sabato 15 giugno 2019

Diario di guerra di Giuseppe Balbo - Arruolamento nel Genio

Giuseppe Balbo di Bordighera è ad Addis Abeba da circa due anni e gestisce un’impresa di materiale edile

ADDIS ABEBA – 22 maggio 1940
Mi capita in ufficio Robertino Nasia. “Ci siamo“ fa, allegro e ridente e sventola una cartolina rosa. E’ il richiamo. Resto allibito dalla sua incoscienza. Io sento il brivido della vertigine. Sento che la cosa mi tocca molto da vicino. Non mi interessano gli affari ormai agli sgoccioli.
Bene verrò anch’io”. Resto solo. Rifletto un poco non tanto.
Potrei ritornare in Italia. Ci sarà la guerra. Forse ne possono dubitare in Patria. Qui ad Addis Abeba no. Ne siamo sicuri. Noi, gli stranieri, gli indigeni. L’Italia sembra ancora più lontana. Ho già scritto a Silvio di non venire. Ho già avuto la risposta. Non verrà.
Per chi ho fatto seminare da Tesfai le viole del pensiero?
Tutto da rifare. Ma io resterò. A far la morte del topo come tutti diciamo.
24 maggio
Eccomi qua. E’ Nasia. Il sergente Nasia. Sempre incosciente. Come è possibile? Invece di inveire di maledire di rammaricare mi informa che è al battaglione Genio, che si è fatto amico del maggiore, che c’è una gran confusione. Si dice che partiranno presto per invadere il Kenia.
Dimmi, Roberto. E se venissi anch’io?”
Dove, nel Genio?”
Stabiliamo il piano. E gliene parlerà al maggiore.
27 maggio
Mi sono arruolato volontario. Nel Genio. Mi son denunciato come caporal maggiore. Dovrei essere sergente. Ma non mi piace quel grado. Posso mentire. Intanto non ci sono i fogli del mio distretto.
La sera mi trovo sotto la tenda con altri tre; giovani, richiamati. Un ladro di polli lombardo, due bergamaschi Pagani e Carrara. Pagani alto grosso biondo ingenuo. Carrara tozzo piccolino nervoso, tutta malizia.
Piove. Piccola pioggia.
29 maggio
            Ho conosciuto il comandante del Battaglione Genio il maggiore Zavarrone. Vorrebbe che io andassi in un ufficio. Si meraviglia della mia insistenza a stare in compagnia. Gli devo sembrare un po’ matto.
2 giugno
            Non siamo ancora a posto che già ci sono i manifesti della mobilitazione generale; fino a cinquantacinque anni. Fanno sul serio. Arriva qualche nuova recluta. Come esercito di conquista non c’è male. Si parla sempre di invadere il Kenia. Ma come è possibile? Ho conosciuto anche gli ufficiali. Pare che nessuno abbia mai fatto un giorno di vita militare. Tutti goffi, spaesati, sventati.
4 giugno
Siamo stabiliti in un accantonamento alla periferia di Addis Abeba, nemmeno troppo lontano. Baracche. Gli eucaliptus hanno fornito una branda unica che si allunga sui lati intervallando le porte. Non ci sono finestre. Mi sono messo fra Pagani e Carrara. C’è ancora Delfini un milanese simpatico e Lampronti, sempre triste con occhi pesanti da bracco.
5 giugno
Pochissima quasi niente istruzione. Ci mandano intorno alla città a tagliare alberi: eucaliptus.
Non ci sono che quelli. E noi siamo zappatori. E i soldati lavorano. Io non ho particolari mansioni di comando. Lavoro anch’io e imparo a tagliare gli alberi. Secondo il sole, secondo il vento, col taglio giusto per farli cadere dove si vuole. Mi piace e mi fa bene.
Ma, senza saperlo, senza volerlo ho suscitato una rivoluzione. Sono il solo graduato che lavora. I soldati l’hanno notato e lo fanno notare con sottintesi o apertamente agli altri graduati. Alcuni fra loro, vecchi genieri dicono che nell’arma del genio anche i sottufficiali lavorano. Qualche volta anche gli ufficiali. “Non siamo mica in fanteria!”
6 giugno
            Stamane non posso tagliare un albero da solo. Ci ho tutti intorno. Stanno a guardarmi e ridono sorridono benevoli sornioni maliziosi. Ieri sera hanno compreso che, malgrado le mie arie, non sono uno dei loro. E’ andata così!
Nelle due ore di libera uscita, dalle diciassette alle diciannove ho fatto un salto a casa. Tesfai mi aspetta sempre, accoccolato sull’uscio. Ho fatto un bagno, ho mutato biancheria, son corso ad acquistare roba da mangiare in una rosticceria e poi siccome si è fatto tardi sono rientrato all’accampamento in tassì. Arrivato nella mia baracca con fiaschi di vino pollo e pane abbiamo banchettato. Io con un appetito mai conosciuto. Dopo Delfini mi dice “Tu devi saper giocare a scacchi!” Un po’ sorpreso gli rispondo che si, un poco. Tira fuori una scacchiera e gli scacchi e sta per venire dal mio giaciglio. Gli dico di non muoversi di mettere i pezzi e di annunciarmi le mosse, se ne conosce il sistema. Lo conosce e comincia, meravigliato e incredulo. Fra lui e me c’è di mezzo Pagani; di più volto la schiena. Svolgo il gioco di gambetto di cavallo di re. Gli do scacco matto alla tredicesima mossa. Ci sono cinquanta militari intorno. Non capiscono non credono e mi guardano come una bestia rara.
Poi si dorme. E’ andata così ieri sera e stamane si divertono a vedermi tagliar fusti allegri.
            “Caporal maggiore!” Mi chiama da poco distante un ufficiale. Accorro. E’ un maggiore dei granatieri. Mi pare di conoscerlo ma non lo ritrovo nella mia memoria. Comincia a redarguirmi, mentre sto sull’attenti, della mia opera. “Il graduato deve saper comandare, non lavorare:” ma nel Genio …” salta su di voce e mi passa un liscio e brusco di cui non afferro la causa. Intanto dalla mia memoria viene fuori un impiegato della Banca del Lavoro il quale per causa mia ma non per mia colpa si era preso una lavata di testa dal direttore, tempo prima quando ero ancora civile. Si è preso la rivincita. Ma che figuraccia sta facendo di fronte ai miei soldati. Son sicuro che stanno mugugnando. Quando son lasciato libero Pagani e Carrara vorrebbero sterminare i granatieri che lavorano con noi. Mi ci vuole del bello e del buono per ammansirli.
7 giugno
Oggi abbiamo fatto una marcetta. Mentre siamo sulla strada di Dessiè in colonna ai lati della strada avanzano dei camions. Li scorgo da lontano. E’ l’ultimo carico di cemento che mi arriva da Assab. Devono essere quattro. Circa mille quintali. Mi piazzo nel mezzo della strada a braccia aperte. Il primo si ferma mentre i miei camerati stanno meravigliati a guardare. Gli autisti mi riconoscono ridono e prendono ordini.
            Appena sono ripartiti il tenente comandante del mio plotone mi avvicina mi chiede se so qualcosa di quel cemento. E’ impresario mi dice e ha urgente bisogno di duecento quintali di cemento. Quasi non creda quando glieli assicuro.
            “Ma cosa sei venuto a fare negli zappatori?” mi dice.
9 giugno
            Oggi sono stato in permesso. La candela sta bruciando. Non si possono trasferire capitali. Non si può telefonare in Italia. Mentre sono sovrappensiero al bar Sabaudia mi sento chiamare. E’ Chiusonno Federico. Ha un appuntamento telefonico con Bordighera. E’ uno degli ultimi. Lo incarico di salutare i miei. Ci separiamo.
La guerra è vicina. Se lo chiedono tutti l’un l’altro per la strada guardandosi negli occhi. Se uno qualunque osasse dire che c’è stata la dichiarazione di guerra tutti ci crederebbero subito.
10 giugno ore 10
            Siamo in marcia per il nostro lavoro quando veniamo sorvolati da un aereo, poi un altro un altro e un altro ancora. Son sei. Vanno a oriente. Nulla sappiamo ancora ma lo sentiamo. Difatti poco dopo l’ordine di rientrare all’accampamento.
L’annuncio. Discorsi. Presentat armi. Eia. E restiamo mosci!

 Giuseppe Balbo in © Archivio Balbo

domenica 9 giugno 2019

La carota spinosa (Echinophora spinosa)




Sui litorali marini, in particolare quelli in cui si formano dune sabbiose, vive una pianta  cespugliosa capace di formare cuscinetti compatti di foglie carnose con lobi spinosi, esibendo un aspetto abbastanza simile, nell'insieme, a quello di un'altra Ombrellifera aromatica rivierasca molto diffusa: il Crithmum maritimum munito di foglie a segmenti lineari ma non spinosi.

Si tratta dell'Echinophora spinosa il cui nome prende atto delle sue numerose armi di difesa perché i due termini greci  significano letteralmente "porta un porcospino".

Il Genere è formato da sei specie, due delle quali nascono in Italia.

Si accompagna sovente all'Eryngium maritimum, altro splendido inquilino delle rive marine, anch'esso in costante rarefazione.

Le stazioni dell'Echinophora in Liguria sono oggi molto sporadiche e discontinue per la cementizzazione delle coste. Solo poco più di un secolo fa era invece definita molto comune nella sua paziente opera di colonizzazione e di rassodamento delle zone sabbiose  poco distanti dalla riva.

Vi formava "monotoni cuscinetti rigidi e carnosi color verde opaco e ombrelle appiattite di fiori bianchi o rosati", secondo i manuali del passato.

Bicknell parla  di una sua massiccia presenza nella parte di litorale compresa fra Ventimiglia (IM) e Bordighera (IM), oggi occupata dalle scogliere poste a protezione della ferrovia.


[Echinophora spinosa L. (VI- IX. Nasce nelle dune marittime). Ha un rizoma  allungato con squame grigiastre apicali, aspetto cespuglioso emisferico, con fusto eretto, molto ramificato ed alto sino a 50cm. Le foglie hanno la rachide ricurva e sono due volte pennatosette, con lacinie robuste dall'apice indurito e spinoso. Le ombrelle portano max. 10 raggi ingrossati nella porzione superiore, con un fiore centrale ermafrodita e quelli circostanti solo maschili, tutti a petali bianchi o arrossati; l'involucro  consiste in max. sei brattee spinose. Il frutto ovoidale ha stili eretti.]

di Alfredo Moreschi


domenica 2 giugno 2019

Le luci che annunciano l'estate

Collasgarba in zona Nervia di Ventimiglia (IM)
Sono arrivate le lucciole.
Almeno a Collasgarba ieri notte.
Nel mio giardino dove sono corsa subito dopo l'annuncio, per vedere se anche da me era iniziata la festa, le luci erano spente: solo canti di raganelle.
La scorsa estate avvistavo un piccolo insetto nero che mi ricordava quegli insetti così amati da noi bambini d'antan.
Non lo era, ma io avevo deciso che lo fosse.
Sarebbe stata un estate orfana.
Negli anni passati poteva succedere di attraversare intere nuvole di lucciole.
Era entrare nelle favole.
Bastavano loro per essere trasportati in palazzi scintillanti dove scivolavano leggeri i danzatori.
Ricordo che noi le trattenevamo nelle mani senza far loro male, come in gabbiette, per osservare il bagliore intermittente tra le fessure delle dita.
Poi era bello aprire le porte delle prigioni per lasciarle ripartire per la loro destinazione.
Per tenerle tranquille e non farle sentire sole cantavamo una filastrocca.

LUCCIOLA, LUCCIOLA
VIEN DA ME,
CHE TI DO
PAN DA RE E
PAN DA REGINA
LUCCIOLA, LUCCIOLA
VIENI IN CANTINA.

Questa la forma italianizzata delle BASSE-BASSETTE

La versione originale in dialetto era questa

LÜMIN, LÜMIN
VEGNI VEIXIN,
CHE TE DAGU
IN TOCU DE PAN
BAGNAU DE VIN

Meno poetica più prosaica, forse adatta ai tempi.
La perdita delle basse-bassette è la perdita di un intero mondo.

di Gridellino