sabato 21 maggio 2022

Sanremo (IM): Il magistero di Cesare Trucco


Cesare Trucco (Milano 22 aprile 1922-Sanremo 1 luglio 2012) è noto a molti sanremesi come insegnante di lettere nelle medie superiori. Ma è stato anche molto altro. Il 28 maggio verrà ricordato al Museo civico di Sanremo, nel centenario della nascita. L’appuntamento è alle ore 17.

Cesare Trucco non era nativo del Ponente ligure. «Io sono venuto a Sanremo nel ’26, a quattro anni, e appena arrivato mio nonno mi ha fatto fare la fotografia dal fotografo ufficiale di Sanremo, che era Mansuino». Ricorda: «Ho trascorso il momento formativo del carattere in una specie di Eden… una bellissima casa, con il parquet nelle camere» e il pozzo, e la fontana, e un ruscelletto che scorreva fra le piante di frutta.

La passione che presto si fa dominante è quella per i libri. Adora gli scrittori della latinità, gli italiani del Rinascimento come Machiavelli e Ariosto, la storiografia letteraria di De Sanctis e Croce.

L’attività che riempirà la sua vita sarà l’insegnamento, di ascendenza montessoriana, anche se poi passerà alle medie superiori, e molti sanremesi lo ricordano come docente di lettere. «Io ho incominciato come maestro e quindi questa vocazione, questo desiderio di sapere, di vivere in mezzo ai giovani, per i giovani e in favore dei giovani. Nel primo giubileo del magistero del Carducci trovi quello che è l’ideale dell’insegnante: è bellissimo». La capacità che Trucco presto rivela è quella di insegnare non in maniera nozionistica ma stimolando la voglia di imparare, proponendo brani dei classici spesso recitati a memoria (con una voce pacata e profonda) dando con pochi tratti biografici e critici l’idea di un poeta o di un saggista.

Professore di varie generazioni di studenti, dunque, e nitido relatore. Bibliofilo e collezionista, organizzatore culturale, conferenziere..

Cesare Trucco faceva spesso notare le corrispondenze fra opere letterarie diverse, ad esempio Eurialo e Niso nell’Eneide confrontati a Cloridano e Medoro nell’Orlando furioso, oppure Chi è questa improvvisa dea che appare di Arturo Onofri vista come un d’après di Chi è questa che ven, ch’ogn’om la mira di Guido Cavalcanti.

Si intende ora ricordare, il 28 maggio, la sua figura, soprattutto come didatta e organizzatore culturale. La giornata di studi porta infatti il titolo di “Il magistero di Cesare Trucco”. Ai presenti sarà distribuito gratuitamente un piccolo fascicolo di testimonianze e documenti e l’attore Max Carja affronterà la lettura di alcune pagine delle letterature italiana, latina e irlandese. Saranno proiettati inoltre due videoclip: la canzone “Festopoli” e un breve esempio di film didattico sulla figura di re Manfredi secondo Dante, in cui si avrà l’emozione di riascoltare la voce di Cesare Trucco.

Marco Innocenti

venerdì 20 maggio 2022

Sanremo (IM): Presentazione del volume "Antologia teatrale. Atto secondo"


"Antologia teatrale. Atto secondo" è un volume curato da Antonia Lezza, Federica Caiazzo ed Emanuela Ferrauto (rispettivamente una studiosa di letteratura teatrale, una filologa e un'italianista, tutte di area napoletana), volume che raccoglie diversi saggi, incentrati su questioni di drammaturgia, storie del teatro, messinscena e regia. Il volume è diviso in quattro sezioni: Studi sul teatro; I maestri della parola; Regia/Critica; Scrivere (di) teatro.

Il libro sarà presentato venerdì 27 maggio 2022, ore 17, in Sanremo, Museo civico di piazza Nota. Dopo un'introduzione di Marco Innocenti, che presenterà il volume nel suo complesso, gli interventi veramente interessanti saranno i successivi: la stessa Lezza, e poi Stefania Stefanelli, importante studiosa del futurismo e delle avanguardie successive.
Concluderà la giornata Franco Vazzoler, grande studioso del linguaggio teatrale, per molti anni docente universitario e autore di testi fondamentali.

n.d.r.



Venerdì 27 maggio, alle ore 17, presso il Museo Civico di Sanremo, in Piazza Nota 2, il Club per l'UNESCO di Sanremo presenta il volume Antologia Teatrale, Atto Secondo, a cura di Antonia Lezza, Federica Caiazzo, Emanuela Ferrauto; Liguori Editore, Napoli, 2021.
Partecipano Marco Innocenti, Antonia Lezza, Stefania Stefanelli, Franco Vazzoler.
In collaborazione con Università degli Studi di Salerno, Centro Studi sul Teatro napoletano, meridionale ed europeo, Società Dante Alighieri Firenze.
Club per l'UNESCO di Sanremo

giovedì 19 maggio 2022

Per Sofo il mondo era un simbolo, un atto magico

Imperia: uno scorcio di mare davanti a Porto Maurizio

Ai due [n.d.r.: nell'attuale Imperia] s'accostarono poi altri: Guido Edoardo Mottini, segretario all'intendenza di Finanza, il prof. Carlo Mario Parodi del Liceo d’Oneglia, Carlo Gentile, farmacista e direttore dell’Osservatorio, Angelo Saglietto, capitano di lungo corso, il prof. Roberto Parodi, matematico e fisico, Tito Bruno, pubblicista, l'ingegnere Olindo Zanasso, l'avv. Dionisio Castellano, Angelo Siffredi. Uomini di varia cultura, di vario ingegno, di varia attività: ma in tutti urgeva il bisogno di scambiar qualche parola diversa dal solito, in queste cittadine liguri operosissime ma fuori di ogni tradizione culturale e di una vera vita di pensiero. Al principio ci fu anche il pretesto di un lavoro da intraprendere lì per lì: il riordinamento della biblioteca comunale, cui si accinsero alacremente Boine, G. B. Parodi, R. Parodi e A. Saglietto. Boine fu il primo bibliotecario, seguito poi dal Saglietto.
La brigata nei suoi buoni momenti disputava di letteratura, arte, religione, sociologia e, molto più raramente, di politica. Gli argomenti certo non erano predisposti, ma nascevano improvvisi dalle meditazioni e dalle letture di ognuno. Talora però un tema centrale s’impostava e faceva le spese di molte conversazioni, o perchè un particolare problema avesse mosso la comune curiosità, o perchè le letture e gli studi di tutti si fossero collettivamente determinati su questioni o su autori che avessero destato maggior interesse. Ma tali convegni, ripeto, eran la cosa più lontana dall’accademia.
Letterato militante era solo Boine. Mottini viveva ancora in un periodo di incubazione, di preparazione e di accumulazione di quei motivi di sensibilità e di quella ricchissima varietà di cultura, che poi avrebbe profuso nelle sue liriche e nei suoi saggi di arte.
Italo Scovazzi, Il Cenacolo di Porto Maurizio in Atti e memorie della Società Savonese di Storia Patria vol. 37 (1965) p. 77-93

La poesia di Ruscigni appare un unicum nel panorama italiano. Al di là di quest'ultima collezione, Ruscigni scrive da tempo. Nel 1984 esce In uno itinere, due anni dopo L'antro del Nume. Poi nel 1989 Notte dell'insonnia e nel 1993 Negli Specchi del fantasma. Nel 1999 pubblica Il giardino del Lepre e infine Laminette Orfiche (2006) e Eis. Tu sei (2009). I versi sono scalpellati nella pietra. Duri, lapidari. La musica sembra a tutta prima assente, ma è celata proprio nel taglio aspro. In una potatura violenta. E uno stile oracolare, teso a svelare ciò che sta oltre il detto. Il nucleo centrale è la ricerca della verità sull'essere tramite i simboli che Ruscigni trova soprattutto nella religione egiziana antica e nella filosofia greca.
[...] La poesia di Ruscigni testimonia una parte importante della cultura italiana, oggi quasi dimenticata e nascosta. Merita perciò attenzione accurata e prolungata. Quando una tradizione culturale estranea al cristianesimo si fa luce in Italia deve necessariamente fare i conti con il cristianesimo che da noi è dominante. In questa prospettiva, il cristianesimo acquista un rilievo cospicuo. Ruscigni sembra oscillare tra amore e identificazione da un lato e rifiuto tramite una radicale critica e/o reinterpretazione gnostica dall'altro. Non è contraddizione, ma la necessità tipica della nostra cultura. La poesia su Paolo è esemplare. Terribile ma anche oscura. Paolo appare "accecato", e sostituisce "ubbidire al posto di conoscere", Ma poi: "Non maschio o femmina / Adamo Primordiale Cristo / Logos che il mondo trascende".
In questa tradizione importante e dimenticata di cui Ruscigni è espressione sta anche il rapporto necessario con maestri di iniziazione. Ed egli ne ha avuto uno, "Sofo", Angelo Saglietto, così definito da Ruscigni in Eis: "Sofo è uno di quei misteriosi personaggi, come Ietro, Melchisedec che, pur apparendo pochissimo nella storia, in realtà sono destinati a condizionarla in quanto essi emanano dal Principio, dall'Invariabile mezzo, dal Polo celeste, dall'Asse del mondo...". Ma la poesia di Ruscigni indaga ogni aspetto della realtà esistenziale - da qui le diverse poesie di amore, di affetto familiare, di pietas verso gli animali - e per questo sembra in ultima analisi espressione di un fascino esercitato dal simbolo su ogni aspetto della vita vissuta.
Ito Ruscigni, Stella del Nord. Nuove laminette orfiche, De Ferrari, Genova, 2011
Mauro Pesce, Un poeta gnostico, L'Indice dei Libri del Mese, Anno XXIX N. 2 Febbraio 2012

[...] Piero Colombani, nel rendere omaggio a Sofo (Angelo Saglietto, nato a Imperia 1888 e morto nel 1978) affronta il drammatico e, attualmente inusitato, rapporto tra Arte e Rivelazione. Un felice incontro, predestinato eppure quasi spontaneo, tra l’artista che subisce il fascino degli oggetti che si fanno simbolo (il connettersi di elementi realistici e simboli esoterici) e il grande uomo spirituale che queste visioni realmente ebbe ancora giovinetto sin dal 1900…
Sofo, gnostico recidivo… ricco di sconfinata erudizione (Boine) e di enormi capacità indagative, ha lasciato un patrimonio, orale e scritturale, immenso; ancora tutto da esplorare poiché, vivo, non pubblicò mai nulla, rinnegando, in tempi così facili come i nostri, l’Idola Libri…
… Piero Colombani, nel catalogo monografico, che raccoglie 35 anni di attività artistica, è in sintonia con la sua esperienza nell’arte gotica con le idee di Sofo, ispirate entrambe alla Tradizione. Alcuni anni fa quando proposi all’artista di illustrare le Visioni di Sofo un tema a cui abbiamo riservato un apposito volume, dopo averle meditate mi disse: A qualcuno è dato di tenere le chiavi di questo sapere sacro: Sofo mi illumina di speranza.”…
Ito Ruscigni
Redazione, Visioni da Sofo, Piero Colombani 

[...] Ito Ruscigni è nato a Imperia e vive a Sanremo, già direttore dell'ufficio Stampa e Cultura del Casinò, ha curato in particolare la Rassegna "I Martedì Letterari", Ha studiato presso l'Università di Urbino dedicandosi a ricerche storico-religiose, pubblicando "Regola della Guerra e Apocalisse", un saggio dedicato alla escatologia giudeo-cristiana. Ha scritto "Cristianesimo, Dei e Demoni" e altri saggi. "L'Anima del mondo tra Magia e Scienza", dedicato a Giordano Bruno, Galileo Galilei e Leonardo da Vinci. Ha pubblicato le raccolte di poesia: "In uno ltinere", "L'antro del Nume", "Notte dell'Insonnia", "Negli specchi fantasma", "Il giardino del Lepre", "Laminette Orfiche".
Nel volume "Con Sofo cose notabili", Ito Ruscigni, svela una storia quasi privata, narrando dell'amicizia che lo legò per un lungo periodo di tempo ad Angelo Saglietto, detto Sofo, un personaggio veramente eccezionale. Chi fu Sofo? Nato a Imperia da una stirpe di marinai e armatori nel 1888, Angelo Saglietto visse sempre in questa città, dove morì nel 1978, lasciando ai numerosi discepoli e seguaci appunti, note e disegni che lumeggiavano in parte il suo pensiero. Sofo fu, infatti, un filosofo e un mistico, un indagatore dell'uomo e della vita, nella quale cercava di rintracciare quella presenza del divino che sul campo del contingente tende a frantumarsi in tante piccole tessere. Ruscigni ricompone questo mondo complesso e disarticolato fatto di sogni, di visioni, di premonizioni ma anche di considerazioni, di ragionamenti e di profonde riflessioni sul senso dell'uomo. Ne fuoriesce un libro interessantissimo che cattura e avvince colui che desidera andare oltre il velame e avvicinarsi a quel mistero inestricabile che si chiama esistenza. [...]
Redazione, Ito Ruscigni, Sofo e le cose notabili, giovedì al Tea con l'Autore, Il tuo comunicato stampa, 9 febbraio 2015 

[..] Un incontro eccezionale è capitato… anche a Ito Ruscigni, scrittore di fama, specializzato, soprattutto, in ricerche storico-religiose. Egli si è interessato, fra l’altro, di mitologia cristiana, di frammenti orfici, dell’opera di Giordano Bruno e di Galileo Galilei. Inoltre, ha scritto varie raccolte di poesia, fra le quali "Notte dell’insonnia", che vinse nel 1986 il “Premio nazionale di poesia Dino Campana”.
In questo bel volume, "Con Sofo cose notabili", Ito Ruscigni, svela una storia quasi privata, narrando dell’amicizia che lo legò per un lungo periodo di tempo ad Angelo Saglietto, detto Sofo, un personaggio veramente eccezionale.
Chi fu Sofo? Nato a Imperia da una stirpe di marinai e armatori nel 1888, Angelo Saglietto visse sempre in questa città, dove morì nel 1978, lasciando ai numerosi discepoli e seguaci appunti, note e disegni che lumeggiavano in parte il suo pensiero.
Sofo fu, infatti, un filosofo e un mistico, un indagatore dell’uomo e della vita, nella quale cercava di rintracciare quella presenza del divino che sul campo del contingente tende a frantumarsi in tante piccole tessere. Ruscigni ricompone questo mondo complesso e disarticolato fatto di sogni, di visioni, di premonizioni ma anche di considerazioni, di ragionamenti e di profonde riflessioni sul senso dell’uomo. Ne fuoriesce un libro interessantissimo che cattura e avvince colui che desidera andare oltre il velame e avvicinarsi a quel mistero inestricabile che si chiama esistenza. Si legge:
“Sofo non ebbe maestri. La biografia di Sofo è il suo pensiero. Diplomato capitano di mare, conosceva molto bene la matematica, l’astronomia, le lingue moderne e antiche. Fu in corrispondenza con molti studiosi della tradizione gnostica.
Giovanni Boine lo descrisse nel suo libro “Amici di qui” e scrisse: “Al capitano Angelo Saglietto di Giuseppe, detto 'il Sopfo' e 'Sofo' veramente, abitante nel corpo a Borgomarina ma con lo Spirito tra gli Elisi…”. [...]
Ma.Gu., La figura di Sofo con Ito Ruscigni ai Martedì Letterari del Casinò di Sanremo, Riviera24.it, 21 ottobre 2013

Pareva che il Sofo si accostasse a tal modo di sentire e di pensare: ma la sua era tutt'altra posizione. Per lui il mondo era un simbolo, un atto magico. Un simbolo vedeva nella parte liturgica del Cattolicesimo e nelle funzioni religiose; un simbolo di segrete rispondenze spirituali che conosceva lui solo. Lo si vedeva sempre alle funzioni di chiesa, raccolto in sè, beantesi delle cerimonie e delle armonie. Lo si sarebbe detto il più devoto osservante, e
nessuno sospettava certo qual nido di eresie si nascondesse in quel lontano discendente degli Gnostici. Per Mottini la religione era l’arte; gli altri digradavano verso una concezione panteistica, panica del mondo: verso una religione della natura che trovava il tessuto connettivo col polo opposto nell’«humus» romantica che in fondo tutti affratellava.
Ci fu anche una punta di buddismo: l’avv. Castellano, per esempio, ne rimase così preso da essere poi soprannominato Buddino.
Se le teste si riscaldavano troppo, c’era sempre pronta l’ironiadi C. M. Parodi, che tuttavia leggeva lui pure Pascal e i mistici, come del resto il suo grande Schopenhauer aveva saputo conciliare la mistica fede di Boehme col sogghigno di Voltaire.
Ma la musica specialmente era la miracolosa conciliatrice: Mottini apprestava il grande banchetto, al suo pianoforte, nella camera angusta.
Poteva essere un crepuscolo d’inverno, ma lucido e sereno, in cui i monti e i cipressi della valle s’intagliavano in una sfumatura celeste degna del Perugino; oppure una sera blanda di maggio, soffusa di fluidi veli di nebbia, ritmati dal canto delle rane.
Tutto fluiva: l’eleganza aristocratica di Mozart, la malinconia di Chopin, il romanticismo di Mendelssohn, il ruscello canoro di Schubert, il fruscio serico e il brivido di Debussy, le ciclopiche costruzioni Wagneriane. Ma più di tutto Mottini faceva comprendere agli amici Beethoven, il cui titanismo essi amavano contrapporre alla mistica femminilità di Wagner. Erano freschi della lettura di Schopenhauer, della sua teoria della musica, ed avevano letto anche il Beethoven di Wagner e le Origini della tragedia di Nietzsche; e G. B. Parodi aveva anche ideato e in parte steso un lavoro in cui, con argomenti paralleli a quelli del Nietzsche, trattava del ritmo del dramma cristiano e della musica. Quella era la necessaria integrazione del mondo, anzi la rivelazione del mondo vero e profondo (il Sofo annuiva), del segreto «Wille» del mondo, che fiorisce, meravigliosamente, nella gradazione gerarchica della sua obbiettivazione, come la mistica rosa di Dante; era il mondo liberato, spastoiato dalla occhiuta preveggente obbiettività borghese; era la matrice, l’abisso primigenio, in cui germinava il fantasma del mito e dell’umana tragedia. Ma Mottini correggeva,
frenava, riduceva gli sconfinamenti vaporosi, balenati di riflessi metafisici, a cui spesso s’abbandonava G. B. Parodi.
Uscivano a ora tarda, in silenzio. Camminavano assorti, riandando la dolcezza di quelle ore musicali, e ciascuno sentiva lievitare in sè la parte migliore del suo essere, sentiva ciascuno una sua via, una sua missione. La guerra non era ancora scoppiata, ma stava in agguato nell’ombra.
Italo Scovazzi, Op. cit.


Il diario degli scavi nella preistorica Caverna di Bertrand, sul versante occidentale del Monte Faudo, nel territorio di Badalucco, e un saggio inedito, «Cristianesimo storico e cristianesimo eterno», pubblicato sulla rivista semestrale «Mistica e filosofia». Ambedue opere di Angelo Saglietto, filosofo di Porto Maurizio al quale lo scrittore Giovanni Boine aveva dato il nome di Sofo, il Sapiente, sono le ultime scoperte dell’imperiese Ito Ruscigni, creatore dei Martedì Letterari del Casinò di Sanremo (1500 gli autori complessivamente ospitati), su questo protagonista delle cultura, che ha frequentato e di cui è considerato il maggior studioso.
Spiega Ruscigni, anche saggista e poeta raffinato («Una poesia filosofica, la sua, che sacrifica ornamento, cantabilitá e ogni possibile grazia al pensiero», ha scritto Mario Baudino su La Stampa): «Dal diario scaturisce la disputa di Sofo con un altro filosofo, l’ex ministro Gentile, il quale sosteneva che i resti umani e i reperti rinvenuti nella grotta erano di pitecantropo, vissuto dai 400 ai 300 mila anni prima di Cristo. Per Sofo risalivano invece all’eneolitico, intorno al 2000-1500 a.C. Nell’accesa diatriba si inserì un terzo filosofo, Julius Evola, che chiese a Sofo di pronunciarsi pubblicamente».
E, con la certosina pazienza del ricercatore, Ruscigni, già capo ufficio stampa del Casino, da lui riverniciato con i Martedì Letterari (non solo casa da gioco, ma anche sede di eventi culturali), ha ritrovato il documento, un articolo del 1934 nel quale Sofo esponeva le proprie ragioni. E a seguito di ciò è sbocciata un’altra idea, da realizzare con il Comune di Badalucco: recuperare quei cimeli, «ovunque si trovino», per esporli in una mostra nel paese, accompagnata da una pubblicazione che riepiloghi la vicenda. [..]
Stefano Delfino, Ito Ruscigni scopre due opere del filosofo imperiese Angelo Saglietto, in arte “Sofo”, La Stampa, 20 marzo 2021

In questi giorni penso a quel tratto di Liguria che volge più all’Occidente, luogo dal clima unico al mondo tanto da poter far convivere specie botaniche provenienti da tutti i continenti come i giardini Hanbury dimostrano.
Uno dei motivi per cui mi sento attratto da quei luoghi è perché ho letto il libro di Ito Ruscigni dal titolo “Con Sofo cose notabili -mitovisioni-misteri”.
Ito è nato ad Imperia e vive a Sanremo, animatore ed ideatore dei martedì letterari del Casinò, ha un lungo curriculum di ricercatore storico religioso e di poeta. Nella sua opera più recente riporta ed esamina gli appunti o meglio
il pensiero del suo Maestro, il Capitano Angelo Saglietto detto Sofo, vissuto dal 1888 fino al 1978. Maestro per Ito non di navigazione di lungo corso per i mari del mondo, quanto di cabotaggio negli altrettanto perigliosi mari della vita. In questo libro sono narrati episodi reali, immaginari, onirici di un uomo che si divideva tra la vita marinara ed agricola e che vaticinava in merito alla guerra ai nazifascisti portatrice di lutti inenarrabili, perché; “… una nuova razza di uomini si è messa in moto. Essa si è impadronita di una scienza che doveva rimanere segreta, che doveva essere soltanto degli iniziati ed ora invece è diventata uno strumento di conquista e di dominio. Le sciagure saranno immense. Ma quella scienza è buona, è vera.”
[...] Ed alla distruzione del pianeta ci siamo arrivati davvero ad un passo, come il preveggente Sofo aveva affermato, perché il concetto di razza venne usato in modo totalmente fuorviante e distorto. In quegli anni in Europa anche alcuni gruppi parlavano di Tradizione; il già citato Guenon, ed in Italia da parte di un gruppo d’intellettuali chiamatisi il gruppo di Ur, con Julius Evola, Reghini, De Giorgio ed altri. Costoro affrontarono il tema della tradizione romana e della razza. L’allora nascente regime fascista sfruttò e prese a piene mani quei simboli studiati da questi esoteristi, come il fascio littorio, il saluto romano e molto altro nell’esaltazione di un passato glorioso, travisando in parte, quegli studi che invece volevano porre una luce sulla tradizione e sulla forza magica. Questi occultisti, in particolare Arturo Reghini, cercarono di esercitare un’influenza sulle forze politiche di quel periodo, riscoprendo il paganesimo tradizionale romano. Il fatto è che il nostro Sofo - Saglietto non avendo avuto contatti con questi sodalizi né diretti ne tantomeno epistolari, non ci sa spiegare come possa aver appreso questi pensieri e questa cultura. La sua formazione nautica era lontana da questi studi che si rifacevano alla filosofia ed alla teologia, eppure le sue lucide visioni spaziavano dal linguaggio del mito, a quello esoterico, all’interpretazione simbolica dei sogni ed a quell’uomo occulto, interiore in qualche modo primitivo, che riconduce alle grandi scuole iniziatiche platoniche che insegnavano a conoscere sé stessi, per comprendere il mondo. E come da tradizione in queste scuole esoteriche poco o nulla doveva essere scritto e tutto trasmesso oralmente da maestro a discepolo, affinché la sapienza non finisse in mani improprie e travisata portasse a gravi conseguenze.
[...] Ito Ruscigni non ha paura di portare la conoscenza di questi fatti ad un pubblico più vasto, per mantenere la memoria di questo suo Maestro, in un’epoca in cui i maestri sono sempre più rari e spesso sono cattivi. Questo rende il suo lavoro una testimonianza rara e preziosa che va attentamente esaminata e soppesata, con la consapevolezza di non poter comprendere quei lati misteriosi che come tali devono restare. Sofo ci guidi in queste giornate buie, dove un’umanità disperata ed in alcuni momenti feroce si confronta e si guarda attraverso un muro, che dovrebbe precludere i contatti, ma che ci piaccia o no, nulla potrà fare per isolare. I muri si costruiscono per paura. Servono a convincerci che possiamo essere al riparo e che nulla possiamo temere. Ma la storia c’insegna che brecce, come Porta Pia o crolli come quello di Berlino prima o poi avvengono. Spesso il muro stesso viene aggirato, perché per quanto accurato sia il controllo qualcosa sempre sfugge.
[...] Non è mia intenzione evocare scenari tetri, ma ritengo che in questi tempi sia importante conoscere, analizzare ed esercitare quell’arte mantica che il Maestro Sofo ha voluto insegnare a chi manifestava sensibilità e capacità per essere un buon discepolo, per saper utilizzare la pietra dei muri, diventata maceria, per costruirne ponti.
Contro la fragilità dei muri molto più forte ed impermeabile è quel velo di Iside che nasconde le cose di chi sa, verso chi crede di sapere.
Paolo De Santis, Il muro ed il velo, La Civetta della Liguria d'Occidente, Circolo degli Inquieti Anno XX N° 4 2015

1926-29 Si dedica [Evola] alla riscoperta di antichi insegnamenti presenti in molteplici tradizioni; scrive sulle riviste di “Ur” e “Krur”, alle quali collaborano Reghini, Colazza, Servadio, Comi, raccogliendo, successivamente, i fascicoli monografici nei tre volumi di Introduzione alla magia quale scienza dell’io. E’ ispiratore e redattore del “gruppo di Ur”.
Francesca Ricci, Julius Evola: l'altra faccia della modernità, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Napoli Federico II, 2008

domenica 15 maggio 2022

L'immigrazione calabrese si addensava soprattutto a Taggia e nella fascia da Bordighera al confine con la Francia

Un vicolo del centro storico di Taggia (IM)

«Andare lassù» era l’espressione ricorrente usata da chi negli anni Cinquanta-Settanta emigrava nell’Italia settentrionale dai paesi calabresi. Almeno, in base ai ricordi personali, da quelli della Calabria nord-occidentale. La locuzione avverbiale indicava uno strano luogo indeterminato, che in realtà era metafora della Liguria occidentale, della provincia di Imperia in particolare, ed era mutuata da modi di dire quali «lavoro lassù», «vivo lassù» e simili pronunciati da coloro che ritornavano nei luoghi d’origine per portare al Nord il resto della famiglia. La metafora - sintetica, suggestiva e mitizzante - non trovava applicazione per gli esodi in Piemonte (si partiva sempre per Torino), in Lombardia, di cui Milano era la sineddoche, in Costa Azzurra, che designava genericamente la Francia, e in Brasile, tout-court l’America.
[...] Per l’argomento in trattazione non si è potuto disporre di un’adeguata ed esauriente documentazione: non solo le fonti non risultano fruibili per il divieto di accesso stabilito dalla nostra legislazione ai dati anagrafici, ma i Comuni liguri qui presi in esame non dispongono di sintesi statistiche anche in ragione del fatto che gli uffici non hanno mai attuato screenings almeno numerici sulla popolazione immigrata <2.
Unica eccezione il Comune di Taggia.
Di validissimo aiuto, tuttavia, nell’inesistenza di letteratura specifica, si è rivelato lo studio, ancora oggi unico e insuperato sul tema, sia da parte ligure che calabrese, di Franco Martinelli *, funzionario all’epoca dell’Ufficio Provinciale di Imperia del Servizio Contributi Agricoli, su Contadini meridionali nella Riviera dei Fiori edito nel 1958 (nello svolgimento del presente scritto richiamerò questo denso rapporto col nome dell’estensore). Benché limitato agli anni Cinquanta, il lavoro di Martinelli è comunque paradigmatico della situazione immigratoria meridionale dei successivi decenni Sessanta e Settanta. Il testo è stato integrato da alcune significative tabelle che, pur riguardando la presenza dei meridionali in generale nei centri del litorale floricolo della Riviera, riportano indicazioni molto utili alla comprensione del fenomeno, anche quando gli indici sono retrodatati al 1946 o elaborati, per Taggia, fino al 1973.
I centri oggetto di indagine furono quelli di Ventimiglia, Camporosso, Vallecrosia, Bordighera, Ospedaletti, Sanremo, Taggia, Riva Ligure, Santo Stefano al Mare, Costarainera, Cipressa e San Lorenzo al Mare. I primi immigrati meridionali risalgono al periodo 1921-1930, calabresi a Ventimiglia, abruzzesi a Sanremo e Riva Ligure. Furono essi a richiamare l’attenzione dei paesani sulle possibilità di lavoro e di insediamento offerte dalla zona dopo la Grande Guerra, costituendo così i veri «piloti» dell’immigrazione meridionale in Riviera, senza trascurare che in non pochi casi si sono stabiliti nel Ponente ligure soggetti intenzionati ad emigrare in Francia ed impossibilitati dalle leggi ivi vigenti ad espatriare in quel paese o di individui rimpatriati dalla Costa Azzurra per le difficoltà incontrate nell’inserimento lavorativo (Martinelli, p. 23).
Per un riepilogo delle unità meridionali immigrate nell’arco 1946-1957, è esplicativa la tabella 1 contenuta nell’inchiesta di Martinelli (p. 20): Al 31 dicembre 1957, nei dodici Comuni dell’indagine, su una popolazione residente di 99.715 abitanti 10.942 erano meridionali, concentrati per un terzo a Sanremo e un terzo a Ventimiglia. A Riva Ligure un terzo dei residenti erano meridionali, soprattutto abruzzesi. Percentuali notevoli risultavano a Santo Stefano al Mare, Camporosso e Taggia. Per l’arco temporale 1946-1957, gli immigrati meridionali e i corrispondenti nuclei familiari risultavano distribuiti nella zona litorale floricola come nella Tabella 2.
Gli occupati nell’edilizia erano dislocati soprattutto a Taggia, Ospedaletti e Ventimiglia, mentre a Sanremo e Bordighera trovavano occupazione principalmente i lavoranti nel terziario turistico. Calabresi e abruzzesi - i gruppi più numerosi - fornivano l’apporto più considerevole di manovalanza non qualificata: i primi provenivano da ceti bracciantili e di piccoli proprietari coltivatori non autonomi; i secondi, originari pressoché esclusivamente di paesi delle provincie di Teramo e Pescara, comprendevano una piccola proprietà contadina in cui era diffuso il contratto di mezzadria classica (Martinelli, p. 26).
Se l’immigrazione abruzzese era concentrata a Santo Stefano, Riva Ligure, Sanremo e Ospedaletti, quella calabrese si addensava soprattutto a Taggia e nella fascia da Bordighera al confine con la Francia. Era una massa di manovalanza instabile e generica impiegata nella floricultura e nell’edilizia, ma anche attratta dal mercato del lavoro oltre frontiera. Le catene immigratorie più consistenti dalla Calabria originavano da Rizziconi, Molochio e Varapodio per Ventimiglia, da Verbicaro per Taggia (Martinelli, p. 28).
Numerosa la manodopera femminile prestata nella lavorazione dei fiori, settore in cui l’irrigazione, la distribuzione degli anticrittogamici, la raccolta e confezione dei mazzi di fiori, più che lo sforzo fisico, richiedevano doti di abilità e sveltezza. Le donne calabresi, occupate nei loro paesi per poche settimane all’anno come raccoglitrici di olive conobbero, inserendosi in questo processo lavorativo, una indubbia emancipazione sociale e tecnica, inserendosi profondamente nel processo di produzione locale.
Gli artigiani - in particolare i calzolai - hanno avuto un ruolo prioritario nell’insediamento dei calabresi in Riviera (Martinelli, p. 56). Dopo l’inurbazione nei centri più grossi, i meridionali cominciarono a stabilirsi nelle frazioni agricole: Bussana, Poggio e Coldirodi di Sanremo, Borghetto e Latte di Ventimiglia, spingendosi gradualmente nei paesi interni, come Soldano, San Biagio della Cima, Pompeiana, Castellaro, Terzorio (Martinelli, p. 98).
Se gli abruzzesi hanno incrementato l’uso dei contratti parziari, i calabresi hanno mirato con tenacia all’acquisto della terra, inteso come segno tangibile di ascesa sociale, sintetizzata dal detto «Se chi vende scende, chi acquista sale» (Martinelli, p. 31).
Il dialetto ligure era considerato segno di prestigio ed era parlato correntemente. Ciò nonostante, i calabresi erano tenuti in disparte dai locali («I calabresi tengono malo sangue», si diceva), e riguardo a loro i liguri distinguevano tra i cosentini, più apprezzati e stimati, e i reggini, mentre verso gli abruzzesi non erano mosse riprovazioni (Martinelli, p. 92). D’altro canto, se questi si mostravano remissivi verso i loro datori di lavoro, i calabresi, ritenuti senza eccezioni solidi lavoratori (Martinelli, p. 102), rifuggivano da questo atteggiamento e dimostravano maggiore maturità nella comprensione dei problemi connessi ai diritti del lavoratore e alle norme previdenziali. Non essendo abituato a legami di associazione con il padrone, il calabrese contrattava apertamente il compenso della giornata e non esitava a far valere i propri diritti (Martinelli, pp. 52, 56).
Per tutti, comunque, le condizioni di vita nelle località di immigrazione furono inizialmente difficili, soprattutto con riguardo alla sistemazione abitativa, risolta in alloggi di fortuna (magazzini per lo più), adattati alla meglio con tramezzi, forniti spesso dagli stessi datori di lavoro che così tenevano sotto controllo il loro dipendente dal quale pretendevano affitti in più di un caso piuttosto elevati, tenuto conto che i vani erano privi di luce, acqua e servizi igienici. Frequenti erano i contratti di locazione con obbligo di restauro e miglioria degli edifici antichi e fatiscenti concessi in affitto, che gli immigrati spesso subaffittavano ai compaesani. Non era insolito che chi occupava l’immobile vi convivesse con altri nuclei familiari di compaesani o di corregionali (Martinelli, pp. 52, 68-71, 98-99).
Le comunità calabresi si presentavano in quegli anni come gruppi chiusi e isolati, con forti legami di solidarietà endogena. Non molto incisivo risultava il contributo all’interazione/integrazione delle sezioni cittadine di partito e delle sedi di rappresentanza sindacale. I luoghi di socializzazione rimasero a lungo le sale parrocchiali, le mescite e i bar dove era possibile seguire i programmi televisivi, nonché i cinema di terza visione. I calabresi della provincia cosentina si rivelarono più facilmente inclini alla socializzazione soprattutto fra i giovani, favoriti dalla migliore considerazione di cui godevano presso i liguri rispetto ai corregionali della provincia di Reggio. Ciò nonostante, non mancò dapprima di suscitare stupore tra i locali il legame sentimentale tra il muratore verbicarese [...] e la tabiese [...], poi lo scalpore per il matrimonio tra i due nel 1962, a lungo molto ostacolato dalla famiglia della giovane <3.
La comunità calabrese in Riviera si articolava per stirpi familiari unite dalla solidarietà paesana. Le migrazioni avvenivano secondo una catena basata sul vincolo familiare e di vicinato, il che favoriva catene estese, persino di 40 unità (Martinelli, p. 74). Agiva in modo sensibile nell’emigrazione e sulla tenacia della volontà di inserimento l’opinione pubblica dei paesi di partenza, che vedevano come negativo l’eventuale rientro, in quanto indice di un’esperienza fallita. La comunità manteneva con forza il legame con i paesi natali e, benché i calabresi non siano giunti in nessun caso a festeggiare il loro Santo Patrono in Riviera, diversamente dagli abruzzesi teramani e pescaresi devoti a San Gabriele, tuttavia in occasione delle feste patronali raccoglievano collette da inviare al comitato organizzatore della festa al paese di provenienza (Martinelli, p. 74). Questa è stata per alcuni decenni la prassi dei verbicaresi per la festività di San Rocco e dei papasideresi per lo stesso santo, per la Madonna di Costantinopoli e per Sant’Antonio.
Nella carenza di organi dell’amministrazione centrale e periferica che curassero i problemi degli immigrati, si doveva alla Curia di Ventimiglia la creazione nel 1955 di un Comitato di Assistenza per i meridionali, aiutata in quest’opera dal Patronato INAS della CISL (Martinelli, p. 100) e dalla CGIL, dove era molto attivo, prima della sua elezione come deputato al Parlamento, il papasiderese Gino Napolitano <4.
La carenza di assistenza, tuttavia, per i calabresi era per così dire surrogata in qualche centro della Riviera - ad esempio a Bordighera Alta ** - da un capolega o un “sindaco” paesano
[...] Il caso di Taggia è di particolare interesse perché è l’unico tra i centri della zona floricola ponentina a concentrare un numero di calabresi cosentini provenienti da uno stesso paese, Verbicaro, che oggi, con la seconda e terza generazione, fornisce il nucleo allogeno più robusto della popolazione tabiese <5. Consistenza che diventa più clamorosa se si considerano gli immigrati dal paese calabrese confinante, Orsomarso, come si evince dalle tabelle che seguono. Sempre con riferimento all’Alto Tirreno calabrese, il caso della comunità verbicarese trova un più limitato, ma non esiguo, riscontro nel gruppo proveniente da Papasidero e insediato principalmente a Riva Ligure e Vallecrosia.
I nuclei di verbicaresi più consistenti insediati a Taggia, principalmente nelle vie San Dalmazzo, Lercari, Spagnoli, Santa Lucia, Anfossi, si riferiscono agli [...]
[NOTE]
2 Sulle difficoltà relative alla misurazione anagrafica degli spostamenti di popolazione e sui modelli statistici relativi, si vedano le osservazioni di Paul Ginsborg, Storia d’Italia, cit., pp. 295-98 e Corrado Bonifazi, Frank Heins, Ancora migranti: la nuova mobilità degli italiani, in Storia d’Italia. Annali 24, Migrazioni a cura di Paola Corti e Matteo Sanfilippo, Einaudi, Torino 2009, p. 507.
3 Una successiva unione tra un verbicarese e una tabiese si ebbe nel 1965 nelle persone di [...], anch’egli muratore, e [...], che dovette vincere la scontata opposizione della famiglia. Le informazioni sulla vita dei verbicaresi a Taggia le devo al loro compaesano Angelo Cirimele, immigrato ancora ragazzo con la famiglia nella seconda metà degli anni Cinquanta e oggi maestro elementare, che ringrazio molto cordialmente.
4 Su questo personaggio, nato a Papasidero nel 1924 e morto nel 2000 a Sanremo, dove era emigrato con la sua famiglia all’età di cinque anni, protagonista della Resistenza nell’imperiese in qualità di vice-comandante partigiano, militante del PCI e deputato al Parlamento dal 1963 al 1972 nelle file del suo partito in rappresentanza della circoscrizione Liguria, si veda Gino Napolitano. La semplicità della politica. Scritti autobiografici, lettere, immagini, a cura di Saverio Napolitano, Arma di Taggia 2012.
Saverio Napolitano, «’Nni iamu lassù». L’immigrazione calabrese nel Ponente ligure (1950-1970). Le provenienze dall’Alto Tirreno cosentino e il caso di Taggia in La Calabria dei Migranti (a cura di V. Cappelli, G. Masi, P. Sergi), Rivista Calabrese di Storia del ‘900, 2 (numero monografico), 2014

NOTE DEL REDATTORE
* F. Martinelli, Contadini meridionali nella Riviera dei Fiori, in “Alcuni problemi economico-agrari della Riviera ligure. Raccolta di Studi”, Imperia, C.C.I.A., 1959, pp. 219-247 [pubblicato pure in «Rivista italiana di Economia, Demografia, Statistica», XIII (1959), n. 1-2]
** Al più volte qui citato lavoro di Martinelli fece ampio ricorso qualche anno fa per il caso cittadino, un articolo (non più online) di Paize Autu, Periodico dell’Associazione “U Risveiu Burdigotu” di Bordighera

mercoledì 11 maggio 2022

Bordighera: presentazione del libro "Lina, partigiana e letterata, amica del giovane Calvino"


BORDIGHERA
SABATO 14 MAGGIO 2022
ORE 17.00
TEMPIO VALDESE
Via Vittorio Veneto
Nel rispetto delle norme anti Covid

 Presentazione del libro
“LINA, PARTIGIANA E LETTERATA,
AMICA DEL GIOVANE CALVINO”
Lettere, Poesie, Scritti inediti di
Lina Meiffret
di DANIELA CASSINI e SARAH CLARKE
Fusta Editore
 


Introducono

 GIOVANNI RAINISIO
Presidente dell’ISRECIm

GIORGIO LORETI
Presidente ANPI Bordighera
 

Presenta CORRADO RAMELLA
Libreria Amico Libro Bordighera

con il patrocinio


 

 

[n.d.r.: sulla figura di Lina Meiffret ci si permette di aggiungere qualche collegamento, come per un precedente, analogo incontro pubblico, svoltosi in Sanremo, o come questo o come quest'altro ancora]

 

lunedì 9 maggio 2022

Bordighera (IM): Mostra fotografica di Clara Vizzini


Unione Culturale Democratica -  Sezione ANPI 

Bordighera (IM), Via al Mercato, 8

 

Mercoledì 11 maggio 2022 - Domenica 22 maggio 2022  - ore 17 / 19 (festivi compresi)

 

       EMOZIONI IN BIANCO E NERO

       Mostra di Clara Vizzini

 

ingresso libero

I visitatori sono ammessi nel rigoroso rispetto delle vigenti norme sanitarie anti Covid

 

Queste foto sono il risultato di ricerche personali e lavori realizzati per i miei studi.
Le tematiche sono:
La donna prigioniera
Kenopsia
La meraviglia che può suscitare un merlo ai primi passi della vita.
Clara Vizzini

 

Clara studia Grafica e illustrazione presso l'Accademia di belle arti di Sanremo e vive a Bordighera.

Giorgio Loreti

Unione Culturale Democratica -  Sezione ANPI - Bordighera (IM), Via al Mercato, 8  [ Tel. +39 348 706 7688 - Email: nemo_nemo@hotmail.com ]

sabato 7 maggio 2022

Mangio qualche patella come in un rito iniziatico

La zona di ponente di Ventimiglia (IM) vista dalla Frazione Mortola

La casa dei miei [n.d.r.: ubicata tra località Ville e Frazione Latte nel ponente di Ventimiglia (IM)] l'ho venduta, eppure non me ne sono andato, qualcosa mi ha tenuto qui. A volte scendo al mare dove ero stato un paio di volte con mio padre, prima che se ne andasse, e poi con Silvia e Daniela e Miriam e più spesso da solo, a coltivare sogni. Quest'estate ho capito che vado li perché l'universo che trovo, sul pelo dell'acqua, tra due file di scogli che nascono in profondità e salgono fino al Grammondo, è lo stesso che vedeva mio nonno quando andava a raccogliere i ricci e gli anemoni di mare, è lo stesso mondo che ha visto ogni occhio dal paleolitico in poi. Non s'indovina la presenza né di un sentiero, né di un palo della luce; tutto resta alle spalle e davanti c'è solo un disegno di scogli e rimbalzi d'acqua, correnti che macchiano il celeste e qualche gabbiano di vedetta. E' il posto dove la realtà si restringe, compressa dai sogni e si può capire che il silenzio non esiste. E' un luogo che non si può attraversare, un luogo in cui, cercando, si arriva. Difficile da qui spiccare il volo.
Mangio qualche patella come in un rito iniziatico, usando un'altra patella come coltellino, con due gocce di un limone acerbo rubato lungo la riana del Butasso.
Non ci sono né brigantini, né gozzi, né motoscafi e sono come mio padre e mio nonno, sento gli stessi odori di poseidonia spiaggiata, provo la stessa soddisfazione, ad essere selvatico e felice, a addormentarmi sullo scoglio. Respiro per primo con ingordigia l'aria che arriva d'oltre mare sapendo che senza aria non c'è vita; si può fare la fame o aspettare un amore, ma ci vuole l'aria. E una volta l'anno sento l'odore acre delle barchette di san Giovanni che seccano al sole di giugno.
[...] E vengono a galla e si mischiano notizie fresche, come l'uccisione del parroco di Castelvittorio, accusato di farsela con i repubblichini.
Siamo all'osteria di Villatella, con un gotto, un coniglio e ravioli a volontà. E' giorno di lavoro ma siamo scappati tutti e due. Ci siamo capiti, lo stiamo facendo per raccontarci un po' di vita, smascherati da un bicchiere di nostrale. Di qua dietro si sale e si scende; quando non c'erano le autostrade c'è chi è diventato ricco sulle montagne di frontiera e chi c'è rimasto sulle mine.
Non abbiamo la stessa età, ci travasiamo i ricordi che sono diversi ma della stessa mena. Tra noi ci sono una guerra e almeno una generazione.
Parliamo delle stesse persone in momenti diversi, di Celè postino di campagna che ci lasciava le lettere nel casone più vicino alla strada e che aveva spesso i piedi rotondi dal bere, di Ernè pescatore di nassa e di Bruno che lancia il resaglio alla bocca del vallone e ogni anno deve togliere un piombo perché il lancio diventa sempre più pesante per i suoi novant'anni.
Ma parliamo anche d'anarchia, di Pinelli caduto dalla finestra e ricordiamo insieme, canticchiando un po' bevuti:
"Quella sera a Milano era caldo - Ma che caldo che caldo faceva - Brigadiere apra un po' la finestra - E ad un tratto Pinelli cascò"
E ci viene in mente di Libero e Libereso personaggi mitologici che abbiamo conosciuti.
E alla fine dopo un sospiro, quando cominciamo a darci del tu, mi chiede a bruciapelo: "Cos'è che ti fa star bene, felice, in un dato momento?" - "Dipende da come sei fatto dentro", gli rispondo senza lasciarlo finire.
E lui, che ha già riflettuto una vita, aggiunge: "E da chi hai davanti". Pensa a noi due col bicchiere e a quando aveva davanti una donna giovane e profumata, più bella di un quadro.
Ci siamo incontrati una volta per caso, due mangiapreti in chiesa a cercare ciò che ci sfugge. Ma non è una chiesa qualsiasi, è il luogo di apparizioni e miracoli, è il santuario dei vecchi liguri diventato francese da un secolo e mezzo. Una volta ogni tanto mi viene voglia di passare da lì tornando da Nizza verso le cinque di sera, in giornate qualsiasi, quando non c'è quasi più nessuno; i pellegrini di solito sono mattinieri.
Accendo un cero con calma rituale, usando una candela sottile per condividere il fuoco con un altro cero già acceso; così i ceri sono tanti e la fiamma è sempre la stessa e non si spegne mai.
In qualche cappella le suore cantano la liturgia delle ore; cammino nell'aria del chiostro che sa di cera calda e cerco segni di miracoli e grazie ricevute. Ogni volta scopro particolari di brichi e tartane, e nomi e storie e marosi pieni della stessa schiuma bianca che tanto amo e le storie di tanti risaliti dall'abisso aiutano la mia consapevolezza a sentirsi più solida, robusta.
Mi racconta Alberto che suo nonno materno era nato a Buenos Aires e tornando in nave al paese dei suoi, aveva affrontato una gran buriana. Furono costretti ad alleggerire la nave, buttando in mare via via le cose ritenute superflue, pacchi, sacchi, bauli. Poi pregarono la Madonna Addolorata di Dolceacqua offrendo la vita che stavano rischiando; se adesso me lo racconta è perché era andata bene.
Invece Mingo e Berto salivano a piedi tutti gli anni ai primi d'agosto alla Madonna della neve, nascosta tra una diecina di cipressi e la messa finiva in balli e ciucche sul prato lì davanti e ogni anno raccontavano la loro storia: più di venti anni prima, in guerra, avevano adocchiato un riparo da usare in caso di bombardamenti. Ma al momento buono il posto era già occupato da qualcuno che aveva avuto la stessa idea e si erano dovuti sistemare un po' più in la; tornata la calma avevano scoperto che i due commilitoni che avevano preso il loro posto erano stati colpiti a morte dalle bombe.
Mio nonno Arturo invece aveva appeso in casa il dipinto di un brigantino col medaglione della sua fotografia ritoccata a colori, come un ex-voto laico di chi era tornato a terra senza naufragi. Quasi una prova che i suoi viaggi erano veri.
Il suo santuario era il porto naturale di Beniamin, rifugio di pescatori stremati e di poeti innamorati.
[...] Un sabato mattina di un paio d'anni fa vado a Mentone e faccio un giro al mercato, e un'emozione mi entra dagli occhi. Sul cantone ci sono due targhe e una dice che qui la Tavina vendeva frutta e verdura e la Tatoune ha venduto la pichade dal 1917 al 1970. Abbasso gli occhi e trovo la pichadella di mia nonna che mangiavo con Marilena il giorno del mio compleanno.
Marilena l'ho trovata vicino Roma, con tre figli grandi e una vita vissuta con un'altra luce. Adesso so dov'è, ma non le ho scritto o telefonato. Forse quando finirò di scrivere, le manderò questa storia.
Col maestro Renzo avevamo lavorato la sera a copiare in bella i quaderni della nonna, ad interpretare la scrittura e aggiungere note. Avvolgeva il lampadario con un foglio di giornale fissato con le mollette da bucato, che la luce cadesse proprio sulla vecchia lettera 32 Olivetti per vederci meglio e facevamo tardi aiutandoci col rossese di Canun.
Quel sabato pomeriggio alle cinque pioveva. La saletta dell'archivio di stato sembrava ancora più piccola e più piena. I quaderni scritti dalla nonna ai tempi della guerra (43-45) erano diventati un libro di storia locale.
L'indomani sfoglio il decimonono come faccio da quando avevo dieci anni e con cinquanta lire compravo il giornale ed un gelato di vaniglia. C'è l'articolo di presentazione del diario di un'ostessa ventimigliese e di taglio basso le estrazioni del lotto. Sulla ruota di Genova sono usciti i tre numeri in fila quarantatré,  quarantaquattro, quarantacinque.
La nonna era già morta da vent'anni, il cuore stanco non aveva retto; ma quasi certamente quel sabato era stata lì con noi.
Spesso i segni sono più pieni della realtà e le cose possono essere vere che lo si creda o no. Ho sempre saputo che la benedizione delle palme e degli ulivi, passa i sette colli e raggiunge ovunque tutti gli ulivi. Lo diceva chi voleva tenere in casa il rametto d'ulivo benedetto senza farsi vedere davanti alla chiesa in processione. Ma quasi certamente ci sono altre cose che arrivano anche più lontane, ci sono tanti modi per comunicare e non li conosciamo ancora tutti. Non vado più al cimitero dai miei da tempo, ma mi piace entrare in un cimitero francese piantato in un bosco di macchia mediterranea, rosso di corbezzoli, odoroso di pini parasole; e ogni tanto tirare fuori quei quaderni, quei ritagli di giornale.
Arturo Viale, Ho radici e ali, ed. in pr.

[ n.d.r.: altri scritti di Arturo Viale: La Merica...non c'era ancora, Edizioni Zem, 2020; Oltrepassare. Storie di passaggi tra Ponente Ligure e Provenza, Edizioni Zem, 2019; L'ombra di mio padre, 2017; ViteParallele, 2009; Quaranta e mezzo; Viaggi; Mezz'agosto; Storie&fandonie ]


domenica 1 maggio 2022

Partigiani del mare


Non vi sono dubbi. L'antifascismo vissuto e la Resistenza combattuta sulla costa ligure verso il confine francese ebbero sempre un protagonista sotteso: il mare.
I flutti battenti sulle rive e le spiagge minate, il vento che accarezzava le onde o le rendeva impetuose, la luna piena illuminante o l'assenza di luna, hanno determinato lo scandire delle varie operazioni contro i tedeschi occupanti e fascisti agguerriti; i colombi viaggiatori addestrati dagli inglesi che lo attraversavano, i piccoli battelli di gomma carichi di armi, i manifestini clandestini stampati e diffusi fra i pescatori, i rifugi e i punti di osservazione in montagna sempre in direzione del mare, i nascondigli fra le case e gli atti di sabotaggio sul litotale, la spola rischiosissima per condurre antifascisti ed ebrei in Francia, sono stati questi i leit motiv della Resistenza nel Ponente ligure.
Il mare non solo come elemento geografico e fisico irrinunciabile, ma pure come fattore tattico prezioso; ed ancora, quale luogo-valore identitario in cui ritrovarsi tutti, partigiani e militanti, popolazione, ex militari, persone di cultura e gente comune, clero, giovani studenti, operai e pescatori, agricoltori.
Il mare come il vero confine fra il regime e la libertà, fra la dittatura e la democrazia. Poter guadagnare il mare aperto e dirigersi verso le acque francesi voleva dire assaporare la libertà, perchè oltre confine già gli Alleati erano sbarcati il 15 agosto 1944. Di contro, dal mare francese giungevano gli aiuti e le armi, le missioni del SOE o dell'OSS.
Parecchie volte sulla stessa barca, sullo stesso veloce motoscafo o più lento gommone; partigiani, inglesi o americani per guadagnare la libertà, per trasportare uomini, armi e radio ricetrasmittenti, informazioni in codice, aiuti sanitari.
Nel tratto di costa ligure, fra Imperia e il confine italo-francese di Ventimiglia-Mentone, la Resistenza fu coraggiosa, coinvolgente e originale. In un intreccio di vite personali e tensioni collettive, di coraggio e di caparbie volontà, si sono incontrate differenti matrici culturali e sociali espressioni di quelle terre; si sono contate vittorie e sconfitte, si può narrare oggi con dettaglio lo svolgersi di una crescente organizzazione partigiana con Divisioni e brigate, si ricordano molti caduti e vittime della violenza fascista e tedesca, si apprezza il ruolo determinante degli Alleati. Non poteva avvenire diversamente. Il Ponente ligure è sempre stato un terreno aperto alle contaminazioni esterne, ai contributi e alla partecipazione di piemontesi e di francesi.
In questo alveo di vissuto comune, si collocano: il gesto eroico e simbolico ante litteram di Salvatore Bono, compiuto l’8 settembre del ‘43 alla stazione ferroviaria di Nizza; le vicende personali di Salvatore Marchesi (fratello del grande latinista Concetto) animatore di vari CLN locali; la singolare e efficace attività del Gruppo Sbarchi di Vallecrosia, formazione partigiana clandestina sui generis e specializzata, che operò con gli Alleati stabilizzatisi a Nizza e a Villefrance sur Mer.
Si collocano pure le vicende personali della moglie Ada e della figlia Lidia sempre di Concetto Marchesi, nascoste per mesi fra mare e Alpi Marittime; si inseriscono le violenze subite dagli ebrei deportati o fuggiti, trasferiti in Francia e difesi dalla rete di soccorso creata da Angelo Donati (importante banchiere ebreo di Modena e Console della Repubblica di San Marino, adottò due bambini ebrei e li fece nascondere a Triora per molti mesi), con il capitano dei Carabinieri Massimo Tosti e il francese Père Marie-Benoit dei Frati Cappuccini; la solidarietà verso gli ebrei e la partecipazione alla Resistenza del mondo cattolico e della popolazione civile; si inserisce il dissenso espresso di molti vescovi del Sud Francia alla Repubblica di Vichy e l’aiuto agli ebrei, il ruolo del Vaticano alla luce di alcune documentazioni inedite raccolte presso l’Archivio Storico della Segreteria di Stato. Mentre Angelo Donati aiutava gli ebrei nel Sud della Francia, altri ebrei delle famiglie Donati di Modena venivano nascosti e salvati nel Monferrato da Brusasca e da alcuni parroci, come narra Paola Sacerdote Pinchet in una intervista inedita.
Grazie alle ricerche e alla raccolta di documenti poco noti, all’esplorazione negli archivi del SOE e dell’OSS, alla consultazione del Fondo Aldobrando Medici Tornaquinci e di altri fondi archivistici e bibliotecari, si perviene ad una nuova narrazione della Resistenza nel Ponente ligure, lotta di Liberazione avvenuta anche con la fattiva collaborazione degli Alleati.
Queste pagine si uniscono alle altre pagine già note ed edite, ma hanno un piglio nuovo, meno eroico e rivendicativo, più corale e meno militante, un po' più fenogliano. La Resistenza viene declinata muovendo da piccoli episodi per giungere alle vere caratterizzazioni che ne hanno fatto  un fenomeno non solo conflittuale e liberatorio, ma tanto umano, civile e morale, come ci hanno insegnato Beppe Fenoglio e  Claudio Pavone.
Queste pagine rivelano come Beppe Porcheddu, convinto antifascista e noto pittore-grafico ed illustratore, ospitò in incognito la famiglia di Concetto Marchesi e pure i due ufficiali inglesi Michael Ross e George Bell; come la missione Zucca guidata da Pietro Ziccardi e l'attività coraggiosa di Renzo Rossi agevolarono i rapporti fra partigiani ed Alleati; come la rete di intelligence creata da Gino Punzi sostenne le formazioni resistenti e garantì coperture agli aiuti alleati provenienti dalla costa francese.
Emerge, soprattutto, come il Gruppo Sbarchi, sorto da un’idea del CLN e dalla SAP di Vallecrosia-Bordighera, abbia svolto un ruolo chiave e innovativo fra l’antifascismo locale e le formazioni partigiane italiane e quelle francesi; come il tratto di costa e il retroterra montano fossero fortemente connotate da presenze di ribelli, la cui attività ci viene confermata da mille testimonianze e pure dalla breve antologia dei notiziari della GNR; come la violenza dei tedeschi accompagnata dalle milizie fasciste non ebbe limiti, per illogicità e disumanità; come la popolazione seppe in ogni caso reagire, creando una forza oppositiva poi vittoriosa; come frequente sia stata l’interrelazione con la Resistenza del basso Piemonte e del cuneese, attraverso scambi di informazioni e di uomini, di armi e mezzi.
Abbiamo di fronte un mosaico di storia resistenziale che offre ancora novità, al di là del già noto e recuperato dalla nebbia del difficile ricordo.
Claudio Dellavalle (già professore ordinario di storia contemporanea all’Università di Torino), Prefazione a Sergio Favretto, Partigiani del mare. Antifascismo e Resistenza sul confine ligure-francese, Edizioni SEB27, Torino, aprile 2022

[ Alcune pubblicazioni di Sergio Favretto: Con la Resistenza. Intelligence e missioni alleate sulla costa ligure, Seb27, Torino, 2019; Fenoglio verso il 25 aprile, Falsopiano, 2015; La Resistenza nel Valenzano. L’eccidio della Banda Lenti, Comune di Valenza, 2012; Resistenza e nuova coscienza civile. Fatti e protagonisti nel Monferrato casalese, Falsopiano, 2009; Giuseppe Brusasca: radicale antifascismo e servizio alle istituzioni, Atti convegno di studi a Casale Monferrato, maggio 2006; Casale Partigiana: fatti e personaggi della resistenza nel Casalese, Libertas Club, 1977 ]

domenica 24 aprile 2022

Nizza si accordò per la trasmissione tramite la radio

Sanremo (IM): il Casinò

Il Festival della Canzone Italiana, così si chiamava nella prima edizione, nacque a Sanremo, nel 1951, grazie ad Angelo Nicola Amato, direttore artistico del Casinò di Sanremo e al giornalista ed autore radiofonico Angelo Nizza. Amato contattò le case discografiche milanesi, mentre Nizza si accordò per la trasmissione tramite la radio. Alla prima edizione, presentata dal mitico Nunzio Filogamo, quello per intenderci della frase cult "Cari amici vicini e lontani...", presero parte solo 3 interpreti, ciascuno in gara con più brani e dal concorso uscì vincitrice Nilla Pizzi con la canzone "Grazie dei fiori" [...]
Max Viggiani, Oggi, settantuno anni fa, la prima edizione del Festival di Sanremo, RTL 102.5, 29 gennaio 2022 

[...] L’idea di una manifestazione canora sulla canzone italiana, dopo alcune esperienze simili negli anni ’30 e ‘40, venne ad Angelo Nicola Amato, direttore delle manifestazioni e delle pubbliche relazioni del Casinò di Sanremo e ad Angelo Nizza, conduttore radiofonico, mentre Pier Bussetti insieme a Giulio Razzi, misero a punto il regolamento del concorso: era nato il Festival della Canzone Italiana di Sanremo.
La prima edizione del Festival si tenne a Sanremo nel 1951, nel Teatro del Casinò (che la ospitò fino al 1976). Nella prima edizione tre interpreti si avvicendarono a cantare le 20 canzoni in gara: Nilla Pizzi, Achille Togliani e il Duo Fasano. Vinse Grazie dei fiori, interpretata da Nilla Pizzi. [...]
Redazione, La storia del Festival di Sanremo, La mia Liguria, febbraio 2022    


Angelo Nizza, giornalista, inviato speciale de La Gazzetta del Popolo e de La Stampa, è stato anche per alcuni anni dell’immediato secondo dopoguerra Direttore artistico del Casinò di Sanremo. Scrittore, esperto e gran divulgatore di jazz, è stato  uno degli inventori del Festival della Canzone Italiana e ne ha seguito tutte le fasi della creazione e della messa in moto; localmente in collaborazione con Amilcare Rambaldi, un grande appassionato di musica e commerciante floricolo, di Angelo Nicola Amato, direttore delle manifestazioni e delle pubbliche relazioni del Casinò e del Capo Ufficio stampa Mario Sogliano. Angelo Nizza, negli anni '30 era divenuto molto famoso in Italia perché, in combutta con Riccardo Morbelli (con il quale aveva già scritto riviste teatrali durante gli anni dell’Università) fu autore di vari spettacoli radiofonici di successo. Nel 1933 era stato diffuso dall’EIAR Un’ora per te (per la regia di Riccardo Massucci) e Le avventure di Topolino. Nizza & Morbelli avevano inventato uno dei maggiori successi editoriali, commerciali e radiofonici dell’epoca riscrivendo e reinventando una famosa opera di Dumas, ribattezzata per l’occasione I QUATTRO MOSCHETTIERI: una scintillante e spiritosa radiorivista a puntate, molto seguita e trasmessa dal 1934 al 1937. I neo moschettieri parodiavano, allegramente, le pagine di Dumas del quale si proclamarono persino “I nipoti” e ne fu tratto un film di successo.
[...] Come è stato detto all’inizio di questa nota, Angelo Nizza sino al 1954 fu direttore artistico del Casinò di Sanremo, per passare poi a lavorare nella redazione romana de La Stampa. Molte sono le sue pubblicazioni tra le quali RIVIERA AMOR MIO, un documentato ed esauriente affresco sulla vita delle due riviere italiana e francese, i personaggi che le frequentavano, la storia curiosa ed appassionante della nascita del turismo e della sua rinascita dopo la seconda guerra mondiale. Quando gli capitava, nelle sue recensioni quotidiane su La Stampa, non ha mai mancato di ricordare Sanremo e le Coste azzurra e ligure, come nell’articolo che alleghiamo (*), dove illustrava la scelta di Sanremo come set di una casa cinematografica americana per girare Il covo del gangster con George Raft.
Alfredo Moreschi, Angelo Nizza, autore teatrale, giornalista, Archivio Moreschi


(*) [...] Come già Montecarlo ebbe Scarpette rosse, un film tutto ambientato sullo scoglio monegasco, cosi Sanremo sta per essere teatro della lavorazione di una pellicola. La località è stata scelta da un gruppo anglo-americano (la Kaydor-Romulus Film) dopo aver passato in rivista tutti i luoghi pittoreschi fra Genova e Marsiglia. Scartata la Costa Azzurra, troppo vista e disadatta all’argomento, lasciato il resto della nostra Riviera, troppo piatto e con non sufficiente risalto, è stata scelta Sanremo. Quella che viene chiamata «la perla della Riviera» non comparirà col suo vero nome; non San Remo, ma San Paolo. Sarà però una città turistica alla moda, con un casinò, ville e grandi alberghi, clientela cosmopolita. La vicenda si richiama ai più classici gialli della letteratura filmistica americana.
[...] Un giallo che sfuma nel rosa. Il titolo dell’edizione americana sarà We get you for this (che significa in italiano Tu me la pagherai). La lavorazione del film è cominciata in questi giorni. Teatro delle riprese esterne sono la stazione di Sanremo, il Grande Albergo Reale, una vecchia torre nei pressi di Taggia, il monastero dei Domenicani e soprattutto Bussana Vecchia. È questo il più strano paese del mondo, un complesso di case semidistrutte, piene di crepe, rimaste in piedi dopo il terremoto del 1887. Sussistono ancora le strade fra i ruderi pericolanti; il campanile della chiesa è rimasto su per miracolo; alcuni archivolti non sono crollati. Per i vicoli simili a mulattiere che salgono fra le povere costruzioni “mozzicate”, nessuno. Gli unici abitanti rimasti sono due vecchi matti, marito e moglie, che coltivano garofani su due vaste terrazze, in vista del mare. La popolazione del villaggio 63 anni fa ha abbandonato il luogo per ricostruire Bussana 500 metri più giù, sul crinale della collina, e radunare le case intorno a un grande santuario dedicato al Sacro Cuore, eletto protettore del luogo contro gli spaventosi movimenti tellurici. Fra questi ruderi saranno girate numerose sequenze del film. E veniamo ai protagonisti. La «vedetta» della pellicola è George Raft.
[...] Il motivo per il quale Raft è stato scelto come protagonista è curioso. Questo attore sobrio, che fuma tre sigarette al giorno, che beve forse tre bottiglie di champagne all’anno, è ben noto per la sua smodata passione per il giuoco. "Più volte - dice egli stesso - sono saltato dalle finestre di un mezzanino durante una sorpresa della polizia in una bisca clandestina a Long Island o a New Jersey". Non la roulette, il trente-et-quarante sono il suo sogno, ma lo chemin de fer, con [annesso] sabot, è la sua passione dominante. Far nove, il suo sogno. Nel film egli sarà infatti un giocatore, una parte che non ha mai sostenuto finora in nessuna pellicola. E per adesso, in attesa delle inquadrature che si gireranno proprio al Casinò al tavolo di baccarà, egli si sfoga a giocare come un privato qualsiasi. E perde regolarmente. Il motivo è chiaro: troppe donne stanno attorno alla “grande table”. E tutte guardano lui.
Angelo Nizza   
Alfredo Moreschi, Il covo dei gangster. Film con George Raft, 1950. Articolo di Angelo Nizza, Archivio Moreschi

I pochi avventori, che la sera del 29 gennaio 1951, al prezzo di lire 500, si assicurarono un tavolo nel Salone delle Feste del Casinò Municipale di Sanremo, non immaginavano di vivere un momento storico, uno di quelli che costituiscono un vanto per tutta la vita, tanto da  poter affermare: “Io c’ero”. La dice tutta il fatto che già l’anno appresso, il prezzo del biglietto d’ingresso schizzerà a lire 4000, pari a 132.000 di oggi se ci fosse ancora la lira (Euro 68,17). Tanto? Poco? Certo non per molti. In quei primi anni cinquanta la busta paga media si aggirava sulle 25-30mila lire. Una pensione media si aggirava sulle 5000 lire. Tram e caffè costavano 20 lire. Un chilo di carne lire 1000, pane 120, 180 la pasta e 115 il riso. L’oro era a 918 al grammo. Un cono gelato grosso 25 lire, se con panna al Mokambo di Taormina lire 50.
Tornando a quella sera, è corretto affermare che stava germogliando, il mito del “Festival della Canzone Italiana”, più conosciuto col nome di “Festival di Sanremo”. Antesignano di tutte le kermesse canore del dopo guerra che seguirono, dal Festival di Napoli (1952) al Gran festival di Piedigrotta (1962), dai vari Disco per L’estate (1964) al Cantagiro (1962), senza contare gli spettacoli televisivi aventi come base le “canzonette”; una per tutte, l’indimenticabile (prime edizioni s’intende): ”Canzonissima”.
I protagonisti di quella serata erano tutti beniamini del pubblico radiofonico.
Prima di tutto il presentatore: Nunzio Filogamo. Voce nota dell’Eiar prima e della Rai poi, divenuto famoso anche per il suo celebre saluto al pubblico: «Miei cari amici vicini e lontani buonasera, buonasera ovunque voi siate!».
Nato a Palermo nel 1902, deceduto a Rodello (CN) nel 2002, dopo la laurea in legge e pochi anni di professione, e pochissimi di teatro, approdò all’EIAR (la Rai di allora) nel 1934, dove era stato chiamato da Riccardo Morbelli per interpretare la figura di Aramis nello spettacolo radiofonico “I Tre Moschettieri”. Fu questa una realizzazione che ebbe un successo di ascoltatori straordinario, tanto che fu presente nei palinsesti per tre anni, guadagnando via via sempre maggiori consensi.
La trama era un rifacimento del  romanzo di Alexandre Dumas padre, adattato, in veste comica, per il mezzo radiofonico da Angelo Nizza e Riccardo Morbelli. Fu il primo caso di sponsorizzazione in Italia. Infatti, il programma era offerto dalla ditta Buitoni-Perugina che per fini promozionali vi abbinò un concorso a premi, basato sulla raccolta di bellissime figurine, da raccogliere in un prezioso album, contenute nei prodotti posti in vendita dallo sponsor stesso. Centocinquanta album completi, permettevano di vincere una Topolino. Il problema era il riuscire a trovare tutte le figurine necessarie, per altro oggetto di quotazioni. Ad esempio, quasi introvabile era quella, mitica, del Feroce Saladino. Se ne fece anche un film omonimo, per la regia di Mario Bonnard, interpretato da un grande Angelo Musco e una esordiente Alida Valli.
Nunzio Filogamo, dopo l’esperienza sanremese (presenterà i festival dal 1951 al 1954 per poi tornare alla ribalta nell’edizione del 1957).
La sua carriera di presentatore continuerà con successo. Ultima apparizione nel 2000, in occasione di un’intervista per la trasmissione La vita in Diretta, all’età di 97 anni. Morirà due anni dopo.
Altro protagonista di quella memorabile serata fu il maestro Cinico Angelini e la sua orchesta. Nato a Crescentino, tra le risaie vercellesi, nel 1901, diplomato in violino presso quello che al tempo era il Liceo Musicale Giuseppe Verdi (diverrà conservatorio nel 1936) di Torino. Dopo alcune esperienze da orchestrale è chiamato a dirigere il complesso musicale che si esibisce nella più celebre sala da ballo del capoluogo piemontese, la “Sala Gay”. Questa aveva due sedi, la principale in via Pomba e quella estiva in Corso Moncalieri, nei pressi del ponte Vittorio Emanuele, vicinissima al Parco del Valentino. Per le dame, ingresso gratuito.
Collaboratore in campo musicale con l’Eiar, le cronache dell’epoca lo davano in perenne rivalità con l’orchestra di Armando Trovajoli e soprattutto con quella di Pippo Barzizza, anch’egli in Eiar. Quest’ultimo, come qualcuno ricorderà, era il padre della sinuosa soubrette “Isa”, interprete di tanti film al fianco di Totò (I due orfanelli, Fifa e Arena, Totò a Colori…).
Invitato al Festival, Angelini vi andò con la sua squadra di cantanti.
Terzo punto di forza di quel primo festival furono gli interpreti e le canzoni. I primi, come detto, appartenevano tutti alla squadra del maestro: Nilla Pizzi, Achille Togliani, Duo Fasano. Voci note al grande pubblico della radio; le seconde non possono essere giudicate col metro di oggi, bensì, per onestà intellettuale andrebbero valutate nel contesto in cui nacquero.
[...] In quella prima edizione, tutte le venti canzoni in gara furono interpretate da uno dei cantanti presenti, vale a dire la Pizzi, Togliani o il Duo Fasano. Risultarono vincitrici: 1^) Grazie dei Fiori cantata da Nilla Pizzi, voti 50; 2^) La luna si veste d’argento, interpretata da Nilla Pizzi e Achille Togliani, voti 30; 3^) Serenata a Nessuno, cantata da Achille Togliani, voti 20.
In conclusione. Se c’è qualcuno che pensa che il Festival di Sanremo del 1951 sia stato la prima manifestazione canora ospitata nelle sale del Casinò Municipale di Sanremo, ebbene, si trova in errore. Infatti, tra la fine di dicembre del 1931 e i primi di gennaio del 1932, Luigi De Santis, direttore della casa da gioco, fervente napoletano, assieme ai “compaesani” Raffaele Viviani (famosa la sua poesia “O’ Vico”) ed Ernesto Murolo (padre del più noto Roberto), organizzò il «Festival partenopeo di canti, tradizioni e costumi». La manifestazione ebbe così grande successo da essere onorata dell’attenzione dell’Istituto “Luce”, che ne curò poi la proiezione in tutti i cinema italiani. Il prezioso documento è ancora disponibile.
E infine, tornando alla kermesse del 1951, le cronache annotano alcuni momenti imbarazzanti. Ad esempio, fu impossibile trovare un bel mazzo di fiori da offrire alla Pizzi vincitrice; si ripiegò su un più modesto omaggio floreale “rubato” dagli addobbi della sala (e si era nella città dei fiori). La cantante, per la sua prestazione, riceverà un compenso niente male che le farà presto dimenticare l’indelicatezza. Altra situazione delicata occorse al momento della consegna dei premi. Infatti, quando Nunzio Filogamo invitò sul palco l’autore della canzone prima classificata, vale a dire Saverio Seracini, nulla accadde, nessuno si presentò. A togliere dal disagio i presenti ci pensò Cinico Angelini (ovvero un suo orchestrale, dipende dai ricordi), che disse: «II maestro Seracini non c’è, non verrà. Ha composto questa canzone poco dopo essere improvvisamente diventato cieco…». Commozione e applausi in sala.
La conclusione della manifestazione la tratteggiò Pier Bussetti, gestore del casinò, che dopo aver ringraziato la Rai e l’organizzazione, ebbe a dichiarare: «Se la canzone è così importante, da essere al tempo stesso musica e costume, non si può non plaudire agli intenti di coloro che questo Festival hanno voluto».
Il festival si ripeterà l’anno dopo, e quindi quello appresso e quello di poi ancora, e così via negli anni, sino a festeggiarne settanta o 71 edizioni se si preferisce.
Giuseppe Rinaldi, Festival di Sanremo n. 1, Il Corriere Nazionale, 16 gennaio 2021

martedì 19 aprile 2022

O nella vecchia Bordighera, lassù, in alto, con il mio amico Seborga

Bordighera (IM): uno scorcio del centro storico del Paese Alto

Guido Hess Seborga scriveva in maniera del tutto libera, senza farsi condizionare dagli avvenimenti, convinto che la poesia potesse servire al popolo. Maria Luisa Spaziani lo descrive così: “Era un’anima ardente, e sentiva la poesia, anche se non aveva una prospettiva storica; quando incontrava un poeta, questo occupava tutto lo spazio culturale disponibile”. Guido era discendente dal comunista Moses Hess e cambiò nome in Seborga per distinguersi e distaccarsi dal peso che il nome Hess si portava dietro. Nonostante nacque a Torino, frequentò fin da giovane il Ponente ligure e in particolar modo Bordighera, luogo a lui caro per l’affetto che lo legava alla famiglia materna originaria del posto. All’età di diciotto anni Guido Seborga si sposta all’estero, prima in Svezia, poi Berlino e Parigi e proprio il periodo fascista sarà quello più fiorente e importante per la sua carriera.
C. Panella, Seborga, Bordighera, la Liguria del ‘900…, Resine - Annata XXX - n° 122 - 2009

Guido Hess Seborga, giornalista, letterato, poeta pittore, é nato a Torino nel 1909 da famiglia in cui lui amava individuare sangue ligure, egiziano, ebreo. Il suo vero cognome era Hess. La scelta dello pseudonimo Seborga, piccolo paese ligure dell'entroterra di ponente, è legata all'amore per il mare e a quella che considerava la sua vera città d'origine e non soltanto d'elezione, Bordighera. Studiò nella Torino antifascista di Augusto Monti (di cui era stato allievo) e Felice Casorati, di Gobetti e poi di Mila e di Bobbio, ma la sua insofferenza all'ordine lo spinse a nuovi ambienti, conoscenze ed esperienze a Berlino, poco prima dell'avvento del nazismo, poi a Parigi, luogo amatissimo in cui tornò con frequenza lungo tutta la sua vita. A Torino conobbe e strinse amicizia con Umberto Mastroianni arrivato nel '28 da Roma, con Luigi Spazzapan, Mattia Moreno, Oscar Navarro, Raf Vallone, Vincenzo Ciaffi, Albino Galvano, Piero Bargis con cui si trovava a passeggiare per via Po, corso Vittorio e via Pietro Micca discutendo di tutto in totale libertà, protetti dall'oscuramento bellico. La matrice antifascista torinese lo indusse all'azione, alla diserzione dalle guerre fasciste e alla partecipazione alla guerra partigiana, prima nella clandestinità col Partito d'azione poi nelle brigate socialiste "Matteotti". Dall'azione diretta passò nel primo dopoguerra all'attività politica nel Partito Socialista di cui aveva tentato la ricostruzione in Liguria ancora prima della guerra. A Roma con Basso diresse la rivista "Socialismo" ed entrò nelle vicende della direzione del partito occupandosi anche della propaganda del Fronte Popolare. Già presente dagli anni '30 sui maggiori periodici culturali italiani (Circoli, Campo di Marte, Prospettive, Letteratura, Maestrale), nel dopoguerra contribuì alla riapertura della redazione torinese del "Sempre Avanti" poi ridiventato "Avanti", fu giornalista sui quotidiani e sulle riviste della sinistra italiana e internazionale occupandosi dei temi della cultura e dell'impegno, della critica d'arte e dell'attualità. Partecipò con Ada Gobetti, Franco Antonicelli, Felice Casorati, Massimo Mila ed altri alla fondazione dell'Unione Culturale di Torino, fu tra gli organizzatori dell'allestimento del Woyzeck di Buchner rappresentato nel '46 al teatro Gobetti. A Parigi, dove fu direttore di "Italia Libera" e collaborò a "Europe" e "Editions des Minuit" scrisse per i giornali italiani di quell'ambiente di intensa attività culturale e artistica dei surrealisti, del Cafè Flore, di Sartre, Vercors, Artaud, Eluard, Tzara, di Severini e Magnelli che, lui ben conosceva dall'anteguerra, raccontando di teatro, cinema, musica, letteratura, pittura. Nel 1948 Mondadori pubblicò nella prestigiosa Medusa degli italiani "L'uomo di Camporosso", nel 1949 "Il figlio di Caino" accolti dalla critica italiana e straniera con interesse e giudizio positivo. Affiancò all'attività di scrittore quella di poeta, presente fin dagli anni giovanili e approdata nel 1965 alla prima di tre raccolte "Se avessi una canzone". Se i versi furono il leit-motiv che percorse tutto l'arco della sua vita, fin da bambino fu affascinato dalle incisioni rupestri della Valle delle Meraviglie, che costituiscono il legame ideale fra poesia e pittura: dagli anni '60 riprese a disegnare e dipingere creando nelle "ideografie" una forma di pittura originale che unisce il segno dinamico e le nere silouettes di figure arcaicizzanti alle contrastanti accensioni cromatiche degli sfondi in cui esse si profilano. Morì nel 1990.
Redazione, Guido Hess Seborga, Storia XXI Secolo 

“Quasi tutti i pittori per bene si ricordano delle mostre che hanno fatto, dei critici che hanno scritto delle loro opere. Forse sorridono di un collega che non ha un patrimonio di medaglie, di presentazioni illustri, di un curriculum importante. Io amo dipingere, pescare, qualche volta scrivere; camminare in montagna al mio paese, in riva al mare a Spotorno o nella vecchia Bordighera, lassù, in alto, con il mio amico Seborga.”
Giovanni Macciotta
Redazione, Giovanni Macciotta, Magica Torino. L'Arte dalla nostra pArte

Guido Seborga, al secolo Guido Hess, ebbe come narratore un’intensa e breve fortuna a fine anni Quaranta, tanto che la sua opera “Uomo di Camporosso” edito da Mondadori venne tradotto anche in francese come esempio del nuovo realismo italiano. Più difficili gli anni Cinquanta in cui compone: “Morte d’Europa” e “Ergastolo”. Negli ultimi anni gli scritti di Seborga stanno tornando in circolo grazie all’opera di Massimo Novelli e della figlia Laura Hess.
Stefano Verdino, Omaggio a Guido Seborga, Resine - Annata XXX - n° 122 - 2009 

Ebreo torinese innamorato di Bordighera e Parigi, Guido Seborga ha partecipato attivamente alla Resistenza ed è stato uno scrittore apprezzato soprattutto in Francia. Ma non è tardi per recuperarne la memoria e l'opera.
Era stato l’amore per la Riviera Ligure a convincere il giovane Guido Hess (1909-1990), nato a Torino e di famiglia ebraica, a prendere come pseudonimo letterario il cognome Seborga, legato a un paesino vicino a Bordighera, che Guido considerava il suo vero luogo d’origine.
[...] Di fede socialista e antifascista, durante la Seconda Guerra Mondiale partecipa alla Resistenza nelle Brigate Matteotti; nel dopoguerra collabora come giornalista a testate come l’Avanti e fonda la rivista Socialismo, mentre a Parigi frequenta i tavolini del Café de Flore, dove incontra personaggi come Jean-Paul Sartre, Tristan Tzara, Antonin Artaud, oltre al suo grande amico, il pittore Alberto Magnelli.
La sua attività di scrittore comincia nel 1948, quando Mondadori pubblica il romanzo L’uomo di Camporosso, che racconta le vicende tormentate di uno scaricatore di porto, sopraffatto da difficoltà economiche e difficili rapporti con la moglie e i figli.
Il romanzo successivo, Il figlio di Caino (1949), possiede un ritmo più libero e sperimentale nel narrare l’evoluzione drammatica della lotta partigiana in Liguria durante gli anni del fascismo, con una scrittura in bilico tra prosa e poesia. “Questo romanzo non rappresenta soltanto un episodio della lotta partigiana, ma riassume la resistenza stessa, grazie alla scoperta di una intima dialettica degli avvenimenti, la quale fa vivere il dramma agli uomini come soggetti coscienti della propria liberazione nella moralità concreta della storia”, ha scritto Domenico Zucaro nel 1952.
Una letteratura impegnata che piace fin da subito in Francia, dove i libri di Seborga vengono tradotti e recensiti con grande favore. Negli anni successivi ne pubblica altri tre: Morte d’Europa, Ergastolo e Gli innocenti, seguiti dal diario Occhio folle, occhio lucido, uscito nel 1968, senza contare la raccolta di poesie Se avessi una canzone (1965), dedicate alla terra e al mare dell’amata Liguria.
L’instancabile Seborga partecipa attivamente alla vita culturale di Bordighera come organizzatore del premio letterario Cinque Bettole, che vede la partecipazione di Italo Calvino e Giancarlo Vigorelli, mentre nel 1960 cura a Sanremo il ciclo di conferenze Incontri con l’uomo, al quale partecipa Salvatore Quasimodo.
I romanzi di Seborga sono stati ripubblicati dalla casa editrice Spoon River, mentre per approfondire la sua figura segnaliamo i testi di Massimo Novelli, L’uomo di Bordighera. Indagine su Guido Seborga (Spoon River 2003) e Laura Hess e Massimo Novelli, Guido Seborga. Scritti, immagini, lettere (Spoon River 2009).
Ludovico Pratesi, I dimenticati dell’arte. Guido Seborga, lo scrittore della Resistenza, Artribune, 21 novembre 2021