande Guerra in Liguria in Memorie di pietra. Testimonianze della Grande Guerra in Liguria, Consiglio regionale della Liguria, 2018, pp. 46-48

mercoledì 19 maggio 2021

C’è una casa a Ventimiglia



Le pietre durano più dei cristiani; ci son pietre che abbiamo calpestate io, mio padre, mio nonno e altri antenati nei tempi dei tempi. E ci sono [ndr: nel territorio del comune di Ventimiglia (IM) e dintorni] scogli, passi, fontane, fasce che chiamiamo per nome: Margunaira, Bearetto, Figallo, Sciorba, Butassu, Strafurcu, Caneo, Cereixa, Giardino, Parafauda, Cantapernixe.
Questi posti sono più di cinquant’anni che li cammino.
Ho cominciato a conoscere le pietre da piccolo, la puddinga che si sgrana sotto i piedi e ritorna ad essere ghiaia e sabbia e le terre limose di argilla come quella con cui un dio fece l’uomo e la pietra arenaria più resistente, da scolpire e le ciappe di ardesia messe in piedi a confine.
E poi ho conosciuto i cespugli, quelli robusti, quelli profumati, quelli spinosi, ed i rami a cui attaccarmi: mai al caco o al fico per non cadere di sotto.
Camminando ho imparato a conoscere le distanze ed il tempo che ci vuole a percorrerle, come se chilometri ed ore fossero aspetti di un’unità di misura della vita.
Per me camminare è il modo migliore per pensare, se sono solo, oppure per raccontare se c’è qualcuna che vuole tenere il mio passo ed ascoltare le mie storie.
[...] Un padre l’ho avuto per poco, in quella prima dozzina di anni in cui quasi non serviva. Forse lui non aveva granché da raccontare, aveva imparato i silenzi negli aridi campi di prigionia francesi del Magreb; e il resto non era stato memorabile.
E così quando ho incontrato un paio di quelli nati nel venti, che hanno aspettato una vita che qualcuno li facesse raccontare, mi sono messo ad ascoltare, curiosare, domandare.
Uno, Pierin, è abituato a farsi vedere appena dopo il mezzogiorno al Paris, a prendere l’Aperol, con un po’ d’acqua fresca, senza zucchero sul bordo del bicchiere; il secondo, Elio, è da sempre propenso alla clandestinità, al rifugio, alla riservatezza ed ho dovuto pasturarlo per un po’ prima che abboccasse.
 

Ventimiglia (IM) - il Palazzo Notari di fronte al Bar Paris

C’è una casa a Ventimiglia a fianco del mercato tra quelle costruite dai Notari ai tempi degli Hanbury. Lì intorno c’è il Canada, sull’altro cantone il Venti Settembre, poco lontano il Paris. Di fronte c’era il Ligure; al posto dell’Imperiale c’è una banca. E al primo piano ci sono due piccoli appartamenti. Uno è quello che Pierin chiama l’ufficio e gli serve solo per avere un telefono, con cui cerca ancora amici rimasti a vivere in Svizzera o in Argentina o a Montecarlo e insieme si lamentano della vita; l’altro è la tana per svernare di Elio e signora che durante la gran parte dell’anno stanno nella villa dei quattro venti a Perinaldo e scendono in città con la cattiva stagione.
 

Perinaldo (IM)

Elio e Pierin forse hanno in comune un periodo in cui tanti sulla frontiera facevano contrabbando, finita la guerra. Era roba da poco perché come dice Pierin qui non è mai stato il confine con la Svizzera.
Ma Elio ha contrabbandato soprattutto anarchici e compagni e ognuno fa le cose in un modo diverso.
 

Uno scorcio di Via Garibaldi

Elio mi racconta che anche da ragazzi a Ventimiglia alta abitavano nella stessa scala in via Garibaldi 47 vicino a dove c’era una volta la farmacia e nel vicoletto il pisciatoio. Era una casa nella strada centrale del paese, l’unica carrozzabile dove c’erano anche il municipio, l’ospedale, la cattedrale medioevale, i carabinieri, il convento e un paio di osterie; tutto in meno di duecento metri.
Elio abitava al terzo piano, Pierin al piano di sopra.
Elio dunque conosce Pierin da ottant’anni, ma non ne parla, non è abituato ad esprimere giudizi, dice che sarebbe un compito troppo arduo a cui ha sempre preferito sottrarsi.
Aggiunge solo che non ha mai lavorato per Lui, che anzi una volta era stato sul punto ma aveva capito che era troppo attaccato, come una patella a uno scoglio. A lui piaceva aver mano libera, lavorare sulla fiducia.
Pierin invece ha un modo personale di giudicare; di uno dice che è torrasco e sostiene che tutti quelli di Torri hanno lo stesso stampo di furbi, travajusi, ma inconcludenti e di un altro dice che è padano sottintendendo che tutti i padani, quelli della nebbia e delle risaie, sono diffidenti, tirati. E uno dei suoi migliori amici, con alle spalle una vita da romanzo, uno scappato da Sarajevo da ragazzo e vissuto da belva, selvatico e solo, era definito semplicemente
giudeo.
Il suo giudizio è semplice, per categorie mentali, quello è torrasco, questo padano, l’altro giudeo.

Arturo Viale, ViteParallele, 2009

[Arturo Viale ha scritto diversi libri, tra i quali: La Merica...non c'era ancora, Edizioni Zem, 2020; Oltrepassare. Storie di passaggi tra Ponente Ligure e Provenza, Edizioni Zem, 2019; L'ombra di mio padre, 2017; Quaranta e mezzo; Viaggi; Mezz'agosto; Storie&fandonie; Ho radici e ali]  

 

sabato 15 maggio 2021

Menicco


Un giorno, chiedo a Giacomo Amoretti di prepararmi degli appunti per la stesura di dati riguardanti la sua attività antifascista e resistenziale. Mi promette di prepararli e, fedele ai suoi principi d'onestà e precisione, mantiene la parola data e mi consegna un foglio. Lo apro. Un disastro! Tutto è condensato, le ho contate, in venti righe.
Mi rendo subito conto di tutto, e so che devo provvedere da solo. Ma ciò non è facile perché, da quelle venti righe, devo ricavare almeno l'essenza di cinquant'anni di battaglie per il popolo e la libertà; battaglie, è ben risaputo, condotte con una fermezza irriducibile, senza riserve né, mai, un'esitazione.
«Menicco» è di quei combattenti che paiono scolpiti nella roccia, tanto duri da affrontare ogni tempesta. Ma il suo cuore è tanto tenero e sensibile verso la sofferenza e la giustizia da offrire argomento per la più sentimentale e commovente delle descrizioni.
Egli nasce a Oneglia da modesta famiglia di lavoratori (suo padre era il ben conosciuto calzolaio Lazzaro) il 9 giugno 1898 (10). Studia e consegue il diploma di licenza tecnica. Giovinetto, entra nel movimento giovanile socialista, seguendo le idee del padre, iscritto alla sezione di Oneglia di quel partito fin dalla sua fondazione in seguito al Congresso di Genova del 1892. Dopo la scissione di Livorno, avvenuta com'è noto nel 1921, Giacomo Amoretti aderisce alla frazione terzinternazionalista finché, con l'avvento del fascismo e la promulgazione delle leggi eccezionali del 1927, aderisce al PCI.
Per tutto il periodo della dittatura, «Menicco» fa parte del Comitato direttivo del partito e tiene i contatti con i compagni comunisti della provincia di Genova, incontrandosi con Raffaele Pieragostini, e con quelli di Savona, soprattutto con Giuseppe Rebagliati (Pippo).
Nel periodo della guerra civile spagnola, egli è responsabile di un centro di smistamento dei volontari che si recano in Spagna per combattere a fianco del governo repubblicano (11). L'incarico presuppone non solo grandi pericoli, ma anche il possesso di notevoli doti di abilità cospirativa, ed il consenso di tutta l'organizzazione clandestina.
Giunge l'8 settembre 1943, e la lotta diventa oltremodo drammatica. La parola alle armi. Amoretti è uno degli animatori instancabili e porta un contributo inestimabile, sia per l'opera pratica, sia per la fiducia che la sua  calma sa ispirare.
È con Gilardi, Castagneto, Cascione: tutti insieme e con altri combattenti adattano l'organizzazione clandestina ai nuovi compiti, presupposto indispensabile per l'esistenza dei primi nuclei di patrioti armati sulla montagna. Nasce il primo gruppo; poi gli altri, tra mille fatiche, ma con progressione inarrestabile.
Ora, Amoretti è «Leonida». Anch'egli ha il suo nome di battaglia. Un bel nome che, però, deve presto abbandonare. Il Triumvirato Insurrezionale Ligure stima la sua opera preziosa anche a Genova. Ed a Genova egli va, e diventa «Silvano», ed entra a far parte del Comando della Delegazione delle Brigate d'Assalto Garibaldi della Liguria.
Ora è con Giovanni Gilardi (12), suo concittadino imperiese che, avendone sposato la sorella, è a lui legato da vincoli di parentela. Due imperiesi al vertice della lotta resistenziale in Liguria.
«Silvano» è impegnato, con altri due compagni (13), nella direzione dell'Ufficio segreteria e dell'Ufficio copia della Delegazione. L'incarico ancora una volta, adatto alle sue doti: coraggio, nervi saldi e osservanza scrupolosa d'ogni norma cospirativa. Permettere al nemico di scoprire l'ubicazione dei sopracitati uffici sarebbe una sciagura per tutta l'organizzazione della Resistenza.
Entrato nel Comando Militare Unificato, su proposta di Raffaele Pieragostini (Lorenzo), Amoretti assolve l'incarico di membro della Commissione stampa e propaganda.
Passano i mesi, e «Silvano» resiste con tenacia. Giunge l'inverno 1944-45, che tanti lutti apporta nel campo patriottico. Ma s'avvicina la primavera con la prevista, immancabile vittoria sul nazifascismo. Ogni zona, al momento della liberazione, deve avere al proprio posto i suoi figli migliori. Remo Scappini (Gi), dirigente del Triumvirato Insurrezionale Ligure, invia «Silvano» verso la sua provincia.
La prima tappa è d'avvicinamento, ed Amoretti va a Savona, dove partecipa all'insurrezione; finché, nei primi giorni di maggio del 1945, rientra nella sua Imperia.
Vite parallele con Giovanni Gilardi: Imperia, Savona, Genova; tre città di tre province liguri in cui ambedue hanno lottato, sofferto, gioito e vinto. Ma l'ultima tappa, Imperia, non offre loro il dovuto riposo.
A liberazione avvenuta, Amoretti come Gilardi, continua la sua attività con un impegno che, anche se meno rischioso di quello precedente, è altrettanto difficile. La guerra tutto ha distrutto nella nostra Italia e, ciò che più è doloroso, ha sconvolto molte coscienze, creato desolazione e cicatrici e dubbi a non finire nel tessuto sociale.
«Menicco» prosegue il suo cammino ed inizia un'altra fase della sua lotta. È candidato nelle liste amministrative comunali, eletto consigliere, nominato Assessore alle Finanze del Comune di Imperia. Con una modestia senza pari, un'onestà illimitata ed una resistenza insospettabile nell'azione quotidiana, porta avanti il suo discorso che diventa sempre più altamente civile e sociale oltreché politico, teso all'educazione dei giovani ed alla pacificazione degli animi. Ogni momento della sua azione è un gradino di quella lunga e difficile scala verso la ricerca della verità. E della Verità, il settimanale della Federazione del PCI post-liberazione, egli sarà l'equilibrato direttore.
Egli ha capito, con lucida visione politica, che la Resistenza esaurito il suo ciclo di sangue e di lotta, ne ha aperto altri di altrettanta feconda portata, perché tutto sarà vanificato se le masse popolari non conserveranno quell'unità d'azione e d'intenti che possono assicurare al nostro paese un avvenire di libertà e di giustizia.
Ecco Giacomo Amoretti, segretario dell'ANPI e poi dell'Istituto Storico della Resistenza rivivere la sua nuova stagione in quel settore che necessita, tra l'altro, di conservare la primitiva onestà da trasmettere alle nostre giovani  generazioni.
Lentamente, in Imperia «Menicco» diventa un simbolo, non più di uomo di parte, ma di cittadino probo da imitare, comprensivo degli errori e delle debolezze, sempre alla ricerca del dialogo e del contatto umano (14).
(10) Giacomo Amoretti di Lazzaro e di Camilla Languasco, dichiarazione integrativa n. 11867-FZ.
(11) Cfr. G. Strato, primo volume della presente opera, pag. 50.
(l2) Ibidem, pag. 126.
(13) Carlo Gaudina (Mario) e Sergio Podestà (Dan). Vedasi Gimelli, op. cit. pag. 50.
(14) Giacomo Amoretti muore ad Imperia il 23.10.1983.

Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992, pp. 35,36,37

giovedì 13 maggio 2021

Circa l'Arma del Grillo di Aquila d'Arroscia (IM)

Fig. 1 - L’Arma del Grillo (IM). The Cricket Cave (IM) - Fonte: IIPP cit. infra

L’Arma del Grillo o Arma di Costa Grillaia (numero catasto speleologico 1592 LI IM) (fig. 1) è un’ampia cavità che si apre al di sotto di un ripido costone in val Pennavaire, nell’entroterra imperiese, nella formazione geologica dei calcari della Val Tanarello (Calandri 2002), e si presenta come un antro di circa 30 mt di profondità per 20 m di larghezza, dal quale si dipartono alcuni diverticoli di breve prosecuzione (fig. 2).
 

Fig. 2 - Arma del Grillo (IM): planimetria e sezione della grotta (da Calandri 2002). The Cricket Cave (IM): planimetry and section of the cave (from Calandri 2002) - Fonte: IIPP cit. infra

Nel luglio del 2018 una degli scriventi (M.B.), dopo un’escursione in zona, segnalava all’Ispettore onorario della Soprintendenza competente per territorio (H.D.S.) la presenza in superficie, all’interno della caverna, di ossa di aspetto antico.
Durante il successivo sopralluogo si è potuto verificare che il terreno all’interno dell’antro, cosparso di clasti litici di dimensioni medio-grandi, si presenta a tratti concrezionato e che probabilmente si conserva un deposito stratificato ancora intatto, solo in alcuni punti rimaneggiato da attività antropiche. Sono stati notati anche frammenti di ossa di animali in superficie per i quali tuttavia un’attribuzione cronologica è al momento piuttosto difficile.
Contestualmente sono stati recuperati una decina di frammenti ceramici poco diagnostici che per le caratteristiche delle superfici e dell’impasto sembrano tuttavia affini alle produzioni neolitiche note principalmente dai siti in grotta del Ponente ligure (fig. 3).
 

Fig. 3 - Arma del Grillo (IM): i frammenti ceramici recuperati. The Cricket Cave (IM): the recovered pottery fragments - Fonte: IIPP cit. infra

L’insieme dei ritrovamenti potrebbe quindi far supporre la frequentazione preistorica di questa cavità, mai segnalata in precedenza nonostante le esplorazioni compiute da Milli Leale Anfossi durante lo scorso secolo, che avevano messo in luce la capillare presenza di gruppi umani in questa valle, sia durante il Pleistocene superiore, sia nell’Olocene, che utilizzarono le numerose cavità presenti nel territorio (Leale Anfossi 1962). Considerata la posizione favorevole della cavità, le sue dimensioni idonee all’utilizzo umano e la probabile presenza di un deposito terroso affiorante, saranno indubbiamente necessarie indagini più approfondite al fine di poter verificare l’eventuale esistenza di tracce stratificate di frequentazione umana nel riempimento ed attribuirle ad una cronologia precisa.
Martina Blanchet 1, Stefano Costa 2, Henry De Santis 3, Elisabetta Starnini 4, Arma del Grillo (Aquila di Arroscia, IM), Notiziario di Preistoria e Protostoria - 2019, 6.I, Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, c/o Museo Archeologico Nazionale, Firenze

Riferimenti bibliografici
Calandri G. (2002) - Arma del Grillo (Borghetto d’Arroscia, prov. Imperia): un nuovo cavernone dell’alta Pennavaira), Bollettino del Gruppo Speleologico
Imperiese C.A.I. XXXII (54), Imperia: 26-28.
Leale Anfossi M., (1962) - Ritrovamenti archeologici e giacimenti preistorici nelle grotte della Val Pennavaira, Rassegna Speleologica Italiana: 190-196.

1 Università degli Studi di Torino; e-mail: martina.blanchet@edu.unito.it
2 S.A.B.A.P. Liguria; e-mail: stefano.costa@beniculturali.it
3 Ispettore Onorario Tutela Beni Archeologici S.A.B.A.P. Liguria; e-mail: henry.desantis@libero.it
4 Dipartimento CFS, Università di Pisa; elisabetta.starnini@unipi.it

mercoledì 12 maggio 2021

Marcello Cammi


Marcello Cammi, Autoritratto - Fonte: Comune di Bordighera

[...] «Vorrei soprattutto ricordare l’uomo, lui stesso un’opera d’arte vivente, un vero personaggio, fuori da ogni schema o cliché, con quegli occhi scuri vivacissimi e gioiosi, lo sguardo attento e curioso, che ti fissava e ti penetrava fino in fondo al cuore, un bel sorriso luminoso sotto un paio di portentosi baffi imperiali, con abbigliamenti per lo meno originali: non potevi non esserne affascinato e volergli bene.
Super attivissimo ed esuberante, sempre cordiale e generoso, aveva inventato e creato [a Bordighera (IM)] un paradiso virtuale un eden, uno shan-grilá, sul bordo del torrente Sasso, parte nel greto, con una capanna-studio, con molte sue opere, dipinti e sculture, disseminati nella lussureggiante vegetazione esotica, con fiori, uccelli e farfalle multicolori. E di notte le lucciole, che Cammi ci faceva ammirare spegnendo le poche luci e le fiaccole lungo i vialetti.
Le sue opere andavano dalle sculture in ogni possibile materiale, legno, pietra, terracotta, metalli, molto cemento, ai bassorilievi, dipinti ad olio, collages, pastelli, tempere, vernici varie, utilizzando pennelli, spatole e anche le dita... insomma, un vero caos surrealista...
Cammi aveva una moglie deliziosa che lo assecondava in tutto, Vittorina, anche lei scomparsa tragicamente nel rogo della capanna-studio, la quale ci preparava, a volte, un ottimo coniglio alla ligure, da gustare nel giardino incantato, innaffiato da copiose libagioni del suo “nostrale”. Poi Cammi la cingeva per la vita e iniziavano a volteggiare in balli sensuali, al cospetto di noi inebriati ospiti.
Indimenticabile una calda nottata estiva, con Gian Antonio che ascoltava rapito “round midnight” di Thelonious Monk; il pittore di Arziglia Luciano Gatti e Joffre Truzzi, entrambi dal “vino cattivo” che litigavano su un problema “fondamentale”: se Pollock facesse vera arte o se ci prendesse in giro... e soprattutto con la Baronessa Tila Von Flugge che usciva nuda sul terrazzo prospiciente il giardino, tutta eccitata dalla musica e dai nostri canti, e si esibiva in un amplesso divino con la Luna.
Ma Cammi aveva una grande preoccupazione, che cercava di nascondere ai più e a me a volte confidava. Si trattava di suo figlio Claudio, un dolce e caro ragazzone, meccanico di moto e motorini che sapeva “truccare”, aumentandone soprattutto I decibels - lo feci anche lavorare alla Lancia Corse - e che il padre sapeva avere un gene di follia, quella che lo spingeva a girare continuamente per le strade di Bordighera col suo motorino rumorosissimo, trasformato nel suo inconscio in un bolide da corsa, col quale abbordava le curve “in piega”, con il ginocchio che sfiorava l’asfalto, come il suo mito Agostini.
Fu proprio l’amore per suo figlio Claudio che ce lo portò via per sempre, quando lo andò a trovare nel cimitero in Arziglia, rimanendoci chiuso dentro oltre l’orario di apertura. Nel tentativo di scavalcare l’alto muro di cinta, il suo spirito volò in alto, raggiungendo il suo Claudio in uno dei suoi paesaggi fantastici.
Io trovavo che Cammi avesse anche un’ombra di tristezza malinconica, oltre alle preoccupazioni per il figlio, aveva conosciuto la Guerra e i campi di concentramento, una vita di stenti e pochi riconoscimenti alla sua opera. [...]
Daniela Borghi, Il “re dei motori” Daniel Audetto ricorda l’artista Marcello Cammi, La Stampa, Imperia e Sanremo, 19 dicembre 2013 

Marcello Cammi nel suo giardino - Fonte: Costruttori di Babele cit. infra

Fonte: Costruttori di Babele cit. infra

Fonte: Costruttori di Babele cit. infra

Fonte: Costruttori di Babele cit. infra

Marcello Cammi - Fonte: Costruttori di Babele cit. infra

Il giardino di sculture è distrutto: si trovava in località Arziglia [a Bordighera (IM)], in via dei Pescatori, nella foce del torrente Sasso. Restano - in stato di abbandono - gli argini scolpiti, pezzi sparsi nel greto del torrente, tracce di murales.
Cammi, muratore, negli anni ‘50 iniziò a dipingere (realizzerà migliaia di lavori) e a costruire la sua «ottava meraviglia» nella foce di un torrente, avendo ottenuto una concessione demaniale. Incanalata l’acqua, riempì in quarant’anni di lavoro le due fasce degradanti, gli argini e il letto del torrente, con centinaia di sculture di cemento (animali, personaggi, velieri), bassorilievi, murales, un ponte sospeso. Nel testamento, riconfermato dalle volontà della moglie Vittorina (morta nel 2005), aveva lasciato alla città di Bordighera la sua creazione, chiedendo di preservarla da furti e alluvioni. Appelli ignorati: dopo vari danneggiamenti, nel 2006 l’acqua e il fango travolsero le fasce; le ruspe comunali hanno spianato il sito. Delle settecento sculture ne restano una ventina lungo il torrente, mentre un centinaio - variamente danneggiate - sono state collocate in un deposito.
Molti documenti, posseduti dallo stesso Cammi, sono andati perduti con la distruzione del sito. Fra gli studi va segnalato Bruno Montpied, Hotel Angst and the Bacchic Garden:Marcello Cammi’s Revelation, «Raw Vision», 6, 1992 pp. 24-27 (tradotto dal francese Hôtel Angoisse et jardin bachique: révélation de Marcello Cammi, «Bulletin de l’Association des Amis de François Ozenda», 41, 1990, pp. 93-97). Ho analizzato la vicenda del giardino di Cammi in Gabriele Mina (a cura di), Costruttori di Babele. Sulle tracce di architetture fantastiche e universi irregolari, elèuthera 2011.
Marco Farotto, dopo aver lottato per la salvaguardia del giardino, ha dedicato alcune mostre a Cammi, concentrandosi soprattutto sulla pittura: cfr. Omaggio a Marcello Cammi 1912-1994 (Ventimiglia, 2007; Vallecrosia, 2009). La galleria Rizomi ha proposto a Torino nel 2012 la mostra Marcello Cammi, disegni al vino e sculture, accompagnata da un catalogo, curato da Nicola Mazzeo e Caterina Nizzoli. Nel 2014 alcune sculture sono state esposte a Bordighera, lungo una via principale.
Tra i documentari prodotti, precedenti alla distruzione: Hommage à Marcello Cammi, di Raymond Reynaud (1991); Ich bin das achte Weltwunder - Marcello Cammi, di Lothar Warneke (Sanssouci, 1992, 58’); Le jardin secret, di Muriel Anssens (Hors-Champ, M.A.M.A.C., 1999, 12’); Il giardino incantato, di Piero Farina (Geo & Geo, 2000, 9’), ripreso in Alla ricerca del giardino incantato, di Piero Farina e Marisa Fogliarini (2012, 21’).
Nel 2000 Art Sensitif, associazione francese guidata da Jean-Noël Montagné, aveva promosso un appello internazionale, inascoltato, volto a esercitare pressioni sul comune di Bordighera e a preparare, in accordo con Vittorina Grassi (moglie di Marcello), un’eventuale azione in loco per portare in salvo le opere. Quadri, acquarelli «al vino» e sculture sono presenti in collezioni private (ad es. la Fabouloserie a Dicy); molte opere sono state trafugate. Sulla rete una documentazione fotografica sulle sculture superstiti e un filmato di Giulio Costa del 1998, con Vittorina che ricorda l’opera del marito.
Foto: André Escard [1992, si ringrazia Sonja Dreux]; CdB [2007; 2011]
Redazione, Il giardino incantato. Marcello Cammi (1912-1994), Costruttori di Babele

Fonte: Sanremo news.it

Fonte: Sanremo news.it

Fonte: Sanremo news.it

[...] E’ stato inaugurato questa mattina, alla presenza delle autorità cittadine, il giardino 'incantato' di Marcello Cammi, nato dove sorgeva il vecchio lavatoio dell’Arziglia e che ha visto la luce al termine di un progetto di riqualificazione della zona.
[...] Al progettista, Aldo Panetta, era stato chiesto di progettare l’area suddividendola in due lotti: la prima con la realizzazione di un giardino dedicato a Marcello Cammi, artista bordigotto che in quell’area aveva creato il suo ‘giardino incantato’ mentre la seconda riguarda la riqualificazione dell’impianto di sollevamento fognario, comprese tutte le parti elettromeccaniche e la relativa vasca di decantazione delle acque nere.
Sono presenti le opere del poliedrico artista scultore, autore e anche di bassorilievi e pittura murale. Molte opere realizzate in cemento raffiguranti animali, velieri, figure e personaggi unici modellati nello spazio come esseri viventi, unici, abitanti di un luogo fatato e dunque magico che prende posto nella città delle palme come un piccolo universo in cui perdersi fra le immaginarie e suggestive installazioni. Un percorso raccontato attraverso le geometrie e le sinuosità della sensibilità di quell'ex muratore divenuto artista o probabilmente viceversa. Visioni e architetture fantastiche in cui il surreale insegue il tangibile. [...]
Diego Lombardi, Bordighera: inaugurato questa mattina in Arziglia il giardino 'incantato' di Marcello Cammi (Foto e Video), Sanremo news.it, 3 maggio 2021

Fonte: Valerio Moschetti

Marcello Cammi nasce a Sanremo il 14 aprile 1912 - da Paolo Cammi ed Emma Musi - e muore a Bordighera il 3 novembre 1994. Ancora bambino e orfano di madre si trasferisce a Bordighera dove inizia ad aiutare il padre muratore, capocantiere di una piccola impresa che si occupava della lavorazione del cemento, in particolare di balaustre, vasi ed altre suppellettili da giardino.
Cammi era una persona semplice, sensibile, aperta, esuberante, cordiale e generosa.
Era impulsivo, a volte suscettibile e irascibile nei confronti di chi considerava ostile. Non molto alto di statura, occhi piccoli e neri, grandi baffi spioventi, vestiva in modo modesto e portava in testa un berretto di lana, caratteristico copricapo dei pescatori.
Era un uomo dalla profonda umanità; amava gli animali, curava quelli feriti e, negli anni, ha avuto una civetta, una volpe, un aquilotto, tartarughe, colombi, cigni, anatre, cani e gatti.
Nel 1934, andando a ballare, incontra Vittorina, la compagna della sua vita, donna all’apparenza esile e minuta, ma con un grande temperamento, che sposa il 29 giugno del 1935. Il 2 novembre dello stesso anno nasce Claudio, soprannominato “l’inzegnè”, perchè faceva il meccanico e aveva la passione dei motori e delle moto che elaborava per fare le corse.
Nel 1941 partecipa alla campagna di Russia rimanendo ferito alla mano sinistra, a cui viene amputato il dito medio. Vittorina stirava dalle suore e Marcello svolgeva lavoretti come muratore (vasche in campagna, muri, ecc.).
Verso il 1947 ha cominciato a realizzare, col cemento, opere in finto legno, panche, tavolini, balaustre, recinzioni e vasche per pesci; dal 1950 in poi vasetti e fioriere in cemento che riempiva di terra, fiori, piante grasse e metteva in vendita appoggiandole sul muretto del Giardino Incantato.
 

Marcello Cammi, Autoritratto con figure, 1968 - olio su compensato cm. 48 x 74 - Fonte: Marisa Fogliarini

[...] Comincia a dipingere nei primi anni ‘50.
Nel 1956 il Maestro Giuseppe Balbo si accorse, vedendo alcune sue opere, che Marcello - all’epoca floricoltore - era un artista istintivo e spontaneo di notevole spessore.
Un giorno Cammi si presentò all’Accademia Balbo per apprendere gli insegnamenti del maestro e diventare un bravo pittore. Balbo lo vide e gli disse: “Non voglio che tu venga all’Accademia per imparare, sai già dipingere, fai quello che ti viene in mente senza ascoltare gli altri. Se vuoi vienimi a trovare”.
Lo invitò a partecipare al premio «Cinque bettole» che vinse, facendo conoscere al pubblico la sua originalità espressiva.
Autodidatta, riusciva ad esprimere liberamente se stesso al di fuori delle norme estetiche convenzionali e dei condizionamenti di qualsiasi scuola o movimento. Anche se privo di supporti culturali, con il suo grande entusiasmo, la meraviglia di fronte al mondo, la continua voglia di fare e di sperimentare, raggiunse un grado di maturazione interiore rilevante, ricco di esperienza e di contenuti umani, che gli consentì di comunicare con l’osservatore.
Scevro da ogni influenza artistica, Cammi è considerato un naïf anche se il suo primitivismo spazia dall’espressionismo al metafisico, al surreale.
 

Marcello Cammi, Balzi rossi, 1962 - olio su tela cm. 70 x 50 - Fonte: Marisa Fogliarini

[...] E’ stato un “Artista puro” capace di esprimere liberamente se stesso attingendo all’arte primordiale ed istintiva.
Lo hanno definito il “Ligabue ligure”, titolo che non accettava perché lui era Marcello Cammi, un artista unico nel suo genere, pittoricamente e plasticamente se stesso. Oltre ad essere diversi nel modo di dipingere e dello stile creativo, i due personaggi sono agli estremi soprattutto dal punto di vista caratteriale: Cammi amava la vita e la compagnia, era aperto e disponibile; Ligabue introverso, selvaggio e solitario. Forse li accomuna l’arte spontanea senza pretese culturali, la forte personalità, il modo istintivo di lavorare e di realizzare i ritratti e le figure con linee marcate.
Artista vulcanico, ironico e disponibile ad accogliere chiunque lo volesse andare a trovare, spiegava con pazienza e soddisfazione gli stimoli e i segreti connessi alla nascita di ogni opera. Sovente offriva come ricordo ai visitatori un piccolo ed originale acquarello realizzato col "vino unico al mondo", come di solito li autografava, sopra carta da parati dai contorni irregolari, dove primeggiavano tra le figure stilizzate, palme e fiori, ripresi a volte con segno di penna. Utilizzava vari tipi di vino: Rossese, Dolcetto e Chianti.
[...] Il suo giardino era un omaggio alla natura e alla materia, dove aria, acqua, terra e fuoco erano saldamente riuniti ad un inatteso quinto elemento: il vino, che per lui era nettare, ispirazione ed inchiostro per esprimersi.
Entrando nel capanno-studio si intravedevano centinaia di tele sparse ovunque, accatastate negli angoli e appese alle pareti; altre le teneva nel lavatoio, sulla strada, davanti all’ingresso del giardino.
Osservando i suoi lavori si riconoscono la forza espressiva del segno e del colore (sempre miscelato e mai puro, i cui toni tendono allo scuro) accostato con tinte piatte stese grossolanamente; la capacità di organizzare la composizione in modo equilibrato; l’uso con funzione espressiva della linea di contorno che mette in risalto soprattutto le figure e i ritratti.
Il suo modo di vedere non è mai stato oggettivo: più che narrare fatti o descrivere luoghi, all’artista interessava il significato che va al di là dell’apparenza e che egli sentiva e trasponeva in modo del tutto personale, quasi da visionario, trasfigurando la realtà e le sue recondite inquietudini, proiettando i propri sentimenti su ciò che lo circondava.

Marcello Cammi, Colombe, 1967 - olio su tavola cm. 63 x 97 - Fonte: Marisa Fogliarini

Marcello Cammi, Gita in campagna, 1961 - olio su tavola cm. 49 x 70 - Fonte: Marisa Fogliarini

Dipingeva in modo rude andando all'essenza delle cose. La semplicità compositiva dei suoi lavori riflette la naturalezza, la purezza e l’ingenuità del suo stile di vita. I temi da lui preferiti sono stati: i soggetti ispirati alla crocifissione, alla resistenza e ai campi di concentramento; animali (cani, gatti, scimmie, cigni, anatre, pavoni, civette, aquile, pesci, pinguini ecc.) e nudi di donna tra le piante; i paesaggi liguri, le marine, i pescatori, i contadini e le palme sempre presenti nei suoi pensieri e protagoniste in numerosi dipinti.
Era un uomo che nutriva sentimenti forti, attento e sensibile ai problemi di quanti appartengono alle classi sociali più disagiate. Un pittore capace di rappresentare la vita della gente comune. Dipingeva ovunque, su supporti di qualsiasi materiale: tela di juta, legno, carta, ceramica, terracotta e nylon, usando tempere o colori ad olio.
Nella sua lunga attività ha lavorato molto, creando un numero notevole di opere - circa settemila dipinti e tremila sculture, quasi tutte in cemento, venti teste in pietra e cinque figure in legno, materiale che non amava particolarmente ma che utilizzava per dimostrare la propria capacità nel lavorare qualsiasi tipo di materia - in assoluta libertà e obbedendo più al sentimento che alla ragione. Le realizzava senza preoccuparsi di dar loro un titolo e di datarle, se non in rare occasioni. Da esse traspare una tristezza di fondo e una costante melanconia, acquisite probabilmente nella tragica e sofferta campagna di Russia del 1941/43, in seguito alla quale fu deportato a Mauthausen.
Numerose sono le opere su Mautahausen, i partigiani, i guerriglieri e i tupamaros, a ricordare il suo odio per tutte le guerre. Cammi raccontava: “Sono un vero comunista, mutilato della Russia. Non sono stato un volontario, perché contro i comunisti non ci andavo sicuro, anzi, ho fatto la guerra piangendo, non ho ucciso nessuno, ho ucciso una capra perché avevo fame”.
Della sua produzione artistica è rimasto ben poco. Nel 1979, con il pretesto di organizzare una mostra a Milano, 150 tele vennero sottratte e mai restituite; negli anni successivi centinaia di opere sono state rubate e alcune vendute nei vari mercatini dell’estremo Ponente.
Il giardino situato nell'alveo del torrente Sasso, già gravemente danneggiato dalle alluvioni del 30 settembre del 1998 e del 6 novembre 2000, ora non esiste più: è stato definitivamente cancellato dal nubifragio del 14 settembre 2006.
Delle quattrocento sculture ancora presenti (nel mese di luglio 1997 ne furono censite 706) se ne sono salvate centocinquanta di cui più della metà richiedono un intervento di restauro; molte furono divelte dalla violenza dell’acqua, sradicate e trascinate al mare, altre, coperte dal fango, sono state distrutte dalla ruspa che, nel mese di ottobre 2006, il Comune aveva inviato per sistemare l’alveo.
Circa duecento quadri, conservati nei due capanni-studio, sono scomparsi nella marea di melma e detriti.
“Mai la memoria di un artista ha forse avuto minor rispetto. Ma se Marcello fosse ancora in vita forse non se ne dorrebbe. Sosteneva infatti che la vita è un girotondo, che ogni cosa ed ogni animale prima o poi debbano scomparire, tornare al mare, al luogo dove sono venuti. Sulla spiaggia trovava parte dei materiali che usava per le sue composizioni: sassi e cocci colorati”. (Tratto da “ Il giardino incantato” di Piero Farina, produzione Geo & Geo, RAI 3, 2000).
[...] Su Marcello Cammi e il suo giardino sono state svolte alcune tesi di laurea, realizzati numerosi filmati da televisioni italiane e straniere tra cui la BBC, la TV Sovietica e nel 1992 la pellicola “Ich bin das acht weltwunder” (Io sono l’ottava meraviglia del mondo), del famoso regista tedesco Lothar Warneke. L’ultimo, andato in onda nel 2000 su RAI 3 a «Geo & Geo», era un documentario intitolato «Il giardino incantato», del regista Piero Farina. Hanno scritto di Lui le maggiori testate giornalistiche dei vari Paesi europei.
Anche riviste prestigiose come «Literaturnaja Gazeta» settimanale pubblicato a Mosca dal 1929, «Playboy americano», «Raw Vision» stampato a Londra nel 1992, «Life» e «Time» hanno dedicato recensioni all’opera dell’artista.
Nel 1975 Marcello ha esposto con Renato Guttuso alla galleria d’arte Vignati di Parabiago (MI). Molti sono i premi da lui conseguiti in Italia e all’estero. Dalla morte del Maestro Giuseppe Balbo (26 dicembre 1980), suo amico ed estimatore, Cammi non ha più partecipato a concorsi, limitandosi ad organizzare in sua memoria la Biennale di pittura estemporanea nel suo giardino.
Numerosi turisti, in maggioranza francesi e tedeschi, nel loro itinerario hanno fatto tappa in questo angolo magico di territorio della Città delle Palme.
Come spiegare allora l’indifferenza verso questo luogo prima, e dopo nei confronti delle poche opere rimaste?
[...] Ho conosciuto e frequentato Cammi solo negli anni 1993/94. Bastarono pochi incontri per capire che era un personaggio gioviale, unico e originale, ma un po' triste e demoralizzato per non aver ricevuto la dovuta attenzione delle istituzioni cittadine.
Considerato che l'ultima mostra a lui dedicata risaliva al dicembre 1979, decisi di organizzargli una personale che ebbe luogo presso l'Accademia Balbo nel maggio 1994, pochi mesi prima della sua morte, avvenuta il 3 novembre dello stesso anno. Sempre nei locali dell'Accademia, nel mese di dicembre 2003, curai e allestii la mostra retrospettiva dedicata al Maestro; nel mese di aprile 2007, quella tenutasi al Forte dell’Annunziata a Ventimiglia ed infine nel dicembre 2009, a quindici anni dalla sua scomparsa, presso la Sala Polivalente del Comune di Vallecrosia.


Marcello Cammi, Al mio amico Nino, 1991

In una breve conferenza su Cammi, tenutasi al Palazzo del Parco, in occasione della mostra a Bordighera, nel 2003, la moglie Vittorina rievocò la vita trascorsa con l’artista, concludendo con queste parole: “…I suoi quadri e le sue sculture sono il racconto della sua vita, una vita semplice…Qualcuno lo ha voluto paragonare a Ligabue, ma non è vero. Marcello è Marcello e basta… Ha creato migliaia di opere ognuna delle quali ha una sua storia legata al grande amore per la sua terra; amore che lo ha spinto a trasformare il letto di un torrente in un museo vivente di statue…Vi prego, ricordatelo sempre con affetto, soprattutto per quello che ha saputo dare alla sua amata città”.
Questa mostra, a cento anni dalla nascita, vuol essere un omaggio alla sua arte, un affettuoso ricordo dell'uomo, ma anche un momento di comprensione dell'opera di un artista dalla vitalità prorompente e dall'instancabile creatività, alla costante ricerca dei vari aspetti della condizione umana, dove nel dolore e nella drammaticità si intravvede un barlume di speranza per un futuro migliore, di cui la natura, nel pensiero dell'autore, appare sempre garante.
Marco Farotto, Marcello Cammi, Comune di Bordighera, 2021

lunedì 10 maggio 2021

Tuonano ai promontori le ondate e sale la nebbia / Sulle agavi sui pini e le rose della Mòrtola

Da Mortola una vista sulla zona, comprensiva di Vallecrosia

Di Vallecrosia [di Franco Fortini]
Vallecrosia è un paese ligure situato nei pressi di Ventimiglia. La poesia, come la precedente Di Palestrina, è datata 1942, ma fu esclusa da PE59 e da FV67; fu in seguito, nel 1987, inclusa nella raccolta di versi rifiutati (VPD).
Sebbene la datazione sia abbastanza bassa (l’autore, a quest’altezza, era già stato richiamato alle armi), tuttavia non vi sono riferimenti diretti alla guerra, anche se probabilmente il soggiorno ligure è da addebitare agli spostamenti del reggimento di appartenenza (si ricordi l’importante esperienza ligure del 1942, legata alla visione degli effetti dei bombardamenti su Genova - vd. Italia 1942).
[...] Anche per questa lirica bisogna rievocare il nome di Montale. Sebbene il dialogo in absentia faccia pensare ancora una volta alle Occasioni, sembra più pertinente per questi versi il modello degli Ossi di seppia. Probabilmente, l’influenza della prima raccolta montaliana è dovuta all’ambientazione ligure; non a caso il mare viene ad imporsi come l’elemento che caratterizza e filtra il rapporto triadico tra io, personaggio femminile e mondo. Inoltre, i tratti semantici dell’aridità, della sterilità («come è deserto il mare», v. 15) e alcuni elementi paesaggistici tipici degli Ossi (le agavi del v. 17) fanno pensare immediatamente alla prima stagione della poesia montaliana.
Infine, l’alternanza di paesaggio marino e paesaggio umano, pioggia e sole, luci e ombre, correlativi delle fasi attraversate dal soggetto, sembrano indicare come testi di riferimento le poesie “tarde” degli Ossi, cioè Incontro e Arsenio, inserite nella seconda edizione dell’opera; ipotesi corroborata dalla ripresa di alcune tessere lessicali.
L’esclusione di Di Vallecrosia dalla seconda edizione di Foglio di via è in linea con la volontà fortiniana di edulcorare i momenti elegiaci più legati al magistero montaliano, evidenti nella sezione centrale dell’edizione del 1946 (vd. Cinque elegie brevi e Di Maiano).
[...]
Anche il lampo è fioco. Crepitano le canne
E sulla sabbia è l’orma tranquilla della pioggia.
Chi va per le ghiaie dei greti sotto i troni disabitati
Delle nuvole? È l’ora di entrare nelle case
Che suonano vuote, nelle serre dove le reti
Di novembre riposano e le falci.
Qui, altro tempo, eri vicina. L’edera,
La tua compagna, nelle vasche ancora
Pende tranquilla. E tu schiudevi a me
Gli orizzonti del mare, e a un cenno allora
Migravano al crepuscolo i tuoi stormi
Sui cori delle schiume, palpitando
I capelli viola sulla fronte
E la veste allo spigolo dell’anca…
Com’è deserto il mare senza di te.
Tuonano ai promontori le ondate e sale la nebbia
Sulle agavi sui pini e le rose della Mòrtola.
Ruotano piano gli usci e sopra i cardini
Cigolano, gli atri solcano baleni.
Ombra che il fuoco delle fascine odora
Non più sospendi gli amanti cuori: è tardi.
Amara volontà d’essere viva
Per altre vie la spingi ove non oda
Più la paura e il giorno è un’alta riva
Sicura ove s’approda
Fuori dei sogni dilatati errando.
Domani sarà chiaro il litorale e le palme
Contro le lame del turchino acute
Sopra il Grammondo. E tu, mio autunno oscuro,
Cadrai, breve riparo. Non sarò
Più nulla, non avrò nelle pupille
Che la sterile luce e gli orizzonti
Tuoi e le fredde ultime rose, bianco
Mare d’inverno.
[...]
4-6. E’ l’ora…falci: “è l’ora di trovare riparo nelle case, che sono ora vuote, oppure nelle strutture agricole (le serre) dove giacciano abbandonati gli strumenti del lavoro (le reti, le falci)”. Novembre: identico riferimento temporale nelle due poesie che precedono (vd. Di Maiano e Di Palestrina).
[...]
Tuonano…Mòrtola: senza la mediazione della donna, la natura assume i tratti di una potenza minacciosa. Anche in questo caso, il componimento ricalca tipiche situazioni montaliane: cfr. MONTALE, OS, Il canneto rispunta i suoi cimelli, vv. 5-12: «Sale un’ora d’attesa in cielo, vacua, | dal mare che s’ingrigia. | Un albero di nuvole sull’acqua | cresce, poi crolla come di cinigia. || Assente, come manchi in questa plaga | che ti presente e senza te consuma: | sei lontana e però tutto divaga | dal suo solco, dirupa, spare in bruma». Agavi: l’agave è una pianta tipica delle zone marine; ad essa Montale dedicherà un celebre componimento in OS, L’agave su lo scoglio. Mortola: frazione di Ventimiglia.
[...]
18-21. Ruotano…baleni: immagini che descrivono il precipitoso rientrare degli uomini nelle case per la minaccia del temporale; usci e cardini sono sineddochi per porte; i baleni provengono dalle luci interne delle case, che scompaiono alla vista per l’immediato rinchiudersi delle porte. Ombra: è la penombra serale, che per il suo arrivo divide gli amanti; vi è dunque un’allusione alla lontananza tra il soggetto e la donna. L’io si rivolge direttamente alla personificazione dell’ombra stessa. E’ tardi: inevitabile pensare al celebre passo montaliano: cfr. Dora Markus, II: «Ma è tardi, sempre più tardi».
[...]
27-29. Domani…Grammondo: immagini che prefigurano un paesaggio naturale diverso, e dunque un differente stato dell’io. Grammondo: monte delle Alpi Marittime, posto al confine tra Francia e Italia.
[...]
Le fredde ultime rose: fiore particolarmente importante nell’imagery fortiniana; qui ultime allude alla fase conclusiva di rapporto non conflittuale con il mondo, e dunque all’assenza di “letizia” nella nuova stagione dell’io (per il sistema simbolico delle rose nella poesia fortiniana, si veda il cappello introduttivo a La rosa sepolta). Bianco…d’inverno: il colore bianco associato al mare d’inverno allude alla freddezza che caratterizza il soggetto nella nuova fase.
Bernardo De Luca, Foglio di via e altri versi di Franco Fortini. Edizione critica e commentata, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Napoli Federico II, 2016, pp. 169-174