domenica 24 aprile 2022

Nizza si accordò per la trasmissione tramite la radio

Sanremo (IM): il Casinò

Il Festival della Canzone Italiana, così si chiamava nella prima edizione, nacque a Sanremo, nel 1951, grazie ad Angelo Nicola Amato, direttore artistico del Casinò di Sanremo e al giornalista ed autore radiofonico Angelo Nizza. Amato contattò le case discografiche milanesi, mentre Nizza si accordò per la trasmissione tramite la radio. Alla prima edizione, presentata dal mitico Nunzio Filogamo, quello per intenderci della frase cult "Cari amici vicini e lontani...", presero parte solo 3 interpreti, ciascuno in gara con più brani e dal concorso uscì vincitrice Nilla Pizzi con la canzone "Grazie dei fiori" [...]
Max Viggiani, Oggi, settantuno anni fa, la prima edizione del Festival di Sanremo, RTL 102.5, 29 gennaio 2022 

[...] L’idea di una manifestazione canora sulla canzone italiana, dopo alcune esperienze simili negli anni ’30 e ‘40, venne ad Angelo Nicola Amato, direttore delle manifestazioni e delle pubbliche relazioni del Casinò di Sanremo e ad Angelo Nizza, conduttore radiofonico, mentre Pier Bussetti insieme a Giulio Razzi, misero a punto il regolamento del concorso: era nato il Festival della Canzone Italiana di Sanremo.
La prima edizione del Festival si tenne a Sanremo nel 1951, nel Teatro del Casinò (che la ospitò fino al 1976). Nella prima edizione tre interpreti si avvicendarono a cantare le 20 canzoni in gara: Nilla Pizzi, Achille Togliani e il Duo Fasano. Vinse Grazie dei fiori, interpretata da Nilla Pizzi. [...]
Redazione, La storia del Festival di Sanremo, La mia Liguria, febbraio 2022    


Angelo Nizza, giornalista, inviato speciale de La Gazzetta del Popolo e de La Stampa, è stato anche per alcuni anni dell’immediato secondo dopoguerra Direttore artistico del Casinò di Sanremo. Scrittore, esperto e gran divulgatore di jazz, è stato  uno degli inventori del Festival della Canzone Italiana e ne ha seguito tutte le fasi della creazione e della messa in moto; localmente in collaborazione con Amilcare Rambaldi, un grande appassionato di musica e commerciante floricolo, di Angelo Nicola Amato, direttore delle manifestazioni e delle pubbliche relazioni del Casinò e del Capo Ufficio stampa Mario Sogliano. Angelo Nizza, negli anni '30 era divenuto molto famoso in Italia perché, in combutta con Riccardo Morbelli (con il quale aveva già scritto riviste teatrali durante gli anni dell’Università) fu autore di vari spettacoli radiofonici di successo. Nel 1933 era stato diffuso dall’EIAR Un’ora per te (per la regia di Riccardo Massucci) e Le avventure di Topolino. Nizza & Morbelli avevano inventato uno dei maggiori successi editoriali, commerciali e radiofonici dell’epoca riscrivendo e reinventando una famosa opera di Dumas, ribattezzata per l’occasione I QUATTRO MOSCHETTIERI: una scintillante e spiritosa radiorivista a puntate, molto seguita e trasmessa dal 1934 al 1937. I neo moschettieri parodiavano, allegramente, le pagine di Dumas del quale si proclamarono persino “I nipoti” e ne fu tratto un film di successo.
[...] Come è stato detto all’inizio di questa nota, Angelo Nizza sino al 1954 fu direttore artistico del Casinò di Sanremo, per passare poi a lavorare nella redazione romana de La Stampa. Molte sono le sue pubblicazioni tra le quali RIVIERA AMOR MIO, un documentato ed esauriente affresco sulla vita delle due riviere italiana e francese, i personaggi che le frequentavano, la storia curiosa ed appassionante della nascita del turismo e della sua rinascita dopo la seconda guerra mondiale. Quando gli capitava, nelle sue recensioni quotidiane su La Stampa, non ha mai mancato di ricordare Sanremo e le Coste azzurra e ligure, come nell’articolo che alleghiamo (*), dove illustrava la scelta di Sanremo come set di una casa cinematografica americana per girare Il covo del gangster con George Raft.
Alfredo Moreschi, Angelo Nizza, autore teatrale, giornalista, Archivio Moreschi


(*) [...] Come già Montecarlo ebbe Scarpette rosse, un film tutto ambientato sullo scoglio monegasco, cosi Sanremo sta per essere teatro della lavorazione di una pellicola. La località è stata scelta da un gruppo anglo-americano (la Kaydor-Romulus Film) dopo aver passato in rivista tutti i luoghi pittoreschi fra Genova e Marsiglia. Scartata la Costa Azzurra, troppo vista e disadatta all’argomento, lasciato il resto della nostra Riviera, troppo piatto e con non sufficiente risalto, è stata scelta Sanremo. Quella che viene chiamata «la perla della Riviera» non comparirà col suo vero nome; non San Remo, ma San Paolo. Sarà però una città turistica alla moda, con un casinò, ville e grandi alberghi, clientela cosmopolita. La vicenda si richiama ai più classici gialli della letteratura filmistica americana.
[...] Un giallo che sfuma nel rosa. Il titolo dell’edizione americana sarà We get you for this (che significa in italiano Tu me la pagherai). La lavorazione del film è cominciata in questi giorni. Teatro delle riprese esterne sono la stazione di Sanremo, il Grande Albergo Reale, una vecchia torre nei pressi di Taggia, il monastero dei Domenicani e soprattutto Bussana Vecchia. È questo il più strano paese del mondo, un complesso di case semidistrutte, piene di crepe, rimaste in piedi dopo il terremoto del 1887. Sussistono ancora le strade fra i ruderi pericolanti; il campanile della chiesa è rimasto su per miracolo; alcuni archivolti non sono crollati. Per i vicoli simili a mulattiere che salgono fra le povere costruzioni “mozzicate”, nessuno. Gli unici abitanti rimasti sono due vecchi matti, marito e moglie, che coltivano garofani su due vaste terrazze, in vista del mare. La popolazione del villaggio 63 anni fa ha abbandonato il luogo per ricostruire Bussana 500 metri più giù, sul crinale della collina, e radunare le case intorno a un grande santuario dedicato al Sacro Cuore, eletto protettore del luogo contro gli spaventosi movimenti tellurici. Fra questi ruderi saranno girate numerose sequenze del film. E veniamo ai protagonisti. La «vedetta» della pellicola è George Raft.
[...] Il motivo per il quale Raft è stato scelto come protagonista è curioso. Questo attore sobrio, che fuma tre sigarette al giorno, che beve forse tre bottiglie di champagne all’anno, è ben noto per la sua smodata passione per il giuoco. "Più volte - dice egli stesso - sono saltato dalle finestre di un mezzanino durante una sorpresa della polizia in una bisca clandestina a Long Island o a New Jersey". Non la roulette, il trente-et-quarante sono il suo sogno, ma lo chemin de fer, con [annesso] sabot, è la sua passione dominante. Far nove, il suo sogno. Nel film egli sarà infatti un giocatore, una parte che non ha mai sostenuto finora in nessuna pellicola. E per adesso, in attesa delle inquadrature che si gireranno proprio al Casinò al tavolo di baccarà, egli si sfoga a giocare come un privato qualsiasi. E perde regolarmente. Il motivo è chiaro: troppe donne stanno attorno alla “grande table”. E tutte guardano lui.
Angelo Nizza   
Alfredo Moreschi, Il covo dei gangster. Film con George Raft, 1950. Articolo di Angelo Nizza, Archivio Moreschi

I pochi avventori, che la sera del 29 gennaio 1951, al prezzo di lire 500, si assicurarono un tavolo nel Salone delle Feste del Casinò Municipale di Sanremo, non immaginavano di vivere un momento storico, uno di quelli che costituiscono un vanto per tutta la vita, tanto da  poter affermare: “Io c’ero”. La dice tutta il fatto che già l’anno appresso, il prezzo del biglietto d’ingresso schizzerà a lire 4000, pari a 132.000 di oggi se ci fosse ancora la lira (Euro 68,17). Tanto? Poco? Certo non per molti. In quei primi anni cinquanta la busta paga media si aggirava sulle 25-30mila lire. Una pensione media si aggirava sulle 5000 lire. Tram e caffè costavano 20 lire. Un chilo di carne lire 1000, pane 120, 180 la pasta e 115 il riso. L’oro era a 918 al grammo. Un cono gelato grosso 25 lire, se con panna al Mokambo di Taormina lire 50.
Tornando a quella sera, è corretto affermare che stava germogliando, il mito del “Festival della Canzone Italiana”, più conosciuto col nome di “Festival di Sanremo”. Antesignano di tutte le kermesse canore del dopo guerra che seguirono, dal Festival di Napoli (1952) al Gran festival di Piedigrotta (1962), dai vari Disco per L’estate (1964) al Cantagiro (1962), senza contare gli spettacoli televisivi aventi come base le “canzonette”; una per tutte, l’indimenticabile (prime edizioni s’intende): ”Canzonissima”.
I protagonisti di quella serata erano tutti beniamini del pubblico radiofonico.
Prima di tutto il presentatore: Nunzio Filogamo. Voce nota dell’Eiar prima e della Rai poi, divenuto famoso anche per il suo celebre saluto al pubblico: «Miei cari amici vicini e lontani buonasera, buonasera ovunque voi siate!».
Nato a Palermo nel 1902, deceduto a Rodello (CN) nel 2002, dopo la laurea in legge e pochi anni di professione, e pochissimi di teatro, approdò all’EIAR (la Rai di allora) nel 1934, dove era stato chiamato da Riccardo Morbelli per interpretare la figura di Aramis nello spettacolo radiofonico “I Tre Moschettieri”. Fu questa una realizzazione che ebbe un successo di ascoltatori straordinario, tanto che fu presente nei palinsesti per tre anni, guadagnando via via sempre maggiori consensi.
La trama era un rifacimento del  romanzo di Alexandre Dumas padre, adattato, in veste comica, per il mezzo radiofonico da Angelo Nizza e Riccardo Morbelli. Fu il primo caso di sponsorizzazione in Italia. Infatti, il programma era offerto dalla ditta Buitoni-Perugina che per fini promozionali vi abbinò un concorso a premi, basato sulla raccolta di bellissime figurine, da raccogliere in un prezioso album, contenute nei prodotti posti in vendita dallo sponsor stesso. Centocinquanta album completi, permettevano di vincere una Topolino. Il problema era il riuscire a trovare tutte le figurine necessarie, per altro oggetto di quotazioni. Ad esempio, quasi introvabile era quella, mitica, del Feroce Saladino. Se ne fece anche un film omonimo, per la regia di Mario Bonnard, interpretato da un grande Angelo Musco e una esordiente Alida Valli.
Nunzio Filogamo, dopo l’esperienza sanremese (presenterà i festival dal 1951 al 1954 per poi tornare alla ribalta nell’edizione del 1957).
La sua carriera di presentatore continuerà con successo. Ultima apparizione nel 2000, in occasione di un’intervista per la trasmissione La vita in Diretta, all’età di 97 anni. Morirà due anni dopo.
Altro protagonista di quella memorabile serata fu il maestro Cinico Angelini e la sua orchesta. Nato a Crescentino, tra le risaie vercellesi, nel 1901, diplomato in violino presso quello che al tempo era il Liceo Musicale Giuseppe Verdi (diverrà conservatorio nel 1936) di Torino. Dopo alcune esperienze da orchestrale è chiamato a dirigere il complesso musicale che si esibisce nella più celebre sala da ballo del capoluogo piemontese, la “Sala Gay”. Questa aveva due sedi, la principale in via Pomba e quella estiva in Corso Moncalieri, nei pressi del ponte Vittorio Emanuele, vicinissima al Parco del Valentino. Per le dame, ingresso gratuito.
Collaboratore in campo musicale con l’Eiar, le cronache dell’epoca lo davano in perenne rivalità con l’orchestra di Armando Trovajoli e soprattutto con quella di Pippo Barzizza, anch’egli in Eiar. Quest’ultimo, come qualcuno ricorderà, era il padre della sinuosa soubrette “Isa”, interprete di tanti film al fianco di Totò (I due orfanelli, Fifa e Arena, Totò a Colori…).
Invitato al Festival, Angelini vi andò con la sua squadra di cantanti.
Terzo punto di forza di quel primo festival furono gli interpreti e le canzoni. I primi, come detto, appartenevano tutti alla squadra del maestro: Nilla Pizzi, Achille Togliani, Duo Fasano. Voci note al grande pubblico della radio; le seconde non possono essere giudicate col metro di oggi, bensì, per onestà intellettuale andrebbero valutate nel contesto in cui nacquero.
[...] In quella prima edizione, tutte le venti canzoni in gara furono interpretate da uno dei cantanti presenti, vale a dire la Pizzi, Togliani o il Duo Fasano. Risultarono vincitrici: 1^) Grazie dei Fiori cantata da Nilla Pizzi, voti 50; 2^) La luna si veste d’argento, interpretata da Nilla Pizzi e Achille Togliani, voti 30; 3^) Serenata a Nessuno, cantata da Achille Togliani, voti 20.
In conclusione. Se c’è qualcuno che pensa che il Festival di Sanremo del 1951 sia stato la prima manifestazione canora ospitata nelle sale del Casinò Municipale di Sanremo, ebbene, si trova in errore. Infatti, tra la fine di dicembre del 1931 e i primi di gennaio del 1932, Luigi De Santis, direttore della casa da gioco, fervente napoletano, assieme ai “compaesani” Raffaele Viviani (famosa la sua poesia “O’ Vico”) ed Ernesto Murolo (padre del più noto Roberto), organizzò il «Festival partenopeo di canti, tradizioni e costumi». La manifestazione ebbe così grande successo da essere onorata dell’attenzione dell’Istituto “Luce”, che ne curò poi la proiezione in tutti i cinema italiani. Il prezioso documento è ancora disponibile.
E infine, tornando alla kermesse del 1951, le cronache annotano alcuni momenti imbarazzanti. Ad esempio, fu impossibile trovare un bel mazzo di fiori da offrire alla Pizzi vincitrice; si ripiegò su un più modesto omaggio floreale “rubato” dagli addobbi della sala (e si era nella città dei fiori). La cantante, per la sua prestazione, riceverà un compenso niente male che le farà presto dimenticare l’indelicatezza. Altra situazione delicata occorse al momento della consegna dei premi. Infatti, quando Nunzio Filogamo invitò sul palco l’autore della canzone prima classificata, vale a dire Saverio Seracini, nulla accadde, nessuno si presentò. A togliere dal disagio i presenti ci pensò Cinico Angelini (ovvero un suo orchestrale, dipende dai ricordi), che disse: «II maestro Seracini non c’è, non verrà. Ha composto questa canzone poco dopo essere improvvisamente diventato cieco…». Commozione e applausi in sala.
La conclusione della manifestazione la tratteggiò Pier Bussetti, gestore del casinò, che dopo aver ringraziato la Rai e l’organizzazione, ebbe a dichiarare: «Se la canzone è così importante, da essere al tempo stesso musica e costume, non si può non plaudire agli intenti di coloro che questo Festival hanno voluto».
Il festival si ripeterà l’anno dopo, e quindi quello appresso e quello di poi ancora, e così via negli anni, sino a festeggiarne settanta o 71 edizioni se si preferisce.
Giuseppe Rinaldi, Festival di Sanremo n. 1, Il Corriere Nazionale, 16 gennaio 2021

martedì 19 aprile 2022

O nella vecchia Bordighera, lassù, in alto, con il mio amico Seborga

Bordighera (IM): uno scorcio del centro storico del Paese Alto

Guido Hess Seborga scriveva in maniera del tutto libera, senza farsi condizionare dagli avvenimenti, convinto che la poesia potesse servire al popolo. Maria Luisa Spaziani lo descrive così: “Era un’anima ardente, e sentiva la poesia, anche se non aveva una prospettiva storica; quando incontrava un poeta, questo occupava tutto lo spazio culturale disponibile”. Guido era discendente dal comunista Moses Hess e cambiò nome in Seborga per distinguersi e distaccarsi dal peso che il nome Hess si portava dietro. Nonostante nacque a Torino, frequentò fin da giovane il Ponente ligure e in particolar modo Bordighera, luogo a lui caro per l’affetto che lo legava alla famiglia materna originaria del posto. All’età di diciotto anni Guido Seborga si sposta all’estero, prima in Svezia, poi Berlino e Parigi e proprio il periodo fascista sarà quello più fiorente e importante per la sua carriera.
C. Panella, Seborga, Bordighera, la Liguria del ‘900…, Resine - Annata XXX - n° 122 - 2009

Guido Hess Seborga, giornalista, letterato, poeta pittore, é nato a Torino nel 1909 da famiglia in cui lui amava individuare sangue ligure, egiziano, ebreo. Il suo vero cognome era Hess. La scelta dello pseudonimo Seborga, piccolo paese ligure dell'entroterra di ponente, è legata all'amore per il mare e a quella che considerava la sua vera città d'origine e non soltanto d'elezione, Bordighera. Studiò nella Torino antifascista di Augusto Monti (di cui era stato allievo) e Felice Casorati, di Gobetti e poi di Mila e di Bobbio, ma la sua insofferenza all'ordine lo spinse a nuovi ambienti, conoscenze ed esperienze a Berlino, poco prima dell'avvento del nazismo, poi a Parigi, luogo amatissimo in cui tornò con frequenza lungo tutta la sua vita. A Torino conobbe e strinse amicizia con Umberto Mastroianni arrivato nel '28 da Roma, con Luigi Spazzapan, Mattia Moreno, Oscar Navarro, Raf Vallone, Vincenzo Ciaffi, Albino Galvano, Piero Bargis con cui si trovava a passeggiare per via Po, corso Vittorio e via Pietro Micca discutendo di tutto in totale libertà, protetti dall'oscuramento bellico. La matrice antifascista torinese lo indusse all'azione, alla diserzione dalle guerre fasciste e alla partecipazione alla guerra partigiana, prima nella clandestinità col Partito d'azione poi nelle brigate socialiste "Matteotti". Dall'azione diretta passò nel primo dopoguerra all'attività politica nel Partito Socialista di cui aveva tentato la ricostruzione in Liguria ancora prima della guerra. A Roma con Basso diresse la rivista "Socialismo" ed entrò nelle vicende della direzione del partito occupandosi anche della propaganda del Fronte Popolare. Già presente dagli anni '30 sui maggiori periodici culturali italiani (Circoli, Campo di Marte, Prospettive, Letteratura, Maestrale), nel dopoguerra contribuì alla riapertura della redazione torinese del "Sempre Avanti" poi ridiventato "Avanti", fu giornalista sui quotidiani e sulle riviste della sinistra italiana e internazionale occupandosi dei temi della cultura e dell'impegno, della critica d'arte e dell'attualità. Partecipò con Ada Gobetti, Franco Antonicelli, Felice Casorati, Massimo Mila ed altri alla fondazione dell'Unione Culturale di Torino, fu tra gli organizzatori dell'allestimento del Woyzeck di Buchner rappresentato nel '46 al teatro Gobetti. A Parigi, dove fu direttore di "Italia Libera" e collaborò a "Europe" e "Editions des Minuit" scrisse per i giornali italiani di quell'ambiente di intensa attività culturale e artistica dei surrealisti, del Cafè Flore, di Sartre, Vercors, Artaud, Eluard, Tzara, di Severini e Magnelli che, lui ben conosceva dall'anteguerra, raccontando di teatro, cinema, musica, letteratura, pittura. Nel 1948 Mondadori pubblicò nella prestigiosa Medusa degli italiani "L'uomo di Camporosso", nel 1949 "Il figlio di Caino" accolti dalla critica italiana e straniera con interesse e giudizio positivo. Affiancò all'attività di scrittore quella di poeta, presente fin dagli anni giovanili e approdata nel 1965 alla prima di tre raccolte "Se avessi una canzone". Se i versi furono il leit-motiv che percorse tutto l'arco della sua vita, fin da bambino fu affascinato dalle incisioni rupestri della Valle delle Meraviglie, che costituiscono il legame ideale fra poesia e pittura: dagli anni '60 riprese a disegnare e dipingere creando nelle "ideografie" una forma di pittura originale che unisce il segno dinamico e le nere silouettes di figure arcaicizzanti alle contrastanti accensioni cromatiche degli sfondi in cui esse si profilano. Morì nel 1990.
Redazione, Guido Hess Seborga, Storia XXI Secolo 

“Quasi tutti i pittori per bene si ricordano delle mostre che hanno fatto, dei critici che hanno scritto delle loro opere. Forse sorridono di un collega che non ha un patrimonio di medaglie, di presentazioni illustri, di un curriculum importante. Io amo dipingere, pescare, qualche volta scrivere; camminare in montagna al mio paese, in riva al mare a Spotorno o nella vecchia Bordighera, lassù, in alto, con il mio amico Seborga.”
Giovanni Macciotta
Redazione, Giovanni Macciotta, Magica Torino. L'Arte dalla nostra pArte

Ritorno sempre in queste valli dalla terra rossiccia, dalla terra a fasce costruite verticali, tra i rami ritorti, duri e dolenti degli ulivi grigi, nei paeselli di pietra antica dalla dinamica architettura che si crea a slanci verticali, ritorno al mare ostile, o gioioso nella notte di luna, ed ogni fascia della terra è un letto per fare l'amore.
Questa costa ligure di ponente nelle sue spaziose aperture dinamiche, nelle valli dell'entroterra, dove l'aria respirata è bruciata di sole, mi accoglie sempre in un ozio aderente alla vita e ricco d'esplosioni di giovinezza, nella fervida natura di pini palme agavi e cipressetti gentili.
Forse qui scopro meglio che altrove il segreto della mia nascita, del mio dolce riposo, del mio lavoro; ma certo la morte non la saprei conoscere, tutto è vivente e vibrante, anche il dolore.
Ricordo i versi qui del poeta Cesare Vivaldi (Quaderni di poesia popolare):
Con un bicchiere in mano un uomo esce -
dalla porta segnata da un ramo di pino -
il vecchio dalla chitarra se ne va -
aprendo al sole la gola rossa di vino
che in un libretto in dialetto ligure ha segnato alcuni accenti precisi di questi paesi.
Guido Seborga, Riviera di Ponente, Il Lavoro Nuovo, 19 agosto 1951 

Guido Seborga, al secolo Guido Hess, ebbe come narratore un’intensa e breve fortuna a fine anni Quaranta, tanto che la sua opera “Uomo di Camporosso” edito da Mondadori venne tradotto anche in francese come esempio del nuovo realismo italiano. Più difficili gli anni Cinquanta in cui compone: “Morte d’Europa” e “Ergastolo”. Negli ultimi anni gli scritti di Seborga stanno tornando in circolo grazie all’opera di Massimo Novelli e della figlia Laura Hess.
Stefano Verdino, Omaggio a Guido Seborga, Resine - Annata XXX - n° 122 - 2009 

Ebreo torinese innamorato di Bordighera e Parigi, Guido Seborga ha partecipato attivamente alla Resistenza ed è stato uno scrittore apprezzato soprattutto in Francia. Ma non è tardi per recuperarne la memoria e l'opera.
Era stato l’amore per la Riviera Ligure a convincere il giovane Guido Hess (1909-1990), nato a Torino e di famiglia ebraica, a prendere come pseudonimo letterario il cognome Seborga, legato a un paesino vicino a Bordighera, che Guido considerava il suo vero luogo d’origine.
[...] Di fede socialista e antifascista, durante la Seconda Guerra Mondiale partecipa alla Resistenza nelle Brigate Matteotti; nel dopoguerra collabora come giornalista a testate come l’Avanti e fonda la rivista Socialismo, mentre a Parigi frequenta i tavolini del Café de Flore, dove incontra personaggi come Jean-Paul Sartre, Tristan Tzara, Antonin Artaud, oltre al suo grande amico, il pittore Alberto Magnelli.
La sua attività di scrittore comincia nel 1948, quando Mondadori pubblica il romanzo L’uomo di Camporosso, che racconta le vicende tormentate di uno scaricatore di porto, sopraffatto da difficoltà economiche e difficili rapporti con la moglie e i figli.
Il romanzo successivo, Il figlio di Caino (1949), possiede un ritmo più libero e sperimentale nel narrare l’evoluzione drammatica della lotta partigiana in Liguria durante gli anni del fascismo, con una scrittura in bilico tra prosa e poesia. “Questo romanzo non rappresenta soltanto un episodio della lotta partigiana, ma riassume la resistenza stessa, grazie alla scoperta di una intima dialettica degli avvenimenti, la quale fa vivere il dramma agli uomini come soggetti coscienti della propria liberazione nella moralità concreta della storia”, ha scritto Domenico Zucaro nel 1952.
Una letteratura impegnata che piace fin da subito in Francia, dove i libri di Seborga vengono tradotti e recensiti con grande favore. Negli anni successivi ne pubblica altri tre: Morte d’Europa, Ergastolo e Gli innocenti, seguiti dal diario Occhio folle, occhio lucido, uscito nel 1968, senza contare la raccolta di poesie Se avessi una canzone (1965), dedicate alla terra e al mare dell’amata Liguria.
L’instancabile Seborga partecipa attivamente alla vita culturale di Bordighera come organizzatore del premio letterario Cinque Bettole, che vede la partecipazione di Italo Calvino e Giancarlo Vigorelli, mentre nel 1960 cura a Sanremo il ciclo di conferenze Incontri con l’uomo, al quale partecipa Salvatore Quasimodo.
I romanzi di Seborga sono stati ripubblicati dalla casa editrice Spoon River, mentre per approfondire la sua figura segnaliamo i testi di Massimo Novelli, L’uomo di Bordighera. Indagine su Guido Seborga (Spoon River 2003) e Laura Hess e Massimo Novelli, Guido Seborga. Scritti, immagini, lettere (Spoon River 2009).
Ludovico Pratesi, I dimenticati dell’arte. Guido Seborga, lo scrittore della Resistenza, Artribune, 21 novembre 2021

martedì 12 aprile 2022

Un impiegato al comune di San Remo, Pietro Ferrua rispondeva di non essere intenzionato a prestare servizio militare

Sanremo (IM): la Capitaneria di Porto

Mentre l’interesse sembrava declinare, i casi aumentavano. Due mesi dopo un impiegato al comune di San Remo, Pietro Ferrua, studente marconista, si presentava all’addetto alla vestizione del Deposito C.E.M.M. di La Spezia e all’ordine di indossare la divisa di marò rispondeva di non essere intenzionato a prestare servizio militare <472. Era la prima volta che un’obiezione di coscienza veniva presentata alla marina. Soprattutto era la prima volta che un’obiezione di coscienza si ispirava a ideali rigorosamente anarchici.
[...] Dove il dibattito dottrinario ebbe uno sviluppo più animato, fu tra le vivaci federazioni anarchiche ricostituitesi in Liguria nel dopoguerra, nelle quali la forte presenza di una componente giovanile rendeva il problema della leva era particolarmente sentito. Tra queste una delle più vitali era il gruppo di Sanremo a cui Ferrua apparteneva. Nella sua biografia egli ricordò come nelle discussioni la questione militare avesse anzi avuto il sopravvento su tutte le altre nelle riflessione del suo gruppo <474: a partire dal 1946 volantini che sostenevano la neutralità perpetua e ripristinavano paradigmi diffusi a inizio secolo come l’abolizione della leva obbligatoria e dell’esercito o la contestazione dell’idea della caserma come scuola, avevano cominciato a riapparire sui muri della città. Un anno prima dell’obiezione di Pinna, San Remo aveva conosciuto l’opposizione al servizio militare di un altro anarchico, Libereso Guglielmi, conosciuto come il giardiniere della famiglia Calvino e immortalato dallo scrittore Italo nel racconto Un pomeriggio Adamo. Una certa tradizione anarchica e lo stesso Ferrua considerano ancora oggi Libereso una sorta di proto-obiettore di coscienza. Guglielmi venne in realtà imputato per renitenza alla leva nel giugno del 1948 per non essersi presentato al distretto né il giorno fissato dalla cartolina precetto, né nei cinque giorni successivi. I suoi sentimenti antimilitaristi erano noti, tuttavia sia nell’interrogatorio che nel dibattimento processuale, egli giustificò la sua mancata presentazione con la necessità di prendersi cura dei bisogni della famiglia e del padre malato <475. Anche a distanza di anni, in alcune interviste, lui stesso pur definendosi obiettore di coscienza motivò il suo rifiuto con le ristrettezza della madre, per cui aveva preferito essere un buon figlio e un cattivo soldato, dato che «la patria non sa nemmeno che esisto», mentre «mia madre (…) si e sacrificata per farmi arrivare a vent'anni» <476. Libereso, essendo già stato riconosciuto «meno atto per torace e peso», venne difatti assolto dal Tribunale e rimandato a casa. Il suo esempio tuttavia, anche per il carisma che egli aveva nella federazione sanremese, lasciò traccia.
[NOTE]
472 F.B. Terzet, Un obiettore di coscienza condannato a La Spezia, «La Gazzetta», 4 aprile 1950.
474 P. Ferrua, L’obiezione di coscienza anarchica in Italia. I pionieri, Guasilia, cit., p.25.
475 Archivio di Stato di Torino, Tribunale Militare, 1945-1969, fasc. 4085.
476 L. Guglielmi-I. Pizzetti, Libereso, Il giardiniere di Calvino, Padova, F. Muzzio, 1993, p.83. 
Marco Labbate, E se la patria chiama… Storia dell’obiezione di coscienza al servizio militare nell’Italia repubblicana (1945-1972), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Urbino "Carlo Bo", Anno accademico 2014-2015 

Le informazioni di Santi tuttavia non erano corrette, bensì trasformate e ingigantite probabilmente dal passaparola all’interno del carcere.
Pietro Ferrua (Sanremo, 1930) obiettò due mesi dopo Santi, il 3 aprile 1950. Non era comunista ma anarchico. Nato e residente a Sanremo dove lavorava come impiegato, il giovane era stato chiamato al servizio militare, nella marina, a La Spezia: si era presentato puntuale alla chiamata, ma si era subito rifiutato di indossare la divisa. Aveva inizialmente anche tentato di coinvolgere nel suo gesto altre giovani reclute, ma il suo gesto non aveva trovato seguito tra gli altri chiamati alla leva. Lo stesso Ferrua registrò l’episodio in alcune pagine del diario che scriveva in quei giorni e che in seguito riprese nel suo libro sull’obiezione di coscienza anarchica in Italia. Ecco come riferisce Ferrua ad anni di distanza:
"Ad un tratto mi sento chiamare e mi mettono secondo in una fila di dieci reclute. Si tratta di prendere la misura delle scarpe e quindi bisogna togliersi la scarpa destra. Eccomi di fronte alla pedana.
- Non togli la scarpa, tu? - mi dice il marinaio di servizio.
- Per me non c’è bisogno - rispondo io.
- E perché? - dice lui.
- Perché rifiuto la divisa - rincalzo io"
[...]
Elena Iorio, Il riconoscimento tardivo. Idee, pratiche e immagini dell’obiezione di coscienza al servizio militare in Italia con una comparazione con la Repubblica Federale Tedesca (1945-1972), Tesi di dottorato, European University Institute, Florence, 2014

Sanremo (IM): il Santuario della Bauma a San Romolo

Sulla mia supposta "amicizia" con Italo Calvino sono circolate a Sanremo molte innecessarie dicerie. Alcuni trovavano incredibile che, dato lo scarto di età, un’amicizia fra di noi fosse possibile. L’argomento, di per sé, non è affatto probante, perché ero un ragazzo precoce i cui amici furono quasi sempre maggiori di età, con differenze che andavano dall’uno ai cinque anni, rispettivamente con Mario Mignone, Renato Zaccari, Giuliano Martini, Guido Giorgi (il fratello Giorgio era invece uno dei pochi ad essere piú giovane di me), Carlo Mager (che frequentavo piú del fratello Paolo, pur mio coetaneo), Franco Martini, Franco Giordano, Libereso Guglielmi), con punte sino ai sette anni (Gerolamo Lanero) o addirittura ai sedici anni di scarto che mi separavano da Luciano Sceriffo.
All’estremo opposto vanno collocati coloro i quali, avendo letto distrattamente il mio libro su Italo mi attribuiscono un’intima amicizia con lui per via di alcune affettuose dediche al "caro Piero" (i miei genitori e i miei amici intimi mi hanno sempre chiamato Piero, ragion per cui almeno tre dei miei libri, scritti in italiano, sono firmati Piero anziché Pietro, primo nome di battesimo, seguito da Michele Stefano, usati solo nei documenti ufficiali) ma che è invece Piero Dentone, chiaramente identificato nel libro, dunque solo un caso di omonimia.
Quando, il Primo Maggio 1986, chiacchierai per parecchie ore con la vedova Calvino nel suo appartamento romano, Le spiegai che non ero mai stato un "amico intimo" di suo marito, anzi, dissi un po’ in tono di celia, piuttosto un "nemico intimo". Prima che le potessi raccontare come l’inimicizia (del tutto circostanziale e provvisoria) derivava da un’opposta concezione della Rivoluzione di Ottobre, m’interruppe dicendomi che Italo le aveva rivelato l’esistenza di un "nemico", che sarebbe stato anche l’uomo piú colto di Sanremo. La rassicurai, non si trattava di me, bensí di Gerolamo Lanero e le spiegai chi fosse stato.
Nei miei articoli precedenti o nel mio libro su Calvino mi limitai ad accennare ad episodi che fossero avallati da testimonianze di persone ancor vive e che potessero accomunarci nei loro ricordi: Libereso Guglielmi, Angelo Nurra, Tito Barbé, Gildo Carrugati (il quale, come me, frequentava Lanero e la ristretta cerchia degli appassionati del jazz che si riuniva periodicamente nella sua casa di San Martino, e che conosceva tutti i retroscena del suo dissidio con Calvino, risalente agli anni liceali) e qualche altro. Questa è invece l’occasione di consegnare altri ricordi, anche se meno documentati, prima che vadano persi o siano del tutto dimenticati.
I primi incontri risalgono all’inizio del periodo bellico. Avvenivano nelle sale cinematografiche di San Remo che, a quell’epoca, ne comprendeva cinque: Centrale, Supercinema, Sanremese, Matuzia e Regina
[...] La madre [di Italo Calvino] la conoscevo poco, il padre, invece, era molto comunicativo. Lo incrociavo qualche volta a Pian del Re, da dove passava per andare, chissà dove, in cerca di funghi o a caccia di tordi e pernici. Mi faceva sempre un mucchio di domande e si lamentava immancabilmente dei figli "dormiglioni" che non si alzavano mai abbastanza presto per accompagnarlo nelle sue spedizioni. Io venivo da Berzi e andavo a piedi a San Romolo [8] a prendere la funivia per San Remo e la mamma mi buttava giú dal letto alle cinque, affinché potessi partire alle sei e arrivare in tempo per la corsa delle otto. A Mario Calvino qualche volta consegnavo dei giornali anarchici che gli mandava Renato Guglielmi, ma questo avveniva a Villa Meridiana.
Dopo un breve "tirocinio", mi iscrissi alla cellula giovanile del PCI, anche se frequentavo già il gruppo anarchico. La strategia di Renato Guglielmi era quella della "penetrazione" nei partiti, per sapere quello che vi si tramava e anche per fare propaganda libertaria. Libereso Guglielmi assisteva alle riunioni della cellula di Baragallo e io quella del Centro. Secondo i bollini incollati sulla tessera da me custodita, la mia adesione ufficiale data dal settembre 1945, forse perché bisognava aver compiuto i 15 anni prima di essere ammesso. A quell’epoca era stata inaugurata la Scuola di Partito e le lezioni erano impartite da Mario Baggioli e Italo Calvino. Ponderosi ciclostilati [9] venivano distribuiti agli iscritti (io ero il piú giovane di tutti) e il libro di testo era la "Storia del Partito Comunista (Bolscevico) dell’URSS". Si trattava di un vero "mattone" che, oltretutto, era una velenosa falsificazione storica. Avevo altre fonti disponibili, sugli stessi specifici avvenimenti, e non potevo perciò accettare la versione ufficiale che considerava i partigiani ucraini di Makhno come "anarcobanditi". La storiografia moderna ha ormai corretto gli errori politici commessi in Ucraina e a Kronstadt, ma a quei tempi, per rispettare la linea ufficiale del Partito, certi tasti non si potevano toccare. Contraddire due persone che stimavo e, inoltre, ben piú esperienti, colte e anziane di me, mi richiese uno sforzo enorme, ma ritenni che fosse ormai diventato per me un imperativo categorico quello di non lasciar passare sotto silenzio quelle affermazioni (e "deformazioni") astiose e ingiustificabili. Interrompere e contraddire Calvino, di fronte ad un pubblico ridotto ma assorto e convinto che il suo dire fosse vangelo, non fu opera da poco. Eppure accadde e, miracolosamente, quasi la metà della sala, appoggiò me. La rottura era ormai segnata e la diserzione fu massiva. Mi pare fossimo in undici, quella sera, a lasciare la cellula, e mi si accusò di disgregazione [10]. La maggior parte dei miei sostenitori aderirono con me al gruppo "Alba dei Liberi" della Federazione Anarchica. Era il trionfo che Renato Guglielmi ci aveva aiutato a conquistare, con saggi consigli e letture ben scelte. Floriano Calvino, presente, l’indomani mi venne incontro ridendo, eravamo in via Marsaglia, e mi disse "Ti sei fatto suonare da mio fratello, ieri sera" e, dopo una breve pausa, soggiunse "ma avevi ragione". (Ripensai a questa sua frase il giorno della Commemorazione di Italo Calvino al Cinema Ariston, il 28 novembre 1986. Mentre ero sul palco lo scorsi, dopo tanti anni che non ci vedevamo, seduto in platea accanto a Gino Napolitano. Sarei andato a salutarlo e, magari, ad intervistarlo per il libro che stavo scrivendo, ma quando si concluse la sessione venni accerchiato da una giornalista e da una laureanda, le quali avevano molte domande da rivolgermi. Quando finalmente mi svincolai, Floriano era sparito e mi si disse che era già ripartito per Genova. Quando, mesi dopo, tornai dall’America per concludere le interviste sul libro, appresi che anche lui era improvvisamente deceduto e fallí perciò il mio tentativo di includere la sua testimonianza nel mio saggio [...]

Poco a monte di Baiardo (IM)

[NOTE]

[8] A Bajardo c’era la corriera, ma io la pativo. La funivia era il peggior male (perché soffrivo anche di vertigini). Parecchie volte tiravo dritto a piedi sino a Sanremo, via San Giacomo e Madonna della Costa.
[9] Alcuni se ne ricordano (copertina nera ?) ma nessuno ha mai saputo dirmi dove trovarne copia. Tutto il materiale della nostra cellula dovrebbe trovarsi negli archivi provinciali, ceduti all’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea. Il Prof. Francesco Biga all’epoca della ricerca non era riuscito a trovarne uno, ma si riprometteva di insistere.
[10] Negli archivi del PCI di Sanremo sussistono molti documenti confidenziali sulle "mene" anarchiche in seno al Partito. Ne ho trovate alcune che si riferiscono a "Romeo" ossia Archimede Gioffredi, a "Pier delle Vigne" cioè Piero Sughi e ad altri ancora, ma non ho rinvenuto nessun carteggio che alludesse alla cellula giovanile e al mio caso.

Sanremo (IM): uno scorcio del centro urbano

Pietro Ferrua
, Incontri e scontri con Italo Calvino, R.A. Forum, 25 aprile 2012

sabato 9 aprile 2022

A Imperia il maresciallo Armando Fontana creò intorno alla sua persona un nucleo numeroso, intransigente e particolarmente attivo

Imperia: uno scorcio del porto di Oneglia

Nel periodo compreso tra il 1969 e il 1981, la polizia italiana fu attraversata da un movimento democratico che condusse il corpo a una riforma profonda. Smilitarizzazione e sindacato furono le parole d’ordine dei poliziotti che presero parte - nel corso di più di un decennio di lotte - alla battaglia per una nuova polizia. Partendo da una serie di riflessioni e di critiche all’organizzazione, alla gestione e al funzionamento della polizia italiana nel dopoguerra, i poliziotti democratici diedero vita ad un intenso dibattito che coinvolse, nel corso degli anni, i sindacati, i partiti e la società civile. Ciò avvenne anche grazie ad un parziale superamento della tradizionale divisione esistente tra la polizia e la società.
[...] All’inizio di questa ricerca ci siamo posti alcuni interrogativi. Chi erano gli uomini che animarono il dibattito all’interno della polizia? Che cosa chiedevano? In quale istituzione lavoravano? Quali erano le loro condizioni di lavoro? Come è possibile che sia nato, all'interno di un Corpo armato “separato” dalla società civile, un movimento democratico di tale portata? In che modo i partiti, i sindacati e i cittadini parteciparono alle battaglie dei poliziotti? Quale risposta ci fu da parte dell'Amministrazione? Come si giunse alla riforma del 1981?
[...] La tecnica di utilizzare grandi dispiegamenti di mezzi e uomini al fine di intimorire la cittadinanza, specialmente in quelle zone (abbiamo citato i casi di Genova e Bologna) dove essa era considerata “filocomunista”, sembrava insomma una prassi comune. Una parziale conferma dell’utilizzo di queste strategie intimidatorie viene anche dalla testimonianza del maresciallo di PS Armando Fontana <64, raccolta da Sandro Medici:
"Ci caricavano su automezzi dell’esercito e ci portavano in giro per la città. Non avevamo scopi precisi, si trattava semplicemente di farci notare, di comunicare alla popolazione che noi eravamo lì pronti ad intervenire. Era importante dare l’impressione dello stato d’assedio: la gente avrebbe dovuto capire che non poteva esserci spazio per forzature politiche. Il giorno stavamo ammassati in un grande locale […] e di notte andavamo in giro con questi camion, a impaurire i cittadini" <65.
I reparti mobili e celeri di polizia non servirono soltanto come mezzo intimidatorio nei confronti dell’opposizione socialcomunista ma furono utilizzati con estrema frequenza ed in maniera spesso molto dura.
Costituiti nel 1946 per volere del Ministro dell'Interno di allora, il socialista Romita, i reparti mobili e celeri (nel gergo comune la “Celere”) furono creati per disporre di una forza di grande impatto, ben armata, pronta all'impiego e soprattutto rapida negli spostamenti perché ampiamente motorizzata <66.
[...] Ancora più importante e più significativo, a livello politico e democratico, fu lo scambio di lettere pubbliche (e il successivo incontro) che si ebbe tra alcuni poliziotti del movimento e la madre di Roberto Franceschi <77, lo studente ucciso dalla polizia il 23 gennaio 1973, davanti all’università Bocconi di Milano. La lettera, scritta da Lydia Franceschi e pubblicata da «Nuova Polizia» nel dicembre del 1978, si inserì pienamente nel dibattito sulla deontologia del poliziotto e sulla necessità di “costruire” un nuovo tutore dell’ordine.
[...] Alla madre di Roberto Franceschi rispose il maresciallo Armando Fontana del comitato di Imperia. Di origini napoletane, proveniente da una famiglia molto povera, era entrato in polizia alla fine degli anni Quaranta per sfuggire alla disoccupazione ed aveva appreso all’interno del Corpo le pratiche violente adoperate dalla polizia nel corso dei primi trent’anni della Repubblica <79.
"Anch’io, cara Lidia, sono stato […] un accanito e convinto manganellatore. Anch’io, col passare degli anni ho preso coscienza, chiedendomi com’era possibile che un figlio del popolo, allevato nei bassifondi di Napoli, che aveva iniziato il lavoro nero all’età di otto anni (perché di famiglia numerosa col padre disoccupato), cresciuto nella miseria, dovesse manganellare proletari come lui. Mi sono dovuto documentare per conoscere certe verità. Ma mi creda, è molto difficile capire certe cose quando si parte da uno stato di semianalfabeta, con la licenza elementare, raggiunta faticosamente alle scuole serali perché di giorno si doveva lavorare. Una altissima percentuale dei lavoratori della polizia sono come me. La mia presa di coscienza è stata lenta, non solo per deficienze di cultura ma principalmente a causa dell’ambiente che mi soffocava nella sua morsa. […] La mia presa di coscienza l’ho fatta sulla mia pelle. Quante volte, dopo aver caricato un corteo di studenti o lavoratori, che non avevano fatto niente contro la legge, alla sera a letto, non riuscivo a prendere sonno. Davanti agli occhi chiusi dalla stanchezza per le lunghe ore di servizio, mi sfilavano i volti degli operai o studenti terrorizzati che somigliavano a quelli di mio padre, di mio zio e degli amici del mio quartiere" <80.
Le parole di Armando Fontana mettevano in luce le contraddizioni profonde e le difficoltà che i poliziotti (fuori e dentro il movimento) portavano sotto l’uniforme. «Dentro la divisa c’è un uomo», recitava un manifesto curato dal Pci dedicato agli agenti vittime del terrorismo; un "io in divisa", scrisse il fotografo Aldo Bonasia, intitolando così un lavoro molto crudo ed efficace dedicato alla figura del poliziotto impegnato nei servizi di ordine pubblico <81.
[...] All’inizio degli anni Settanta, intorno a Franco Fedeli e alla redazione di «Ordine Pubblico», si formò un nucleo di carbonari (sette fra sottufficiali e guardie) che pur non essendo “fondatore” del movimento, poiché vi erano contemporaneamente poliziotti attivi in varie località della Penisola, contribuì ad «indicare il come e il perché, la tattica e la strategia dell’impresa-scommessa».
Il direttore di «Ordine Pubblico» seppe intercettare il disagio che montava all’interno dell’istituzione divenendo personalmente un vero e proprio punto di riferimento per i primi carbonari del movimento <97.
[...] «Ordine Pubblico» era una rivista già in parte conosciuta negli ambienti di PS. Fondata nel 1952 da un ex funzionario di PS, inizialmente era apparsa come foglio “di classe” tenendo una linea editoriale - da guerra fredda - notevolmente conservatrice e corporativa. Alla morte del suo proprietario, fondatore e direttore (Carmelo Camilleri), avvenuta nel 1962, era succeduto alla direzione della rivista il figlio, Andrea Camilleri. Grazie a questo avvicendamento generazionale, i toni, il formato ed i contenuti del periodico si erano gradualmente trasformati nel corso di tutti gli anni Sessanta. In tal modo, all’inizio degli anni Settanta, la rivista era un mensile completamente diverso da quello fondato quasi venti anni prima. Con più di cinquanta pagine corredate di immagini, servizi giornalistici di qualità e spesso interviste e firme di una certa importanza, «Ordine Pubblico» aveva guadagnato spessore e qualità e si era (almeno in parte) sganciata dall’orbita politico-ideologica strettamente “governativa” <99. Parte del nuovo corso e della più moderna linea della rivista si dovette all’opera del suo vicedirettore (e direttore dal 1973): Franco Fedeli.
[...] Il giornale diretto da Fedeli, negli anni compresi tra il 1969 ed il 1976, svolse contemporaneamente il ruolo di organo ufficioso, piattaforma segreta e centro di coordinamento. Inoltre, attraverso le sue rubriche, la rivista ebbe un ruolo notevole nell’alfabetizzazione politica e democratica dei poliziotti.
«Ordine Pubblico», scrisse Sandro Medici riprendendo le parole del maresciallo Armando Fontana (fondatore del nucleo di Imperia), assunse un’importanza vitale: "Le nostre idee, i nostri pensieri dovevano rimanere clandestini, e purtroppo anche i nostri interlocutori, i nostri colleghi. Per questo la rivista assumeva un valore ben al di sopra dei suoi semplici contenuti: era la mediazione formale che ci permetteva di comunicare il nostro punto di vista al resto dei poliziotti. E questi ultimi in stretta progressione, si abituavano all’idea che poteva esistere un altro modo di pensare la polizia" <103.
Grazie agli articoli e ai temi proposti dai poliziotti del Movimento, regolarmente sviscerati da Fedeli (insieme con altri collaboratori della redazione), «Ordine Pubblico» divenne un vero e proprio cahier de doléances <104. Il malcontento esistente nel Corpo trovò in tal modo uno sfogo propositivo <105 e contemporaneamente la rivista servì a creare in coloro che la leggevano una sorta di “nuova coscienza”.
[...] Appare più plausibile, tuttavia, che l’attività degli agenti legati al movimento sia stata largamente sottovalutata (o qualche volta coperta) da alti ufficiali e funzionari. Probabilmente ciò avvenne anche a causa delle molte complicità che i carbonari del movimento per la smilitarizzazione avevano all’interno della stessa istituzione e in particolar modo negli uffici politici delle questure <116.
Nelle città dove vi erano dei nuclei attivi, tra il 1972 e il 1974, i carbonari usavano riunirsi periodicamente nei luoghi più disparati come «stazioni, chiese, ospedali, bar, mercati generali, abitazioni [e] persino cimiteri» <117.
Il nucleo romano trovava frequentemente ospitalità nella sede di «Ordine Pubblico» e si riuniva spesso presso abitazioni private: «Noi ci riunivamo all’inizio da Fedeli, a Via Napoli, la sede di «Ordine Pubblico». Poi nelle case private, a casa mia facevamo diverse riunioni, anche con Sergio Flamigni. […] Fino al dicembre ’74 le riunioni erano nelle case private» <118.
A Imperia il maresciallo Armando Fontana creò intorno alla sua persona un nucleo numeroso, intransigente e particolarmente attivo <119. Orlando Botti, dello stesso nucleo, ma molto più giovane del maresciallo, ricorda in che modo fu cooptato e dove usavano riunirsi i carbonari: 'Allora venni avvicinato dal Maresciallo Fontana, giù a Oneglia, e mi disse: “Orlando tu cosa ne pensi?” e gli dissi: “belìn, che penso, bisogna darsi da fare!”. In poche parole partì questa situazione [… Ci riunivamo] per non farci vedere, anche su il molo, sul molo lungo, dove da buoni poliziotti [dicevamo] se mi devi venire a spiare, ti vedo […]. Iniziò un percorso in tutte le questure, con “radio fante”, come si dice no, […] di una serpentina di conoscenze […] anche grazie [al coordinamento di] Franco Fedeli, che è lui il creatore del sindacato di polizia, è lui il promulgatore degli inizi […] al suo giornale «Ordine Pubblico» scrivevano i poliziotti' <120.
Lo stesso Fontana aveva raccontato a Sandro Medici come fosse abitudine dei carbonari di Imperia riunirsi generalmente di sera, sul molo lungo, lontani da sguardi indiscreti: «Una sera di primavera del 1974 eravamo riuniti sulla punta del molo a fare il punto sugli abbonamenti a «Ordine Pubblico». Con me c’erano il muto, testa di ferro, il feddayn, il rospo, il piccoletto, il ragioniere, il toscano, il partigiano e il falchetto» <121. Coscienti del rischio che correvano talvolta i carbonari utilizzavano pseudonimi, specialmente nell’atto di coordinare telefonicamente o per passaparola le riunioni e gli incontri: «noi sapevamo benissimo che [riunirsi] era un rischio e quindi cercavamo di essere molto attenti. Quando c’erano queste riunioni, per esempio, […] pur rimanendo nel mondo degli animali, Tortorella si chiamava Colombella, per confondere» <122.
[...] Oltre che tramite la redazione di «Ordine Pubblico» i contatti con nuovi aspiranti carbonari avvenivano grazie anche ai trasferimenti a cui erano sottoposti gli uomini, oppure nel corso dei diversi momenti di formazione: corsi da sottufficiali o corsi di specializzazione <124. Diversi agenti della polizia ferroviaria (che compivano lunghi e frequenti viaggi attraverso la Penisola) si occupavano invece dei collegamenti e funsero da “portaordini” mantenendo i contatti tra i vari nuclei in tutta Italia <125.
Contemporaneamente alla prima fase organizzativa i carbonari entrarono gradualmente in contatto, sempre grazie a Fedeli, con alcuni sindacalisti ed esponenti di partiti politici. Sin dall’inizio il movimento si mosse con lungimiranza e con cautela rivolgendosi a tutte le forze politiche dell’arco costituzionale e non soltanto a quelle maggiormente interessate alla causa dei poliziotti (PCI, PSI, Radicali) <126.
I primi approcci con il mondo politico e sindacale furono piuttosto ruvidi. Le diffidenze tra i due mondi erano forti e reciproche.
[...] Qualche anno prima, nel 1975, in un articolo comparso sulle pagine della rivista «Tempo», il maresciallo Armando Fontana (fondatore del nucleo clandestino di Imperia) aveva denunciato il costante utilizzo inappropriato di uomini da parte di prefetti, alti funzionari e ufficiali: "[Prefetti, ufficiali e questori] continuano ad usare uomini, automobili e benzina di proprietà dello Stato per portare le proprie mogli a passeggio e i figli a scuola. […] [N]on si tratta di casi isolati. Bisogna sottolineare che tutti i prefetti e i questori d’Italia si comportano alla stessa maniera. Allora i conti diventano molto più cospicui di quanti agenti, quante auto e quanta benzina vengono sprecati abusivamente da questi burocrati che già tanto costano allo Stato? Noi che siamo uomini di legge diciamo che questi sono reati veri che vengono dalla prepotenza mafiosa del potere democristiano" <192.
[...] L’importanza dell’ora di sciopero nazionale per la riforma della polizia del dicembre 1977 è ricordata anche da molti poliziotti del movimento. Orlando Botti intervenne, insieme al maresciallo Fontana, in un’assemblea di portuali, disoccupati e netturbini <211.
[...] Ma di fatto, come raccontò il maresciallo Armando Fontana ai giovani della DC, la preparazione impartita ai poliziotti era esattamente l’opposto di quanto auspicato nell’intervento del commissario Di Francesco: «nel modo in cui siamo […] preparati adesso, possiamo ottenere qualche successo nei confronti dei ladri di galline e di conigli. Basta dirvi che quasi nessuno di noi sa distinguere una bustina contenente bicarbonato da una contenente eroina oppure cocaina, stessa cosa dicasi tra un pezzo di mattone e uno di tritolo» <236.
[...] Sul piano dei diritti, sempre facendo una sorta di comparazione internazionale il maresciallo Armando Fontana ricordò come l’Italia fosse rimasta uno dei pochi paesi senza una polizia civile e senza un sindacato di Polizia: «siamo rimasti (unitamente alla Spagna, in cattiva compagnia) le uniche polizie d’Europa, ancora militarizzate e senza diritto alla sindacalizzazione» <238.
[...] L’atteggiamento ostile e controproducente tenuto dal ministro Gui era stato ricordato anche in un incontro pubblico agli inizi di febbraio del 1976 dal maresciallo Armando Fontana del comitato di coordinamento di Imperia:
'Perché il ministro Gui, continuando a restare fuori dalla storia, si ostina a combatterci con trasferimenti, punizioni ed altre ingiustizie allo scopo di svuotare il nostro movimento? Come mai lasciano l’iniziativa di questa lotta ai soli partiti di sinistra? Noi abbiamo fatto presente in diverse occasioni che non vogliamo raggiungere la nostra meta con il solo appoggio della sinistra ma bensì con tutti i partiti dell’arco costituzionale' <253.
Senza particolari riguardi nei confronti dell’uditorio - durante un convegno del movimento giovanile della DC di Imperia - lo stesso maresciallo ribadì che se la DC avesse continuato a mantenere un atteggiamento ostile al movimento, le conseguenze, in termini elettorali, sarebbero state molto pesanti: «nella prossima campagna elettorale per le politiche del 1977, saremo costretti a dire ai nostri 80 mila colleghi e alle loro famiglie: “non votate per la DC”» <254.
L’atteggiamento della DC nei confronti di una possibile riforma della polizia registrò una svolta notevole dopo l’arrivo di Francesco Cossiga al Viminale a partire dal 12 febbraio 1976. Dopo alcuni mesi di studio <255, Cossiga promise, nella sorpresa generale, che il Governo avrebbe presentato un progetto di riforma organico entro il 15 febbraio 1977. Con una circolare dell’8 ottobre del 1976 concesse finalmente ai poliziotti il diritto di riunirsi per discutere dei loro problemi, anche se con una serie di limitazioni
[...] L’arrivo di Cossiga al Ministero, pur rappresentando una novità particolarmente importante per il movimento, non pose fine agli episodi di repressione e, per varie ragioni, non condusse alla tanto auspicata riforma. Sin dall’estate del 1974, quando al Ministero c’era Paolo Emilio Taviani, continui atti di repressione (talvolta completamente arbitrari e privi di qualsiasi appiglio normativo) e d’intimidazione colpirono diversi appartenenti del movimento.
[...] Anche i servizi segreti, il SID <271 ad esempio, sorvegliarono con attenzione l’evolversi del movimento <272.
Su alcuni poliziotti la sorveglianza fu particolarmente elevata. Il maresciallo Armando Fontana, fondatore del comitato di coordinamento di Imperia, fu controllato con particolare zelo dal prefetto della stessa città:
"Sin dal 1975 sia nella sede di Imperia che in altre sedi [il maresciallo Armando Fontana] è stato l’animatore ed il promotore di iniziative per la smilitarizzazione e la sindacalizzazione del corpo: è intervenuto in pubblici dibattiti e convegni durante i quali ha preso la parola muovendo critiche malevole e demagogiche all’organizzazione ed al funzionamento dell’Amministrazione, al Ministro dell’Interno e alla Democrazia Cristiana contro la quale ha rivolto minacce di effettuare propaganda a sfavore in quanto i suoi esponenti persistevano nell’ignorare il problema del riordinamento della Polizia" <273.
La vicinanza del maresciallo ai partiti di sinistra (talvolta anche a quelli dell’estrema) era fonte di attenzione continua da parte ministeriale. Dopo una lunga lettera scritta dallo stesso maresciallo a «L’Espresso» <274 e alcune dichiarazioni di apertura rilasciate ai partiti dell’estrema sinistra il prefetto di Imperia scrisse: «Ha rilasciato a nome dello pseudo comitato provinciale di coordinamento di Imperia di cui è il factotum una intervista pubblicata su di un bollettino di informazione del partito di unità proletaria per il comunismo asserendo di ritenere indispensabile e qualificante l’appoggio del PdUP alla causa della sindacalizzazione» <275. Una viva inquietudine era stata suscitata dalla partecipazione del maresciallo (e di altri poliziotti) ai cortei svolti ad Imperia in occasione del primo maggio <276.
[NOTE]
64 Il maresciallo Fontana fu il fondatore del comitato clandestino per la smilitarizzazione ed il sindacato della PS a Imperia. Intervista a Orlando Botti (ex sottufficiale di PS), Imperia, 4 aprile 2014. Si veda inoltre: Paolo Pozzesi (a cura di), Eroi senza medaglia. Uomini, idee, lotte, speranze, delusioni e vittorie della grande battaglia per la riforma della polizia, Roma, Editoriale Nuova Polizia, 1984, passim.
65 Sandro Medici, Vite di poliziotti, Torino, Einaudi, 1979, p. 20.
66 Tosatti, Storia del Ministero dell’Interno cit., p. 268.
77 Sulla Vicenda di Roberto Franceschi abbiamo tenuto presente Pierluigi Zavaroni, Caduti e memoria nella lotta politica. Le morti violente nella stagione dei movimenti, Milano, Franco Angeli, 2010, pp. 57-60. Cfr. anche Daniele Biacchessi, Roberto Franceschi. Processo di Polizia, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2004, passim.
79 Armando Fontana è uno dei due protagonisti del racconto pubblicato nel 1979 da Sandro Medici: Vite di poliziotti, Torino, Einaudi, 1979.
80 Armando Fontana, «Anche mio figlio si chiama Roberto», in «Nuova Polizia e Riforma dello Stato», a. II (1978), n. 12, pp. 20-21.
81 Il manifesto del Pci dedicato agli agenti uccisi dal terrorismo è citato in Sandro Medici, In morte di un agente, in «Nuova Polizia e Riforma dello Stato», a. IV (1980), n. 1, p. 41. L’ottimo volume fotografico di Aldo Bonasia (L'io in divisa. immagini per un'analisi sociale, Milano, Imago ’78, 1978), per quanto molto critico nei confronti dell’Istituzione, fu recensito molto positivamente anche nelle pagine della rivista diretta da Franco Fedeli. Nel volume di Bonasia, si scrisse nella recensione, «v’è tutta la realtà del poliziotto, con le diverse sfumature che accompagnano la dura vita del tutore dell’ordine: la paura, la violenza, lo smarrimento, il sorriso, la noia, la solitudine, l’angoscia. Dinanzi alle foto di Bonasia, dopo la prima lettura veristica, ci appaiono, tuttavia, nuove e profonde immagini: ci appare come in un’epifania l’uomo sotto la divisa, il malessere esistenziale riflesso sul metallo delle armi, la contraddittoria umanità dietro il ghigno terribile di colui che si appresta a sparare, l’inquietudine e il dubbio accanto al gelo degli occhi che spiano la folla dei manifestanti» (L’io in divisa, in «Nuova Polizia e Riforma dello Stato», a. II (1978), n. 5, p. 46).
97 Stando al racconto di Vincenzo Tortorella, ex sottufficiale della polizia stradale e carbonaro della prima ora, «l’origine di tutto è stato Franco Fedeli». Intervista a Vincenzo Tortorella, Civitavecchia (RM), 27 febbraio 2014.
99 Non esiste, ad oggi, una storia né un breve racconto organico della vicenda di «Ordine Pubblico». Per molti dati ci siamo rifatti allo spoglio della rivista. Il fascicolo personale (di poliziotto) del fondatore Carmelo Camilleri (consultabile in ACS, MI DGPS, Divisone del personale di Ps, fasc. personale fuori servizio, vers. 1963, b. 38, fasc. 1196-3) fornisce alcune informazioni sommarie. Altre informazioni sono riportate in Lehner, Dalla parte dei poliziotti cit., passim.
103 Medici, Vite di poliziotti cit., p. 60.
104 Lehner, Dalla parte dei poliziotti cit., p. 143.
105 Intervista ad Ennio di Francesco, Roma, 25 febbraio 2014.
116 Sulla diffusione segreta del movimento Lehner commenta: «L’adozione di tutte queste precauzioni, di questi accorgimenti da cospiratori, valse a salvaguardare perfettamente l’organizzazione settaria, tanto che gli uffici politici delle questure, dove v’erano degli infiltrati del Movimento in funzione di guastatori, non riuscirono a venire a capo di niente, almeno fino al giorno in cui il Movimento, forte e ormai invulnerabile, decise di uscire allo scoperto». Lehner, Dalla parte dei poliziotti cit., p. 150.
117 Pozzesi (a cura di), Eroi senza medaglia cit., p. 10.
118 Intervista ad Antonio Sannino, Guidonia Montecelio (RM), 24 febbraio 2014.
119 La vicenda del maresciallo Armando Fontana è stata raccontata in: Medici, Vite di poliziotti cit., passim.
120 Intervista ad Orlando Botti, Imperia 4 aprile 2014.
121 Medici, Vite di poliziotti cit., pp. 57-58.
122 Intervista a Vincenzo Tortorella, Civitavecchia (RM), 27 febbraio 2014.
124 Botti ricorda come le conoscenze fatte nei momenti di formazione risultarono poi fondamentali per allargare i ranghi del movimento: «[molti collegamenti] si potevano effettuare tramite una conoscenza personale durante i vari corsi, sia da brigadiere, che da maresciallo che da agente». Intervista ad Orlando Botti, Imperia 4 aprile 2014.
125 Enzo Giordani ricorda il lavoro svolto dagli agenti polfer per garantire i collegamenti tra il centro e le periferie: «I poliziotti tenevano ormai incontri “carbonari” in tutta Italia e noi da Roma reggevamo le fila del Movimento grazie ad alcuni colleghi della Polizia ferroviaria […], i quali attraversando tutta la penisola, consegnavano plichi che contenevano gli aggiornamenti sul lavoro fatto». Giordani, Come nacque la Polizia di Stato cit., pp. 39-40.
126 Ennio Di Francesco sottolinea come l’approccio verso la politica fu molto aperto. L’obiettivo era quello di giungere ad una piattaforma condivisa con le varie forze politiche: «cominciammo a fare un’azione che io reputo lungimirante […] noi volevamo parlare con tutti quelli che appartenevano all’arco costituzionale». In questo modo «creammo, gettammo il pallino della dialettica all’interno dei vari partiti» (intervista ad Ennio di Francesco, Roma, 25 febbraio 2014).
192 Armando Fontana, Mi è passata la voglia di fare il poliziotto, «Tempo», n. 33, 17 agosto 1976.
211 Orlando Botti ricorda: «[Fu molto] importante quell’ora di sciopero per la riforma della polizia e io mi ricordo che andai a parlare a degli spazzini» (intervista ad Orlando Botti, Imperia 4 aprile 2014).
236 Intervento del Maresciallo Fontana ad un convegno del movimento giovanile della DC di Imperia (febbraio 1976). ACS, MI GAB 1976-1980, b. 132, fasc. 11070/38.
238 Intervento del Maresciallo Fontana ad un convegno del movimento giovanile della DC di Imperia (febbraio 1976). ACS, MI GAB 1976-1980, b. 132, fasc. 11070/38.
253 Intervento del Maresciallo Fontana ad un convegno del movimento giovanile della DC di Imperia (febbraio 1976). ACS, MI GAB 1976-1980, b. 132, fasc. 11070/38.
254 Ibidem.
255 Pur con un’ottica tecnocratica e non particolarmente democratica risulta evidente, dalla quantità di dati e rapporti richiesti, la volontà del ministro Cossiga di conoscere a fondo i problemi organizzativi della PS (e delle altre polizie) e di procedere ad una riforma. Si vedano, ad esempio, le richieste di dati (prospetti numerici su organizzazione e distribuzione degli uomini) fatte da Cossiga al Capo della polizia e ai comandanti dell’Arma dei carabinieri e della Guardia di Finanza. ACS, MI GAB 1976-1980, b. 144, fasc. 11070/140/1. Oppure, sempre sulla volontà di procedere ad una riforma, si legga la “riservata personale” scritta dallo stesso ministro Francesco Cossiga a Giulio Andreotti (presidente del Consiglio) il 30 marzo 1977. ACS, Archivio Aldo Moro, b. 119, Ordine Pubblico.
271 La presenza di uomini del SID alle riunioni del movimento fu denunciata pubblicamente in: Franco Fedeli, I guardiani delle guardie, in «Ordine Pubblico», a. XXV (1976), n. 4, p. 3.
272 Si vedano, su questo, due appunti (dedicati alle proteste che l’arresto del capitano di PS Margherito aveva provocato) firmati dal generale Enrico Mino, Comandante generale dell’Arma dei CC, datati 27 e 28 agosto 1976 e inviati al ministro Cossiga. Gli appunti recavano tutti la dicitura «Capi SMD, SME e SID informati». ACS, MI GAB 1976-1980, b. 134, fasc. 11070/55, sott. 4.
273 Rapporto del 1977 sul maresciallo Armando Fontana, ACS, MI GAB 1976-1980, b. 132, fasc. 11070/38.
274 Armando Fontana, Sindacato di Polizia: le stellette che non portiamo, in «L’Espresso», n. 36, 3 settembre 1975.
275 Rapporto del 1977 sul maresciallo Armando Fontana, ACS, MI GAB 1976-1980, b. 132, fasc. 11070/38.
276 Ibidem
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Michele Di Giorgio, Per una polizia nuova. Il movimento per la smilitarizzazione e per la riforma della Pubblica Sicurezza in Italia (1969-1981), Tesi di dottorato, Università Ca' Foscari - Venezia, 2016

giovedì 7 aprile 2022

A Imperia avevamo esperimentato un'iniziativa inusuale per l'epoca

Imperia - Viale Giacomo Matteotti

Mi ero inizialmente iscritto al partito comunista, non ritenendo opportuno una esperienza nell'organizzazione giovanile. Inoltre, avevo da  pochi mesi cambiato la facoltà universitaria e non avevo più l'obbligo di permanere a Genova tutta la settimana.
Tuttavia Scienze politiche, all'epoca un comparto della facoltà di Legge, comportava la frequenza alle lezioni che si svolgevano per almeno tre giorni alla settimana.
Malgrado le mie considerazioni, i compagni della segreteria federale del partito e lostesso Luciano Campoverde, segretario provinciale della Federazione giovanile comunista, avevano insistito affinché dichiarassi la mia disponibilità a impegnarmi prioritariamente nell'organizzazione giovanile. Il partito, dopo gli avvenimenti "tambroniani" del luglio dell'anno precedente, era fortemente impegnato a reclutare e a formare le nuove generazioni che si erano distinte nelle lotte di quelle settimane e dei mesi successivi e comunque era determinato a operare affinché il nuovo clima politico si traducesse nella possibilità di dare continuità organizzativa alle nuove forze sociali e culturali investite dal movimento.
Non vi erano state considerazioni mie che scalfissero i proponimenti dei compagni: ero stato immediatamente "promosso" segretario provinciale dei giovani comunisti, certamente rispettando le procedure statutarie.
La realtà organizzativa che avevo ereditato era molto carente, anche se i compagni che si erano impegnati nei due anni precedenti avevano svolto un buon lavoro per far risorgere la Fgci in provincia di Imperia. Era proprio vero: la politica riserva sempre sorprese e io in quella occasione mi ero illuso che il "miracolo" che era accaduto nell'estate del '60 potesse ripetersi nella nuova situazione.
Per rendermi meno ostiche le prospettive per l'impegno assunto, il compagno Franco Dulbecco e il compagno Francesco Rum mi avevano raccontato che nei mesi di maggio e giugno del '60, poiché non vi era un reclutamento accettabile di nuovi militanti e permaneva una carenza di giovani lavoratori che volessero far parte del Pci, la segreteria del partito aveva deciso di sviluppare una campagna di informazione e propaganda estesa, attraverso la distribuzione di volantini principalmente di fronte alle fabbriche, assai numerose a Imperia, per sollecitare l'adesione al partito.
I primi risultati, avevano proseguito i due compagni, erano stati deludenti. Molti lavoratori avevano accolto distrattamente il materiale informativo e vi era stato anche chi lo aveva rifiutato in modo palese.
Lo sconforto per i militanti era sommo, tanto da chiedersi se questa fase negativa dovesse perdurare ancora a lungo e quando mai si sarebbe invertita la tendenza. Per la verità gli anni alle spalle non erano stati, a livello generale, tra i più brillanti: spiccava la sconfitta della Cgil nelle elezioni per le Commissioni Interne alla Fiat e quindi il terribile 1956 con il XX congresso del Partito comunista dell'Unione Sovietica, l'inizio della destalinizzazionee poi la tragedia ungherese, mentre a livello locale era ancora fresca la sconfitta all'Agnesi dopo quaranta giorni di sciopero.
Quando meno gli attivisti del partito se lo aspettavano, le vicende del luglio ricordate, con i giovani genovesi dalle maglie a strisce che avevano tenuto testa alle forze di polizia per impedire il congresso dei fascisti del Msi, avevano ribaltato positivamente la situazione.
Nei mesi successivi, a cascata, gli avvenimenti avrebbero influito sui fatti politici in tutto il Paese e, per quel che ci riguarda, nel Ponente ligure.
Ho già raccontato della nascita dell'Associazione degli studenti antifascisti e ricordato di come quarantotto dei cinquanta iscritti avessero aderito alla Federazione giovanile comunista, mentre il quarantanovesimo, Leonelli il figlio del Provveditore agli studi, con il quale avevo frequentato il liceo scientifico nella medesima classe, era successivamente diventato un sindacalista della Cgil a Genova, mentre dell'ultimo ho perso le tracce, ma ero a conoscenza che nel periodo in cui partecipavo all'attività dell'associazione si dichiarava simpatizzante del Partito repubblicano.
Per sommi capi dirò che la Federazione giovanile comunista provinciale aveva nel 1961 poco più di cento iscritti, prevalentemente concentrati nel circolo di Baragallo a Sanremo e aveva cominciato a rimpolparsi con l'ingresso in massa dei quarantotto studenti antifascisti.
La Federazione giovanile comunista era un'organizzazione proletaria, in quanto la gran parte degli aderenti erano operai e apprendisti. La parte più consistente dell'organizzazione era nel capoluogo anche nel 1966, l'anno in cui avevamo superato i cinquecentoventi iscritti. Il nostro lavoro si era strutturato con l'obiettivo di costituire circoli o nuclei nel maggior numero di località. All'inizio del lavoro esistevano due circoli a Imperia (a Oneglia e a Porto Maurizio) che successivamente diventarono tre quando a Castelvecchio, con un'ottantina di compagni, aveva preso vita il nuovo circolo. A Sanremo in origine esisteva solo il circolo di Baragallo, mentre la presenza della Federazione giovanile comunista nell'estremo ponente era a Ventimiglia Alta e ne era segretario il compagno Lorenzo Muratore.
Le vicende del luglio tambroniano avevano posto un altolà ai giovani fascisti che avevano rialzato la cresta in occasione della vicenda di Trieste e poi dell'Ungheria come ne ho narrato in precedenza. Questo non aveva significato la scomparsa del Fuan, la Federazione degli universitari "neri", né della Giovane Italia l'organizzazione giovanile di destra, in cui militavano anche studenti di area democristiana, in cui i neofascisti erano egemoni, ma il sopravvento delle frange più estreme.
Diverse volte la sede di Ventimiglia Alta era stata oggetto di attentati incendiari, mentre a Sanremo i nostri compagni quando andavano ad affiggere i manifesti nelle ore notturne, dovevano uscire attrezzati, numericamente innanzitutto, per evitare agguati e scazzottamenti. Devo dire che i giovani comunisti sanremesi avevano fatto comprendere ai fascisti che con i metodi violenti non sarebbero passati. Qualcuno dei "figiciotti", ad onor del vero, si augurava incontri caldi, ma in linea generali eravamo stati convincenti a prospettare di affrontare i giovani fascisti sul piano delle idee dove avrebbero avuto meno opportunità che sul piano fisico.
A Imperia i neri non avevano mai osato sfidarci sul piano della forza. I trascorsi di Imperia, Oneglia era detta "la rossa", erano tradizionalmente di sinistra e il movimento partigiano non a caso aveva avuto in tale zona il suo nucleo originario e il Pci la fucina dei suoi dirigenti tra le due guerre.
A Imperia avevamo esperimentato un'iniziativa inusuale per l'epoca: il confronto tra giovani comunisti e fascisti che era avvenuto nelle sedi di Porto Maurizio delle due organizzazioni, quella "missina" sita in viale Matteotti e quella giovane comunista ospitata in via De Tommaso sede del Pci.
I giovani missini avevano tentato di presentarsi con il volto sociale rifacendosi alle proposte della Repubblica sociale per quel che riguardava il controllo delle aziende e ad alcuni temi che si ricavavano sul programma di San Silvestro.
 
Imperia: Via De Tommaso

Giuseppe Mauro Torelli
, Viaggio tra generazioni e politica, ed. in pr., 2017