sabato 28 settembre 2019

Sul sorgere della Repubblica Partigiana di Pigna (IM)

Pigna (IM) - uno scorcio
Verso la fine d’agosto 1944, in concomitanza con l’avanzata degli eserciti alleati sbarcati in Provenza, la V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" [comandata da Ivano/Vitò, Giuseppe Vittorio Guglielmo, organizzatore di uno dei primi distaccamenti partigiani in provincia di Imperia, dal 7 luglio 1944 comandante della V^ Brigata Garibaldi "Luigi Nuvoloni", dal 19 Dicembre 1944 comandante della II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"], forte ormai di oltre 950 uomini, iniziò un’azione convergente su Pigna (IM), tenuta da un centinaio di militi repubblicani e centro delle difese nazi-fasciste della zona di montagna. [...] Non si dava un attimo di tregua al nemico. Ed il nemico, impotente a resistere, presentendo la sua disfatta, sfogava la sua ira bestiale ed impotente contro le inermi popolazioni: Rocchetta Nervina, Castelvittorio, Gerbonte, Triora, Molini di Triora, Badalucco, piccole pacifiche frazioni, casolari e baite furono così devastati o completamente distrutti.

In quei giorni si distinsero i distaccamenti di Gino [Luigi Napolitano di Sanremo (IM). Dalle formazioni autonome di "Mauri" a marzo 1944 passò definitivamente alle formazioni Garibaldi dell'estremo ponente ligure. Per le sue doti di coraggio e spirito combattivo veniva subito nominato comandante del 2° Distaccamento che, per l'aumentato numero di volontari, divenne poi Battaglione. Come risulta da un rapporto, era considerato dai nazi-fascisti "elemento assai pericoloso". Protagonista di un gran numero di battaglie tra le quali: Carpenosa, Giugno 1944; Badalucco, 29 giugno 1944; Ceriana, Agosto 1944; Carmo Langan, 8 ottobre 1944 e febbraio 1945; Baiardo, marzo 1945. Ferito in combattimento a Baiardo. Commissario politico del I° Battaglione "Mario Bini" della V^ Brigata. Vice comandante (come da circolare della II^ Divisione "Felice Cascione" del 29 gennaio 1945) della V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni". Insignito di Medaglia d'argento al V.M.], di Leo [Stefano Carabalona, comandante del V° Distaccamento della V^ Brigata, poche settimane dopo comandante della Missione Militare (dei Partigiani Garibaldini) presso il Comando Alleato] e di Moscone ([Basilio Mosconi, poco tempo dopo comandante del II° Battaglione "Marco Dino Rossi" della V^ Brigata]. Alla fine il nemico rinunciò a difendere le sue posizioni di Pigna: evacuò il paese e si ritirò su posizioni più arretrate (Isolabona-Dolceacqua), abbandonando nella fuga precipitosa armi e munizioni che furono recuperate dai nostri e che andarono ad arricchire l’esiguo armamento di cui la brigata era provvista.Venne occupata Pigna, dove si stabilì il comando dei partigiani, si nominò un’amministrazione provvisoria [...]  
Mario Mascia, L'Epopea dell'Esercito Scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975


[il 18 settembre 1944, con documento redatto sul Registro delle delibere del Comune, venne ufficialmente costituita la Libera Repubblica di Pigna]





da Osvaldo Contestabile, La Libera Repubblica di Pigna, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 1985

[...] in Liguria, dove il movimento partigiano era stato messo in forte difficoltà dalle operazioni tedesche della primavera finalizzate a mantenere libero il territorio in vista di eventuali sbarchi alleati, vide nascere in giugno il primo comando militare regionale. Anche qui il periodo estivo vide la liberazione di diverse porzioni del territorio, come le vallate e diversi centri dell’imperiese da parte dei partigiani della Prima Zona. Queste aree subirono poi pesanti rastrellamenti tedeschi, coadiuvati da reparti italiani della RSI addestrati in Germania, come le divisioni Monterosa e San Marco che, a partire dal 15 agosto 1944, costituiranno, insieme alle altre divisioni repubblichine Littorio e Italia e a reparti tedeschi, l’Armata Liguria al comando del maresciallo Graziani.[…]
Gabriele RonchettiLe montagne dei Partigiani (150 luoghi della Resistenza in Italia), Viaggi nella Storia, Mattioli 1885, 2011


Il territorio che viene liberato è posto sul confine occidentale delle Alpi marittime, fra Imperia e Ventimiglia, al confine francese. Comprendeva il paese di Pigna, che ne fu la capitale, e poi Badalucco, Triora, Montalto, Carpasio, Molini di Triora e altri. In totale 22 comuni per circa 30.000 abitanti. Nella zona agivano le formazioni partigiane della II Divisione Garibaldi Cascione… Nella battaglia cadono molti partigiani e la V Brigata garibaldina si riduce a poco più di 200 uomini. Nel giro di un mese si arruolano 600 volontari, molti dei quali sono militi del battaglione San Marco che disertano la formazione fascista e si uniscono ai garibaldini, rivelandosi “ottimi combattenti partigiani”, come afferma la relazione del 5 di ottobre dell’ispettore della zona (Sul documento non c’è traccia del nome)…<si trattava di Simon, detto anche Manes, Carlo Farini, ispettore, per l’appunto, della I^ Zona Operativa Liguria> Ma sul piano politico l’azione di formazione dei CLN e delle Giunte comunali non è facile. “Molte sono le difficoltà… per l’arretratezza politica delle popolazioni rurali, l’inesistenza dei partiti organizzati”. In molti paesi si riescono a costituire comunque i CLN, ma mancano i collegamenti con il CLN provinciale di Imperia. Il comando garibaldino cerca di supplire elaborando in data 15 settembre una circolare di istruzioni “sulla organizzazione dei CLN, delle Giunte comunali e sulla funzione di questi organismi nel momento attuale della lotta contro i nazifascisti”. Nelle Giunte, afferma sbrigativamente il commissario della Divisione Garibaldi Cascione, “la maggioranza deve essere assicurata alle classi meno abbienti, che sono la maggioranza nel paese”. Un criterio che forse non risponde rigorosamente ai principi della democrazia formale parlamentare, ma che ha il vantaggio di ridurre la questione a termini immediatamente chiari. Conclude peraltro la relazione delle formazioni garibaldine: “Il movimento del CLN e delle Giunte incontra grande favore in mezzo alle popolazioni… Tuttavia in molte località persiste ancora uno spirito di passività lamentevole”. E’ il mondo chiuso dei piccoli contadini che istintivamente diffidano di ogni sollecitazione di ordine politico; ma vi contribuisce anche la propaganda anticomunista svolta dagli autonomi di Mauri. In queste condizioni, il funzionamento delle Giunte - laddove si riesce a costituirle - è estremamente problematico, e perfino delle questioni dell’approvvigionamento dei viveri si deve occupare direttamente il comando partigiano. Una relazione afferma infatti che “non esiste un vero e proprio territorio occupato, ma esiste invece un territorio controllato”, che lascia totalmente fuori la fascia costiera. da 1944 - Le Repubbliche Partigiane

[…] Gli abitanti erano con la libera repubblica. Ne avevano compreso il significato. A questo proposito il comandante Vittorio Curlo, Leo [il mortaista, poco dopo Capo di Stato Maggiore della II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"] ha detto parole significative. “La gente delle nostre valli-ha scritto- non solo era con noi ma era di noi” . Una frase che scolpisce nitidamente qualcosa che ha il sapore della storia. “Chi toca in toca tutti” era il grido. Quasi una parola d’ordine. Solidarietà, fraternità, unità di intenti. Unità non solo dei combattenti e dei dirigenti a qualsiasi forza politica appartenessero, ma vera unità di popolo. E’ giusto non solo valorizzare, sul piano storico, l’esperienza delle libere repubbliche partigiane, ma saperne cogliere aspetti che vanno oltre il momento bellico. Uno riguarda proprio questa adesione di popolo di cui abbiamo parlato. Non solo per il momento contingente, pur di enorme rilevanza, della liberazione dai tedeschi e dai fascisti. Ma proprio come una sorta di sperimentazione della democrazia riscoperta o scoperta per la prima volta. La capacità di sapersi amministrare. Un vero assetto di governo , dopo la dittatura fascista. E assetto di vita quotidiana, la sperimentazione di nuove istituzioni amministrative, nel quale il potere si esercita dando autorità al popolo. Un fatto storico corale, comunitario. Tornano alla mente i liberi comuni dell’Italia medioevale con la loro autonomia e le loro libere istituzioni. Un secondo aspetto da rilevare è - come dire - la normalità di vita quotidiana che si intende conferire agli organi di potere della Repubblica. Sono emblematici due episodi. Uno riguarda la convocazione all’assemblea popolare da parte del Podestà fascista del tempo. E la sua accettazione, pur dopo che era stato dichiarato decaduto, di collaborare con il nuovo governo,  riconoscendo così le nuove autorità comunali e addirittura la decisione di dare a lui l’incarico di firmare eventuali documenti destinati al di fuori dell’ambito comunale, pur sotto il controllo del neo sindaco. L’altro esempio di questa che ho chiamato normalità è il primo verbale del 18 settembre nel quale si prende atto dell’avvenuta elezione di sindaco e vice sindaco, figure storiche della democrazia prefascista, subito ripristinate che sono Giacomo Borfiga e Lodovico Littardi e si fissa, con l’intento di durare nel tempo,il calendario dei lavori con la domenica come data per le future sedute, ritenendo probabilmente che negli altri giorni si dovesse continuare a lavorare, ma si decide addirittura di assumere in servizio un addetto alla pulizia - Angelo Ramoino - come mutilato e invalido di guerra, riservandosi di fissare, in una altra riunione le sue competenze. Più normalità di così. Un terzo aspetto, forse quella più politicamente e storicamente rilevante, che occorre mettere in luce è l’ orizzonte democratico che, negli atti della Repubblica, già si intravede per il futuro del Paese Italia. Quasi a delineare la società di domani. Si pensa ad un paese libero, democratico, solidale con maggior giustizia sociale. Si tracciano le linee - qui si vede la mano di quanti - , da Vitò a Sumi [Lorenzo Musso, Commissario Politico al Comando Operativo della I^ Zona Liguria] a Carabalona, già avevano dimestichezza con le regole democratiche- di quella che dovrà essere l’assetto del Paese e, in nuce, possiamo azzardare, la futura Costituzione repubblicana. Dall’utopia alla realtà. Sogni di democrazia trasformati in vita vissuta […]
Senatore Nedo Canetti in CGIL Liguria

Il 4 ottobre 1944 ingenti forze tedesche attaccarono la Repubblica di Pigna. I partigiani della V^ Brigata respinsero l’assalto dopo alcune ore di lotta accanita. Il giorno successivo Pigna subì un furioso bombardamento che durò fino al tardo pomeriggio, diretto da batterie piazzate a Isolabona (IM). La grande battaglia che seguì si protrasse fino all’8 ottobre quando i partigiani, dopo una strenua resistenza e infliggendo gravi perdite al nemico, furono costretti a ritirarsi dal paese sulla linea Carmo Langan - Cima Marta. Iniziò così la ritirata strategica verso il Piemonte.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999



mercoledì 25 settembre 2019

Cenni sulla botanica dei monti del ponente di Liguria

Foto Moreschi

Il Monte Toraggio - Foto Moreschi
Primi asfodeli a Monte Ceppo -  Foto Moreschi
Il settore meramente alpino della Liguria, pur nella sua limitata estensione circoscritta alla porzione delle Alpi liguri ed all'inizio delle Marittime, rappresenta  uno  fra gli ambiti più rilevanti e peculiari per la sua prossimità all'ambiente mediterraneo ed al forte condizionamento climatico che ne subisce.

Le sue cime più significative attorno ai 2000 metri d'altitudine, a volte superandoli, altre volte rimanendo di poco al di sotto, si chiamano Toraggio, Pietravecchia, Cima Marta, Saccarello, Mongioje, Marguareis,  Carmo, Armetta, che si affiancano a quelli di minor elevazione, ma dotati di  caratteri geologici, climatici, e vegetazionali, propri dell'orizzonte alpino: sono il gruppo sovrastante Voltri, la cerchia montuosa di Santo Stefano d'Aveto, l'Aiona, il Maggiorasca, con situazioni ambientali del tutto differenziate rispetto al panorama vegetale dell'Appennino ligure.

La fascia più elevata della nostra regione, fra l'altro percorsa da Ventimiglia a La Spezia da una straordinaria arteria, lunga 440 chilometri, chiamata "Alta Via dei Monti Liguri", dal punto di vista vegetazionale  presenta  piani articolati, che si susseguono a volte in modo coerente, altre volte con passaggi repentini dall'areale del Faggio, a quelli di Larice, Abete e Pinus sylvestris, per  arrivare al regno indiscusso degli arbusti contorti (Rhododendron ferrugineum e Juniperus sabina), ed infine a quello culminale delle praterie e delle rupi.

La flora presente denuncia i tipici connotati delle piante alpine, soggette a condizioni ambientali e climatiche molto difficili che innescano una complessa gamma di opportuni adattamenti per la conservazione della specie e la caparbia difesa di ogni minimo frammento di territorio, formando associazioni vegetali riscontrabili con minime variazioni in tutta la cerchia alpina.

Molti di questi fattori evolutivi sono legati alla storia delle catene montuose.

Le montagne liguri con la loro concentrazione in spazi limitati di una varietà rilevante di condizioni ambientali difformi, hanno consentito la stabile residenza a molti vegetali, anche nei periodi in cui le condizioni generali del clima sono mutate più volte radicalmente.    
Pertanto si spiega come sia possibile ritrovare sui nostri rilievi montuosi, anche se presenti in limitate stazioni, piante di origine caucasica, himalayana, provenienti da ambienti steppici, dalle tundre nordiche, specie mediterranee e nordafricane accanto a quelle da sempre indigene.

Tutto ciò ha richiesto strategie di adattamento molto sofisticate. Poiché la maggior parte di liquidi viene eliminato tramite gli stomi delle foglie, il problema principale è quello della traspirazione; può esser regolata razionalmente dall'ispessimento delle pareti cellulari dell'epidermide, se queste diventano più consistenti o se vengono rivestite di mezzi protettivi fisici, se l'ampiezza delle lamine è limitata.

Le diverse soluzioni adottate a questo scopo sono:

    tormentosità più o meno fitta per deviare i raggi del sole e mantenere uno strato di aria contatto con l'epidermide come nelle Artemisia, Hieracium, Antennaria, Leontopodium: oppure setole o seta  come nei Juncus, Carex, Allium

    rivestimenti cerosi  come nella Primula farinosa e longiflora, Cerinte glabra, ecc

    spessore e minor superficie fogliare per accumulare i succhi nei tessuti come i Sempervivum, Sedum, Rhodiola

    superficie cuoiosa e coriacea come il Rhododendron, l'Arctostaphylos, la Globularia cordifolia o la Polygala chamaebuxus)

    ripiegamento dei bordi su se stessi per ridurre il contatto con l'aria della lamina come nell' Erica carnea.

Un'altro aspetto fra i più evidenti nelle specie alpine è quello della statura ridotta, con portamento quasi sempre aderente al suolo per difendersi dai venti, la cui velocità si attenua in prossimità della superficie; in tal modo diminuisce anche la traspirazione con la possibilità di un rifornimento rapido di liquidi.

L'aria rarefatta delle alte quote causa forti escursioni termiche segnate da una forte insolazione  diurna e la successiva dispersione di calore della notte, obbligando molte specie a munirsi di utili difese anche contro il gelo. A contatto con il suolo il fusto principale della pianta produce attorno a se numerose ramificazioni secondarie fittamente fogliose, formando un tappeto compatto ed emisferico (pulvino); ottiene così il triplice risultato di assorbire tutta l'acqua necessaria, ridurre al minimo la traspirazione, superare gli sbalzi di temperatura.  Ne sono un esempio probante i cuscini formati dalla Silene acaulis, i diversi  Semprevivi, maestri nel trovare ospitalità nelle fessure, le Sassifraghe penzolanti con le loro grandi spighe fiorite da tutte le pareti rocciose.

Anche le rosette basali, nelle quali risiede la maggior parte del laboratorio fogliare, si trovano strettamente appressate alla base del fusto compresso, con uno stelo, quasi sempre nudo o poco foglioso, destinato a tenere  alto il fiore, come negli Hieracium, Aster, Armeria, Arnica.

La stessa funzione è affidata ai cespi composti da numerosi virgulti tutti fittamente riuniti fra di loro, a volte tappezzanti e cespugliosi come nel caso del Nardus stricta, delle specie d'alta quota di Festuca, Carex ed Artemisia.

Infine la categoria dei vegetali prostrati che distendono fusto e foglie facendoli strisciare aderenti al terreno come la Dryas octopetala, il Salix rethiculata o retusa,  la Saxifraga oppositifolia e la rara Loiseleuria procumbens. I detriti pietrosi  permettono inoltre la conservazione di una gran varietà di specie molto particolari a distribuzione limitata come la Petrocallis pyrenaica, i diversi Thlaspi, l'Erinus alpinus, l'Eritrichium nanum.

Sono tutte  piante molto frugali ma poco resistenti alla concorrenza di specie più aggressive, come quelle che lottano quotidianamente nei prati di tutte le altitudini. Il loro ciclo vegetativo è stato sensibilmente ridotto  per consentire l'espletamento di tutte le operazioni legate alla fioritura ed alla fruttificazione, ben prima del lungo periodo di innevamento e del riposo invernale. L'azione intensa dei raggi solari ha provocato un'altro meccanismo difensivo insospettabile, come l'intensa colorazione dei fiori dovuta alla maggiore concentrazione di pigmenti.

Serve per riflettere i raggi almeno in parte e richiamare gli insetti pronubi perché compiano la loro opera al più presto. Infatti è inutile cercare in questi luoghi specie anemofile, in grado di produrre la grande quantità di polline necessaria a non fallire quando ci si affida all'aria per la propagazione della specie. I mutamenti della crosta terrestre e quelli biologici hanno causato sulle montagne zone di insediamento vegetale sovrapponibili in senso verticale a quelle che seguendo la curvatura della terra si riscontrano sui due emisferi a partire dall'equatore verso i rispettivi poli. Nella parte bassa boschi d'alto fusto; quindi, estesi popolamenti arbustivi, seguiti dalle praterie culminali. A seconda dell'esposizione, le fasce della vegetazione alpina variano la loro quota di limite massimo, come accade sulle montagne della Liguria dove l'influenza del mare le fa progredire di 200 metri, rispetto al  livello raggiunto sulle altre montagne europee.

Come abbiamo visto nelle Alpi Liguri, e nella porzione contigua di Marittime, sono presenti condizioni di favore, definite "oasi xerotermiche": in sostanza sono zone calde ed aride, in grado di ricreare le condizioni ambientali a clima di tipo substeppico, ideali per conservare la sopravvivenza delle specie originarie dell'Asia, arrivate sulle Alpi migliaia di anni fa  nei periodi interglaciali caratterizzati da climi secchi. Venendo a tempi più recenti ed alle trasformazioni operate dall'uomo, il piano collinare vanta la maggior ricchezza di ambienti vegetali perché consente una media annuale di 250 giorni vegetativi; vi crescono, oltre alle piante coltivate, boschi di latifoglie miste, querceti con  castagneti sui versanti più freschi. Le zone più aride ospitano le conifere come il Pinus pinaster ed il  sylvestris. Anche questa fascia ha subito quasi dovunque modificazioni per sfruttare il lungo periodo vegetativo sostituendo il bosco originario con aree per la coltivazione o per lo sfalcio.  L'orizzonte montano con 50 giornate vegetative in meno all'anno è  in buona misura occupato dalla Faggeta frammista a Conifere e, sorprendentemente il Larix decidua, un albero abituato alle forti escursioni termiche annuali, che resiste altrettanto bene a temperature rigide ed a quelle più calde dell'estate con aria asciutta.  Ne è la prova provata la sua presenza in Liguria a quote ben inferiori alla media europea e solamente ad una decina di chilometri dal mare sul Monte Ceppo, nell'alta valle del Tanaro, attorno ai monti Toraggio e Pietravecchia, nella foresta demaniale di Gerbonte ai piedi del Saccarello. In prevalenza i boschi sono governati a ceppaia, per ricavare legna da ardere o legname di  pregio per la falegnameria. Al di sopra si trova quello che non tutti chiamano piano subalpino, caratterizzato ancora da boschi di Conifere, dove l'attività umana prevalente è quella legata alla pastorizia. E' occupato da  pascoli estesi, rubati alla foresta preesistente ed aggiunti alla praterie naturali del successivo piano alpino. In questo modo il limite naturale estremo raggiunto dagli alberi è stato abbassato in tutta la cerchia alpina assieme a quello chiamato degli arbusti contorti, compresi i Rododendron, Juniperus e l'Alnus viridis.

Al di sopra del piano alpino dove le giornate vegetative sono inferiori a 100, la pastorizia, rimane l'unica attività; dopo comincia il piano nivale, ossia la fascia di nevi perenni che in Liguria è pressoché assente. Tornando al sottobosco ed alle radure il Rhododendron ferrugineum si impone come il più tipico  arbusto della zona alpina ligure per la sua ampia diffusione lungo una fascia molto estesa che  scende  a toccare il record di vicinanza al mare sul Monte Bignone alle spalle di Sanremo ed al monte Carmo sopra Loano.  Molte sono le specie ad areale ristretto  come l'Aquilegia bertoloni o il Lilium pomponium.

Non sono le uniche specie endemiche ospiti della Liguria e, fra queste, vale la pena si segnalare il Rhaponticum bicknelli, una Centaurea gigante presente anche a limiti inferiori, dedicata al celebre botanico e studioso inglese, Clarence Bicknell. Bicknell è stato un famoso pioniere della ricerca botanica ed archeologica con le sue pubblicazioni sulla Flora dell'estremo ponente, la scoperta e lo studio specifico degli antichi graffiti sulle rocce della Valle delle Meraviglie. Ha contribuito enormemente a segnalare l'importanza ambientale dell'estremo ponente al mondo scientifico dell'ottocento.

Molte specie che segnano nelle Alpi la loro maggiore presenza come la Tulipa sylvestris, la Corydalis solida, la Rosa pendulina, sono insediate anche in altri ambiti montuosi nel resto della Liguria come si può riscontrare nella conca della Val d'Aveto comprendente i rilievi del Maggiorasca ed Aiona, caratterizzata da una brughiera di tipo alpino, punteggiata di cespugli di Vaccinium vitis-idaea e Vaccinum ulginosum; testimonianza residuale di antichissimi fenomeni glaciali sulla della vegetazione di questi ambienti notevolmente differenziati dal resto dell'Appennino.

di Alfredo Moreschi



giovedì 19 settembre 2019

Dopo sei miglia da Mentone si passa sul Ponte di San Luigi...

Uno scorcio della zona di Ponte San Luigi
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A sinistra della strada per Ventimiglia, sulla cima di una roccia alta, c'è un castello, chiamato Castello d’Appio; si vede anche una torre e un edificio che sembra progettato per essere un osservatorio. Tali edifici, intervallati da alti promontori, rocce scoscese e alberi pregiati, offrono un magnifico spettacolo; trovandosi così vicini al mare appaiono ancor più pittoreschi.  Dalle rocce spaccate  emergono grandi quantità di gusci fossili e pietrificati; e mentre il sole brilla su di loro restituiscono varietà di tonalità ricche. Arrivando vicino a Ventimiglia si scopre una fortezza su un spuntone di rocce a sinistra. E ben posizionato a protezione della città, che, tuttavia, non richiede altra difesa rispetto alle rocce scoscese da cui è circondata. Dopo sei miglia da Mentone si passa sul Ponte di San Luigi, costruito su un burrone, su rocce, la cui altezza è alto  da trecentocinquanta a quattrocento piedi. Consiste di un arco unico di una portata immensa e di una costruzione così ammirevole che emula le opere dei Romani. L'acqua cade a cascata nel burrone sottostante dove è costruito un acquedotto, che accresce di molto lo scenario attorno al ponte. Una grossa e curiosa grotta o galleria è scavata tra le rocce vicine, ma abbiamo avuto solo il tempo di guardarla en passant. Il Ponte di San Luigi e l'acquedotto furono costruiti per ordine di Napoleone, e sarà come un monumento durevole in onore della sua mente robusta e intraprendente. I viaggiatori in Francia e in Italia troveranno spesso occasione di rinfrescare il suo ricordo con gratitudine; egli ha reso molto più facile e piacevole un viaggio, che, senza il suo aiuto, sarebbe stato un pellegrinaggio faticoso e pericoloso. C'è da sperare che il re di Sardegna completerà la strada così mirabilmente iniziata da Napoleone.  Ma dovrà decidere di intraprendere questa opera molto utile; molti anni sono destinati a passare prima che possa essere compiuta, poiché i lavori vengono portate avanti lentamente e, dove lavorano circa otto o dieci operai dovrebbero essercene almeno cento.
A Ventimiglia le donne cominciano ad indossare un modello  di copricapo che prevale in questa parte del paese; vale a dire, una grande sciarpa di chintz a fiori con un bordo ricco, in cui vengono introdotti i colori più brillanti. La stoffa è sistemata attraverso la testa, e copre spalle e seno. Il suo effetto è molto piacevole.
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Marguerite Blessington ritratta da Sir Thomas Lawrence nel 1822
Siamo usciti questa sera sulla spiaggia ed abbiamo visto una chiesa aperta che sorgeva sul bordo del mare; siamo entrati, ed alla debole luce di una sola lampada, si vedevano diverse donne velate e in ginocchio; molte di queste erano per metà nascosti dalle ombre profonde lasciate dalle colonne e dallo sfarfallio della fiamma. Nessun sacerdote officiava sull'altare e prevaleva un silenzio solenne, interrotto solo dallo scoppiare delle onde contro la riva o dal mormorio delle preghiere sussurrate con i sospiri delle donne. Il luogo, l'ora e la profonda astrazione della congregazione, hanno reso questa una delle scene più commoventi di culto religioso a cui io abbia mai assistito o mai partecipato; tanto  fervente ed avvincente appariva la devozione delle donne, che non hanno mai notato il nostro ingresso. Fu solo quando si alzarono per andarsene che si accorsero alla nostra presenza. Poco dopo il nostro ritorno alla locanda, sei o otto di loro ci portarono mazzi di fiori, offerti con una grazia particolare che distingue i contadini di questi dintorni.
L'usanza che vige in tutto il continente, di lasciare le chiese aperte durante il giorno e la sera, è uno dei pochi usi religiosi che mi piacerebbe vedere adottato in Inghilterra poiché sono persuasa che sarebbe seguito da un benefico effetto.
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Notammo numerosi boschetti di palme alte e lussureggiante nell’aspetto, crescere cos vicino al mare da infondere all’ambiente un aspetto orientaleggiante; ma la palma è, a mio parere, più decorativa quando nasce isolata, o collocata tra altri alberi di specie diversa.
Non ci può essere altro modo più piacevole di viaggiare a dorso di mulo: il loro andare al passo, è un passo d'uomo,  un movimento che sta tra la camminata veloce ed il trotto, non affaticante; sono animali  così sicuri che raramente compiono un passo falso, anche nelle peggiori piste.
Il nostro gruppo è composto da tredici persone e a questi due mulattieri è assegnato il compito di incitare i muli per condurli su qualsiasi parte della strada considerata pericolosa.
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La civiltà, l'alacrità e il buon umore di questi robusti alpinisti, sono inarrivabili e non ho mai sentito una accenno di stanchezza sulle loro labbra. Le selle su cui le donne cavalcano qui assomigliano ai cuscini usati in Irlanda, tranne che hanno schienali e fianchi formati di cuoio e imbottiti di peli. Il cavaliere siede di lato, con i piedi supportati da una fascia, che è sospesa come una staffa. Questa modalità di guida durante un lungo viaggio è molto meno faticosa rispetto a una sella inglese, anche se la postura, in particolare al galoppo, è molto meno aggraziato.
L'itinerario a volte diverge dal lato del mare, e passa attraverso burroni fittamente boscosi, sopra un tappeto erboso che, quando viene schiacciato dai piedi dei muli, traspira l'odore più delizioso del timo selvatico, e delle svariate erbe aromatiche che crescono così diffusamente nella zona.  Ma il mare raramente viene perso di vista per più di quindici o sedici minuti, e il suo riapparire dà sempre emozione.
Fino a quando non ho visto il Mediterraneo non avevo idea che un mare potesse costituire una sublime realtà; questo è magnifico. Il suo fascino placido e blu e placida potrebbe indurre l’apprendista marinaio che non abbia mai calato la sua fragile imbarcazione a fidarsi della sua superficie allettante.
La strada, sempre che possa definirsi tale, perché per molti tratti si riduce ad un minimo tracciato, spesso è costituita da una minima sporgenza rocciosa che sovrasta di un centinaio di piedi il mare che si stende alla destra; mentre le rocce della parete stessa si innalzano alla nostra sinistra in modo tale che nulla è visibile se non l’azzurro ed il cielo.
La calura, mentre si percorrono questi tratti del percorso, è molto grande perché l'alta barriera di rocce che ci sovrasta intercetta l'aria e riflette i raggi del sole come una coppa incandescente. Lo stesso mare sembra riscaldarsi, come se il sole avesse riversato sulla superficie una porzione dei suoi roventi raggi. La pista scende spesso verso la spiaggia sabbiosa, di cui una porzione molto stretta è lasciata scoperta dall'elemento salmastro che bagna i piedi dei muli, due dei quali possono passare fianco a fianco sulla sabbia. Proprio nell’attraversare un punto come quello oggi descritto oggi, un teschio umano venne lanciato tra i piedi del mio mulo dalle onde. Il luogo in cui si è verificato questo incidente era particolarmente selvaggio, pittoresco, e ben coerente con le riflessioni che questo povero relitto di mortalità era così capace di accendere.
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Quando il teschio fu gettato tra i piedi del mio mulo, sembrò sbuffare, a muoversi, quasi a seguirmi.  E, lo confesso, sono stato quasi sorpresa dalla tenebrosa apparizione, come l'animale che ho guidato. Quante congetture fantasiose si sono presentate alla mia mente rispetto all'essere a cui questo teschio era appartenuto!
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Il numero di città sparse lungo la costa aggiunge molti elementi alla bellezza del paesaggio; questi agglomerati sono in genere costruiti su qualche rilievo che domina una veduta sul mare ed il candore della pietra, i colonnati aperti di molte abitazioni, offrono un effetto molto pregevole. A circa un miglio da Oneglia sorge Porto Maurizio, che sembra una cittadina fiorente. Su una roccia alta che sovrasta il mare, e con un lungo colonnato di fronte, è stata appena completata una chiesa molto imponente. Città o villaggi di notevoli dimensioni si susseguono ogni sei o sette miglia lungo questa via; ma non offrono locande dove un viaggiatore possa riposarsi per una notte, sebbene piccoli alberghi permettano di ristorarsi a muli e mulattieri. Lasciata Oneglia alle sette di ieri mattina, entrammo in Finale alle cinque e mezzo.
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di Lady Marguerite di Blessington, Vagabondaggio in Italia, 1839




mercoledì 11 settembre 2019

Ligustro

Giovanni Berio, noto in arte come Ligustro, nacque ad Imperia nel 1924.

Si dedicò dal 1986 esclusivamente allo studio della xilografia policroma giapponese e delle sue tecniche Nishiki-e in uso nel Periodo Edo realizzandone la stampa a mano sulle preziose carte prodotte in Giappone ancora con antichi metodi artigianali.

La tecnica Nishiki-e usata da Ligustro consiste nell’avere, per ogni stampa, molti legni incisi che vengono poi stampati singolarmente. Per questo motivo ci possono essere stampe con lo stesso soggetto, ma con colori differenti. In conferenze e dimostrazioni pratiche ha illustrato al pubblico questo genere di arte e la sua storia affascinante.







In data 9 maggio 2015 si svolse presso la sala convegni della Biblioteca Civica Leonardo Lagorio di Imperia, con il patrocinio della Fondazione Italia Giappone e della Fondazione Mario Novaro, l’apertura della sala dedicata al Maestro Giovanni Berio in arte LIGUSTRO quale traguardo successivo dopo l’importante donazione (legni incisi, corrispondenza, calligrafie giapponesi, libri ed opere d’arte personali e di altri autori, l'archivio completo di una vita artistica) del Maestro alla Città di Imperia. La sala è fruibile pubblicamente, come punto di riferimento di eccellenza, per consultare tutto il materiale donato per approfondimenti personali ed eventi divulgativi.
Ligustro si spense serenamente l'11 dicembre 2015, circondato dall'affetto dei suoi cari e dei molti amici.
Del suo amato Giappone, racchiuso nel piccolo studio di Imperia Oneglia, Ligustro lascia straordinarie idee da intuire e fantastiche opere da ammirare.

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CANTARENA 1
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CANTARENA 2
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CANTARENA 3
https://drive.google.com/open?id=1VvH29tpcSSr55nsrZKxyXsK_roEtt4iy

CANTARENA 4
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da SENZA FINE di Renata Rusca Zargar


venerdì 6 settembre 2019

Un fiume di ricordi ha invaso il Funtanin

Il costruendo porto di Ventimiglia (IM) due anni fa
Io, che a Ventimiglia avevo vissuto per vent'anni, figlia di e nipote di ventimigliesi, e la mia amica americana, ormai trapiantata felicemente in terra di confine, stavamo confabulando al Funtanin [a margine della città alta, o vecchia, di Ventimiglia (IM)], affacciato su di un mare perlato di tramonto imminente.

L’argomento era ristabilire il vecchio assetto del territorio ora occupato dal nuovo porto.

Impresa insormontabile. Memoria in evaporazione.

Il Belvedere del Funtanin
Ventimiglia (IM) - Cattedrale dell'Assunta
Intravvedevo seduta sulla panchina vicina una vispa vecchia signora, che ascoltava con interesse, ma che non osava intervenire.
Immaginando che ne sapesse molto più di noi, avendone osservato i caratteri fisici liguri, le chiedevo un aiuto per risolvere il dilemma.

Non aspettava altro.

Un fiume di ricordi ha invaso il Funtanin.
La signora un tempo bambina aveva giocato alla spiaggia degli Scoglietti.
Durante la seconda guerra aveva vissuto diciotto mesi con tutti gli altri sfollati del centro storico in una galleria, che collegava la parte alta con la bassa.
Questa galleria, che lei ricordava perfettamente, era percorribile con scale. C'erano anche stanze e una cucina dove si cucinavano i pasti in comune.
Mi parlava di una coppia, che abitava verso gli Scoglietti e, che possedendo un orto,  ogni giorno faceva trovare agli sfollati canestri di frutta e verdura.
Pochi giorni prima del nostro incontro aveva riconosciuto i nipoti di quei signori e aveva raccontato loro la generosità dei nonni.
I nipoti non ne sapevano nulla e rimasero piacevolmente sorpresi.
Un'ulteriore conferma alla perdita di memorie rispetto a chi ci ha preceduto.
Tagli generazionali che ci rendono più poveri.
Alla signora brillavano gli occhi, come al ripetersi di quei momenti di gioia, quando mi ha raccontato del bellissimo abito celeste, che la figlia del podestà, in visita in galleria, le aveva donato.
Una giovane donna che si faceva vedere con frequenza per portare abiti ai bambini.
Chiedevo, allora, dove si trovava la galleria che mi diceva chiusa da tempo.
Nonostante le esaurienti e particolareggiate spiegazioni non riuscivo a collocarla visivamente.

L’arzilla anziana aggiungeva ancora un particolare a quella storia.
Era riuscita ad intervistare i tecnici, che dovranno lavorare in quella galleria per installare il nuovo ascensore, che collegherà in futuro le due parti di Ventimiglia. E li aveva informati dell’esistenza di quelle camere e di quelle scale. Loro non ne erano a conoscenza. Sono certa che sarebbe felice di accompagnarli nella ricerca.

Abbiamo dovuto lasciare con rammarico la nostra signora, perché altrimenti un concerto in cattedrale con un organista di fama internazionale sarebbe iniziato anche senza di noi.

di Gridellino

domenica 1 settembre 2019

Lovis Corinth a Bordighera (IM)

Lovis Corinth, In Bordighera, 1912, Museum Folkwang - Fonte: Wikipedia
...

Accompagnato dalla moglie, la pittrice Charlotte Berend, il 19 febbraio 1912 Corinth aveva lasciato Berlino, dove risiedeva dall’ottobre del 1887, alla volta della Riviera Ligure di ponente, per trascorrervi un periodo di convalescenza dopo l’ictus cerebrale che lo aveva colto nella notte dell’11 dicembre 1911.
Erano stati i medici, convinti della necessità di sottrarre il degente al rigido clima berlinese, a suggerire proprio Bordighera, arrivando ad offrirsi di prenotare una stanza presso un albergo da loro conosciuto. Qualche cosa nell’organizzazione, tuttavia, non era andata a buon fine e i primi giorni in Riviera avevano messo i coniugi Corinth di fronte a diverse difficoltà:
Quando, dopo un lungo viaggio in treno, arrivammo a Bordighera alle 11 di sera, non vi era alcuna auto ad attenderci né qualcuno ad aspettarci. Corinth si sedette sfinito su una valigia, mentre io mi misi alla ricerca di un mezzo di trasporto. Alla fine riuscimmo ad arrivare all’albergo. Tutta la facciata dell’hotel era avvolta nel buio, non vi era alcuna luce accesa. Dopo che io ebbi suonato per un tempo pressoché infinito, un domestico assonnato si presentò alla porta. L’albergo era pieno, nessuna camera era stata per noi riservata. Alle mie insistenti preghiere, il buon uomo offrì a Corinth il suo letto. Salimmo per una scala a chiocciola di ferro fin sotto il tetto; con i vestiti addosso, Corinth si gettò sul giaciglio ancora disfatto dell’uomo e sprofondò nel sonno. Io trascorsi il resto della notte seduta su uno sgabello di legno. Di primo mattino mi recai in ufficio per richiedere una camera e riuscii a farmi assegnare una stanza nel sotterraneo, dove non entrava la luce dal giorno ma dove c’era, per lo meno, un letto utilizzabile […] Tuttavia, il fatto che un convalescente dovesse trovarsi in una condizione così miserabile non mi dava pace. Fu allora che mi ricordai che mio cugino Philipp mi aveva parlato in modo molto elogiativo di un “Hotel Amst [in effetti, Angst]” e decisi di tentare la sorte. Che impressione devo avere fatto al direttore dell’Hotel Amst, presentandomi a lui senza essermi lavata e con i capelli in disordine, e tutto ciò nel lusso della Riviera all’epoca dorata dell’anteguerra!”.
L’iniziativa dell’intraprendente Charlotte ebbe esito positivo e i coniugi Corinth furono accolti dal direttore Adolf Angst nei sontuosi e salubri alloggi dell’omonimo albergo; dovettero, tuttavia, trascorrere diversi giorni prima che il nuovo ambiente iniziasse ad esercitare effetti benefici sul convalescente:
Mi sarei aspettata che Corinth, entrando nella stanza spaziosa e arredata con gusto e vedendo il grande balcone, si sarebbe mostrato felicemente sorpreso.
Ma era così spossato da riuscire solo a mormorare ‘ti ringrazio, birba
’.
[…] Ebbe inizio un periodo difficile. Corinth non poteva far nulla senza aiuto. Eppure, per quanto fosse debole e impedito nei movimenti, non si lamentava mai […]. Dopo che ebbe trascorso diversi giorni, quasi senza parlare, seduto sul balcone nell’aria tersa, iniziò a sentirsi un po’ meglio ed io gli proposi di tentare una piccola passeggiata nel giardino, colmo di palme e di fiori, dell’hotel. Appoggiato a me e ad un bastone, si trascinava di panchina in panchina […] Per distrarlo e stimolarlo con nuovi volti, lo convinsi a consumare i pasti nella grande sala da pranzo, invece che in
camera. Senza prestare attenzione al nuovo ambiente, si portava in modo apatico alla bocca i pezzi di cibo da me adeguatamente preparati. Di tanto in tanto, alzando lo sguardo dal piatto e indirizzandolo verso di me, sospirava ‘ah, mia Petermannchen’.
Sapevo cosa stava pensando ed ero turbata dallo stesso pensiero: sarebbe
mai stato nuovamente in grado di dipingere?

...
Dopo l’ictus, quando ancora era a Berlino, Corinth aveva ripreso a disegnare e a dipingere, seppure con moderazione; nondimeno, al trascorrere dei mesi, le condizioni di salute dell’artista dovevano essere seriamente peggiorate se Charlotte aveva iniziato a dubitare che il marito avrebbe mai potuto riprendere in mano gli strumenti del mestiere ed era arrivata al punto di affermare:
Che egli solo poco prima, a Berlino, avesse dipinto un Autoritratto, autentica testimonianza del suo genio, aveva ora dell’incredibile”.
Dopo avere trascorso i primi giorni e le prime notti dall’arrivo a Bordighera a domandarsi cosa sarebbe stata la vita di Corinth se gli fosse stata negata la possibilità di esprimersi come artista, inaspettatamente Charlotte si sentì rivolgere dal consorte questa domanda: Hai davvero portato anche le cose per dipingere?
In preda alla felicità, Charlotte rispose: “Si, le ho portate, e anche il vecchio cavalletto sgangherato. Che dici, lo montiamo?”.
Quel giorno, incoraggiato dalla moglie che si offrì quale soggetto, Corinth iniziò a dipingere la piccola tela Dame mit Fächer [Signora con ventaglio], nella quale Charlotte indossa un abito di velluto a righe bianche e nere e un cappello di velluto nero con piume bianche, porta sulle spalle una mantella di pelliccia bianca con inserti blu e tiene nella mano destra un ventaglio fatto di piume verdi e blu.
Dopo avere dipinto alacremente per l’intera giornata, Corinth cercò riposo nel giardino dell’albergo, luogo destinato a diventare nel corso dei mesi testimone dei suoi lenti ma costanti progressi; una fotografia lo ritrae seduto su una panchina con Charlotte al suo fianco, durante una pausa nelle loro quotidiane passeggiate.

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Con ritrovato vigore fisico e mentale, Corinth lavorò al dipinto per diverse ore, e lo stesso fece il giorno seguente: realizzò così Balkonszene in Bordighera [Scena al balcone in Bordighera], noto anche come In Bordighera (Essen, Museum Folkwang), una delle opere del primo soggiorno ligure dell’artista destinate ad incontrare maggiore successo espositivo ed interesse critico.
L’apparente spontaneità della scena raffigurata è smentita non solo dal racconto di Charlotte sulla genesi della tela ma anche da alcuni elementi interni al quadro: probabilmente a ragione, Klaus Albrecht Schröder ritiene la scelta compositiva ispirata a quella adottata da Edvard Munch per il suo Rue Lafayette (1891; Oslo, Nationalgalerie), a sua volta suggerita al pittore norvegese dall’ardita
prospettiva introdotta da Gustave Caillebotte in Un balcon, Boulevard Haussmann (1880, Coll. privata). Schröder trova analogia con l’opera di Munch anche nel ductus pittorico piuttosto sommario con cui Corinth risolve il cielo e le montagne sullo sfondo che, però, risulta sicuramente più incerto
rispetto a quello del norvegese nell’uso della pennellata diagonale, peraltro diversamente direzionata (in Munch quasi perpendicolare alla ringhiera, ad accentuare il contrasto tra le parti statiche e quelle dinamiche della composizione, in Corinth tendenzialmente parallela). 
È, del resto, lo stesso Corinth a dichiarare la propria ammirazione nei confronti di Munch in un passaggio del suo scritto intitolato Die neueste Malerei, dove si legge:
Ho deciso di approfondire la conoscenza di questo artista [Munch] perché egli ha avuto un ruolo essenziale e ha esercitato una profonda influenza su quella che potremmo definire la seconda generazione della moderna arte tedesca – intendendo per la prima quella di Bastien Lepage, Liebermann e Uhde”.
In quello stesso testo Corinth introduce alcune interessanti considerazioni sulla luce mediterranea: riflettendo sulle novità introdotte da Cézanne - che, a suo parere, molti pittori tedeschi allora echeggiavano senza realmente comprenderle - si dice convinto del ruolo fondamentale che la particolare qualità della luce nella Francia del Sud aveva avuto nella definizione della visione plastica del dato di natura propria del maestro francese e, per avvalorare tale intuizione, riferisce anche la propria esperienza:
Ora, non voglio apparire retrogrado, ma nella nostra terra nordica io non riesco a cogliere nella natura questo netto accostamento di piani e colori; ho potuto fare questa esperienza solo sul versante meridionale delle Alpi e in Italia”.
In realtà, con la sua intensa gamma cromatica e l’ampio uso di colori puri, Balkonszene in Bordighera risulta, certo, immersa nell’aria tersa e nella luce calda e abbagliante di Bordighera – quella luce che, solo tre decenni prima, aveva acceso le tele di Claude Monet e che, di lì a due anni, avrebbe portato nuovi colori saturi, straordinariamente vividi e brillanti, sulla tavolozza di Alexej von
Jawlensky - ma l’effetto luministico è ancora atmosferico e si risolve in diffusi passaggi, talvolta anche audaci, da zone chiare a zone scure, senza però nulla sortire della plasticità che caratterizza i paesaggi di Cézanne, dove ogni pennellata determina un piano autonomo, quasi “sbozzato” dall’artista “nell’interminabile poliedro in cui si risolve la profondità spaziale”.
La composizione del dipinto Balkonszene in Bordighera trova eco nel disegno Studie zu “Landschaft in Bordighera” [Studio per “Paesaggio in Bordighera”], dove il medesimo balcone, ora reso appena intuibile da un accenno al parapetto, ospita nuovamente Charlotte, ritratta sempre in piedi ma in una posa assai più statica e convenzionale, mentre le case e gli elementi della vegetazione, presenti nel dipinto, spariscono per permettere all’artista di cogliere solo l’andamento della linea costiera e dei promontori che si succedono in lontananza. Ed è ancora la ringhiera del balcone dell’Hotel Angst, riconoscibile dal motivo decorativo ad anelli dei ferri, ad offrire supporto alla mano di Charlotte, schizzata da Corinth in un pregevole disegno a china pubblicato da Georg Biermann nella prima monografia dedicata all’artista con la didascalia Federzeichnung nach einer Frauenhand [Disegno a penna di una mano di donna]. Biermann riferisce al periodo di convalescenza a Bordighera anche una litografia in cui Charlotte è ritratta in primo piano, seduta di sbieco su una sedia, con i gomiti appoggiati alla spalliera in una posa anticonvenzionale che sembra voler suggerire una certa spontaneità compositiva, mentre sullo sfondo sale un paesaggio collinare, dominato da un paio di case dal tetto a spioventi e scandito dagli steccati che ne delimitano i giardini: proprio la fisionomia del paesaggio e delle architetture, che ricorda piuttosto quella dei paesi montani o collinari, induce a
dubitare che la scena sia ambientata a Bordighera e a ipotizzare per il foglio una genesi nell’ambito del successivo periodo di villeggiatura dei coniugi Corinth in Baviera, nel paesino di Bernried, affacciato sul lago Starnberg.
Durante la convalescenza a Bordighera Corinth raffigurò più volte la consorte, probabilmente rassicurato, oltre che dall’affetto e dall’intimità che li univa come coppia, anche da una complicità “professionale” che doveva essere assai profonda, se si pensa che Charlotte aveva iniziato a posare per il maestro dieci anni prima quando, giovane allieva alla scuola privata di pittura che Corinth aveva aperto nel 1901 a Berlino, aveva intrapreso con il maestro una relazione sentimentale che li avrebbe in breve tempo condotti al matrimonio. 

Nel catalogo generale dell’opera pittorica di Corinth, oltre alle opere fin qui ricordate, Charlotte riconduce al soggiorno ligure del 1912 un’altra tela che la ritrae: si tratta di Frau mit Rosenhut [Donna con cappello adorno di rose; Berlino, Staatliche Museen zu Berlin, Alte Nationalgalerie] ed è legato a un momento di svago e di serenità:
A Bordighera abbiamo partecipato alla sfilata del Corso dei Fiori facendoci portare in giro da una piccola carrozza aperta, deliziosamente addobbata con fiori. Lovis indossava un abito di seta grigio chiaro e un cappello Panama. Io portavo un soprabito di seta color avorio e dipinto a mano (di Poiret da Parigi) su un abito di chiffon dello stesso colore. Avevo inoltre un grande cappello, riccamente adorno di fiori azzurri e rossi.
Davanti a me, nella carrozza, c’era un piccolo cestino pieno di mazzetti di fiori. Di continuo portavamo la mano al cestino per afferrare i fiori e gettarli contro le carrozze che venivano verso di noi in senso contrario. E anche noi eravamo oggetto di questi divertenti lanci.
Quando siamo rientrati nella nostra camera d’albergo Lovis ed io eravamo molto eccitati e sereni. Io mi sono tolta il soprabito e mi sono appoggiata su una spalla una mantellina di pelliccia bianca, continuando entusiasta a parlare del giro sul Corso.
‘Petermannchen
– mi interruppe – rimani seduta così davanti a me, così come sei ora. Prendo una tela e ti ritraggo. E mentre io ti dipingo, tu continua a raccontare del Corso dei Fiori, della musica, della gente elegantemente abbigliata sulle incantevoli piccole carrozze addobbate di fiori’.
Lovis lavorò alla tela fino al sopraggiungere dell’oscurità. Le finestre spalancate garantivano una buona luce. Il giorno seguente il dipinto fu velocemente ultimato”.
Integrando il racconto di Charlotte con alcune informazioni recuperate dalle cronache dell’epoca si può collocare con sicurezza la data di esecuzione di Dame mit Rosenhut tra il 23 e il 24 marzo 1912, quasi a metà, dunque, del soggiorno dei Corinth in Liguria, che si protrasse fino alla fine del mese di aprile.

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di Paola Valenti, Lovis Corinth in Italia e Francia (1912-1914), in