martedì 12 novembre 2019

Il capitano Bentley racconta


Negi, Frazione di Perinaldo (IM)

Può dirmi qualcosa capitano della sua missione di collegamento con il comando operativo della I^ zona militare della Liguria?

Il capitano dei paracadustisti inglesi Robert (Bob) Bentley, che ho conosciuto in montagna e che ora è qui tra noi quale ufficiale dell'A.M.G., scuote la bruna testa e mi sorride, agitando l'indice...

"mi chiede indiscrezioni che io non posso permettermi..."
... soltanto il racconto di qualche sua avventura tra le nostre montagne...

[Bentley parla a questo punto della preparazione della sua missione tra i partigiani: nel fare questo si riferisce anche alla Missione Kanhemann (o Kahnemann); aggiunge che aveva preso preventivo contatto con Stefano Leo Carabalona, che era già sbarcato clandestinamente dal ponente ligure in Costa Azzurra; dettaglia, poi, il suo sbarco clandestino del 6 gennaio 1945 a Vallecrosia (IM), dove era atteso da uomini del Gruppo Sbarchi della Resistenza e delle S.A.P.: di questi fa solo i nomi, anche perché erano stati di ausilio nella fase preparatoria, di Nino, Mimmo, Tonino, aggiungendo, di quest'ultimo, che lo aspettò a Negi, Frazione di Perinaldo (IM), dove ormai stavano arrivando, come si vedrà più avanti, gli uomini di Gino. A questo link una testimonianza, in ogni caso, da fonte diversa su questa presa di contatto con il suolo italiano da parte del capitano]
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Giungemmo a Negi [Frazione di Perinaldo (IM)] dove incontrammo un gruppo di partigiani di Gino
[Luigi Napolitano, vicecomandante della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni"] che ci attendeva per scortarci. Ripartimmo per Baiardo (IM). Alla prima svolta, in distanza scorgemmo due figure solitarie venire verso di noi: un uomo altissimo ed un altro che sembrava molto piccolo accanto al primo. I due sopravvenuti si posero in posizione di difesa nello scorgerci, poi riconobbero gli uomini che ci accompagnavano e ci vennero incontro. Erano Curto [Nino Siccardi, comandante della I^ Zona Operativa Liguria] e Gino, che andavano, senza scorta, a minare la strada. Ci presentammo e subito ci affiatammo...

Che impressione le fecero?

Curto quello di capo nato: calmo, freddo, anzi, intelligente e coraggioso, dotato, nella sua impassibilità, di una sua sensibilità concentrata e di un non comune spirito di intuizione. Gino, un ragazzo espansivo, esuberante di vita, ma capace di tutti gli ardimenti e di tutte le temerità.
Spiegai al Curto l'incarico ricevuto e ci comprendemmo immediatamente. Insieme salimmo ai Vignai [Frazione di Baiardo (IM)] e quindi passai con il battaglione di Gori [Domenico Simi, comandante del III° Battaglione "Candido Queirolo" della V^ Brigata]...
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eravamo presso il Monte Faudo io, Curto, Sumi [Lorenzo Musso, commissario al comando operativo della I^ Zona Liguria] ed altri ragazzi. Si andava verso Imperia...

[altri testimoni raccontano altre esperienze di Bentley tra i partigiani: alcune saranno riportate in prossimi articoli]
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Dopo il rastrellamento tedesco ai Beusi [Taggia (IM)] alla fine di febbraio 1945 il nemico aveva scoperto la mia presenza in montagna e mi dava una caccia spietata. Eravamo impossibilitati ad eseguire qualsiasi trasmissione e tutte le strade verso l'interno ci erano precluse. Gori, con il suo solito spirito pratico, pensò allora di prendere rifugio assieme a noi nel convento dei frati a Taggia. Scendemmo accompagnati da una guida del luogo...
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E poi debbo aggiungere ad onor del vero che i giorni trascorsi in convento dopo due mesi di marce forzate, di spostamenti incessanti, di ansie terribili, furono per me una vacanza meravigliosa. Si dormiva in soffitta - erano con me anche Sumi e il radiotelegrafista Mac Dougall - e si stava benissimo. Avevamo un vero letto su cui stenderci e riposare. Ogni sera la nostra guida ci portava i viveri e la cucina dei Frati non era certamente da disprezzare, dati i momenti. Ricordo e sempre ricorderò le simpaticissime figure dei miei ospiti. Padre Vittorio, uomo coltissimo, col quale si discuteva di politica; Padre Serafino ancora giovanissimo che suonava molto bene il violino e sapeva cantare magnificamente. Padre Serafino era anche addetto alla cucina e spesso esercitava la sua voce durante la confezione dei suoi manicaretti, il che talvolta comportava piatti insipidi o troppo salati e salse dal gusto strano... ma lo si perdonava in considerazione del piacere che ci offriva con le sue canzoni. Nè potrò dimenticare l'allegro Padre Badalucco (questo era almeno il suo sopranome) il quale considerava appunto Badalucco il centro dell'universo: ci dava lezioni di strategia aerea e discuteva con noi della necessità di un lancio di parecchie divisioni paracadutiste sulla cittadina per affrettare la fine della guerra!...

Di notte si usciva, ci s'internava nel bosco e si tentava di usare la radio, ma la vicinanza del tedesco e la mancanza delle batterie, che erano state abbandonate a Beusi, non ci permisero mai una trasmissione efficiente. Molte volte corremmo il rischio di essere presi... 

Anzi corse voce che lei era stato catturato.

  ... Ritornai ai Beusi. Avevamo una capanna nel bosco. Il battaglione Gori si era riformato e stava con noi. Insieme a me erano pure Curto e Sumi. Simon [Carlo Farini, vice Comandante del Comando militare Unificato Ligure, ma già nel mese di luglio 1944, nella fase di assestamento con la creazione della II^ Divisione d'assalto garibaldina "Felice Cascione", ispettore nella provincia di Imperia, inviato dal Comando regionale per la coordinazione dei servizi militari] nel frattempo era partito per Genova...

Ora una notte, una bella serena notte di luna, raffiche di mitragliatrice vicinissime mi svegliano. Il grosso delle nostre forze si era spostato: eravamo nel bosco in cinque o sei soltanto. Strisciammo fuori e scorgemmo, proprio davanti a noi, a non più di trenta o quaranta metri di distanza, un'arma automatica nemica che rafficava verso l'alto bosco. Sempre strisciando il più silenziosamente possibile, in attesa di vederci piombare addosso le pattuglie nemiche, ritornammo alla capanna e facemmo sparire i documenti. Mac si caricò della radio e tutti insieme, di albero in albero, carponi, ci spostammo verso il versante opposto da dove avremmo potuto scalare il pendio in caso fossimo stati minacciati di accerchiamento. Si rimase sul posto fino alle tre: la mitragliatrice nemica, durante tutto quel tempo non cessò mai di tirare. Verso le tre tacque finalmente e noi potemmo portarci su una breve radura, circondata dal folto, al sicuro da sguardi indiscreti, dove restammo con le armi pronte fino al mattino. Sentivamo più in basso i movimenti pesanti di uomini che si spostavano continuamente battendo i margini del bosco. 
... Poco dopo scorgemmo colonne di fumo salire dalle case poste nella conca sotto di noi: i tedeschi avevano appiccato il fuoco alla borgata per rappresaglia. Eravamo tristi e preoccupati per gli amici che vi abitavano...
... La situazione si faceva critica. Eravamo un pugno di uomini con pochissime munizioni e la responsabilità della radio e dei documenti. Decidemmo di tentare una difficile ritirata verso Ciabaudo [Frazione di Badalucco (IM)].
... Ma prima dell'alba eravamo nuovamente in piedi e riprendevamo il cammino verso Ciabaudo, lieti di averla fatta in barba al tedesco ed allegri come prima...

...Raccontarle tutte le altre mie avventure, da Ciabaudo a Baiardo e a Gerbonte, da Viozene a Agaggio [Frazione di Molini di Triora (IM)] e a Buggio [Frazione di Pigna (IM)], sarebbe troppo lungo. Le dirò per finire che mentre mi trovavo a Buggio presso i fratelli Aicardi il 24 aprile [1945] ci giunse una lettera del C.L.N. che ci informava della ritirata nemica. Con Curto, Sumi e Giorgio stabilimmo gli ultimi piani ed i1 25 mattina, dopo aver infranto la resistenza di reparti tedeschi di retroguardia, facemmo il nostro ingresso ad Oneglia, finalmente libera. Tutta la popolazione ci accolse con commovente entusiasmo, quell'entusiasmo italiano che tocca il cuore perché vi si sente la passione...

Ancora una domanda, capitano, ed è l'ultima. Qual'è la sua impressione sulla lotta partigiana? 

Magnifica. Ho assistito ad azioni che avrebbero inorgoglito armate ben più attrezzate. Sono stato  testimone di eroismi inauditi. Potete andar fieri di questi vostri combattenti meravigliosi e dei loro capi il cui apporto alla causa comune è stato grandissimo e talvolta decisivo. Mercé il loro sacrificio l'Italia è rientrata nel consesso delle libere nazioni e giustizia dovrà esserle resa...


Mario Mascia, “L’epopea dell’esercito scalzo” (ed. A.L.I.S.: una riedizione, trattandosi di un'opera già uscita nell’immediato dopoguerra)



lunedì 11 novembre 2019

La Cappella del Carmelo a Bordighera (IM)



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In quegli albori di pace la località Marina si andrà cospargendo di case. Sarà quella la resurrezione di Sepelegium, ma una resurrezione gigantesca, nella quale sarà impresso tutto lo slancio di centinaia di spiriti forti del proprio diritto, coscienti della propria forza. 
Soffermiamoci a questi primi passi della nuova città nascente, ai piedi della turrita mole del Paese Vecchio: nascono i giardini fra gli agrumeti, le capanne ed i casolari fra i palmeti imprimono ovunque una caratteristica africana; dal suolo si trae acqua abbondante e ben filtrata, e qualche caseggiato si va elevando con una certa pretesa di imponenza.
Notiamo la casa dei Giribaldi, dominatrice della località, nella cui massicciata, nella parte settentrionale, si incastona una Chiesa dedicata alla Madonna del Carmelo.
A questa Chiesina vogliamo portare il nostro particolare interessamento.
Il nome, dall'Ebraico, si traduce Madonna dei Giardini, e non poteva quindi esserle meglio adatiato, ché essa veniva ad insediarsi tra le più belle e caratteristiche vegetazioni della regione e veniva a ricordare in questo lembo occidentale la lontana Catena del Libano, coperta di olivi, di pini e di quercie, ricca d'acqua e di flora varia e caratteristica, denominata precisamente il Carmelo. Quel monte celebre sin dall' antichità è sintomo di fertilità, vi abbondavano luoghi di culto, vi ebbe la sua origine l'Ordine dei Carmelitani che diffusero la venerazione della Madonna per mezzo dell'abitino del Carmine.

La Chiesina del Carmelo venne costruita dal «Maire» di Bordighera, Giacomo Giribaldi, verso il 1790, in ossequio alle intenzioni del proprio Padre. Essa si conserva tuttora nella sua piena originalità,  ben custodita dalla famiglia Giribaldi, ricca di intonachi bianchi su sfondo celeste. Nella nicchia dell' altare e la Statua della Madonna col Bambino che detiene alcuni abitini del Carmine...

La ragione della erezione della Chiesa del Carmelo va ricercata nello espandersi delle abitazioni nella pianura della Marina, per cui si rendeva scomodo agli abitanti di recarsi in Parrocchia per l'adempimento agli obblighi religiosi. La Chiesa di S. Ampelio, meno lontana di quella parrocchiale, era raramente officiata, cosicché l'intervento del Maire Giribaldi fu davvero provvidenziale.
La nuova Chiesa non tardò ad ottenere i più ambiti privilegi dell'Autorità Ecclesiastica. 

Troviamo una supplica del 1810 in cui lo stesso Maire, proprietario della Chiesa, invoca da Papa Pio VII la grazia della conferma del decreto del Vescovo di Ventimiglia di celebrare la Santa Messa nella cappella per comodità degli abitanti di Borgo Marina...
... Lo stesso Maire fu arrestato dagli Inglesi in questa casa e - dopo tenuto prigioniero su un Vascello Inglese, per alcune ore - restituito sano e salvo unitamente alla Guardia Nazionale.
La Chiesina del Carmine oggi più non si apre al pubblico, ma per cura della Famiglia Giribaldi vi vengono ancor oggi celebrate messe nelle maggiori solennità, messe in suffragio degli antenati dei Giribaldi, la novena e la festa della Madonna del Carmine, le messe di San Giuseppe e di Sant'Erasmo.
La Chiesa di Terrasanta - sorta nel 1883 - soddisfa oggi alle esigenze dello spirito religioso, non più di un povero Borgo dalle case sparse ma di una cittadina modernissima, culla dei giardini più belli e profumati d'Italia.
La bellezza dei fiori del Libano si è qui trasfusa in un miracolo di soavità; la Regina purissima del Carmelo, silenziosa, sempre eguale, invita ancora i Fedeli all'umile devozione del «carmine», ma l'imponenza della nuova edilizia, ha reso nascosto e quasi inosservato il suo cantuccio, come fosse un rifugio di pianto.

Dino Taggiasco
("L'Eco della Riviera", Sanremo, 18-19 luglio 1934, pp.I-2)

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Il pensiero delle lontane radici di questa chiesuola che vide, forse, il sorgere stesso di Bordighera, non può non commuovere nel vederla oggi compressa, ma non sopraffatta, dal progredire dei tempi.
Da quando si interrompe la cronaca di Dino Taggiasco, nella Chiesina si continuarono a tenere le consuete funzioni annuali - aperte al pubblico - per la ricorrenza della Madonna del Carmelo e, di volta in volta, quelle più circoscritte, legate alle vicende ora tristi, ora liete, delle nostre famiglie: in ogni occasione abbiamo potuto riscontrare toccanti testimonianze di fede e di preghiera da parte della gente di Bordighera.
Gli anni immediatamente successivi all'ultimo conflitto, portarono tuttavia venti infausti sulla piccola struttura che si è trovata coinvolta in un più ampio progetto di ricostruzione edilizia a seguito del quale essa ha rischiato di soccombere.
Fu invece miracolosamente salvata, anche se non nella sua integrale configurazione, ormai irrimediabilmente mutilata, dall'intervento tempestivo e provvido dell'allora comproprietario Dr. Angelo Giribaldi-Laurenti che, avocatane a sé la totale proprietà, ne curò le ferite e la conservò amorevolmente, pur priva della parte superiore della facciata e della bellissima volta interna, all'onore della sua famiglia e alla devozione dei bordigotti per tutto il tempo della sua vita: dal 14 febbraio 1986, per Sua volontà, la Chiesetta appartiene al sottoscritto.

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Luigi Betocchi, Cenni sulla Chiesina del Carmelo a Bordighera, 1996





giovedì 7 novembre 2019

Mary Gaunt e Casa Camilla a Bordighera


Dove adesso [in Bordighera (IM)] c'è questa casa, angolo con via Montello, prima del 2° conflitto mondiale, c'era Casa Camilla, dove abitò per quasi vent'anni una scrittrice australiana, Mary Gaunt.

Mary Gaunt giunse a Bordighera nel 1920 e ci rimase fino al 1940. Ma partiamo dal 1861 quando in una cittadina dell'Australia, a Chiltern, Victoria, nasce Mary Eliza Bakewell Gaunt, figlia di un giudice. Lei era la maggiore di ben otto fra sorelle e fratelli.
Dopo gli studi secondari, è stata una delle due prime donne ad iscriversi all'Università di Melbourne.

Il suo primo romanzo viene pubblicato nel 1894, "Il fidanzato di Dave".

Nello stesso anno si sposa con un dottore H.L. Miller, vedovo, che a sua volta muore nel 1900, lasciandole in eredità un piccolo reddito. Nel 1901, Mary, lascia l'Australia per stabilirsi a Londra, in un piccolo bilocale. Continua a scrivere e comincia ad avere successo e questo le permette di svolgere la sua passione, viaggiare. Ma non viaggi turistici tranquilli, tutt'altro, s'inoltra nelle foreste dell'Africa Occidentale, in quelle dell'America Centrale, nei territori della Cina più misteriosa.

Carattere combattivo e ribelle con in corpo uno spirito femminista, i suoi romanzi sono avvicenti e per niente rilassanti.

Nel 1908-1910 effettua un viaggio avventuroso nel Ghana. Nel 1913 va in Cina e vorrebbe ripercorrere il vecchio cammino delle carovane, a dorso di un mulo, attraversando la Russia Asiatica, ma dopo alcuni giorni deve desistere a seguito di scontri nelle regioni da lei scelte e dalle prime avvisaglie che porteranno all'inizio della prima guerra mondiale.
Nel 1919 trascorre alcuni mesi in Giamaica.
Nel frattempo scrive 5 diari di viaggio e sedici romanzi oltre a vari racconti.

Come tanti ospiti di Bordighera, cagionevole di salute, nel 1920 arriva nella nostra città e soggiorna inizialmente all'Hotel Parigi, sull'attuale passeggiata Argentina, poi si trasferisce, poco distante, per un breve periodo in una casa in via Nazario Sauro per stabilirsi definitivamente nella Casa Camilla, dove occupa un vasto appartamento all'ultimo piano. Chi si prenderà cura di lei, in ogni servizio, dalla salute, alla conduzione della casa, già dopo aver lasciato l'Hotel Parigi, sarà una bordigotta, Anselma, che nel 1928 darà alla luce in Casa Camilla Italo Simonazzi. Sì, proprio lui, quell'Italo che una buona parte dei bordigotti conosce, un baldo giovane, che nei prossimi giorni compirà 89 anni, ma con ancora tanta energia in corpo che potrebbe dare dei punti a tanti babanetti d'oggi.

Ritornando a Mary Gaunt, nel suo soggiorno bordigotto scriverà ancora dieci romanzi e le sue memorie. Con l'inizio della seconda guerra mondiale, a malincuore, nell'estate del 1940, lascerà Bordighera per andare in Francia, a Vence, dove la sua asma con l'aggiunta di complicazioni respiratorie la porteranno al decesso nel 1942 in una clinica di Cannes.

Nel 1980 il biografo Bronwen Hickman pubblicherà un libro sulla vita della Gaunt dove c'è un lungo capitolo su Bordighera e sulla permanenza di Mary. Nel giorno internazionale della donna nell'anno 2002, lo stato di Victoria, in Australia, nell'ambito delle celebrazioni per il riconoscimento delle conquiste delle donne dello stato australiano le ha assegnato il premio Vittoriano Honor Roll of Women. Purtroppo nelle mie ricerche, non ho trovato nessun romanzo o racconto, scritto dalla Gaunt, che sia stato tradotto in italiano.

di Giancarlo Traverso


sabato 2 novembre 2019

Il calcio operaio nell'Oneglia del primo Novecento

Fonte: Vento largo
Contrariamente a quanto solitamente si crede, il football nasce come sport popolare, addirittura operaio. E questo accade anche da noi, in una Oneglia piena di fabbriche e ciminiere che i cronisti di allora chiamavano "la piccola Manchester"

In un articolo apparso su Alias*, il supplemento culturale de il manifesto, di qualche giorno fa, Pasquale Coccia, ricordava come il calcio nasca come sport popolare, addirittura operaio. "In tempi di anestesia generale - scrive in apertura del suo articolo - e di rimozione della memoria storica, i simboli della classe operaia che ancora sopravvivono, si trovano negli stemmi delle squadre di calcio di varie parti del mondo".

Dunque è una leggenda la storia tante volte ripetuta del calcio creazione di ricchi e annoiati borghesi inglesi stanchi di sport aristocratici come il golf o il tennis e in cerca di distrazioni forti.

Il calcio, dunque, nasce operaio e ostenta con orgoglio questa sua natura già a partire dagli stemmi delle società che un pò dovunque si vanno a formare nei grandi centri industriali inglesi fra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento.

Scrive ancora Coccia:
"Gli stemmi delle squadre di calcio rappresentano la storia dei luoghi dove sono state fondate. I simboli riportati, oggi oggetto di profitti di ogni genere, non sono il frutto del lavoro di affermati designer o di studi di architetti, ma una trovata alla buona dei fondatori delle squadre, spesso amici o compagni di lavoro spinti dalla passione per il calcio. Buona parte delle compagini calcistiche sono nate in Inghilterra sul finire dell’800 intorno alle fabbriche e nei decenni successivi in altri paesi europei. Classe operaia e calcio sono stati tutt’uno per molti anni, soprattutto nella prima metà del ‘900. I dirigenti politici più attenti hanno visto nel calcio una sana alternativa all’abbrutimento degli operai, che dopo il duro lavoro in fabbrica nei fine settimana correvano nei pub o nelle osterie per abbandonarsi all’alcol. Antonio Gramsci nel libro Sotto la mole definì il calcio: «Paesaggio aperto, circolazione di aria, polmoni sani, muscoli forti, sempre tesi all’azione» e su L’Ordine Nuovo riservò spazio al calcio operaio".

Gramsci testimonia di come anche qui da noi in Italia, il calcio arrivi e si diffonda con le stesse caratteristiche identitarie. La foto ingiallita che apre l'articolo, trovata nel "cassetto dei ricordi" che tutti abbiamo nelle nostre case, risale ai primi del secolo e testimonia di questa realtà in una Oneglia, allora importante centro operaio, tanto da essere chiamata la "piccola Manchester d'Italia". Una Oneglia di fabbriche e ciminiere, di cui oggi resta solo il ricordo nei resti delle "Ferriere" e in foto come queste. Un gruppo di giovani lavoratori orgogliosamente in posa nelle loro divise di calciatori. Tanto per metterla sul personale, mio nonno è il primo in alto a sinistra. Di più preciso non saprei dire: né l'anno, né il nome della squadra.

Chissà se il caro amico Tommaso Lupi, che, della storia popolare (e non solo) di Imperia e dell' Imperiese, è un profondo conoscitore è in grado di aggiungere qualcosa.

* Pasquale Coccia, Il calcio operaio degli stemmi, il manifesto/Alias del 19 ottobre 2019.

di Giorgio Amico su Vento largo


mercoledì 30 ottobre 2019

I Pungitopo in Liguria

Ruscus aculeatus - Fonte: Alfredo Moreschi
In Liguria pochi vegetali sono più bizzarri ed originali dei "Pungitopo" e del Ruscus aculeatus in particolare.  La loro maggiore particolarità risiede nella mancanza di vere e proprie foglie, sostituite da strutture apparentemente simili ad una lamina fogliare mentre nella sostanza si tratta di fusti appiattiti, chiamati nel linguaggio specifico dei botanici cladodi. In ogni caso sono perfettamente in grado di assicurare alla pianta la funzione clorofilliana assorbendo l’energia a costo zero dei raggi solari ed utilizzandola per compiere i processi vitali. In autunno su queste strane appendici si sviluppano i fiori dei due sessi all’ascella di una protettiva e piccola brattea cartacea. Dopo essere stati impollinati a dovere i fiori femminili di colore verdastro danno origine a grosse e lucenti bacche vermiglie nelle quali sono racchiusi i semi.

Ruscus è una denominazione derivata dal latino "rusticus" (villano, rustico) scriveva Michael Alberti nella sua Flora Medica, perché i contadini usavano i rami di questa pianta per difendere le vivande dai topi. E' anche questa la ragione per la quale, in molte regioni italiane, è stato battezzato "Pungitopo". Nella flora ligure, oltre al "Punziratti", ossia il notissimo Ruscus aculeatus, un tempo costante bagaglio degli spazzacamini, crescono altre due interessanti specie, il Ruscus hypophyllum ed il Ruscus hypoglossum. Tre, dunque, sulle quattro assegnate dalla sistematica vegetale a questo genere di piante, solo apparentemente differenziate dagli altri membri della famiglia delle Liliacee, con i quali sono invece inequivocabilmente apparentate. Recentemente è stata però avanzata l’ipotesi che queste due ultime unità specifiche non sarebbero effettivamente accreditabili alla flora nazionale italiana ma siano sfuggite alle coltivazioni e solamente naturalizzate in molte località anche della Liguria. 

La Danae racemosa è coltivata industrialmente come fronda recisa - Fonte: Alfredo Moreschi
Infatti, sul mercato di Sanremo (IM), assieme alle numerose altre fronde verdi, vengono tuttora commerciate grandi quantità di Ruscus aculeatus e Danae racemosa per la composizione di vasi da arredo. La Danae, originaria dell’Asia sud-occidentale, è stata introdotta in Italia già da alcuni secoli e viene coltivata nel Ponente in fasce coperte da stuoie di cannucce per impedire alle foglie di scurire.

Per quanto riguarda in particolare quest’ultima (ex Ruscus racemosus) è intensivamente coltivata nella piana di Taggia (IM), di Albenga (SV) e nella valle Roya come verde ornamentale. E’ rinvenibile qua e là nelle zone umide ed ombrose del Ponente ligure, ed al riguardo non esistono dubbi: il Lauro Alessandrino è la spontaneizzazione di una specie proveniente dalle lontane montagne persiane.

Gli antichi naturalisti, conoscendo molto bene i "Pungitopo", ne avevano individuate le diverse potenzialità terapeutiche tanto che Dioscoride proponeva di macerarne le bacche, le singolari foglie e le parti sotterranee nel vino, riconoscendone l’utilità quale specifico in tutte le manifestazioni dell'idropisia, nella renella, nella gotta e nelle ritenzioni di urina. In epoca romana il "Pungitopo" era adoperato per curare il rigonfiamento della milza negli insaziabili maiali e, per salvarli, si riempivano i truogoli di acqua ponendovi a macerare piante di Ruscus aculeatus e di Tamericio (Tamarix africana).

“Il succo - dice infatti Columella - è salutare, ed assorbito con molta acqua, riduce il gonfiore interno”. Lo stesso autore, nel capitolo settimo dei suo celebre libro, fra le erbe selvagge con possibili utilizzi alimentari include i giovani getti dei Ruscus dicendo che dovevano dapprima essere preparati eliminando l'acqua con il sale e quindi sistemati in un recipiente da tenere al fresco per alcuni giorni; successivamente si potevano conservare a lungo ricoprendoli con aceto e salamoia in parti eguali dopo aver tappato accuratamente le anfore con “un pezzo di fusto di Finocchio tagliato l'anno precedente”.

Negli stessi anni Plinio si occupa anche dei loro riflessi medicinali nei confronti degli umani:”Dalla radice bollita del rusco (Ruscus aculeatus), si ottiene una pozione che va bevuta a giorni alterni quando si soffre di calcoli, oppure se la minzione è dolorosa, o se l'orina presenta tracce di sangue.

Bisogna svellere la radice un giorno prima, bollirla la mattina successiva, e mescolare ad un sestario di decotto due ciati di vino. C'è anche chi beve la radice cruda tritata in acqua; si ritiene inoltre che non ci sia in assoluto un medicamento migliore, per le parti virili, degli steli di questa pianta tritati in aceto.

L’Alloro nano (Ruscus hypophillum) ha un fusto unico foglie sottili come quelle dell’Alloro ed un seme rosseggiante che cresce attaccato alle lamine; lo si applica fresco per i mali di testa ed i bruciori di stomaco, oltre a favorire i parti critici se applicato con panno di lana.

L'Ipoglossa  (Ruscus hypoglossum) ha le foglie di aspetto simile a quelle del Mirto selvatico, concave e spinose: e all'interno di esse come delle lingue formate da una fogliolina che esce dalle foglie. Una corona fatta con queste foglie e posta sul capo fa diminuire il mal di testa.” 
La loro utilità non si esaurisce comunque nelle notizie sopra riportate. Il perché ce lo spiega diciotto secoli più tardi Michele Tenore:”Il Ruscus aculeatus, un frutice sempreverde nativo dei nostri boschi ha una radice amara fornita di un notevole potere astringente e leggera forza tonica, mentre i semi delle bacche rosse possono essere adoperati come succedaneo dei caffè. Il Ruscus hypoglossurn, ossia l’Uvularia, è in tutta la pianta pregna di principio astringente ed è praticata nel rilasciamento dell'ugola e nel ritardo dei mestrui”.

Ruscus aculeatus in fiore - Fonte: Alfredo Moreschi
Il Turner ci informa che presso gli Apotecari dei suo tempo queste piante erano anche note con il termine di "Bruscum", un nome divenuto nel volgare italiano "Brusco", voce che ritroviamo nei battesimi liguri.

Come succede nel caso dell'Asparago, a cui il Pungitopo è strettamente affine, i suoi giovani germogli possono essere mangiati come verdura.

Gli antichi erboristi consigliavano di berne una pozione fatta con le radici e di usare una poltiglia, ottenuta dalle bacche e dalle foglie, per aiutare le ossa rotte a rinsaldarsi. Calcio, un sale di potassio, un olio essenziale, una saponina ed una sostanza resinosa sono i princìpi attivi contenuti nel Ruscus aculeatus, ritenuto ancora oggi ottimo aperitivo e sudorifero.  Assieme al Sedano, all'Asparago, al Prezzemolo ed al Finocchio, il "Pungitopo" continua ad essere impiegato nella distillazione dei celeberrimo aperitivo delle Cinque radici, una delle ricette più antiche e famose dell'erboristeria europea che vanta un'azione combinata aperitiva e diuretica .

C'è anche chi beve la radice cruda tritata in acqua; si ritiene inoltre che non ci sia in assoluto un medicamento migliore, per le parti virili, degli steli di questa pianta tritati in aceto.

 L’Alloro nano (Ruscus hypophillum) ha un fusto unico foglie sottili come quelle dell’Alloro ed un seme rosseggiante che cresce attaccato alle lamine; lo si applica fresco per i mali di testa ed i bruciori di stomaco, oltre a favorire i parti critici se applicato con panno di lana.

L'Ipoglossa  (Ruscus hypoglossum) ha le foglie di aspetto simile a quelle del Mirto selvatico, concave e spinose: e all'interno di esse come delle lingue formate da una fogliolina che esce dalle foglie.

Una corona fatta con queste foglie e posta sul capo fa diminuire il mal di testa”.   Infatti, sul mercato di Sanremo (IM), assieme alle numerose altre fronde verdi, vengono tuttora commerciate grandi quantità di Ruscus aculeatus e Danae racemosa per la composizione di vasi da arredo.  

L'indipendenza è il valore simbolico attribuito al "Pungitopo", sicuramente purché le sue spine impediscono o rendono comunque difficile impadronirsene. In ragione di questa funzione protettiva viene da tempo immemorabile seccato e adoperato per decorare le abitazioni nei mesi invernali, particolarmente durante le feste natalizie dove sostituisce o affianca l’Agrifoglio ed il Vischio negli usi celebrativi, soprattutto nelle zone in cui queste ultime sono diventate piante protette. Grazie alle foglie e alle bacche rosse che maturano alla fine dell'autunno e si mantengono per tutto l'inverno, riveste lo stesso simbolismo augurale.

Tornando ai Ruscus, i caratteri comuni del Genere  sono quelli di piante sempreverdi con aspetto di subarbusti cespugliosi che nascono da un rizoma strisciante; sono provvisti di rami appiattiti che simulano delle foglie (cladodi o fillodi) e nascono all'ascella di piccole scaglie che rappresentano le vere foglie.  I loro fiori verdastri o bianco verdastri, inseriti verso la metà della faccia dei cladodi, sono unisessuati e pertanto si trovano su piedi diversi quelli staminiferi e quelli pistilliferi; hanno un perianzio a sei segmenti patenti, liberi e persistenti, tre stami a filamenti saldati in un tubo rigonfio e stilo corto e capitato. I frutti sono bacche grosse, globose e carnose che non si aprono alla maturità.

    Ruscus aculeatus L. (II- IV. Nasce nei luoghi boscosi, nelle siepi, sino ai 900m). Ha rizoma strisciante, fusti robusti, eretti e striati, ramosi, alti sino a 60cm. Porta cladodi rigidi, più o meno sessili, acuminati e pungenti, oblunghi o ellittico lanceolati, con fiori in numero di 1 o 2. Il frutto è una bacca rossa e tonda ascellare di una bratteola. 

    Ruscus hypoglossum L. (XII- IV. Nasce nei luoghi boscosi, nelle siepi, sino ai 1400m). Ha rizoma strisciante fusti gracili, semplici, alti sino a 60cm. I cladodi sono poco rigidi, ellittici o oblanceolate portanti alla base una brattea fogliacea lanceolata, gli inferiori opposti o in verticilli ma alterni verso la sommità; il picciolo è ritorto. I fiori sono dioici, in fascetti di 3-6, inseriti sulla pagina superiore dei cladodi all’ascella di una squama. Il frutto è una bacca rossa e tonda. Simile è;

    Ruscus hypophyllum L. che differisce  per avere i fiori inseriti sulla pagina inferiore dei cladodi privi o con una bratteola piccolissima ed il picciolo dei cladodi dritto.  

Ruscus hypoglossum: i fiori - Fonte: Alfredo Moreschi
Come raccoglierli e coltivarli

Nel giardinaggio tutte e tre le nostre specie trovano impiego come piante da bordura e da riservare alle parti ombrose dei giardino; ma si deve rilevare che queste Liliacee, così poco esigenti durante la loro vita selvaggia, nella coltivazione artificiale si mostrano particolarmente sensibili in fatto di clima e necessitano della protezione di un letto di foglie secche nei mesi invernali.

Crescono bene in tutti i terreni da giardino, anche in quelli argillosi, pesanti, calcarci, poco profondi. Si piantano in gruppi di 3-5, utilizzando piante di entrambi i sessi. Si consiglia la divisione dei cespi ed il distacco dei polloni, durante il periodo primaverile. Si tolgono dal terreno, si dividono e si ripiantano immediatamente.

Si possono anche seminare generalmente in autunno, in terrine riempite con la composta da semi, in luogo protetto, ma è la strada più lunga causa la lenta crescita che rasenta i due anni. Quando le piantine hanno raggiunto l’altezza sufficiente si trapiantano in vivaio e si coltivano per 3 anni. In natura le specie sono protette ed è quindi consigliabile rivolgersi ai vivaisti.

Ruscus aculeatus: Punzitopo, Rúspo, Brùsco, Erba coào ed Erba cocca a Genova, Cocchett a Pegli, Cúcca a Sanremo ed a San Bernardo, Punziratti a Rapallo, Spin‑e de ratti a Savona, Punzatop e Razzacú a Sarzana.

Ruscus hypophyllum: Bislingua a Genova

Ruscus hypoglossum:  Lauro a Genova e dintorni.

di Alfredo Moreschi



martedì 29 ottobre 2019

Azioni partigiane tra Testico e Diano Marina ai primi di febbraio del 1945

Pietro Porcello
Il 6 febbraio 1945 Tarquinio Garattini (Russo), comandante del Distaccamento “Angelo Viani”, nei pressi di Molino Nuovo, in Valle di Andora (SV), con alcuni compagni uccide in combattimento due soldati della “San Marco”.

Sono recuperati due fucili tedeschi, una pistola, un calesse con cavallo e un quintale di olio. 

In nottata il distaccamento garibaldino “Francesco Agnese” si disloca nella suddetta valle. 

Una colonna volante nemica, giunta a Stellanello (SV), cattura e uccide i civili Augusto, Ernesto e Pietro, di cognome Porcello. 

L'8 febbraio il nemico rastrella ancora l'alta zona di Testico (SV), ma non incontra forze partigiane; prima di ritirarsi si impatronisce di bestiame della popolazione locale. 

Nell'alta Val Tanaro vengono aumentati i presidi tedeschi e rinforzati quelli esistenti, perchè ad Ormea (CN) si insedia un Comando di Corpo d'Armata alle dipendenze del generale tedesco Lieb. 

Il 9 una squadra del Distaccamento partigiano “Giuseppe Catter”, in missione nella zona di Cerisola, sorprende una pattuglia nemica, la quale lascia sul terreno tre uomini. La squadra rientra incolume alla base. 

Il paese di Aquila d'Arroscia (IM) viene investito nuovamente da militi della Brigata Nera “Francesco Briatore” di stanza a Borgo di Ranzo, rubano bestiame di piccola taglia. 

Il giorno successivo una pattuglia della I^ Brigata “Silvano Belgrano”, con il comandante della Divisione, Giorgio Olivero, scende in Diano Marina (IM) per una ricognizione. 

Sono esaminati i campi minati stesi dal nemico, tra i quali se ne rileva uno falso.
Inoltre è studiato il luogo dove interrompere la ferrovia con una mina.

Il 12 febbraio 1945 Franco Bianchi (Stalin), comandante del distaccamento “Giovanni Garbagnati”, comunica al comando della I^ Brigata che era stato colpito un treno: una locomotiva, con alcuni vagoni, era caduta nella scarpata e finita sulla strada che costeggia i binari in località “Giaiette”  [nei pressi di Diano Marina (IM)].

di Pino Fragalà




martedì 22 ottobre 2019

Bordighera giardino d’Europa. Arte, cultura e paesaggio negli anni di Raul Zaccari (1945-1977)


Frutto di una lunga e appassionata ricerca storica è uscito l’ultimo libro del sociologo documentarista Salvatore Vento* - Bordighera giardino d’Europa. Arte, cultura e paesaggio negli anni di Raul Zaccari (1945-1977) - che per la prima volta descrive la vita socio culturale della Città delle palme nel periodo del suo sindaco più illustre.
Anni davvero magici quando artisti e intellettuali di ogni genere frequentavano Bordighera (IM), attratti dal suo paesaggio e dalle sue radici storico ambientali, che il Sindaco Zaccari riuscì a valorizzare grazie all’elaborazione di uno dei primi Piani Regolatori Generali del nostro paese.
 
Da Giuseppe Balbo a Guido Seborga, da Carlo Betocchi a Irene Brin, da Giuseppe Piana a Francesco Biamonti e Edoardo Sanguineti, dai francesi Raymond Peynet e Jean Cocteau, sono solo alcuni nomi che ricorrono nel libro e che sarà integrato da un video documentario.
 
Eventi, quali il “Salone Internazionale dell’Umorismo” e le “Mostre dei pittori americani”, costituiscono esempi concreti della visibilità internazionale di Bordighera rafforzata dalla convinta visione europeista del senatore Raul Zaccari. 

* Salvatore Vento, sociologo, laureato a Trento nel 1972, nell’ultimo decennio ha concentrato la sua riflessione sui temi del rapporto passato–presente, in particolare attraverso la produzione video documentarista oggi consultabile su Youtube. È autore e curatore di diversi volumi, tra i quali Cattolicesimo sociale e politica. L’esperienza genovese del primo dopoguerra (Marietti); Genova 2004 capitale europea della cultura in viaggio con le associazioni; La città ritrovata (De Ferrari). 




sabato 19 ottobre 2019

Mostra di opere grafiche di Marco Cassini a Bordighera (IM)


Oggi pomeriggio, sabato 19 Ottobre 2019, alle ore 17,00, nella sede dell’Unione Culturale Democratica di Bordighera (IK), in via al Mercato, 8, avrà luogo l’inaugurazione della mostra di opere grafiche di Marco Cassini. L’esposizione rimarrà aperta al pubblico tutti i giorni, dalle ore 17,00 alle ore 19,00, fino a Domenica 27 Ottobre 2019, con ingresso libero.

Marco Cassini, nato ad Apricale (IM) nel 1954, vive e lavora a Genova ma ha trascorso infanzia e giovinezza nel Ponente ligure dove ritorna frequentemente.

Incisore, pittore ed illustratore. 
Ha iniziato l'attività incisoria nel 1984 lavorando con le tecniche calcografiche e la linoleografia.

Ha all'attivo circa 80 matrici. 
Stampa in proprio.

Dal 1993 ha partecipato alle collettive dell'Associazione Incisori Liguri.

Recentemente, ha pubblicato “Antòlogia Antonio Rubino e l'amore per la Liguria”, “La magnifica invenzione: Pionieri della fotografia in Val Nervia” scritto con Giorgio Caudano. 
Ha collaborato alla mostra “Monet-Ritorno in Riviera”.
 
Ad Apricale ha allestito l'Atelier A assieme all'artista francese Danièle Noel, frequentato da artisti di fama e giovani promesse.

Ha frequentato per quattro anni i corsi liberi di disegno, pittura e incisione, tenuti da Edoardo Alfieri, Luigi Sirotti e Nicola Ottria, all'Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova. 
Approfondendo poi la pratica presso gli studi di Alberto Helios Gagliardo e Angelo Oliveri.

Appassionato di stampe antiche e di Ex-libris, è anche studioso di storia dell'illustrazione, dell'incisione e della fotografia.

"Il suo esercizio calcografico coinvolge, spesso usandole contemporaneamente, le tecniche dell'acquaforte, della linoleumgrafia, dell'acquatinta, della puntasecca, del bulino, del collage." (Germano Beringheli)

Bibliografia
Repertorio degli Incisori Italiani, Bagnacavallo, 1993-96; 
Dizionario degli Artisti Liguri a cura di Germano Beringheli (e successivamente di Paola Valenti e Leo Lecci), De Ferrari Editore, Genova e tutti i cataloghi annuali dell'Associazione Incisori Liguri 1993-2018.




D'Ottobre Francesco, 2019




martedì 15 ottobre 2019

Torre Paponi brucia

Foto di Davide Papalini (Opera propria, CC BY-SA 3.0) in Wikimedia
Torre Paponi [Frazione di Pietrabruna (IM)] è un piccolo paese nell'immediato retroterra imperiese, sulla strada che da San Lorenzo al Mare conduce a Pietrabruna, nella vallata del torrente San Lorenzo, a 210 metri di altitudine. La popolazione (n. 150 abitanti) è composta, in stragrande maggioranza, di contadini olivicoltori piccoli proprietari e di qualche artigiano.

Durante l'occupazione nazifascista, senza essere un centro di reclutamento o base partigiana, è stato tuttavia un paese benemerito nella lotta di liberazione per i molti aiuti in denaro e viveri concessi ai partigiani di “Curto”, al distaccamento di “Mancen”, “Peletta”, “Artù”, “Danko”, al distaccamento “Fenice” e ad altri più piccoli. Anche muli e bestiame vario furono imprestati o venduti o donati ai partigiani nel periodo novembre 1943 a dicembre 1944 (1).

(1) (Gran parte dei tragici episodi di Torre Paponi narrati in questo capitolo sono stati tratti dalla testimonianza di Andrea Ascheri nativo del luogo, menzionato nella narrazione come protagonista, miracolosamente scampato alla strage).

Proprio nel dicembre del 1944 Torre Paponi viene a trovarsi al centro di una vasta zona partigiana.

Il nemico è a conoscenza di grossi concentramenti di garibaldini della IV brigata sulle alture comprese tre la valle Argentina e la val Prino. Per l'ennesima volta tenta di distruggerli mettendo in esecuzione i piani prestabiliti.

Dal mattino del 13 al pomeriggio del 18 di dicembre i Comandi tedeschi di Taggia, di villa Cipollini e di Sanremo, rimangono quasi completamente privi di truppa inviata in rastrellamento nelle suddette zone.

L'azione dovrebbe iniziare con un fulmineo attacco al paese di Badalucco per mezzo di artiglieria e di reparti di guastatori con l'incarico di distruggere completamente il paese, reo di accogliere e rifornire giornalmente i garibaldini. Ma l'azione, per cause imprecisate, viene alquanto ridotta. (2) (Da una relazione del responsabile S.I.M. Del 3° battaglione “Artù” al comando della IV brigata, del 17-12-1944, prot.n. 86/E/5).

Il primo contatto tra i garibaldini e Tedeschi in fase di rastrellamento avviene alle ore 22 del 13, quando il garibaldino “Baffino” del 2° distaccamento “Italo” (primo battaglione, IV brigata), addetto alle spese viveri, scaglia una lanterna contro due Tedeschi sbucati tra le case inferiori del paese di Pietrabruna. Raggiunto l'accampamento verso l'una dopo mezzanotte e dato l'allarme, gli uomini nascondono tutto il materiale pesante del distaccamento.

Presa la decisione di imboscare il nemico, 25 garibaldini guidati dal comandante “Curto”, che occasionalmente aveva pernottato presso il distaccamento,con passo celere raggiungono la strada ad un chilometro da Pietrabruna e attendono in agguato tutta la notte invano.

Ormai è iniziata la giornata del 14, il sole s'innalza, ma il nemico non transita. Quattro borghesi, incontrati nei pressi del luogo dell'agguato, affermano che in Pietrabruna non vi sono Tedeschi, però, ripresa la via del ritorno, i garibaldini vengono investiti da raffiche di “Mayerling” partite dalle prime case del paese.

La reazione è pronta ed efficace, ma rimane ucciso sul posto Giuseppe Sciandra (Matteo) fu Matteo, nato a Pamparato (Cuneo) il 12-09-1907, garibaldino della IV brigata, mentre il garibaldino “Lolli”, colpito in modo grave alla schiena, non può più camminare, però alcuni animosi, riescono a porlo in salvo. (3) (Da una relazione di Maurizio Massabò “Italo” comandante del 2° distaccamento (primo battaglione), al Comando della IV brigata, del 16-12-1944. Il garibaldino Luigi Rovatti “Lolli” sarà trasportato nell'ospedale partigiano di Tavole ove rimarrà fino al 28-01.1945 e poi in quello di Arzene (Carpasio) ove guarirà).

Sganciatosi, il gruppo di “Curto” insiste nell'agguato presso il paese di Torre Paponi fino a tarda sera, ma invano, il nemico è transitato altrove,. Già nelle prime ore del mattino altri piccoli gruppi di partigiani, per Torre Paponi, senza tuttavia fermarsi, avevano preso la direzione di San Salvatore.

Inspiegabilmente qualche ore dopo giungono i Tedeschi. Un piccolo gruppo di rastrellatori, forse di passaggio per caso o forse anche inviati sul luogo su segnalazione di qualche spia locale.

Intimorite dalla ostentata grinta dei nazisti, alcune donne del paese accennano o confermano (non è stato possibile accertare con precisione quale delle due versioni sia l'esatta) il passaggio dei gruppi partigiani. I Tedeschi non fanno commenti e si avviano in direzione del paese di Lingueglietta.

Giunti sulla collina che separa i due paesi, ecco che compiono la prima rappresaglia su alcuni ostaggi che si portavano dietro da chissà dove. Fucilano i civili Francesco Guasco fu Domenico, Carolina Guasco fu Domenico, Agostino Balestra di Ventimiglia e il pastore Pietro Lanteri nato a Realdo nel 1884, che col suo gregge svernava in Pietrabruna.

Costui portava a tracolla un sacco con del pane nero; gli sgherri ne prendono un pezzo e glielo infilano in bocca, quindi proibiscono di toccare il cadavere e ingiungono di lasciarlo per la strada a tempo indeterminato. Però dopo poco tempo il comandante “Curto”, di passaggio, ordina il recupero della salma ed il parroco la fa seppellire.

Alle ore 14.30 del giorno stesso i nazisti ritornano in forze su una quindicina di autocarri e circondano il paese.

Dopo un'intensa sparatoria eseguita con armi automatiche, restringono la morsa; ad un certo momento entrano nel paese e sparano a zero su un gruppo di giovani colti di sorpresa. Maurizio Papone, Pasquale Malafronte, Andrea Ascheri, Paolo Papone, Antonio Barla e quattro militari di stanza alle vicine polveriere, riescono a stento a mettersi in salvo. Rimane ucciso un giovinetto di quindici anni che stava rientrando in paese portando sulle spalle una fascina, non del paese ma profugo da Ventimiglia, in quei giorni battuta dai bombardamenti navali alleati.

Anche due donne, madre e figlia, colpevoli solo di aver chiamato ad alta voce il rispettivo figlio e fratello, bimbo di pochi anni, sembrando forse ai Tedeschi che esse cercassero di mettere sull'avviso ipotetici partigiani, vengono abbattute a raffiche di mitra.

Successivamente il paese subisce un iniziale incendio, prologo a quello ben più terribile appiccato due giorni dopo; vengono arse due case ed alcuni fienili.

A tarda sera, allorché i rastrellatori ritornano al loro Comando di Arma di Taggia con gli ostaggi Luigi, Stefano, Egidio, tutti di cognome Papone, e due profughi ventimigliesi, la popolazione riesce a circoscrivere l'incendio.

Però non tutti i Tedeschi lasciano la zona; alcuni piccoli gruppi si occultano, si pongono in osservazione e rimangono in contatto con eliografisti che, dalla località Castelletti, trasmettono segnali verso San Salvatore, davano disposizioni relative allo sviluppo che doveva assumere il rastrellamento nei giorni successivi.

All'alba del 15 altri fascisti e Tedeschi rastrellano nuovamente le zone Circostanti Torre Paponi, Pietrabruna, Lingueglietta e rinforzano una loro batteria piazzata a Pian del Drago. Per rifarsi dei magri risultati ottenuti nella caccia ai partigiani, razziano tutto il bestiame che trovano.

L'esasperazione è al colmo ed una squadra di garibaldini del primo battaglione, messa al corrente della situazione dai contadini, per liberare il bestiame attacca senza indugio il nemico che, sorpreso, si ritira in direzione San Lorenzo al Mare per chiedere rinforzi al Comando locale. (4) ( Da una relazione di “Gianni”, responsabile S.I.M., al comando della V brigata, del 18-12-1944).

Il distaccamento “Italo” rientra in stato d'allarme, il nemico è scorto in lontananza.

Nonostante le lievi perdite subite, il Comando tedesco ordina immediatamente di condurre una rappresaglia su Torre Papponi il giorno seguente con l'impiego di formazioni S.S. altoatesine e di brigatisti neri.

Gli ostaggi portati ad Arma di Taggia vengono rilasciati con la pura e semplice raccomandazione di non offrire più ospitalità ai partigiani e di rimanere tranquilli nelle loro case.

Ciò risulterà una menzogna ignobile a cui viene prestato credito per la sprovvedutezza del momento dettata dalla paura.

Con questo stratagemma i nazifascisti riescono a dissipare momentaneamente le apprensioni e ad affievolire la diffidenza degli abitanti di Torre Paponi, per poter mettere in esecuzione il loro insidioso piano, in particolare, per poter catturare più uomini possibile al momento opportuno, quando non guarderanno più di stare all'erta, premunirsi o nascondersi nei rifugi che si erano scavati per la campagna.

Anche l'accusa, che si sentirà ripetere poi dai fascisti con insistenza per giustificare la strage, che Torre Poponi ere un centro di banditi, sarà ben lungi da essere provata poiché il paese non è mai stato tale e tanto meno un centro di Comando.

Nella notte colonne tedesche di rinforzo partono da Castellaro e salgono in direzione del monte Faudo e del passo Vena, rastrellano passo Follia e San Salvatore, si scontrano con pattuglie del distaccamento di “Italo” sotto il monte Faudo e sparano nell'oscurità, alla cieca, con mitraglie a canne da 20 mm. (5). ( Da una relazione di Francesco Bianchi “Brunero”, responsabile S.I:M. Al Comando della V brigata, del 19-12.1944 n. 217).

All'alba del 16 le S.S., accompagnate da una spia in borghese, investono il distaccamento “Nino Stella”, distruggono i casoni dell'accampamento, qualche arma e vari equipaggiamenti (una cassetta di munizioni per “Mayerling” con circa 200 colpi, cinque moschetti, otto coperte, la macchina da scrivere e un fagotto di Farina). I partigiani si ritirano presso il distaccamento di “Pancio” che non viene investito;però in giornata cade il garibaldino della IV brigata Antonio Novella “Novella” fu Giovanni, nato ad Arma di Taggia il 12-02-1923.

Altre forze nemiche occupano la valle di Dolcedo; sei autocarri carichi di truppa raggiungono il paese, poi il borgo di Bellissimi e Santa Brigida, quindi lanciano razzi bianchi; è il segnale dell'attacco. Rastrellano la valle sotto Santa Brigida, le zone a monte, Lecchiore e San Bernardo; lunghe raffiche di mitragliatrice e colpi di mortaio si ripercuoteranno per la vallate fino alle ore 19.00 (6). (Da una relazione di Italo Bernardi “Montanara”, responsabile S.I.M., al Comando della IV brigata, del 16-12-1944, prot. n. 360/N/12).

Contemporaneamente a Lingueglietta, dove sostano per poco, le S.S. altoatesine arrestano il parroco del paese don Vittorio De Andreis, ritenuto colpevole di aver avvertito i partigiani con i rintocchi del mattino della presenza nemica. Dopo aver incendiato molte case di campagna e prelevano ventotto ostaggi (che tradurranno alle carceri di Oneglia e quattro saranno inviati in Germania di cui uno non tornerà più), proseguono il cammino e raggiungono Torre Paponi che si sveglia al crepitio delle armi automatiche.

Oltre 800 uomini tra Tedeschi e fascisti stringono in un cerchio di ferro e fuoco il paese impegnandosi in una delle più sanguinose imprese che la storia della Resistenza in Liguria ricordi.

Investono l'abitato con una valanga di proiettili, sparano con artiglierie pesanti e leggere, con razzi e proiettili traccianti, mettono in azione lanciafiamme e mortai che iniziano la loro opera di demolizione.

Sospeso il fuoco dopo circa mezz'ora, con mitra alla mano si lanciano nel paese. La prima vittima dello sterminio è Antonio Fossati di anni 43, ucciso a bruciapelo sulla soglia di casa. Il Fossati non è un partigiano o un particolare amico dei partigiani. Nessuno di quelli che saranno le innocenti vittime dell'infamia nazifascista potrà mai essere incolpata, a parziale discolpa per legge di guerra, di aver direttamente appartenuto al movimento di liberazione nazionale.

Colpito da una raffica di mitra al ventre, il sedicenne Giacomo Papone riesce a trascinarsi per una ventina di metri invocando disperatamente la madre, finché una seconda raffica sparata da un Italiano in divisa tedesca e che gli grida “te la diamo noi ora la mamma”, non lo inchioda definitivamente al suolo.

Matteo Temesio, decoratore di 41 anni, catturato presso la sua casa e condotto un po' fuori del paese, è ucciso con un colpo di rivoltella alla nuca.

Ernesto Pagani, Valentino Gonella, Luigi Papone (uno degli ostaggi rilasciato il giorno precedente), Bartolomeo Papone e Francesco Barla, vengono trucidati in gruppo in mezzo alle vie del paese. Si proibisce alla popolazione di rimuovere i loro corpi abbandonati sul posto, spostarli o pietosamente coprirli con un lenzuolo.

Sorte analoga subisce un altro Bartolomeo Papone, padre di famiglia numerosa, selvaggiamente ucciso ed abbandonato per la scala della propria abitazione.

Stefano Papone quindicenne (secondo ostaggio rilasciato), è ucciso poco distante,nella piazza ove era solito giocare a bocce.

Pure colpito Cosimo Papone, ma con scarso successo perché, con mossa prontamente eseguita, riesce ad offrire un bersaglio soltanto parziale ai mitra delle S.S. Per cui, ferito di striscio, se la caverà con un braccio amputato.

Dalla chiesa, dove erano stati sospinti ed ammassati dopo la cattura avvenuta nelle loro abitazioni, vengono prelevati Egidio Papone (terzo ostaggio rilasciato), don Pietro Carli parroco del paese, don Vittorio De Andreis canonico-vicario di Lingueglietta, Andrea Ascheri, due profughi di Ventimiglia di cui uno dodicenne ed Antonio Geranio; i civili sono immediatamente Trucidati lungo la rampa che immette alla mulattiera per Boscomare, invece i due religiosi, condotti in un fienile e uccisi, vengono cosparsi di benzina e bruciati.

Solo l'Ascheri, a cui si parla in francese e lo si invita a discolparsi, dopo aver subito una specie di processo farsa e dopo essere stato posto davanti al plotone di esecuzione per un po' di tempo, è rilasciato incolume, con minacce e l'ingiunzione di non muoversi dalla chiesa fino a nuovo ordine.

Compiuta la strage, gli assasini pongono mano al fuoco per cui ben poche case del paese rimangono indenni. Volutamente risparmiano la chiesa, la canonica, l'oratorio dei SS Cosma e Damiano ed alcune case site alla perifferia, invece incendiano tutte le altre case, la scuola e l'asilo, i fienili ele stalle.

Una densa nube di fumo si leva in aria e ben presto ricopre l'intero paese. Le case crollano con grande schianto in una scena apocalittica di desolazione e di morte. I superstiti, ancora ammassati in chiesa, vengono ammoniti a non uscire per le vie, pena la morte. I Tedeschi ed i fascisti, accampati in Torre Paponi, lasceranno l'abitato soltanto il giorno dopo, alle ore 11.30 circa (7). (Col titolo “Fremete”, riportiamo dal giornale provinciale “Fronte della Gioventù d'Imperia” anno I n. 5 (1944) la narrazione dei tragici fatti di Torre Paponi).....

….. A Torre Paponi i danni risultano incalcolabili; tutto attorno si respira aria di tragedia spaventosa. Le case continuano ad ardere ed i morti ostruiscono le strette vie del paese. I miseri cadaveri verranno ritirati soltanto qualche tempo dopo da militi dell'UNPA (Unione Nazionale Protezione Antiaerea) di Oneglia, a cui il Comando delle S.S. Di Taggia aveva trasmesso l'incresciosa incombenza.

La suora Giovanna Simondini, rimasta ferita durante il bombardamento di Pietrabruna, morirà ad Imperia nei giorni successivi. Ballestra Francesco, Maccario Domenico e Maccario Mario sono gli altri Ventimigliesi (frazione Torri) uccisi nell'incursione di Torre Paponi.


da Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) volume III di Francesco Biga


lunedì 14 ottobre 2019

Profumo di maggiorana


Mi piacerebbe poter dire: “Fin dalla più tenera età ero certa che da grande sarei diventata una scrittrice”, ma non sarebbe del tutto vero. In realtà non sapevo dare quel significato al sentimento che mi trascinava verso la scrittura e i libri. Ero una ragazzina di provincia che leggeva di continuo e fantasticava, scriveva poesie e a quattordici anni progettava un romanzo, ma non conosceva scrittrici che potessero rappresentare un modello. Allora dicevo che da grande  avrei fatto la libraia,  così sarei entrata a pieno titolo nel mondo dei libri e delle storie.

Penso che quando si scrive in forma autobiografica, sia che si tratti di una breve nota come questa o di una vera e propria biografia, si proceda un po’ come si fa per un romanzo: si decide cosa lasciare fuori, si fanno delle scelte, come scrive Doris Lessing nel saggio “Scrivere un’autobiografia”. Perché l’opinione che abbiamo della nostra vita cambia di continuo, si modifica con l’età. Quello che si pensa di sé, quello che si ritiene davvero importante per definirci, è influenzato dai sentimenti del momento. Io fin’ora non ho mai scritto in forma dichiaratamente autobiografica usando la prima persona, ma ho disseminato tracce della mia storia personale nei racconti e nei romanzi. Ai lettori e alle lettrici l’onere di scoprirle, se ne hanno voglia.

Alcune note biografiche però sono inconfutabili. E allora eccole. Sono nata a Ventimiglia, in Liguria, ultima città italiana prima di arrivare in Francia. Da lì al confine sono solo pochi chilometri di mare e rocce, e borghi alti annidati sulle creste in mezzo ai pini e alle ginestre. La Mortola, Grimaldi, Ciotti, Le Ville. Luoghi bellissimi che amo ancora molto, e che purtroppo ormai vedo di rado. Appena più in là la costa francese, nitida da Mentone a Nizza, mi ha sempre comunicato la sensazione che i confini sono fatti per essere attraversati. Come quelli che si valicavano senza nemmeno accorgersene, andando per funghi in montagna verso Gouta e Cima Marta. Ho frequentato il Liceo Classico prima a Ventimiglia e poi a Sanremo, dove ho scoperto con orgoglio che quelle erano le stesse aule frequentate da Italo Calvino e da Eugenio Scalfari. Frequentare quel Liceo dal ’67 al ’69, gli anni della contestazione studentesca, mi ha aperto gli occhi sul mondo e cambiato la vita.

Vivo a Pescara ormai da molti anni, qui ho cresciuto le mie figlie, Francesca e Stefania; mi sono laureata, ho lavorato e costruito relazioni. Oggi sono definita da tutto ciò. Ma faccio mia l’affermazione di Calvino: “La Liguria è il mondo abitato dal vero me stesso all’interno di me”. E questo ha molto a che vedere con la creatività, l’immaginazione, le geografie dell’anima e della fantasia. Non credo che potrei vivere in una città dove non c’è il mare; ma l’Adriatico è molto diverso dal mar Ligure, non ha lo stesso odore e non ha suono. Anche i pesci sono diversi.

Ho fondato molti anni fa insieme ad altre amiche una associazione che si chiama “Centro di cultura delle donne Margaret Fuller” , che nei tanti anni trascorsi da allora ha accompagnato la vita culturale e politica di tante donne di Pescara.

Ho iniziato a sperimentarmi sul serio nella scrittura all’inizio degli anni ’90 con alcuni racconti pubblicati su Tuttestorie, rivista diretta da Maria Rosa Cutrufelli. Da allora non mi sono più fermata, anche se ho proceduto con passo lento perchè c’era una vita che andava vissuta.

Incoraggiata dai giudizi positivi di Grazia Livi sui miei primi racconti che le avevo chiesto di leggere, nel corso di una amicizia durata alcuni anni e di cui conservo gelosamente molte lettere, ho pubblicato nel 1999 il mio primo libro. Si trattava di una raccolta di racconti dal titolo La storia di un’altra (Edizioni Tracce), che ha inaspettatamente vinto il Premio Piero Chiara, il più importante premio letterario italiano dedicato ai racconti. Ormai non più stampato, si trova però in ebook suddiviso in tre volumetti. Del 2004 è il romanzo Il tempo dell’isola, che racconta l’inizio della guerra dei Balcani vista attraverso lo sguardo di due donne; prima di darlo alle stampe lo avevo sottoposto al giudizio di Predrag Matvejevic che lo aveva molto apprezzato. Sono seguiti due romanzi pubblicati da Piemme, Adele né bella né brutta, finalista al Premio Stresa 2008, e Una furtiva lacrima nel 2013...*

Ho curato la pubblicazione di libri di narrativa e saggistica scrivendo prefazioni e recensioni, organizzato iniziative di valorizzazione della storia e della cultura di genere femminile. Collaboro con la rivista Leggendaria, il LetterateMagazine, il Magfest (Festival di donne nel teatro). Da parecchi anni organizzo laboratori di scrittura creativa e autobiografica...


Maristella Lippolis

*Un elenco dei suoi libri pubblicati a questo link




lunedì 7 ottobre 2019

L'eco di Gardel nel ponente ligure

Gran parte della zona interessata da questo racconto: segnatamente, Latte, Frazione di Ventimiglia (IM), e dintorni
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Villatella, Frazione di Ventimiglia (IM)
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da Ho radici e ali di Arturo Viale



sabato 28 settembre 2019

Sul sorgere della Repubblica Partigiana di Pigna (IM)

Pigna (IM) - uno scorcio
Verso la fine d’agosto 1944, in concomitanza con l’avanzata degli eserciti alleati sbarcati in Provenza, la V^ Brigata Garibaldi, forte ormai di oltre 950 uomini, iniziò un’azione convergente su Pigna, tenuta da un centinaio di militi repubblicani e centro delle difese nazi-fasciste della zona di montagna.
La brigata era posta sotto il comando di Ivano (Vittò – Vittorio Guglielmo), magnifico conduttore di uomini che all’ammirevole potenza di concezione militare, accoppiava un ardore infaticabile nell’azione e, spesso, una temerarietà che dava i brividi. E Vittò  (1) sapeva di poter contare sui suoi uomini fino all’ultimo, chè i garibaldini, spronati dal suo mirabile esempio e dall’esempio degli altri capi, primi fra i primi in ogni azione rischiosa, anelavano ad una sola cosa: il combattimento.
Il piano d’attacco si svolse durante tutta l’ultima settimana del mese con un susseguirsi ininterrotto di azioni audaci compiute da piccoli nuclei di arditi, da squadre, da distaccamenti o da più distaccamenti insieme.
Non si dava un attimo di tregua al nemico. Ed il nemico, impotente a resistere, presentendo la sua disfatta, sfogava la sua ira bestiale ed impotente contro le inermi popolazioni: Rocchetta Nervina, Castelvittorio, Gerbonte, Triora, Molini di Triora, Badalucco, piccole pacifiche frazioni, casolari e baite furono così devastati o completamente distrutti.
In quei giorni si distinsero i distaccamenti di Gino (Gino Napolitano), di Leo (Stefano Carabalona), e di Moscone.
Alla fine il nemico rinunciò a difendere le sue posizioni di Pigna: evacuò il paese e si ritirò su posizioni più arretrate (Isolabona – Dolceacqua), abbandonando nella fuga precipitosa armi e munizioni che furono recuperate dai nostri e che andarono ad arricchire l’esiguo armamento di cui la brigata era provvista.
Venne occupata Pigna, dove si stabilì il comando dei Partigiani, si nominò un’amministrazione provvisoria e si provvide a munire la difesa della zona sia per poter riprendere gli attacchi verso la costa ed in direzione del fronte francese che si andava spostando verso est, sia per far fronte ad eventuali contrattacchi nemici.  Infatti il I° distaccamento prese posizione su Passo Muratone alla destra dello schieramento per impedire puntate provenienti da Saorge (Francia); il V distaccamento, al comando di Leo, occupò la stessa Pigna, posta al centro dello schieramento, distaccando una squadra di venti uomini a Gola di Gouta a guardia della strada; infine il IX distaccamento, insieme alla banda locale di Castelvittorio, si dispose a difesa sulla linea Monte Vetta- Rio Bonda.
Il cardine di tutto lo schieramento era quindi costituito da Pigna, tenuta da Leo che aveva il comando della Val Nervia.
Ci furono diverse puntate dei partigiani durante tutto il mese di settembre del 1944,  ma la sperata avanzata alleata si era ormai esaurita ed il fronte al confine italo-francese sembrava essersi stabilizzato.
Sintomi di un ritorno offensivo tedesco non mancavano e il SIM riceveva continuamente segnalazioni di spostamentì nemici intesi a preparare un vasto
movimento contro i patrioti.
A fine settembre i presidi tedeschi di Isolabona e di Dolceacqua furono notevolmente rafforzati.
Vittò, allo scopo di prevenire il nemico (di cui si presentiva che avrebbe presto scatenato un attacco in forze contro le posizioni per tentare di ricacciare i partigiani verso l’alta montagna e di disperderli)  studiò un piano di operazioni che avrebbe dovuto sorprendere i tedeschi nella fase preparatoria e ne avrebbe minacciato tutto lo schieramento sul fronte francese.
Doria (2) venne inviato a Pigna con la squadra di mortai da 81 e da 45, in modo che il centro della linea dei Resistenti formasse un baluardo formidabile e desse la possibilità alle ali di agire senza la preoccupazione di essere tagliate in due tronconi.
Rinforzata così la difesa di Pigna iniziarono azioni offensive condotte contro la media e bassa Valle del Nervia e contro la Valle del Roia, che, con la grande rotabile che l’attraversa, rappresentava l’unica via di rifornimento per le truppe tedesche attestate nel versante della valle stessa.
Il 26 settembre Doria ppoggiato da Leo con una squadra di fucilieri ed il mortaio da 45, sviluppò una azione di disturbo su Isolabona. Il mortaio si condusse egregiamente. Non meno di 25 bombe caddero sull’edificio occupato dal nemico, che però non osò uscire.
A Pigna, nel frattempo, era giunta una missione (n.d.r.: la Flap, la stessa cui si fece cenno a questo link) composta, di numerosi ufficiali “alleati”, accompagnati da un corrispondente di guerra canadese.
La missione studiata la zona, avrebbe dovuto proseguire per la Francia passando attraverso le maglie delle linee tedesche fra Gramondo e Sospel.
In vista della difficoltà dell’operazione, il comando della brigata stimò opportuno sospendere momentaneamente le azioni, allo scopo di non tenere la zona in continuo allarme ed evitare in tal modo una possibile sorpresa da parte tedesca sul gruppo degli ospiti.
La forzata inazione venne sfruttata per rafforzare le linee e Vittò affidò a Doria il compito di cooperare con Leo ad un nuovo piano di attacco, nel quale avrebbe concorso l’artiglieria, quella recuperata in qualche modo dai partigiani in vari forti abbandonati di confine.

(1) Vittorio "Vittò/Ivano" Guglielmo, da  Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia: Guglielmo Giuseppe Vittorio “Vitò/Vittò/Ivano”, 1916/2002. Antifascista, nel 1936 fa parte di un gruppo di circa 40 compagni del Ponente Ligure che si arruolano nelle Brigate Internazionali a difesa della Repubblica Spagnola e ne organizza l’espatrio clandestino. Da Figueras e Albacete si trasferisce nel Marzo 1937 a Madriguera dove si sta ricostituendo una Brigata. Combatte a Fuencarral e in Aprile a Madrid. Viene ferito durante la battaglia di Brunete (Villafranca del Castillo), ed in seguito partecipa alle battaglie di Estremadura, Argan, Huesca e sul fronte dell’Ebro.
Con la disfatta della Repubblica Democratica ripara in Francia attraverso i Pirenei. Internato in campo di concentramento, viene rimpatriato nel 1940. Condannato per renitenza alla leva, viene inviato sul fronte greco-albanese e successivamente a Creta.
L’8 Settembre 1943 è al deposito militare di Caserta, da dove raggiunge Sanremo e quindi la Valle Argentina vicino a Triora.
Qui inizia subito ad organizzare un distaccamento garibaldino. Nel Marzo del 1944 durante un’azione, viene nuovamente ferito al petto da un colpo di pistola.
Guarito, nel mese di Luglio assume il comando della V^ Brigata che assieme alla IV^ ed alla I^ costituiscono la II^ Divisione d’assalto Garibaldi “Felice Cascione”.
Dirige un grande numero di battaglie ed azioni partigiane, spesso vittoriosamente. Tra il 4 e l’8 Ottobre 1944 dirige la difesa della Repubblica Partigiana di Pigna resistendo a soverchianti forze nemiche.
Subisce con la sua Brigata il grande rastrellamento dell’Ottobre 1944, riuscendo a sganciarsi e passare con essa a Fontane (CN) in Val Corsaglia, attraverso Upega, Viozene ed il Mongioie.
In Novembre rientra in Liguria e il 19 Dicembre 1944 assume il comando della II^ divisione.
Il 25 Aprile 1945, al comando di circa 2000 uomini occupa Ventimiglia, Sanremo, Bordighera, Taggia e Porto Maurizio.
E’ stato insignito di Medaglia d’Argento al V.M.

(2) Armando "Fragola Doria" Izzo, da Wikipedia: Armando “Fragola Doria” Izzo (Afragola, 12 giugno 1916 – Afragola, 19 dicembre 2004). Si laureò in legge pochi giorni prima che venisse chiamato con la leva obbligatoria a combattere nella zona di Mentone con il grado di sottotenente. Cominciò subito a lavorare per il Tribunale Militare di Guerra della Quarta Armata a Breil-sur-Roya, e proprio grazie a questa esperienza cominciarono a maturare in lui forti dubbi sul momento politico italiano nel quale viveva. Dopo l’8 settembre 1943, avvenuto l’armistizio, con l’aiuto di partigiani francesi, Izzo riuscì a fuggire e, attraverso i passi alpini, giunse a Cima di Marta e quindi prese dimora a Triora. Armando Izzo entrò nelle formazioni partigiane col soprannome di “Fragola Doria” – il soprannome serviva a non essere identificati dai fascisti, nel suo caso fu chiamato “Fragola” perché di Afragola, “Doria” per il colore dei capelli, in realtà più rossi che dorati -. Inizialmente fu inquadrato nella IX Brigata “Felice Cascione” comandata da Vittò e successivamente nella V Brigata d’assalto “Luigi Nuvoloni”; partecipò a numerose azioni contro i nazifascisti come ufficiale alle operazioni. Distintosi per il coraggio e per lo sprezzo del pericolo, a dicembre del 1944 prese il comando della V Brigata, sostituendo Vittò, passato a dirigere la II Divisione F. Cascione; tenne il comando fino alla Liberazione. Tra l’altro diresse l’attacco a Breil, fece saltare il viadotto tra Digne e Nizza, appena ricostruito dai tedeschi, partecipò all’occupazione di Pigna, contribuendo alla nascita della Libera Repubblica di Pigna. Insieme a Peitavino (Silla) di Isolabona fu il creatore e l’animatore del giornale “Il Garibaldino”, stampato a Realdo. Tra i redattori del giornale vi fu anche Italo Calvino, allora giovane aderente alla lotta partigiana proprio nella V Brigata. L’8 ottobre 1944 era stato ferito gravemente in località Prealba vicino Pigna, durante uno scontro a fuoco con i tedeschi; ritenuto morto, furono celebrati i suoi funerali. Era stato invece trovato da abitanti del luogo e portato in una baita in alta montagna, dove fu curato…)

da “L’epopea dell’esercito scalzo” (a cura di Mario Mascia – ed. A.L.I.S.)


mercoledì 25 settembre 2019

Cenni sulla botanica dei monti del ponente di Liguria

Foto Moreschi

Il Monte Toraggio - Foto Moreschi
Primi asfodeli a Monte Ceppo -  Foto Moreschi
Il settore meramente alpino della Liguria, pur nella sua limitata estensione circoscritta alla porzione delle Alpi liguri ed all'inizio delle Marittime, rappresenta  uno  fra gli ambiti più rilevanti e peculiari per la sua prossimità all'ambiente mediterraneo ed al forte condizionamento climatico che ne subisce.

Le sue cime più significative attorno ai 2000 metri d'altitudine, a volte superandoli, altre volte rimanendo di poco al di sotto, si chiamano Toraggio, Pietravecchia, Cima Marta, Saccarello, Mongioje, Marguareis,  Carmo, Armetta, che si affiancano a quelli di minor elevazione, ma dotati di  caratteri geologici, climatici, e vegetazionali, propri dell'orizzonte alpino: sono il gruppo sovrastante Voltri, la cerchia montuosa di Santo Stefano d'Aveto, l'Aiona, il Maggiorasca, con situazioni ambientali del tutto differenziate rispetto al panorama vegetale dell'Appennino ligure.

La fascia più elevata della nostra regione, fra l'altro percorsa da Ventimiglia a La Spezia da una straordinaria arteria, lunga 440 chilometri, chiamata "Alta Via dei Monti Liguri", dal punto di vista vegetazionale  presenta  piani articolati, che si susseguono a volte in modo coerente, altre volte con passaggi repentini dall'areale del Faggio, a quelli di Larice, Abete e Pinus sylvestris, per  arrivare al regno indiscusso degli arbusti contorti (Rhododendron ferrugineum e Juniperus sabina), ed infine a quello culminale delle praterie e delle rupi.

La flora presente denuncia i tipici connotati delle piante alpine, soggette a condizioni ambientali e climatiche molto difficili che innescano una complessa gamma di opportuni adattamenti per la conservazione della specie e la caparbia difesa di ogni minimo frammento di territorio, formando associazioni vegetali riscontrabili con minime variazioni in tutta la cerchia alpina.

Molti di questi fattori evolutivi sono legati alla storia delle catene montuose.

Le montagne liguri con la loro concentrazione in spazi limitati di una varietà rilevante di condizioni ambientali difformi, hanno consentito la stabile residenza a molti vegetali, anche nei periodi in cui le condizioni generali del clima sono mutate più volte radicalmente.    
Pertanto si spiega come sia possibile ritrovare sui nostri rilievi montuosi, anche se presenti in limitate stazioni, piante di origine caucasica, himalayana, provenienti da ambienti steppici, dalle tundre nordiche, specie mediterranee e nordafricane accanto a quelle da sempre indigene.

Tutto ciò ha richiesto strategie di adattamento molto sofisticate. Poiché la maggior parte di liquidi viene eliminato tramite gli stomi delle foglie, il problema principale è quello della traspirazione; può esser regolata razionalmente dall'ispessimento delle pareti cellulari dell'epidermide, se queste diventano più consistenti o se vengono rivestite di mezzi protettivi fisici, se l'ampiezza delle lamine è limitata.

Le diverse soluzioni adottate a questo scopo sono:

    tormentosità più o meno fitta per deviare i raggi del sole e mantenere uno strato di aria contatto con l'epidermide come nelle Artemisia, Hieracium, Antennaria, Leontopodium: oppure setole o seta  come nei Juncus, Carex, Allium

    rivestimenti cerosi  come nella Primula farinosa e longiflora, Cerinte glabra, ecc

    spessore e minor superficie fogliare per accumulare i succhi nei tessuti come i Sempervivum, Sedum, Rhodiola

    superficie cuoiosa e coriacea come il Rhododendron, l'Arctostaphylos, la Globularia cordifolia o la Polygala chamaebuxus)

    ripiegamento dei bordi su se stessi per ridurre il contatto con l'aria della lamina come nell' Erica carnea.

Un'altro aspetto fra i più evidenti nelle specie alpine è quello della statura ridotta, con portamento quasi sempre aderente al suolo per difendersi dai venti, la cui velocità si attenua in prossimità della superficie; in tal modo diminuisce anche la traspirazione con la possibilità di un rifornimento rapido di liquidi.

L'aria rarefatta delle alte quote causa forti escursioni termiche segnate da una forte insolazione  diurna e la successiva dispersione di calore della notte, obbligando molte specie a munirsi di utili difese anche contro il gelo. A contatto con il suolo il fusto principale della pianta produce attorno a se numerose ramificazioni secondarie fittamente fogliose, formando un tappeto compatto ed emisferico (pulvino); ottiene così il triplice risultato di assorbire tutta l'acqua necessaria, ridurre al minimo la traspirazione, superare gli sbalzi di temperatura.  Ne sono un esempio probante i cuscini formati dalla Silene acaulis, i diversi  Semprevivi, maestri nel trovare ospitalità nelle fessure, le Sassifraghe penzolanti con le loro grandi spighe fiorite da tutte le pareti rocciose.

Anche le rosette basali, nelle quali risiede la maggior parte del laboratorio fogliare, si trovano strettamente appressate alla base del fusto compresso, con uno stelo, quasi sempre nudo o poco foglioso, destinato a tenere  alto il fiore, come negli Hieracium, Aster, Armeria, Arnica.

La stessa funzione è affidata ai cespi composti da numerosi virgulti tutti fittamente riuniti fra di loro, a volte tappezzanti e cespugliosi come nel caso del Nardus stricta, delle specie d'alta quota di Festuca, Carex ed Artemisia.

Infine la categoria dei vegetali prostrati che distendono fusto e foglie facendoli strisciare aderenti al terreno come la Dryas octopetala, il Salix rethiculata o retusa,  la Saxifraga oppositifolia e la rara Loiseleuria procumbens. I detriti pietrosi  permettono inoltre la conservazione di una gran varietà di specie molto particolari a distribuzione limitata come la Petrocallis pyrenaica, i diversi Thlaspi, l'Erinus alpinus, l'Eritrichium nanum.

Sono tutte  piante molto frugali ma poco resistenti alla concorrenza di specie più aggressive, come quelle che lottano quotidianamente nei prati di tutte le altitudini. Il loro ciclo vegetativo è stato sensibilmente ridotto  per consentire l'espletamento di tutte le operazioni legate alla fioritura ed alla fruttificazione, ben prima del lungo periodo di innevamento e del riposo invernale. L'azione intensa dei raggi solari ha provocato un'altro meccanismo difensivo insospettabile, come l'intensa colorazione dei fiori dovuta alla maggiore concentrazione di pigmenti.

Serve per riflettere i raggi almeno in parte e richiamare gli insetti pronubi perché compiano la loro opera al più presto. Infatti è inutile cercare in questi luoghi specie anemofile, in grado di produrre la grande quantità di polline necessaria a non fallire quando ci si affida all'aria per la propagazione della specie. I mutamenti della crosta terrestre e quelli biologici hanno causato sulle montagne zone di insediamento vegetale sovrapponibili in senso verticale a quelle che seguendo la curvatura della terra si riscontrano sui due emisferi a partire dall'equatore verso i rispettivi poli. Nella parte bassa boschi d'alto fusto; quindi, estesi popolamenti arbustivi, seguiti dalle praterie culminali. A seconda dell'esposizione, le fasce della vegetazione alpina variano la loro quota di limite massimo, come accade sulle montagne della Liguria dove l'influenza del mare le fa progredire di 200 metri, rispetto al  livello raggiunto sulle altre montagne europee.

Come abbiamo visto nelle Alpi Liguri, e nella porzione contigua di Marittime, sono presenti condizioni di favore, definite "oasi xerotermiche": in sostanza sono zone calde ed aride, in grado di ricreare le condizioni ambientali a clima di tipo substeppico, ideali per conservare la sopravvivenza delle specie originarie dell'Asia, arrivate sulle Alpi migliaia di anni fa  nei periodi interglaciali caratterizzati da climi secchi. Venendo a tempi più recenti ed alle trasformazioni operate dall'uomo, il piano collinare vanta la maggior ricchezza di ambienti vegetali perché consente una media annuale di 250 giorni vegetativi; vi crescono, oltre alle piante coltivate, boschi di latifoglie miste, querceti con  castagneti sui versanti più freschi. Le zone più aride ospitano le conifere come il Pinus pinaster ed il  sylvestris. Anche questa fascia ha subito quasi dovunque modificazioni per sfruttare il lungo periodo vegetativo sostituendo il bosco originario con aree per la coltivazione o per lo sfalcio.  L'orizzonte montano con 50 giornate vegetative in meno all'anno è  in buona misura occupato dalla Faggeta frammista a Conifere e, sorprendentemente il Larix decidua, un albero abituato alle forti escursioni termiche annuali, che resiste altrettanto bene a temperature rigide ed a quelle più calde dell'estate con aria asciutta.  Ne è la prova provata la sua presenza in Liguria a quote ben inferiori alla media europea e solamente ad una decina di chilometri dal mare sul Monte Ceppo, nell'alta valle del Tanaro, attorno ai monti Toraggio e Pietravecchia, nella foresta demaniale di Gerbonte ai piedi del Saccarello. In prevalenza i boschi sono governati a ceppaia, per ricavare legna da ardere o legname di  pregio per la falegnameria. Al di sopra si trova quello che non tutti chiamano piano subalpino, caratterizzato ancora da boschi di Conifere, dove l'attività umana prevalente è quella legata alla pastorizia. E' occupato da  pascoli estesi, rubati alla foresta preesistente ed aggiunti alla praterie naturali del successivo piano alpino. In questo modo il limite naturale estremo raggiunto dagli alberi è stato abbassato in tutta la cerchia alpina assieme a quello chiamato degli arbusti contorti, compresi i Rododendron, Juniperus e l'Alnus viridis.

Al di sopra del piano alpino dove le giornate vegetative sono inferiori a 100, la pastorizia, rimane l'unica attività; dopo comincia il piano nivale, ossia la fascia di nevi perenni che in Liguria è pressoché assente. Tornando al sottobosco ed alle radure il Rhododendron ferrugineum si impone come il più tipico  arbusto della zona alpina ligure per la sua ampia diffusione lungo una fascia molto estesa che  scende  a toccare il record di vicinanza al mare sul Monte Bignone alle spalle di Sanremo ed al monte Carmo sopra Loano.  Molte sono le specie ad areale ristretto  come l'Aquilegia bertoloni o il Lilium pomponium.

Non sono le uniche specie endemiche ospiti della Liguria e, fra queste, vale la pena si segnalare il Rhaponticum bicknelli, una Centaurea gigante presente anche a limiti inferiori, dedicata al celebre botanico e studioso inglese, Clarence Bicknell. Bicknell è stato un famoso pioniere della ricerca botanica ed archeologica con le sue pubblicazioni sulla Flora dell'estremo ponente, la scoperta e lo studio specifico degli antichi graffiti sulle rocce della Valle delle Meraviglie. Ha contribuito enormemente a segnalare l'importanza ambientale dell'estremo ponente al mondo scientifico dell'ottocento.

Molte specie che segnano nelle Alpi la loro maggiore presenza come la Tulipa sylvestris, la Corydalis solida, la Rosa pendulina, sono insediate anche in altri ambiti montuosi nel resto della Liguria come si può riscontrare nella conca della Val d'Aveto comprendente i rilievi del Maggiorasca ed Aiona, caratterizzata da una brughiera di tipo alpino, punteggiata di cespugli di Vaccinium vitis-idaea e Vaccinum ulginosum; testimonianza residuale di antichissimi fenomeni glaciali sulla della vegetazione di questi ambienti notevolmente differenziati dal resto dell'Appennino.

di Alfredo Moreschi