sabato 31 ottobre 2020

Brou de noix: dipinti per sottrazione


Apre oggi, sabato 31 Ottobre 2020 alle ore 17,30, nella sede dell’Unione Culturale Democratica e della Sezione ANPI di Bordighera (IM), in Via al Mercato, 8, l'esposizione dei dipinti della pittrice Graziella Biga "Brou de noix: dipinti per sottrazione".


L’esposizione rimarrà aperta al pubblico tutti i giorni, dalle ore 16,00 alle ore 18,00, fino a Domenica 8 Novembre 2020.
 

L'ingresso sarà consentito con le stesse norme che regolano l'accesso alle librerie, con mascherina e massimo due visitatori per volta.


Unione Culturale Democratica - A. N. P. I.
- Via Al Mercato n. 8,  Bordighera


"In questa esposizione troverete dei lavori realizzati con quella che io chiamo "La materia oscura": il brou de noix (tintura ricavata dal mallo della noce). Sono venuta a contatto con questo materiale quando studiavo all'Accademia di Belle Arti di Liegi; il suo corpo di un bel bruno profondo mi ha subito conquistata, le sue peculiarità mi permettono di lavorare per sottrazione, dallo scuro al chiaro e sembrano, in questo periodo difficile, assumere un'importanza particolare nella ricerca di un po' di luce in questa oscurità. Buona visita".
Graziella Biga *


* Graziella Biga, nata a Sanremo, si è diplomata in pianoforte al Conservatorio di Genova e ha frequentato per quattro anni l'Accademia di Belle Arti di Liegi (Belgio). Vive e lavora a Bordighera

Giorgio Loreti

Unione Culturale DemocraticaSezione ANPI - Bordighera (IM), Via al Mercato, 8 [ Tel. +39 348 706 7688 - Email: nemo_nemo@hotmail.com ]  

mercoledì 28 ottobre 2020

La Ditta Kahnemann Ugo Esportazione Fiori Recisi, nata nel 1911 a Sanremo...


Nonno Saly piccolino che in braccio a suo padre sfuggiva a un «pogrom» verso l’Europa occidentale [...] Ugo, mio nonno, venne dimesso dal’Ospedale Militare di Torino, dove era finito a causa di una ferita durante la Grande Guerra [...]


Immediatamente dopo convolò a giuste nozze con Nonna Remigia.
Alla fine della guerra un’epidemia di Influenza Spagnola scosse violentemente, fino al dicembre del 1920, il Vecchio Continente e il Mondo Intero ancora provati dagli esiti del conflitto.
Per la mia famiglia inoltre si trattava di riprendersi dal cambiamento copernicano determinato dagli altri accadimenti che avevano sconvolto l’Europa
 
[...] La personale migrazione della mia famiglia paterna ha spinto degli ebrei aschenaziti a Berlino e poi verso Trieste dall’Est Europa e poi a Sanremo incontrando la stanzialissima famiglia Pesante. Almeno metà della mia famiglia materna è emigrata verso gli Stati Uniti [...]
 
Faccio una premessa: la Ditta Kahnemann Ugo Esportazione Fiori Recisi, nata nel 1911 a Sanremo, aveva esteso la sua attività in tutta Europa, spingendosi fino alla Russia degli Zar e all’Impero Austro-Ungarico, alla Germania e alla Svizzera e all’Olanda, con uno straordinario successo commerciale.
 
 
 
[...] giusto ricordare che, nei periodi di massimo splendore di questa realtà, il commerciante Kahnemann era riuscito a fare giungere i fiori persino in Russia, a San Pietroburgo, alla corte degli zar. Fu proprio per accontentare la passione dello zar Nicola II e della zarina Alexandra Fedorova che i fiori di Sanremo diventarono un must in tutto il vecchio continente e che il Mercato dei fiori di Sanremo divenne celebre in tutto il mondo. L’imballaggio curato dai cestai toscani era fatto di canne di bambù lavorate, foderati di carta di giornale e trucioli. Il contenuto floreale, posizionato a scaletta, veniva poi intervallato da pezzi di ghiaccio affondati nel muschio e giungeva a destinazione perfettamente conservati con questa sorta di cella primordiale. Il cosiddetto “treno dei fiori”, ben conosciuto dai vecchi sanremesi, attraversava tutta l’Europa, distribuendo il frutto della terra della riviera passando per Vienna e dividendosi poi per Brema, Amburgo e Copenaghen, Budapest e Praga, nonché Varsavia e San Pietroburgo.
VareseMese, n° 2, febbraio 2020
 
 
Il nonno, la cui famiglia si era stabilita per motivi di salute sulla Riviera di Ponente da Trieste, era nato nel 1888 e giovanissimo aveva intessuto una relazione lavorativa con la famiglia Cassano Pesante che coltivava rose e garofani  en plein aire  sulle dolci colline di Sanremo, Coldirodi e Ospedaletti, stimolato da sua madre Eugenia Forti, proveniente da una facoltosa famiglia di commercianti ebrei triestini, che gli aveva fornito il capitale iniziale per l’apertura dell’attività.
L’utilizzo delle serre aveva aumentato la produttività dei fiori in maniera esponenziale consentendo di sfruttare anche durante gli inverni più rigidi il terreno in maniera intensiva.
 
Le radici mitteleuropee e la conoscenza di lingue come il tedesco e l’inglese oltre ad alcune lingue slave avevano aperto l’est  Europa al sodalizio commerciale.
Quando gli occhi azzurri della graziosissima e minuta figlia di Francesco Pesante si erano incrociati con quelli esotici e scuri di Ugo si erano promessi per le nozze, come usava a quei tempi.
 
Come appare evidente, questo vento in poppa non sarebbe durato molto.
Neanche quattro anni e gli eventi avrebbero congelato tutte le attività di famiglia: una terribile guerra Mondiale, una Rivoluzione e un’epidemia biblica erano all’orizzonte e investirono la vita del giovane Ugo Kahnemann in aggiunta alla morte del bisnonno Saly nel 1917.
 
Comunque la guerra era finita e la promessa che i miei nonni si erano fatta venne mantenuta.
 

Durante il periodo della Spagnola nacque lo Zio Eugenio e la coltivazione dei fiori venne ripristinata appieno, mentre il Mondo si leccava le ferite di guerra e di pace.
 
Con il dicembre del 1920 anche la pandemia si arrestò: quindi io ce la vedo un’analogia tra questo e quel periodo e voglio marcare Rosh haShanà come il punto di partenza per una rinascita, come avvenne per Remigia e Ugo, che avrebbero visto nascere nel maggio del 1921 il loro secondogenito Francesco, mio papà.
 
Le famiglie Kahnemann, Pesante, Cassano in campagna nell'estate del 1928

E il 2 novembre del 1920, quasi a illuminare quel periodo così travagliato, venne al Mondo la mia dolcissima mamma [...]
 
[...] anni della Resistenza e rispolverare la vicenda del Partigiano “Nuccia” Eugenio Kahnemann e quella del suo fratello minore Francesco, mio papà. Erano scampati alla sorte di Nonno Ugo per via del sangue materno che impediva di annoverarli tra gli ebrei da eliminare [...] solo tra quelli da discriminare. Entrambi in tempi diversi aderirono alla Resistenza, ma nel 1944 Eugenio su incarico del CLN venne posto a capo della Missione Kahnemann, che, trascorso il plenilunio del 14 dicembre 1944, con due barche attraversò il confine italo-francese per consegnare la pianta di tutte le postazioni costiere tedesche e le coordinate delle principali fortificazioni alle forze franco-americane, accompagnato anche da due militari R.T. americani sfuggiti ai tedeschi nel nord Italia. E mio padre provò a traversare proprio dallo stesso passo della Morte [...]

 

lunedì 26 ottobre 2020

Quel che resta


Lungo la Provinciale che conduce da Dolceacqua a Isolabona gettando lo sguardo alla riva sinistra del Nervia si possono vedere a tratti i manufatti del vecchio acquedotto.
 


Strutture architettoniche, archi di pietra che come ponti servivano all’acqua per attraversare il vuoto.
 


Lavori di ingegneria fatta da funamboli che avranno operato appesi a strisce sottili di terra e rocce scoscese.
 


Oggi sotto questi lacerti di pietra possiamo leggere la nostra inciviltà.
La piena del torrente dopo le forti piogge dei giorni scorsi ha piegato con la sua forza gli alberi flessibili.
Ontani, salici, carpini sembrano forche a cui sono impiccati le vestigia dei nostri tempi: plastiche, plastiche e plastiche.
In altri tempi neppure molto lontani ho potuto vedere appollaiati sui rami Aironi cinerini, Cormorani e Nitticore dal ciuffo.
Sembra improbabile un ritorno alle cure che ogni abitante del luogo riservava in passato ai beni di tutti. Quando ognuno puliva la strada davanti a casa.
Quando i contadini lasciavano fuori del loro orto un cesto con i prodotti in esubero per chi ne fosse privo.
Quando si lasciavano sugli alberi per gli animali del cielo e della terra gli ultimi frutti dopo la raccolta.
Le nuove generazioni ci ricorderanno come coloro che hanno cercato di rubargli Il Futuro.

Gris de lin

Un bambino prodigio


[...] Aveva solo 24 anni Irène Némirovsky, quando l’editore pubblicò questo breve romanzo “Un bambino prodigio”. Ma qui ci troviamo già tutto il suo talento.
L’editore è Giuntina, la traduzione di Vanna Lucattini Vogelmann, mentre la prefazione è di Elisabeth Gille.
Certo: magari un talento ancora un poco acerbo, ma qui ci troviamo già alcuni dei temi che poi diventeranno la cifra distintiva di questa straordinaria scrittrice francese.
Chi è il bambino prodigio del titolo?
Si chiama Ismaele Baruch ed è appunto un bambino ebreo che vive sulle rive del Mar Nero. È povero come i genitori, unico sopravvissuto dei 14 figli avuti, e finisce come tutti per frequentare il porto e le sue bettole.
Impara a leggere certo, ma preferisce la piazza del Mercato, quella vita grossolana che vi si svolge e poi i localacci del porto con i suoi marinai e le donne, che aiuta in vario modo, ricevendo così in cambio un po’ di cibo, di denaro.
Una sera, uno di questi uomini, un marinaio, è triste perché la sua ragazza è morta. E chiede a Ismaele, al quale aveva insegnato le canzoni che si cantano sul Volga, di cantargli qualcosa.
Ismaele, esita, non sa che fare, che cosa cantare. Infine inizia. Gli altri clienti della bettola lo faranno cantare per tutta la notte. Da questa nuova attività, inizierà anche a ricavare dei soldi, perché si farà pagare.
Poi, una sera arriva un uomo, che non è come tutti gli altri. Ama una donna, spende e spande, dopo qualche tempo piomba di nuovo nella taverna e prende con sé Ismaele. Lo condurrà a conoscere la sua amata.
La vita di Ismaele cambia radicalmente: abbandona la miseria, i localacci, e inizia a vivere in una grande casa, in mezzo a libri, lussi, cibo a volontà.
Sarà la fine di Ismaele, del suo grezzo e primitivo talento. Ma che libro è?
Sì, perché ci sono storie e storie, e questa anche se magari imperfetta, cosa ha da dirci?
Non c’è traccia del rapporto ossessivo madre-figlia che è spesso una costante di tanti altri libri della Némirovsky. Ma c’è questo ragazzino che cresce, e si perde.
Credo che possa essere una storia sul talento, un talento molto acerbo, ma forse è un talento inesistente, che Ismaele cerca di migliorare ma il risultato non sarà quello che lui sperava.
Forse in questa piccola opera c’è più che mai un interrogativo che la stessa Némirovsky si pone: sono davvero in grado di fare questo mestiere? Sono davvero una scrittrice, oppure è solo illusione e questo libro non sarà seguito da altro?
Noi conosciamo bene la risposta. Ma all’epoca Irène Némirovsky iniziava a misurarsi con i dubbi di chi inizia a scrivere con la consapevolezza che il talento, se esiste, è antidemocratico [...]

Marco Freccero su raccontastorie

 

domenica 25 ottobre 2020

La mia guerra dei sei giorni. Primo viaggio in Israele. Parte II

 
Il Lago di Tiberiade - Fonte: Wikipedia

[seguito di questo articolo]
 
La nonna [Remigia Pesante] era ancora furibonda per il sequestro dei Garofani Rossi di Sanremo, ma lo zio Eugenio pareva esserlo, per me incomprensibilmente, ancora di più.
Andava bofonchiando "porca..., i se sun piaji fina e bütüre" [porca... si sono presi persino le talee].
In realtà lo zio aveva cercato di importare di nascosto in Israele i Garofani Rossi di Sanremo con l’espediente dell’enorme mazzo che era stato sequestrato alla nonna, per utilizzarlo per la produzione di talee e il periodo che avremmo dovuto trascorrere in Israele avrebbe dovuto servire per farle attecchire.
Quindi ora gli toccava passare un mese con una integralista cattolica e un ragazzino scatenato in Terra Santa e al massimo avrebbe potuto cercare un luogo per installare un eventuale allevamento di fiori.
 
Siccome aveva individuato vicino al lago di Tiberiade il microclima ideale, la prima tappa un paio di giorni dopo fu un kibbutz da quelle parti. 
 
I miei parenti parevano rasserenati: la nonna perché cominciava a vedere luoghi, che nel  suo personalissimo immaginario apparivano familiari ( "ti vei, chi u Segnu’ u l’ha caminau sürve l‘aiga" [vedi, qui il Signore ha camminato sopra l'acqua]) ed Eugenio perché l'area attorno al mare di Galilea sembrava quella ideale per i suoi scopi.

Per parte mia mi godevo quella sorta di campeggio, tra ragazzi poco più vecchi di me, che mi dimostravano affetto e la sera mi accoglievano accanto al fuoco, mentre accompagnavano con la chitarra canzoni esotiche nella dolce lingua degli antenati.
 
L’unica nota un po’ inquietante era il via vai di ragazzi e ragazze che si allontanavano verso il buio con un corta mitraglietta a tracolla. 

I quattro giorni che trascorremmo in quella zona sono tra i più belli di quel periodo, mentre lo zio batteva i dintorni per individuare l’area più adatta alla coltivazione e la nonna restava incantata davanti al luogo dove il suo Dio aveva camminato sulle acque e aveva sparso i semi della sua predicazione; e lì vicino c’erano tutti i luoghi santissimi che non aveva mai sperato di visitare, Nazareth, Bethlaem, San Giovanni d’Acri, Cesarea, il Mar Morto, la Valle del Giordano e Gerusalemme, naturalmente. 
 


sabato 24 ottobre 2020

Siamo partiti con Gigino e un altro partigiano di cui non ricordo il nome

Stalle di Pianrosso: in primo piano il “Dulìn”, marito di Erminia, con la sua “sorta” di pecore brigasche (Archivio privato Gianni Belgrano) - Fonte A Vaštéra

A Vaštéra: Quella che segue è sicuramente una storia di altri tempi, che trascriviamo integralmente come ci viene consegnata dall’autore, che la visse in prima persona. I fatti si svolgono tra Viozene, terra brigasca, e Fontane di Frabosa, terra del kié, da sempre affratellate sui due versanti di un’unica montagna, il Mongioie. L’epoca è il terribile inverno 1944-45, in zona di intensa lotta partigiana, freddo e fame che coinvolsero appieno le nostre genti. Elia Dolla, attualmente brillante decano di Viozene, dove continua ad abitare insieme alla moglie Anna, era un ragazzino di 15 anni, unico sostegno della madre Pierina…

Leggendo sul N° 61 della Vaštéra il racconto di Nino Lanteri, sono tornato mentalmente indietro di tanti anni, ai tempi della mia adolescenza (io avevo 15 anni). Durante la guerra scarseggiavano i generi alimentari anche nei negozi e noi, da Viozene, andavamo a comprare a Fontane di Frabosa, a molte ore di distanza e si faceva il viaggio in due giorni. Da Viozene si deve salire al Bocchin, un valico a oltre 2000 metri, poi scendere una lunga discesa poi proseguire. Durante uno di questi viaggi, di ritorno con mia madre, avevamo due zaini, uno con un po’ di riso, zucchero, sale, pasta, e uno pieno di grano. A Viozene tutti seminavamo, oltre al resto, anche il grano, ma bastavano pochi minuti di grandine per danneggiare il raccolto. Dopo alcune ore di cammino io avevo tanta fame (non appetito, ma fame!) che non potevo più camminare ma, non avendo altro, mangiavo un po’ di grano con un pizzico di sale; a un certo punto dissi a mia madre: “io mi lascio morire qui!”. Lei per incoraggiarmi mi disse: “fai uno sforzo fino a Pianrosso, là c’è Erminia: ti dà un po’ di latte”. Con questa speranza riuscii a raggiungere Pianrosso, dove trovai un po’ di conforto. Erminia è stata la nonna materna del dottor Giovanni Belgrano, attuale presidente della Vaštéra, anche se lui all’epoca non era ancora nato. Pianrosso era una zona di alpeggio a 1500 metri di quota, dove la gente saliva d’estate a pascolare mucche, capre e pecore: il piano era tutto coltivato a grano, la parte alta adibita a pascolo.
C’erano le baite, con un locale che serviva da stalla e uno più piccolo per la cucina e la lavorazione del latte. Ora pare che cambi argomento, ma è doveroso farlo.
Durante la guerra si rischiava di essere rapiti dall’esercito tedesco e portati in Germania nei campi di concentramento. Un giovane, abitante in Liguria, per evitare questo pericolo venne a Viozene e visse in casa nostra per più di un anno. A un certo punto decise di aggregarsi ai partigiani e andò a Fontane di Frabosa, il paese dove noi qualche volta andavamo a fare quei magri acquisti.
Anche se il suo nome era un altro, era conosciuto come Gigino. Nel 1944 venne a trascorrere le feste natalizie con noi. Dopo Capodanno mi disse: “domani me ne vado a Fontane: vieni con me, Elia, e torni a casa con uno zaino di grano”. Siamo partiti. Io la sera venni ospitato dai partigiani, ma il mattino dopo nevicava abbondantemente: impossibile tornare [A Vaštéra: "dopo l’eccidio di Upega e le ripetute incursioni naziste sul versante sud delle Alpi Liguri, i partigiani liguri superstiti si erano riversati sul versante nord, in Val Corsaglia. Viozene rimase presidiata da una compagnia di nazisti dall’8 Dicembre a inizio Gennaio"].
Rimasi ospite dei partigiani per tutto il mese di Gennaio. Non c’era il telefono, la posta era controllata dai Tedeschi; avrei potuto mandare una cartolina, ma non ci pensai nemmeno. A metà mese sembrava che i Tedeschi dovessero venire a fare un’incursione. Tutta la squadra si trasferì (me compreso) di fronte al paese, in una zona esposta a nord, dove c’erano alcune case abbandonate.
Avevamo poca legna, appena sufficiente per cuocere due miseri pasti quotidiani; di notte dormivamo sul fieno avvolti in una coperta: io ho sofferto il freddo più intenso della mia vita!
Per fortuna durò pochi giorni, poi tornammo in paese. Alla fine del mese i partigiani di Fontane dovevano prendere qualche accordo con quelli della Liguria. Sulla neve l’unica pista transitabile era quella diretta al Colle dei Termini [A Vaštéra:" nel mentre a Viozene, dove non arrivava nessuna notizia, si cominciava a “fare coraggio” a Pierina, mamma di Elia, e a fare ipotesi sempre meno fiduciose di un suo ritorno; infine invitando la mamma a rassegnarsi…"]
Siamo partiti con Gigino e un altro partigiano di cui non ricordo il nome. Dopo il valico si scende verso Ormea. Noi ci fermammo nella frazione di Chioraira, presso una famiglia che ci ospitò, offrendoci la cena e il posto per dormire, nella stalla con le mucche. In piena notte tutto il paese fu svegliato da una raffica di colpi d’arma da fuoco; noi non sapevamo cosa fare, ma siamo rimasti fermi.
In seguito si venne a sapere che i Tedeschi erano venuti in aperta campagna a fucilare un giovane partigiano da Ormea. Una lapide ricorda quel triste evento e porta la data del 2-2-45. Al mattino Gigino e l’altro partigiano partirono per una direzione e io per un’altra, con il mio zaino di grano verso Viozene; il percorso è abbastanza lungo ma quasi tutto pianeggiante.
Oggi le cose sono un po’ cambiate!!
 

Elia Dolla su A Vaštéra n. 62 del 19 maggio 2017


giovedì 22 ottobre 2020

L'Unione Culturale Democratica di Bordighera era stata costituita da una generazione di giovani


Lo stato attuale della storica "Buca" di Bordighera (IM)

Sono trascorsi alcuni anni da quando Giorgio Loreti mi parlava dell'idea di riprendere le iniziative dell'Unione Culturale Democratica di Bordighera.
Devo ammettere che di quest'associazione, prima dei suoi racconti, non avevo molte notizie. Mi erano arrivati solo echi (anche per ragioni anagrafiche) di quelle iniziative che, dai primi anni '60 e per circa due decenni, avevano animato la vita culturale della città.
L'Unione Culturale era stata costituita da una generazione di giovani, mossi da una forte curiosità intellettuale e dal desiderio di partecipare alla vita sociale. Tra loro: politici, letterali, artisti, intenti ad aprire, col  proprio lavoro una finestra sul mondo, una vera e propria avanguardia in un angolo di Liguria ancora legato alla tradizione. Lontani da quel clima era dunque impensabile ripetere quell'esperienza. Ma l'intramontabile ottimismo di Giorgio, il suo dinamismo, le sue qualità intellettuali e il sostegno di alcuni compagni sono stati linfa per ripartire con una serie di nuove iniziative.  

La sede disponibile a ospitarci non era più la mitica Buca di via Vittorio Emanuele ma quella del Partito Democratico, all'interno di un grazioso cortiletto della poco trafficata via XX Settembre.

È ricominciata così, con una mostra fotografica di Mario Dondero dedicata a Francesco Biamonti, questa nuova avventura dell'Unione Culturale.
Nel corso di questa manciata di anni l'attività è stata vivace: mostre, conferenze, incontri e poi il Festival di cultura democratica alla Chiesa Anglicana.
Gli spazi accoglienti di via XX Settembre sono divenuti luogo di riunione, e vi abbiamo trovato amici e molta umanità.
Nel momento presente anche questa sede è venuta meno ma non l'entusiasmo di proseguire.
Sono grato a Giorgio di avermi coinvolto. 

Questa esperienza è stata per me strumento di crescita, momento di socializzazione. 

Nel pubblicare questo terzo "Quaderno della Buca", Giorgio raccoglie l'elenco di tutti i documenti relativi alla vita, più e meno recente, dell'Unione Culturale Democratica affinché ne resti una traccia.

Silvio Maiano * in Archivio Unione Culturale Democratica [di Bordighera (IM)], di Giorgio Loreti, marzo 2017 

* pittore e incisore, vice presidente della Sezione ANPI di Bordighera 

A Giorgio il plauso e la commossa gratitudine degli amici ed estimatori, vecchi e nuovi, della Ucd per aver riunito e ordinato cronologicamente ogni sorta di documenti relativi a tanti eventi, di varia natura, frutto del fervore culturale di quella organizzazione giovanile.
Un Archivio di una documentazione che consentirà, a eventuali studiosi, di accedere a una fonte indispensabile per lo studio di quella struttura.
Quei giovani avevano chiamato la BUCA la loro sede in un seminterrato di via Vittorio Emanuele a Bordighera.
Incontri, dibattiti, conferenze, mostre, ecc., tutto avveniva in quel poco spazio.
Soltanto quando una manifestazione ne richiedeva uno più ampio, si chiedeva "ospitalità" altrove.
Così avvenne in alcuni casi che ricordo in modo particolare: Mostra della deportazione nei campi nazisti (1962), Convegno sul diritto all'obiezione di coscienza (1962), Memorie dei Bambini di Terezin (l96S), mostra de I ragazzi del Baligio (1969).
Giorgio era l'anima di quel fervore, insieme all'indimenticabile Elio Roggeri (un "saggio" di poche parole).
Poi gli altri giovani assidui: Mario Littardi, Matteo Lanteri, Paolo Del Monte.
Determinante fu la presenza delloscrittore/pittore Guido Seborga.
Guido spronava, incoraggiava, partecipava, indirizzava.
E accanto a Guido ricordiamo il musicista Raffaello Monti.
I pittori, sia quelli locali che quelli di altre varie provenienze, ebbero la possibilità di esporre le loro opere in mostre personali e collettive (Gianantonio, Biancheri, Gagliolo, Audetto, Truzzi, Raimondo, Maiolino e altri).

Sono passati tanti anni, la BUCA non c'è più, ma l'Unione culturale democratica è sempre viva e attiva, come alcune iniziative di questi ultimi anni dimostrano.                                                                                                                     

Enzo Maiolino in Archivio Unione Culturale Democratica, Op. cit. 

In seconda fila, da sinistra, Claudio Panella e Laura Hess, rispettivamente nipote e figlia di Guido Seborga, la signora Panella; al centro, Enzo Maiolino; a destra, in prima piano, Giorgio Loreti - Fonte: Laura Hess
 

Nella "Buca": in piedi Raffaello Monti, Giorgio Loreti, Paolo Del Monte, Osvaldo Viale; seduti Elio Roggeri, Matteo Lanteri, Mario Littardi, Joffre Truzzi, Enzo Maiolino, Sauro Santilli - Foto: Beppe Maiolino

Nonostante il mancato esordio letterario, «gli anni ’60 furono un decennio importante per Biamonti, sempre più spesso chiamato a farsi conferenziere e poi scrittore d’arte. Ciò avvenne anche grazie alla frequentazione di alcuni giovani “progressisti” di Ventimiglia e Bordighera». (21) Alla fine degli anni Cinquanta era nata, infatti, l’Unione Culturale Democratica (UCD), alle cui attività Biamonti partecipò in prima persona. Per esempio, nel 1961 lo scrittore tenne una conferenza dal titolo La letteratura e la poesia francese nel dopoguerra (22) e pubblicò sul giornale del circolo un saggio su Merleau-Ponty. (23) A queste iniziative ne seguirono altre, come la conferenza del 1964 sull’“Arte di Ennio Morlotti”.
21 Panella (2014a: 19).
22 Cfr. ivi (21); e anche int. 97 (2001: 51).
23 Scr. (1961).

Matteo Grassano, Il territorio dell'esistenza. Francesco Biamonti (1928-2001), Franco Angeli Edizioni, 2019, pp. 15, 16 

L’esempio più rilevante, almeno per questa fase, di momenti organizzati da gruppi locali venne da una piccola cittadina della Liguria, Bordighera. Nel settembre del 1962 un’associazione locale, l’Unione Culturale Democratica su impulso del professore Raffaello Monti, presidente provinciale dei Partigiani della Pace, si adoperò per fare di un convegno sull’obiezione di coscienza, un vero e proprio evento. Oltre a vari esponenti locali vi parteciparono alcune figure storiche come Segre, Capitini e l’ex-sacerdote don Gaggero, anch’egli esponente dei Partigiani della Pace, e intimo amico di Capitini. Adesioni formali vennero da intellettuali di prestigio come Bertrand Russell, Danilo Dolci, La Pira, i professori Margaria e Luppo dell’Accademia dei Lincei, Alessandro Galante Garrone, Carlo Bo e Livio Pivano dell’Istituto per la Storia del Risorgimento, e da alcuni deputati: i socialisti Giolitti, Jacometti, Aicardi, Basso, i comunisti Natta, Spano, Luciano Mencaglia, Gismondi. Raffaello Monti, nella sua relazione che affrontò l’obiezione di coscienza sul piano giuridico e filosofico, manifestò la propria autonomia rispetto alla dottrina marxista, concentrandosi su concetti ad essa estranei di «mondo interiore», «coscienza» e «anima»: «Il “non credente” non può giocare a nascondino con la propria coscienza. Il “credente” non può giocare a nascondino con Dio, oltre che con la propria coscienza,» affermò <1005. Il convegno si chiuse con due telegrammi inviati alla Camera dei Deputati ed alla direzione del P.S.I. per sollecitare la discussione del progetto di legge socialista e un telegramma di solidarietà al giovane Luigi Pagliarino allora in carcere.
La ripresa di interesse attorno all’obiezione di coscienza coincise con la riapparizione di una obiezione di coscienza «laica».
1005 Rapporto della prefettura di Imperia a Dps e Gabinetto del Ministero dell’Interno, Imperia 22/9/1962 con acclusa relazione di Raffaello Monti in ACS, Mi, Dps, b.186, Cos, fasc. 4. Don Gaggero nel resoconto de «L’Unità» diede invece all’obiezione di coscienza un’interpretazione più ortodossa, dentro un quadro marxista. Egli la giudicava come una forma di riaffermazione del diritto che hanno i popoli alla pace ed al disarmo. Andava intesa come una esigenza collettiva e non come un fatto personale di agnosticismo. «L’obiettore di coscienza come si è presentato in questo dopoguerra», veniva aggiunto «pur non partecipandovi, riconosce la dignità e la grandezza di coloro che combattono violentemente per la conquista della libertà e della giustizia». G.L. L’obiettore di coscienza e la lotta per la pace, «L’Unità», 10 agosto 1962.
Marco Labbate, E se la patria chiama… Storia dell’obiezione di coscienza al servizio militare nell’Italia repubblicana (1945-1972), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Urbino "Carlo Bo", Anno accademico 2014-2015
 
Prendo una strana scala per calarmi sino al fondo di ciò che rinserra una profonda grotta, che accende i bagliori di una cantina: tomba non meno regale d' una piramide; antro, ed Eldorado sotterraneo.
Arrivava, passo passo tra sé e sé meditando Francesco Biamonti. Dai leoni britannici della sua villa  Raffaello Monti, col telegramma di Bertrand Russell tra le mani (naturale amicizia della musica colla bellezza, fredda e austera, della matematica).
Nuto Revelli scendeva dalle soave neve sonnolenta, che era poi un lenzuolo bianco steso sugli abissi.
Il sindaco Croesi - mi rammento - quando chiese a Guido Seborga come si dovesse fare con Picasso.
Se dovessi dire cosa fosse la Buca, credo di saperlo, ma non saprei esprimermi.
Non era una Utopia. Dedalo vi costruiva le ali per uscire dal Labirinto; ma senza alcuna chiave segreta.
Un giorno la tredicenne Rita Elvira, mia sorella, vi espose le sue tele; e tutto ciò divenne per me il più grande mondo nel quale io abbia mai posto piede.

Lorenzo Muratore in Archivio Unione Culturale Democratica, Op. cit.   

Enzo Maiolino, Senza titolo - Fonte: Laura Hess

Inaugurata, contemporaneamente alla sede dell'Unione Culturale Democratica, ex "La Buca", in via Al Mercato, 8, sabato scorso, 17 dicembre 2016, prosegue la mostra collettiva dei pittori Daniele Audetto, Sergio Biancheri, Sergio Gagliolo, Rita Elvira Muratore.
Ed anche un'opera significativa di Enzo Maiolino, mancato poche settimane prima dell'apertura della sede.
Enzo Maiolino, l'8 Agosto del 1961, aveva inaugurato la sua mostra personale alla Buca, allora al civico 171, ora al civico 187 di via Vittorio Emanuele [...] La Redazione [di bordighera.net]   28 dicembre 2016 

Egregio Direttore,
purtroppo non potrò essere presente a Bordighera per festeggiare la rinascita della mitica "Buca", sede dell'UCD (Unione Culturale Democratica), dove molti giovani come me, artisti e non, hanno imparato ad affrontare la vita, in quella fucina di idee e valori morali, temprati e forgiati da grandi Maestri, e voglio solo ricordare quelli a me più cari, da Gian Antonio Porcheddu a Guido Seborga, da Francesco Biamonti a Paolo Del Monte.
Ma soprattutto grazie a Giorgio Loreti, che ha saputo creare, gestire e rendere immortale la piccola grande "Buca", che oggi ha fatto rinascere, patrimonio di una Bordighera e di una Riviera del Ponente che purtroppo stanno scomparendo sotto colate di cemento e di degrado, e soprattutto di bassa cultura consumistica.
Un grande abbraccio a tutti coloro che terranno alto lo spirito indomito della "Buca".
Daniele Audetto. La Redazione [di bordighera.net]   17 dicembre 2016 

Alla fine degli anni Cinquanta era nata, infatti, l’Unione Culturale Democratica (UCD), un circolo che riuniva giovani democratici e antifascisti di varia estrazione e militanza politica. All’attività del circolo si legò una serie di iniziative, alcune delle quali videro Biamonti protagonista. Per esempio, agli inizi del 1961 il futuro scrittore tenne una conferenza dal titolo La letteratura e la poesia francese nel dopoguerra, in cui documentò «sui principali autori, dandone una chiara antologia di versi: da Baudelaire a Mallarmé, a Rimbaud, ad Apollinaire, fino a Éluard, attraverso Breton e gli altri surrealisti»; e si soffermò anche sull’«impegno di Sartre e del primo Malraux, mediato, nelle nostre condizioni, dal realismo del Vittorini migliore, del Pavese». Seguirono poi altre conferenze. A questi incontri si riferiva probabilmente Biamonti quando disse a Paola Mallone, a proposito dell’esperienza di bibliotecario: «Avevo fatto comprare dei libri. Una parte me li aveva regalati il Consolato di Francia, perché avevo tenuto delle conferenze sulla letteratura francese». Sul giornale dell’UCD dell’aprile-maggio 1961, apparve anche il primo scritto saggistico di Biamonti, (41) in occasione della morte di uno dei filosofi da lui più studiati, Maurice Merleau-Ponty. Si tratta di un testo importante, che mostra la centralità della speculazione del filosofo francese nell’approccio biamontiano alla fenomenologia e all’interpretazione di Cézanne.
Matteo Grassano, Il territorio dell’esistenza. Francesco Biamonti (1928-2001), Tesi di Laurea in collaborazione internazionale (Scuola Normale Superiore di Pisa, Università degli Studi di Genova, Università degli Studi di Pavia, Université Nice Sophia Antipolis, Université Sorbonne Nouvelle Paris 3), Scienze del testo letterario e musicale, 2018
(41) Bia. int. Marongiu (1999) : «Pendant vingt ans, je n’ai pu écrire une ligne de roman. J’ai fait de la critique d’art, j’ai même fait paraître un libre, l’Existence et le temps dans la peinture informelle. Mais ma voie était d’écrire des romans, des atmosphères, des états d’âme».

martedì 20 ottobre 2020

Il compagno portuale mi conosceva come frequentatore del Caffè del popolo

L'ex pastificio Agnesi ad Imperia Oneglia

Ritornando al dopo Tambroni, terminato finalmente l'esame di maturità, mi ero iscritto alla facoltà di chimica dell'Università di Genova.
A Imperia avevamo nel frattempo dato vita all'Associazione degli Studenti Antifascisti (Asn) che era stata ospitata nella sede della Camera del lavoro, in quegli anni ubicata in piazza San Francesco, vicino al palazzo del vecchio tribunale [Imperia, Oneglia].
Al primo incontro costitutivo eravamo stati accolti dal compagno Nino Giacomelli, segretario provinciale della Cgil e successivamente i compagni della Federazione giovanile, alla quale mi sarei iscritto l'anno successivo, componenti della nuova associazione antifascista, avevano organizzato un incontro con "il professore" Franco Dulbecco, responsabile provinciale dell'organizzazione del Pci, che aveva garantito il sostegno del partito all'Asa. Era stato il primo incontro con colui che successivamente avrebbe ricoperto l'incarico di segretario provinciale del Partito comunista e quindi di deputato, compagno con il quale avrei operato per oltre vent'anni.
L'Asn era nata per diffondere tra i giovani lo spirito antifascista e per contrastare la presenza dei fascisti tra le nuove generazioni come stava avvenendo con l'iniziativa della Giovane Italia, l'organizzazione con la quale intessevano relazioni politiche anche settori della Democrazia cristiana.
L'Asa aveva organizzato corsi sulla storia del fascismo e sul movimento antifascista fornendo strumenti di preparazione storico-politica che era assente tra gli studenti. Una delle preoccupazioni iniziali della nuova associazione era stata quella di aprirsi nei confronti dei giovani e discutere con loro qualsiasi fosse il loro orientamento; ma nel contempo non trascuravamo l'esigenza di strutturarci negli istituti scolastici con la presenza di studenti che non manifestassero paura per il rischio di eventuali rappresaglie da parte di professori e presidi.
In quegli anni era una costante l'affermazione di dirigenti scolastici "la politica fuori dalla scuola", un ritornello qualunquista ripetuto per quindici anni, che aveva allentato gli anticorpi necessari a difendere la democrazia.
La nostra associazione pubblicava un bollettino "Il XXV Aprile" e con la sua iniziativa aveva iscritto rapidamente cinquanta giovani.
La relazione che avevo svolto al congresso provinciale della Fgci aveva evidenziato la nascita e l'iniziativa dell'Associazione degli studenti antifascisti come uno dei due momenti di iniziativa unitaria sviluppata tra le giovani generazioni sui temi antifascisti.
L'altra esperienza unitaria ricordata era quella dell'Unione Culturale Democratica di Bordighera che, con caratteristiche sue proprie aveva favorito la diffusione di analoghe problematiche nella realtà del ponente provinciale.
Il mio rapporto con la nuova associazione era ambivalente: sul piano politico la ritenevo uno strumento di dibattito e di iniziativa molto interessante, ma dovendo frequentare a tempo pieno la facoltà di chimica a Genova, a Imperia potevo rimanere il sabato pomeriggio e la domenica e quello spazio era troppo ristretto per i miei impegni "privati" dopo la settimana genovese.
Il lavoro a favore dell'associazione lo recuperavo durante i vari periodi festivi e nell'estate.
Dell'esperienza associativa non ho ricordi di avvenimenti eclatanti, ma certamente si era cementato tra noi giovani studenti un rapporto politico del quale avremmmo colto i frutti negli anni a venire.
La "militanza" nell'associazione studentesca (Asa) probabilmente era stato il motivo per il quale mi era stato proposto di intervenire ad una manifestazione "operai-studenti" che si era tenuta nell'autunno del '61 nel teatro Rossini.
Il co-relatore era stato Adolfo Baciri Cavalieri componente della Commissione Interna del pastificio Agnesi.
In assoluto era il mio primo intervento pubblico: mi ero affidato a uno scritto che, sebbene inibisse i vantaggi dei discorsi "a braccio", garantiva la sicurezza di non incappare in intoppi.
Nell'intervento mi premeva evidenziare come il mondo fosse cambiato e gli studenti, al contrario dei bui periodi in cui erano stati fautori di guerre di conquis ta, si sentivano partecipi delle lotte operaie, specialmente quelle in difesa della pace.
Il mondo, in quel periodo, era attraversato da inquietudini e i  nuovi rapporti di forza spingevano nella direzione di superamento del colonialismo.
I circoli governativi occidentali non volevano prendere atto delle nuove realtà e osteggiavano i nuovi tempi, come altresì volevano tenere in sospeso la questione tedesca, rifiutandosi di firmare il Trattato di pace con le due Germanie, dopo sedici anni dal termine del conflitto mondiale.
Noi giovani antifascisti e comunisti avvicinavamo i patrioti algerini, angolani, congolesi ai nostri eroi risorgimentali come Carlo Pisacane e Giuseppe Garibaldi.
Non avevo tralasciato di ricordare le centinaia di migliaia di morti e di rinchiusi nei campi di concentramento algerini, i partigiani angolani che lottavano contro i fascisti portoghesi che incendiavano i loro villaggi con le bombe al napalm.
La nostra lotta, sottolineavo, per impedire l'installazione di basi americane favoriva l'apertura a nuove prospettive di pace. Fino ad ora i governi italiani avevano risposto negativamente alla richiesta di una politica estera diversa; anzi, l'esecutivo in carica si era particolarmente distinto per il rifiuto di sostegno alla mozione antinucleare presentata all'Onu da dodici paesi afroasiatici.
La nostra condanna delle esplosioni nucleari comprendeva anche l'uso delle armi convenzionali e lo scopo delle nostre iniziative era rivolto alla salvezza della pace e all'auspicio di una nuova fase di relazioni pacifiche nel mondo.
Dell'evento ciò che più mi aveva colpito non era stata la partecipazione, che probabilmente era nella norma, diversamente mi sarei ricordato "il forno", il vuoto in platea, quanto il compagno portuale che mi era venuto incontro, mentre scendevo dal palco per congratularsi per la mia presenza attiva in quella occasione, facendomi intendere che non pensava fossi impegnato in politica a sinistra. Mi conosceva come frequentatore del Caffè del popolo e probabilmente aveva colto di me gli aspetti del giocatore. Per il portuale era stata una piacevole sorpresa, per me la scoperta di un mondo che negli anni a seguire non avrebbe mai cessato di riservarmi novità, un mondo di lavoratori con cui avrei combattuto molte lotte e con i quali mi sarei sempre più sentito in sintonia.

Giuseppe Mauro Torelli (1), Viaggio tra generazioni e politica, 2017

(1) Giuseppe Torelli [Nato a Imperia il 13 marzo 1940]. Figlio di artigiani, ha conseguito la maturità scientifica nel liceo Vieusseux di Imperia. Eletto parlamentare nel 1983, ha partecipato ai lavori della Camera dei deputati nell'ambito del gruppo del Pci nella IX e X Legislatura. In Parlamento è stato componente della Commissione Interni e successivamente della Commissione Esteri. In tale contesto ha avuto l'incarico di responsabile dei problemi dell'ordine pubblico e delle forze di polizia e dei Vigili del fuoco, con particolare riferimento alla problematica della Protezione civile. In precedenza, a partire dal 1965, è stato per venti anni consigliere comunale di Imperia, svolgendovi lungamente la funzione di capogruppo. È stato Sindaco del capoluogo nel 1975. Eletto consigliere provinciale nel 1990, nell'ambito della legislatura ha svolto la funzione di Presidente della Commissione Affari istituzionali. Membro dell'Unione regionale province liguri, è stato eletto altresì nell'assemblea nazionale dell'Upi. Nella Federazione Giovanile Comunista Italiana (Fgci) ha ricoperto l'incarico di segretario provinciale e componente del Comitato Centrale. Nel Pci, dal 1972 al 1983 e quindi nel 1991, ha svolto le funzioni di Segretario provinciale e dirigente in organismi provinciali, regionali e nazionali, come altresì successivamente nel Partito Democratico della Sinistra e nei Democratici di Sinistra. Nel 1989 aderì alla mozione, voluta tra gli altri da Pietro Ingrao e Alessandro Natta, contraria alla svolta della Bolognina, operata dal segretario del Pci Occhetto. Tale mozione si affermò in provincia di Imperia nel congresso del 1990. È stato componente della Presidenza del Consiglio nazionale dei Garanti dei Ds a partire dal congresso di Pesaro del 2001. Al congresso Ds di Firenze del 2007 non aderiva alla proposta di dar vita al Partito Democratico. Dal 1998 era componente del Coordinamento nazionale dell'Associazione per il Rinnovamento della Sinistra (Ars), di cui è stato tra i promotori e Presidente dell'Ars di Imperia intitolata ad Alessandro Natta. [Deceduto il 12 agosto 2019]. da Wikipedia

giovedì 15 ottobre 2020

La Ballota frutescens si può trovare unicamente in un limitato areale dell'estrema Riviera ligure

Ballota frutescens

La Ballota frutescens si può trovare unicamente in un limitato areale dell'estrema Riviera ligure, dove vive in uno splendido isolamento sulle rupi calcaree delle gole collinari e montane.
Si tratta di uno di quei sorprendenti endemismi esclusivi e preziosi per i quali è doveroso invocare norme di salvaguardia; non certo perché siano stati individuati particolari utilizzi, se non quelli orticoli limitati al collezionismo vegetale, ma perché siamo in presenza di una di quelle piante per le quali l’interesse della fitogeografia è veramente grande.
 

Basti pensare che la sola località dell’intero mondo in cui questa pianta, decisamente ligure, ha scelto di vegetare è circoscritto ad una zona di pochi chilometri quadrati nelle valli immediatamente alle spalle di Ventimiglia, oggi in parte divenute francesi.  

Per la cronaca, alcuni esemplari perfettamente vitali fioriscono anche da alcuni anni nella parte destinata alle piante rare del famoso Orto botanico inglese di Kew Gardens vicino a Londra.   

Il Ministro dell'Ambiente ha posto fra le Aree protette italiane la zona in cui nasce da millenni questo prezioso frutice con questa descrizione: "Il sito è caratterizzato da una collina emergente tra due aree pianeggianti fortemente antropizzate. Sul lato occidentale è presente una scenografica falesia in rocce argillitico-arenacee, con curiose forme di erosione. Su questa falesia il paleoendemismo Ballota frutescens (rarissimo e proposto dalla Regione Liguria per l'inclusione nell'All. 2 della direttiva 92/43 CEE) e una discreta fioritura di orchidee a gravitazione mediterranea costituiscono i motivi di maggior pregio. Sono presenti habitat di interesse prioritario e specie rare o protette ai sensi di direttive/convenzioni internazionali. Il substrato geologico è costituito da conglomerati in prevelenza calcareo arenacei e argilliti. La parete occidentale della falesia ha una notevole imponenza. Sulle pendici sono relativamente diffusi gli uliveti".
 

La specificazione frutescens è nata per descrivere la natura di arbusto spinoso, così differenziata da quelle delle altre specie europee. Infatti per rinvenire altri gruppi affini bisogna fare un salto di parecchie centinaia di chilometri ed arrivare sino a Cipro o addirittura alla Somalia, territori talmente distanti da escludere legami diretti con le pendici del ponente ligure; un fatto al quale nessuno è stati in grado di fornire adeguate risposte sull'effettivo focolare d’origine.
 

Ballota nigra

Ballota, un termine proveniente dal verbo greco “ekballo” (rigetto vomito), bene si adatta allo sgradevole odore emanato dalla specie più diffusa, ossia la Ballota nigra, un caso anomalo per una Famiglia, come quella delle Labiate, che vanta specie famose per i loro effluvi profumati come Menta, Melissa, Salvia e Timo.  La Ballota nigra, diffusa con abbondanza in tutto il bacino del mediterraneo perché nasce nei ruderi presso le abitazioni e negli incolti, ha attirato l’attenzione dei primi uomini.
Nonostante il forte odore di cimice, Greci e Romani la conoscevano bene come rimedio medicinale tanto che Plinio cita le ricette curative proposte da un fitoterapeuta ed orticultore suo contemporaneo Antonio Castore, il quale “ indica due specie di Marrubio, uno nero (Ballota nigra) ed uno bianco considerato più attivo; consiglia di colmare con succhi di Marrubio il guscio di un uovo, poi di dosare egual misura di uovo e miele. Castore assicura che la miscela, se adeguatamente riscaldata, fa maturare e pulisce gli ascessi; il Marrubio pestato e composto con grasso di maiale stagionato si applica ai morso di cane”.  
Ancora durante il medioevo si praticavano le stesse identiche cure, ma la Ballota nigra era stata anche proposta anche per la preparazione di tisane antispasmodiche, contro la tosse ed i raffreddori.
Gli erboristi, poiché era considerata un farmaco particolarmente attivo, raccomandavano estrema cautela con precisazioni originali come questa avanzata dall’inglese Culpeper: ”deve essere somministrata solo a persone dal carattere calmo e grasse, non a quelle magre e sanguigne”.
Si deve segnare ancora un metodo curativo empirico molto originale, tratto da un erbario settecentesco secondo il quale si doveva scaldare la pianta “ in cenere calda e poi ripercuotere le posteme sul sedere ed, insieme con le mele, per purgare le ulcere sordide”.  
L’altra specie altamente considerata dai primi medici dell’antichità era la Ballota pseudodictamnus, importata in Italia, tuttora diffusa in molte regioni italiane. La pianta nasceva, e nasce ancora oggi nell’isola di Creta e, per questo, la sua fama era grande;  dovuta al generale convincimento che ”tutto quello che vi germoglia è infinitamente migliore delle altre piante nate altrove e subito dopo viene il Parnaso”. Da molti anni è coltivata dagli orticoltori e commerciata con successo per suo ricco fogliame lanoso, bianco giallastro sul quale spiccano avvenenti fiori rosati.
Le Ballota  sono piante perenni erbacee o arbustive  a fusto quadrangolare o rotondo, eretto, ramoso e foglie lungamente picciolate, ovate e crenate. I fiori sono involucrati da bratteole, hanno calice campanulato dentato e corolla bilabiata con labbro superiore eretto e concavo, mentre l’inferiore è trilobo a lobo centrale più grande dei laterali, a forma di cuore.
Se la denominazione scientifica, dunque, non trae in inganno, il suo battesimo popolare di “Marrobio fetido” potrebbe invece farla  confondere con un’altra Labiata, ossia il Marrubium vulgare, utile specie medicinale e del tutto priva di spiacevoli odori.

Ballota frutescens

Ballota frutescens Woods (V-VII. Nasce sulle rupi calcaree dell’estrema Liguria di ponente dai 400  sino ai 1500 m.) Suffrutice legnoso alla base con fusti cilindrici assai ramosi che assumono aspetto di piccoli cespugli alti sino a 50cm. Le foglie sono brevemente picciolate ed ovali, con margini a denti arrotondati. I fiori, in gruppi di 4\6 sono localizzati in verticilli ascellari alle foglie, provvisti di bratteole trasformate in spine acutissime. Il calice a tubo conico si allarga alla sommità in punte spinose evidenti. Le corolle, lunghe da 2 a 3 volte il calice sono bianche e portano sul labbro superiore un evidente piumino di peli.
 

Ballota nigra L. (V-VIII. Nasce con molte sottospecie su tutto il territorio negli incolti e ruderi sino ai 1300 m.) Ha odore fetido, fusti legnosi alla base, quadrangolari, irsuti per peli ripiegati all’ingiù,  eretti ed alti sino a 80cm. Le foglie inferiori sono brevemente picciolate, ovali lanceolate o cuoriformi, con margini dentati, molli al tatto pubescenti o tomentose. I fiori tutti solitari, formano falsi verticilli laterali ed ascellari. Il calice ha il tubo cilindrico. Le corolle sono rosee, purpuree o bianche.
 

Ballota pseudodictamnus

Nei giardini la più diffusa è la Ballota pseudodictamnus, un tempo coltivata e data come spontaneizzata in Liguria soprattutto per lo splendido colore grigio lanoso, ma recentemente anche dalla Ballota nigra sono state selezionate alcune varietà a foglie variegate che le hanno imposte all’attenzione degli amatori del giardino. Si seminano a primavera in pieno sole su qualunque terreno ben lavorato, e si possono moltiplicare da piante adulte prelevando i getti laterali sterili mettendoli a radicare in torba e sabbia in cassone freddo. Unica avvertenza è quella di  proteggerle d’inverno dall’eccessiva pioggia nelle zone umide. In aprile è anche opportuno potarle riducendo i getti alla metà.     

Alfredo Moreschi

martedì 13 ottobre 2020

Il mio giardino (di Roman Bilinski)

Roman Bilinski, Il mio giardino, 1966, olio su tela cm. 100x70, Coll. privata, Bordighera - Fonte: Roman Bilinski

 "... Nella sua pittura si riflette il suo personaggio cordiale, espansivo, spesso scontroso e talvolta infantile ma sempre genuino.
Essa è soprattutto esaltazione coloristica, realizzata con l'uso di una tavolozza ricca di impasti materici sorretti da un solido impianto in cui il segno assume un caratter ora sensuale ora romantico.
Dalla sua barbara violenza cromatica trapelano i ricordi di una vita errabonda fra le selvagge steppe del Caucaso e le assolate spiagge della Crimea, fino alla sobria riviera ponentina che entra prepotentemente nel suo cuore.
Questo avviene non solo per il fascino irresistibile del nostro paesaggio, ma anche per il carattere semplice e dimesso della nostra gente, che trova assonanza con le sobrie tinteggiature delle case e contrasto con la natura rigogliosa ed esotica dei giardini, ricchi dei colori più screziati come pure dei profumi più inebrianti.
Bilinski ne rimane stregato e risolve questo rapporto amplificando le emozioni sulle tele con l'esuberanza e la gioia di un artista primitivo nell'isitnto ma ricco di profonda cultura e solide basi tecniche.

La sua innata vena naturalistica che affonda le radici nella tradizione tardoottocentesca russa, lo induce ad optare sempre per una poetica del vero rifuggendo anche i più allettanti richiami delle avanguardie.
E proprio questa sua coerenza lo porta, nel corso del suo lungo percorso artistico, a formarsi una personalità pur complessa e talvolta contraddittoria, ma sempre forte e vigorosa.

Bilinski è pittore e artista completo: non va dimenticata la sua vena di scultore che aprirebbe un discorso ancor più complesso e profondo, né i suoi incontri con Oskar Kokoshka, che arrischiscono notevolmente le sue conoscenze senza, però, modificare i tratti essenziali della sua personalità di uomo sereno e di artista "mediterraneo" nel senso più stretto del termine."

Leonardo Lagorio, La Pittura nel estremo Ponente Ligure dall'Ottocento al Primo Novecento, Edizioni Dell'Orso, dicembre 1992, Alessandria, ripreso dal blog (a cura di Marco Farotto) Roman Bilinski

 

mercoledì 7 ottobre 2020

Ricordo di Guido Seborga

Guido Hess Seborga e la moglie Alba Galleano - Fonte: Laura Hess

Le mie visite [a Guido Seborga] negli ultimi anni avvenivano nella tarda mattinata, fra le undici e mezzogiorno. In quelle ore era solo. Allora lo spronavo a parlarmi del dramma dell’uomo. Volevo sentire le sue parole sul destino e sulla morte. “Credimi - mi diceva - la morte è tutto un mistero come la vita”. E fuggiva subito verso pensieri di sogno, ricordando, ricordando per esempio la bella svedese che visse con lui alcuni mesi a Ventimiglia e che gli aveva anche tradotto un libro. Al ricordo i suoi occhi si illuminavano. Io lo assecondavo in questa réverie perché mi piaceva sentirlo parlare e avvertirlo ancora vivo. La sua salute era gratificante per noi, come la sua gioia e il suo sorriso.

Un giorno però, a sorpresa mi parlò di Cristo, una figura che lo affascinava. Quest’uomo - mi diceva - con le sue idee ha rivoluzionato il mondo, la vita!” Ne ammirava il coraggio, la libertà. Aveva dato la libertà, introdotto la parità fra l’uomo e la donna. Il suo insegnamento lo riteneva ancora attualissimo. Le lotte per la libertà che sono dei nostri giorni, il Cristo le aveva combattute da solo. La forza dimostrata da quell’uomo di pace aveva per Guido un valore straordinario in quanto egli ha sempre subito il fascino degli uomini che si battono per la libertà. Spartaco, per lui, ne era un esempio significativo: l’uomo che muore per la libertà, l’uomo straordinario, la forza, il coraggio. Cristo però, per Seborga, si presentava nudo di fronte alla forza. Egli non combatteva con le armi. Nel dire queste cose, gli occhi di Guido si riempivano di ammirazione incredula. “Sei fortunato - gli dicevo -, la Madre divina ti protegge”. Mi rispondeva, ridendo, che era proprio vero. Non osava darmi una risposta sbagliata. Mi guardava ed era contento.

L’ho seguito fin quasi alla fine. L’ho salutato accompagnandolo alla macchina, sulla via Romana di fronte alla sua casa di Bordighera. La macchina era carica di bagagli. Alba, sua moglie si era messa alla guida. E’ stato il mio ultimo saluto a Guido e Alba. E’ strano, ma il giorno del suo funerale non sono andato a Torino. Ho preferito meditare nel nostro spazio consueto sugli scogli di Cap Martin, di fronte al mare.

Si era molto preoccupata Alba, negli ultimi anni per lo stato di salute del marito, tant’è che morì prima di lui. Per Guido, per cui era normale averla vicina piena di premure, fu un duro colpo. Da allora sua figlia Laura Hess ritorna a Bordighera con la sua famiglia. Ho suonato alla villa qualche volta per portare dei cataloghi di mostre, ma non essendoci più Guido mi trattengo poco e in giardino. Un giorno Laura mi telefona per ricordarmi il decennale della morte del padre. Ne parlo con Seila Covezzi della Biblioteca Civica Internazionale ed informo l’amico Giorgio Loreti. Giorgio ne parla con Enzo Maiolino che avverte Luigi Betocchi e il gioco è fatto. Tutto si compie in nome di Guido Seborga. Viene allestita una mostra dei suoi quadri alla Biblioteca, con documenti, libri, foto, articoli di giornali. Sia alla mostra, sia alla conferenza ho rincontrato tutti gli amici di Guido: Marzio Pinottini, Angela Calice e il marito musicista. Laura l’ho vista felice.

Con Giorgio Loreti al Centro Culturale della Chiesa Anglicana ho conosciuto Massimo Novelli. Ha in mano un manoscritto su Guido Seborga che spera di pubblicare. Alla conferenza parlerà di queste sue difficili ricerche su Guido e delle notizie ottenute con molta fatica. Non si spiegava i molti silenzi di tanti uomini di cultura su Seborga. I critici avevano dimenticato Guido perché uno scrittore scomodo. Laura ha consegnato a Novelli, giornalista di “Repubblica”, il materiale in suo possesso. Ora Laura raccoglie e cataloga l’opera completa del padre. Domenico Astengo imposta la sua conferenza sul romanzo Gli innocenti, la cui storia si svolge tra Savona e Vado Ligure, una realtà che Domenico conosce benissimo. Elogia Seborga per la verità storica e si augura che il libro venga ripubblicato, anche perché interessante per la conoscenza delle trasformazioni avvenute nella città.

Da Laura ricevo l’invito a recarmi a Torino il 13 maggio 2000 per una conferenza su Seborga, a cura di Nico Orengo e Marzio Pinottini, al Centro Studi e Ricerche “Mario Pannunzio”. Non mi sarà possibile essere presente all’appuntamento. Un anno dopo circa - il 20 aprile - presenzio a Torino a una mostra di Eugenio Comencini e in quest’occasione conosco il dott. Lisa, che era stato amico di Guido in gioventù. Erano nella stessa scuola. Lo ricordava felicissimo alla fine della guerra. Gridava: “Libertà, finalmente libertà!”. Scendeva da Moncalieri in bicicletta. Il dott. Lisa lo aveva intervistato per la Rai per una serie di servizi culturali. Con Guido aveva intervistato anche il pittore Paolucci. Spero di ritrovare questo nastro e di consegnarlo alla figlia.

Sergio "Ciacio" Biancheri" in "Paize Autu", periodico dell'Associazione "U Risveiu Burdigotu", n. 12, dicembre 2009, Bordighera (IM)

Sergio "Ciacio" Biancheri - Fonte: Comune di Sanremo (IM)

Sergio "Ciacio" Biancheri nasce a Bordighera nel 1934. Ha studiato pittura e scultura con Roman Bilinsky e Giuseppe Balbo. Nel 1960 è stato insignito del Premio San Fedele di Milano per la giovane pittura italiana. Ha studiato nudo all’Accademia di Brera e all’Ecole des Arts Plastiques de Monaco e litografia a La Spirale di Milano. Dal 1970 si dedica anche alla scultura e dal 1993 alla ceramica. Sue opere figurano in collezioni pubbliche e private sia in Italia che all’estero. Ha conosciuto ed è stato apprezzato da artisti come E. Morlotti, G. Sutherland, G. Seborga, E. Marzé, M. Isnard e da scrittori come F. Biamonti, S. Vassalli e P. Mallone. Comune di Sanremo (IM)


lunedì 5 ottobre 2020

Il forno di Realdo

Realdo - Fonte: Wikipedia

È uscita, giusto l’altr’anno, per le cure di Loretta Marchi, un’interessante pubblicazione, dal titolo suggestivo:  Il forno di Realdo; si tratta di una silloge di racconti di autori vari, promossa da Giampiero De Zanet, animatore dell’associazione “Realdo vive”, che già da tempo ha fatto parlare di sé, fuori dal territorio realdino, soprattutto attraverso i social, per svariati motivi: innanzi tutto, perché promuove la piccola frazione di Triora, tra i pochi borghi, insieme con Verdeggia, di lingua brigasca in terra di Liguria (gli altri, com’è ben noto, sono sparsi tra Francia e Piemonte: Briga Marittima e Briga Alta); in secondo luogo, perché, tra quegli “autori vari”, ci sono solo abituali frequentatori - o, più genericamente, aficionados - del borgo di Realdo, che contribuiscono, nel loro piccolo, più che a far “vivere”, a far “rivivere”. 

L’iniziativa, concretizzatasi intorno a una sorta di auto-pubblicazione (che meriterebbe forse un editore di più ampio respiro, visti i risultati, niente affatto scadenti), mira a mostrare il paesino brigasco, tra i più spopolati delle Alpi Marittime, sub specie narrativa - e lo fa presentandosi come una comunità compatta, riunitasi tutta intorno al suo “forno” che, come nel caso del vicino capoluogo, è “comune”- al servizio, cioè, della comunità (Un forno, per esempio, comparirà in Un pane, racconto stregonesco di Maria Masella).

Tra gli autori, alcuni noti e altri meno, vi sono sia poeti che narratori - più numerosi, ovviamente, i cosiddetti narratori (e alcuni sono nostre vecchie conoscenze): Roberto Amoretti, Erica Balduzzi, Danilo Balestra, Gabriele Decanis, Arianna Destito, Alessandro Giacobbe, Laura Guglielmi, Marino Magliani, Maria Masella, Barbara Panelli, Gianmarco Parodi, Lino Pastorelli, Patrizia Ramò, Giacomo Revelli, Mirella Rosso, Anselmo Roveda; due soli, i poeti in senso stretto: Nino Lanteri ed Eugenio Ripepi.

La silloge si apre con un pezzo, assai significativo, a mio parere, di Roberto Amoretti, su cui vale la pena soffermarsi: 10 giugno 1940, racconto brigasco.
Racconta un episodio della seconda guerra mondiale, sul confine italo-francese. È significativo, nella sua semplicità, perché esalta il senso di appartenenza a una terra frammentata tra Italia e Francia: una terra in cui, per esempio, si può anche correre il rischio di prendere a fucilate il proprio cugino, commilitone sì - ma nello schieramento avverso...

Parimenti significativo risulta essere anche il terzo racconto, di Danilo Balestra: L’ultimo viaggio; la transumanza, di cui si parla in queste pagine, non è nient’altro che l’“ultimo viaggio”, appunto, di un ragazzino di Realdo, prima del definitivo trasferimento sulla costa, e del dolore di un padre che, per il bene del figlio, non può fare a meno di traslocare - abbandonando, così facendo, i suoi luoghi di origine, ancora legati alla terra e alle bestie. 

Un’ideale prosecuzione del precedente racconto potrebbe essere Il lupo della memoria, di Gabriele Decanis; dopo un inizio, affatto narrativo, la narrazione prosegue liricamente, e porta in dote alcune delle immagini forse più suggestive di tutta la silloge: marito e moglie, tormentati dai lupi e dai debiti, ma soprattutto dalla perdita del figlio, ritornano alla vita, e alla montagna, dopo un incontro ravvicinato
con un maschio grigio. 

Ma, paradossalmente, non è di un narratore in senso stretto lo scritto più rappresentativo di tutta l’“infornata” (come la chiamerebbe Giovanni Boine): è di uno storico, Alessandro Giacobbe; che, per la prima volta, abbandonandosi alla pura evocazione di immagini, in Realto, una vita di secoli fa, per rimanere lì, traccia a parole uno schizzo tutt’altro che bozzettistico di quello che l’autore chiama uno “spuntone roccioso che si è fatto case”. 

Torna invece la “caccia”, benché “all’uomo”, in un altro raccolto: Jan Martin, di Marino Magliani, scrittore assai prolifico ma che, ciononostante, si dimostra ancora una volta all’altezza del compito assegnato, sempre capace com’è di variare sul tema, pur mantenendosi fedele al proprio stile. 

Passo di terra, di Barbara Panelli, è forse il più biamontiano dei racconti: il protagonista, afflitto dal cosiddetto male del ferro, è un marinaio di montagna, originario di Realdo: come Gregorio, protagonista dell’Angelo di Avrigue, quando è in mare rievoca, rivivendoli liricamente, i suoi luoghi di origine, al confine tra Italia e Francia. 

NOI, scritto tutto in maiuscole, di Gianmarco Parodi, narra di un’escursione, avvolta nel mistero, sul monte Saccarello: tutto però si schiarirà, alla fine...

Lo sparuto gruppuscolo dei poeti merita però un’attenzione particolare. Mi vorrei soffermare giusto sul primo (non me ne voglia l’amico Ripepi, come sempre impeccabile), ovverosia Nino Lanteri. Poeta dialettale, ma dialettale è certo riduttivo, originario di Realdo, nato nel 1927, nell’unico componimento da lui stampato, Ar valun - “Al torrente”, in dialetto brigasco - emergono, più chiaramente che in tutta l’infornata, e in tutta la loro efficacia espressiva, le potenzialità del dialetto brigasco, un idioma oggi in via di estinzione. Se c’è una gemma, in questo libro, si parva licet, è proprio Ar valun di Lanteri: non solo per il suo valore di testimonianza (il rotacismo “ar”, arcaico, tipico dei dialetti liguri d’antan, già estinti), ma anche per il suo valore poetico: raro, com’è oramai raro quell’idioma: e quel paesaggio.

AA.VV., Il forno di Realdo, racconti, a cura di Loretta Marchi, su iniziativa di Giampiero De Zanet, APS Realdo Vive, Triora 2

Fabio Baricalla in IL REGESTO, (Bollettino bibliografico dell'Accademia della Pigna - Piccola Biblioteca di Piazza del Capitolo), Sanremo (IM), anno XI, n° 1 gennaio-marzo 2020


Mostra di sculture di Aky Vetere a Bordighera (IM)


Martedì 6 ottobre 2020, alle ore 17, nella sede dell’Unione Culturale Democratica e della Sezione  ANPI di Bordighera (IM), in Via al Mercato, 8, avrà luogo l’inaugurazione della Mostra di sculture di Aky Vetere.  L’esposizione rimarrà aperta al pubblico tutti i giorni, dalle ore 17,00 alle ore 19,00, fino a Domenica 18 Ottobre 2020.

Aky Vetere e la mamma Bea di Vigliano, nella menzionata sede
in occasione dei cento anni della signora, stimata artista



L'ingresso è libero, ma consentito con le norme che regolano l'accesso alle librerie, con mascherina e due visitatori alla volta.


Aky Vetere è nato a Verona nel 1954.
Espone sculture già presentate dal 1980 al 1992 in occasione di mostre personali e collettive di arte figurativa a Milano, dove ha vissuto e lavorato fino al 2015. Attualmente vive e lavora a Bordighera.


Unione Culturale Democratica - A. N. P. I. - Via Al Mercato n. 8,  Bordighera
 


Una mostra di sculture in questo periodo di pandemia impone una riflessione su cosa l’arte “significa” nel proprio tempo. Le opere di Aky sono infatti manifestazione di questo tempo, rappresentano un espressionismo post moderno con un “grido” che rivela la sofferenza interiore dell’uomo di fronte alla natura oltraggiata. Con una forma propria e unica che accompagna sia le sculture che le opere letterarie dell’autore, in particolare nella creazione poetica, Aky trasmette il proprio messaggio con elementi puri.
Le sculture, frutto di una amalgama solo di terra e acqua, rappresentano un anelito a un ritorno all’essenziale che può salvare l’uomo oggi. Solo l’essenziale può restituire all’uomo una guarigione sia individuale che collettiva.
Aky Vetere “utilizza” tutte le forme d’arte per esprimere la propria immaginazione narrativa.
Ha dato alle stampe diverse pubblicazioni di poesia, saggistica, mostrandosi meno al pubblico per le opere di arte pittorica e scultorea. Questa occasione consente uno sguardo completo dell’espressione artistica dell’autore che ha sempre comunicato la difficoltà dell’uomo di fronte all’incontro con il “divino” che è in noi, le contraddizioni contenute nel nostro vivere, l’eterna lotta tra bene e male che attanaglia il nostro tempo ma soprattutto la necessità di una soluzione, di un cambiamento del nostro vivere.
Angelica Vetere