mercoledì 1 dicembre 2021

Libereso Guglielmi, obiettore di coscienza

Una vignetta di Libereso Guglielmi (Morto per la patria). Fonte: Pietro Ferrua, L’obiezione di coscienza anarchica in Italia cit., p. 42. Qui ripresa da Elena Iorio, Op. cit. infra

Sempre nel 1948 si ebbe un altro caso [di obiezione di coscienza], questa volta non legato a motivazioni religiose, ma politiche: ritroviamo infatti tutta quella tradizione anarchica che abbiamo presentato e discusso nel capitolo 2.
Il giovane si chiamava Libereso Guglielmi, nato a Bordighera nel 1925 ed intorno al 1940 iniziò a lavorare come giardiniere presso la famiglia dello scrittore Italo Calvino, in qualche sorta sotto la protezione di suo padre Mario, importante botanico.
La figura di Libereso colpì talmente Italo (di due anni più vecchio) che nel 1949 lo avrebbe reso uno dei personaggi dei suoi racconti <17.
In queste pagine Libereso è presentato come il “nuovo giardiniere”. Il suo ritratto è quello di un ragazzo di 15 anni, “coi capelli lunghi, e una crocetta di stoffa in testa per tenerli fermi”, “un ragazzo già grande, eppure portava ancora i calzoni corti. E quei capelli lunghi che sembrava una ragazza”. Più avanti, in un dialogo lo stesso Libereso (anche se beninteso qui si tratta del personaggio di un racconto) spiega a una ragazza, anche lei di servizio presso i Calvino, che il suo nome significa “libertà”, in esperanto <18 - lingua che suo papà parlava. I cenni sul retroterra socio-culturale e politico di Libereso emergono a poco a poco: i nomi del fratello e della sorella sono Germinal e Omnia; non sa quand’è il giorno dell’Annunciazione e non va alla messa, dunque ateismo stretto; in famiglia sono tutti vegetariani (“Noi non mangiano carne di animali morti”, ma nemmeno caffè e zucchero - niente prodotti coloniali?); la domenica sera il padre legge ad alta voce i libri di Elisée Reclus, un classico della biblioteca anarchica; Libereso fa dei disegni e delle caricature che vengono esposte nella vetrinetta della FAI <19.
Molti anni dopo lo stesso Libereso ha confermato tutti questi elementi, in una lunga intervista (diventata libro): “Mio padre era un anarcoide […] era un anarchico tolstoiano, gandista si direbbe oggi, di quelli contro la violenza” <20. In un altro punto del libro lo definisce “socialista libertario”; ancora nel periodo fascista avrebbe organizzato un gruppo anarchico, denominato “Alba dei liberi”, che aiutò anche alcuni volontari per la guerra di Spagna a passare la frontiera <21.
Convocato per iniziare il servizio di leva il 4 giugno 1948, Libereso non si presentò in caserma; l’11 giugno venne quindi tradotto di forza dai carabinieri al distretto militare di Savona e, due giorni dopo, denunciato al Tribunale Militare di Torino. Viene quindi internato in caserma e sottoposto a una nuova visita medica che riscontra “deficienza del perimetro toracico e del peso” <22. Viene quindi giudicato idoneo, ma in congedo illimitato provvisorio, insomma viene liberato. Nel frattempo, però la denuncia va avanti e il 2 luglio Libereso viene nuovamente arrestato, recluso nelle carceri militari di Torino e quindi inizia il processo. Dopo due settimane viene rilasciato in libertà provvisoria, mentre, a dicembre, viene confermato il congedo illimitato <23.
Tornato alla libertà, Libereso riprese la sua attività di giardiniere e di disegnatore caricaturista per la Federazione Anarchica Italiana <24.
Così Libereso rievocò la sua scelta, nei primi anni Novanta: "E dopo, quando è stato il momento di partire militare, ho fatto l’obiettore di coscienza e sono finito a Torino, nelle carceri militari, ma mi è andata bene. Ho fatto solo quindici giorni perché ho trovato un colonnello che era un uomo, e lì gli ho detto: “Guardi, lei non può capire il mio parlare, perché io sono un figlio che ha fatto gli interessi del padre e lei invece è un colonnello”. “No”, mi rispondeva, “io sono prima un padre”. “Allora capisce quello che dico”. Non è che ho sputato sulla bandiera […] Io portavo i miei giusti motivi: la patria non mi ha mai conosciuto, perché io ho vent’anni e la patria non sa nemmeno che esisto; mia madre però si è sacrificata per farmi arrivare a vent’anni; allora se io vado militare aiuto la patria ma sono contro mia madre, perché la lascio in miseria, perché lei non lavora. Io preferisco essere un buon figlio e un cattivo italiano che essere un buon italiano e un cattivo figlio. È stata una scelta che ho fatto: mi mettete in galera? Be’, posso leggere, scrivere? Sì? E allora… fino ad adesso ho lavorato… Ma il colonnello aveva capito che tipo ero. Dopo una quindicina di giorni sono venuti a trovarmi anche gli anarchici, amici di mio padre… poi me ne sono uscito" <25.
Ne esce, nel complesso, un percorso che conferma le frequenti difficoltà nel collocare e classificare le ragioni degli obiettori: a un certo punto nella (tarda) testimonianza di Libereso le motivazioni politiche, che a prima vista potevano sembrare dover essere in primo piano, sono schiacciate sullo sfondo, mentre emerge un’idea in linea con il “familismo amorale”, secondo la definizione canonizzata negli anni Cinquanta dall’antropologo Edward Banfield.
Ma di nuovo il tema della non-violenza riemerge quando Libereso ricorda, sia pure brevemente, le sue esperienze dopo l’8 settembre 1943: renitente, come molti altri, ai bandi di leva della Repubblica sociale italiana, non si unì in modo stabile ai partigiani. Inizialmente si limita a dire: “Io me ne son scappato, sono andato in giro per un anno o due”; quindi torna sull’argomento: “Non sono mai stato nelle bande, però conoscevo tutti e magari portavo gli ordini, perché son sempre stato contro la violenza, qualunque tipo di violenza”.
E in conclusione rivendica il suo antifascismo, coerente come quello del padre <26.
Sono purtroppo pochi i casi per cui è disponibile un materiale come quello che abbiamo potuto utilizzare per Guglielmi. Resta tuttavia un dato sintetico: gli anni 1948-49 sono proprio quelli in cui inizia a diffondersi l’obiezione di coscienza.
[NOTE]
17 Il racconto Un pomeriggio, Adamo fu pubblicato per la prima volta proprio nel 1949 nella raccolta Ultimo viene il corvo (ma doveva essere stato scritto prima e non risulta che sia stato considerato anche un gesto di solidarietà verso un obiettore di coscienza sottoposto a processo…); si legge ora in Italo Calvino, Romanzi e racconti, edizione diretta da Claudio Milanini, a cura di Mario Barenghi e Bruno Falcetto, prefazione di Jean Starobinski, Mondadori, Milano 1991, pp. 151-161.
18 In realtà “libereso” non è esperanto, ma ido, una versione semplificata della prima.
19 Cfr. Calvino, Un pomeriggio, Adamo cit., pp. 151-153, 155, 157-158.
20 Cfr. il libro-intervista Libereso Guglielmi, Ippolito Pizzetti, Libereso, il giardiniere di Calvino, prefazione di Nico Orengo, Muzzio, Padova 1993, p. 7. Renato Lorenzo Guglielmi (1899-1970), questo il nome del padre di Libereso, è stato incluso nel Dizionario biografico degli anarchici italiani¸diretto da Maurizio Antonioli, Giampietro Berti, Santi Fedele, Pasquale Iuso, 2 vol., BFS Edizioni, Pisa 2003-2004, vol. I, ad nomen (voce firmata da G. Barroero), da cui risulta l’esistenza di un fascicolo al Casellario Politico Centrale. Sulla reazione di Libereso alla lettura del racconto di Calvino (che avrebbe unito alcuni episodi e dialoghi effettivamente accaduti), cfr. Guglielmi, Pizzetti, Libereso, il giardiniere di Calvino cit., pp. 63-64 e 68.
21 Ivi, pp. 157-158; qui anche le notizie sull’attività di caricaturista di Libereso, che si sarebbe svolta già nella seconda metà degli anni Trenta, con tanto di affissione pubblica - anche se la notizia risulta poco verosimile.
22 Le notizie sulla vicenda giudiziaria di Libereso Guglielmi in Ferrua, L’obiezione di coscienza anarchica in Italia cit., pp. 37-52. Da Guglielmi, Pizzetti, Libereso, il giardiniere di Calvino cit., p. 152 risulta l’esistenza di un’amicizia tra Guglielmi e Ferrua.
23 Ferrua, L’obiezione di coscienza anarchica in Italia cit., pp. 44-45.
24 Su questo: Guglielmi, Ippolito Pizzetti, Libereso, il giardiniere di Calvino cit., p. 157.
25 Ivi, p. 75. Più avanti ricorda che il padre rifiutò un’importante offerta di lavoro che l’avrebbero portato in Australia dicendo “Ma val più la famiglia che tutto il resto…” (ivi, p. 107).
26 Le due citazioni ivi, pp. 72 e 158; per la rievocazione dell’antifascismo famigliare (i problemi per dare i nomi ai figli, i problemi a scuola, ecc.), compresa la continua militanza anarchica sotto il fascismo, e delle vicende di guerra (Libereso subì almeno due rastrellamenti, riuscendo sempre a scappare) cfr. ivi, pp. 157-165. Si tenga comunque presente che è nell’ambito di un’intervista attenta soprattutto all’attività di giardiniere e di coltivatore, che Libereso svolse per tutta la vita, le notizie relative agli altri ambiti della biografia sono relativamente scarse.
Elena Iorio, Il riconoscimento tardivo. Idee, pratiche e immagini dell’obiezione di coscienza al servizio militare in Italia con una comparazione con la Repubblica Federale Tedesca (1945-1972), Tesi di dottorato, European University Institute, Florence, 2014