giovedì 29 luglio 2021

A Sanremo anni fa...

Mario Bardelli,  Riviera di ponente (acquarello) - Fonte: neldeliriononeromaisola

Si era era messa in testa di educare i piccioni, che venivano numerosi sul suo balcone per le generose elargizioni di riso e di granaglie che faceva loro. Erano però animali estremamente individualisti, rissosi davanti ad un chicco di riso, pronti a litigare tra loro e a beccare i più giovani e i più deboli senza il minimo senso di appartenenza comune. L’aveva indignata l’accanimento che i più forti dimostravano verso uno di loro, che aveva perso una zampa in chissà quali trappole. Lei era rimasta un’insegnante, convinta che la realtà si potesse migliorare con un po’ di fantasia e di buona volontà. Stava attenta, dopo avere messo il cibo sul balcone, che ogni animale potesse mangiare, separava quelli più rissosi da quelli inermi, con voce pacata incoraggiava i più miti a non farsi impaurire da quelli più aggressivi. Aumentarono le quantità di granaglie messe a disposizione, in modo che tutti quanti potessero soddisfarsi. Fu raggiunta da una lettera di contravvenzione del Comune, suggerita dai condomini stufi del guano che pioveva loro addosso. Pagò la multa e, non arrendendosi, continuò a nutrire le irriducibili bestie in modo più nascosto.
La sorte gli aveva dato un fratello, più grande di lei di quattro anni. Più che un fratello lo aveva sempre considerato un avversario, un concorrente. Il fratello non andava bene a scuola e lei si ripromise di diventare la prima della classe. Il fratello era sempre rimandato in latino e lei si impresse le cinque declinazioni, le coniugazioni,i complementi, l’ablativo assoluto, il participio congiunto, il periodo ipotetico in modo tale che non se li sarebbe più dimenticati fino alla morte. Il suo spirito guerriero e antifraterno sarebbe però caduto rovinosamente nell’adolescenza, quando la sua vita si avvicinò per sentimenti e desideri a quella del fratello. Il tramite che fece cadere le ultime barriere fu il teatro, cioè la passione per recitare e cantare. Queste due attività penso che siano un mezzo straordinario per fare vivere bene insieme le persone. Recitare e cantare fanno “ uscire da se’, ci portano in un mondo più grande del nostro e noi giochiamo ad essere altri, liberandoci finalmente, anche se solo temporaneamente, di noi stessi. Insomma, diventiamo davvero fratelli.
[...] Ognuno di noi penso che abbia sperimentato momenti di libertà e di gioia assoluta, almeno me lo auguro. Il mio momento di pura gioia l’ho avuto da piccola, penso all’età di cinque, sei anni. I miei avevano un negozio di drogheria che dava su una grande piazza, le auto erano molto poche e le strade non presentavano pericoli, soprattutto quelle attorno alla piazza e alla chiesa che vi sorgeva accanto. Mentre mio fratello andava già a scuola alle elementari, io trascorrevo gran parte della giornata in negozio, o meglio, nelle vie attorno, molte delle quali erano quasi dei vicoli. Con altri bambini della mia età avevamo fatto una specie di banda, che andava in giro a giocare ma anche a dare fastidio agli adulti con qualche piccolo dispetto. Io ero innamorata di un ragazzino della mia età circa, la cui famiglia era conosciuta dalla mia. Insieme facevamo i capibanda, una specia di Bonny e Clyde. Dirigevamo le piccole spedizioni nei vicoli attorno, nascondevamo degli oggetti che trovavamo incustoditi, insomma eravamo i piccoli contro i grandi in un minuscolo progetto di divertimento e di spontanea criminalità. Arrivammo a nascondere il bastone di una persona anziana che l’aveva lasciato incautamente fuori da un negozio. Credo che non l’abbia mai più ritrovato. Eravano noi piccoli contro un mondo grande e terribile, che però non ci faceva paura, anzi ci sentivamo onnipotenti. I nostri genitori erano occupati a lavorare, si preoccupavano se non ci vedevano per qualche tempo, soprattutto ci raccomandavano di non sudare. Per il resto eravamo liberi. Tutta questa meraviglia però finì per una delazione. Ci eravamo arrampicati sulla cancellata della chiesa e qualcuno lo andò a riferire ai miei genitori. Spaventati, vennero a prenderci e da quel momento finì quel luminoso periodo di libertà. Ci fu proibito di giocare in piazza, non potemmo rimettere insieme quel nucleo di piccoli incoscienti pronti a tutto, ci fu proibito di giocare insieme. Fu un vuoto terribile e non riuscii mai a divertirmi con le bambole. Fu come essere scacciati dal paradiso terrestre.
Donatella D’Imporzano, Piccoli racconti d’estate, luglio 2021, Riviera di Ponente, neldeliriononeromaisola, 27 luglio 2021

 

lunedì 19 luglio 2021

Letterati i cui nomi oggi non dicono nulla

Uno scorcio di Nizza Vecchia

Ci sono territori della letteratura assai poco esplorati, e talvolta persino volutamente gettati nel dimenticatoio. È il caso, sicuramente, della cultura italiana nel Nizzardo, di quella cultura che subì una
decisa opera di azzeramento dopo l’annessione di Nizza alla Francia. E degli scrittori italiani che hanno operato in quella regione ancor oggi se ne parla poco. Non sono certo numerosi gli studiosi che se ne occupano seriamente, in modo approfondito e sistematico: Giulio Vignoli in un suo libello fa i nomi di Achille Ragazzoni e di Maurice Mauviel. Forse non c’è molto di più. Ma la recente pubblicazione, a Sanremo, di un piccolo libro, Vita e opere dell’avvocato Pietro Andrea Trinchieri cigno canoro del Paglione, un poco ci consola e ci dà modo di riaprire il discorso. Anche perché l’autore, Fernando Bagnoli, non è nuovo a queste ricerche, anzi è da anni che procede con inesausto entusiasmo e con caparbietà su questa strada irta e difficile. Va a scovare - sia da vero segugio, cercando rarità antiquarie sulle bancarelle dei mercatini, sia da ricercatore, esplorando biblioteche e istituti di cultura - autori nicesi (si tratta in genere di scrittori assai poco noti, spesso marginali, a volte di poeti minimi o minimissimi, ai confini del dilettantismo o delle vuote esercitazioni retoriche), li legge, li studia, li riedita dopo attente ricerche d’archivio, con lo scopo di scoprire più dati possibili sulla loro vita e sulla loro opera. Del Trinchieri, nato nei primi anni del XVII secolo, veniamo allora a sapere che fu avvocato e dal 24 agosto 1647 membro del Senato di Nizza. Ma anche che fu in stretti rapporti con Ludovico Aprosio (detto poi l’Angelico, quando entrò nell’Ordine Agostiniano, o anche, per antonomasia, il Ventimiglia) che lo stimava e lo aiutò ad intessere rapporti con eruditi italiani e dell’Europa settentrionale. Così, per introdurre l’opera De tibiis veterum del danese Caspar Bartholin, Trinchieri scrive un distico in latino (ne scrisse molti, in verità, in una sorta di sua vena da epigrammista):
Cur vates meminere lyram super astra locatam?
Scilicet hic melius Tibia vestra foret.

Che, nella traduzione di Pierangelo Beltramino, così suona:
Perché i vati cantano la Lira sulle stelle posta?
Certamente meglio vi starebbe il vostro Flauto.

Trinchieri naturalmente scrisse molto altro: parafrasi versificate degli anagrammi che già allora si usava fare sui nomi propri, uno scritto giuridico, epistole, sonetti in lingua volgare (“Da Regni Franchi al Grimaldeo Monte / Angioletta Gentil tuo corso affretta…”).
Ma non limitiamoci, ora, a parlare solo di questo autore, ed estendiamo un poco lo sguardo, giacché lo stesso Bagnoli nello stesso modo procede.
Infatti, nel medesimo libretto che tratta del Trinchieri, e che del resto già si apre con un breve ritratto dell’Aprosio, presto si affacciano altre figure: Giovanni Francesco Raimondi di Sospello, Giovan Battista Corvesi, anch’egli di Sospello, Pietro Antonio Arnaldo di Villafranca… Letterati i cui nomi oggi non dicono nulla, probabilmente, neppure a molti studiosi di letteratura italiana.
Eppure tout se tient, ci sono collegamenti fra i vari eruditi, fra questi e il potere politico, e riferimenti
storici importanti, ed elaborazioni delle ideologie allora in voga. E uno dei meriti di Bagnoli è proprio
quello di indagare sui rapporti e le connessioni fra questi diversi personaggi.
In un’altra pubblicazione di Bagnoli, Prose e poesie con che i Nicesi celebrarono le piemontesi riforme del 29 ottobre 1847, si ha proprio un bell’esempio di questo modo di raccogliere ed esporre i materiali.
Partendo da un libretto, stampato nel 1848 dalla Tipografia Suchet di Nizza, Bagnoli rievoca un banchetto nella Nizza sabauda, dove si celebrarono le riforme propugnate da Carlo Alberto sull’onda delle aperture di Pio IX. Durante il convito si hanno molti interventi, in prosa e in versi, in italiano e in francese, e questi testi, letti “ai 364 Convitati del Banchetto Civico ch’ebbe luogo nella nostra Città, li 11 novembre 1847, in celebrazione delle Riforme accordate da S. M. il Re Carlo Alberto”, vengono presto pubblicati, e tali testi Bagnoli fedelmente ristampa. E così possiamo leggere, per dire, Filippo Morro, che, nella sua Cantilena popolare intona:
Viva Pio Nono!
Quando di Piero salì sul Trono
Il glorioso Nunzio di Dio,
Assunse il mite nome di Pio
E il primo accento fu di perdono:
Viva Pio Nono!

O Cesare Fighiera, che così esalta ed esulta nella poesia Al Re Carlo Alberto:
Dalla Dora all’estremo confine
Siam redenti, siam liberi alfine!
In certezza è cangiata la speme
Che l’Italia dal sonno destò!
O fratelli stringiamoci insieme
La chiamata del vero suonò.

Poesie occasionali, enfatiche, encomiastiche? Sicuramente. Versi declamatari e rigidi? Non lo si può negare. Giochi di freddo accademismo, talvolta compiuti per puro ricalco su determinati modelli?
Sovente è così. Eppure c’è tutto un discorso culturale, qui. Come scrive Bruno Monticone, recensendo
su “La Stampa” un altro libricino di Bagnoli, Vita e opere di Giuseppe Fornari avvocato cavaliere e
sonettante di Mentone (1751-1842): “Ci sono personaggi che non passano alla storia, ma che della storia, anche quella importante, sono parte integrante e, a modo loro, protagonisti”. È il caso di Giuseppe Fornari, appunto, nato a Mentone nel 1751, cèlebre avocat (si laurea a Torino nel 1769) e sonettista. Consulente, a Mentone, del principe Onorato III (allora la cittadina faceva parte del Principato di Monaco), nel 1793, in piena rivoluzione, è fra i firmatari di una richiesta di annessione del piccolo stato alla Francia. L’annessione si farà, e per un breve periodo Monaco si chiamerà Forte d’Ercole.
La storia minore si incrocia con la maggiore, i fatti e le idee del Settecento si intrecciano con quelli contemporanei. Anche per questo è divertente leggere i libri di Fernando Bagnoli. Che è - facciamone
un mini-ritratto in queste ultime righe - un professore di matematica, che si va a studiare gli autori nizzardi italiani per pura passione e, fiero di non aderire a nessuna cordata quando è fatta per mero opportunismo, si autoproduce in pratica i suoi libri, pubblicando con piccoli editori locali. Un gran rispetto per la propria indipendenza, un atteggiamento da outsider della letteratura, che non possiamo che apprezzare.
Fernando Bagnoli, Vita e opere dell’avvocato Pietro Andrea Trinchieri cigno canoro del Paglione, Vitale Edizioni, Sanremo 2011
Dello stesso autore si possono vedere anche:
- Vita e opere di Giuseppe Fornari avvocato cavaliere e sonettante di Mentone (1751-1842), Editore Colombo, Sanremo 2001, II edizione riveduta e corretta 2003
- Prose e poesie con che i Nicesi celebrarono le piemontesi riforme del 29 ottobre 1847, Arcipelago Edizioni, Sanremo 2004
- Accademie e Accademici a Sospello e dintorni (1600-1730), Vitale Edizioni, Sanremo 2005
- Miscellanea, Vitale Edizioni, Sanremo 2008
- Vita e opere di Ludovico Porcelletto avvocato, poeta e cortigiano (1550-1619), Vitale Edizioni, Sanremo 2009
Marco Innocenti, Letterati italiani di Nizza in IL REGESTO (Bollettino bibliografico dell’Accademia della Pigna - Piccola Biblioteca di Piazza del Capitolo), Sanremo (IM), anno IV, n° 3 (15), luglio-settembre 2013

[  altri scritti di Marco Innocenti: articoli in The Mellophonium; Verdi prati erbosi, lepómene editore, 2021; Libro degli Haikai inadeguati, lepómene editore, 2020; Elogio del Sgt. Tibbs, Edizioni del Rondolino, 2020; Flugblätter (#3. 54 pezzi dispersi e dispersivi), Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2019; articoli in Sanremo e l'Europa. L'immagine della città tra Otto e Novecento. Catalogo della mostra (Sanremo, 19 luglio-9 settembre 2018), Scalpendi, 2018; Flugblätter (#2. 39 pezzi più o meno d'occasione), Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2018; La lotta di classe nei comic books, i quaderni del pesce luna, 2017; Sanguineti didatta e conversatore, Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2016; Enzo Maiolino, Non sono un pittore che urla. Conversazioni con Marco Innocenti, Ventimiglia, Philobiblon, 2014; Sull'arte retorica di Silvio Berlusconi (con uno scritto di Sandro Bajini), Editore Casabianca, Sanremo (IM), 2010; articolo in I raccomandati/Los recomendados/Les récommendés/Highly recommended N. 10 - 11/2013; Prosopografie, lepómene editore, 2009; Flugblätter (#1. 49 pezzi facili), lepómene editore, 2008; con Loretta Marchi e Stefano Verdino, Marinaresca la mia favola. Renzo Laurano e Sanremo dagli anni Venti al Club Tenco. Saggi, documenti, immagini, De Ferrari, 2006  ]

 

martedì 13 luglio 2021

Una Liguria che sa essere così amabilmente anarchica, quando vuole esserlo…

Sanremo (IM): Via Mameli

Se c’è un elemento tipico di questo estremo ovest della Liguria, un qualcosa che in qualche modo possa contrassegnare il carattere nazionale delle genti che abitano il Ponente, non sarà difficile - osservando non solo viaggiatori, letterati, pittori e scienziati ma anche le così dette persone comuni, che poi comuni non sono - individuare questo elemento nella follia. Una peculiarità come può essere quella che - diceva Ruggero Orlando a proposito dei siciliani - è la capacità di spaccare il capello in quattro, e quindi da lì viene fuori Pirandello, o per gli irlandesi è il gioco di parole, lo scherzo, il paradosso, e così abbiano i Wilde e gli Shaw e i Joyce.

     Bene, se c’è un elemento così nel Ponente, una sorta di genius loci, e questo è la follia, non è allora una grande follia, intendiamoci, nulla di patologico, nella maggior parte dei casi. Ma una eccentricità particolare, questo sì, che si aggiunge alla normale stravaganza, se ci è concesso l’ossimoro, di cui è ammantata la figura dell’artista o dello studioso, di colui insomma che, ragionando con il proprio cervello, finisce con l’esulare dalle consuetudini e dalle convenzioni e ad apparire, come si suol dire, un poco strano. Un’estraneità che appartiene appunto al fare arte, all’essere in qualche modo in anticipo sui tempi (perché in tal modo li si sta inventando, i tempi futuri) e a disegnare nuove forme e praticare nuovi comportamenti. Perché, e la buttiamo lì quasi come una definizione di massima, l’artista è colui che rifiuta di adagiarsi negli stereotipi e nel già detto e in qualche modo, col suo cammino, apre nuovi sentieri: adopera il suo ingegno per scoprire le cose del mondo o trovare le idee nuove.

     Ma, abbiamo appena dichiarato, nel Ponente sembra esserci, come aggravante, un pizzico di deragliamento in più. Giorgio Bottini, fra l’altro grande conoscitore di musica jazz, parlava di acetum ligusticum. Non perdiamoci in lunghi elenchi, ora, ma da Edward Lear a Tommaso Landolfi, da Guido Seborga a Giacomo Natta, non si può negare che in questa terra nascano, o trovino ospitalità e rifugio, figure animate da vivaci bizzarrie e spesso anche da un certo spirito nonsense. Sarà un caso? Può darsi. Ma anche un Mario Calvino che si mette le bisce e le rane in tasca (va bene, voleva porsi alla pari coi contadini che incontrava), un Piero Simondo e una Elena Verrone che festeggiano le loro nozze con qualche giorno di libagioni in compagnia di alcuni amici, come Guy Debord e Asger Jorn, e già che ci sono fondano l’Internazionale Situazionista, un Giuseppe Varaldo che scrive poesie costruendosi delle incredibili gabbie (tipo usare solo una vocale, usare solo monosillabi e così via), be’, diciamocelo, non sono cose e persone tanto normali.

Qualcuno potrà obiettare che forme di follia di questo tipo si trovano un po’ dappertutto, e meno male se le cose stanno così, e che ora del Ponente ligure vogliamo privilegiare e sottolineare certi aspetti che ci stanno a cuore. Possiamo anche concederlo, ma ci venga riconosciuto che abbiamo i nostri buoni motivi per elaborare certe tesi, e fomentarne magari futuri sviluppi. E chiamiamo qui come testimoni, dunque, due figure sul cui carattere eccentrico e scanzonato nessuno potrà opporre, pensiamo, dubbi e riserve. Un sanremese di nascita e uno di adozione: Antonio Rubino e Farfa.

Li accomuna l’umorismo, il gioco, lo spirito infantile. Che sono cose difficili da praticare, specie in un paese serioso come l’Italia. Se fai ridere o sei parodico o vai sopra le righe, per ben che ti vada sarai valutato aprioristicamente un autore minore. “È considerazione corrente - scrive Sandro Bajini  - che gli spettatori, e con essi i critici, siano più disposti a tollerare una brutta opera seria che una brutta opera comica”. 

     Ma Farfa e Rubino hanno altre cose in comune. L’eclettismo, tanto per cominciare, la capacità di essere poliedrici. Farfa è pittore, poeta, costumista, fotografo, ceramista, cartellonista, inventore di ricette gastronomiche. Antonio Rubino in un suo biglietto da visita si definisce giornalista e poeta-pittore ed elenca poi ciò che può fare: libri, albi, opuscoli, giornali, quadri, illustrazioni, pannelli decorativi, cartelloni, inserzioni, etichette, marchi di fabbrica, grafici statistici e dimostrativi, sigle, storielle umoristiche, figurini, scenografie, stands, per esposizioni, decorazioni di ambienti, mobili e oggetti decorativi, sagome, progetti di pubblicità. Che è un elenco incompleto, ovviamente, e noi sappiamo che Rubino ha fatto tante altre cose, dalle ricette culinarie (anche lui! collaborando per la Cirio e coinvolgendo la moglie Angiola nella stesura) agli ex-libris, dai disegni per le feste baiocche a quelli di giochi da tavolo, dalle poesie alle composizioni musicali.

     Già, la musica, altro elemento che appassiona sia Farfa che Rubino. Quest’ultimo è autore di uno spartito, Il soldato focillato, su testo scritto quasi sicuramente da Gandolìn. Canzone poi rimaneggiata, fraintesa, variamente attribuita, ma oggi finalmente restituita in una versione corretta, che ce ne lascia gustare tutto il sapore di rovesciamento parodico dei pezzi da cantastorie e il carattere assurdo e vagamente illogico che la anima (scaturito dall’illogicità di quell’immensa tragedia che fu il primo conflitto mondiale). Ma - al di là di questo caso - la musica restò sempre un grande interesse per Rubino (scrisse con Rinaldo Boscetto anche un’operetta, È arrivato il bello): e ne troviamo indizi anche nella sua opera figurativa (ad esempio, nel catalogo visivo di anomali strumenti musicali che compare nella rappresentazione del ciaravuju).

     Quando nel 1940 Rubino sottopone al Ministero della Cultura Popolare un Progetto per produzione di cartoni animati italiani allo scopo di dare un impulso al cinema di animazione, “arte assolutamente nuova” sta pensando a un’arte filmica fantasiosa, vivace, che si riallacci al clima fiabesco e colorato delle disneyane Silly Simphonies. Katia Pizzi (in Mondo Fanciullo, catalogo della mostra, 2005) racconta qualcosa sullo sviluppo delle idee di Rubino: “La sua maggior preoccupazione, scrive, è la musica, e, a tale scopo, si ingegna di inventare una tecnica capace di incorporare, integrare la musica con le immagini, finendo per inventare una ingegnosa ‘macchina da presa sinalloscopica’ la cui funzione principale, come si evince dal brevetto, è precisamente quella di integrare, di intessere fra di loro e senza strappi, colore, musica ed immagini, un marchingegno ch’egli impiega estesamente nella produzione del suo ultimo film, L’arco dei sette colori”.

Farfa, da parte sua, oltre all’ipotesi di rifare le orchestre e di dotarle di nuovi strumenti (Impotenza istrumentale, su “Savona”, 29 maggio 1951), usa nelle sue poesie stilemi e trovate di chiara derivazione jazz:

                                                           in ritmi screpolanti

                                                           di jazz jazz jazz jazz

                                                           baaaaand

Scriveva Giorgio Rimondi (proprio qui sul “Mellophonium” nell’aprile 2004) che Farfa, pur amando il melodramma ottocentesco e in particolare Puccini, aveva “un vivo interesse per la musica sincopata, ancorché non sistematico e probabilmente dovuto alla percezione di quella forza vitale che il jazz rappresentava agli occhi dei suoi primi estimatori”. Perché

                                                           Il pungolo del candore

                                                           singulta nel ritmo del saxofono

e ci dà quella vitalità magari negata da quei

                                                 tubi d’istrumenti musicali

                                                           picchianti col fiato
                                                           sui timpani degli orecchi
                                                           motivi stravecchi

Farfa e Rubino furono due grandi sognatori, che qualcuno talvolta oggi colloca nel clima culturale del Futurismo. E futurista Farfa lo fu senz’altro, anche se di quell’ala pacifista, giocherellona, vagamente dada (alla Palazzeschi, per intenderci) che lo porterà non solo a polemizzare con Marinetti (“Marcire e non marciare / per non subire le delusioni amare”) ma infine a essere “recuperato” da surrealisti come Enrico Baj e Arturo Schwarz e ad entrare nel Collegio di Patafisica. Rubino non fu futurista ma se ne è notata la vicinanza con alcuni futuristi “fantasiosi”, in particolare con Fortunato Depero. Ma sono piuttosto imparentabili, Farfa e Rubino, proprio per il loro fare - diciamolo con un bel bisticcio di parole - indisciplinato e pluridisciplinare.

     E quindi, per tornare al tema della leggiadra follia degli indigeni, rechiamoci allora in un luogo per molti aspetti tipico riguardo tale questione. Eccoci all’angolo fra corso Matteotti e via Mameli, in un locale che si chiama Bar Venezuela. Siamo negli anni del secondo dopoguerra, anche se questo posto esiste da molto tempo. Entrate pure, vi facciamo strada. È frequentato da mezzo mondo: impiegati, croupier, sportivi… C’è il biliardo, e ci sono i separè, dove si va a giocare a carte (si usano persino i tarocchi) e si fuma tantissimo, tanto che da ogni separè, come vedete, si leva una colonna di fumo, e allora per la salubrità dell’aria sono stati battezzati “pinete”. Ecco, siamo già arrivati al dunque: qui non c’è un modo di parlare “serio” ma c’è l’uso di un linguaggio metaforico, a tratti grottesco, e le evocazioni strampalate, gli accostamenti di parole, le battute stralunate. Qui puoi incontrare Floriano Calvino e Antonio Rubino, Duilio Cossu e Aligi Laura (due personaggi dei racconti che scrive il fratello di Floriano), Carlo Dapporto, Pippo Barzizza. Non è un cenacolo culturale ma è molto di più.

La si pensi come si vuole ma ci sono nessi, legami, influenze, fra tutte queste esperienze: e Farfa che declama le sue poesie scoppiando a ridere quando recita quella del treno (e siamo proprio qui, c’è il paesaggio sanremese che si intravede sullo sfondo) lo poniamo come suggello di questo nostro omaggio all’estrosità e allo spirito ludico di una Liguria che sa essere così amabilmente anarchica, quando vuole esserlo…

Marco Innocenti, Follia, affinità musicali e suoni futuristi, The Mellophonium

[  altri scritti di Marco Innocenti: articoli in IL REGESTO, Bollettino bibliografico dell’Accademia della Pigna - Piccola Biblioteca di Piazza del Capitolo, Sanremo (IM); Verdi prati erbosi, lepómene editore, 2021; Libro degli Haikai inadeguati, lepómene editore, 2020; Elogio del Sgt. Tibbs, Edizioni del Rondolino, 2020; Flugblätter (#3. 54 pezzi dispersi e dispersivi), Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2019; articoli in Sanremo e l'Europa. L'immagine della città tra Otto e Novecento. Catalogo della mostra (Sanremo, 19 luglio-9 settembre 2018), Scalpendi, 2018; Flugblätter (#2. 39 pezzi più o meno d'occasione), Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2018; La lotta di classe nei comic books, i quaderni del pesce luna, 2017; Sanguineti didatta e conversatore, Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2016; Enzo Maiolino, Non sono un pittore che urla. Conversazioni con Marco Innocenti, Ventimiglia, Philobiblon, 2014; Sull'arte retorica di Silvio Berlusconi (con uno scritto di Sandro Bajini), Editore Casabianca, Sanremo (IM), 2010; articolo in I raccomandati/Los recomendados/Les récommendés/Highly recommended N. 10 - 11/2013; Prosopografie, lepómene editore, 2009; Flugblätter (#1. 49 pezzi facili), lepómene editore, 2008; con Loretta Marchi e Stefano Verdino, Marinaresca la mia favola. Renzo Laurano e Sanremo dagli anni Venti al Club Tenco. Saggi, documenti, immagini, De Ferrari, 2006 ]

 

sabato 10 luglio 2021

Un operatore turistico, già partigiano, e la borgata a lui cara

San Bartolomeo al Mare (IM): la borgata di Poiolo - anni 1950 - Fonte: Cà de Puiö


Arimondo Ambrogio "Angiulin de Ciletta".
Operatore turistico.
Nato a San Bartolomeo del Cervo (IM) il 4 agosto 1921 da Nicola e Caterina Arimondo.
Deceduto a San Bartolomeo del Cervo il 3 giugno 1990.

La sua esistenza è stata un chiaro esempio di impegno sociale costante e fedele agli ideali di giustizia e di progresso che sono stati la sua guida. Durante il secondo conflitto mondiale, insieme ad alcuni amici ha costituito un nucleo partigiano, dando vita al quarto distaccamento S.A.P. comprendente tutta la Valle Steria. Dal giugno 1944 poi ne ha preso il comando e ne ha condotto le operazioni fino alla liberazione, vivendo nella clandestinità.
 

San Bartolomeo al Mare (IM): coltivazione di garofani in pien'aria nella borgata di Poiolo - 1953 - Fonte: Cà de Puiö

Nel primo dopoguerra, insieme al prof. Giuseppe Roggerone e altri amici ha dato vita a San Bartolomeo a un circolo intitolato al poeta Olindo Guerrini, che per un breve periodo è stato un luogo di incontro e di riflessione per i giovani del luogo. Quando questo è stato costretto a chiudere perchè troppo "innovatore", Angiulin ha preso parte alla fondazione dell'Opera Nazionale Dopolavoro, poi è stato un brillante protagonista della filodrammatica di San Bartolomeo, quindi è stato consigliere dell'Azienda Autonoma di Soggiorno, fondatore e dirigente dell'Unione Sportiva, presidente della sezione Anpi Valle Steria e consigliere di quella provinciale.
 

San Bartolomeo al Mare (IM): la Chiesa di Sant'Anna nella borgata di Poiolo - anni 1960 - Fonte: Cà de Puiö

Nel luglio 1980, con un gruppo di amici riuniti nella borgata Poiolo, ha fondato il Circolo Culturale Cà de Puiö, di cui è stato presidente fino al 1988. In questi anni la sua opera appassionata e la capacità di coinvolgere gli altri è stata determinante per la crescita del Circolo e per l'espletamento di un'intensa attività, rivolta essenzialmente al recupero dei valori storico-culturali della nostra terra.
 

San Bartolomeo al Mare (IM): lavandaie presso il torrente Steria - anni 1920 - Fonte: Cà de Puiö

Sotto la sua spinta sono state organizzate numerose conferenze e incontri con studiosi o illustri personaggi, escursioni di studio e gite di arricchimento culturale, mostre e iniziative diverse in collaborazione altre associazioni o enti.
 

San Bartolomeo al Mare (IM): asportazione di sabbia (portata via su tombarelli) dal torrente Steria - anni 1920 - Fonte: Cà de Puiö

 

San Bartolomeo al Mare (IM): panorama - 1912 - Fonte: Cà de Puiö

Riveste una rilevanza particolare per la nostra terra la promozione del lavoro di ricerca degli alunni delle locali scuole medie sullo stato della Valle, condensato nel libretto l'Ambiente, edito a cura del Circolo nel 1987. Sono pure da segnalare il fascicolo annuale A vuxe de Cà de Puiö e il relativo supplemento, una raccolta di studi e ricerche che vanta contributi di autori altamente qualificati. Si tratta di lavori nei quali Angiulin si è sempre impegnato personalmente. La stessa cosa è avvenuta per il volume di vecchie immagini del paese Puiö e dinturni, ma soprattutto per U Vucabulâiu, il vocabolario della parlata locale, l'opera che più di tutte lo ha appassionato; è stato un lavoro da lui voluto caparbiamente e portato avanti dai soci del Circolo sotto il suo stimolo costante con un impegno collettivo di ricerca, del quale peraltro non ha potuto vedere l'esito, perchè il volume è stato dato alle stampe soltanto sei mesi dopo la sua scomparsa, avvenuta il 3 giugno 1990 nella sua casa di San Bartolomeo al Mare.
Redazione, Arimondo Ambrogio "Angiulin de Ciletta", Circolo Culturale Cà de Puiö

Cervo non ebbe un CLN proprio, ma fece capo ad uno stesso CLN insieme a San Bartolomeo, con il quale Cervo allora formava un unico Comune. Nato alla fine di settembre 1944, il CLN (comprensoriale per Cervo-San Bartolomeo) [...] Insieme ai già sopraccitati membri del CLN, meritano speciale menzione Giovanni Belfiore, il professor Pietro Ruggero, Luigi Cassarino, Pierino Steria, Ambrogio Arimondo [...]
Francesco Biga in Francesco Biga e Ferruccio Iebole (a cura di Vittorio Detassis), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria) - vol. V, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2016 


I Bagni Medusa nascono nei primissimi anni cinquanta, da un’idea di Arimondo Ambrogio che percorrendo i tempi in un periodo in cui l’economia della zona era basata principalmente sull’agricoltura, un industria di laterizi, marineria, ha intuito l’importanza di organizzare a San Bartolomeo al Mare un servizio balneare per rispondere adeguatamente alle esigenze turistiche del momento.
Pioniere in questo campo ha dato avvio con una scelta coraggiosa ad un’attività che nel tempo ha sempre risposto in modo adeguato alle esigenze dell’utenza.
Bagni Medusa

 

lunedì 5 luglio 2021

Meraviglie alate nella Liguria di Ponente: una mostra a Bordighera (IM)

Zigaena lavandulae - Foto: Maria Giovanna Casanova

UNIONE CULTURALE DEMOCRATICA
    A. N. P. I.  - Via Al Mercato n. 8   B O R D I G H E R A

06 - 25 Luglio 2021   ore 17 - 19

Meraviglie alate nella Liguria di Ponente

fotografie Maria Giovanna Casanova

Ingresso libero: nel rispetto delle disposizioni sanitarie, l'ingresso è consentito a non più di due persone alla volta, munite di mascherina

La mostra si inaugura Martedì 6 Luglio 2021 alle ore 17,30

"Da qualche anno, mi sono appassionata alla fotografia delle farfalle della Liguria di Ponente: non immaginavo che ci fosse qui da noi una tale ricchezza di specie e di endemismi.
Questa esposizione non vuole essere una mostra fotografica in senso tecnico ma un’occasione per far conoscere ai visitatori le varie specie di farfalle - alcune molto rare, alcune endemiche, altre più comuni e diffuse - che è possibile trovare nel ristretto areale che dalla valle del Roia, includendo anche la Val Nervia, va sino alla valle Argentina
".
Maria Giovanna Casanova, Luglio 2021

La nostra Penisola può considerarsi un vero giardino in mezzo all’Europa. Forse per questo in ogni più piccola zona si elogia il proprio territorio come il più bello e il più interessante d’Italia. Può quindi sembrare banale che, parlando del Ponente ligure, si esprima sinceramente la stessa convinzione. Eppure sarebbe bene insistere, perché davvero pochissime zone, non solo d’Europa, ma del mondo, possono vantare una ricchezza di specie uniche e introvabili come la zona nord occidentale dell’Italia, specialmente questo pezzetto di terra chiamato Riviera dei fiori. Tra le più importanti basterebbe ricordare le 62 specie di piante che esistono solo qui, le 64 farfalle endemiche, i due rospi e la raganella azzurra, più due rarissime chiocciole, quattro importanti rettili, persino un quarzo rosa, introvabile altrove... Ed è paradossale che proprio coloro che ci vivono siano i meno attenti e i meno orgogliosi di tali ricchezze. Che sia proprio il concetto di vera ricchezza che è venuto meno? Una Società priva di serene aspettative e che considera la Natura un oggetto solo da sfruttare, può avere una giusta qualità di vita? Una zona considerata nel passato come la perla della Liguria, come potreste considerarla al giorno d’oggi? In nome di una logica che appare tragicamente giusta, ormai incapaci di fare delle scelte e neppure il minimo sacrificio, portiamo via praticamente TUTTO al mondo che verrà, ai nostri figli e ai nostri nipoti. Discorso da sognatori? Forse i veri illusi sono quelli che pensano di essere grandi facendo cose meschine.”
Giancarlo Castello, Luglio 2021

"Maria Giovanna Casanova vive a Pigna (Imperia). Fotografa per passione, ama percorrere monti e boschi del Ponente Ligure anche per fissare con scatti fotografici unici i suoi incontri con insetti endemici di straordinaria bellezza".
Giorgio Loreti, Luglio 2021


Unione Culturale DemocraticaSezione ANPI - Bordighera (IM), Via al Mercato, 8 [ Tel. +39 348 706 7688 - Email: nemo_nemo@hotmail.com ] - Giorgio Loreti

sabato 3 luglio 2021

Aveva lo studio in via Roberto

Giuseppe Piana - Fonte

"La mia ricerca di pittori con barba s'indirizzò a Giuseppe Piana. "Sciù Pipu" era popolarissimo. Quasi sempre in compagnia di belle signore riverito e salutato con gran simpatia. Sul polso brillava un gran braccialetto d'oro; cravatte sgargianti attorcigliate al panama, la canna e il piglio da moschettiere gli davano un piglio inconfondibile.
Aveva lo studio in via Roberto [in Bordighera (IM)]: un enorme fabbricato di legno incatramato. Tappeti per terra, alle pareti, cavalletti, trespoli, sculture. Tutto inondato dai fiotti di luce del lucernaio.
Lo vidi per la prima volta all'opera per le decorazioni murali del Casinò. Sulle grandi tavolozze imbeveva gigantesche spugne che scagliava contro il muro. Dalle chiazze, dagli spruzzi e dalle colature nascevano poi quei viluppi nei quali nulla si riconosceva ma che sembravano veri. Fantasia magica dell'artista che diventava padrone del caso!".
Redazione del sito Giuseppe Balbo

Giuseppe Piana, Paesaggio marino - Fonte

 

Giuseppe Piana, Autoritratto - Fonte: Comune di Bordighera

Giuseppe Piana, Garofani - Fonte: Comune di Bordighera

Giuseppe Piana, Mimosa - Fonte: Comune di Bordighera

Dotato di sveltezza pittorica non comune, Piana rifuggiva gli statici paesaggi o le accattivanti marine di molti suoi colleghi, preferendo catturare col suo rapido pennelleggiare ad esempio: tutti quei risvolti luministici che gli offriva il suo incantevole mare di Bordighera; dalle bonacce piatte quasi scolorite, ai luccichii del sole sull'acqua, ai riverberi dorati fino alle cupe tonalità delle onde in burrasca. In possesso di un'ottima tecnica postimpressionista, egli sapeva bene come adeguare le sue agili pennellate al mutevole umore del mare: brevi e nervose per raffigurare l'effervescenza della schiuma e l'infrangersi dei marosi, grasse e materiche per rappresentare il vento sulla superficie delle onde, o, per ritrarre il cielo che si specchia sulla faccia imbronciata del mare...
Rodolfo Falchi, L'arte di Giuseppe Piana, Comune di Bordighera 

Fonte: ArtsLife

Giuseppe Piana, Marina a Bordighera - Fonte: Comune di Bordighera

Giuseppe Piana, Marina con gabbiani - Fonte: Comune di Bordighera

Giuseppe Piana, Veduta di Roma - Fonte: Comune di Bordighera

Giuseppe Ferdinando Piana (Ceriana, Imperia, 3 dicembre 1864 - Bordighera, Imperia, 29 aprile 1956) è stato un pittore italiano, esponente della pittura ottocentesca.
Biografia
Piana dimostra fin da giovane una spiccata attitudine alla pittura.
Fu proprio Ernest Meissonier che in uno dei suoi soggiorni a Bordighera presso la Villa Garnier, consiglia ai genitori di Piana di avviarlo agli studi artistici.
Nel 1882 Giuseppe Ferdinando Piana si trasferisce a Torino per studiare all’Accademia Albertina avendo come professori Francesco Gamba e Andrea Gastaldi.
È nella capitale piemontese che fa il suo esordio realizzando i suoi primi quadri: “A ponente di Bordighera, campagna ligure”, “Politica rustica” e nel 1898 “Studio d’artista” che sarà acquistata dal governo.
Nel 1903 trasferitosi a Sesto San Giovanni, espone alla Permanente di Milano presentando “Pace”, dipinto che riscuoterà inattesi apprezzamenti.
Nel 1906 è invitato alla mostra Nazionale di Milano dove presenta “Cortile dei leoni a Granada”, “La danza delle olive” e “Mare dopo la pioggia”, questi ultimi due dipinti sono acquistati dalla Galleria d’arte moderna (Milano).
Nel 1919 partecipa alla Quadriennale di Torino presentando “Ultima onda” e nello stesso anno viene nominato accademico di merito all’Accademia di Brera.
Oltre alla pittura si dedica alla tecnica dell’affresco e infatti la Regina Margherita gli commissionerà dei lavori per la Villa Etelinda.
Avendo vissuto e frequentato Bordighera fin da giovane conoscerà tutti gli artisti “bordigotti” del suo tempo fra cui Charles Garnier, Mosè Bianchi, Hermann Nestel, Friederich von Kleudgen, Gustav Zorn (che diventerà suo suocero), Giuseppe Balbo e Pompeo Mariani.
Quest’ultimo sarà uno dei suoi più cari amici e sarà lui a presentare a Mariani, Marcellina Caronni, che poi ne diventerà la moglie.
Piana dedicherà sempre una particolare attenzione ai colori di Bordighera e dei paesi limitrofi, mostrandone con la tecnica dell’acquarello e dell’olio, in particolare, vivaci scorci della ricca vegetazione e dei paesaggi solari e luminosi.
Divenne maestro della Regina Madre e conobbe De Amicis al quale fece un ritratto in occasione dei soggiorni bordigotti.
Furono organizzate svariate esposizioni con suoi dipinti fra cui una particolarmente ricca nel 1954 presso il Palazzo del Parco a Bordighera e una molto significativa per il tipo di opere esposte alla Galleria Bolzani di Milano nel 1968.
Fra i suoi allievi il più amato fu Fernando Pelosini (1901-1982) a cui lasciò in eredità tutto il suo materiale di pittura. [...]
Redazione, Piana Giuseppe Francesco... , ArtsLife

venerdì 2 luglio 2021

I signori professori

Uno scorcio dell'Istituto scolastico di Sanremo (IM) citato in questo articolo

                                                                                       

Raggi di sole grigio in un cielo grigio, occhi grigi in
un viso grigio, foglie d’albero grigie come la cenere.
Non la vita ma l’ombra della vita. Non il movimento
della vita ma una specie di suo muto spettro. È
terribile a vedersi questo movimento di ombre,
nient’altro che ombre, spettri, fantasmi…

Maksim Gorkij

     Negli anni in cui fui prima allievo delle elementari - scolaro, come si dice - e poi studente delle medie inferiori e superiori, scoprii molte cose e vissi vivaci esperienze, come capita credo a tutti. Ma, per quanto mi riguarda, in gran parte fuori dall’istituzione scolastica. A scuola non imparai granchè, e anzi, in svariate occasioni, come già mi è capitato di raccontare, fui vessato da alcuni insegnanti. Erano tempi feroci, per dire, quelli dell’istituto commerciale a Sanremo. Le Demartini (Giuseppina, la bieca), le Mattioli, i Sacco, i don Bellotto, i Ferrero, le Carboni: che il diavoli se li porti!
     Sono personaggi e questioni che oramai i miei quattro lettori conosceranno un po’, anche se si potrebbero aggiungere ancor nuovi particolari e spiegarsi sempre meglio.
Questioni che mi sono tornate alla mente sfogliando un libriccino, il “Colombo”… c’è! (a cura di Fiammetta Ausonio e Dario Daniele, finito di stampare nel marzo 2020 nella Tipografia San Giuseppe di Taggia - non c’è altra indicazione editoriale), dedicato proprio a quella scuola in cui attraversai la palude delle medie superiori. Nel leggere il testo introduttivo del “Dirigente Scolastico - prof.ssa Elisabetta Bianchi” (e cominciamo a notare il simpatico uso delle maiuscole) si viene a sapere che nella pubblicazione sono “presentate diverse testimonianze di ex studenti, di docenti ed ex docenti, di coloro che hanno studiato e/o insegnato al “Colombo”; tutti con tanto affetto e con un po’ di nostalgia ripercorrono gli anni piacevoli trascorsi nell’Istituto…”.
     Tutto bello, che meraviglia. A scuola siamo veramente felici e spensierati.
     A dir il vero una contestazione studentesca affiora nel primo trimestre 1945-46, quando ci furono, verso la metà di novembre, due giorni di sciopero da parte degli studenti di due classi dell’Istituto, per mancanza di vetri alle finestre. Di questo avvenimento veniamo informati dalla circolare che il Preside Negro firma, dopo averla scritta probabilmente di suo pugno, anziché dettata, in data 14 novembre 1945. Lo scritto, rivolto direttamente agli studenti colpevoli, mette in evidenza con tono drammatico tutto lo sconcerto e la profonda amarezza di chi lo redige, a cui evidentemente stanno molto a cuore le vicende della scuola, soprattutto per quanto riguarda l’educazione e il comportamento degli alunni.

     Il comportamento sì, la mancanza di vetri evidentemente no.

     Un altro sciopero degli studenti verrà a turbare la vita della scuola, questa volta nel dicembre del 1947: una classe “si è astenuta compatta dalla lezione di ragioneria” per evitare un compito in classe prima delle vacanze di Natale. Da un apposito registro dei verbali veniamo a sapere che verranno puniti con cinque giorni di sospensione i due elementi che hanno capeggiato la sedizione, dei quali l’uno è definito “torbido elemento da tenere molto d’occhio” e l’altro “sciatto e ineducato”, predominante rispetto ai compagni “per la sua prestanza fisica”. Cinque giorni di sospensione anche alla studentessa che si è prestata, su incarico dei due, a fare da portavoce alle “insulse” proposte, come pure ad un altro studente, che le ha rumorosamente appoggiate “col suo fare più sciocco che scanzonato”. Gli altri alunni della classe verranno invece puniti con ammonizione privata e con “gli effetti sul voto di condotta”.   

Ma niente di che. Dario Daniele ci rassicurerà, non molte pagine dopo, che
     Al “Colombo” l’atteggiamento degli insegnanti con gli studenti si è, di norma, sempre distinto per una grande umanità, comprensione e disponibilità all’accoglienza.

     Il libretto presenta un profluvio di docenti tanto buoni e formativi, e va avanti attraverso una coltre di titoli accademici: la prof.ssa Linda Zappa, la prof.ssa Repetto, il prof. Persico, e altri Prof. e Prof.sse… In Italia ci sono usanze di grande formalismo, e ci si tiene tanto ai titoli, dentro e fuori l’istituzione in cui si lavora, ed un qualche titolo bisogna pur darlo a chiunque, e così se il brano iniziale, La storia dell’edificio, è contrassegnato con un “a cura dello storico Andrea Gandolfo”, il saluto del sindaco, nella pagina precedente, è attribuito al “sig. Alberto Biancheri”… povero sindaco… sigh…
     Ci sono comunque alcuni momenti di irresistibile comicità. L’uno è quello inserito proprio nella testimonianza del “Prof Dario Daniele”, quando entra in scena “il mitico Virgilio Crespi”, che porta i ragazzi a teatro “a vedere l’Enrico IV di Pirandello con protagonista l’attore Giorgio Albertazzi” o ai Musei Vaticani, ove accompagna la visita “con i suoi commenti puntuali e appassionati che ci descrivevano le meraviglie lì contenute”. Ad un certo punto il mitico muore, e Daniele racconta: “piansi due giorni di seguito, sentivo che mi era mancato un secondo padre”.
     Ora, come dice Carlo Emilio Gadda parlando di Ugo Foscolo, è fisiologicamente impossibile piangere per così tanto tempo. Trattasi di pianto retorico, dunque, ma queste cose lasciamole a Foscolo, appunto, che almeno vi ci sa destreggiare con una sua abilità.
     Un altro brano esilarante, quasi uno sketch - anche se nelle intenzioni dell’autrice aveva da essere tragico - è quello firmato dalla “Prof.ssa Antonietta Grasso”, la quale ci racconta di un “Preside incaricato” che vuol dotare la sala professori di “moderni armadietti in metallo che chiudevano male e che hanno provocato numerosi incidenti”. E subito si esemplifica. “Ricordo una collega di inglese che ricevette sul naso lo sportello sovrastante perché non chiudeva bene… Un’altra insegnante, volendo aprire con la sua chiavetta lo sportello, premette con forza perché questo proprio non si apriva, e le rimase imprigionato il dito nel buco della serratura che era sprofondata: si ferì seriamente…”.
     Questo è il massimo di critica politica a cui arriva il libercolo. La filosofia di base è quella che vuole gli studenti in dovere di stare zitti e composti, giacché i docenti sono tutti umani, autorevoli, carismatici. Nessun riferimento all’ipocrisia della scuola, al giudizio temerario a cui propendono molti docenti, all’essere trattati da imbecilli, alla lotta di classe - ovvero alla contestazione studentesca sviluppatasi fra gli anni ’60 e i ’70. E lì c’ero anch’io, e c’erano Loretta Marchi, Mauro Laura, Marcello Boeri, Daniele Vigna…
     E poi mancano tante altre cose. Non è citato un docente davvero capace com’era Cesare Trucco. Renzo Laurano, benché definito celebre poeta sanremese, è citato come il “prof. Luigi Asquasciati” la cui firma appare “in calce alle circolari, fra le firme apposte dai docenti per presa visione” e in un accenno poche pagine dopo, per un saggio pubblicato su un giornaletto scolastico. Ignorato del tutto Giuseppe Conte, anche se la strofe finale di Inverno. L’Insegnante (una poesia de Le stagioni) dice

La sciarpa da ufficiale di picchetto
di mio padre, il suo passo diritto
su per le scale di lavagna, nere.
«Eri un ragazzo, non dimenticarlo
il tuo sogno di allora
e quanto di esso si è compiuto poi
potrai insegnare il sogno? Sei
arrivato, guarda, la neve
è anche qui,
spalata ai margini del parcheggio
di Piazza Eroi.»

e ha tutta l’aria di riferirsi proprio all’edificio del Colombo (e Conte in una nota spiega: “…tornai a vivere in Liguria, a Sanremo, mi sposai senza l’idea di formare una famiglia, mi misi a insegnare controvoglia in una scuola per geometri”). Francesco Biamonti è rievocato in una paginetta biografica che, fra un “raccoglieva storie di varia umanità, contrassegnate dalla paura, dall’indolenza, da un’indefinibile angoscia” e “il trascolorare della luce”, il volto “illuminato da due occhi azzurri, profondi come il mare” e la “sofferta vita interiore”, ha tutta l’aria - magari ci sbagliamo, per carità - di essere una scopiazzatura di frasi ad effetto, tanto per dare l’impressione di saperla lunga.
     E come non rievocare qui, allora, per necessario contravveleno, il professor Aristogitone di Alto gradimento (“Quarand’anni di insegnamento, quarand’anni di duro lavoro”), a cui fa d’altronde eco la conclusione della “Prof.ssa Antonietta Grasso”: “Sono andata in pensione nel 1998, dopo 36 anni di onorata carriera tra i ragazzi”, e come non rievocare i versi finali di Galaxy Song dei Monty Python:

And pray that there’s intelligent life somewhere up in space
’Cause it’s bugger all down here of Earth


il cui senso è: speriamo ci sia vita intelligente nell’Universo perché qui sulla Terra siamo messi così e così.


Marco Innocenti, I signori professori
                                                                                                              Sanremo, marzo 2021

 

[ tra i lavori di Marco Innocenti: articoli in IL REGESTO, Bollettino bibliografico dell’Accademia della Pigna - Piccola Biblioteca di Piazza del Capitolo, Sanremo (IM); articoli in Mellophonium; Verdi prati erbosi, lepómene editore, 2021; Libro degli Haikai inadeguati, lepómene editore, 2020; Elogio del Sgt. Tibbs, Edizioni del Rondolino, 2020; Flugblätter (#3. 54 pezzi dispersi e dispersivi), Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2019; articoli in Sanremo e l'Europa. L'immagine della città tra Otto e Novecento. Catalogo della mostra (Sanremo, 19 luglio-9 settembre 2018), Scalpendi, 2018; Flugblätter (#2. 39 pezzi più o meno d'occasione), Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2018; Sandro Bajini, Andare alla ventura (con prefazione di Marco Innocenti e con una nota di Maurizio Meschia), Lo Studiolo, Sanremo, 2017; La lotta di classe nei comic books, i quaderni del pesce luna, 2017; Sanguineti didatta e conversatore, Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2016; Sandro Bajini, Libera Uscita epigrammi e altro (postfazione di Fabio Barricalla, con supervisione editoriale di Marco Innocenti e progetto grafico di Freddy Colt), Lo Studiolo, Sanremo, marzo 2015; Enzo Maiolino, Non sono un pittore che urla. Conversazioni con Marco Innocenti, Ventimiglia, Philobiblon, 2014; Sull'arte retorica di Silvio Berlusconi (con uno scritto di Sandro Bajini), Editore Casabianca, Sanremo (IM), 2010; articolo in I raccomandati/Los recomendados/Les récommendés/Highly recommended N. 10 - 11/2013; Prosopografie, lepómene editore, 2009; Flugblätter (#1. 49 pezzi facili), lepómene editore, 2008; C’è un libro su Marcel Duchamp, lepómene editore, Sanremo 2008;  con Loretta Marchi e Stefano Verdino, Marinaresca la mia favola. Renzo Laurano e Sanremo dagli anni Venti al Club Tenco. Saggi, documenti, immagini, De Ferrari, 2006 ]