lunedì 25 ottobre 2021

Adriano, comunista dal cuore d’oro...


Nel girovagare tra i mercatini della zona, mi è capitata la cartolina illustrata dei primi del Novecento qui riprodotta.
È bastato poco per rendermi conto che il ristorante “Rosa” di quei lontani anni altro non è che quello che abbiamo conosciuto col nome di “Internazionale”, il locale di Grimaldi Inferiore [in Ventimiglia (IM)] posto sul curvone dell’Aurelia.
Tenendo la cartolina in mano, mi è tornata in mente la mia infanzia quando, timorosi, entravamo con cinquanta lire a comprarci un cono misto dal mitico Alemanni, il gestore degli anni ’60, con il suo accento toscano e le battute sagaci…
Ci raccontava di quando faceva il guardiano alle scimmie di Voronoff, e si mangiava lui la frutta e la verdura destinata invece alle bestiole…, erano tempi difficili. La sua preferita era Teodoro.
In quegli anni, tutto il traffico premeva sull’Aurelia, ed il locale era sempre gremito di camionisti di ogni paese europeo, oltre che di avventori locali. Noi ragazzi andavamo per sentire “le cose dei grandi”, e lì sì che c’era da imparare: grandi battute di caccia, pesche miracolose, bevute oceaniche, amori impossibili! Lì si imparava a giocare a belotta e, di fronte, in tre minuscole fascette, a fianco del “funtanin de Giacché”, c’erano altrettanti campetti di pétanque.
Vi si andava a vedere le partite di calcio, tutti insieme a fare il tifo per gli azzurri, e durante l’inno di Mameli, il barbiere Gambardella piangeva sempre come un bambino.
Tra le due guerre mondiali, il locale era anche sala da ballo. La domenica si incontravano i giovani di Ciotti, Mortola, Mentone, insieme ai padroni di casa, i grimaudeli. Puntualmente finiva a pugni, ma il lunedì tutto era dimenticato.
Negli anni ’20, si affacciava la prepotenza fascista.
Mentre Henri da Gina e Giuanin testassa giocavano alla morra, entrano tre squadristi. Henri grida “tre!”; ogni riferimento è puramente casuale, ma per i fascisti no e giù manganellate…
Certo che di storie ne ho sentite… specialmente da Adriano, comunista dal cuore d’oro, che asseriva di aver pescato con una bomba a mano tedesca, settemila chili di soli branzini…, oppure da Cesare il bresciano sconce storie, e poi Lino, burbero ma tenero con noi ragazzi che tutti, fino alla fine della sua vita, chiamavamo “tonton”; il sardo Andrea Manca, sempre con la giacca, anche mentre giocava a bocce…, i furbi Gianni e Riccardo, sempre in coppia in cerca di avventure galanti e polli da spennare alla belotta, Aldo della famiglia dei “Gramigna”, con la sua ispida barba che ci intimoriva tutti…
Grimaldi a quei tempi era un vero paese, dove la sera uscivi e trovavi sempre qualcuno con cui parlare, ti sentivi sempre a casa tua, tutti sapevano tutto di tutti, ma non eri mai solo.
Oggi anche l’ultimo locale ritrovo, punto di aggregazione chiude: l’“Internazionale” diventa residence per turisti.
Anche se a Grimaldi abbiamo due fra i più prestigiosi ristoranti della Liguria, per noi comuni mortali non c’è più nulla tranne la Società Operaia di Mutuo Soccorso che resiste dal 1885, con tutte le forze.
Ma questa è un’altra storia [...]

Una vista su Grimaldi Inferiore

Raimondo Pittaluga, Il vecchio Internazionale. Ricordi evocati da una cartolina di tanti anni fa, La Gazzetta di Grimaldi, Anno 7°, n° 37, giugno 2005, www.terraligure.it/gazzetta

Villa Voronoff

Il filetto si può preparare alla Bismarck, alla Voronoff, alla Chateaubriand, alla Robespierre, alla Rossini, alla Wellington, alla Stroganoff e in mille altri modi; io per esempio lo preferisco al Castelmagno.
Tra tutti questi signori, sicuramente è passato spesso di qui il conte Serge Voronoff, personaggio dalla vita movimentata, comprese tre mogli. Quando abitò da queste parti scelse proprio l’ultima villa prima della frontiera di ponte San Luigi.
Nasce nel 1866 a Voronej, una cittadina a novecento chilometri a sud di Mosca, da una famiglia borghese. Dopo la maturità, viene condannato a quindici giorni di reclusione per aver diffuso pubblicazioni sovversive. Russo ed Ebreo deve decidersi ad emigrare e va nel 1885 nella Parigi della belle époque, si iscrive alla facoltà di medicina, abbandona il nome di Samuele e si fa chiamare Serge.
Dal 1895 vive per quindici anni In Egitto. Studia la funzione degli ormoni nell’invecchiamento e le possibilità dei trapianti. Effettua i primi innesti tra individui della stessa specie, pecore in particolare. Il primo intervento tra specie diverse viene effettuato nel 1913 a Nizza quando Voronoff trapianta un lobo della tiroide di uno scimpanzé su un ragazzo affetto da cretinismo: è un tipo di intervento che continuerà ad effettuare fino al 1927 quando ormai l’ormone tiroideo verrà sintetizzato in laboratorio.
Dopo la tiroide, passa ai testicoli e alle ovaie. Lo scopo è quello di “avvicinare l’uomo all’eternità” cioè di fermare l’invecchiamento. La sua fama si diffonde in tutto il mondo*.
Decide di allevare le scimmie donatrici di organi direttamente in Europa e acquista il castello-villa di Grimaldi che ha un bel parco in cui si possono costruire gabbioni per le scimmie e un laboratorio-clinica per le operazioni. Il numero dei trapianti effettuati, col passare degli anni, tocca i duemila. Nel 1936, Voronoff arriva a Grimaldi con la terza moglie Gerty di quarantanove anni più giovane. Ma due anni dopo, le leggi razziali distruggono tutto. Il dottore è ebreo e straniero, viene espulso dall’Italia e gli viene sequestrata la villa. Serge si rifugia negli USA e si salva. Dopo la guerra, quando può tornare, trova la villa ormai diventata un rudere e le piante del giardino costruito da Bennet sono solo un ricordo. Voronoff ha ottant’anni ma trova ancora abbastanza energia per ricominciare. Vive un po’ a Montecarlo ed un po’ a Bordighera e dà inizio ai lavori di ricostruzione. Due anni dopo, con Gerty, può inaugurare la nuova villa e riprendere la ricerca scientifica sul cancro. Nel 1951, durante un giro di conferenze, muore in un banale incidente cadendo in un albergo di Losanna.
Sono passato davanti al castello di Grimaldi molte volte quando usavamo arrivare fino alla frontiera a piedi per far vedere Mentone da lontano ai parenti sprovvisti di passaporto di passaggio in riviera d’estate. Adesso nelle gabbie delle scimmie di Voronoff sottoposte a vincolo, hanno adattato un barbecue, qualche ombrellone e si intuisce la presenza di una piscina.
Racconta Nico Orengo con la consueta maestria nel mischiare realtà e verosimiglianza, che Evita Peron, la Presidentessa, la Encantadora, nel secondo dopoguerra, traversando la riviera su un'enorme Cadillac, era stata ospite nella villa Voronoff a Grimaldi. Certamente le cronache confermano che era stata a Bordighera nel luglio del 1947 ad inaugurare il lungomare che si chiama Argentina e il chiosco della musica che porta ancora il suo nome.
Il poeta Pastonchi, noto quasi solo per essere nato da queste parti a Riva Ligure, racconta di una cena al castello di Grimaldi nel 1928, con servitore nero, una scimmia che offre le sigarette agli ospiti e con la notizia comunicata agli invitati che ormai gli studi di Voronoff sono indirizzati alla cura del cancro. Questa potrebbe essere una delle ragioni della visita di Evita a Grimaldi che morirà infatti nel 1952 per un tumore. Dopo la morte di Voronoff spuntarono i detrattori anche tra coloro che prima lo esaltavano; il New York Time sbagliò (volutamente?) a scrivere il suo nome e affermò che pochi lo avevano preso sul serio. Riposa nel cimitero russo di Nizza.
La ricetta del nostro Serge per il suo filetto comprende un sughetto con panna, senape, Worcerstershire sauce, tabasco e brandy per far flambare. Nessuno sa dire se il filetto che porta il suo nome fosse il suo preferito o se fu chiamato così per le sue doti di bomba energetica. Fatto sta che il filet Voronoff è considerato uno dei capisaldi della cosiddetta cucina erotica. Oggi sarebbe un piatto cancerogeno.
Tempo fa mi sono ricordato di una scimmietta vista da bambino negli anni Cinquanta, nel giardino di una villa di Ventimiglia ed ho provato a chiedere conferma a persone della mia stessa generazione, che vivevano in quegli anni in città. I ricordi erano molto incerti e confusi ma alla fine ho capito che le scimmiette erano molte, almeno quattro. Una era una bertuccia in piazza della stazione nell'hotel Suisse morta nel 1990. Saliva sulle palme e a volte era nella sottostante via Hanbury dal lato delle cantine. Un'altra era in una villa di fronte al comune, vicino alla fontana del putto. Una era alla Marina in un giardino vicino al ristorante la Caravella, all'angolo della passerella. Ma poi con minori dettagli ne ricordano una nella casa vicino alle scuole di via Vittorio Veneto ed una a Ventimiglia alta vicino al ristorante dall'orologio. Mi sembra certo che intorno agli anni Cinquanta ci fossero a Ventimiglia più scimmie che chihuahua; poi sono cambiate le abitudini.
* Nota
Antonio Gramsci scriveva nel 1918:
«Il dottor Voronoff ha già annunziato la possibilità dell’innesto delle ovaie. Una nuova strada commerciale aperta all’attività esploratrice dell’iniziativa individuale. Le povere fanciulle potranno farsi facilmente una dote. A che serve loro l’organo della maternità? Lo cederanno alla ricca signora infeconda che desidera prole per l’eredità dei sudati risparmi maritali. Le povere fanciulle guadagneranno quattrini e si libereranno di un pericolo. Vendono già ora le bionde capigliature per le teste calve delle cocottes che prendono marito e vogliono entrare nella buona società. Venderanno la possibilità di diventar madri: daranno fecondità alle vecchie gualcite, alle guaste signore che troppo si sono divertite e vogliono ricuperare il numero perduto. I figli nati dopo un innesto? Strani mostri biologici, creature di una nuova razza, merce anch’essi, prodotto genuino dell’azienda dei surrogati umani, necessari per tramandare la stirpe dei pizzicagnoli arricchiti. La vecchia nobiltà aveva indubbiamente maggior buon gusto della classe dirigente che le è successa al potere. Il quattrino deturpa, abbrutisce tutto ciò che cade sotto la sua legge implacabilmente feroce. La vita, tutta la vita, non solo l’attività meccanica degli arti, ma la stessa sorgente fisiologica dell’attività, si distacca dall’anima, e diventa merce da baratto; è il destino di Mida, dalle mani fatate, simbolo del capitalismo moderno».
(Antonio Gramsci, Scritti 1913-1926, Einaudi, Torino 1984, a cura d S. Caprioglio, p. 88)
Arturo Viale, 20. Voronoff, il castello, Evita in Oltrepassare. Storie di passaggi tra Ponente Ligure e Provenza, Edizioni Zem, 2019

Raccontavano di quello che passava ogni mattina in bicicletta a Ponte San Luigi pedalando sulla faticosa salita della Croce di Mortola, da Latte a Grimaldi, che la strada a mare non c’era ancora; finché qualcuno notò che cambiava spesso la bicicletta, una Olmo, una Bianchi Campagnolo, una Legnano.
Si capì che entrava in Italia in treno vestito in tuta da ciclista e ritornava ogni giorno in Francia con una bicicletta nuova di contrabbando.
Arturo Viale, ViteParallele, 2009

[  tra gli altri scritti di Arturo Viale: Arturo Viale, La Merica...non c'era ancora, Edizioni Zem, 2020; Arturo Viale, Quaranta e mezzo; Arturo Viale, Viaggi; Arturo Viale, Mezz'agosto; Arturo Viale, Storie&fandonie; Arturo Viale, Ho radici e ali  ] 

[…] Fucilazione di tre gruppi familiari nell’abitato di Grimaldi superiore, precedentemente evacuato per ordine tedesco. La motivazione della strage è incerta, ma potrebbe essere legata al mancato rispetto dell’ordine di evacuazione.
Sabrina Giribaldi, Episodio di Frazione Grimaldi “Albergo Vittoria”, Ventimiglia, 07.12.1944, Atlante delle Stragi Naziste e Fasciste in Italia

La frontiera con la Francia, vista da Grimaldi

Guardò fuori, c'era una fetta di luna, ma anche nuvolaglia grigiastra in cielo, che forse avrebbe ricoperto quel noioso pezzo di luna. Indicò agli uomini quattro sentieri diversi, che facendo giri si ritrovavano tutti ai piedi del colle più alto, che avrebbero dovuto salire.
Guido Seborga, Una notte al confine, Corriere Mercantile, 12 agosto 1959
Sono le una - disse - direi che si potrebbe partire. Uscirono nella notte in tre ore andando forte si poteva giungere al passo, vide in fondo valle Grimaldi, il ponte Saint Louis; sentì di fronte a sè l’alto pezzo nero della montagna.
Guido Seborga, Contrabbandiere, Corriere della Liguria, 22 settembre 1956
Tutti dicono che Stella è anche una buona guida per i passaggi di frontiera senza i documenti regolari, via monte perché è più sicura della via mare dove un guardacoste può più facilmente mettere in difficoltà e individuare i clandestini. I liguri chiamano fenicotteri quei meridionali che in gruppo, senza documenti e carte di lavoro, cercano di espatriare.
Guido Seborga, I Barboni del mare, Corriere Mercantile, 17 novembre 1960
Giovanni non è soltanto abile in mare, ma anche sulle colline e in montagna nessuno gli sta dietro; e conosce i passaggi e i colli meglio di ogni altro. Proprio per queste qualità...
Guido Seborga, Storia di uomini del paese vecchio, 8 aprile 1959
Seborga in questi racconti narra episodi e situazioni legati alla fine degli anni '50 durante l’immigrazione dei calabresi in Liguria e i loro tentativi di passare in Francia. La loro condizione era quella di disperati che non conoscono il territorio e non sanno come muoversi. Il ciclo della storia sembra ripetersi con uomini, situazioni e tempi diversi: gli oppositori al regime negli anni del fascismo, i nostri meridionali che cercano lavoro in Francia, gli espatriati algerini e tunisini, rappresentano realtà sociali e culturali differenti, ma i passaggi e gli attraversamenti sono quelli noti agli esperti della montagna da secoli. Seborga racconta di uomini che accompagnano i fuggiaschi oltre confine con abilità e conoscenza del territorio. Sono i passeurs, coloro che guidano gli emigranti clandestini oltre frontiera.
Laura Hess (figlia di Guido Seborga), Ritagli di stampa e pertinente commento relativi al padre
 
L'autostrada, all'altezza di Grimaldi, entra in territorio francese

I romanzi biamontiani, che sono ambientati negli anni contemporanei o appena precedenti alla loro effettiva stesura, coprono un arco temporale di circa tre decenni, dagli anni Settanta agli anni Novanta. Ciononostante, attraverso le esperienze e la memoria dei personaggi Biamonti recupera anche la storia precedente dei movimenti clandestini, almeno a partire dagli anni Venti. Anzi, gli attraversamenti a cui i protagonisti dei libri assistono rievocano di continuo nella loro mente le vicende del passato.
È lo stesso Biamonti ad aver spiegato in un articolo del 1998 che i sentieri di confine erano per lui la via per entrare in «una marea di ricordi»:
"Ripenso a quei sentieri tra le rocce, al passo della Morte, del Cornaio, del Cardellino, al passo dei Sette Cammini, ai ginepri, ai lentischi, agli spini, ai flussi di umanità che li hanno affrontati, varia secondo i tempi: socialisti liguri, anarchici di Carrara, antifascisti sulla via dell’esilio e poi gli ebrei nel trentanove e quaranta, e nel dopoguerra gli slavi che volevano raggiungere la Francia. Ricordo uomini svelti e donne flessuose, con scarpe che si dovevano togliere per superare gradini di pietra e canaloni incisi nel rocciume color cenere. Si passava in genere nelle notti di luna. Oggi, di Europei, per la montagna, non ne passano più. Per gli altri tutto continua come prima. Devono nascondersi, almeno per i primi chilometri adiacenti a quello che già fu un confine. Curdi, arabi e negri non si fidano. Percorrono le loro stesse vie i corrieri dell’eroina, un uomo armato in testa e un altro alle spalle. [...] Per me si entra in una marea di ricordi".
Innanzitutto, vale la pena notare che la storia clandestina del confine si incarna agli occhi di Biamonti in luoghi specifici, emblematici del passaggio e spesso della morte, i quali non sono altro che i passi di montagna attraverso cui i passeurs hanno sempre condotto i fuggiaschi e i migranti in Francia. I luoghi qui nominati, insieme ad altri, ritornano con precisione nei romanzi. In AA è nominato il passo più famoso, ossia il passo della Morte, che si trova nella zona di Grimaldi superiore, a ridosso del mare [...]
Matteo Grassano, Il territorio dell'esistenza. Francesco Biamonti (1928-2001), Tesi di laurea, 29 gennaio 2018, Université Nice Sophia Antipolis in cotutela internazionale con Università di Pavia 
 

Talvolta Orengo si diverte a omettere il nome di un luogo, ma ne indica la posizione esatta. Per esempio, nell’Autunno della Signora Waal non viene mai nominato il paesino in cui vive la protagonista, ma si deduce fin dalle prime righe. Infatti, il romanzo si apre con la descrizione del paesaggio che la protagonista vede dalla sua terrazza: «Il mattino ha lasciato una chiazza di sole sul mare, davanti ai Balzi Rossi. La macchia sembra andare alla deriva, s’increspa gonfiandosi di Ponente, allargandosi oltrepassa il confine» (ASigW, 3). I Balzi Rossi (portano lo stesso nome una spiaggia, una falesia calcarea, un complesso di grotte e un sito archeologico) sono a Grimaldi, l’ultima frazione di Ventimiglia prima della frontiera francese.
[...] Altri avvenimenti scuotono il paese. La signora Pym, un’anziana pittrice inglese, viene aggredita da un essere mostruoso, né uomo né animale, come prova il dito enorme e peloso che nella lotta gli ha staccato con un falcetto. Si tratterebbe, si mormora, del risultato di mutazioni genetiche causate dalle radiazioni emesse dallo Sputnik, il primo satellite artificiale che l’URSS ha spedito nello spazio. Oppure di un mostro creato dal medico russo Voronoff che fino a pochi anni prima conduceva esperimenti nel vicino paese di Grimaldi, trapiantando testicoli di scimpanzé su esseri umani.
[...] Il fatto che la natura segua dei ritmi regolari non significa che sia pacifica, come indicano le immagini violente che, a partire dalla metà del racconto, mettono in evidenza la fragilità del paesaggio e in particolare della bellissima vegetazione:
"Aveva preso a piovere con vento forte. Larghe raffiche salivano dai valloni della frontiera portando verso Grimaldi grumi di sale che andavano a impallinare garofani e limoni e rami d’ulivo (CL, 156-157); Il cielo era chiazzato di grigio e di giallo, increspato di tramontana, e poco più in alto nuvole pesanti e stanche stavano per rompere la pelle. Il vento saliva sulla campagna saltando le fasce, zigzagando fra i canneti del rio Latte (CL, 210)".
[...] La protagonista dell’Autunno della signora Waal è un’anziana signora olandese che vive a Grimaldi, l’ultimo paese della costa ligure, prima del confine con la Francia. Ci si è trasferita nel secondo dopoguerra, insieme al marito, morto da più di vent’anni quando inizia la storia. Allora stavano fuggendo da Amsterdam, dagli sguardi sprezzanti e minacciosi dei concittadini che consideravano Peter un traditore, un informatore tedesco durante la Resistenza. La moglie non credeva a questa faccenda o comunque aveva deciso di non indagare e di cercare di dimenticare. A Grimaldi, scelto per la «dolcezza del clima e del paesaggio», avevano aspettato «che il sole, a poco a poco, asciugasse il dolore e li facesse rivivere» (AsigW, 22), avevano trovato la quiete, un «approdo» (AsigW, 14), un piccolo «paradiso» (AsigW, 55), in cui erano stati felici. Per la signora Waal la felicità consiste nel saper apprezzare il bello che la circonda e nel valorizzarlo, come spiega a una donna del paese, sorpresa da questo modo insolito di vedere le cose che condensa nell’immagine dei vassoi di frutta e verdura in sala da pranzo: «Un pomodoro, lei signora Waal, lo tiene in salotto come un fiore. La signora Waal spiegava che per lei e per suo marito una melanzana, uno zucchino, un pomodoro erano un dono del sole e valevano come un fiore d’ibisco, di rosmarino, di pesco o della rosa più rara» (AsigW, 34). La signora Waal vive in maniera semplice, sa sentire il paesaggio, «respirarne gli odori» (AsigW, 14), riconoscerne i “cambi d’umore”:
"La signora Waal guardò il cielo. Nuvole nere scendevano da Mont Agel, il mare sotto i Balzi Rossi era diventato grigio, il vento arrivava basso, dal largo, sollevando ciuffi di spuma. – Fragola, pioverà. Ritirò la roba stesa, una camicetta, un grembiule, una sottoveste. Chiuse le persiane, la porta di ingresso e tese l’orecchio per sentire le prime gocce di pioggia colpire le foglie degli ulivi (AsigW, 25)".
Al contrario delle giovani donne del paese che sono costantemente scontente, prese ad affrontare problemi che spesso si sono create, nelle loro vite lavorative e affettive, caotiche e complicate. Sovente fanno visita all’anziana olandese che, per la sua discrezione da «straniera familiare» (AsigW, 10), è stata scelta da tutte come confidente, le raccontano le loro storie di tradimenti, passioni, disamori e insofferenze che la signora Waal è sempre disposta ad ascoltare, dispensando qualche consiglio. Il monologo interiore, malinconico e dolce, della signora Waal, che si inserisce costantemente nella narrazione, contrasta con il vociare chiassoso e volgare della nuova generazione di donne. Distratte da cose inutili e superficiali, queste ultime sembrano non vedere l’essenziale: diversamente dalla signora Waal, non si accorgono di vivere in un paradiso terrestre e non sanno trovare conforto nel rapporto con il paesaggio. Significativamente, il termine inferno ritorna spesso nei loro discorsi, riferito ai sentimenti: «Mariella sospira: - Fosse così semplice sarebbe bello. Invece è un inferno» (AsigW, 77); «Già ma è sempre più un inferno che un paradiso. Per un metro di paradiso ti becchi chilometri di inferno» (AsigW, 97); «Mia madre, solo apparentemente vincitrice, fa una vita d’inferno con mio padre» (AsigW, 110). La signora Waal, invece, identifica l’inferno con la seconda guerra mondiale, rispetto alla quale le difficoltà attuali delle donne rivelano tutta la loro inconsistenza [...]
Mentre nel finale la foglia «sbatte ai vetri e si appiccica al bordo della finestra» della pizzeria dove le giovani donne di Grimaldi stanno tenendo una cena in onore della signora Waal e una di queste afferma che «sembra l’ala di un angelo» (AsigW, 128) - non a caso, visto che più volte nel testo all’anziana signora vengono attribuite le «qualità di un angelo custode» (AsigW, 19) - mentre un’altra le risponde che «è solo una foglia di eucalipto» (AsigW, 128) [...]
Federica Lorenzi, Il paesaggio nell’opera di Nico Orengo, Tesi di Laurea, Université Nice Sophia Antipolis en cotutelle internationale avec Università degli Studi Di Genova, 14 novembre 2016