mercoledì 30 giugno 2021

Pepin u Brugu

Il Passo della Mezzaluna - Fonte: Wikipedia

Uomo dal comportamento fiero, dall'incedere solenne, quando lo conobbi era carico di anni; alquanto curvo, portava un logoro capello nero: era amico di mio padre Francesco ma freddo verso di noi. Ancora oggi sono alla ricerca di ricordare un suo gesto grazioso o un frutto donato. Facoltoso a non dirsi per i tempi che correvano, fratello del vecchio parroco defunto don Saluzzo e del padre Scolopio Francesco, cantore assiduo nella parrocchiale. Coltivava le terre - buona la vigna -, e frequentava le fiere. In Vallata [Alta Valle Argentina] aveva fama di attento sensale ma, nel contempo, di uomo dal giudizio facile e pretenzioso. Con il tempo mi convincerò che origine delle sue disavventure sia stata la troppa avidità nel chiedere e l'avarizia nel dare.
Alcuni lo chiamavano l'ebreo, altri Pepin u Brugu - nomignolo a camicia, poiché il brugo è un virgulto che si spezza ma non si piega. La sua vita si spezzò quando volle il Buon Dio: morì nel suo letto all'annosa età di anni novantatrè e mesi cinque. Vide per anni ancora i falliti carnefici; forse rise loro in volto.
I più dei suoi paesani credono che l'inizio del suo essere perseguitato sia stata la notte in cui di cattiva voglia recò il bottino della B.2 [una postazione repubblichina] ad ignota destinazione; altri perché era egli il padre di un ispettore di Dogana in Genova e ufficiale della milizia in Torino poi. Perché non indagare per trovare il vero, alla ricerca di qualche sgarro fatto dal Saluzzo con deliberata volontà in Triora o in Molini nel suo contrattare?
Quella notte, per strade impervie e ricercate deviazioni, giunse a destinazione; scaricato il bottino, armi sotto il naso ricevette l'avvertimento per un silenzio tombale o fossa sicura. Fece ritorno per sentieri insoliti; giunto al paese si chiuse in volontario ritiro nella sua casa. Solamente Bianca, la moglie, usciva per le necessarie commissioni.
Un giorno lo colsi nel vano dell'uscio. Lo salutai e quasi in brontolio mi disse: "Nino! attenzione nella vita. I figli dei tuoi più cari amici possono tradirci". Alcuni anni dopo mi confesssò che, in tanto frangente, in quella notte, aveva conosciuto Ivano di Loreto della famiglia dei Bacciali e due lontani suoi parenti di Triora della famiglia Saluzzo.
Ho conosciuto il Saluzzo nel bene e nel male. Bollarlo di vigliaccheria o di tradimento sarebbe indegna cosa. Né dubito che sapesse (la mia famiglia aveva casa affiancata alla sua) che mio fratello Marcello si era dato alla macchia poche ore prima di una perquisizione da parte dei Tedeschi; e, come lui, altri cinque giovani avevano scelto la strada dei monti.
Era consapevole, anche, del mio categorico diniego di lasciare gli studi ecclesiastici all'offerta di suo figlio che mi avrebbe avviato ad una certa e brillante carriera nella ricostituita milizia. E non era forse in un secondo tempo a conoscenza della mia attività di staffetta e del mio essere amico di Vitò [Giuseppe Vittorio Guglielmo, organizzatore di uno dei primi distaccamenti partigiani in provincia di Imperia, dal 7 luglio 1944 comandante della V^ Brigata Garibaldi "Luigi Nuvoloni", dal 19 Dicembre 1944 comandante della II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"], di Moscone [Basilio Mosconi, comandante di un Distaccamento, poco tempo dopo gli episodi qui narrati comandante del II° Battaglione "Marco Dino Rossi", sempre della V^ Brigata] e di Figaro [Vincenzo Orengo, in seguito comandante del I° Battaglione "Mario Bini" della V^ Brigata]?
Nel mese di luglio del 1944, tempo della fienagione ai campi in regione Sciorella, una mattina lungo il percorso mi unii al Saluzzo che, cavalcando una mula dal pelo lucido, si recava nella masseria della Sciorella Superiore per smontare un pagliaio di fieno e deporlo nel fienile. Era la sua una masseria di un certo valore, tenuta in ordine: due casolari, una fresca fontanella, due alberi di ciliegi. Nelle tre fasce sottostanti l'abitato, segala e piantagione di patate. Poco lontano il Passo della Mezzaluna [ndr: situato tra Valle Argentina e Valle Arroscia] e, più oltre, tra ombrosi faggi, un bivacco e distaccamento di partigiani giunti da Imperia.
Giunto alla fontana dei Confursi salutai il Saluzzo; con breve e svelto percorso giunsi all'ovile. Mio padre era con il gregge nel bosco della Faea. Depositati nella madia i sali e fatta raccolta di alcuni formaggi e pani di ricotta, feci ritorno al paese.
II giorno seguente, erano le tre di un accaldato pomeriggio, con la cugina Francesca e amiche si blaterava del più e del meno all'ombra del portico del Pegiunrin quando sbucò dalla strada della Costa, barcollante, il Saluzzo.
Era un'ombra, diafana. Privo di scarpe, con la mano sollevata pressava una straccio rossastro sull'orecchio sinistro.
Feci atto di soccorso. Sfuggì al mio tentativo e brontolando frasi incomprensibili si chiuse la porta di casa alle spalle.
Restò uccello di gabbia per una settimana. Sceso al paese il pastore Emilio Porta, suo vicino alla montagna, narrerà dell'accorso. Erano le otto del mattino quando, fattosi il Porta sulla sponda della piazzola dell'ovile, udì forti parole; vide il Saluzzo che con gesto minaccioso inveiva contro due partigiani venuti dalla Mezzaluna a chiedere olio e sale. Farlo prigioniero e togliergli le scarpe fu un tutt'uno.
Iniziarono ad andare verso l'accampamento. Giunto alle Rocce, svelto come lince il Saluzzo si buttò sotto strada e si rotolò a riccio nel ritano accompagnato da una lunga raffica di sten. Viene ferito all'orecchio sinistro. Ferito sanguinante, scalzo, ma in vita. Mai avrebbe pensato essere questa avventura seme di ben altra avventura.
Erano trascorsi solo due mesi che una notte cinque partigiani provenienti dalla Goletta, alle due, bussarono alla porta del Saluzzo. Inutile fu il chiedersi per quale ragione ancora il Saluzzo. Fortuna fu che fosse ancora sveglio e al primo sferragliare alla porta, intuito il pericolo, salito sul vicino tetto, divelta una rete, penetrò nella camera dei miei genitori. Vi rimase muto e pietrificato per tutto il tempo che gli improvvisati visitatori rivoltarono la casa in cerca di denaro. Fu una ricerca infruttuosa. Uno dei cinque partigiani racconterà che, abbattuto un muro di apparente fresca costruzione, si trovò in una piccola stanza ricca all'apparenza di ogni bene: vesti da suora e sogole, libri di preghiere e un grosso malloppo tintinnante, e piccoli quadri di santi, eccetera. Aperto il malloppo, a giorno pieno, un numero di medaglie con l'effigie di Santa Rita e Santa Brigida. Nella foga si era portato fuori campo. Cose che accadono allorché si opera in fretta e al buio in casa non propria.
La moglie del Saluzzo, Bianca, quella notte era rimasta in casa. Non una molestia né una minaccia usarono gli invasori. Era la Bianca da sempre, moglie e donna silenziosa. Richiesta della chiave della stalla e della cantina, fu premurosa ad indicarla appesa al chiodo della vicina parete. Due partigiani si recano nella sottostante stalla; staccano la mucca Bianchina. Si cerca la strada del ritorno. Docile, silenziosa, la Bianchina li segue, ignara del suo destino. Il suo manto a chiazze bianche e marrone sarà trovato penzolante da una quercia nel torrente sotto Realdo. Il manto della Bianchina sarà oggetto di serrate inquisizioni, di pericolosa prigionia e di percosse.
Tre fascisti, in pattuglia verso le ore undici, terminata l'ispezione al bivio delle Ferriere, percepiscono un lamento di uomo e un chiedere aiuto. Accosciato al riparo di un parapetto un uomo dal volto insanguinato tende una mano. È il Saluzzo: individuo a loro ben noto. Implora di essere condotto in Molini al Comando.
Narrerà al Capitano Christin <1, che verbalizzerà, come, prelevato dai ribelli in campagna e condotto bendato in regione Gratino prima e ai Fontanin poi, venisse percosso, accusato di spionaggio, processato e condannato alla morte.
Giunco sul luogo con l'arma puntata alla schiena fu costretto a scavarsi la fossa, e a metà lavoro gli fu esploso, all'improvviso, un colpo di rivoltella alla nuca. Afflosciatosi sull'orlo della fossa fu creduto morto, e il carnefice si allontanò alla ricerca di aiuto per coprire il cadavere.
Fu miracolo che il proiettile penetrasse a lato nella mascella, spappolasse due denti e, perforando la guancia, ne fuoriuscisse al lato destro. Non fu ferita mortale. Passarono minuti, forse una mezz'ora. Il Saluzzo prese conoscenza, sanguinante si lanciò verso la carrozzabile. Alla Ferriera, indebolito, si accasciò...
Rimase in infermeria militare un mese e, quando la ferita iniziò a cicatrizzare, chiese d'essere inviato a Torino presso il figlio. Un plotone di Camicie Nere gli fece scorta nel percorso di avvicinamento, portandolo incolume sino alla ferrovia di Ceva in Piemonte.
La permanenza nella città di Torino, alle Molinette, fu lunga e protetta. Disfatte la bende, uccello redivivo, si reca a Taggia presso la Colonia agricola di don Truffa. Lavora in attesa che si plachino i venti. Farà rientro ad Andagna. Lo ghermirà la morte alla bella età di novantatrè anni e mesi cinque.

Don Nino Allaria Olivieri <2, Memorie. Diari 1940-1945. Seconda parte: Andagna - Fatti e Misfatti (1944-1945), Alzani Editore, 2011

(1)  [ Ironia tragica della storia, Christin aveva combattuto il 10 settembre 1943 a Porta San Paolo di Roma. A quanto pare non ebbe rimorsi per le efferate azioni da lui comandate come ufficiale repubblichino nel ponente ligure, nè queste gli sono mai state addebitate da vecchi e nuovi granatieri. Del resto, Christin pensò bene in almeno un'occasione di uscirsene con la seguente frase, ripresa in modo, a dire poco, acritico dalla rivista Il Granatiere (organo ufficiale della presidenza dell'Associazione Granatieri di Sardegna, n° 3 del 2017): "Il tempo trascorso per noi, gli avvenimenti succedutisi nella storia della nostra Patria, hanno smussato, nel ricordo, l’asprezza degli episodi di allora. Su tutto sembra essersi steso un velo che, pur non facendoci dimenticare nulla di quanto abbiamo patito e gioito, ha creato come un alone di leggenda attorno ai fatti allora accaduti e dei quali siamo stati valorosi e tenaci protagonisti" ]

(2) Don Antonio Allaria Olivieri "Poggio", nato ad Andagna, Frazione di Molini di Triora (IM), il 19.11.1923
Nel 1943, ventenne, studente di teologia presso il Seminario di Bordighera.
Nel mese di ottobre, rifiutato l'arruolamento nella Repubblica di Salò, saliva in montagna.
Con lo pseudonimo di "Poggio", nella formazione di Guglielmo Vittorio "Vitò" presso Loreto di Triora.
Incorporato nelle formazioni garibaldine con prevalenti compiti di staffetta e servizio informazioni.
Il 25 maggio 1944 veniva arrestato ad Andagna nel corso di un rastrellamento.
Riuscito a fuggire grazie alla complicità di un soldato austriaco, tornava al Distaccamento.
Il 18.6.1944 partecipava alla battaglia di Carpenosa che vide la liquidazione del presidio tedesco.
Il 25 Aprile 1945 fu a Sanremo con il I° Battaglione "Mario Bini" della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" comandato da Vincenzo Orengo "Figaro".
da Vittorio Detassis su Isrecim

 

venerdì 25 giugno 2021

Quando un poeta di Oneglia diventa critico d'arte

Cesare Vivaldi - Fonte: La Stampa

Nell’estate del 1958 Francesco Arcangeli intercetta, sul settimanale «Corrispondenza Socialista», tre recensioni di Cesare Vivaldi alla XXIX Biennale di Venezia <1. Il nome di Vivaldi non gli è ignoto e la prima impressione che aveva avuto di lui non era stata buona: in un testo a sua firma apparso a fine 1957 su «L’esperienza moderna» Arcangeli aveva letto un virulento attacco al suo scritto più programmatico e sofferto del decennio, Una situazione non improbabile <2.
Chi scriveva non ci era andato giù leggero, e gli aveva rivolto persino l’accusa di maneggiare idee «malamente orecchiat[e] da tesi francesi ed americane» <3.
Ma nelle recensioni di Vivaldi alla Biennale del 1958 Arcangeli apprezza, e glielo racconterà di lì a poco per lettera, «un sufficiente fregarsene di molte cose; uno spirito non conformista; scelte che non condividevo, ma che erano scelte» <4.
A rileggerli oggi questi tre articoli, sin qui sfuggiti agli studi, sono tutt’altro che memorabili. Con una scrittura che unisce la veemenza di giovanili posizionamenti militanti e gli obblighi di una rassegna informativa Vivaldi stigmatizzava il padiglione italiano «repleto quasi intieramente della più vieta accademia astrattista, di desolante uniformità e squallore»; riconosceva la qualità della selezione di Lucio Fontana («quadri di raffinatissima impaginazione ed improntati ad un grafismo quasi orientaleggiante»); rivendicava l’originalità di Nino Franchina («felicissimo, brillantissimo, estroso autore di ferri battuti e martellati in forme chimeriche»); ammirava la svolta informel di Toti Scialoja e avanzava il sospetto di stasi «manierista» per uno dei tre quadri di Alberto Burri <5; denunciava la dimenticanza di Antoine Pevsner tra i premiati, cui era stato preferito Umberto Mastroianni <6; anteponeva la qualità delle selezioni di Mark Rothko e Mark Tobey a quella di tutti gli altri espositori; riconosceva a chiare lettere la grandezza di Wols <7.
Fontana, Franchina, Scialoja, Pevsner e lo stesso Rothko non sono certo artisti nella costellazione di riferimento di Arcangeli. Ma il riconoscimento che Vivaldi aveva tributato nuova libertà di linguaggio del Mafai post-realista, l’apprezzamento per Carlo Corsi, la netta presa di posizione a favore di Wols sono, per Arcangeli, spie di una testa che non ragiona secondo schemi precostituiti. Tanto bastava per distinguerlo da quella koinè filoventuriana (Umbro Apollonio, Palma Bucarelli, Nello Ponente) che, in catalogo o nelle recensioni, aveva scritto della Biennale e che continuava a ritrovare nella discendenza post-cubista e nell’approdo a una astrazione più o meno geometrica le linee guida della modernità.
Così nell’autunno del 1958 Arcangeli cerca Vivaldi per telefono e i due si incontrano, per la prima volta, a Roma a inizio novembre. Vivaldi restituisce la visita a Bologna: ad accoglierlo c’è anche Sergio Vacchi, il pittore che Arcangeli sta seguendo con continuità nel transito difficile dal paesaggio alla figura; la tappa comune nello studio di Giorgio Morandi è la spia, da parte di Arcangeli, di una significativa apertura di credito <8.
Inizia in questo modo la relazione tra due intellettuali molto diversi per generazione, formazione, città di riferimento, predilezioni artistiche. Da una parte c’è un bolognese nato nel 1915 che è stato il primo allievo di Roberto Longhi e che si è impegnato nella rivendicazione di una continuità dell’arte dell’Italia settentrionale, più specificamente padana, da Wiligelmo a Vitale, dai Carracci ai paesisti dell’Ottocento fino ai pittori padani dell’«ultimo naturalismo» <9: si sente isolato soprattutto dopo che ha abbracciato il campo della militanza critica sul contemporaneo, con tutti i rischi di un ambiente non sempre ben frequentato (le prese di posizione a partire da Gli ultimi naturalisti del 1954 in poi gli hanno procurato «una solitudine senza compagni» <10). Dall’altra c’è un ligure nato nel 1925 che si è presto trasferito con la famiglia a Roma e si è laureato con Giuseppe Ungaretti alla Sapienza: a lungo nel dopoguerra quadro organico del Partito Comunista Italiano, è impegnato nei campi della poesia, della traduzione letteraria e, solo da poco, della critica d’arte <11. Dopo l’uscita dal partito, che data ancor prima dei fatti d’Ungheria, Vivaldi si trova in un isolamento diverso da quello di Arcangeli, non tanto esistenziale quanto politico («La cosa più ardua da affrontare, uscendo da un organismo compatto come il PCI, è proprio vincere la sensazione di isolamento che subito ti afferra, il terrore di aver abbandonato un clan di cui eri parte per l’ignoto» <12); l’aggiornamento sui periodici culturali europei, testimoniato dalla rubrica che tiene mensilmente su «Tempo presente», dimostra un vorace interesse interdisciplinare. I due, Arcangeli e Vivaldi, hanno un carattere poco portato agli accomodamenti tattici, ed è questo che più di tutto li avvicina. Ed entrambi vivono sulla propria pelle una condizione di irregolari, fuori dall’accademia e dalle posizioni che contano nel sistema culturale italiano: Arcangeli professore di liceo, Vivaldi giornalista freelance uscito volontariamente dalla rete della stampa comunista.
Potrebbe essere una delle tante relazioni intellettuali che si imbastiscono, per poi magari rapidamente naufragare, in una Italia ancora policentrica in cui discutere di arte moderna vuol dire allargare il campo ai temi della cultura umanistica e civile: relazioni che non escludono il confronto di idee, anche aspro. La scintilla di un interesse più profondo da parte di Arcangeli scatta quando legge, nel numero di settembre-ottobre 1958 di «Tempo presente» (la rivista di Silone e Chiaromonte che ospita molti transfughi dal PCI), una lunga confessione di Vivaldi dedicata alle ragioni della propria uscita dal partito di Togliatti: Arcangeli capisce che è possibile trovare con quell’inquieto trentatreenne, e glielo scrive per lettera, «un punto utile di contatto». E non solo perché Vivaldi è un uomo colto, un gran lettore <13; ma perché, afferma, lo ha fatto riflettere su «quanto di conformistico, di non vero, ci sia anche sulla sponda dove bene o male io (che non sono mai stato comunista) sono sempre stato, e dove tu sei approdato» <14: la sponda, cioè, di una collocazione politica laica e progressista, con un dichiarato credo anarchico per Arcangeli <15, una vicinanza, seppur tiepida, al PSI per Vivaldi <16.
Dopo il primo incontro bolognese Arcangeli e Vivaldi cominciano a scriversi e continuano a farlo fino agli anni Sessanta inoltrati. Le lettere più importanti che si scambiano, sette, datano a un arco di mesi ristretto, dal novembre del 1958 all’aprile del 1960, e trattano temi decisivi per l’arte italiana dello scorcio del sesto decennio: finora inedite, sono conservate nel Fondo Arcangeli della Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna (quelle di Vivaldi ad Arcangeli) e nell’Archivio Cesare Vivaldi della Biblioteca Fondazione Mario Novaro di Genova (quelle di Arcangeli a Vivaldi) <17. Lo sguardo sui fatti e sulle opinioni è, in queste lettere, sempre franco, spesso carico di umori: a un certo punto le distanze prevalgono sulle intese e si risolvono in un confronto anche aspro, con la consapevolezza di trovare nell’altro un interlocutore comunque comprensivo («di tanto in tanto ci si aggredisce, o ci si accarezza, non so», prova a rimediare Vivaldi in una lettera <18). La polemica, perché di polemica vera e propria si tratta (e così l’avrebbe ricordata retrospettivamente Vivaldi <19), si scandisce negli interventi pubblici: soprattutto introduzioni a cataloghi di mostra ma anche scritti su riviste e giornali, dove la distanza tra il credo naturalista di Arcangeli e le passioni di internazionalismo modernista di Vivaldi appare non colmabile. Ma le spiegazioni tra i due avvengono in privato: nelle lettere le rispettive posizioni sono rivendicate con forza; le allusioni, talvolta velate nei testi pubblici, si esplicitano; non si risparmiano nomi e cognomi, fatti precisi, retroscena e insofferenze. Tra queste sette lettere ce n’è una, lunga e articolata (otto cartelle dattiloscritte), di Arcangeli dell’aprile 1960: è un’amara riflessione sul costume dell’arte moderna italiana che fa il consuntivo del decennio appena chiuso <20. Non mi è consentito di pubblicarla integralmente perché non ho ottenuto il permesso da Nadia Arcangeli, che detiene oggi i diritti degli scritti di Francesco Arcangeli <21.
Questo divieto impedisce la lettura di un testo che, per ampiezza degli argomenti e tensione della scrittura, ha lo statuto di un vero e proprio saggio: qualche breve citazione nel presente contributo ne darà una testimonianza parziale.
Nell’impossibilità di pubblicare le lettere ho provato a intrecciare, per il periodo 1958-1960, scritti pubblici e privati dei due corrispondenti cercando di inserirli nella trama della discussione critica italiana del tempo.
Questa polemica, che si esaurisce nel 1960, lascerà in entrambi il segno [...]

1 VIVALDI 1958d, VIVALDI 1958e, VIVALDI 1958f. Il settimanale «Corrispondenza Socialista», fondato nel giugno 1957 da Eugenio Reale e Giuseppe Averardi, sosteneva posizioni di dialogo tra PSI e PSDI ed era animato da una aggressiva polemica anticomunista e antisovietica.
2 ARCANGELI 1957/1977.
3 In VIVALDI 1957d, pp. 21-23, un duro passaggio era dedicato proprio ad ARCANGELI 1957/1977: «Giova dire, a questo punto, che il problema della ‘natura’, che qualche critico ha creduto possibile riproporre come una conquista attuale, presentandolo in termini di ‘continuum’ materico, ed esemplandolo su Morlotti ed altri anche più mediocri (con discorsi – vedi Francesco Arcangeli su Paragone del gennaio 1957 – malamente orecchiati da tesi francesi ed americane) non solo non rappresenta nulla di nuovo, ma non ha in realtà neppure la consistenza di un vero e proprio problema».
4 Lettera di Francesco Arcangeli a Cesare Vivaldi, [Bologna], 15 novembre 1958, Archivio Cesare Vivaldi, Biblioteca Fondazione Mario Novaro, Genova.
5 Tutto in VIVALDI 1958d; il quadro «manierista» di Burri era il monocromo Tutto Bianco in BURRI 2015, p. 102, n. 887.
6 VIVALDI 1958e.
7 VIVALDI 1958f; il titolo dell’articolo (Tobey e Wols. I due maggiori presentati alla Biennale di Venezia), evidentemente redazionale, non rispecchiava la scala di valori espressa dal recensore.
8 Tutte queste informazioni nella lettera di Francesco Arcangeli a Cesare Vivaldi, [Bologna], 15 novembre 1958, Archivio Cesare Vivaldi, Biblioteca Fondazione Mario Novaro, Genova. Sergio Vacchi aveva già scritto a Vivaldi, in una lettera del 7 novembre 1958 consevata nello stesso archivio, che «per noi [Vacchi e Arcangeli] la tua visita a Bologna è stata un acquisto o meglio incontrare una persona che ha tutta l’aria di poter diventare un amico»; la visita gli era parsa «stranamente delicata per i tempi [che] corrono (esempio: i fiori per Morandi)», e continuava: «mi è piaciuta la tua intelligenza stranamente ‘settentrionale’ per la città in cui vivi. Insomma un’intelligenza corposa»; a chiusura della lettera Vacchi prometteva a Vivaldi il regalo di un suo quadro per il giorno del suo compleanno. Nel dicembre successivo Vivaldi avrebbe ospitato Vacchi e la moglie nella sua casa di Roma. Giorgio Morandi, cui Vivaldi aveva già inviato in dono un suo libro di poesie (con ogni probabilità il recente Il cuore d’una volta, del 1956: lettera del 4 marzo 1957), rispose all’invio da parte di Vivaldi di un numero di «Tempo presente» che lo vedeva tra i collaboratori la consueta formalissima lettera di ringraziamento (datata 20 novembre 1958) in cui ricordava la visita di Vivaldi nella sua casa-studio di Bologna.
9 La dichiarazione più appassionata ed esplicita di sostegno a questa linea (da Catullo a Giuseppe Verdi, da Wiligelmo a Carrà e ai pittori dell’«ultimo naturalismo»), in ARCANGELI 1954/1977, pp. 318-319. Sono numerosi gli strumenti oggi disponibili per l’inquadramento della figura culturale di Arcangeli: la biografia e la bibliografia più complete si ritrovano in SALVATORI 2005 e RIZZI 2005 (la bibliografia va integrata con quella in ROVATI 1998b, pp. 149-169); esistono una raccolta antologica degli scritti sull’arte contemporanea (ARCANGELI 1977); una raccolta completa degli scritti di galleria (ARCANGELI/TRENTO 1994); una raccolta degli scritti sul Trecento bolognese (ARCANGELI 1978); i testi delle lezioni universitarie del periodo 1967-1970 (ARCANGELI/PIETRANTONIO 2015). La tesi di laurea su Jacopo di Paolo e la corrispondenza con il relatore Roberto Longhi si leggono in MASSACCESI 2011; il primo libro sulle Tarsie (1942) in ARCANGELI 2014; la raccolta delle poesie in ARCANGELI 1996. Per gli studi su Arcangeli vanno ricordati almeno TRENTO 1992; TRENTO 1994; ROVATI 1998a e ROVATI 1998b; BRUNETTI 2002; RAIMONDI 2010; TURNER MONET POLLOCK 2006; ROVATI 2011; FERRETTI 2014; EMILIANI 2018.
10 Lo dichiara lo scrivente stesso in apertura di ARCANGELI 1957/1977, p. 338.
11 I materiali e gli studi oggi disponibili sulla figura e l’opera di Cesare Vivaldi sono limitati: dopo la sua morte (1999) sono state ripubblicate solo le poesie (VIVALDI 1999; VIVALDI 2002) e le traduzioni dell’Eneide del 1962
(VIRGILIO/VIVALDI 2005) e de L’arte di amare del 1996 (OVIDIO/VIVALDI 1996). A porlo in una posizione di rilievo nella critica d’arte militante italiana tra anni Cinquanta e Sessanta è stato il rinnovato interesse per la Scuola
romana di Piazza del Popolo a partire dall’intervista rilasciata da Vivaldi a Marco Di Capua in ROMA ANNI ’60 1990, p. 384; gli affondi più fruttuosi si devono a MESSINA 2011; CINELLI 2014; CINELLI 2017.
12 VIVALDI 1958g, p. 730.
13 «Madonna, quanto hai letto! Io mi prendo paura, con la mia cultura paurosamente lacunosa, anche perché so che tu non hai sprecato le tue letture; per me, con la mia cultura, sono ancora a dover risolvere delle immense parole incrociate di cui ho riempito solo qualche quadratino, qua e là» (lettera di Francesco Arcangeli a Cesare Vivaldi, [Bologna], 15 novembre 1958, Archivio Cesare Vivaldi, Biblioteca Fondazione Mario Novaro, Genova). Arcangeli commentava qui un passaggio di Cesare Vivaldi del 1958: «A vent’anni ero un accanito e velocissimo divoratore di libri, qualità che invero m’è rimasta, e sommuovevo implacabilmente biblioteche e librerie alla ricerca di testi rari (allora) dei più oscuri (allora) autori contemporanei, soprattutto americani; i classici, italiani e stranieri, li avevo letti praticamente tutti, anche molti ‘minori’, tra i quindici e i diciott’anni, e in quel momento non mi interessavano. ‘Consumavo’ tre o quattro libri al giorno, le antologie di Untermeyer, Whitman e Sandburg (entrambi da me tradotti quasi per intero), Pound, Eliot, Anderson, Hemingway, Hughes, e giù giù sino a Dos Passos, Mac Kay, Hergesheimer perfino, sino ai più trascurabili. E leggevo gli spagnoli, russi come Babel e la Sejfulina (che credevo ‘ortodossi’), i francesi, inglesi come Hopkins e Joyce, i tedeschi, e naturalmente gli italiani. Tutto quel che leggevo mi spingeva verso un engagement letterario-politico, romantico ed esaltante. Con in più la buona fede ero un po’ come quei commentatori fascisti di Dante che identificavano Mussolini con il ‘veltro’: in tutto vedevo comunismo. Le mur mi sembrava un libro comunista, e così Per chi suona la campana; La condition humaine mi innamorava. L’antifascismo di Sartre e di Hemingway, la spinta sociale del primo Auden, l’antirazzismo dei poeti negri, il democraticismo di Whitman, il realismo di Sandburg erano altrettanti incoraggiamenti all’engagement» (VIVALDI 1958g, p. 723).
14 Lettera di Francesco Arcangeli a Cesare Vivaldi, [Bologna], 15 novembre 1958, Archivio Cesare Vivaldi, Biblioteca Fondazione Mario Novaro, Genova.
15 La dichiarazione di personale anarchia fatta da Arcangeli in Una situazione non improbabile (ARCANGELI 1957/1977, p. 349: «il richiamo a un ordine, a un equilibrio, alla difesa d’una civiltà che, soprattutto da noi, è ancora tutto da istituire e da pagare: prima d’ogni altra cosa, come tentativo di fondazione d’un rapporto non disonorevole fra cittadino e cittadino, fra cittadino e stato») sarà poi ribadita in ARCANGELI 1958c, p. 14: «Quel concetto non era e non è, a mio avviso, né asociale né astorico, essendo anzi, per le mie forze, il modo meno fittizio, e sia pur disperato, di colmare, individualmente, la frattura, ormai paurosa in Italia, fra la possibile figura d’un uomo vero e quella morfinizzata e improbabile d’un uomo-cittadino che tutto intorno a noi smentisce. Vedevo anzi nell’anarchia il tentativo di proseguire un nostro rapporto vero con gli altri». Una importante riflessione sul significato dell’anarchia in Arcangeli è in ROVATI 1998b, pp. 137-140.
16 «Voglio comunque precisare che il mio voto alle ultime elezioni è andato al PSI, anche se con poca convinzione. Sono socialista ma la politica, nel senso della politica dei partiti, oggi come oggi non ha per me alcun significato» (VIVALDI 1958g, p. 730).
17 Per il periodo qui indagato la sequenza delle lettere dei due scriventi è la seguente: 1. Lettera di Francesco Arcangeli a Cesare Vivaldi, [Bologna], 15 novembre 1958 (6 facciate manoscritte, con allegata poesia dattiloscritta); 2. Lettera di Cesare Vivaldi a Francesco Arcangeli, Roma, 18 novembre 1948 [errore per 1958] (4 facciate manoscritte); 3. Lettera di Cesare Vivaldi a Francesco Arcangeli, Roma, 20 novembre 1958 (1 facciata manoscritta, ad accompagnamento di un appello dattiloscritto al Ministro della Pubblica Istruzione); 4. Lettera di Francesco Arcangeli a Cesare Vivaldi, Bologna, 15 gennaio 1959 (6 facciate manoscritte); 5. Lettera di Cesare Vivaldi a Francesco Arcangeli, Roma, 12 aprile 1960 (8 facciate manoscritte); 6. Lettera di Francesco Arcangeli a Cesare Vivaldi, Bologna, 19 aprile 1960 (8 facciate dattiloscritte, con interventi autografi manoscritti); 7. Lettera di Cesare Vivaldi a Francesco Arcangeli, Roma, 4 maggio 1960 (6 facciate dattiloscritte con interventi autografi manoscritti a penna e commenti di Arcangeli a matita). Non si è conservata una lettera di Arcangeli a Vivaldi di inizio 1960 cui la lettera di Vivaldi ad Arcangeli del 12 gennaio 1960 fa chiaro riferimento.
18 Lettera di Cesare Vivaldi a Francesco Arcangeli, Roma, 4 maggio 1960, Fondo Arcangeli, Biblioteca dell’Archiginnasio, Bologna.
19 Così nella intervista di Marco Di Capua a Cesare Vivaldi in ROMA ANNI ’60 1990, p. 384: «Ha mai avuto polemiche culturali? Con Arcangeli, ma questo alla fine degli anni ’50».
20 Lettera di Francesco Arcangeli a Cesare Vivaldi, Bologna, 19 aprile 1960, Archivio Cesare Vivaldi, Biblioteca Fondazione Mario Novaro, Genova.
21 Con lettera a chi scrive del 23 luglio 2020.

Flavio Fergonzi, Una polemica tra Francesco Arcangeli e Cesare Vivaldi sulla pittura moderna (1958-1960), Studi di Memofonte, 24/2020

Il “Gruppo ‘63”, nacque in una felice enclave culturale di sperimentazione e riflessione critica, testimoniata dalle tante riviste pubblicate <2 in grado di scompaginare quella società ritenuta appiattita in uno stato di letargico conformismo, e di cui proprio quest'anno ricorre il cinquantesimo anniversario della costituzione.
Vicino Palermo, all'hotel Zagarella, una trentina di giovani scrittori ed intellettuali, che si chiamavano Nanni Balestrini, Umberto Eco, Renato Barilli, Edoardo Sanguineti, Antonio Porta, assieme ai giovani “padroni di casa” (Michele Perriera, Gaetano Testa, Roberto Pagano, Francesco Agnello e Nino Titone), organizzarono, dal 3 all'8 ottobre dell'anno eponimo, quello storico convegno collegato alla quarta Settimana Internazionale di Nuova Musica con lo scopo di sviluppare linee alternative al linguaggio ormai superato del neorealismo e della poesia tradizionale.
[...] Non bastò a riscattare questo clima intorpidito la contestuale mostra Revort2, per la quale i curatori, Gillo Dorfles, Otto Hahn e Cesare Vivaldi, vollero allargare il panorama proposto oltre la Pop Art e dare più spazio alla rappresentanza locale <13, né la nascente stagione della Nuova Presenza, galleria multidisciplinare inaugurata qualche mese prima e punto d'incontro culturale, aperta da Francesco Carbone in via Enrico Albanese.
Forse la città bifronte, pur capace di grandi fughe in avanti, distratta da gravi problemi economici e sociali <14, non fece in tempo a capire quale occasione di riscatto, culturale e di riproposizione d'immagine, quegli incontri potevano rappresentare.
Per questo motivo la nostra Fondazione è stata invitata dal Comune di Palermo assieme al Conservatorio di musica "V. Bellini" e all'Istituto Gramsci Siciliano, all'organizzazione di un convegno dedicato a quell'esperienza brevissima che svegliando Palermo da una letargica catalessi culturale la rivelava come piccola capitale d'arte contemporanea.
2 - Tra le tante spiccano “Collage”, diretta da Nino Titone, “Il Verri”, diretta da Luciano Anceschi, “Quindici” diretta prima da Alfredo Giuliani e poi da Nanni Balestrini
13 - La rappresentanza locale contava Francesco Carbone, Bartolomeo Manno, Michele Canzoneri e Turi Simeti
14 - Erano gli anni delle bombe mafiose (a fine giugno dello stesso anno era esplosa la Giulietta dei carabinieri a Ciaculli) e del famelico “Sacco di Palermo”, perpetrato dalla nuova mafia ormai arrembata al Palazzo delle Aquile

Francesco Andolina, Il Gruppo '63: quando Palermo divenne capitale culturale, SalvarePalermo.it, n° 37, 2013

Durante i sette anni in cui "Collage" venne pubblicata, ci fu un avvicendamento tra gli autori coinvolti, pur mantenendosi costante la presenza di Carapezza e Titone, che dal numero 6 (1966) risultò direttore (General Editor) della rivista. Attorno ai due curatori si avvicendarono illustri critici d'arte: all'iniziale nucleo romano costituito da Calvesi, Ponente (presenti fino al numero 5, del1965) e Rubiu, si unirono Cesare Vivaldi (dal numero 3-4, 1964), Mario Diacono, Otto Hahn, Manfred de la Motte (dal numero 6, 1966), Jasia Reichardt e Laurence Alloway (numeri 6 e 7), fino ad Achille Bonito Oliva (numero 9, 1968). Vi furono anche episodici interventi di Maurizio Fagiolo Dell'Arco, Gilio Dorfles, Filiberto Menna, Giuseppe Gatt. Anche il numero dei corrispondenti esteri si ampliò fino a dieci persone, col coinvolgimento, ad esempio, della gallerista Annina Nosei da Parigi, di Christian Wolff da New York e Edison Denisov da Mosca.
[...] "Collage" divulgò saggi, recensioni e approfondimenti su artisti stranieri, soprattutto americani e inglesi, come Joe Tilson, Roy Lichtenstein, Andy Warhol, Claes Olbenburg, Brett Whiteley (australiano ma residente a Londra), ma anche francesi (Martial Raysse e Daniel Spoerri, esponenti del Nouveau Realisme) e italiani come Pino Pascali, il gruppo della cosiddetta "Scuola di Pistoia" (etichetta coniata da Cesare Vivaldi proprio sulle pagine di "Collage" e comprendente gli artisti Barni, Buscioni, Ruffi e l'architetto Natalini), Mimmo Rotella, Mario Schifano, al quale fu dedicato un articolo sulle opere realizzate a New York a quattro mani col poeta americano Frank O'Hara (esposte alla Galleria Ferro di Cavallo di Roma nel 1964). In alcuni casi, come per Tilson, Raysse, Oldenburg, furono pubblicate loro testimonianze dirette.
Marina Giordano, 'Collage': un'esperienza di esoeditoria d'avanguardia nella Palermo degli anni Sessanta, TECLA, 2 - dicembre 2020, Palermo

Un altro poeta ligure, giovane e ancora privo di una significativa produzione dialettale, viene usato da Pasolini per introdurre la poesia emiliano-romagnola. Cesare Vivaldi è associato ai più moderni poeti dialettali, cioè a Dell'Arco, ai friulani, ad Antonio Guerra (oggi conosciuto come Tonino e noto soprattutto per il lavoro di sceneggiatore), che condividono con lui un legame con la contemporanea cronaca e l'impegno sociale.
Gesualdo Maffia, Pasolini critico militante. Da passione e ideologia a empirismo eretico, Tesi di laurea, Università di San Paolo del Brasile, 2018
 

mercoledì 23 giugno 2021

Non vi è neppure il minimo accenno di coinvolgimento nell'enfasi guerresca

Vallecrosia (IM), al giorno d'oggi

Nel 1944 all'anagrafe di Vallecrosia risultavano circa 2500 abitanti; in realtà parte degli uomini erano militari nei vari fronti di guerra, e tanti cittadini erano sfollati nell'entroterra per sfuggire ai continui bombardamenti aerei, dal mare e, dal mese di settembre, anche dalle batterie francesi di Mont Agel. Il paese era deserto e ogni attività ridotta al minimo. Anche l'attività amministrativa del Comune era pressoché nulla: in tutto il 1944 vennero prese solo 33 delibere.
Il 10 giugno 1944 gli americani liberavano Roma e l'amministrazione comunale di Vallecrosia deliberava il rimborso all'esattore delle quote inesigibili.
Delle 15 delibere assunte dal 10 giugno al 31 dicembre 1944 solo una riguardava la cittadinanza: il 19 agosto si deliberava la spesa di  6.000 (seimila) lire dei fondi messi a disposizione dalla Prefettura per la costruzione di 3 buche "contro-bombardamento"; le rimanenti 14 erano provvedimenti riguardanti il personale, l'erogazione dei diritti di segreteria ecc.
Dal 1 gennaio 1945 fino al 25 aprile, le deliberazioni furono solo 4; però il 3 marzo '45 venne deliberato l'aumento delle imposte e tasse comunali: l'imposta sui cani, l'imposta sulle vetture e sui domestici, sui bigliardi e sui pianoforti e la tassa per l'occupazione di spazi ed aree pubbliche.

In questa fotografia dei primi anni '50, in alto a sinistra l'Istituto Maria Ausiliatrice e l'omonima Chiesa Parrocchiale

Chi invece svolse in maniera costante la propria attività, seppur con tutte le difficoltà portate dalla guerra fu l'Istituto Maria Ausiliatrice. Anche sotto i continui bombardamenti non cessò mai l'attività didattica. Fino allo scoppio della guerra frequentavano i corsi di Media inferiore, di Magistrale inferiore e superiore oltre 300 alunne esterne ed interne. Negli anni della guerra il numero si assottigliò, ma rimase sempre importante.
Malgrado la retorica allora imperante sulla Guerra, l'Eroismo, la Vittoria, la Patria, nei diari giornalieri della Casa non vi è neppure il minimo accenno di coinvolgimento nell'enfasi guerresca, ma solo continui e ripetuti inviti alla preghiera per la Pace e alla priorità della funzione didattica.
Il 1° settembre '44 la radio annunciò l'arrivo degli americani a Ventimiglia!
Come malvagia ironia, nei giorni successivi la Casa venne più volte colpita dai bombardamenti, soprattutto il 10 settembre 1944.
Nello scantinato dell'Istituto venne ricavato un "rifugio" nel quale trovarono asilo i padri Salesiani, le monache dell'Istituto Sant'Anna e anche civili, "parecchie persone esterne a cui non si può negare di approfittarne" (tra essi sicuramente molte volte un partigiano ricercato perché accusato, dopo delazione di una spia, di possedere una radio ricevente con la quale ascoltava Radio Londra: nota di Fiorucci). Ma il 14 settembre: "Si conferma l'orario dei giorni scorsi ... " e il 27: "...si sono scrutinati gli esami di riparazione delle candidate che li hanno potuti dare. Per le molte assenti si faranno a suo tempo prove suppletive. "
Il 16 ottobre 1944 i ladri "visitarono" l'Istituto, ma il grande dolore fu provocato dal mancato inizio dell'anno scolastico.
"... in ogni modo la Direttrice dell'Istituto stabilisce di continuare le iscrizioni alla scuola, raccomanda difare quel tanto o quel poco che si potrà con le alunne che di tanto in tanto vengono all'Istituto. "
La conduzione della Casa dell'Istituto non fu cosa semplice, risultando lo stesso reperimento del cibo e dei normali generi di sostentamento molto difficoltoso.
Ciononostante, alla richiesta di ospitalità (gratuita) nella Casa di una ragazza in grande difficoltà: "A titolo di carità si conclude di riceverla, pur considerando le nostre scarsissime risorse, per impegnare cosi la Divina Provvidenza a venirci più presto in soccorso."
Dopo la gioia dell'arrivo di 2 consorelle con 15 kg di riso, il12 dicembre ci fu un ulteriore bombardamento sulla Casa e di nuovo, il 13, una bomba centrò il muro del nuovo dormitorio ed esplose nei piani sottostanti. Miracolosamente nessun ferito!
I bombardamenti si ripeterono il 20 dicembre 1944 in più riprese: alle 9 colpendo il tetto del vecchio dormitorio e alle 15 il teatro e gli uffici della Direzione Scolastica.
Una breve tregua si ebbe solo alle 22 del 24 dicembre, vigilia di Natale.
Le annotazioni della pagina del 31 dicembre 1944 riportano solamente: "Ultimo giorno dell'anno.
Come è prescritto alla funzione della sera canto del "Te Deum " e Benedizione Eucaristica."
A fondo pagina "Dio ci protegga e ci salvi!"
Il 16 gennaio 1945 la Direttrice e altre suore vennero trasferite d'imperio negli Istituti di Varazze e Sampierdarena, ma una ventina restarono comunque a presidiare la Casa e a svolgere l'attività didattica per le poche alunne.
Il 9 aprile soldati tedeschi reclamarono la consegna di tutti gli apparecchi telefonici.
"Con un poco di astuzia si riesce ad accontentarli lasciando loro il portavoce che comunica coi Salesiani e quello della portineria".
Il 12 aprile un bombardamento aereo "centra il muro maestro del nuovo fabbricato a levante delle scuole e dormitorio - producendo il crollo immediato di 4 piani. Tutte illese!"
Commovente la partecipazione spontanea delle allieve e parenti loro, ex-allieve, persone benevole all'Istituto. "Tutti accorsero prontamente a portarci conforto e aiuto e tutti unanimemente hanno attestato che la nostra incolumità ha del prodigioso!"
24 aprile: "Commemorazione di Maria Ausiliatrice. L'esercito tedesco è in fuga ... il cuore presentisce che si avvicina la fine del nostro lungo, doloroso martirio!"
25 aprile: "La notte scorsa gli ultimi sforzi dell'esercito infuga. Scoppi di mine, colpi di mitraglia ecc .. Stamane alle 8,30 le campane hanno lanciato nell'aria i primi tocchi festosi della liberazione. Dal campanile e dalle finestre delle case sventolano le bandiere bianche! Che commozione! ... Corre voce che una pattuglia francese sia giunta già a Ventimiglia"


27 aprile: "Continuano a passare, da ieri, truppe di colore: Marocchini, Senegalesi, Algerini ecc ..
L'occupazione si svolge tranquilla. Deo gratias!"
La posizione delle suore di Maria Ausiliatrice fu una posizione di assoluta fermezza.
La guerra, l'occupazione straniera, i bombardamenti, le ristrettezze alimentari e la tanta paura, non intaccarono nemmeno per un momento l'impegno per la catechesi, la scuola e la preghiera per la Pace.
Con dovizia e costanza applicarono le disposizioni impartite "Siate semplici come colombe e astuti come serpenti. Dati i tempi difficili e burrascosi, per la Chiesa e per i Religiosi è davvero il momento di rivestirsi dell'astuzia e della prudenza del serpente: 1° nel trattare e parlare con le alunne e con le persone esterne; 2° Non fare mai accenni a politica e non essere partigiane anglofile o tedescofile, la nostra politica sia la politica di Don Bosco, - fare del bene a tutti -; 3° Non scrivere nulla che riguardi la guerra nella nostra corrispondenza privata. Fatti amico del potente perché non ti nuoccia! ... (2 maggio '44)".

Applicarono alla lettera le disposizioni contenute nella missiva del Vescovo inviata al Clero di tutta la Diocesi esortante "ad essere nelle presenti e dolorose circostanze messaggeri di luce e di conforto per affrettare con la preghiera, con lo zelo,con la sofferenza in espiazione delle colpe nostre ed altrui l'avvento della pace, che è l'ora di Dio"  (1° febbraio '44).

Dalla scalinata di accesso alla Chiesa Parrocchiale di Maria Ausiliatrice di Vallecrosia (IM) uno scorcio dell'Istituto omonimo richiamato in questo articolo

Della posizione e del comportamento del Vescovo di Ventimiglia Agostino Rousset si ha conferma nel rapporto del sottosegretario agli Interni Giorgio Pini sulla situazione della provincia di Imperia riscontrata nella visita del 10 e 11 febbraio 1945:
.... VESCOVO, Mons. Agostino Rousset, Vescovo di Ventimiglia che ho visitato nella sua sede provvisoria di S. Remo, è figura segaligna, di mezza età, arida e chiusa. Sollecitato dal capo Provincia ha pubblicato una pastorale per la conciliazione degli animi, e collabora in questioni di ordinaria amministrazione, ma non si può fare calcolo su di lui...

Giuseppe "Mac" Fiorucci, GRUPPO SBARCHI VALLECROSIA, Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia - Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM),  2007


domenica 20 giugno 2021

Gli sfollati possono rientrare

Una vista da Mentone sulla costa ligure sino a Bordighera (IM)

[...] Il 22 giugno [1940], alle 18,50, nella foresta di Compiègne, su un vagone ferroviario, viene firmato l’armistizio tra Francia e Germania. Mussolini, prima di fare altrettanto, vuole arrivare almeno sino a Nizza. E prima di Nizza c’è Mentone. Lì bisogna sfondare.
Ma c’è da pagare il pedaggio di Ponte San Luigi che scavalca il confine, un burrone tra due pareti rocciose.
 

La zona di Ponte San Luigi vista da Mentone Garavan

Incastrata nella montagna c’è una casamatta francese con mitragliatrici e pezzi anticarro. L’artiglieria pesante italiana, montata su binari e condotta nella stazione di Ventimiglia, comincia a far fuoco sull’abitato di Mentone. I francesi rispondono dai forti dell’entroterra (Rimiez, Drette, Turbie, Monte Agel e Tete de Chien: una vera Maginot unita da galleria sotterranea) e colpiscono Bordighera e Ventimiglia.
Molti paesi della costa e dell’entroterra vengono evacuati.
Da Roma ordine perentorio al generale Gambara, comandante dell’armata: dovete passare.
All’alba del 21 giugno il tenente degli alpini Bruno Viano, classe 1914, nel dopoguerra giornalista (è stato per molti anni corrispondente de “La Stampa” di Torino) e presidente dell’Azienda autonoma di soggiorno e turismo di Imperia, è convocato dal comandante del suo reparto.
Ricorda: “Il maggiore mi diede un ordine tassativo: prendere la posizione di San Luigi o morire. Erano le frasi del tempo. Non mi aveva scelto solo perchè ero il più giovane degli ufficiali o perchè comandavo un battaglione di gente richiamata, tutti sui 40-50 anni, e abitanti in provincia di Imperia, quindi esperti della zona. Piacevo a sua figlia e a lui quella relazione non andava a genio. Sapeva che prendere il fortino di Ponte San Luigi era quasi impossibile ma lui si voleva sbarazzare di me e mi mandò allo sbaraglio. Eravamo nell’Alta Val Roia, sul Passo Muratone. Scendemmo verso Ventimiglia: la via Aurelia era bloccata, come la ferrovia. Non mi fu chiarito dove fosse esattamente la postazione da espugnare, nè mi fu dato alcun esplosivo o arma particolare: avevamo soltanto qualche piccola bomba a mano”.
 

Cap Martin

Il battaglione si avvicina al confine. Da Cap Martin, ogni tanto, qualche salva di cannone. Gli uomini procedono, strisciando, tra cespugli e case semidistrutte.
In mezzo all’erba trovano due medaglie sacre del Santuario dell’Annunziata. Buon segno.
Racconta Viano: “Mi resi conto che portare con me tutti quegli uomini assolutamente impreparati - contadini, olivicoltori, impiegati - sarebbe stato un inutile rischio. Gente quasi sempre con famiglia, persone che avevano poco di guerriero. Lasciai allora indietro il grosso del battaglione e scelsi tre volontari, un sottufficiale e due soldati. Così in quattro riprendemmo a strisciare per avvicinarci, dall’alto e dalle spalle, alla zona di Ponte San Luigi. Bevemmo una bottiglia di champagne trovata nella cantina di una villa quasi al confine. Lasciai per ringraziamento un biglietto quasi di sfida. Anche quello faceva parte della retorica del tempo. Non sapendo esattamente dove dirigerci, ci trovammo quasi per caso sulla sommità della parete rocciosa entro la cui base, a livello di strada, era stato scavato il fortino. Ci sporgemmo con precauzione: poichè ignoravo dove fosse il fortino ogni buco, ogni cavità sembrava dovesse nascondere chissà quale minaccia”.
Gli uomini guardano verso il basso. Lo spettacolo è sconvolgente: stesi sull’asfalto, vicino alla cancellata anticarro, subito dopo il ponte, ci sono diversi cadaveri di soldati italiani. Erano stati falciati dalle mitragliatrici. All’improvviso, sempre dalla via Aurelia, ecco spuntare un altro reparto italiano. I francesi li lasciano avvicinare, poi parte una scarica di proiettili. Sorpresi, e senza alcun riparo, quei soldati alzano le braccia, si arrendono. Prosegue Viano: “Mi resi conto che se fossi intervenuto li avrei condannati tutti a morte. I francesi avrebbero ripreso a sparare. Decisi così di tornare indietro. Non avevo preso la posizione. Non ero morto e neppure ero riuscito a rendermi conto della situazione in cui mi ero cacciato. Appena rientrato, il comandante, senza neppure darmi modo di recuperare le due notti di sonno perduto, mi assegnò ancora una volta il compito di tentare l’ignoto. Si trattava questa volta di scoprire e segnalare dove fosse la prima linea difensiva francese. E con il mio battaglione mi rimisi in marcia”.

 

Linea ferroviaria in territorio di Ventimiglia, colpita da un tiro francese - Fonte: HistoricaLab.it

Il 23 giugno, domenica, vanno all’assalto delle casematte le camicie nere del 33° battaglione di Imperia con l’appoggio dei fanti. Strisciano, si arrampicano, lanciano bombe a mano. I francesi si difendono accanitamente ma sono costretti ad arrendersi.
Sulla strada e tra le rocce restano molti soldati italiani.
 

Ponte San Luigi nel secondo dopoguerra. In alto, a sinistra, Mont Agel.

Il Ponte di San Luigi è aperto. La battaglia si estende sino alle porte di Mentone. Guidano la marcia pattuglie di camicie nere, pratiche del posto. Tra loro impiegati e croupier del casinò di Sanremo. Un battaglione di “tirailleurs” senegalese oppone una decisa resistenza. Siamo al corpo a corpo, alla caccia all’uomo nelle case, tra i giardini, negli scantinati, nei ripostigli dei bar. Mentone è sconvolta, è distrutta.
I segni della battaglia sono evidenti. Il 60% delle abitazioni è danneggiato, il casinò idem, demoliti alcuni grandi alberghi come il Little Palace, il Victoria Park, il Louvre, il Majestic. Davanti alla stazione ferroviaria si apre uno spettacolo desolante: il quartiere non c’è più. Le due passeggiate, la promenade du Midi e quella di Garavan, sono ricoperte da detriti, reticolati, rami di palma e d’olivo. Ora gli italiani possono avanzare. Si tenta di occupare Sospello (Sospel), importante nodo stradale, che consentirebbe di prendere alle spalle buona parte dello schieramento francese. Le nostre truppe vengono fermate, oltre che dal nemico, dall’annuncio dell’armistizio firmato alle 19,15 del 24 giugno a Villa Incisa di Roma, sulla via Cassia, dal maresciallo Badoglio e dal generale Huntziger.
Comunica l’agenzia Stefani: “Le ostilità avranno termine alle 1,35, ora legale italiana, di domani 25 giugno 1940, anno XVIII dell’era fascista”.
All’alba del 25 giugno c’è chi non sa che l’armistizio è entrato in vigore. Come gli uomini del tenente Viano che alla testa del suo battaglione continua a cercare i sistemi difensivi del nemico. Ricorda: “Il sole stava sorgendo. Ero andato avanti con alcuni soldati. Ci trovavamo in un giardino, ben tenuto, circondato da un parapetto poco alto. Lo scavalcai, mi lasciai cadere in basso, piombando con un colpo secco sull’asfalto della strada. Quando mi rialzai ero circondato dai soldati francesi: avevano sentito i rumori e mi stavano aspettando. Avevo una bomba a mano ma il primo pensiero, vista la situazione, fu quello di arrendermi. Portai la mano libera alla tasca per tirar fuori il fazzoletto e sventolarlo. I francesi furono più veloci di me. Gridarono: 'Ne tirez pas, la guerre est finie'. Mi offrirono una sigaretta. Tornai indietro per ricongiungermi al reparto. Seppi, più tardi, di esser stato l’ufficiale italiano che si spinse più avanti sul fronte di Mentone. Ero infatti arrivato fino al torrente, lungo la strada per Gorbio, che poi segnò la linea d’armistizio. Soprattutto scoprii, per la prima volta, in quella guerra combattuta senza odio, e il fatto si sarebbe ripetuto, che non appena si cessa di sparare tutti gli uomini sono fratelli: una fratellanza quasi sempre suggellata nella maniera più semplice, lo scambio di una sigaretta”.
L’armata del generale Gambara può entrare a Mentone.
Viano ricorda di essersi fermato nella città di confine un paio di settimane. “Un giorno - racconta - è venuto Mussolini che ha passato in rivista le truppe schierate sul lungomare. Poi siamo rientrati a Ospedaletti. Il mio reparto era sistemato in un vecchio albergo, il Metropol, trasformato in caserma. In novembre, molto deluso per quello che avevo visto e provato, sono partito per l’Albania”.
La guerra tra Italia e Francia è durata quindici giorni. In un successivo comunicato la Stefani dà sfoggio della solita retorica di regime: “Le nostre armate hanno risposto in modo superbo, portando sulla linea del fuoco tutto il perfetto e modernissimo armamento fascista e sconvolgendo quindi con impeto sovrumano tutta la prima struttura del sistema nemico”. Le cose non sono andate proprio così. In Val Roia è stata occupata Fontan e Saorge è sotto il tiro dei mortai. Sul Monginevro l’avanzata è stata di nove chilometri. Sul Moncenisio gli italiani si sono spinti oltre: dopo l’occupazione di Lanslebourg è stata toccata una profondità tra i 20 e i 32 chilometri. Sul Piccolo San Bernardo siamo arrivati alle porte di Bourg-Saint-Maurice. All’estremo nord dello schieramento, nel settore della Seigne, ghiacciai, burroni e asperità del terreno hanno reso più difficile la penetrazione, limitata tra i tre e i nove chilometri.
 

Ponte ferroviario di Mentone alla fine delle ostilità - Fonte: HistoricaLab.it

Gli sfollati possono rientrare. Gli abitanti di Triora, Andagna, Agaggio, Pigna, Castelvittorio, San Biagio, Soldano, Apricale, Isolabona e numerosi anche della costa imperiese, transitano la mattina del 28 giugno dalla stazione di Genova Principe, come riferisce “Il Secolo XIX”. Queste famiglie di contadini erano state ospitate a Milano, parte nelle scuole e nell’asilo di via Galilei, parte nell’Istituto fascista di assistenza di via Settembrini.
Mussolini, che con la dichiarazione di guerra, voleva Nizza e Savoia, insieme alla Corsica, Tunisi e Gibuti, riduce le pretese. L’occupazione è limitata a quei pochi chilometri di territorio francese conquistato a caro prezzo: 631 morti, 2631 feriti, 616 dispersi (un neologismo per non ammettere l’esistenza di altre vittime) e ben 2151 congelati su quelle montagne che solo Napoleone e Annibale osarono sfidare ma con altri eserciti e un’altra preparazione.
La Francia è tenuta a smilitarizzare una zona di 50 chilometri di profondità. Lo stesso ai confini tra Tunisia e Libia e con l’Algeria. L’Italia potrà usufruire del porto di Gibuti e della ferrovia che collega lo scalo ad Addis Abeba. Punto e basta. A parte le clausole per la smobilitazione delle forze armate francesi, il disarmo della flotta, la consegna di armi e munizioni, la restituzione dei prigionieri di guerra e di quei civili in carcere per motivi politici.
In mare una sola battaglia navale tra Italia e Francia. Si svolge davanti alle coste della Liguria nelle prime ore del 14 giugno [...]

Carabinieri nei pressi di Fontan, Val Roia - Fonte: Ministero della Difesa

Pier Paolo Cervone, La seconda guerra mondiale in Savona in guerra. Militari e vittime della provincia di Savona caduti durante il secondo conflitto mondiale (1940-’43/1943-’45), ISREC Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della provincia di Savona, 21 gennaio 2013

Fonte: Atti Convegno Savona cit. infra

I primi giorni di guerra sulle Alpi furono quindi incruenti, soltanto scontri di pattuglie.
La catena di comando italiana aveva aspetti tragicomici, un mucchio di generali in competizione. Comandante del gruppo armate ovest era il principe Umberto, l'erede del trono, una figura evanescente dimenticata da tutti.
Il maresciallo Graziani, capo di stato maggiore dell'esercito, si precipitò in Piemonte per dirigere le operazioni, seguito dal gen. Soddu, sottosegretario del ministero della Guerra (ministro era sempre Mussolini), che, non potendo reclamare compiti di comando, si presentò come “il telefonista del duce”.
In realtà le decisioni erano prese a Roma da Mussolini, con qualche freno posto dal maresciallo Badoglio, capo di Stato maggiore generale messo in disparte, incredibili ritardi di trasmissione e un buon contributo di confusione del gen. Roatta, il vice di Graziani rimasto a dirigere lo Stato maggiore dell'esercito, che il 17 giugno dava ordini che non gli competevano: “Stare alle calcagna del nemico. Audaci. Osare. Precipitarsi contro”, subito contraddetto dal suo capo Graziani: "Le ostilità 15 con la Francia sono sospese".
La decisione dell'offensiva
“Savoia, Nizza, Corsica, Tunisi, Gibuti”, erano gli obiettivi reclamati nelle manifestazioni fasciste di piazza del 1939. Non è facile capire perché Mussolini si aspettasse di averli in regalo da Hitler, né perché nel giugno 1940 avesse pretese ancora maggiori, l'occupazione della Francia fino al Rodano e la flotta da guerra francese. Ambizioni e illusioni che furono drasticamente ridimensionate nell'incontro tra Hitler e Mussolini a Munich il 18 giugno.
La decisione fu chiara, Mussolini avrebbe ottenuto soltanto i territori francesi che fosse riuscito a occupare prima della conclusione imminente dell'armistizio. L'unica concessione di Hitler fu che l'armistizio franco-tedesco sarebbe
entrato in vigore soltanto dopo la firma di quello franco-italiano.
Quindi Mussolini diede ordine il 19 di condurre forti attacchi alla frontiera e poi il 20 decise un'offensiva generale, dicendo a un riluttante Badoglio: “Non voglio subire l'onta che i tedeschi occupino e poi ci consegnino il Nizzardo”.
Badoglio trasmise gli ordini a Graziani: “Domani, giorno 21, iniziando l'azione ore 3, I e IV Armata attacchino a fondo su tutta la fronte. Scopo: penetrare più profondamente possibile in territorio francese”. Graziani passò l'ordine alle armate: "I tedeschi hanno occupato Lione. Bisogna evitare nel modo più assoluto che siano i primi ad arrivare al mare. Per questa notte ore 3 dovete attaccare su tutta la fronte dal San Bernardo al mare. L'aviazione concorrerà con masse da bombardamento sulle opere e sulle città. I tedeschi nella giornata di domani e dopodomani faranno concorrere colonne corazzate provenienti da Lione e dirette a Chambéry, St. Pierre de 16 Chartreuse e Grenoble".
Fu l'inizio di una battaglia di quattro giorni, dalla mattina del 21 giugno alla notte del 24, una battaglia condotta quando le sorti della guerra erano già decise e a Roma erano in corso le trattative per l'armistizio franco-italiano.
Era un'offensiva senza speranza. Prima di tutto perché la frontiera francese era ben fortificata. Abbiamo già detto che tutti gli studi italiani escludevano la possibilità di uno sfondamento. Poi perché fino al 20 giugno lo schieramento italiano era stato difensivo: truppe e artiglieria erano ancora dislocate in modo da arrestare un'offensiva francese ormai impossibile.
Quindi le truppe italiane dovevano andare all'attacco delle posizioni francesi senza altro appoggio che il fuoco dei forti italiani, quasi sempre orientati alla difensiva.
Inoltre il tempo era pessimo:  di notte si registrarono temperature fino a 20 gradi sotto zero, troppo per il mediocre equipaggiamento della fanteria che avanzava nella neve.
In termini militari, era un'offensiva fallita in partenza.
In termini politici, era un'offensiva che doveva dimostrare che anche l'Italia fascista aveva avuto qualche parte nella guerra.
C'era anche una malcelata speranza che il collasso della Francia dinanzi ai tedeschi si estendesse anche all'Armée des Alpes, in modo da permettere una facile avanzata italiana.
Quattro mesi più tardi Mussolini decise l'aggressione della Grecia sulla base della sua convinzione che l'esercito greco non si sarebbe battuto.
La vittoriosa resistenza dell'Armée des Alpes è l'unico successo francese nel tragico disastro della primavera 1940. Si può quindi comprendere che sia ricordata e celebrata. Il grande merito dell'Armèe des Alpes del gen. Orly fu di continuare a combattere con determinazione quando la Francia crollava, anche contro i tedeschi che avanzavano da Lione. Il suo successo contro gli italiani non va però esagerato: nella battaglia delle Alpi tutti i vantaggi erano dalla parte francese. 

Copia del telegramma relativo alla morte del fante Gollin, abitante in Cinisello Balsamo - Fonte: Comune di Cinisello Balsamo (MI)

Il modo più efficace di introdurre i combattimenti è il confronto delle perdite. I francesi ebbero 32 morti, 121 feriti, 259 prigionieri o dispersi. Gli italiani 642 morti, 2631 feriti, 2151 congelati, 616 dispersi. I dati sui dispersi lasciano molti dubbi, come sempre. Da parte francese, i caduti dichiarati dispersi perché non ne venne ricuperato il corpo non dovrebbero essere molti, soltanto pochi reparti combatterono fuori delle fortificazioni.
Secondo le fonti italiane i prigionieri francesi furono 153. E' possibile che tra i dispersi siano contati anche gli sbandati delle retrovie dinanzi all'avanzata tedesca. Da parte italiana, i dispersi dovrebbero essere in certa parte caduti di cui non fu ricuperato il corpo. I dati relativi risultano da una relazione dello Stato maggiore italiano del 18 luglio 1940, quando molti caduti italiani giacevano ancora sotto la neve.
Quindi 32 caduti francesi, forse 40 con i dispersi, e 642 morti italiani, forse 800 e oltre con i dispersi.
Cifre che bastano a documentare cosa fu l'offensiva italiana: le fanterie lanciate contro le moderne fortificazioni francesi senza appoggio dell'artiglieria né dell'aviazione. E un'altra cifra significativa, 2151 congelati abbastanza gravi da essere ospedalizzati. Notti passate nella neve con un equipaggiamento mediocre. Il tempo era pessimo, ma si era in giugno e sulle montagne di casa.
Raccontare i quattro giorni dell'offensiva italiana non è facile. Manca un centro di gravità, un obiettivo preciso. Si attacca su tutto il fronte dal Monte Bianco al mare, in una dozzina di settori diversi, ma lo schema è sempre uguale.
 

Treno Ospedale della Sanità Militare del Regio Esercito a Ventimiglia

[...] Il risultato della grande offensiva italiana fu ben misero: l'occupazione del versante francese della frontiera con una profondità ridotta e variabile, che non arrivava mai ai forti francesi. Furono conquistate soltanto un numero limitato di opere avanzate. Il maggiore successo fu la cittadina di Menton sul mare, subito messa a sacco.
NOTA: la relazione del prof. Giorgio Rochat (storico, Università di Torino) ha fatto riferimento ad un suo precedente testo scritto per la “Revue historique des armèes” pubblicato sulla RHA n. 250/2008, qui riprodotto per sua gentile concessione.
 
Giorgio Rochat, La campagna delle Alpi. Giugno 1940, Atti del convegno “10 giugno 1940: la guerra di Mussolini”, Quaderni Savonesi, n. 22 novembre 2010, Isrec

La disposizione dei reparti dell’Armée des Alpes alla vigilia del 10 giugno 1940 - Fonte: Atti Convegno Savona cit. infra

Fonte: Atti Convegno Savona cit. infra

Quando i militari francesi responsabili della definizione della Maginot alpina scelsero l'impiantazione delle opere di difesa della frontiera coll'Italia, decisero di lasciare Mentone, la cosiddetta «perla della Francia», davanti alla «posizione di resistenza» articolata sui forti di Cap Martin, Roquebrune-Cornillat, Sainte-Agnès, Mont Agel e Castillon poichè degli avamposti fortificati dovevano essere costruiti al ponte San Luigi (chiudendo la rotabile littorale), a Colletta e a Pilon (da ogni parte di Castellar), a La Penna (di fronte al Grammondo) come a Scuvion ed a Pierre Pointue (da ogni parte del monte Razet) e, soprattutto, perchè le truppe alpine allineate sul terreno (25° BCA di Mentone, 24° BCA di Villafranca e 22° BCA di Nizza) costituivano una garanzia di incolumità della frontiera tra il Cuore ed il mare.
Ma, conto tenuto della situazione di non belligeranza adottata dal governo italiano e dei rischi di offensiva massiccia della Wehrmacht sul fronte del Nord-Est, gli strateghi francesi scelsero di trasferirci le due divisioni alpine reclutate nel Nizzardo (29° e 30° DIA), dalla fine di settembre alla metà di ottobre 1939, lasciando soltanto sul posto le loro sezioni di esploratori sciatori, piazzate in prima linea al contatto dell'avversario potenziale, cioè tre sezioni dei 20°, 25°, 49° BCA nel Mentonasco, associate alle tre sezioni dei battaglioni alpini di fortezza (76°, 86°, 96° BAF)
 

Una vista da Cap Martin su Mentone, sulla frontiera, sulla zona di Ventimiglia sino a Bordighera

[...] Nella giornata del 21 giugno 1940, Mussolini avendo saputo che l'Italia non avrebbe potuto occupare altro che i territori francesi eventualmente conquistati, lanciò un ordine di offensiva generale per l'indomani.
La mattina del 22, 216 cannoni spararono più di una ora sulle fortificazioni francesi, senza causare grossi danni, mentre una ventina di aeri di bombardamento lanciarono dei proiettili sul monte Orso, il colle des Banquettes e le pendici del Mont Agel ed il treno armato n° 2 sparò 252 obici su Cap Martin fino ad essere circondato da tiri francesi di controbatteria che lo costrinsero a raggiungere la galleria della Mortola. 


Poichè il generale Gambara pretese che detto treno riprendesse i tiri contro il forte Maginot, il tenente di vascello Ingrao ubbidì e, prima che i martinetti di stabilità fossero installati, il treno ricevette quattro obici di 75 mm sparati dalle torrette del Mont Agel: tre dei quattro vagoni armati andarono distrutti, provocando la morte dell'ufficiale e di otto marinai ed il ferimento grave di quattro altri.
Approfittando della nebbia, diverse compagnie dei 42° e 89° RF occuparono le Granges Saint-Paul (i cui difensori furono catturati poco dopo a Garavan superiore), Plan du Lion, L'Ormea, Castellar Vieil e Fascia Fonda (dove un gruppetto avanzato dell'opera di La Pena fu annientato: 5 caduti ed un prigioniero), mentre il caposaldo di La Colle (sopra il cimitero di Mentone) resistette con energia (sparando 20000 cartucce e 500 granate) prima di evacuare la posizione campale nella sera; gli avamposti fortificati di Scuvion, Pierre Pointue e Pilon furono investiti ma respinsero tutti gli attacchi; due battaglioni del 90° RF furono bloccati nelle gallerie dei Balzi Rossi dall'artiglieria francese mentre delle chiatte si concentravano a La Mortola all'inizio della notte allo scopo di sbarcare 100 uomini a Garavan e 900 a Cap Martin: l'operazione fu annullata dopo la partenza a causa del mare troppo agitato, di diverse avarie e del rumore troppo elevato delle imbarcazioni. Per tutta la notte le mitragliatrici dell'opera di Castillon spararono sulla cresta del Razet avvicinata dalle unità di assalto della Modena.
 


 


Il 23, i treni armati N° 1 e 5 spararono 358 obici sull'opera di Cap Martin con poco efficacia poichè, impauriti dalla distruzione del treno N° 2, si erano installati troppo lontano; nello stesso tempo, 82 apparecchi dell'Aeronautica militare italiana lanciarono delle bombe sui forti di Mont Agel, Roquebrune-Cornillat et Cap Martin, con scarsa efficacia tenuto conto del maltempo che riduceva la visibilità.
Questo problema di visibilità consentì però delle infiltrazioni notevoli nella vecchia Mentone, poi tra i torrenti Careï e Borrigo, ossia Gorbio fino alle 18 quando una breve schiarita rivelò agli osservatori del Cap Martin che gli invasori si avvicinavano alla sua rete di reticolati: un diluvio di 1320 obici sparati da tutte le opere del settore fece rifluire gli attaccanti italiani fino al Careï.
Di fronte al bunker di ponte San Luigi successe un episodio poi sfruttato dalla propaganda fascista, col tentativo teatrale di due militari del 21° reggimento della Cremona, il fante Puddu ed il sottotenente Lalli, che, esigendo la resa della piccola guarnigione, granata e pistola in mano, andarono, invece, a perdere la vita.
Più a nord, gli avamposti di Colletta e Pilon furono accerchiati, mentre quelli di Scuvion e Pierre Pointue erano investiti, perdendo un caduto e due prigionieri, ma con la cattura da parte francese di 10 soldati della Modena.
All'inizio della notte, i capisaldi di Castellar, L'Annonciade et Villa Tardieu furono evacuati poichè considerati come aggirati dal nemico.
 

Mentone

Il 24, la progressione italiana riprese nell'abitato di Mentone con quattro battaglioni (I/21°, I/89°, II/90° RF, 33° CCNN) fino al torrente Gorbio mentre più a nord il fronte si stabilizzò, ma con l'avamposto di Pierre Pointue che catturava 9 soldati della Modena durante una sortita.
 

Soldati italiani in Mentone - Fonte: HistoricaLab.it

Un contrattacco francese fu preparato ad ovest di Mentone con una compagnia di Senegalesi ed una dozzina di carri armati leggeri, ma non ebbe luogo a causa della notizia della firma dell'armistizio di Villa Incisa.
Nello stesso tempo, i due cannoni di 220 mm in posizione sul piano di Mont Agel incendiarono la stazione ferroviaria di Ventimiglia, allorchè la battaglia era praticamente finita.
La mattina del 25, la delimitazione del confine di armistizio (ponte dell'Unione, Sanatorio, L'Annonciade, ponte Husson, Colletta, cappella San Bernardo, vetta del Razet) vide tre incidenti.
Sul Gorbio inferiore, una unità italiana rifiutò di entrare in contatto con i Senegalesi, i quali furono ritirati.
Dal bunker di ponte San Luigi, privo di informazioni (filo telefonico tagliato, radio guasta) si proseguì a sparare sui militari italiani desiderosi di ritirare lo sbarramento controcarro, allo scopo di permettere a delle ambulanze di pervenire nel centro di Mentone per ricuperare i numerosi feriti della Cosseria: ci furono la morte di due uomini ed il ferimento di altri sette, fino all'arrivo di due ufficiali da Cap Martin che confermarono l'armistizio, per ottenere il ritorno della guarnigione in zona non occupata. Lo stesso trattamento fu riservato alla guarnigione accerchiata di Pilon.
 


A Pierre Pointue, la guarnigione uscita per respirare e fare asciugare i suoi panni col sole ritrovato fu catturata da una compagnia della Modena, la quale pretese così di avere conquistato il bunker, suscitando una minaccia di ripresa dei tiri da parte del forte di Castillon, minaccia che risultò efficace.
 
Jean-Louis Panicacci, La Battaglia per Mentone (10-24 giugno 1940) e l’occupazione italiana di Mentone, Atti del convegno “10 giugno 1940: la guerra di Mussolini”, Quaderni Savonesi, n. 22 novembre 2010, Isrec  


giovedì 17 giugno 2021

Un'aria di paese eterno


Carlo Betocchi, A Bordighera e dintorni, è la testimonianza di un affetto che Carlo Betocchi dimostrò verso Bordighera dove "trascorse brevi ma reiterati periodi durante i quali, se anche il suo esprimersi poetico non raggiunse i toni e i contenuti più alti, tuttavia manifestò e ritrovò i sentimenti intimi e semplici degli affetti familiari e delle amicizie". L'operetta, così come l'ha voluta definire il nipote Luigi Betocchi nella presentazione, descrive i primi contatti con l'estremo ponente ligure, la corrispondenza con gli amici Giacomo Natta, Luciano De Giovanni, Maria Pia Pazielli ed Enzo Maiolino, il momento dell'addio e della lontananza. L'ultima parte del volumetto è una piccola raccolta di immagini e documenti. Un'opera che si potrebbe definire, intima, puntillista, dove cultura e affetto sono fuse in modo inscindibile tra loro. Il volumetto contiene una lettera di Mario Luzi.
Da Carlo Betocchi, A Bordighera e dintorni, Vanni Scheiwiller, Milano,  1996

La volontà, già dalle lettere degli anni Trenta, è una delle qualità che Betocchi e Bo sottolineano come imprescindibile per ogni lavoro e quindi anche per la fatica intellettuale. Nel carteggio si ha generalmente l’impressione che Bo venga preso come modello positivo di tutte quelle qualità che Betocchi sente mancargli, compresa la volontà, ma è lo stesso Bo, a volte, a confessare i suoi momenti di malinconico abbandono. Per entrambi, la volontà dovrebbe sempre vincere anche sulla vergogna di un fallimento, e la laboriosità vincere sull’ozio, eppure il 15 dicembre 1934 Bo scrive:
"Piove continuamente - una pioggia fine e nera che alle tre sul mare è già notte. E la campagna sotto i monti e vicino all’acqua, scompare. Una quiete eterna - si addormenta persino il suono delle campane dei frati - un’aria insomma di paese eterno, e assalgono i ricordi di Fournier e di quel tuo sconsolato paese <366. È la mia stagione - l’aspetto ogni anno e mi ci abbandono" <367.
366 Il paese della Liguria in cui è nato [ndr: invero, dove morì] Betocchi, Bordighera (IM).
367 Bo, 15 dicembre 1934 [9].

Annalisa Giulietti, «Una preziosa testimonianza» tra vita e letteratura. Il carteggio inedito Bo-Betocchi (1934-1985), Tesi di laurea, Università degli Studi di Macerata, 2019


 

Una pesca davvero fortunata

Uno scorcio del "golfo di Latte"

Fine ottobre, la stagione di lampara è terminata. Fermi alla fonda la luce attira solo “bugotti” o pesci “de scaia” (di scaglia). Marinenghi e paesenghi sono stufi e sazi e vorrebbero gustare le (a volte) vituperate sardine.
Gobba a levante, luna calante.
S’avvicina lo scuro lunare consono alla pesca con lampara.
Selene mostra il viso in formato ridotto, forse irrìde e così sembra sorridere alla luce artificiale lamparesca.
Si vara con rotta ponentina.
“Gurfu de Làite [ndr: golfo di Latte, Frazione di Ventimiglia (IM)], dove la brezza autunnale “du ventu a tèra” è mitigata dai colli Roberti e Sgorra [ndr: piccole alture/località, sempre, come Latte, situate nella zona di ponente, quasi al confine con la Francia, di Ventimiglia]. Le lampare ventimiuse sono assenti. L’hanno azzeccata, visto che dopo un paio di bordi, cioè ricerca al largo per stanare il pesce azzurro, non da alcun risultato.
L’anziano Charle sentenzia “noete giaba” (notte senza guadagno).
Forse le sardine sono occupate negli sponsali per le prossime nidiate di giancheti. Natura vuole così.
Si ritrova ancora un bordo di ricerca “prima de lasciaghe gèrbu” (lasciarci gerbido prima d’andarsene).
Ma… durante la lenta remata alla “scia”, remata al contrario, come quella dei gondolieri veneziani, Vincè de Lingheia al limite chiaroscuro vede qualcosa d’argenteo.
Mi comanda: “aganta i remi, scia adaijetu” [agguanta i remi, procedi adagio], eseguo remando come ha detto. Lui afferra il capace retino (salabro in gergo bordigotto) e mette a bordobarca, con destrezza la guizzante preda. E’ una grossa aguglia, becco lungo e dentato. Io non ne avevo mai visto uno così lungo: quasi un metro!!!
Nel chiaroscuro se ne vedono altri. Il fratello con l’altra lampara è a portata di voce, anzi di fischio. Viene avvertito: "Pipu semu intu mezu d’in sciamu d’aguì” [Pippo siamo in mezzo ad uno sciame di aguglie] fa come noi, armati del salabre, svelto, che forse la nottata non sarà perduta!"
Prima dell’incipiente alba i trequarti della luna vedono colmare alcune “corbe” di quel ben di Dio, attirato dalle lampare.
I “Burdigati” [abitanti di Bordighera], così ci appellano i Ventemiusi, “ì l’an fa’ bona aiscì sta vota! [l'hanno fatta buona anche questa volta]”
L’aurora vide la piccola squadra “de pescaui burdigoti” in rotta est che senza bagnare la grossa rete che avvolge e cattura, ha evitato una nottata “giaba”.
Ciò malgrado le avventate previsioni del buon Charle.
Quel giorno ottobrino i consumatori ittici bordigoti hanno variato il menù. Non zerri o bogotti, ma… "agui a zemin: aiu, prunsemu e vin". Cioè aglio, prezzemolo, vino, con aggiunta di due cucchiai d’olio e “aurive de nosce”.
Allo scrivente viene l’acquolina in bocca e credo anche a chi legge.
Era il dopoguerra. A quel tempo il pesce era SOLO fresco, non GHIACCIATO come ai tempi d’oggi.
Un allora imberbe sedicenne [ndr: correva l'anno 1945].
 

Mario Armando, Strana notte di lampara, Paize Autu, Periodico dell’Associazione “U Risveiu Burdigotu”, Anno 5, novembre 2012