lunedì 30 maggio 2022

Bordighera (IM): Mostra "Il cielo cade"

 

Lorenza Mazzetti (Roma, 1927-2020)

 

Unione Culturale Democratica -  Sezione ANPI 

Bordighera (IM), Via al Mercato, 8

 

Mercoledì 1 giugno 2022 - Domenica 12 giugno 2022  - ore 17 / 19 (festivi compresi)

 

MOSTRA

 Il cielo cade

       Lorenza Mazzetti
"dal buio della dittatura alla luce dell'arte"

libri scritti immagini video

 

ingresso libero

I visitatori sono ammessi nel rigoroso rispetto delle vigenti norme sanitarie anti Covid

 

Lorenza Mazzetti venne invitata nel gennaio del 1964 dall'Unione Culturale Democratica a tenere a Bordighera una conferenza su un tema a sua scelta. Quell'incontro non ebbe poi luogo e ora, a quasi sessant'anni di distanza, sentiamo il desiderio di renderle omaggio con questa piccola mostra. Pensiamo che la sua testimonianza sia sempre attuale e che i valori umani culturali artistici che ha espresso debbano essere conosciuti e il più possibile condivisi. Dalla strage nazista alla quale scampò, ma dove perse la famiglia adottiva, all'esperienza di cineasta d'avanguardia a Londra, dal successo con il romanzo 'Il cielo cade' all'innovativa rubrica di psicoanalisi su 'Vie Nuove' fino all'ultima avventura come pittrice, la biografia della Mazzetti ci racconta di una donna emancipata determinata geniale ma, a suo modo, anche incantata sbarazzina fragile. Ed è proprio in questo scarto che ne cogliamo l'autenticità, l'empatia, l'unicità. Un esempio non banale di stare al mondo.
Silvio Maiano 

Unione Culturale Democratica -  Sezione ANPI - Bordighera (IM),  Tel. +39 348 706 7688,  nemo_nemo@hotmail.com

sabato 28 maggio 2022

Il giornalista Enzo Arnaldi si occupò specificatamente dei medici ebrei stranieri presenti nella Riviera ligure

Ventimiglia (IM), zona di ponente: una vista sino al Principato di Monaco

In un periodo storico in cui i giornali erano il maggior mezzo di informazione, insieme alla radio, la campagna di stampa aggressiva e denigratoria contro gli ebrei che imperversò sulle pagine di tutti i quotidiani e periodici durante il 1938, veicolò a una platea alquanto vasta pregiudizi e stereotipi della peggiore propaganda antisemita <8. È proprio dalle parole d’ordine della stampa, dalla diffusione dei suoi stereotipi, che è possibile ricostruire l’ambiente che informò la società italiana in un’epoca in cui non erano consentite espressioni d’opinioni o fonti d’informazione diverse da quelle ufficiali. Una posizione particolare occupò, all’interno di questa martellante propaganda giornaliera, la figura del profugo ebreo <9; è sufficiente prendere in esame pochi articoli di un importante giornale come “La Stampa” di Torino per cogliere appieno l’immagine negativa che era veicolata al cittadino medio italiano durante il 1938.
Il giornalista Enzo Arnaldi si occupò specificatamente dei medici ebrei stranieri <10 presenti nella Riviera ligure; la sua attenzione era stata catturata dal numero giudicato eccessivo di questi medici “impancatisi a far quattrini nella nostra Riviera”. Una realtà ben conosciuta da quei dottori italiani che “si sono trovata chiusa in faccia la porta di una città che per ogni verso e diritto dovrebbe e dovrà essere loro, esclusivamente loro”. L’articolista continuava scrivendo che “la Riviera s’è offerta più di ogni altra zona all’invasione di questi israeliti venuti dalla Germania, dalla Polonia, dalla Russia, dall’Ungheria e dalla Cecoslovacchia, ecc. L’entratura era facile per loro, internazionali e nomadi per istinto di razza, appoggiati, richiesti, imposti dai numerosi e ricchi ebrei stranieri e nostrani viventi qui”. In un articolo successivo, che nelle linee generali ricalcava il tono del precedente, Arnaldi focalizzava l’attenzione sulla provenienza dei medici, affermando che la loro origine non aveva importanza, poiché “l’origine e la data di arrivo in Italia non mutano la situazione. Sempre ebrei stranieri sono e sempre occupano posizioni e intascano quattrini destinati a professionisti nostri” <11. Da rilevare l’accento posto sul numero eccessivo che, implicitamente, richiedeva l’applicazione di norme limitanti per evitare questa invasione.
Si ripresentavano, dunque, temi classici della propaganda antisemita: l’infiltrazione ebraica nell’economia di una nazione; la denuncia della dimensione internazionale della congiura giudaica; l’affarismo ebraico. Le stesse tematiche antiebraiche sono riscontrabili, senza rimarchevoli modificazioni dei toni, in tutti i giornali e periodici italiani durante il 1938 <12.
Il 7 settembre del 1938 il governo fascista, col regio decreto-legge n. 1381 <13, dava inizio alle persecuzioni contro gli ebrei. Il provvedimento all’articolo 4 recitava: “Gli stranieri ebrei che, alla data del presente decreto-legge, si trovino nel Regno, in Libia e nei possedimenti dell’Egeo e che abbiano iniziato il loro soggiorno posteriormente al 1° gennaio 1919, debbono lasciare il territorio del Regno, della Libia, e dei possedimenti dell’Egeo, entro sei mesi dalla data di pubblicazione del presente decreto”. Entro il 12 marzo del 1939, salvo rare eccezioni, circa 5.000 ebrei stranieri avrebbero dovuto lasciare l’Italia. La scelta del nuovo Stato in cui emigrare era particolarmente problematica poiché quasi tutti i Paesi occidentali, compresi Stati Uniti <14 ed Inghilterra <15, avevano introdotto delle quote di immigrazione molto limitate, quote che non subirono modificazioni rilevanti nel corso della guerra, nemmeno quando fu chiaro che era in corso un vero e proprio genocidio della popolazione ebraica europea <16.
[NOTE]
8 Cfr. Adriana Goldstaub, Rassegna bibliografica dell’editoria antisemita nel 1938, in “La rassegna mensile di Israel”, LIV, (gennaio-agosto 1988, fascicolo speciale a cura di Michele Sarfatti intitolato 1938 le leggi contro gli ebrei), pp. 409-33.
9 Per il tema dei profughi ebrei in Italia cfr. Paolo Veziano, Ombre di confine. L’emigrazione clandestina degli ebrei stranieri dalla Riviera dei Fiori verso la Costa Azzurra (1938-1940), Pinerolo, Alzani Editore, 2002.
Klaus Voigt, Il rifugio precario. Gli esuli in Italia dal 1933 al 1945, Firenze, La Nuova Italia, 1993-1996.
10 Enzo Arnaldi, Dopo Voronoff troppi medici ebrei stranieri si sono accampati in Riviera, “La Stampa”, 24 agosto 1938;
Enzo Arnaldi, I medici ebrei stranieri sulla Riviera, “La Stampa”, 26 agosto 1938.
11 Enzo Arnaldi, La macchia d’olio che dilaga, “La Stampa”, 25 agosto 1938.
12 Si vedano, per esempio, questi articoli tratti dal “Corriere della Sera”: Anonimo, Troppe conversioni di ebrei in Romania, “Corriere della Sera”, 18 febbraio 1938;
Anonimo, L’Italia non aderisce all’iniziativa americana per i profughi politici ed ebrei, “Corriere della Sera”, 30 marzo 1938;
Anonimo, Il fascismo e la razza, “Corriere della Sera”, 15 luglio 1938;
Anonimo, Razze e razzismo, “Corriere della Sera”, 21 luglio 1938;
Emilio Cecchi, Razzismo e utilitarismo agli Stati Uniti, “Corriere della Sera”, 28 luglio 1938;
Anonimo, L’unità etnica italiana in uno scritto di A. Solmi, “Corriere della Sera”, 8 agosto 1938;
Anonimo, I temi per la difesa della razza fissati dal Segretario di Partito, “Corriere della Sera”, 13 agosto 1938;
Anonimo, Pescecani nel Ponto Eusino, “Corriere della Sera”, 15 agosto 1938;
Anonimo, La realtà razzista si impone, “Corriere della Sera”, 18 agosto 1938;
Anonimo, I nomi germanici proibiti agli ebrei nel Reich, “Corriere della Sera”, 20 agosto 1938;
Carlo Cecchelli, Origini ed omogeneità della razza italiana, “Corriere della Sera”, 24 agosto 1938;
Anonimo, L’ebreo controllava giustizia e polizia di Nuova York, “Corriere della Sera”, 24 agosto 1938;
Anonimo, Gli “indesiderabili”, “Corriere della Sera”, 24 agosto 1938;
Anonimo, Il razzismo italiano e il mondo islamico, “Corriere della Sera”, 26 agosto 1938;
Anonimo, La clemenza di Tito, “Corriere della Sera”, 26 agosto 1938;
Anonimo, L’identità comunismo-ebrei, “Corriere della Sera”, 25 agosto 1938;
Anonimo, Movimento antisemita in Svezia, “Corriere della Sera”, 27 agosto 1938;
Anonimo, L’idra dalle molte teste: gli ebrei, “Corriere della Sera”, 30 agosto 1938;
Anonimo, Comunisti giudei e massoni in combutta per sovvertire il mondo, “Corriere della Sera”, 1 settembre 1938;
Anonimo, Come giudei e moscoviti caricarono la mina della rivoluzione in Spagna, “Corriere della Sera”, 2 settembre 1938;
Anonimo, Le mene del giudaismo massonico, “Corriere della Sera”, 3 settembre 1938;
Anonimo, L’occulto potere del giudaismo massonico, “Corriere della Sera”, 4 settembre 1938;
Anonimo, I delitti del giudaismo massonico, “Corriere della Sera”, 7 settembre 1938;
Anonimo, Punti fermi sul giudaismo, “Corriere della Sera”, 10 settembre 1938;
Paolo Monelli, Come si son fatti,“Corriere della Sera”, 13 settembre 1938;
Anonimo, Un giudeo e due amici che vendevano sterline false, “Corriere della Sera”, 7 ottobre 1938;
Anonimo, Gravi prove contro Sacerdoti e C., “Corriere della Sera”, 12 ottobre 1938;
Anonimo, Nuove misure tedesche contro gli ebrei, “Corriere della Sera”, 15 novembre 1938;
Anonimo, L’eliminazione degli ebrei dalla vita nazionale del Reich, “Corriere della Sera”, 20 novembre 1938;
Carlo Cecchelli, La muraglia talmudica fra i giudei e gli altri popoli, “Corriere della Sera”, 25 novembre 1938;
Carlo Cecchelli, Mammona iniquitatis. Il giudaismo e l’inquinamento dei costumi, “Corriere della Sera”, 15 dicembre 1938;
Anonimo, La criminalità nei vari paesi. Alta percentuale data dai giudei, “Corriere della Sera”, 28 dicembre 1938;
Anonimo, Quattrocento milioni sottratti dai tre ebrei del “Circuito Pathé”, “Corriere della Sera”, 28 dicembre 1938.
13 D. l. del 7 settembre 1938, Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri.
14 Antonio Donno, Gli Stati Uniti, il sionismo e Israele (1938-1956), Roma, Bonacci, 1992.
15 Claudio Vercelli, Israele. Storia dello Stato. Dal sogno alla realtà (1881-2007), Firenze, Giuntina, 2007, pp. 147-154.
Daniela Franceschi, I profughi ebrei in Italia durante il 1938, Storico.org, aprile 2013 
 
Le frontiere della zona intemelia cominciarono intanto a diventare luoghi di transito e di passaggio per migliaia di ebrei europei in fuga dalle loro nazioni alla ricerca di luoghi sicuri in grado di metterli al riparo dalle grandi persecuzioni antisemite annunciate dal governo nazista. Statistiche ufficiali hanno calcolato in circa 2500 gli ebrei tedeschi, polacchi, romeni, ungheresi, russi, austriaci, cecoslovacchi e di altri paesi europei, che tra il 1938 e il 1940 transitarono per la Riviera di Ponente diretti in Francia. Le numerose traversate clandestine del confine, soprattutto via mare, con partenze da Grimaldi, Mortola, Latte, Ventimiglia, Bordighera, Sanremo e Alassio, insospettirono però ben presto le autorità francesi, che ne informarono allarmate il governo italiano, invitandolo a por fine al moltiplicarsi degli sbarchi clandestini di ebrei sulle spiagge di varie località della Costa Azzurra, da Mentone ad Antibes. Il 12 agosto 1939 il Ministero degli Esteri intimò così alla Prefettura di Imperia e ai Comandi di frontiera del settore di Ventimiglia di inasprire i controlli ai valichi di frontiera al fine di arginare il sempre più massiccio fenomeno delle infiltrazioni clandestine di ebrei in territorio francese.
L’ingiunzione ministeriale venne tuttavia rispettata solo parzialmente dagli organi preposti alla sorveglianza dei valichi, in quanto gli agenti in servizio presso i posti di blocco continuarono a limitarsi al controllo dei documenti, giustificando la mancata adozione di provvedimenti più drastici con il numero insufficiente di personale militare addetto al controllo dei valichi. Furono invece rafforzati i posti di controllo ai valichi di Piena e Olivetta, mentre venne sistemato un posto fisso con sette militi al Passo del Grammondo, da dove i nostri organi di polizia erano convinti avvenisse il maggior numero di espatri lamentati dalle autorità francesi. La situazione degli ebrei che riuscivano a raggiungere la Francia non sarebbe stata tuttavia sempre felice e serena in quanto le autorità locali passarono in poco tempo da un atteggiamento accogliente ad uno più intollerante, destinato a trasformarsi infine in una tendenza apertamente persecutoria, come attestato tra l’altro dalle oltre cento sentenze emanate in quegli anni dal Tribunale correzionale di Nizza nei confronti di altrettanti ebrei accusati di vari crimini, mentre anche la stampa nizzarda non risparmiava attacchi anche violenti alla comunità ebraica locale. Ma ormai si avvicinava il tempo della guerra aperta tra Italia e Francia e anche il destino di migliaia di ebrei rifugiatisi in terra francese stava per essere irrimediabilmente segnato.
dott. Andrea Gandolfo
Redazione, Le vicende del confine italo-francese nelle Alpi Marittime al centro del nuovo racconto del dott. Andrea Gandolfo, Sanremo news, 11 marzo 2016
 


Nell’autunno del 1938 gli abitanti di Grimaldi [Frazione di Ventimiglia (IM)] incontravano, sempre più spesso, gruppi di viaggiatori stranieri che si dirigevano verso la frontiera di Ponte San Luigi. Alcuni furono notati anche nella piccola piazzetta della chiesa, nell’abitato superiore mentre con lo sguardo assorto scrutavano la costa francese, chiusa dall’inconfondibile e oscuro profilo del Cap Ferrat. [...] Alloggiavano tutti negli hotel “Miramar” e “Vittoria”, dove consumavano inesorabilmente i loro giorni e il poco denaro rimasto. Grimaldi divenne sul finire del 1938 l’avamposto di un’umanità smarrita, spesso fuggita dalle persecuzioni naziste che avevano provocato la disgregazione delle loro famiglie, la separazione dei genitori dai figli. Circolava la voce che c’erano dei pescatori disposti a trasportare gli ebrei oltre confine e ai loro occhi, dietro quelle incombenti e brulle montagne, apparve una salvezza almeno momentanea. Nei saloni degli hotel si assisteva a continui conciliaboli, dove si diffondevano rapidamente voci sempre più confortanti. I più intraprendenti, oppure quelli che conoscevano meglio l’italiano, si recavano nella “Spiaggia delle Uova” e attendevano l’arrivo delle imbarcazioni dalla pesca. Con la promessa di una congrua ricompensa tentavano di convincere i pescatori a trasportarli appena oltre il confine, ma ricevevano immancabilmente una risposta negativa.
Certo, per i pescatori l’affare era allettante, ma la paura di essere sorpresi dalla polizia italiana o dalla gendarmeria francese era altrettanto grande. I più anziani che in passato avevano praticato il contrabbando e conoscevano perfettamente la costa francese, accettarono il rischio. I primi ebrei partirono e gli alberghi si svuotarono. Le voci del felice esito dei trasporti si diffusero rapidamente in Italia e all’estero: da quel momento l’avamposto di Grimaldi divenne un frequentato crogiolo cosmopolita. [...] Da qualche giorno alloggiava al “Miramar” anche un italiano che si era subito fatto notare. Discuteva assiduamente con gli ebrei e, tra mille difficoltà, proponeva pazientemente a ogni eventuale cliente la soluzione più adatta alle sue disponibilità economiche. Il momento delle trattative era animato ed estenuante, tutti cercavano di ottenere sconti, ma egli era irremovibile almeno in apparenza: le tariffe erano fisse e quando il denaro non bastava, accettava a saldo o in sostituzione gioielli e altri oggetti di valore. Chi non possedeva nulla, ed erano in molti, veniva trasportato comunque; l’uomo annotava minuziosamente le loro generalità su un piccolo quaderno. Infine, compilava le liste d’imbarco e indicava il luogo e il giorno della partenza. L’uomo delle trattative era il cassiere e il responsabile operativo «dell’agenzia di navigazione clandestina», che aveva la sua sede centrale a Ventimiglia ed era diretta da Mario Toselli, un uomo abile e privo di scrupoli. Riceveva periodicamente la visita del dirigente del vicino posto doganale al quale consegnava le liste di imbarco e una consistente tangente debitamente occultata. Incontrava spesso un uomo di bassa statura, corpulento, che portava un borsalino grigio ed era sempre vestito elegantemente: era il commerciante ebreo ventimigliese Ettore Bassi. Costui recava con sé consistenti somme, affidategli dall’organizzazione assistenziale ebraica italiana COMASEBIT, destinate a coprire le spese alberghiere e l’avvenuto trasporto di coloro che erano stati iscritti dal cassiere nella «rubrica dei nullatenenti». I passeur, invece, non accettavano più di accompagnare gli ebrei; preferivano tornare agli abituali traffici. Furono sostituiti da militi della “confinaria” in divisa verde e nera che anche di notte erano appostati ovunque. Di giorno si incontravano regolarmente mentre si avviavano a dare il cambio ai camerati che, dai precari rifugi in legno, presidiavano i valichi sulle montagne o quando accompagnavano gli ebrei da allontanare. Qualche mese prima era tutto più semplice, al punto che i quotidiani di Nizza avevano ironizzato sulla sorveglianza alle frontiere sostenendo che non era necessario pronunciare la frase “Apriti Sesamo” per entrare nel paese, perché le porte erano perennemente spalancate. Ora i Francesi avevano rafforzato la sorveglianza e i pescatori ritornavano sovente con il loro carico umano. L’angoscia di rimanere bloccati a lungo spinse gli ebrei a rivolgersi insistentemente al cassiere per sapere se vi fossero soluzioni alternative. L’uomo rispose che c’era una via assai pericolosa, ma che garantiva un esito certo, occorreva sborsare però, una vera fortuna, 1000 lire, inoltre questo affare era trattato solo dal “capo” all’albergo Torino di Ventimiglia. I più facoltosi accettarono e furono accompagnati in autobus a Grimaldi da un dipendente «dell’agenzia» e nascosti in un vecchio frantoio. Erano poi scortati nei pressi della caserma della guardia di finanza dove, sotto gli occhi complici degli agenti, il segretario del fascio locale assumeva la guida del silenzioso corteo. Si dirigevano poi verso il canale d’irrigazione detto nel dialetto locale “Beu de Bedin”, che convoglia l’acqua che sgorga nei pressi dell’abitato di Grimaldi ai terreni della zona di Menton-Garavan. Il “Beu”, tuttora visibile nel vallone di San Luigi, è in cemento, largo circa venticinque centimetri; segue un sentiero a strapiombo su un pauroso precipizio e a pochi metri dal confine una porta in ferro ostruisce completamente il passaggio. Apparteneva ad un consorzio irriguo, composto da sessanta italiani che abitavano nella zona di Grimaldi e da cinquanta membri francesi; di questi ultimi presidente era Delrue, allora consigliere comunale di Mentone. Per consentire l’apertura della porta non era sufficiente pronunciare le parole magiche “Apriti Sesamo”, ma occorrevano le chiavi del segretario.
Nell’estate del 1939 il passaggio fu improvvisamente ostruito con filo spinato e presidiato continuamente da un gendarme.
Che cosa era successo?
Qualche giorno prima i gendarmi controllando l’identità dei passeggeri dell’autobus di linea Mentone-Nizza invitarono a scendere tre viaggiatori sospetti. Si trattava di ebrei che interrogati tradirono la consegna del silenzio e rivelarono di essere passati attraverso il “Beu de Bedin”. Da un po’ di tempo, ormai, affluivano a Grimaldi sempre meno ebrei e le barche a remi rimanevano spesso in secca sulla “Spiaggia delle Uova”. Le agenzie si erano dotate di grandi barche a motore e avevano preferito spostare gli imbarchi a Bordighera e San Remo, dove le centinaia di ebrei in attesa potevano trovare un comodo alloggio. La centrale operativa del “Miramar” fu smantellata e l’albergo ritornò alla sua abituale quiete.  
Paolo Veziano, Apriti Sesamo. Queste parole magiche non bastavano, occorreva la chiave per aprire la porta della speranza in La Gazzetta di Grimaldi, anno VII, n° 7, giugno 2005, www.terraligure.it/gazzetta
 
[ n.d.r.: altri lavori di Paolo Veziano: La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944) (a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Paolo Veziano, Ombre al confine. L’espatrio clandestino degli Ebrei dalla Riviera dei Fiori alla Costa Azzurra 1938-1940, ed. Fusta, 2014; Paolo Veziano, Sanremo. Una nuova comunità ebraica nell'Italia fascista. 1937-1945, Diabasis, 2007; Paolo Veziano, Ombre di confine: l'emigrazione clandestina degli ebrei stranieri dalla Riviera dei fiori verso la Costa azzurra, 1938-1940, Alzani, 2001 ]
 
Dalla primavera del 1939 centinaia di ebrei avrebbero raggiunto la Provincia; il prefetto avrebbe dovuto gestire gli allontanamenti, cercando di evitare problemi d'ordine pubblico: l'obiettivo da raggiungere giustificava i metodi che sarebbero stati impiegati.
Si procedette all’immediata legalizzazione di attività illegali; la milizia confinaria rilevò i contrabbandieri e assunse il ruolo di «passeur di Stato»; i barcaioli divennero uno strumento indispensabile. I pescatori furono incoraggiati ed ebbero garantita ampia libertà di azione. Le autorità locali avevano preteso dalle organizzazioni assistenziali ebraiche un maggiore coinvolgimento, anche finanziario, nell’esodo, auspicando altresì una più efficiente organizzazione dei trasporti clandestini.
L’arrivo in massa degli ebrei incoraggerà, dal luglio del 1939, la nascita di numerose «agenzie di navigazione clandestina», che nel mese di agosto riusciranno a trasportare con successo oltre confine più di 400 ebrei.
Le agenzie si erano rapidamente riorganizzate, dopo aver perso parte della flotta e numerosi barcaioli, reclutando altri pescatori e acquistando imbarcazioni a motore. In quell'estate la maggior parte delle partenze avveniva dalla spiaggia di “Bagnabraghe”. Si tratta di una piccola insenatura situata a levante della città di Bordighera [...]
Le autorità locali assunsero la gestione quasi completa degli allontanamenti attraverso i sentieri di montagna, riuscendo a impedire i tentativi d'interferenza nell'esodo da parte di guide locali.
A Ventimiglia, i funzionari di P.S. convocavano i capi squadra della milizia confinaria per concordare i tempi e luoghi dell'espulsione, attraverso le montagne, degli ebrei che da troppo tempo soggior-navano in città. Gli ebrei erano condotti sotto scorta alle caserme della milizia o della finanza di Ciotti e Olivetta. [...] Le caserme e i rifugi situati lungo questi percorsi funzionavano da centri di raccolta e smistamento degli ebrei in procinto di essere espulsi. Il sentiero Passo Muratone-Saorge fu, invece, utilizzato in modo occasionale dai contrabbandieri che, eludendo i rigidi controlli delle guardie confinarie, riuscivano condurre i clandestini a destinazione.
Dal luglio del 1939, le vie terrestri persero il ruolo fondamentale che avevano ricoperto fino a quel momento a causa dello sviluppo delle «agenzie marittime», in grado di trasportare rapidamente interi gruppi familiari a prezzi interessanti. Si ritiene che, utilizzando le vie terrestri e marittime, non meno di 3.500 ebrei stranieri abbiano raggiunto clandestinamente la Francia negli anni 1938-1940.
Paolo Veziano, Persecuzioni e repressioni, Memoria delle Alpi
 
Le Alpi occidentali viste attraverso la lente d’ingrandimento della persecuzione antiebraica si possono visivamente rappresentare come una rete che sempre più restringe l’area di libertà di movimento: le fasi da scandire sono quelle che immediatamente seguono il giugno 1940, ma la data-spartiacque viene dal novembre 1942, con il definirsi più preciso delle zone d’occupazione italiana.
In altri termini, a partire dalle emigrazioni clandestine avviate a Ventimiglia già sul finire del 1938, ha inizio, intorno all’arco alpino, un percorso a spirale, con tanti punti di ingresso o di accesso e un’infinita serie di passaggi in più direzioni di marcia. Una spirale che coinvolse individui provenienti dall’Europa centrale, dalla Polonia, dall’Austria, dalla Russia, che salgono e scendono, passano frontiere, poi ritornano sui loro passi. Una cifra, fra le tante, dà il peso di queste vicende: circa 20.000 profughi di mezza Europa da Nizza guardavano alle Alpi Marittime (oppure al mare) come a una possibile via di salvezza nell’inverno 1942-1943.
Una serie di percorsi da indagare per ricostruire la dimensione europea di una pagina dimenticata della storia del Novecento. Da indagare attraverso la ricorrenza dei nomi e delle storie di vita: registriamo infatti nei documenti la presenza degli stessi uomini, delle stesse donne, degli stessi bambini ora nei registri francesi, ora nei registri comunali italiani, infine, nei documenti svizzeri. Non è un esercizio impossibile quello di seguire caso per caso la storia di una persona che a Ventimiglia si registra in un modo, poi due mesi dopo a Mentone la ritroviamo registrata in modo leggermente diverso nei documenti per le cartes d’alimentation; ritroviamo la stessa persona, lo stesso nucleo famigliare nella testimonianza di un soldato della IV Armata, poi vediamo comparire quelle stesse persone o nelle liste di deportazione pubblicate da Serge Klarsfeld nel suo Mémorial oppure nelle formazioni partigiane italiane del Cuneese o in Valle d’Aosta.
Dentro le Alpi, dentro questa spirale di valichi, passaggi frontalieri di contrabbando e di pescatori, linee ferroviarie percorse con «l’ultimo treno», mulattiere, postazioni militari, alpeggi, gli ebrei penetrarono rincorrendo più di una linea vettoriale, come si diceva.
Alberto Cavaglion, Persecuzioni e repressioni, Memoria delle Alpi 

sabato 21 maggio 2022

Sanremo (IM): Il magistero di Cesare Trucco


Cesare Trucco (Milano 22 aprile 1922-Sanremo 1 luglio 2012) è noto a molti sanremesi come insegnante di lettere nelle medie superiori. Ma è stato anche molto altro. Il 28 maggio verrà ricordato al Museo civico di Sanremo, nel centenario della nascita. L’appuntamento è alle ore 17.

Cesare Trucco non era nativo del Ponente ligure. «Io sono venuto a Sanremo nel ’26, a quattro anni, e appena arrivato mio nonno mi ha fatto fare la fotografia dal fotografo ufficiale di Sanremo, che era Mansuino». Ricorda: «Ho trascorso il momento formativo del carattere in una specie di Eden… una bellissima casa, con il parquet nelle camere» e il pozzo, e la fontana, e un ruscelletto che scorreva fra le piante di frutta.

La passione che presto si fa dominante è quella per i libri. Adora gli scrittori della latinità, gli italiani del Rinascimento come Machiavelli e Ariosto, la storiografia letteraria di De Sanctis e Croce.

L’attività che riempirà la sua vita sarà l’insegnamento, di ascendenza montessoriana, anche se poi passerà alle medie superiori, e molti sanremesi lo ricordano come docente di lettere. «Io ho incominciato come maestro e quindi questa vocazione, questo desiderio di sapere, di vivere in mezzo ai giovani, per i giovani e in favore dei giovani. Nel primo giubileo del magistero del Carducci trovi quello che è l’ideale dell’insegnante: è bellissimo». La capacità che Trucco presto rivela è quella di insegnare non in maniera nozionistica ma stimolando la voglia di imparare, proponendo brani dei classici spesso recitati a memoria (con una voce pacata e profonda) dando con pochi tratti biografici e critici l’idea di un poeta o di un saggista.

Professore di varie generazioni di studenti, dunque, e nitido relatore. Bibliofilo e collezionista, organizzatore culturale, conferenziere..

Cesare Trucco faceva spesso notare le corrispondenze fra opere letterarie diverse, ad esempio Eurialo e Niso nell’Eneide confrontati a Cloridano e Medoro nell’Orlando furioso, oppure Chi è questa improvvisa dea che appare di Arturo Onofri vista come un d’après di Chi è questa che ven, ch’ogn’om la mira di Guido Cavalcanti.

Si intende ora ricordare, il 28 maggio, la sua figura, soprattutto come didatta e organizzatore culturale. La giornata di studi porta infatti il titolo di “Il magistero di Cesare Trucco”. Ai presenti sarà distribuito gratuitamente un piccolo fascicolo di testimonianze e documenti e l’attore Max Carja affronterà la lettura di alcune pagine delle letterature italiana, latina e irlandese. Saranno proiettati inoltre due videoclip: la canzone “Festopoli” e un breve esempio di film didattico sulla figura di re Manfredi secondo Dante, in cui si avrà l’emozione di riascoltare la voce di Cesare Trucco.

Marco Innocenti

venerdì 20 maggio 2022

Sanremo (IM): Presentazione del volume "Antologia teatrale. Atto secondo"


"Antologia teatrale. Atto secondo" è un volume curato da Antonia Lezza, Federica Caiazzo ed Emanuela Ferrauto (rispettivamente una studiosa di letteratura teatrale, una filologa e un'italianista, tutte di area napoletana), volume che raccoglie diversi saggi, incentrati su questioni di drammaturgia, storie del teatro, messinscena e regia. Il volume è diviso in quattro sezioni: Studi sul teatro; I maestri della parola; Regia/Critica; Scrivere (di) teatro.

Il libro sarà presentato venerdì 27 maggio 2022, ore 17, in Sanremo, Museo civico di piazza Nota. Dopo un'introduzione di Marco Innocenti, che presenterà il volume nel suo complesso, gli interventi veramente interessanti saranno i successivi: la stessa Lezza, e poi Stefania Stefanelli, importante studiosa del futurismo e delle avanguardie successive.
Concluderà la giornata Franco Vazzoler, grande studioso del linguaggio teatrale, per molti anni docente universitario e autore di testi fondamentali.

n.d.r.



Venerdì 27 maggio, alle ore 17, presso il Museo Civico di Sanremo, in Piazza Nota 2, il Club per l'UNESCO di Sanremo presenta il volume Antologia Teatrale, Atto Secondo, a cura di Antonia Lezza, Federica Caiazzo, Emanuela Ferrauto; Liguori Editore, Napoli, 2021.
Partecipano Marco Innocenti, Antonia Lezza, Stefania Stefanelli, Franco Vazzoler.
In collaborazione con Università degli Studi di Salerno, Centro Studi sul Teatro napoletano, meridionale ed europeo, Società Dante Alighieri Firenze.
Club per l'UNESCO di Sanremo

giovedì 19 maggio 2022

Per Sofo il mondo era un simbolo, un atto magico

Imperia: uno scorcio di mare davanti a Porto Maurizio

Ai due [n.d.r.: nell'attuale Imperia] s'accostarono poi altri: Guido Edoardo Mottini, segretario all'intendenza di Finanza, il prof. Carlo Mario Parodi del Liceo d’Oneglia, Carlo Gentile, farmacista e direttore dell’Osservatorio, Angelo Saglietto, capitano di lungo corso, il prof. Roberto Parodi, matematico e fisico, Tito Bruno, pubblicista, l'ingegnere Olindo Zanasso, l'avv. Dionisio Castellano, Angelo Siffredi. Uomini di varia cultura, di vario ingegno, di varia attività: ma in tutti urgeva il bisogno di scambiar qualche parola diversa dal solito, in queste cittadine liguri operosissime ma fuori di ogni tradizione culturale e di una vera vita di pensiero. Al principio ci fu anche il pretesto di un lavoro da intraprendere lì per lì: il riordinamento della biblioteca comunale, cui si accinsero alacremente Boine, G. B. Parodi, R. Parodi e A. Saglietto. Boine fu il primo bibliotecario, seguito poi dal Saglietto.
La brigata nei suoi buoni momenti disputava di letteratura, arte, religione, sociologia e, molto più raramente, di politica. Gli argomenti certo non erano predisposti, ma nascevano improvvisi dalle meditazioni e dalle letture di ognuno. Talora però un tema centrale s’impostava e faceva le spese di molte conversazioni, o perchè un particolare problema avesse mosso la comune curiosità, o perchè le letture e gli studi di tutti si fossero collettivamente determinati su questioni o su autori che avessero destato maggior interesse. Ma tali convegni, ripeto, eran la cosa più lontana dall’accademia.
Letterato militante era solo Boine. Mottini viveva ancora in un periodo di incubazione, di preparazione e di accumulazione di quei motivi di sensibilità e di quella ricchissima varietà di cultura, che poi avrebbe profuso nelle sue liriche e nei suoi saggi di arte.
Italo Scovazzi, Il Cenacolo di Porto Maurizio in Atti e memorie della Società Savonese di Storia Patria vol. 37 (1965) p. 77-93

La poesia di Ruscigni appare un unicum nel panorama italiano. Al di là di quest'ultima collezione, Ruscigni scrive da tempo. Nel 1984 esce In uno itinere, due anni dopo L'antro del Nume. Poi nel 1989 Notte dell'insonnia e nel 1993 Negli Specchi del fantasma. Nel 1999 pubblica Il giardino del Lepre e infine Laminette Orfiche (2006) e Eis. Tu sei (2009). I versi sono scalpellati nella pietra. Duri, lapidari. La musica sembra a tutta prima assente, ma è celata proprio nel taglio aspro. In una potatura violenta. E uno stile oracolare, teso a svelare ciò che sta oltre il detto. Il nucleo centrale è la ricerca della verità sull'essere tramite i simboli che Ruscigni trova soprattutto nella religione egiziana antica e nella filosofia greca.
[...] La poesia di Ruscigni testimonia una parte importante della cultura italiana, oggi quasi dimenticata e nascosta. Merita perciò attenzione accurata e prolungata. Quando una tradizione culturale estranea al cristianesimo si fa luce in Italia deve necessariamente fare i conti con il cristianesimo che da noi è dominante. In questa prospettiva, il cristianesimo acquista un rilievo cospicuo. Ruscigni sembra oscillare tra amore e identificazione da un lato e rifiuto tramite una radicale critica e/o reinterpretazione gnostica dall'altro. Non è contraddizione, ma la necessità tipica della nostra cultura. La poesia su Paolo è esemplare. Terribile ma anche oscura. Paolo appare "accecato", e sostituisce "ubbidire al posto di conoscere", Ma poi: "Non maschio o femmina / Adamo Primordiale Cristo / Logos che il mondo trascende".
In questa tradizione importante e dimenticata di cui Ruscigni è espressione sta anche il rapporto necessario con maestri di iniziazione. Ed egli ne ha avuto uno, "Sofo", Angelo Saglietto, così definito da Ruscigni in Eis: "Sofo è uno di quei misteriosi personaggi, come Ietro, Melchisedec che, pur apparendo pochissimo nella storia, in realtà sono destinati a condizionarla in quanto essi emanano dal Principio, dall'Invariabile mezzo, dal Polo celeste, dall'Asse del mondo...". Ma la poesia di Ruscigni indaga ogni aspetto della realtà esistenziale - da qui le diverse poesie di amore, di affetto familiare, di pietas verso gli animali - e per questo sembra in ultima analisi espressione di un fascino esercitato dal simbolo su ogni aspetto della vita vissuta.
Ito Ruscigni, Stella del Nord. Nuove laminette orfiche, De Ferrari, Genova, 2011
Mauro Pesce, Un poeta gnostico, L'Indice dei Libri del Mese, Anno XXIX N. 2 Febbraio 2012

[...] Piero Colombani, nel rendere omaggio a Sofo (Angelo Saglietto, nato a Imperia 1888 e morto nel 1978) affronta il drammatico e, attualmente inusitato, rapporto tra Arte e Rivelazione. Un felice incontro, predestinato eppure quasi spontaneo, tra l’artista che subisce il fascino degli oggetti che si fanno simbolo (il connettersi di elementi realistici e simboli esoterici) e il grande uomo spirituale che queste visioni realmente ebbe ancora giovinetto sin dal 1900…
Sofo, gnostico recidivo… ricco di sconfinata erudizione (Boine) e di enormi capacità indagative, ha lasciato un patrimonio, orale e scritturale, immenso; ancora tutto da esplorare poiché, vivo, non pubblicò mai nulla, rinnegando, in tempi così facili come i nostri, l’Idola Libri…
… Piero Colombani, nel catalogo monografico, che raccoglie 35 anni di attività artistica, è in sintonia con la sua esperienza nell’arte gotica con le idee di Sofo, ispirate entrambe alla Tradizione. Alcuni anni fa quando proposi all’artista di illustrare le Visioni di Sofo un tema a cui abbiamo riservato un apposito volume, dopo averle meditate mi disse: A qualcuno è dato di tenere le chiavi di questo sapere sacro: Sofo mi illumina di speranza.”…
Ito Ruscigni
Redazione, Visioni da Sofo, Piero Colombani 

[...] Ito Ruscigni è nato a Imperia e vive a Sanremo, già direttore dell'ufficio Stampa e Cultura del Casinò, ha curato in particolare la Rassegna "I Martedì Letterari", Ha studiato presso l'Università di Urbino dedicandosi a ricerche storico-religiose, pubblicando "Regola della Guerra e Apocalisse", un saggio dedicato alla escatologia giudeo-cristiana. Ha scritto "Cristianesimo, Dei e Demoni" e altri saggi. "L'Anima del mondo tra Magia e Scienza", dedicato a Giordano Bruno, Galileo Galilei e Leonardo da Vinci. Ha pubblicato le raccolte di poesia: "In uno ltinere", "L'antro del Nume", "Notte dell'Insonnia", "Negli specchi fantasma", "Il giardino del Lepre", "Laminette Orfiche".
Nel volume "Con Sofo cose notabili", Ito Ruscigni, svela una storia quasi privata, narrando dell'amicizia che lo legò per un lungo periodo di tempo ad Angelo Saglietto, detto Sofo, un personaggio veramente eccezionale. Chi fu Sofo? Nato a Imperia da una stirpe di marinai e armatori nel 1888, Angelo Saglietto visse sempre in questa città, dove morì nel 1978, lasciando ai numerosi discepoli e seguaci appunti, note e disegni che lumeggiavano in parte il suo pensiero. Sofo fu, infatti, un filosofo e un mistico, un indagatore dell'uomo e della vita, nella quale cercava di rintracciare quella presenza del divino che sul campo del contingente tende a frantumarsi in tante piccole tessere. Ruscigni ricompone questo mondo complesso e disarticolato fatto di sogni, di visioni, di premonizioni ma anche di considerazioni, di ragionamenti e di profonde riflessioni sul senso dell'uomo. Ne fuoriesce un libro interessantissimo che cattura e avvince colui che desidera andare oltre il velame e avvicinarsi a quel mistero inestricabile che si chiama esistenza. [...]
Redazione, Ito Ruscigni, Sofo e le cose notabili, giovedì al Tea con l'Autore, Il tuo comunicato stampa, 9 febbraio 2015 

[..] Un incontro eccezionale è capitato… anche a Ito Ruscigni, scrittore di fama, specializzato, soprattutto, in ricerche storico-religiose. Egli si è interessato, fra l’altro, di mitologia cristiana, di frammenti orfici, dell’opera di Giordano Bruno e di Galileo Galilei. Inoltre, ha scritto varie raccolte di poesia, fra le quali "Notte dell’insonnia", che vinse nel 1986 il “Premio nazionale di poesia Dino Campana”.
In questo bel volume, "Con Sofo cose notabili", Ito Ruscigni, svela una storia quasi privata, narrando dell’amicizia che lo legò per un lungo periodo di tempo ad Angelo Saglietto, detto Sofo, un personaggio veramente eccezionale.
Chi fu Sofo? Nato a Imperia da una stirpe di marinai e armatori nel 1888, Angelo Saglietto visse sempre in questa città, dove morì nel 1978, lasciando ai numerosi discepoli e seguaci appunti, note e disegni che lumeggiavano in parte il suo pensiero.
Sofo fu, infatti, un filosofo e un mistico, un indagatore dell’uomo e della vita, nella quale cercava di rintracciare quella presenza del divino che sul campo del contingente tende a frantumarsi in tante piccole tessere. Ruscigni ricompone questo mondo complesso e disarticolato fatto di sogni, di visioni, di premonizioni ma anche di considerazioni, di ragionamenti e di profonde riflessioni sul senso dell’uomo. Ne fuoriesce un libro interessantissimo che cattura e avvince colui che desidera andare oltre il velame e avvicinarsi a quel mistero inestricabile che si chiama esistenza. Si legge:
“Sofo non ebbe maestri. La biografia di Sofo è il suo pensiero. Diplomato capitano di mare, conosceva molto bene la matematica, l’astronomia, le lingue moderne e antiche. Fu in corrispondenza con molti studiosi della tradizione gnostica.
Giovanni Boine lo descrisse nel suo libro “Amici di qui” e scrisse: “Al capitano Angelo Saglietto di Giuseppe, detto 'il Sopfo' e 'Sofo' veramente, abitante nel corpo a Borgomarina ma con lo Spirito tra gli Elisi…”. [...]
Ma.Gu., La figura di Sofo con Ito Ruscigni ai Martedì Letterari del Casinò di Sanremo, Riviera24.it, 21 ottobre 2013

Pareva che il Sofo si accostasse a tal modo di sentire e di pensare: ma la sua era tutt'altra posizione. Per lui il mondo era un simbolo, un atto magico. Un simbolo vedeva nella parte liturgica del Cattolicesimo e nelle funzioni religiose; un simbolo di segrete rispondenze spirituali che conosceva lui solo. Lo si vedeva sempre alle funzioni di chiesa, raccolto in sè, beantesi delle cerimonie e delle armonie. Lo si sarebbe detto il più devoto osservante, e
nessuno sospettava certo qual nido di eresie si nascondesse in quel lontano discendente degli Gnostici. Per Mottini la religione era l’arte; gli altri digradavano verso una concezione panteistica, panica del mondo: verso una religione della natura che trovava il tessuto connettivo col polo opposto nell’«humus» romantica che in fondo tutti affratellava.
Ci fu anche una punta di buddismo: l’avv. Castellano, per esempio, ne rimase così preso da essere poi soprannominato Buddino.
Se le teste si riscaldavano troppo, c’era sempre pronta l’ironiadi C. M. Parodi, che tuttavia leggeva lui pure Pascal e i mistici, come del resto il suo grande Schopenhauer aveva saputo conciliare la mistica fede di Boehme col sogghigno di Voltaire.
Ma la musica specialmente era la miracolosa conciliatrice: Mottini apprestava il grande banchetto, al suo pianoforte, nella camera angusta.
Poteva essere un crepuscolo d’inverno, ma lucido e sereno, in cui i monti e i cipressi della valle s’intagliavano in una sfumatura celeste degna del Perugino; oppure una sera blanda di maggio, soffusa di fluidi veli di nebbia, ritmati dal canto delle rane.
Tutto fluiva: l’eleganza aristocratica di Mozart, la malinconia di Chopin, il romanticismo di Mendelssohn, il ruscello canoro di Schubert, il fruscio serico e il brivido di Debussy, le ciclopiche costruzioni Wagneriane. Ma più di tutto Mottini faceva comprendere agli amici Beethoven, il cui titanismo essi amavano contrapporre alla mistica femminilità di Wagner. Erano freschi della lettura di Schopenhauer, della sua teoria della musica, ed avevano letto anche il Beethoven di Wagner e le Origini della tragedia di Nietzsche; e G. B. Parodi aveva anche ideato e in parte steso un lavoro in cui, con argomenti paralleli a quelli del Nietzsche, trattava del ritmo del dramma cristiano e della musica. Quella era la necessaria integrazione del mondo, anzi la rivelazione del mondo vero e profondo (il Sofo annuiva), del segreto «Wille» del mondo, che fiorisce, meravigliosamente, nella gradazione gerarchica della sua obbiettivazione, come la mistica rosa di Dante; era il mondo liberato, spastoiato dalla occhiuta preveggente obbiettività borghese; era la matrice, l’abisso primigenio, in cui germinava il fantasma del mito e dell’umana tragedia. Ma Mottini correggeva,
frenava, riduceva gli sconfinamenti vaporosi, balenati di riflessi metafisici, a cui spesso s’abbandonava G. B. Parodi.
Uscivano a ora tarda, in silenzio. Camminavano assorti, riandando la dolcezza di quelle ore musicali, e ciascuno sentiva lievitare in sè la parte migliore del suo essere, sentiva ciascuno una sua via, una sua missione. La guerra non era ancora scoppiata, ma stava in agguato nell’ombra.
Italo Scovazzi, Op. cit.


Il diario degli scavi nella preistorica Caverna di Bertrand, sul versante occidentale del Monte Faudo, nel territorio di Badalucco, e un saggio inedito, «Cristianesimo storico e cristianesimo eterno», pubblicato sulla rivista semestrale «Mistica e filosofia». Ambedue opere di Angelo Saglietto, filosofo di Porto Maurizio al quale lo scrittore Giovanni Boine aveva dato il nome di Sofo, il Sapiente, sono le ultime scoperte dell’imperiese Ito Ruscigni, creatore dei Martedì Letterari del Casinò di Sanremo (1500 gli autori complessivamente ospitati), su questo protagonista delle cultura, che ha frequentato e di cui è considerato il maggior studioso.
Spiega Ruscigni, anche saggista e poeta raffinato («Una poesia filosofica, la sua, che sacrifica ornamento, cantabilitá e ogni possibile grazia al pensiero», ha scritto Mario Baudino su La Stampa): «Dal diario scaturisce la disputa di Sofo con un altro filosofo, l’ex ministro Gentile, il quale sosteneva che i resti umani e i reperti rinvenuti nella grotta erano di pitecantropo, vissuto dai 400 ai 300 mila anni prima di Cristo. Per Sofo risalivano invece all’eneolitico, intorno al 2000-1500 a.C. Nell’accesa diatriba si inserì un terzo filosofo, Julius Evola, che chiese a Sofo di pronunciarsi pubblicamente».
E, con la certosina pazienza del ricercatore, Ruscigni, già capo ufficio stampa del Casino, da lui riverniciato con i Martedì Letterari (non solo casa da gioco, ma anche sede di eventi culturali), ha ritrovato il documento, un articolo del 1934 nel quale Sofo esponeva le proprie ragioni. E a seguito di ciò è sbocciata un’altra idea, da realizzare con il Comune di Badalucco: recuperare quei cimeli, «ovunque si trovino», per esporli in una mostra nel paese, accompagnata da una pubblicazione che riepiloghi la vicenda. [..]
Stefano Delfino, Ito Ruscigni scopre due opere del filosofo imperiese Angelo Saglietto, in arte “Sofo”, La Stampa, 20 marzo 2021

In questi giorni penso a quel tratto di Liguria che volge più all’Occidente, luogo dal clima unico al mondo tanto da poter far convivere specie botaniche provenienti da tutti i continenti come i giardini Hanbury dimostrano.
Uno dei motivi per cui mi sento attratto da quei luoghi è perché ho letto il libro di Ito Ruscigni dal titolo “Con Sofo cose notabili -mitovisioni-misteri”.
Ito è nato ad Imperia e vive a Sanremo, animatore ed ideatore dei martedì letterari del Casinò, ha un lungo curriculum di ricercatore storico religioso e di poeta. Nella sua opera più recente riporta ed esamina gli appunti o meglio
il pensiero del suo Maestro, il Capitano Angelo Saglietto detto Sofo, vissuto dal 1888 fino al 1978. Maestro per Ito non di navigazione di lungo corso per i mari del mondo, quanto di cabotaggio negli altrettanto perigliosi mari della vita. In questo libro sono narrati episodi reali, immaginari, onirici di un uomo che si divideva tra la vita marinara ed agricola e che vaticinava in merito alla guerra ai nazifascisti portatrice di lutti inenarrabili, perché; “… una nuova razza di uomini si è messa in moto. Essa si è impadronita di una scienza che doveva rimanere segreta, che doveva essere soltanto degli iniziati ed ora invece è diventata uno strumento di conquista e di dominio. Le sciagure saranno immense. Ma quella scienza è buona, è vera.”
[...] Ed alla distruzione del pianeta ci siamo arrivati davvero ad un passo, come il preveggente Sofo aveva affermato, perché il concetto di razza venne usato in modo totalmente fuorviante e distorto. In quegli anni in Europa anche alcuni gruppi parlavano di Tradizione; il già citato Guenon, ed in Italia da parte di un gruppo d’intellettuali chiamatisi il gruppo di Ur, con Julius Evola, Reghini, De Giorgio ed altri. Costoro affrontarono il tema della tradizione romana e della razza. L’allora nascente regime fascista sfruttò e prese a piene mani quei simboli studiati da questi esoteristi, come il fascio littorio, il saluto romano e molto altro nell’esaltazione di un passato glorioso, travisando in parte, quegli studi che invece volevano porre una luce sulla tradizione e sulla forza magica. Questi occultisti, in particolare Arturo Reghini, cercarono di esercitare un’influenza sulle forze politiche di quel periodo, riscoprendo il paganesimo tradizionale romano. Il fatto è che il nostro Sofo - Saglietto non avendo avuto contatti con questi sodalizi né diretti ne tantomeno epistolari, non ci sa spiegare come possa aver appreso questi pensieri e questa cultura. La sua formazione nautica era lontana da questi studi che si rifacevano alla filosofia ed alla teologia, eppure le sue lucide visioni spaziavano dal linguaggio del mito, a quello esoterico, all’interpretazione simbolica dei sogni ed a quell’uomo occulto, interiore in qualche modo primitivo, che riconduce alle grandi scuole iniziatiche platoniche che insegnavano a conoscere sé stessi, per comprendere il mondo. E come da tradizione in queste scuole esoteriche poco o nulla doveva essere scritto e tutto trasmesso oralmente da maestro a discepolo, affinché la sapienza non finisse in mani improprie e travisata portasse a gravi conseguenze.
[...] Ito Ruscigni non ha paura di portare la conoscenza di questi fatti ad un pubblico più vasto, per mantenere la memoria di questo suo Maestro, in un’epoca in cui i maestri sono sempre più rari e spesso sono cattivi. Questo rende il suo lavoro una testimonianza rara e preziosa che va attentamente esaminata e soppesata, con la consapevolezza di non poter comprendere quei lati misteriosi che come tali devono restare. Sofo ci guidi in queste giornate buie, dove un’umanità disperata ed in alcuni momenti feroce si confronta e si guarda attraverso un muro, che dovrebbe precludere i contatti, ma che ci piaccia o no, nulla potrà fare per isolare. I muri si costruiscono per paura. Servono a convincerci che possiamo essere al riparo e che nulla possiamo temere. Ma la storia c’insegna che brecce, come Porta Pia o crolli come quello di Berlino prima o poi avvengono. Spesso il muro stesso viene aggirato, perché per quanto accurato sia il controllo qualcosa sempre sfugge.
[...] Non è mia intenzione evocare scenari tetri, ma ritengo che in questi tempi sia importante conoscere, analizzare ed esercitare quell’arte mantica che il Maestro Sofo ha voluto insegnare a chi manifestava sensibilità e capacità per essere un buon discepolo, per saper utilizzare la pietra dei muri, diventata maceria, per costruirne ponti.
Contro la fragilità dei muri molto più forte ed impermeabile è quel velo di Iside che nasconde le cose di chi sa, verso chi crede di sapere.
Paolo De Santis, Il muro ed il velo, La Civetta della Liguria d'Occidente, Circolo degli Inquieti Anno XX N° 4 2015

1926-29 Si dedica [Evola] alla riscoperta di antichi insegnamenti presenti in molteplici tradizioni; scrive sulle riviste di “Ur” e “Krur”, alle quali collaborano Reghini, Colazza, Servadio, Comi, raccogliendo, successivamente, i fascicoli monografici nei tre volumi di Introduzione alla magia quale scienza dell’io. E’ ispiratore e redattore del “gruppo di Ur”.
Francesca Ricci, Julius Evola: l'altra faccia della modernità, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Napoli Federico II, 2008

domenica 15 maggio 2022

L'immigrazione calabrese si addensava soprattutto a Taggia e nella fascia da Bordighera al confine con la Francia

Un vicolo del centro storico di Taggia (IM)

«Andare lassù» era l’espressione ricorrente usata da chi negli anni Cinquanta-Settanta emigrava nell’Italia settentrionale dai paesi calabresi. Almeno, in base ai ricordi personali, da quelli della Calabria nord-occidentale. La locuzione avverbiale indicava uno strano luogo indeterminato, che in realtà era metafora della Liguria occidentale, della provincia di Imperia in particolare, ed era mutuata da modi di dire quali «lavoro lassù», «vivo lassù» e simili pronunciati da coloro che ritornavano nei luoghi d’origine per portare al Nord il resto della famiglia. La metafora - sintetica, suggestiva e mitizzante - non trovava applicazione per gli esodi in Piemonte (si partiva sempre per Torino), in Lombardia, di cui Milano era la sineddoche, in Costa Azzurra, che designava genericamente la Francia, e in Brasile, tout-court l’America.
[...] Per l’argomento in trattazione non si è potuto disporre di un’adeguata ed esauriente documentazione: non solo le fonti non risultano fruibili per il divieto di accesso stabilito dalla nostra legislazione ai dati anagrafici, ma i Comuni liguri qui presi in esame non dispongono di sintesi statistiche anche in ragione del fatto che gli uffici non hanno mai attuato screenings almeno numerici sulla popolazione immigrata <2.
Unica eccezione il Comune di Taggia.
Di validissimo aiuto, tuttavia, nell’inesistenza di letteratura specifica, si è rivelato lo studio, ancora oggi unico e insuperato sul tema, sia da parte ligure che calabrese, di Franco Martinelli *, funzionario all’epoca dell’Ufficio Provinciale di Imperia del Servizio Contributi Agricoli, su Contadini meridionali nella Riviera dei Fiori edito nel 1958 (nello svolgimento del presente scritto richiamerò questo denso rapporto col nome dell’estensore). Benché limitato agli anni Cinquanta, il lavoro di Martinelli è comunque paradigmatico della situazione immigratoria meridionale dei successivi decenni Sessanta e Settanta. Il testo è stato integrato da alcune significative tabelle che, pur riguardando la presenza dei meridionali in generale nei centri del litorale floricolo della Riviera, riportano indicazioni molto utili alla comprensione del fenomeno, anche quando gli indici sono retrodatati al 1946 o elaborati, per Taggia, fino al 1973.
I centri oggetto di indagine furono quelli di Ventimiglia, Camporosso, Vallecrosia, Bordighera, Ospedaletti, Sanremo, Taggia, Riva Ligure, Santo Stefano al Mare, Costarainera, Cipressa e San Lorenzo al Mare. I primi immigrati meridionali risalgono al periodo 1921-1930, calabresi a Ventimiglia, abruzzesi a Sanremo e Riva Ligure. Furono essi a richiamare l’attenzione dei paesani sulle possibilità di lavoro e di insediamento offerte dalla zona dopo la Grande Guerra, costituendo così i veri «piloti» dell’immigrazione meridionale in Riviera, senza trascurare che in non pochi casi si sono stabiliti nel Ponente ligure soggetti intenzionati ad emigrare in Francia ed impossibilitati dalle leggi ivi vigenti ad espatriare in quel paese o di individui rimpatriati dalla Costa Azzurra per le difficoltà incontrate nell’inserimento lavorativo (Martinelli, p. 23).
Per un riepilogo delle unità meridionali immigrate nell’arco 1946-1957, è esplicativa la tabella 1 contenuta nell’inchiesta di Martinelli (p. 20): Al 31 dicembre 1957, nei dodici Comuni dell’indagine, su una popolazione residente di 99.715 abitanti 10.942 erano meridionali, concentrati per un terzo a Sanremo e un terzo a Ventimiglia. A Riva Ligure un terzo dei residenti erano meridionali, soprattutto abruzzesi. Percentuali notevoli risultavano a Santo Stefano al Mare, Camporosso e Taggia. Per l’arco temporale 1946-1957, gli immigrati meridionali e i corrispondenti nuclei familiari risultavano distribuiti nella zona litorale floricola come nella Tabella 2.
Gli occupati nell’edilizia erano dislocati soprattutto a Taggia, Ospedaletti e Ventimiglia, mentre a Sanremo e Bordighera trovavano occupazione principalmente i lavoranti nel terziario turistico. Calabresi e abruzzesi - i gruppi più numerosi - fornivano l’apporto più considerevole di manovalanza non qualificata: i primi provenivano da ceti bracciantili e di piccoli proprietari coltivatori non autonomi; i secondi, originari pressoché esclusivamente di paesi delle provincie di Teramo e Pescara, comprendevano una piccola proprietà contadina in cui era diffuso il contratto di mezzadria classica (Martinelli, p. 26).
Se l’immigrazione abruzzese era concentrata a Santo Stefano, Riva Ligure, Sanremo e Ospedaletti, quella calabrese si addensava soprattutto a Taggia e nella fascia da Bordighera al confine con la Francia. Era una massa di manovalanza instabile e generica impiegata nella floricultura e nell’edilizia, ma anche attratta dal mercato del lavoro oltre frontiera. Le catene immigratorie più consistenti dalla Calabria originavano da Rizziconi, Molochio e Varapodio per Ventimiglia, da Verbicaro per Taggia (Martinelli, p. 28).
Numerosa la manodopera femminile prestata nella lavorazione dei fiori, settore in cui l’irrigazione, la distribuzione degli anticrittogamici, la raccolta e confezione dei mazzi di fiori, più che lo sforzo fisico, richiedevano doti di abilità e sveltezza. Le donne calabresi, occupate nei loro paesi per poche settimane all’anno come raccoglitrici di olive conobbero, inserendosi in questo processo lavorativo, una indubbia emancipazione sociale e tecnica, inserendosi profondamente nel processo di produzione locale.
Gli artigiani - in particolare i calzolai - hanno avuto un ruolo prioritario nell’insediamento dei calabresi in Riviera (Martinelli, p. 56). Dopo l’inurbazione nei centri più grossi, i meridionali cominciarono a stabilirsi nelle frazioni agricole: Bussana, Poggio e Coldirodi di Sanremo, Borghetto e Latte di Ventimiglia, spingendosi gradualmente nei paesi interni, come Soldano, San Biagio della Cima, Pompeiana, Castellaro, Terzorio (Martinelli, p. 98).
Se gli abruzzesi hanno incrementato l’uso dei contratti parziari, i calabresi hanno mirato con tenacia all’acquisto della terra, inteso come segno tangibile di ascesa sociale, sintetizzata dal detto «Se chi vende scende, chi acquista sale» (Martinelli, p. 31).
Il dialetto ligure era considerato segno di prestigio ed era parlato correntemente. Ciò nonostante, i calabresi erano tenuti in disparte dai locali («I calabresi tengono malo sangue», si diceva), e riguardo a loro i liguri distinguevano tra i cosentini, più apprezzati e stimati, e i reggini, mentre verso gli abruzzesi non erano mosse riprovazioni (Martinelli, p. 92). D’altro canto, se questi si mostravano remissivi verso i loro datori di lavoro, i calabresi, ritenuti senza eccezioni solidi lavoratori (Martinelli, p. 102), rifuggivano da questo atteggiamento e dimostravano maggiore maturità nella comprensione dei problemi connessi ai diritti del lavoratore e alle norme previdenziali. Non essendo abituato a legami di associazione con il padrone, il calabrese contrattava apertamente il compenso della giornata e non esitava a far valere i propri diritti (Martinelli, pp. 52, 56).
Per tutti, comunque, le condizioni di vita nelle località di immigrazione furono inizialmente difficili, soprattutto con riguardo alla sistemazione abitativa, risolta in alloggi di fortuna (magazzini per lo più), adattati alla meglio con tramezzi, forniti spesso dagli stessi datori di lavoro che così tenevano sotto controllo il loro dipendente dal quale pretendevano affitti in più di un caso piuttosto elevati, tenuto conto che i vani erano privi di luce, acqua e servizi igienici. Frequenti erano i contratti di locazione con obbligo di restauro e miglioria degli edifici antichi e fatiscenti concessi in affitto, che gli immigrati spesso subaffittavano ai compaesani. Non era insolito che chi occupava l’immobile vi convivesse con altri nuclei familiari di compaesani o di corregionali (Martinelli, pp. 52, 68-71, 98-99).
Le comunità calabresi si presentavano in quegli anni come gruppi chiusi e isolati, con forti legami di solidarietà endogena. Non molto incisivo risultava il contributo all’interazione/integrazione delle sezioni cittadine di partito e delle sedi di rappresentanza sindacale. I luoghi di socializzazione rimasero a lungo le sale parrocchiali, le mescite e i bar dove era possibile seguire i programmi televisivi, nonché i cinema di terza visione. I calabresi della provincia cosentina si rivelarono più facilmente inclini alla socializzazione soprattutto fra i giovani, favoriti dalla migliore considerazione di cui godevano presso i liguri rispetto ai corregionali della provincia di Reggio. Ciò nonostante, non mancò dapprima di suscitare stupore tra i locali il legame sentimentale tra il muratore verbicarese [...] e la tabiese [...], poi lo scalpore per il matrimonio tra i due nel 1962, a lungo molto ostacolato dalla famiglia della giovane <3.
La comunità calabrese in Riviera si articolava per stirpi familiari unite dalla solidarietà paesana. Le migrazioni avvenivano secondo una catena basata sul vincolo familiare e di vicinato, il che favoriva catene estese, persino di 40 unità (Martinelli, p. 74). Agiva in modo sensibile nell’emigrazione e sulla tenacia della volontà di inserimento l’opinione pubblica dei paesi di partenza, che vedevano come negativo l’eventuale rientro, in quanto indice di un’esperienza fallita. La comunità manteneva con forza il legame con i paesi natali e, benché i calabresi non siano giunti in nessun caso a festeggiare il loro Santo Patrono in Riviera, diversamente dagli abruzzesi teramani e pescaresi devoti a San Gabriele, tuttavia in occasione delle feste patronali raccoglievano collette da inviare al comitato organizzatore della festa al paese di provenienza (Martinelli, p. 74). Questa è stata per alcuni decenni la prassi dei verbicaresi per la festività di San Rocco e dei papasideresi per lo stesso santo, per la Madonna di Costantinopoli e per Sant’Antonio.
Nella carenza di organi dell’amministrazione centrale e periferica che curassero i problemi degli immigrati, si doveva alla Curia di Ventimiglia la creazione nel 1955 di un Comitato di Assistenza per i meridionali, aiutata in quest’opera dal Patronato INAS della CISL (Martinelli, p. 100) e dalla CGIL, dove era molto attivo, prima della sua elezione come deputato al Parlamento, il papasiderese Gino Napolitano <4.
La carenza di assistenza, tuttavia, per i calabresi era per così dire surrogata in qualche centro della Riviera - ad esempio a Bordighera Alta ** - da un capolega o un “sindaco” paesano
[...] Il caso di Taggia è di particolare interesse perché è l’unico tra i centri della zona floricola ponentina a concentrare un numero di calabresi cosentini provenienti da uno stesso paese, Verbicaro, che oggi, con la seconda e terza generazione, fornisce il nucleo allogeno più robusto della popolazione tabiese <5. Consistenza che diventa più clamorosa se si considerano gli immigrati dal paese calabrese confinante, Orsomarso, come si evince dalle tabelle che seguono. Sempre con riferimento all’Alto Tirreno calabrese, il caso della comunità verbicarese trova un più limitato, ma non esiguo, riscontro nel gruppo proveniente da Papasidero e insediato principalmente a Riva Ligure e Vallecrosia.
I nuclei di verbicaresi più consistenti insediati a Taggia, principalmente nelle vie San Dalmazzo, Lercari, Spagnoli, Santa Lucia, Anfossi, si riferiscono agli [...]
[NOTE]
2 Sulle difficoltà relative alla misurazione anagrafica degli spostamenti di popolazione e sui modelli statistici relativi, si vedano le osservazioni di Paul Ginsborg, Storia d’Italia, cit., pp. 295-98 e Corrado Bonifazi, Frank Heins, Ancora migranti: la nuova mobilità degli italiani, in Storia d’Italia. Annali 24, Migrazioni a cura di Paola Corti e Matteo Sanfilippo, Einaudi, Torino 2009, p. 507.
3 Una successiva unione tra un verbicarese e una tabiese si ebbe nel 1965 nelle persone di [...], anch’egli muratore, e [...], che dovette vincere la scontata opposizione della famiglia. Le informazioni sulla vita dei verbicaresi a Taggia le devo al loro compaesano Angelo Cirimele, immigrato ancora ragazzo con la famiglia nella seconda metà degli anni Cinquanta e oggi maestro elementare, che ringrazio molto cordialmente.
4 Su questo personaggio, nato a Papasidero nel 1924 e morto nel 2000 a Sanremo, dove era emigrato con la sua famiglia all’età di cinque anni, protagonista della Resistenza nell’imperiese in qualità di vice-comandante partigiano, militante del PCI e deputato al Parlamento dal 1963 al 1972 nelle file del suo partito in rappresentanza della circoscrizione Liguria, si veda Gino Napolitano. La semplicità della politica. Scritti autobiografici, lettere, immagini, a cura di Saverio Napolitano, Arma di Taggia 2012.
Saverio Napolitano, «’Nni iamu lassù». L’immigrazione calabrese nel Ponente ligure (1950-1970). Le provenienze dall’Alto Tirreno cosentino e il caso di Taggia in La Calabria dei Migranti (a cura di V. Cappelli, G. Masi, P. Sergi), Rivista Calabrese di Storia del ‘900, 2 (numero monografico), 2014

NOTE DEL REDATTORE
* F. Martinelli, Contadini meridionali nella Riviera dei Fiori, in “Alcuni problemi economico-agrari della Riviera ligure. Raccolta di Studi”, Imperia, C.C.I.A., 1959, pp. 219-247 [pubblicato pure in «Rivista italiana di Economia, Demografia, Statistica», XIII (1959), n. 1-2]
** Al più volte qui citato lavoro di Martinelli fece ampio ricorso qualche anno fa per il caso cittadino, un articolo (non più online) di Paize Autu, Periodico dell’Associazione “U Risveiu Burdigotu” di Bordighera

mercoledì 11 maggio 2022

Bordighera: presentazione del libro "Lina, partigiana e letterata, amica del giovane Calvino"


BORDIGHERA
SABATO 14 MAGGIO 2022
ORE 17.00
TEMPIO VALDESE
Via Vittorio Veneto
Nel rispetto delle norme anti Covid

 Presentazione del libro
“LINA, PARTIGIANA E LETTERATA,
AMICA DEL GIOVANE CALVINO”
Lettere, Poesie, Scritti inediti di
Lina Meiffret
di DANIELA CASSINI e SARAH CLARKE
Fusta Editore
 


Introducono

 GIOVANNI RAINISIO
Presidente dell’ISRECIm

GIORGIO LORETI
Presidente ANPI Bordighera
 

Presenta CORRADO RAMELLA
Libreria Amico Libro Bordighera

con il patrocinio


 

 

[n.d.r.: sulla figura di Lina Meiffret ci si permette di aggiungere qualche collegamento, come per un precedente, analogo incontro pubblico, svoltosi in Sanremo, o come questo o come quest'altro ancora]

 

lunedì 9 maggio 2022

Bordighera (IM): Mostra fotografica di Clara Vizzini


Unione Culturale Democratica -  Sezione ANPI 

Bordighera (IM), Via al Mercato, 8

 

Mercoledì 11 maggio 2022 - Domenica 22 maggio 2022  - ore 17 / 19 (festivi compresi)

 

       EMOZIONI IN BIANCO E NERO

       Mostra di Clara Vizzini

 

ingresso libero

I visitatori sono ammessi nel rigoroso rispetto delle vigenti norme sanitarie anti Covid

 

Queste foto sono il risultato di ricerche personali e lavori realizzati per i miei studi.
Le tematiche sono:
La donna prigioniera
Kenopsia
La meraviglia che può suscitare un merlo ai primi passi della vita.
Clara Vizzini

 

Clara studia Grafica e illustrazione presso l'Accademia di belle arti di Sanremo e vive a Bordighera.

Giorgio Loreti

Unione Culturale Democratica -  Sezione ANPI - Bordighera (IM), Via al Mercato, 8  [ Tel. +39 348 706 7688 - Email: nemo_nemo@hotmail.com ]

sabato 7 maggio 2022

Mangio qualche patella come in un rito iniziatico

La zona di ponente di Ventimiglia (IM) vista dalla Frazione Mortola

La casa dei miei [n.d.r.: ubicata tra località Ville e Frazione Latte nel ponente di Ventimiglia (IM)] l'ho venduta, eppure non me ne sono andato, qualcosa mi ha tenuto qui. A volte scendo al mare dove ero stato un paio di volte con mio padre, prima che se ne andasse, e poi con Silvia e Daniela e Miriam e più spesso da solo, a coltivare sogni. Quest'estate ho capito che vado lì perché l'universo che trovo, sul pelo dell'acqua, tra due file di scogli che nascono in profondità e salgono fino al Grammondo, è lo stesso che vedeva mio nonno quando andava a raccogliere i ricci e gli anemoni di mare, è lo stesso mondo che ha visto ogni occhio dal paleolitico in poi. Non s'indovina la presenza né di un sentiero, né di un palo della luce; tutto resta alle spalle e davanti c'è solo un disegno di scogli e rimbalzi d'acqua, correnti che macchiano il celeste e qualche gabbiano di vedetta. È il posto dove la realtà si restringe, compressa dai sogni e si può capire che il silenzio non esiste.
È un luogo che non si può attraversare, un luogo in cui, cercando, si arriva. Difficile da qui spiccare il volo.
Mangio qualche patella come in un rito iniziatico, usando un'altra patella come coltellino, con due gocce di un limone acerbo rubato lungo la riana del Butasso.
Non ci sono né brigantini, né gozzi, né motoscafi e sono come mio padre e mio nonno, sento gli stessi odori di poseidonia spiaggiata, provo la stessa soddisfazione, ad essere selvatico e felice, a addormentarmi sullo scoglio. Respiro per primo con ingordigia l'aria che arriva d'oltre mare sapendo che senza aria non c'è vita; si può fare la fame o aspettare un amore, ma ci vuole l'aria. E una volta l'anno sento l'odore acre delle barchette di san Giovanni che seccano al sole di giugno.
[...] E vengono a galla e si mischiano notizie fresche, come l'uccisione del parroco di Castelvittorio, accusato di farsela con i repubblichini.
Siamo all'osteria di Villatella, con un gotto, un coniglio e ravioli a volontà.
È giorno di lavoro ma siamo scappati tutti e due. Ci siamo capiti, lo stiamo facendo per raccontarci un po' di vita, smascherati da un bicchiere di nostrale. Di qua dietro si sale e si scende; quando non c'erano le autostrade c'è chi è diventato ricco sulle montagne di frontiera e chi c'è rimasto sulle mine.
Non abbiamo la stessa età, ci travasiamo i ricordi che sono diversi ma della stessa mena. Tra noi ci sono una guerra e almeno una generazione.
Parliamo delle stesse persone in momenti diversi, di Celè postino di campagna che ci lasciava le lettere nel casone più vicino alla strada e che aveva spesso i piedi rotondi dal bere, di Ernè pescatore di nassa e di Bruno che lancia il resaglio alla bocca del vallone e ogni anno deve togliere un piombo perché il lancio diventa sempre più pesante per i suoi novant'anni.
Ma parliamo anche d'anarchia, di Pinelli caduto dalla finestra e ricordiamo insieme, canticchiando un po' bevuti:
"Quella sera a Milano era caldo - Ma che caldo che caldo faceva - Brigadiere apra un po' la finestra - E ad un tratto Pinelli cascò"
E ci viene in mente di Libero e Libereso, personaggi mitologici che abbiamo conosciuto.
E alla fine dopo un sospiro, quando cominciamo a darci del tu, mi chiede a bruciapelo: "Cos'è che ti fa star bene, felice, in un dato momento?" - "Dipende da come sei fatto dentro", gli rispondo senza lasciarlo finire.
E lui, che ha già riflettuto una vita, aggiunge: "E da chi hai davanti". Pensa a noi due col bicchiere e a quando aveva davanti una donna giovane e profumata, più bella di un quadro.
Ci siamo incontrati una volta per caso, due mangiapreti in chiesa a cercare ciò che ci sfugge. Ma non è una chiesa qualsiasi, è il luogo di apparizioni e miracoli, è il santuario dei vecchi liguri diventato francese da un secolo e mezzo. Una volta ogni tanto mi viene voglia di passare da lì tornando da Nizza verso le cinque di sera, in giornate qualsiasi, quando non c'è quasi più nessuno; i pellegrini di solito sono mattinieri.
Accendo un cero con calma rituale, usando una candela sottile per condividere il fuoco con un altro cero già acceso; così i ceri sono tanti e la fiamma è sempre la stessa e non si spegne mai.
In qualche cappella le suore cantano la liturgia delle ore; cammino nell'aria del chiostro che sa di cera calda e cerco segni di miracoli e grazie ricevute. Ogni volta scopro particolari di brichi e tartane, e nomi e storie e marosi pieni della stessa schiuma bianca che tanto amo e le storie di tanti risaliti dall'abisso aiutano la mia consapevolezza a sentirsi più solida, robusta.
Mi racconta Alberto che suo nonno materno era nato a Buenos Aires e tornando in nave al paese dei suoi, aveva affrontato una gran buriana. Furono costretti ad alleggerire la nave, buttando in mare via via le cose ritenute superflue, pacchi, sacchi, bauli. Poi pregarono la Madonna Addolorata di Dolceacqua offrendo la vita che stavano rischiando; se adesso me lo racconta è perché era andata bene.
Invece Mingo e Berto salivano a piedi tutti gli anni ai primi d'agosto alla Madonna della Neve, nascosta tra una diecina di cipressi, e la messa finiva in balli e ciucche sul prato lì davanti e ogni anno raccontavano la loro storia: più di venti anni prima, in guerra, avevano adocchiato un riparo da usare in caso di bombardamenti. Ma al momento buono il posto era già occupato da qualcuno che aveva avuto la stessa idea e si erano dovuti sistemare un po' più in là; tornata la calma avevano scoperto che i due commilitoni che avevano preso il loro posto erano stati colpiti a morte dalle bombe.
Mio nonno Arturo invece aveva appeso in casa il dipinto di un brigantino col medaglione della sua fotografia ritoccata a colori, come un ex-voto laico di chi era tornato a terra senza naufragi. Quasi una prova che i suoi viaggi erano veri.
Il suo santuario era il porto naturale di Beniamin, rifugio di pescatori stremati e di poeti innamorati.
[...] Un sabato mattina di un paio d'anni fa vado a Mentone e faccio un giro al mercato, e un'emozione mi entra dagli occhi. Sul cantone ci sono due targhe e una dice che qui la Tavina vendeva frutta e verdura e la Tatoune ha venduto la pichade dal 1917 al 1970. Abbasso gli occhi e trovo la pichadella di mia nonna che mangiavo con Marilena il giorno del mio compleanno.
Marilena l'ho trovata vicino a Roma, con tre figli grandi e una vita vissuta con un'altra luce. Adesso so dov'è, ma non le ho scritto o telefonato. Forse quando finirò di scrivere, le manderò questa storia.
Col maestro Renzo avevamo lavorato la sera a copiare in bella i quaderni della nonna, ad interpretare la scrittura ed aggiungere note. Avvolgeva il lampadario con un foglio di giornale fissato con le mollette da bucato, che la luce cadesse proprio sulla vecchia lettera 32 Olivetti per vederci meglio e facevamo tardi aiutandoci col rossese di Canun.
Quel sabato pomeriggio alle cinque pioveva. La saletta dell'archivio di stato sembrava ancora più piccola e più piena. I quaderni scritti dalla nonna ai tempi della guerra (1943-'45) erano diventati un libro di storia locale.
L'indomani sfoglio il decimonono come faccio da quando avevo dieci anni e con cinquanta lire compravo il giornale ed un gelato di vaniglia. C'è l'articolo di presentazione del diario di un'ostessa ventimigliese e di taglio basso le estrazioni del lotto. Sulla ruota di Genova sono usciti i tre numeri in fila quarantatré,  quarantaquattro, quarantacinque.
La nonna era già morta da vent'anni, il cuore stanco non aveva retto; ma quasi certamente quel sabato era stata lì con noi.
Spesso i segni sono più pieni della realtà e le cose possono essere vere che lo si creda o no. Ho sempre saputo che la benedizione delle palme e degli ulivi passa i sette colli e raggiunge ovunque tutti gli ulivi. Lo diceva chi voleva tenere in casa il rametto d'ulivo benedetto senza farsi vedere davanti alla chiesa in processione. Ma quasi certamente ci sono altre cose che arrivano anche più lontane, ci sono tanti modi per comunicare e non li conosciamo ancora tutti. Non vado più al cimitero dai miei da tempo, ma mi piace entrare in un cimitero francese piantato in un bosco di macchia mediterranea, rosso di corbezzoli, odoroso di pini parasole; e ogni tanto tirare fuori quei quaderni, quei ritagli di giornale.
Arturo Viale, Ho radici e ali, ed. in pr.

[ n.d.r.: altri scritti di Arturo Viale: La Merica...non c'era ancora, Edizioni Zem, 2020; Oltrepassare. Storie di passaggi tra Ponente Ligure e Provenza, Edizioni Zem, 2019; L'ombra di mio padre, 2017; ViteParallele, 2009; Quaranta e mezzo; Viaggi; Mezz'agosto; Storie&fandonie ]