martedì 7 dicembre 2021

A Sanremo la sera sul tram le tendine erano abbassate per il pericolo dei sottomarini


[...] A Cuneo è poi indissolubilmente legato il nome di Lalla Romano, e per tante ragioni, ma prima fra tutte per la sua prossimità ad un luogo da cui dipende Tetto Murato (1957), un posto reale, raggiungibile a piedi o in bicicletta per la strada che va verso Dronero, ma raggiungibile soprattutto mentalmente (emotivamente) lungo un tragitto che sulle carte stradali non si dà. Tetto Murato è il libro che più del pur già connotato introibo di Maria (1953) può esprimere l’emozione di un mondo emblematico. Un argomento espresso «senza romanticherie», decretò Montale nella recensione che apparve il 6 maggio 1958 sul «Corriere della Sera», e voleva dire senza riverberi sentimentali, senza gli effetti di flou che può toccare a vicende di così sottili e segrete affinità. La storia è infatti narrata con consistenza petrosa, incisa in segni epigrafici e araldici. Durante il periodo della Resistenza due coppie vivono in proporzione un po’ sghemba il gioco delle affinità che li lega in una coincidenza fitta di eventi minimi. La guerra incombe su una lenta e sospesa maturazione interiore che passa attraverso l’intreccio della malattia di uno dei personaggi, dei gesti quotidiani, delle parole dette e ancor più di quelle taciute, delle malinconie improvvise ma anche della molta allegria, delle immagini che scandiscono i movimenti del tempo e i ritmi del segreto e dell’attesa.
[...] Un pellegrinaggio nei luoghi più “cuneesi” della Romano non è altro, in fondo, che il tentativo di dirne l’imprendibilità, di suggerirne la metamorfosi nell’assoluto della scrittura. Tutto il contrario di una visione turistica, verso cui la scrittrice sempre ha mostrato l’orrore di chi disprezza ogni conformismo. Resta che con Cuneo il legame è ombelicale, anche se un vero e proprio “romanzo” cuneese nella sua bibliografia non compare se non in ultimo e in extremis con gli impromtus raccolti in Dall’ombra (2000). Fino a quel momento potevano bastare le annotazioni sparse un po’ ovunque: da Maria (1953) a Una giovinezza inventata (1979), a Nei mari estremi (1987), a Un sogno del Nord (1989). Del resto nelle due sezioni in cui l’ultimo libro è scandito nulla è cambiato. Ci sono sì persone e luoghi che la memoria inventa (cioè ritrova) traendo gli uni e le altre “dall’ombra” della morte, ma le persone vivono come sempre in virtù della loro cifra segreta, così come i luoghi si animano grazie al mistero che con il crescere dell’attenzione trapassa nell’enigma della loro impenetrabilità. Il mondo è quello cuneese dell’infanzia e dell’adolescenza e il libro è una suite di figure
[...] Passando per la Limone di Luigi Baccolo (studioso di non poche scorribande tra Restif de la Bretonne e il Divin Marchese, autore di un’educazione sentimentale narrata in un romanzo, Amore a quattro voci, ambientato nella nativa Savigliano), si avvia al di là del Tenda l’ultimo segmento dell’itinerario, che sprofonda la venti nel dramma roccioso e luminoso della Valle Roja (chi non ha letto Le ultime lettere di Jacopo Ortis?). A “pagare” il viaggio (come si dice in Piemonte di una gioia assicurata) potrebbero essere gli affreschi quattrocenteschi di Giovanni Baleison e di Giovanni Canavesio nel santuario di Notre Dame des Fontaines a La Brigue, le cinquecento figure di una via crucis popolosissima e di un giudizio universale di rustica immediatezza, con un Giuda impiccato di impressionante e grottesca efficacia figurale. Non essendo, però, il mio, se non un viaggio letterario, varrà il Canavesio (come ben sa chi abbia letto Ribes) da pretesto per introdurre alle pagine di un cultore dell’altro versante, Nico Orengo.
[...] Di Lalla Romano trascrivo da Una giovinezza inventata il racconto della traversata delle Marittime con lo zio Giuseppe Peano, il grande matematico, che decide di portare la nipote, allora freschissima ginnasiale, a “vedere il mare” nel bel mezzo della “grande guerra”:
"Al confine, a San Dalmazzo di Tenda, “cupiebamus ire ad urbem Intemeliorum, vulgo Ventimiglia; sed quoniam transire Galliam non licet, nos pedibus calcantibus imus ad Brigam…”. La ferrovia attraversava un tratto di Francia e occorreva un lasciapassare. C’erano delle contadine, desolate perché non l’avevano, e lo zio diede loro il nostro: noi avremmo fatto la traversata a piedi. Le ziette dovettero farsi aggiustare i tacchi delle leggere scarpe bianche di tela, la zia Nina era preoccupata, però rideva: anche lei amava le avventure. Lo zio fu avvertito che la strada era lunga e non c’erano alberghi per via ; infatti a notte eravamo sulle montagne. “Pervenimus ad casas vocatas ab fraxino. Ibi nos edimus coffeam cum lacte, et dormimus in foeno”. Nel fienile c’erano cardi pungenti, il fienile era inclinato sul vuoto, nella baita semidiroccata. “Primo mane surgimus et proficiscimur ad Collem Ardentem (il nome m’incantò). Descendimus, vidimus longe Verdeggiam, et pervenimus ad Realdum”. A Realdo nella trattoria non avevano altro che una frittata; lo zio andò anche al Comune a vedere “come funzionavano gli approvvigionamenti”. “Continuamus descensum, per viam stratam ex marmore, inter rupes altissimas, quas fluvius Argentina rapidus lambit”. Lungo la mulattiera, sui prati aridi c’erano distese di susine gialle cadute: lo zio non mi permise di raccoglierne nemmeno una. Invece a Sanremo, la sera - sul tram le tendine erano abbassate “per il pericolo dei sottomarini” - lo zio commise tranquillamente un’infrazione: scostò la tendina. Alle rimostranze della tramviera rispose: - La mia nipotina deve vedere il mare -. All’Hotel Splendid eravamo i soli ospiti, le immense specchiere erano coperte da teli scuri, e la padrona troneggiava alla cassa - vestita di seta nera con le maniche gonfie - ci avvertì che non aveva altro che uova. Al ritorno sentii poi lo zio riferire che “il paese era allo stremo”. Era il ’17". <11 [...]
11 Una giovinezza inventata, in Opere (vol. secondo), a cura di Cesare Segre, Milano, Mondadori, 1992, pp. 637-638.
Giovanni Tesio, «Echi letterari sulla strada del Tenda», Italies, 6 - 2002

giovedì 2 dicembre 2021

Mi avevano offerto di comprare una torre saracena dietro la Piana di Latte


Ad animare il mondo di Nico Orengo è sempre l’idea di un artificio necessario, il confine sottile che passa tra la letteratura e la vita, la frontiera allusiva e illusiva che s’incide come una ruga burbera, non diversa da quella frontiera geografica che lui ha marcato tra Latte e Mentone, tra il corruccio di una terra di fasce e lo splendore di un mare di luce, tra aprico e «ubagu», tra grandi alberghi e poveri carrugi, un lembo ultimo di Costa Azzurra che trae il suo alimento dall’emozione dei nomi. Un domestico Far West che diventa origine, illusione, sotterfugio, meraviglia, miracolo, ferita.
Esordiente negli anni Sessanta, compagno di strada della Neoavanguardia raccolta intorno al disparato «Gruppo 63» - e dunque sensibile allo sperimentalismo delle strutture e dei linguaggi -, Orengo si è via via allontanato da quella esperienza costruendosi una personale e originale misura di realtà e di grazia, di malizia e di pietà, di leggerezza e di grottesco, attaccandosi alla geografia di un fazzoletto di terra: la spiaggetta di Mamante, Punta Beniamin, le barme dei Balzi Rossi, Punta Mortola, i Giardini Hanbury, la baia di Garavan, Grimaldi, Latte («Latte fu il primo luogo») <1, i borghetti interni di Apricale, Taggia, Isolabona, Pigna, Triora, Perinaldo.
Un mondo che sa tenere in tasca come un Tom Sawyer che ami far comunella con Robinson e con Alice, con l’ultimo dei Mohicani e con Tom Mix: sia che si mobiliti a difesa di un uliveto minacciato, sia che esplori la memoria di un’infanzia difficile in cui muovere la fitta trama dei paesi, dei personaggi, delle ville, degli alberghi, dei profumi, dei nomi, dei silenzi, dei caratteri, dei sapori di un paesaggio di fasce e declivi, di mare e monte, di pesca e caccia, di frontiere blu e borghi abbarbicati a un costone. Una terra capace di «stare nel poco», ma percorsa dai brividi della mondanità internazionale.
In tanto svariare di affetti e di umori, colpisce il senso di una fedeltà capace di incidere un carattere, l’idea - appunto - di un paesaggio (con figure) che sa fissare un’origine.
Basta un paio di mocassini (del padre morto) per strappare la più implicata delle confessioni: "Ringrazio mio padre, con il quale ho avuto rapporti molto difficili, di avermi fatto diventare o tornare ad essere un ligure, qualcuno di tenace, malmostoso, fiero, levantino, fedele, generoso. Qualcuno che ama la sua terra, con fatica se ne sta lontano e la sogna come una terra che «solo a sé è permessa»". <2
Del resto in un’altra circostanza - una di quelle rare in cui si sia concesso a dichiarazioni dirette - Orengo ha sottolineato: "Per scrivere il «giardino incantato» di quando abitavo natura e stagioni, avevo dovuto subirne il distacco e le parole si erano fatte sature di quella distanza, di quella impossibile continuità. Se fossi ancora vissuto in Liguria, nel Ponente, sulla Piana di Latte, o a Mortola, forse non avrei scritto una parola, non sarei stato costretto a tradurre in parole le zigurelle che colorano gli scogli di Punta Beniamin, né le mormore che girano sui fondali di Mamante, o i voli dei beccafichi sulla via Romana, o quelli dei rondoni che arrivano assetati, esausti, da Bonifacio sugli uliveti di Mentone". <3
Luogo dunque delle radici ritrovate e luogo mitico, luogo di grande aura, tra pittori artisti banchieri inventori attori, luogo degli inglesi (ma anche dei russi), uno scoglio di Liguria selvaggia e di terra dolce e ospitale. Ma anche luogo dei ritorni continui, della verifica costante. Non solo un nido d’anima mosso da segrete pulsioni. Non solo una geografia emotiva entro cui covare l’antica ferita prima dell’origine e poi della lontananza. Ma luogo di vita vissuta, universo «sempre più avvelenato» che si misura coi traumi e gli strappi della modernità più postmoderna.
Il paesaggio di "Ribes" (1988), ad esempio, è tutto un entroterra di eucalipti e ulivi, faggi e roverelle, salici e pepi, castagni e vigne di rossese. Ma fa ben presto a trasformarsi in uno scenario congestionato e multiforme, in cui vibra il molteplice. A contare, non tanto le vicende individuali, che pure si consumano a volte in spasimi segreti, ma il loro intricarsi e muoversi su una superficie apparentemente esteriore, mistione di gesti, di azioni, movimenti, figure che si dispongono in una sorta di caleidoscopio fantastico o di iperrealismo fantasiosamente grottesco.
[...] Una delle caratteristiche salienti del suo narrare è l’attitudine a muovere sulla tela più storie insieme giocandole in una piccola girandola di associazioni e di allusioni lungo i confini lievi di un osservatorio locale cui l’intero universo si connette. Il risvolto lunare e a volte fiabesco della realtà insieme con il ritmo segreto di una natura sensuale e metamorfica, sempre un po’ distante e fuggitiva.
Tutto questo comporta una mano attentissima alle risorse del linguaggio, trattate con parsimoniosa ricchezza. Toponimi, nomi, profumi, cibi semplici, sapori essenziali, una botanica e una zoologia assai precise ma nello stesso tempo fantastiche. Un mondo di parole esatte, localmente connotate, ma nello stesso tempo ricche di un loro alone evocativo. Parole correlative ad un mondo in cui - altra frontiera - poesia e prosa sono costantemente in dialogo.
Non a caso Orengo ha una volta parlato della poesia «come laboratorio, falegnameria della prosa». <4
Il che significa - nella relazione allusa che passa tra un poemetto (Trotablu) e un romanzo (Dogana d’amore) - quasi il perfetto rovesciamento del canone alfieriano-leopardiano (la prosa come «nutrice» del verso), che si abbevera tuttavia - al di là delle apparenze - a una comune e congeniale tensione.
[...] Lungo le rive della Bormida Giuseppe Cesare Abba scrive la sua avventura garibaldina e Augusto Monti ambienta l’epopea dei "Sanssôssì", mentre lungo le rive del Belbo Pavese concepisce la melvilliana fantasia del cetaceo, legando l’incanto della sua fuga bambina al fascino giramondo di magnani e carrettieri. Poco dopo di lui Arpino sfoga a Genova i suoi conati ribelli dietro l’amato Campana, e un po’ dopo ancora - a Savona - Gina Lagorio tenta di congiungere la «Cascina delle monache» alla speranza di un più aperto riscatto. Non sono che parziali riscontri di un destino che diventa scrittura.
E destino è certo stata la Liguria per Nico Orengo, anche se il suo tracciato - siano amorose dogane o salti d’acciuga o spiccioli d’acquarello - non passa di qua, ma piuttosto da Vermenagna e Tenda, per altre tappe, per altre stazioni (ancorché da Alba, con "Di viole e liquirizia", si disegni il tragitto del misterioso Eta Beta, alter ego mai così prossimo alla malinconia del suo ideatore: per dirla con un’espressione che s’incontra in "Figura gigante", la malinconia che gli «circumnaviga» il cuore): "Così si andava lungo la Valle Roja, verso il mare, incontro agli ulivi di García Lorca e alla possibilità di imbattersi in un pesce grande come quello del pescatore di Hemingway. Ci portavamo dietro piccoli libri dove orsi venivano, chissà come, abbandonati in isole di rose, mentre noi sapevamo che la nostra realtà sarebbe stata ben più infelice. E dalla città saremmo stati sbalzati su terre da Robinson Crusoe, e avremmo dovuto accendere falò, contro il buio; pescare il pesce, cucinarlo sulla spiaggia, vivere solitari". <5
Ecco qui posta la questione della prospettiva. Che non è questione secondaria nel mondo di Orengo. Che infatti l’universo più letterariamente suo proceda a partire da Torino - dalla casa di Corso Cairoli e dalla scuola del Sociale «che dopo l’espulsione dalla Tommaseo in piazza Cavour mi costringeva sui banchi con un cerotto sulla bocca» <6 - non potrà risultare come un semplice dettaglio, ma come un vero e proprio mito fondativo: "Un anno a settembre non tornammo in città. Non prendemmo come tutti gli anni la via del Roja e del Tenda. Rimanemmo con mia madre e mia sorella al mare. Così imparai a conoscere la Liguria autunnale di sole tiepido e natura che ripartiva caricando l’aria di odori e colori. Cominciammo a cambiare case, «Villa Boyer», «Villa Corinna». Cominciai ad ascoltare per l’Aurelia la cantilena del vetraio, dell’arrotino, del risuolatore di scarpe, del venditore di bughe, «belle bughe fresche». Imparai l’orario del venditore di giuggiole che arrivava sullo spiazzo appena di fronte al ponte di Latte, con il suo carrettino e i sacchetti di una carta gialla che assomigliava a quella della farinata e anche del pesce. Imparai gli inverni lunghi, tiepidi, le case fredde scaldate dal putagè della cucina e i camini dove bruciavano pezzi d’olivo e nel letto si mettevano mattoni scaldati sulle stufe e bottiglie d’acqua calda, foderate di lana e pelle di coniglio, che perdevano sempre un po’ dal tappo. Imparai che i pomeriggi erano di luce breve e di ore lunghissime e bisognava avere qualcuno con cui passarle. E il mio compagno preferito era Dante, il ciabattino, grande cacciatore, grande pescatore, grande costruttore di barche in legno, caravelle e padri pellegrini. Grande ciabattino, musicista della risolatura, manovratore di filo e spago e pece. Maestro di una piccola orchestra di martelletti e chiodini che suonava a metà pomeriggio, accompagnata dai profumi di cucina che la moglie Rina sapeva estrarre da una coscia di coniglio, una ricciola, una carota". <7
[...] "Le mie cugine Ammirati mi avevano offerto di comprare una torre saracena, di proprietà Orengo, dietro la Piana di Latte. Non trovai quel denaro e per quella casa ci feci una malattia, ci «persi il cuore» in una notte di giugno che passai a fantasticare con le finestre aperte in casa di mia zia, al mare. Presi una polmonite aggravata da pericardite acuta. La città mi aveva indebolito. Passai tre mesi fra un ospedale a Santa Margherita e le Molinette di Torino. Pensarono che non ce l’avrei fatta, mi facevano le polaroid da far vedere a mio figlio Simone, allora molto piccolo. Successe lo stesso giorno che Lauda andò a fuoco sul Nürburgring. Quando ne uscii chiesi come se l’era cavata. E sentii di guarire un giorno che mi venne voglia di mangiare un coniglio con le olive. Fu dopo di allora che persi il concetto di distanza. Ero comunque, ci fossi o no, lì: presente ed estraneo". <13.
[...] A frugare nelle pieghe di quella frontiera o di quella «dogana», che - in senso lato - separa e unisce Liguria e Piemonte, Nico Orengo ci è andato con convinzione sempre maggiore. Conquistato il suo mondo, l’esplorazione dei dintorni è diventata meno guardinga e la «misura del ritratto» (per richiamare il titolo del suo romanzo più “torinese”) sempre più convinta. La partenza è "Trotablu" (che con "Dogana d’amore" fa in qualche modo dittico).
Ma poi sono venuti "Figura gigante" (1984), "Gli spiccioli di Montale" (1992), "Il salto dell’acciuga" (1997) e infine "Di viole e liquirizia" (2005) che non è il titolo migliore, ma di certo - nella direzione verso cui andiamo - uno dei più esposti.
"Figura gigante" è il racconto di un freak, di un «mostro» o di un «diverso» - il gigante delle Alpi Marittime - che gira il mondo come un fenomeno da baraccone, partendo dalla Valle Stura (e da Vinadio) in una pagina essenziale e sobriamente commossa («In un racconto tutto è essenziale», scriverà in una pagina degli "Spiccioli di Montale" <15)
[...]
[NOTE]
1 N. Orengo, Terre blu, Il nuovo melangolo, Genova 2001, p. 14.
2 Ivi, p. 62.
3 Id., Gli spiccioli di Montale, cit. dall’ed. Theoria, Roma 1992, p. 26.
4 Id., Trotablu, Genesi, Torino 1987, p. 64.
5 Id., L’allodola e il cinghiale, Einaudi, Torino 2001, p. 39.
6 Id., Terre blu, cit., p. 62.
7 Ivi, p. 29. Un piccolo lacerto potrei qui aggiungere dallo stesso libro per sottolineare una coincidenza, che potrebbe anche essere, se non proprio una citazione, una reminiscenza. Il passo è questo: «A scuola andavo attraversando oliveti cosparsi d’iris e gigli di San Giacomo da “Villa Corinna”, campi di carciofo dai fiori viola e di fave dai fiori bianchi. Ci andavo col mio ciocco d’ulivo e la mia mela, entrando direttamente, dalla finestra, sul mio banco» (p. 19). La coincidenza riguarda Gianni Rodari, il quale parla del gioco di entrare «dalla finestra» sia nella Grammatica della fantasia (che Orengo ben conosceva), sia nell’Autointervista (che cito da G. Rodari, Il cane di Magonza, a cura di C. De Luca, prefazione di T. De Mauro, Editori Riuniti, Roma 1982, p. 186): «La fantasia fa parte di noi: guardare dentro la fantasia è un modo come un altro per guardare dentro noi stessi. E se la realtà è una casa, può essere divertente ogni tanto entrarci dalla finestra invece che dalla porta». La bella differenza sta nel fatto che Orengo sposti il suo entrare «dalla finestra» dalla casa alla scuola, ottenendo un effetto doppiamente fantasioso.
13 Id., Gli spiccioli di Montale, cit., pp. 29-30.
15 Id., Gli spiccioli di Montale, cit., p. 46.
Le dogane di Nico Orengo tra Mortola e Torino in Giovanni Tesio, Novecento in prosa da Pirandello a Busi, Edizioni Mercurio, Volume pubblicato con il contributo del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università del Piemonte Orientale «Amedeo Avogadro» - Collana Studi Umanistici Nuova serie 24, 2011

mercoledì 1 dicembre 2021

Libereso Guglielmi, obiettore di coscienza

Una vignetta di Libereso Guglielmi (Morto per la patria). Fonte: Pietro Ferrua, L’obiezione di coscienza anarchica in Italia cit., p. 42. Qui ripresa da Elena Iorio, Op. cit. infra

Sempre nel 1948 si ebbe un altro caso [di obiezione di coscienza], questa volta non legato a motivazioni religiose, ma politiche: ritroviamo infatti tutta quella tradizione anarchica che abbiamo presentato e discusso nel capitolo 2.
Il giovane si chiamava Libereso Guglielmi, nato a Bordighera nel 1925 ed intorno al 1940 iniziò a lavorare come giardiniere presso la famiglia dello scrittore Italo Calvino, in qualche sorta sotto la protezione di suo padre Mario, importante botanico.
La figura di Libereso colpì talmente Italo (di due anni più vecchio) che nel 1949 lo avrebbe reso uno dei personaggi dei suoi racconti <17.
In queste pagine Libereso è presentato come il “nuovo giardiniere”. Il suo ritratto è quello di un ragazzo di 15 anni, “coi capelli lunghi, e una crocetta di stoffa in testa per tenerli fermi”, “un ragazzo già grande, eppure portava ancora i calzoni corti. E quei capelli lunghi che sembrava una ragazza”. Più avanti, in un dialogo lo stesso Libereso (anche se beninteso qui si tratta del personaggio di un racconto) spiega a una ragazza, anche lei di servizio presso i Calvino, che il suo nome significa “libertà”, in esperanto <18 - lingua che suo papà parlava. I cenni sul retroterra socio-culturale e politico di Libereso emergono a poco a poco: i nomi del fratello e della sorella sono Germinal e Omnia; non sa quand’è il giorno dell’Annunciazione e non va alla messa, dunque ateismo stretto; in famiglia sono tutti vegetariani (“Noi non mangiano carne di animali morti”, ma nemmeno caffè e zucchero - niente prodotti coloniali?); la domenica sera il padre legge ad alta voce i libri di Elisée Reclus, un classico della biblioteca anarchica; Libereso fa dei disegni e delle caricature che vengono esposte nella vetrinetta della FAI <19.
Molti anni dopo lo stesso Libereso ha confermato tutti questi elementi, in una lunga intervista (diventata libro): “Mio padre era un anarcoide […] era un anarchico tolstoiano, gandista si direbbe oggi, di quelli contro la violenza” <20. In un altro punto del libro lo definisce “socialista libertario”; ancora nel periodo fascista avrebbe organizzato un gruppo anarchico, denominato “Alba dei liberi”, che aiutò anche alcuni volontari per la guerra di Spagna a passare la frontiera <21.
Convocato per iniziare il servizio di leva il 4 giugno 1948, Libereso non si presentò in caserma; l’11 giugno venne quindi tradotto di forza dai carabinieri al distretto militare di Savona e, due giorni dopo, denunciato al Tribunale Militare di Torino. Viene quindi internato in caserma e sottoposto a una nuova visita medica che riscontra “deficienza del perimetro toracico e del peso” <22. Viene quindi giudicato idoneo, ma in congedo illimitato provvisorio, insomma viene liberato. Nel frattempo, però la denuncia va avanti e il 2 luglio Libereso viene nuovamente arrestato, recluso nelle carceri militari di Torino e quindi inizia il processo. Dopo due settimane viene rilasciato in libertà provvisoria, mentre, a dicembre, viene confermato il congedo illimitato <23.
Tornato alla libertà, Libereso riprese la sua attività di giardiniere e di disegnatore caricaturista per la Federazione Anarchica Italiana <24.
Così Libereso rievocò la sua scelta, nei primi anni Novanta: "E dopo, quando è stato il momento di partire militare, ho fatto l’obiettore di coscienza e sono finito a Torino, nelle carceri militari, ma mi è andata bene. Ho fatto solo quindici giorni perché ho trovato un colonnello che era un uomo, e lì gli ho detto: “Guardi, lei non può capire il mio parlare, perché io sono un figlio che ha fatto gli interessi del padre e lei invece è un colonnello”. “No”, mi rispondeva, “io sono prima un padre”. “Allora capisce quello che dico”. Non è che ho sputato sulla bandiera […] Io portavo i miei giusti motivi: la patria non mi ha mai conosciuto, perché io ho vent’anni e la patria non sa nemmeno che esisto; mia madre però si è sacrificata per farmi arrivare a vent’anni; allora se io vado militare aiuto la patria ma sono contro mia madre, perché la lascio in miseria, perché lei non lavora. Io preferisco essere un buon figlio e un cattivo italiano che essere un buon italiano e un cattivo figlio. È stata una scelta che ho fatto: mi mettete in galera? Be’, posso leggere, scrivere? Sì? E allora… fino ad adesso ho lavorato… Ma il colonnello aveva capito che tipo ero. Dopo una quindicina di giorni sono venuti a trovarmi anche gli anarchici, amici di mio padre… poi me ne sono uscito" <25.
Ne esce, nel complesso, un percorso che conferma le frequenti difficoltà nel collocare e classificare le ragioni degli obiettori: a un certo punto nella (tarda) testimonianza di Libereso le motivazioni politiche, che a prima vista potevano sembrare dover essere in primo piano, sono schiacciate sullo sfondo, mentre emerge un’idea in linea con il “familismo amorale”, secondo la definizione canonizzata negli anni Cinquanta dall’antropologo Edward Banfield.
Ma di nuovo il tema della non-violenza riemerge quando Libereso ricorda, sia pure brevemente, le sue esperienze dopo l’8 settembre 1943: renitente, come molti altri, ai bandi di leva della Repubblica sociale italiana, non si unì in modo stabile ai partigiani. Inizialmente si limita a dire: “Io me ne son scappato, sono andato in giro per un anno o due”; quindi torna sull’argomento: “Non sono mai stato nelle bande, però conoscevo tutti e magari portavo gli ordini, perché son sempre stato contro la violenza, qualunque tipo di violenza”.
E in conclusione rivendica il suo antifascismo, coerente come quello del padre <26.
Sono purtroppo pochi i casi per cui è disponibile un materiale come quello che abbiamo potuto utilizzare per Guglielmi. Resta tuttavia un dato sintetico: gli anni 1948-49 sono proprio quelli in cui inizia a diffondersi l’obiezione di coscienza.
[NOTE]
17 Il racconto Un pomeriggio, Adamo fu pubblicato per la prima volta proprio nel 1949 nella raccolta Ultimo viene il corvo (ma doveva essere stato scritto prima e non risulta che sia stato considerato anche un gesto di solidarietà verso un obiettore di coscienza sottoposto a processo…); si legge ora in Italo Calvino, Romanzi e racconti, edizione diretta da Claudio Milanini, a cura di Mario Barenghi e Bruno Falcetto, prefazione di Jean Starobinski, Mondadori, Milano 1991, pp. 151-161.
18 In realtà “libereso” non è esperanto, ma ido, una versione semplificata della prima.
19 Cfr. Calvino, Un pomeriggio, Adamo cit., pp. 151-153, 155, 157-158.
20 Cfr. il libro-intervista Libereso Guglielmi, Ippolito Pizzetti, Libereso, il giardiniere di Calvino, prefazione di Nico Orengo, Muzzio, Padova 1993, p. 7. Renato Lorenzo Guglielmi (1899-1970), questo il nome del padre di Libereso, è stato incluso nel Dizionario biografico degli anarchici italiani¸diretto da Maurizio Antonioli, Giampietro Berti, Santi Fedele, Pasquale Iuso, 2 vol., BFS Edizioni, Pisa 2003-2004, vol. I, ad nomen (voce firmata da G. Barroero), da cui risulta l’esistenza di un fascicolo al Casellario Politico Centrale. Sulla reazione di Libereso alla lettura del racconto di Calvino (che avrebbe unito alcuni episodi e dialoghi effettivamente accaduti), cfr. Guglielmi, Pizzetti, Libereso, il giardiniere di Calvino cit., pp. 63-64 e 68.
21 Ivi, pp. 157-158; qui anche le notizie sull’attività di caricaturista di Libereso, che si sarebbe svolta già nella seconda metà degli anni Trenta, con tanto di affissione pubblica - anche se la notizia risulta poco verosimile.
22 Le notizie sulla vicenda giudiziaria di Libereso Guglielmi in Ferrua, L’obiezione di coscienza anarchica in Italia cit., pp. 37-52. Da Guglielmi, Pizzetti, Libereso, il giardiniere di Calvino cit., p. 152 risulta l’esistenza di un’amicizia tra Guglielmi e Ferrua.
23 Ferrua, L’obiezione di coscienza anarchica in Italia cit., pp. 44-45.
24 Su questo: Guglielmi, Ippolito Pizzetti, Libereso, il giardiniere di Calvino cit., p. 157.
25 Ivi, p. 75. Più avanti ricorda che il padre rifiutò un’importante offerta di lavoro che l’avrebbero portato in Australia dicendo “Ma val più la famiglia che tutto il resto…” (ivi, p. 107).
26 Le due citazioni ivi, pp. 72 e 158; per la rievocazione dell’antifascismo famigliare (i problemi per dare i nomi ai figli, i problemi a scuola, ecc.), compresa la continua militanza anarchica sotto il fascismo, e delle vicende di guerra (Libereso subì almeno due rastrellamenti, riuscendo sempre a scappare) cfr. ivi, pp. 157-165. Si tenga comunque presente che è nell’ambito di un’intervista attenta soprattutto all’attività di giardiniere e di coltivatore, che Libereso svolse per tutta la vita, le notizie relative agli altri ambiti della biografia sono relativamente scarse.
Elena Iorio, Il riconoscimento tardivo. Idee, pratiche e immagini dell’obiezione di coscienza al servizio militare in Italia con una comparazione con la Repubblica Federale Tedesca (1945-1972), Tesi di dottorato, European University Institute, Florence, 2014

sabato 27 novembre 2021

Ma il confine tra Ventimiglia e Menton si riattualizza durante la prima metà di giugno 2015

Fonte: Francesca Martini, Op. cit. infra

Il “focolaio” dell’esperienza personale
La bussola per orientarmi in questo oceano di facile distrazione e confusione mi è stata generosamente lasciata in eredità da un nonno partigiano combattente contro il regime fascista emigrato in Francia (attraverso il passo della morte tra Ventimiglia e Mentone <61) prima della seconda guerra mondiale e attivo nel FTP-MOI (Francs Tireurs et Partisan de la Main d’Oeuvre Immigrée) <62, da un padre nato nella Parigi della liberazione che divenuto maggiorenne negli anni in cui l’Algeria stava lottando per l’indipendenza decise di disertare il servizio militare obbligatorio che lo avrebbe arruolato a partecipare al dominio colonialista della Francia in cui era nato, rifugiandosi in Italia; da una madre che, nata da un amore clandestino scoprì alla maggior età di essere figlia di colei che pensava essere sua sorella maggiore, incontrando quell’uomo di cui si innamorò decise di sposarlo per regolarizzarlo.
[...]
Questa biografia personale si intreccia con quella lavorativa e di ricerca nel momento in cui il punto di incontro è la presa di consapevolezza che lo stato d’eccezione non sia un baluardo per la democrazia ma il dispositivo attraverso il quale i regimi totalitari si sono insediati Europa. Negli anni che hanno preceduto l’ascesa al potere di Hitler i governi socialdemocratici di Weimar si erano avvalsi così spesso dello stato d’eccezione che si può affermare che la Germania aveva già smesso di essere una democrazia parlamentare ancor prima del 1933: quando ci si stupisce dei crimini impunemente commessi in Germania dai nazisti si dimentica che si trattava di atti perfettamente legali poiché il paese si trovava in uno stato di eccezione e le libertà individuali erano sospese. Così, nella Francia collaborazionista di Vicky, vennero varate delle leggi speciali in cui si prevedeva di togliere la nazionalità ai naturalizzati «per atti contro la sicurezza interna ed esterna dello Stato francese»; si rifiutarono alcuni tipi di permessi di soggiorno e si applicò una misura di polizia amministrativa e di ordine pubblico che mettesse fine alla validità dei permessi soggiorno già concessi, o semplicemente non li si rinnovava, con la conseguente espulsione. Non è così difficile trovare delle similitudini con i Decreti Sicurezza e Immigrazione (Minniti o Salvini che siano) varati in Italia con quelli francesi a seguito della chiusura “preventiva” dell’area Schengen che dura ormai dal giugno del 2015.
Non si tratta qui di confondere lo Stato nazista o collaborazionista francese con lo stato sicuritario contemporaneo: bisogna però oggettivamente osservare che stiamo vivendo in uno stato di emergenza prolungato in cui le operazioni di polizia si sostituiscono progressivamente al potere giudiziario
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Ventimiglia come confine
Ho scoperto Ventimiglia come “confine” - espressione di un processo geopolitico, sociale, di potere e tipicamente militare/poliziesco - nel giugno del 2015 quando l’Europa e l’Italia sono approdate alla definizione esplicita dello straniero come nemico anche per la sua “presenza” dentro l’Europa avendo violato la frontiera, cioè uno dei capisaldi con cui lo Stato esercita il suo diritto sovrano di discernere fra chi può entrare e chi non può entrare al suo
interno (Rigo 2007 <574). Prima di allora ho attraversato varie volte quella “città di frontiera” tra l’Italia e la Francia in entrata e in uscita nei lunghi viaggi che portavano la mia famiglia a ricongiungersi con i parenti francesi senza mai essere fermata nel suo attraversamento. Nel giugno del 2015, quando la Francia ha sospeso Schengen e ha ristabilito la frontiera, ha preso forma - come nel palcoscenico goffmaniano <575 - il controllo dei corpi da parte del potere che, tra concetti antitetici e asimmetrici di “tollerabile e intollerabile (cfr. Fassin 2014)”, ha definito il passaggio dalla frontiera a confine non solo reale ma anche simbolico definendo un ordine politico di appartenenza in un regime di differenza tra chi sia legittimo e chi no. Di fronte a questa espressione di potere e di forza i migranti bloccati improvvisamente al confine di Ventimiglia hanno occupato spazi di intersezioni sociali <576 che si sono via via trasformati e hanno via via trasformato il campo di forze e di lotte agite in quello spazio sociale (Bourdieu, 2003). Tra chi ha provato ad attraversare il confine era chiaro il tentativo di giocare un ulteriore soggettività che andasse oltre all’idea del “corpo malato, traumatizzato, perseguitato, povero” e da sfruttare nel lavoro o nella prostituzione. I migranti hanno imposto un corpo che assume soggettività resistendo e provando a penetrare quelle barriere. La matrice politica che si è potuta osservare a Ventimiglia nel 2015, dentro e contro i rapporti di forza che gli stati nazione hanno imposto, ha scatenato un progetto rivoluzionario al di fuori di ogni logica organizzativa della consapevolezza politica di una soggettività che affermava il proprio progetto politico. I migranti e i solidali sopraggiunti da tutta Europa a poche ore dall’occupazione degli scogli dei Balzi Rossi, hanno provato a spezzare l’ideologia dello stato nazionale svelando come esso si reggesse non più sulla “capacità” di garantire un’appartenenza ma l’esclusione (svelando la tanatopolitica). Questa forma di sfida ha “inquietato” non solo le forze di polizia e i dispositivi di controllo, ma anche la classe politica (di destra, sinistra ed europea) e tutto l’apparato “umanitario”; ciò perché in questa scelta, in quell’agire politico, si intravedeva una nuova forma di legame sociale tra “cittadini e non cittadini” fondato non sull’appartenenza atavica e storica a un contesto e a un territorio, ma sul riconoscimento della libertà di movimento e di rifiuto delle designazioni sociali e politiche prodotte e imposte; molti sorridevano nello stare lì, sbattendo in faccia agli apparati degli Stati l’irriverenza dell’oppresso nei confronti dell’oppressore, del colonizzato nei confronti del colonizzatore, depotenziando la forza del dispositivo come a voler dire “non sarai tu a decidere di me”.
"I tuoi confini, o Italia, son questi! ma sono tutto dı̀ sormontati d’ogni parte dalla pertinace avarizia delle nazioni" - U. Foscolo - Le ultime lettere di Jacopo Ortis, 2012 <577
In uno dei più celebri romanzi di Ugo Foscolo - Ultime lettere di Jacopo Ortis - c’è né una scritta da Ventimiglia datata 20 febbraio 1799 in cui lo scrittore espone la delusione storica della generazione post-illuministica davanti all’involuzione autoritaria della rivoluzione francese e della condizione esistenziale dell’uomo, costretto a un dolore senza senso. Jacopo è giunto a Ventimiglia, al confine con la Francia, per mettersi in salvo all’estero, cedendo alle preghiere della madre e dell’amico Lorenzo. Ma una volta lì lo sopraggiunge lo sconforto, matura la decisione del suicidio. Cambierà poi idea e si deciderà a tornare indietro per morire sulla terra della propria patria. Un antifascista avant la lettre intento a mostrare le relazioni di dominio che si materializzano non solo fisicamente ma anche nel pensiero di chi è in esilio nei luoghi di confine. Un pensiero e un’esperienza quanto mai riproducibile oggi dai molti migranti in transito sopraggiunti a Ventimiglia, prima durante e dopo il giugno 2015 <578; per questa sua capacità di esprimere il rituale e la riattualizzazione ne ho trascritto alcuni passaggi nel corso della parte di descrizione etnografica del confine di Ventimiglia.
La storia del confine di Ventimiglia, amministrato dall’Italia da dopo l’unità (1860), è caratterizzata dall’utilizzo sistematico di “strumenti” per controllare i passaggi: primi fra tanti gli anarchici <579, poi i cosiddetti “spalloni” e “bracconieri”, le persone in cerca di lavoro, rei in fuga, socialisti e antifascisti <580 dopo il 1922. La frontiera militare più rigida fu istituita con la prima guerra mondiale e col successivo instaurarsi del regime fascista in tutto l’arco alpino. In quell’occasione Mussolini incaricò gli apparati di polizia di militarizzare il confine ma non visibilmente lasciando così che oppositori al regime andassero in Francia. È di questo tempo l’istituzione del reato all’immigrazione clandestina politica gestito non da tribunali civili ma militari. Fu così che negli anni ’30 molti degli antifascisti italiani - tra cui mio nonno insieme all’amico Amendola e al compagno Turati e Pertini -  attraversarono il confine francese passando proprio da Ventimiglia, lasciandosi alle spalle, col sentimento lacerante degli esuli, un’Italia sottomessa al giogo fascista <581. Tra gli oppositori politici molti erano i “non italiani” che fuggivano dalla Turchia, dai Balcani, dall’Austria, dalla Russia, dalla Palestina dando una dimensione globale di quel “passaggio” di confine. Dopo di loro gli ebrei in fuga dal nazismo e dalle leggi razziali, gli ex jugoslavi, i rumeni e i nord-africani delle migrazioni che hanno caratterizzato gli anni ’90, i kurdi turchi e soprattutto gli irakeni nei primi anni del 2000 <582, i tunisini prima e nel 2011 e, senza mai una vera sosta, i migranti che in questi ultimi anni hanno tentato di attraversare il confine tra l’Italia e l’Europa <583 - come si sente spesso dire dai migranti quando raggiungono Ventimiglia: “noi vogliamo andare in Europa non stare in Italia”.
Ripercorrere le tappe della storia delle “mobilità forzate” <584, rileggere questi racconti oggi, dopo aver trascorso periodi più o meno lunghi al confine di Ventimiglia - fin dalla prima occupazione dei Balzi Rossi da parte dei migranti lì bloccati nel giugno del 2015 dallo Stato francese - mostra come da ormai oltre 150 anni <585 quel lembo di terra compreso fra la montagna e il mare continua a riprodurre vecchie dinamiche di potere aggiungendone di nuove ancora più “letali”; se non fosse per i mutati contesti internazionali si farebbe fatica a trovare le rughe del tempo che distinguono i passeurs del passato da quelli del presente, così come le guardie, gli esuli, i rifugiati politici <586.
In un articolo recente di Pietro Barabino (su “Il fatto quotidiano”) si mostrano i dati del Ministero dell’Interno sui numeri dei respingimenti attutati dalla Francia attraverso il confine di Ventimiglia: 8.200 sono le persone respinte in Italia dal governo francese da gennaio a luglio del 2019 a fronte dei 3.186 richiedenti asilo arrivati nello stesso periodo via mare sulle coste italiane <587. Questo dato mostra chiaramente quanto il confine sia un dispositivo strutturato al fine di decidere chi sia legittimo o meno a varcarlo (basta vedere le nazionalità delle persone respinte prevalentemente provenienti da Nigeria, Mali, Costa dʼAvorio, Guinea e Algeria) e di come la sua militarizzazione sia una parata mediatica utile non allo scopo per cui si narra sia necessaria - cioè difendere la fortezza Europa - ma come espressione di un potere poliziesco dove si sperimentano nuove pratiche di controllo sociale e repressione del dissenso: attraverso un proliferare di norme, decreti e ordinanze si sta realizzando quella che possiamo definire la costruzione di un “regime di confine” che si propaga ben oltre la città di frontiera; negli ultimi mesi riusciamo a scorgere nelle strade di molte città italiane le pratiche repressive e discriminatorie sperimentate a Ventimiglia negli ultimi quattro anni.
A dimostrazione della “porosità” del confine e della menzogna circa la difesa del territorio racconto un episodio risalente alla primavera del 2019. Mi trovavo al confine alto di Ventimiglia insieme ai “Kesha Niya <588” - un gruppo di attivisti e attiviste internazionali; presenti dal 2017 a Ventimiglia, che da circa un anno hanno allestito un campo di ristoro per i migranti che, dopo essere stati trattenuti nei container di Ponte San Luigi dalla polizia francese, furono respinti in Italia e si ritrovarono stremati ed affamati a dover percorrere gli 8 chilometri che li separano dalla Stazione di Ventimiglia - da dove riprendere il loro viaggio.
Ero lì insieme ai compagni e alle compagne del Blog di “Parole sul Confine <589”, uno spazio informativo indipendente, libero e critico che prova a infrangere anche un altro confine: il recinto mediatico che tiene fuori le voci di coloro che si vogliono zittire. Si tratta di un’azione di solidarietà alle minacce e azioni di sgombero da parte della nuova amministrazione comunale dell’attività dei Kesha Niya <590 (procedura questa in linea sia con le decisioni del governo centrale che con le azioni della precedente amministrazione comunale - tristemente nota per le ordinanze dell’ex sindaco Ioculano di divieto di distribuzione del cibo in città alle persone migranti). Il presidio di supporto delle persone rilasciate dopo le detenzioni in frontiera è evidentemente diventato scomodo, probabilmente anche a seguito delle denunce della violenza della polizia di frontiera comparse sia sulla pagina facebook dei Kesha Niya che riportate poi nel Blog di “Parole sul Confine” <591. Diversi i migranti si fermano al presidio per riposarsi e raccontare, davanti a una tazza di caffè, quello che gli è accaduto dall’altra parte del confine. Tra questi un maliano, visibilmente provato dal viaggio e dal trattenimento, racconta di essere stato derubato dei suoi documenti. Decidiamo di accompagnarlo dalla polizia di confine e dopo alcune verifiche sulla sua situazione giuridica, il doganiere strappa il suo distintivo dal velcro apposto sulla spalla sinistra, lo mette dietro la schiena e guardandoci dritto negli occhi dice: “col treno delle 17 se vuole passare, passa” e come se niente fosse ripone lo stemma al suo posto facendolo ben aderire al velcro. Questa nota di campo, che può essere raccontata da altri oltre che da me, consapevole che non abbia alcun valore davanti alla legge, mi riporta alla lettura di Foscolo quando scrive: «Le nazioni si divorano perché una non potrebbe sussistere senza i cadaveri dell’altra. [...] Frattanto noi chiamiamo pomposamente virtù tutte quelle azioni che giovano alla sicurezza di chi comanda, e alla paura di chi serve. I governi impongono giustizia; ma potrebbero eglino imporla se per regnare non l’avessero prima violata? Chi ha derubato per ambizione le intere province, manda solennemente alle forche chi per fame invola del pane. Onde quando la forza ha rotti tutti gli altrui diritti, per serbarli poscia a sé stessa inganna i mortali con le apparenze del giusto fin che un’altra forza non la distrugga. Eccoti il mondo, e gli uomini». (U. Foscolo op.cit)
In questo scritto ritrovo il tentativo di smascherare ogni ideologia e di porre in evidenza i reali rapporti di forza: la violenza [del potere] che quando ha calpestato tutti i diritti degli altri, per conservarli (serbarli) in seguito (poscia) per se stessa, inganna gli uomini con le apparenze della giustizia. Ciò mostra come in realtà, i confini urbani, nazionali, europei, internazionali, marittimi e territoriali non sono chiusi ma, come una fisarmonica, lasciano
transitare persone in maniera variabile e differenziata nel tempo a seconda delle esigenze economiche (dimostrazioni ne sono le ingenti spese militari per rendere i paesi sicuri <592 o le spese del dislocamento di masse di persone da un confine, come quello di Ventimiglia, a un altro, come l’hotspot di Taranto <593) e politiche dei paesi di arrivo (per sostenere il clima di razzismo - elemento fondante delle campagne xenofobe in tutta Europa). Tutto questo indipendentemente dai fatti, dalle analisi geopolitiche e sociali complessive che commento più avanti.
Come eredità di quello che è successo negli anni passati, le legislazioni che si sono susseguite a livello europeo si sono orientate non solo a controllare l’accesso all’Europa ma anche in che maniera si potesse fermare e in quale luogo si doveva muovere “la mobilità” all’interno dell’Europa.
Il blocco francese è stato ufficialmente attuato in base all’Accordo bilaterale fra il Governo italiano e il Governo francese sulla cooperazione transfrontaliera in materia di polizia e dogana, firmato a Chambery il 3 ottobre 1997 <594 che prevede la restituzione degli immigranti regolari al Paese di provenienza <595.
A distanza di poco tempo da questo accordo è stato pubblicato un reportage curato dall’attivista Stefano Galieni (coautore, insieme a Alessandra Patete) dal nome “Frontiere Italia <596” sui luoghi di arrivo e di fuga dei migranti tra i quali, in una descrizione che di poco si discosta da quella che si sarebbe potuta fare nel 2015, cita Ventimiglia scrivendo: «Quando andammo su quel confine erano cinque le strade battute: quella del confine di San Luigi, da attraversare a piedi, col rischio di essere intercettati dalle polizie dei due stati se si aveva la pelle più scura o l’aria di chi ha dormito di notte all’addiaccio. Oppure si poteva andare con i passeur, gli scafisti leggeri, che portavano persone in taxi, in furgone, con un’automobile privata. Se al confine il mezzo veniva fermato e perquisito scattava il sequestro, la condanna del guidatore, il respingimento dei passeggeri. Si pagavano 50 mila lire a persona circa, per 6 km. Se si voleva tentare di raggiungere Nizza, città cosmopolita in cui era più facile mimetizzarsi, i chilometri diventavano 60. I rischi di essere fermati aumentavano e, ovviamente, i costi anche. Un’altra strada possibile era la via ferroviaria, anche questa con due alternative. La prima consisteva nell’eludere i controlli della polizia a Ventimiglia, salire facendo il biglietto e sperare nella scarsità dei controlli lungo il percorso. Se si veniva trovati si perdevano solo i soldi del biglietto, si tornava a Ventimiglia, si dormiva in stazione e poi si riprovava. Si tiravano i dadi, come nel gioco dell’oca. Poi c’era anche chi i dadi li tirava più in alto, mettendo a rischio la propria vita: erano quelli che provavano l’antica rotta dei Balzi rossi, sugli scogli, dopo aver raggiunto il mare alla foce del fiume Roja. Quelli che si incamminavano lungo la ferrovia, passando nelle gallerie e sperando di non essere investiti da un treno merci (tutti conoscevano gli orari dei convogli con passeggeri) e quelli che ancora provavano il Passo della Morte <597, con gli stessi rischi dei decenni passati: passando per un albergo chiamato Le Calandre. Salendo da Ventimiglia, ovviamente di notte, ci si inerpicava per sentieri sempre più ripidi, sempre più insicuri. Ma si arrivava ad un punto, pochi metri di strada, in cui le luci dall’Italia non si vedevano più mentre quelle della cittadina francese illuminavano la roccia. C’era (c’è ancora) uno spazio ristretto in cui, grazie a questo gioco di luci, diviene impossibile vedere il sentiero <598. In tanti sono precipitati fra le rocce e tanti altri non sono mai stati recuperati. A Mentone, poi, i controlli erano certosini. La bella e luminosa cittadina ha sempre avuto amministrazioni che non tolleravano l’arrivo degli stranieri, italiani o kurdi che fossero, così la caccia all’uomo era frequente. E se venivi preso tornavi indietro, per poi rilanciare i dadi. È andata avanti così per molti anni ma il numero dei fuggitivi diminuiva, si cercavano altre rotte e anche i passeur avevano perso lavoro».
La storia del confine che continua come in un rituale.
A fine marzo del 2011 dinnanzi a un centinaio di migranti provenienti dalla Tunisia, la Francia chiuse le frontiere per circa tre settimane, spiegando, nelle parole dell’allora Ministro degli Interni, Claude Guéant, che il suo governo faceva «un’applicazione letterale e rispettosa dello spirito degli Accordi di Schengen <599».
Insieme alle cosiddette “Primavere Arabe” arrivarono molti tunisini a Lampedusa e l’allora Ministro dell’Interno Maroni diede due disposizioni: la ripartizione dei “clandestini” in ogni regione e l’erogazione di permessi di protezione umanitaria temporanea che, secondo il Ministro, avrebbero dovuto permettere alle persone di recarsi nei Paesi europei in cui ognuno aveva già legami. La Protezione Civile in quel periodo si attivò per facilitare il transito: furono offerti biglietti ferroviari, titoli di viaggio e un permesso temporaneo a chi voleva andare via e lasciare così la stazione Termini di Roma dove molti tunisini iniziavano a “mostrarsi” con vive proteste <600. All’inizio non ci furono problemi. Poi il numero delle persone che giungevano in Francia superò la “soglia tollerabile” e iniziarono i primi respingimenti per mano della gendarmeria francese <601. Gli immigrati venivano fermati alla stazione di Nizza e controllati: una volta constatato che non avevano i 62 euro - requisito economico previsto dalle autorità transalpine per poter espatriare - venivano riaccompagnati alla frontiera. In termini tecnici, si dice che erano “riammessi”, cioè riconsegnati alle autorità italiane <602. Alcuni di coloro che erano riusciti ad arrivare a Parigi furono rimandati in Italia in base al Regolamento di Dublino e a una interpretazione secondo cui i permessi rilasciati in Italia avevano valore solo in tale Paese. Ci fu un lungo braccio di ferro diplomatico, amplificato mediaticamente per fare in modo che, intanto, iniziassero i rimpatri verso la Tunisia e che si evitassero concentrazioni di persone tali da imbarazzare entrambi i governi <603.
Ma il confine tra Ventimiglia e Menton si riattualizza durante la prima metà di giugno 2015, precisamente tra l’11 e il 12, quando il Trattato di Schengen venne sospeso per questioni di sicurezza in occasione del G7 che dal 6 all’8 giugno si tenne in Germania evento che - sebbene programmato da tempo - creò quella che da lì a poco verrà chiamata una “vera emergenza umanitaria”. Sono giorni di tensione in varie zone del Paese: tutti i migranti in transito per l’Italia restano bloccati nelle stazioni ferroviarie di Roma e Milano e lungo il confine tra l’Italia e la Francia: i treni, fermati a Menton Garavan, vengono controllati a tappeto dalle gendarmerie; chiunque sia “nero” e trovato senza documenti viene forzatamente fatto scendere, controllato, perquisito e deportato nei container di Ponte San Luigi, la frontiera alta tra Menton e Ventimiglia - questo accadeva ancora a maggio 2017 <604, nel 2018 <605 e nel 2019 (ripreso dall’articolo sopra citato di Pietro Barabino). Qui vengono concentrati i sanspapiers fermati nell’intera Costa Azzurra e ben oltre (testimonianze raccolte in quei giorni raccontano di uomini presi tra le strade di Parigi e forzatamente portati alla frontiera con l’Italia).
Inizia qui quella procedura informale che la Francia continua a chiamare “riammissione”, ma che nei fatti altro non è che una vera e propria espulsione sulla base di una selezione razzializzante. Una volta riammessi, i “soggetti irregolari” vengono consegnati alla polizia italiana che li passa in consegna alla Croce Rossa italiana prima in un campo provvisorio allestito in alcuni locali inutilizzati adiacenti alla Stazione ferroviaria di Ventimiglia, poi nel campo Roja fuori dalla visibilità cittadina rivierasca. Già allora, durante un sopralluogo dell’ASGI avvenuto il 24 e il 25 giugno gli avvocati poterono verificare diversi illeciti agiti dalla Polizia di Frontiera Francese <606.
La maggior parte delle persone incontrate in quei giorni al campo della Croce Rossa (perché si entrava e usciva senza dover mostrare cartellini o mostrare i documenti di identità) erano di nazionalità sudanese ed eritrea, quasi tutti non identificati né in Italia né in Francia e quasi nessuno di loro aveva presentato domanda di asilo in Italia. L’avrebbero fatto una volta arrivati in Francia se glielo avessero “permesso”.
Ventimiglia diventa così uno spazio di confinamento che non solo blocca e trattiene i migranti ma li insegue. L’applicazione di procedure militari ai migranti porta a delineare una vera e propria strategia di esclusione a priori nel collocare il migrante «alla frontiera dell’essere e del non-essere sociale, fuori luogo, nel senso di incongruo e di inopportuno» (Sayad, 2002)
Da Frontiera Nazionale a Frontiera Razziale
«E verrà forse giorno che noi perdendo e le sostanze, e l’intelletto, e la voce sarem fatti simili agli schiavi domestici degli antichi, o trafficati come i miseri Negri, e vedremo i nostri padroni schiudere le tombe e disseppellire, e disperdere al vento le ceneri di que’ Grandi per annientarne le ignude memorie. (Foscolo, op.cit, 2012)
Le politiche di selezione - viste sia nel primo mondo che nel secondo mondo - vengono sperimentate lungo il confine: alla stazione di Menton Garavan è possibile osservare come la polizia faccia scendere tutti gli stranieri dal treno dividendo i bianchi dai neri a prescindere dalla provenienza delle persone <607. Lo stesso accadrà nelle stazioni di Genova, Torino e Imperia nei treni diretti a Ventimiglia. Ma lo stesso si può dire di qualsiasi altro spazio divenuto confine: al Brennero ad esempio, nel mese di aprile un poliziotto di frontiera ha dichiarato alla stampa: «Si “selezionano” i viaggiatori impedendo l’accesso ai treni. Io ho chiesto ai superiori: ma questa selezione che basi ha? Basta entrare in una stazione: la cernita è fatta sulla base del colore <608».
[...] Tale relazione di subordinazione nel continuum coloniale la si può osservare a Ventimiglia come in altri spazi di recinzione europei (Ceuta e Melilla, Brennero, Austria, Bosnia..), extraeuropei (Palestina, Gaza) ed urbani nelle metropoli dell'Europa postcoloniale (La Plaine, a Marsiglia, La ZAD, le zone rosse dislocate nelle varie città durante manifestazioni e/o contestazioni, i foyer, i campi di detenzione, la TAV) in cui gli unici interlocutori sono, nuovamente, «il gendarme o il soldato [... che] con la loro presenza immediata, i loro interventi diretti e frequenti, mantengono il contatto col colonizzato e gli consigliano, a colpi di sfollagente o di napalm, di non muoversi» <615. Sayad riconosce nelle migrazioni un movimento sociale e individuale che riattualizza il rapporto coloniale e lo mette in discussione svelandone, quindi, le relazioni di potere, le gerarchie e le disuguaglianze. Le persone che si incontrano a Ventimiglia scappano da conflitti costruiti dall’Europa: Balcani, Iraq, Iran, Sudan, Afghanistan - solo per citarne alcuni - dove gli interventi sia nazionali che europei sono stati centrali e con i lori corpi vengono a raccontarci di questo, dei processi di potere e dominio che i nostri paesi stanno agendo e hanno agito nelle loro terre.
Come si è andato erigendo il regime di confine
La situazione a Ventimiglia, dal 2015 ad oggi, ha conosciuto diverse fasi e significativi cambiamenti nelle strategie di gestione politica, sociale e territoriale della questione migratoria. Nel corso della ricerca ne ho evidenziate alcune che dal 2015 in poi hanno segnato il materializzarsi del dispositivo securitario e repressivo. Le ho scelte, fra le tante, perché esse hanno meglio rappresentato le strategie orientate a contenere o neutralizzare l’autonomia delle migrazioni nel quadro del paradigma liberista e a costruire attraverso l’utilizzo del “dispositivo razziale” un “soggetto pericoloso” intorno a cui cristallizzare paure e insicurezze (Escobar, 1997; Dal Lago, 1999; Colombo, 1999; Bigo, 2000; Bauman, 2006; Wacquant, 2006a; Mellino, 2010).
In Polizia postmoderna <616 si rimarca il nesso tra lo sviluppo del liberismo e le migrazioni come elemento di “insicurezza”: «Solo a partire dagli anni settanta, con il declino della società industriale e lo sviluppo dell'assetto neoliberista e quindi della globalizzazione, per la prima volta nella storia dell'umanità, le migrazioni sono diventate un fenomeno considerato in quanto tale antagonista rispetto al nuovo ordine economico, sociale e politico».
A queste pratiche di esclusione sociale e marginalizzazione estrema si accompagnano politiche di governo della mobilità attuate attraverso nuovi confinamenti e forme di subordinazione funzionali a meccanismi di inclusione differenziale utili allo sfruttamento della forza lavoro dei migranti. Questi dispositivi di assoggettamento possono essere forme di controllo preventivo, repressivo nei confronti di comportamenti indesiderati e incompatibili, oppure tentativi di neutralizzare le potenzialità conflittuali dei soggetti inibendone l’autonomia e l’autodeterminazione con il ricorso a specifiche prassi assistenzialistiche dentro un approccio “umanitario” che si presenta sotto le vesti di tecnica di controllo dei soggetti (Agier, 2011; Fassin, 2018).
Occupazione dei Balzi Rossi - Giugno 2015
Nel 2015 vi fu un ampio eco mediatico quando i migranti, col supporto di una folta e consapevole rete di attiviste e attivisti, decisero di occupare gli scogli dei Balzi Rossi <617 per protestare contro la chiusura del confine francese. Inizialmente il messaggio che più venne veicolato fu la rivendicazione della libertà di movimento: i cartelloni e gli striscioni riportavano spesso frasi come “open the border” o “we are not going back”.
Questo ha indotto molti dei soggetti coinvolti sia nel contestare che nel sostenere e poi criticare la lotta No Border a concentrare le istanze del “Presidio Permanenente NO border <618” legate esclusivamente alla libera circolazione delle persone e al loro diritto di emigrare. Negli articoli anche “scientifici” delle forme di resistenza agite lungo il confine di Ventimiglia o anche alcuni dei comunicati di compagni e compagne e di militanti attivi contro le politiche di chiusura delle frontiere si sottolinea spesso l’esaltazione della soggettività dei migranti mostrando solo una parte della verità rischiando di essere confinati a “ciechi ingranaggi dell’orologio” come scriveva Foscolo (op.cit): «Sorgono frattanto d’ora in ora alcuni più arditi mortali; prima derisi come frenetici, e sovente come malfattori decapitati: che se poi vengono patrocinati dalla fortuna ch’essi credon lor propria, ma che in somma non è che il moto prepotente delle cose, allora sono obbediti e temuti, e dopo morte deificati. Questa è la razza degli eroi, de’ capisette, e de’ fondatori delle nazioni i quali dal loro orgoglio e dalla stupidità de’ volghi si stimano saliti tant’alto per proprio valore; e sono cieche ruote dell’oriuolo <619» - cioè funzioni strumentali di un potere più grande di loro.
In realtà, durante le innumerevoli assemblee auto organizzate del “Presidio Permanente no Border” - definito “La Bolla <620” - era possibile ascoltare tra le voci degli occupanti di origine extra europea una storia di resistenza che veniva da lontano in un moto anti-coloniale vecchio di secoli.
Quello a cui si è assistito a Ventimiglia è stato un insieme di pratiche agite da persone che hanno messo in crisi le potenze coloniali facendo crescere anche in noi europei la coscienza storica dei popoli colonizzati e dei loro colonizzatori (quindi noi). Una verità storica che è spesso stata taciuta, per questo di difficile lettura anche per molti degli attivisti e attiviste consapevoli, ma che è apparsa con un atto di parresia il giorno in cui i migranti hanno deciso di occupare gli scogli dei Balzi Rossi.
[...] Al di là della narrazione che tutti i principali media hanno fatto e continuano imperterriti a fare su quella e questa “emergenza” costruita a tavolino, in cui il presidio dei migranti alla frontiera è associato a drammi umanitari, talvolta a invasioni, in alcuni casi dipinto “campeggio” - come se attivisti e migranti fossero a Ventimiglia in vacanza - e spesso anche “covo di terroristi o anarchici”, in realtà c’è stata una lotta politica portata avanti con una consapevolezza e una determinazione inedite da parte sia dei migranti che dei e delle solidali.
Chi ha partecipato a quei tre mesi di lotta quotidiana <629, che le istituzioni hanno cercato in tutti i modi di eliminare tentando di sfiancare fisicamente i migranti e reprimere i solidali, era consapevole che per il solo fatto di “essere presenti <630” si stava “agendo” mostrando le contraddizioni del dispositivo reazionario e violento disposto a Ventimiglia. Le tracce di tali atti creativi sono stati la prova stessa del sogno fanoniano di un nuovo umanesimo: la presenza di persone rese “superflue”, “eliminabili” a causa di scelte strategiche, dell’indifferenza o della presenza generalizzata nel “sud” della corruzione rendeva nuovamente attuale lo studio dell’economia di rapina, della violenza, dell’assassinio che Fanon denunciava con forza in Dannati della Terra: «L’assassinio, a caldo o a freddo, diretto o indiretto, che risulta da questa rapina, è divenuto ormai una forma di governo. Accatastati alle porte della città ne minacciano l’ordine costituito, la loro morte non provoca necessariamente la pietà o la compassione».
Questa situazione prorompente si è sviluppata su un equilibrio estremamente delicato che una solidarietà dal basso e ininterrotta ha permesso di consolidare e rafforzare utilizzando lo slogan “We are not going back” e facendolo “muovere” lungo una traiettoria transnazionale e intersezionale di una lotta contro le diseguaglianze, le oppressioni e repressioni, le differenziazioni, i sistemi securitari, la logica delle insicurezze, dell’emergenza e del precariato, le schiavitù, le detenzioni, lo sfruttamento delle persone e delle risorse <631, le omofobie, i razzismi, i sessismi <632 e i fascismi.
[...]

Fonte: Francesca Martini, Op. cit. infra

[NOTE]
60 Said E. , Nel segno dell’esilio, Feltrinelli, Milano, 2008                                                                     61 https://video.repubblica.it/edizione/genova/ventimiglia-in-marcia-sul--passo-della-morte--il-sentiero-proibito-usato-daimigranti/217288/216484
574 Rigo E., Europa di confine. Trasformazioni della cittadinanza nell’Unione allargata, Meltemi, Roma, 2007
575 Goffman, Erving, The Presentation of Self in Everyday Life, Edinburgh: University of Edinburgh Social Sciences Research Centre, 1959. Edizione italiana: Goffman E., La vita quotidiana come rappresentazione, traduzione di M. Ciacci, Il Mulino, Bologna, 1997.
576 Bourdieu descrive «lo spazio sociale come un campo di forze che si impone con la sua necessità agli agenti che vi operano e insieme un campo di lotte al cui interno gli agenti si affrontano, con mezzi e fini differenziati a seconda della loro posizione nella struttura del campo di forze, contribuendo così a conservarne o a trasformarne la struttura» Bourdieu P., Sul potere simbolico, in Boschetti A., La rivoluzione simbolica di Pierre Bourdieu, ed. Marsilio, Venezia, 2003
577 Foscolo U.,(a cura di) M. A. Terzoli, Le ultime lettere di Jacopo Ortis, ed. Carocci, Roma, 2012
578 Ho scelto il blog “Parole sul confine” http://parolesulconfine.com come testimonianza di chi ha attraversato e vissuto il confine di Ventimiglia dal 2015 ad oggi, di cui io stessa faccio parte, motivo per cui alcune degli scritti presenti in questa parte della ricerca sono riportati da quanto scritto in alcuni articoli del Blog. Per quanto riguarda nello specifico l’attualità del “precipitare” delle acque nel torrente Roja riporto l’articolo de il “Secolo XIX” sul soccorso dei migranti durante l’ultima piena del dicembre del 2017 http://www.ilsecoloxix.it/p/imperia/2017/12/11/ASWdGleL-ventimiglia_migranti_salvati.shtml
579 http://www.arivista.org/?nr=296&pag=55.htm
580 http://www.corrieredellemigrazioni.it/2015/08/10/gioco-delloca-storie-ventimiglia/
581 Perona E. A. & Cavaglion A., Luoghi della memoria, memoria dei luoghi nelle regioni alpine occidentali (1940-1945), ed. Blu Edizioni, Torino, 2015
582 http://www.corrieredellemigrazioni.it/2012/07/29/ventimiglia-gennaio-2001/
583 https://www.humanite.fr/avec-les-migrants-sur-le-chemin-de-lespoir-entre-litalie-et-la-france-576193
584 https://www.altreitalie.it/pubblicazioni/rivista/n--56/acquista-versione-digitale/continuita-e-mutamenti-delle-migrazioni-nelconfine-tra-litalia-e-la-francia.kl
585 https://www.altreitalie.it/pubblicazioni/rivista/n--56/altritalie-56-gennaio-giugno.kl - Nelle note all’articolo Palidda ci ricorda il film di Pietro Germi Il cammino della speranza, del 1950, che mostra in modo magistrale non solo la realtà e il «travaglio» della partenza, ma anche la figura del passeur, le vicissitudini del viaggio, la tragedia del passaggio della frontiera, proponendo un accenno a un lieto fine probabilmente provvisorio. Sulla storia del confine http://www.montecarlonews.it/notizie/argomenti/altre-notizie-1/articolo/costa-azzurra-terra-di-confine-ecco-le-vicende-storiche-dalla-fine-della-guerra-di-successione-spag.html http://www.sanremonews.it/leggi-notizia/argomenti/monaco-e-costa-azzurra/articolo/la-storia-del-confine-italo-francese-nelle-alpimarittime-lexcursus-di-andrea-gandolfo-dal-1940-ad.html; http://www.sanremonews.it/2016/06/28/leggi-notizia/articolo/vicende-diconfine-raccontate-da-andrea-gandolfoil-periodo-compreso-tra-lunita-ditalia-e-la-2a-g.html
586 http://parolesulconfine.com/migranti-riappare-il-fiume-carsico-delle-politiche-eliminazioniste-proprie-del-mondo-occindentale/
587 https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/07/18/migranti-negli-ultimi-12-mesi-la-francia-ha-respinto-oltre-18mila-persone-aventimiglia-ecco-i-dati-ufficiali/5332818/
588 https://www.facebook.com/KeshaNiyaProject/
589 https://parolesulconfine.com
590 https://parolesulconfine.com/senza-autorizzazione-dalla-frontiera-di-ventimiglia/
591 https://parolesulconfine.com/aumenta-la-violenza-della-polizia-francese/
592 http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/07/04/news/cosi-i-giganti-delle-armi-fanno-affari-con-la-militarizzazione-dellefrontiere-1.275805
593 http://www.la7.it/laria-che-tira/video/il-viaggio-dei-migranti-respinti-alla-frontiera-12-07-2017-218300
594 L “Accordo di Chambery” è un trattato bilaterale tra Italia e Francia firmato nel 1997 che dà la possibilità di respingere reciprocamente gli immigrati irregolari che provengono dal territorio dell’altro paese. Quindi i migranti che si trovano illegalmente in Italia possono essere respinti in Francia se si riesce a dimostrare che provengono dal territorio francese, e viceversa. http://www.camera.it/_bicamerali/schengen/docinte/ACCITFR.htm. L’Italia ha una ventina di accordi bilaterali simili a quello di Chambery con altri paesi http://www.camera.it/_bicamerali/leg14/schengen/xdocinte2.htm - ad esempio i respingimenti sul confine austriaco avvengono sulla base di uno di questi accordi che definiscono quanto la polizia di ogni stato membro abbia il diritto ad eseguire controlli alla frontiera purché avvengano a campione. In altre parole non è possibile ripristinare i posti di frontiera e controlli 24 ore su 24, ma soltanto effettuare dei controlli casuali. Anche l’Italia non sta rispettando del tutto gli accordi europei, e questa è una delle ragioni per cui la Francia ha deciso di mettere in atto dei controlli all’apparenza sistematici. Dal 2000 i paesi membri dell’Unione Europea hanno l’obbligo di identificare tramite il rilevamento delle impronte digitali tutti gli stranieri che si trovano irregolarmente sul territorio e inviarle ad una banca dati europea. Questa norma serve a permettere l’applicazione dei regolamenti di Dublino che prevedono che chi vuole chiedere asilo in Europa lo possa fare soltanto nel primo paese dell’Unione dove mette piede. In Italia e Grecia, i due paesi da dove entra in Europa la maggior parte dei migranti illegali, spesso le impronte digitali non vengono prese. Ad esempio, non sono state prese a quasi nessuno dei migranti che fino al 2016 si trovano a Ventimiglia. In questo modo, l’Italia permetteva ai migranti che rifiutano di dare le proprie impronte digitali di disperdersi in Europa. Se non vengono fermati al momento dell’attraversamento del confine o non si riescono a trovare altre prove del fatto che hanno fatto il loro ingresso nella UE dall’Italia,
allora possono fare richiesta d’asilo in un altro paese europeo. Cfr. Rigo, 2007
595 Per chiarezza, con la convenzione di Schengen invece si stabilisce l’abolizione dei controlli sistematici sulle persone alle frontiere interne dei paesi aderenti.
596 Galieni S. e Patete A., La Frontiera d’Italia, Città Aperta, Enna, 2002
597 Il “Sentiero della Morte” merita una nota per il valore che ha significato nel permettere a molti migranti di eludere i controlli degli Stati e raggiungere le mete aspirate o fuggire da persecuzioni e morte certa. In disuso per diverso tempo, venne ribattezzato “Sentiero della Speranza” nell’aprile del 2015 quando la “Società Operaia di Mutuo Soccorso” di Grimaldi e l’associazione “Randonneurs du Pays mentonnais” lo hanno ripulito per agevolare l’escursionismo e il turismo, ignari, che dopo poche settimane, la sua frequentazione sarebbe tornata ad essere quella originaria del passaggio di migranti decisi a raggiungere la Francia. La prima cittadina che si incontra nella discesa del passo è Menton che apre alla sua visita col pannello: "Mentone: Perle de la France". Questa descrizione della cittadina francese appartiene a un geografo non molto conosciuto e poco studiato nonostante i suoi testi di geografia siano densi di umanità e esplorazione; il suo nome è Élisée Reclus - un anarchico che in uno dei suoi più bei libri - “La storia di un ruscello” - parla di una “geografia fatta con i piedi” - un sostenitore delle mobilità umana. http://ita.anarchopedia.org/Élisée_Reclus; https://www.lemonde.fr/societe/article/2011/04/18/gueant-estime-que-la-france-respecte-a-la-lettre-les-accords-deschengen_1509265_3224.html. https://video.repubblica.it/dossier/immigrati-2015/ventimiglia-i-migranti-sui-sentieri-di-montagnaper-la-francia-proviamo-e-riproviamo-non-molliamo/279959/280553.
598 https://www.meltingpot.org/Con-i-migranti-sul-cammino-della-speranza-tra-Italia-e.html#.W982zaeh0Us
599 https://www.lemonde.fr/societe/article/2011/04/18/gueant-estime-que-la-france-respecte-a-la-lettre-les-accords-deschengen_1509265_3224.html
600 https://roma.repubblica.it/cronaca/2011/04/20/news/tunisini-15183216/
601 https://genova.repubblica.it/cronaca/2011/03/29/foto/ventimiglia_centinaia_di_immigrati_respinti_al_confine-14234854/1/; http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/articoli/ContentItem-4055960b-e68d-49a0-a28d-310906c5d49f.html;
http://www.ilsecoloxix.it/p/imperia/2011/03/24/AOrPnVH-tunisini_ventimiglia_respinti.shtml
602 http://frontierenews.it/2011/04/immigrti-pochi-soldi-in-tasca-tunisini-a-ventimiglia/
603 http://www.storiemigranti.org/spip.php?article1004; https://tg24.sky.it/mondo/2011/04/06/maroni_berlusconi_italia_tunisia_rimpatri_sbarchi_soggiorno_temporaneo.html
604 http://parolesulconfine.com/deportazione-pullman-rt-ventimiglia/; https://blogs.mediapart.fr/gavroche/blog/140517/dans-la-valleede-la-roya-la-repression-continue
605 http://parolesulconfine.com/la-frontiera-non-va-in-vacanza/
606 http://www.asgi.it/wp-content/uploads/2015/07/Documento-Ventimiglia.pdf
607 http://parolesulconfine.com/viaggio-confine/
608 https://www.repubblica.it/cronaca/2015/04/30/news/la_caccia_al_nero_sui_treni_per_l_austria_profughi_respinti_e_come_l_apartheid_-113190184/
615 Sayad A., L'immigrazione o i paradossi dell'alterità. L'illusione del provvisorio, Ombre Corte, Verona, 2008.
616 Cfr. Palidda, 2000 e prima in aut aut 1996
617 https://www.meltingpot.org/Ventimiglia-Noi-non-torneremo-indietro.html#.W982qaeh0Us
618 https://noborders20miglia.noblogs.org/; https://www.facebook.com/Presidio-Permanente-No-Borders-Ventimiglia-782827925168723/timeline/
619 Ciechi ingranaggi dell’orologio, cioè funzioni strumentali di un potere più grande di loro.
620 Titolo della graphic novel di Emanuele Giacopetti http://graphic-news.com/stories/la-bolla-di-ventimiglia
629 https://www.meltingpot.org/Ventimiglia-resiste.html#.W983Aaeh0Us
630 L’etnologo italiano Ernesto De Martino sosteneva che la “presenza” consiste nella capacità di “essere al mondo”, ovvero di affermare la propria esistenza attraverso un agire. De Martino E., Il mondo magico: prolegomeni a una storia del magismo, Bollati & Boringhieri, Torino, 2007
631https://noborders20miglia.noblogs.org/post/2016/06/25/dal-centro-di-detenzione-di-nizza-ita/; https://noborders20miglia.noblogs.org/post/2016/06/24/saluto-al-cra-di-nizza-ore-18-30-invito-alla-solidarieta/; https://noborders20miglia.noblogs.org/post/2016/06/24/aggiornamenti-da-ventimiglia-e-val-roya-itafr/; https://noborders20miglia.noblogs.org/post/2016/06/24/comunicato-apertura-ex-dogana-francese/;
https://noborders20miglia.noblogs.org/post/2016/06/14/18-giugnojuin-critical-mass-velorution-breil-ventimiglia-menton/
632 https://noborders20miglia.noblogs.org/post/2015/09/25/comunicato-delle-donne-del-presidio-no-borders-di-ventimiglia/

Fonte: Francesca Martini, Op. cit. infra

Francesca Martini, Aporie e metamorfosi o eterogenesi dell’accoglienza degli immigrati in Italia. Etnografia dei mondi dell’immigrazione nel frame liberista, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Genova, 2019

lunedì 22 novembre 2021

Mentone in fotomontaggi commissionati da un gerarca fascista


Il fotografo Guglielmo Chiolini, l'architetto Emilio Aschieri, l'ingegnere Eliseo Mocchi e altri professionisti vengono chiamati a lavorare a Mentone in più battute nei mesi compresi tra l'ottobre 1941 e il novembre 1942. Giuseppe Frediani non stentava certo ad affidarsi anche a studi fotografici locali, come il Premiato Studio Ruggeri di Mentone, il cui timbro a secco è presente su diverse stampe presenti nel Fondo Frediani.
Restano testimonianza di diversi servizi realizzati da Guglielmo, da alcuni di questi sono state tratte le immagini convogliate nei fotomosaici che compongono l'album Mentone dalla distruzione alla rinascita. L'album, conservato presso l'Istituto pavese di storia della Resistenza e dell'Età Contemporanea, è la copia pilota confezionata da Chiolini. Essa è composta da 50 riproduzioni di fotomosaici realizzati da Chiolini, Frediani e Ugo Lucerni. Lo scopo dei fotomontaggi era di narrare l'operato della commissariato italiano nel ricostruire la cittadina, la quale, essendo parte dei nuovi territori occupati annessi al Regno d'Italia, doveva subire un processo di italianizzazione.
Questo processo è parte integrante della ricostruzione di Mentone, che non è solo un ricostruzione fisica, monumentale ma anche culturale, al fine di conferirle una nuova identità italiana e fascista. Nella forma del racconto per immagini, questi contenuti sono espressi simbolicamente dai montaggi.
Il resto dei servizi realizzati da Chiolini consistono in documentazioni relative ai lavori promossi dal nuovo commissario, come la Colonia Marina Temporanea sorta lungo la spiaggia nei pressi del porto, il Casinò restaurato e alcuni dei grandi alberghi. Non risultano esserci reportage di visite ufficiali, né di altri rilevanti eventi pubblici. Prevale la dimensione privata, la volontà cioè di costruire una memoria di questa esperienza e infatti Chiolini avrà il compito di comporre un album <124 con immagini relative alla città e ai segni del potere italiano su di essa, che a differenza dell'album di fotomontaggi non aveva una funzione propagandistica. Si tratta di una serie composta in origine da 30 fotografie, ma la seconda nell'ordine di impaginazione è stata sottratta.
La selezione prevede unicamente vedute della baia di Mentone e della cittadina con gli edifici restaurati. Tra i paesaggi naturali prevalgono quelli tratti dal parco circostante la villa dove la famiglia Frediani risiedeva. Non ci sono presenze umane fatta eccezione per le ragazze in abiti tradizionali mentonaschi che animano una veduta della piscina del Casinò e mimano i gesti dei raccoglitori di limoni in una piantagione.
Nonostante le immagini appaiano innocue da un punto di vista politico, è facile rilevare l'intenzione del committente.
La serie, infatti, è aperta da una veduta del mare e del tramonto all'orizzonte, fotografati da una terrazza sulla cui balaustra svetta la bandiera di Mentone italiana, di seguito una ripresa della baia sulla quale si sviluppa il centro abitato sullo sfondo dell'esedra colonnata del giardino della villa, che domina la costa come dovrebbe l'amministrazione italiana.
Altre immagini dei meriti di Frediani: le riedificazioni, i restauri e la partecipazione alla Fiera di Milano. C'è poi una fotografia applicata alla tavola numero 13, che ricorda molto da vicino i vicoli pavesi ritratti da Guglielmo nel corso di tutta la sua esperienza: l'immagine ritrae assialmente una via incorniciata da un'arcata, con la figurina di un uomo di spalle che cammina lungo il lato destro della strada, trasportando un cesto. L'immagine si differenzia dalle altre, in quanto è l'unica che mostra la natura antica del tessuto urbano della città alta, mentre le altre immagini, a parte i paesaggi, ritraggono l'aspetto della Mentone “rinata”. Sempre all'ambito privato appartiene la serie di 12 scatti raffiguranti la famiglia Frediani. Il gerarca è in abiti borghesi e con lui ci sono la moglie e i quattro figli, ritratti nel giardino della villa, sulla soglia di casa e negli interni lussuosi dell'abitazione. <125
Tra le carte facenti parte del fondo si trovano alcune note con la voce “Chiolini”, in particolare per la riproduzione dei progetti del nuovo campo sportivo legato alla colonia marina Ciro Perrino di Mentone, e nella stima dei lavori compilata dall'ing. Mocchi, progettista della colonia, dove è segnalata una liquidazione di 1.185 £ per le fotografie. Anche il già citato Ruggeri rientra nel computo. <126


[...]  Giuseppe Frediani doveva avere questo esempio in mente quando, nell’aprile 1942, scrisse nel suo diario privato di essere intenzionato a redigere un album fotografico dedicato alla rinascita di Mentone italiana. L’album prese il titolo di Mentone dalla distruzione alla rinascita. È noto solo un esemplare, le cui caratteristiche fanno pensare si tratti della copia pilota; esso è conservato nel fondo Frediani situato presso l’Istituto per la storia della resistenza e dell’età contemporanea dell’Università Pavia.
Giuseppe Frediani è stato il terzo dei quattro commissari che gestirono l’amministrazione civile di Mentone, occupata dall’esercito italiano il 24 giugno 1940. Il suo mandato durò circa un anno, dal 30 novembre 1941 al 30 novembre 1942. Allo scoppio della guerra i francesi avevano scelto di sacrificare la cittadina, per costituire la linea di difesa alle spalle del centro abitato, lungo l’arco alpino. Per tutti i mesi di giugno e luglio, Mentone, si era trovata sotto il fuoco francese e italiano, fino alla sua conquista. Urgeva un’opera di ricostruzione immediata che si sarebbe realizzata contestualmente alla sperimentazione di un nuovo tipo di colonizzazione. Per la Costa Azzurra sino a Nizza, si era pensato di fare leva sulle comuni vicende risorgimentali e sulla già consistente presenza italiana, ideando un programma culturale atto a italianizzare a Mentone. La vicenda si prestò come occasione perfetta per dimostrare a tutta l’Europa le capacità civilizzatrici dell’Italia, che ancora languiva per le sanzioni subite in seguito all’occupazione dell’Etiopia.
Frediani chiamò il fotografo pavese Guglielmo Chiolini e il professor Ugo Lucerni per affiancarlo in questo progetto. Insieme idearono un album di cinquanta fotomosaici, divisi in quattro sezioni: la distruzione di Mentone, la sua conquista, la sua ricostruzione e la sua rinascita. Si può ipotizzare che il Gerarca avesse ideato il programma iconografico che doveva illustrare per categorie logiche il lavoro degli italiani a Mentone, confrontandolo con le condizioni in cui verteva la cittadina prima del loro ingresso. Come nel modello di dieci anni prima le composizioni illustrano: l’edilizia, il lavoro, l’assistenza alimentare, l’assistenza alle madri, le scuole, la gioventù e il suo inquadramento militare, la sanità, le colonie, l’Opera Nazionale Dopolavoro e le sue iniziative, la cultura locale come dimostrazione delle origini italiane della Costa Azzurra.
Lo stile dei fotomontaggi è lo stesso adoperato tradizionalmente dai fotomontaggi di propaganda fascista. Le immagini hanno valenza simbolica e vengono utilizzate come documenti, esplicitati dalle iscrizioni. Queste, che si trovano sovrimpresse alla composizioni hanno la stessa funzione documentaristica, naturalmente, offrendo cifre, dati, medie, misurazioni varie che con il rigore della matematica contribuiscano a rafforzare il messaggio visivo.
 



Il carattere delle tematiche è fattuale, concreto, senza divagazioni ideologiche, mirato ad essere comprensibile a chiunque. I soggetti sono personaggi anonimi che agiscono come illuminati dalla volontà del Duce, in masse senza volto cooperano ubbidienti per la realizzazione del bene supremo semplicemente aderendo alle iniziative del Regime. Topos ricorrente, ad esempio, sono i lavoratori a teatro, accorsi per partecipare alle serate educative promosse dalla OND: su questo tema sono incentrate sia la tavola n. 41 dell’album Frediani, che la pagina 115, anche del fotolibro prodotto dal LUCE nel ‘32. Altra cifra ricorrente nei fotomontaggi fascisti sono le riproduzioni di iscrizioni, intese come massime affisse o dipinte in luoghi pubblici: queste parlano per il Duce stesso, non si troveranno mai frasi di illustri poeti, filosofi e nemmeno santi, ma è il Duce a parlare e di conseguenza a dare forma al pensiero dell’osservatore, come un padre che educa i suoi figli.
 



Le cose riprodotte in quantità grandiose si incastrano e distribuiscono dinamicamente, anch’esse piegate alla volontà del Regime, del quale devono rappresentare le capacità produttiva: si pensi alla tavola n. 31 dove la cesta di pane è il centro propagatore attorno al quale si dispongono dinamicamente tutti gli atri ritagli o a tutte le tavole nelle quali si incastrano architetture, come a creare un monumento continuo e simboleggiare un slancio costruttivo infinito.
Il linguaggio così strutturato si appoggia alla confidenza che i cittadini possiedono con le immagini fotografiche e con il loro montaggio in insiemi dinamici, per mezzo della frequentazione del cinematografo e della fruizione di quotidiani e periodici illustrati. Il vocabolario di immagini era estremamente concreto, realistico. Nonostante le infrazioni alla prospettiva e alla scala proporzionale, spesso enfatizzate di proposito per potenziare l’espressività (si pensi alla bandiera sul Municipio di Mentone, nella tavola n. 18), vengono utilizzati soggetti realistici che fanno capo alla necessità quotidiane dell’essere umano.
 


La maniera in cui i frammenti sono distribuiti nelle tavole mentonasche, suggerisce una lettura delle immagini come se si trattasse di una narrazione. Seguendo le convenzioni di lettura l’incipit narrativo è sempre collocato in alto a sinistra e l’esito della vicenda in basso a destra. Addirittura sembra di trovarsi di fronte ad una sequenza cinematografica nella tavola n. 14 dove, le suore affacciate alla finestra, vengono raffigurate in tre frammenti sovrapposti, che le ritraggono a distanza di pochi istanti, mentre compiono movimenti. Se poi si guarda la composizione nel complesso si nota che è strutturata come un campo - contro campo: i soldati avanzare da sinistra (campo), le suore li osservano avanzare da destra (contro campo), il contesto non è delineato, è l’osservatore che intuisce la svolgersi della scena, perché fa la stessa operazione davanti ad un film. Quando in un film c’è un dialogo ad esempio, i protagonisti sono ripresi uno alla volta, singolarmente in primo piano. L’osservatore capisce che sono uno di fronte all’altro e che si stanno parlando per via delle convenzioni, nel fotomontaggio è accaduta la stessa cosa: si sono prese in prestito le convenzioni del cinema e si è così potuto realizzare una sequenza narrativa. Dei rapporti tra cinema e fotomontaggio si è già ampiamente parlato nel capitolo precedente, ma è interessante notare come anche il fenomeno del divismo si manifesti in questi fotomontaggi. Il Divo per eccellenza di queste composizioni è senz’altro Giuseppe Frediani. Il Gerarca usava farsi seguire da fotografi e rudimentali cineoperatori durante le manifestazioni ufficiali e anche nell’album non manca la sua autocelebrazione. Mussolini compare solo due volte, gli vengono dati tutti i tradizionali attributi di padre fondatore della civiltà fascista, ma Mentone resta un merito di Frediani.
La dimestichezza con i mezzi di propaganda del Regime e soprattutto le nuove tecnologie come il cinema e la fotografia, si accompagna alla disinvoltura con la quale Giuseppe Frediani, utilizza il fotomontaggio come mezzo divulgativo. Nel Fondo Frediani, del quale l’album di Mentone fa parte, sono conservate alcune prove della consuetudine che Giuseppe aveva con questa tecnica. Nel materiale relativo alla sua permanenza a Pavia in qualità di Federale (1935-1939), esistono alcuni fotocollage realizzati con una tecnica molto semplice che consiste nella sagomatura di soggetti incollati gli uni sugli altri. A tale scopo Frediani faceva stampare da Chiolini le fotografie con un ampio margine di carta fotografica così da poter utilizzare la stessa come supporto per la composizione e una volta completato il montaggio lo faceva fotografare. [...] In occasione della annuale Fiera Campionaria di Milano, tenutasi il 14 aprile 1942, Giuseppe Frediani aveva disposto l'allestimento di un padiglione della Costa Azzurra di Mentone. L'apparato effimero prevedeva pareti illustrate con la tecnica del fotomontaggio, secondo la consuetudine delle esposizioni fasciste, inauguratasi con la Mostra della Rivoluzione del 1932.
Il genere dell'allestimento espositivo è stato luogo privilegiato nel quale gli artisti d'avanguardia italiani e soprattutto gli architetti, poterono dare forma alle idee alimentate dai contatti con l'estero e sviluppate nelle riviste. Proprio in virtù carattere effimero, lallestimento si prestava particolarmente alle sperimentazioni e le occasioni durante gli anni Trenta e Quaranta furono molteplici: le grandi rassegne di architettura, le fiere campionarie, così, come le esposizioni più prettamente celebrative del Regime.

[NOTE]
124 ISREC, Fondo: Frediani Giuseppe, Serie 34: [Mentone marzo 1942 XX]
125 ISREC, Fondo: Frediani Giuseppe, Serie 37: [Varie 1940-1942]
126 I documenti relativi alla costruzione della Colonia Marina “Ciro Perrino” di Mentone sono stati pubblicati in appendice alla tesi di Paolo Rosselli, che ha studiato l'amministrazione italiana di Mentone tra 1940 e 1943. PAOLO ROSSELLI, L'amministrazione civile a Mentone durante l'occupazione italiana (1940-1943), Tesi di laurea, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università degli studi di Pavia, relatore Prof. Giulio Guderzo, a. a. 1997-98, appendice.

[...]


Tav. 1
10 giugno 1940 XVIII. Mentre i nostri fanti cadevano nell'agguato di Ponte S. Luigi ….. , 1942.
Gelatina ai sali d'argento/ cartoncino, 287 x 480 mm. Iscrizioni fotografiche evidenziate con tempera rossa: in alto, a sinistra, c'è una datazione: « 10 GIUGNO XVIII ». In basso, a sinistra su due livelli e in asse con il primo testo, compare la scritta: « MENTRE I NOSTRI FANTI CADEVANO| NELL'AGGUATO DI PONTE S LUIGI . . . . . ». il verso del cartoncino presenta tracce di muffe.
Il mosaico fotografico riprodotto è composto da ingrandimenti fotografici incollati su carta grigia, ritoccati con l’ausilio di tempera bianca e nera. In alto a sinistra è riconoscibile una veduta di Ponte San Luigi luogo presso il quale era situato il confine tra Francia e Italia. Alla veduta è stata sovrapposta l’immagine di tre fanti. Nei punti di contatto tra le due fotografie si nota l’utilizzo delle tempere, in particolare lungo i contorni irregolari dei profilo dei soldati. Si distingue un segno a matita tracciato direttamene sul supporto grigio che probabilmente fungeva da guida per il montaggio, il segno corre verticalmente tra il margine inferiore della foto dei militari italiani, sino al limite del cartoncino stesso. In alto a destra è riprodotta un’immagine di repertorio di propaganda imperialistica. In basso a destra ci sono tre riproduzioni dello stesso articolo di cronaca. Quella centrale riporta il nome dell’autore del testo: « Cronaca di Giovanni Caléndoli » e una riproduzione fotografica di alcune iscrizioni realizzate dai combattenti italiani, sui muri del Forte Ponte San Luigi.
Serie 33: [ Mentone dalla distruzione alla rinascita 1940 XVIII ], fondo: Frediani Giuseppe, Istituto Pavese per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea, INSMLI/ Pv.
La composizione ha carattere simbolico e si riferisce ai fatti bellici del 10 giugno 1940, quando le truppe della XVº Armata dell’esercito francese, fecero esplodere la strada che corre presso il Ponte San Luigi insieme ad altri punti strategici, con lo scopo di impedire l’avanzamento delle forze italiane. Lo stesso giorno i tedeschi avevano attraversato la Senna. [La vicenda è narrata in: Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Le operazioni del giugno 1940, Roma, 1981 citato in PAOLO ROSSELLI, L’amministrazione civile a Mentone durante l’occupazione italiana (1940-1943), tesi di laurea, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università degli studi di Pavia, relatore Prof. Giulio Guderzo, a. a. 1997-98, pag. 12. La tesi di Rosselli è consultabile presso l’Istituto Pavese per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea ( Isrec) dell’Università degli studi di Pavia, segn. T 27.]


Tav. 2
Le soldataglie senegalesi saccheggiavano le case e i negozi, 1942.
Gelatina ai sali d’argento/ cartoncino, 287 x 480 mm. Iscrizioni fotografiche evidenziate a tempera rossa: « LE SOLDATAGLIE SENEGALESI | SACCHEGGIAVANO LE CASE E I NEGOZI » . Il verso del cartoncino presenta tracce di muffa e la sagoma di una carta, probabilmente una fotografia 11 x 16, che è rimasta per un lungo periodo di tempo a contatto con la superficie del cartoncino.
Il mosaico fotografico riprodotto è composto da frammenti raffiguranti interni di abitazioni signorili in disordine e particolari di mobilio distrutto e svuotato. Al centro del settore superiore della composizione è collocato l’ingrandimento del pannello che stava ad indicare la sede del consolato degli Stati Uniti d’America di Nizza. Il lato sinistro del montaggio è dominato dagli ingrandimenti di due figure di soldati legionari. Sulla manica del soldato in primo piano si distingue un segno a matita: « 3 ». Altri segni a matita tracciati sulla base grigia, sono riconoscibili lungo il margine verticale sinistro della composizione.
Serie 33: [ Mentone dalla distruzione alla rinascita 1940 XVIII ], fondo: Frediani Giuseppe, Istituto Pavese per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea, INSMLI/Pv
La composizione ha carattere simbolico e fa riferimento alle condizioni in cui versava Mentone dall’estate 1939, quando la “Position de Résistance” fu collocata alle spalle della città, sacrificata per motivi strategici. La massiccia evacuazione della popolazione e delle istituzioni l’avevano lasciata in balia dei saccheggi. [Archives Départementaes, serie 30 w 6930, in 1939-1945 La guerre, cit. pag. 19, citato in P. ROSSELLI, 1997/98: 10]. Il riferimento ai soldati senegalesi offriva una soluzione di compromesso che non implicasse né i francesi né gli italiani, ma alludesse al ricorso dei soldati coloniali come ad una decisione inopportuna, coerentemente con l’ideologia razzista del Fascismo. Le fonti fanno riferimento, piuttosto, alla libertà di circolazione che avevano gli operai durante la ricostruzione come ad una delle possibili cause di questi episodi di ruberie che avevano dato vita ad un vero e proprio scandalo sul quale la stampa francese speculava ampiamente. [MARIA TERESA VERCESI, 1999/00: 170. La tesi è consultabile presso l’Isrec INSMLI/Pv, segn. T 41.]


Tav. 3
….. e le artiglierie francesi di Capo Martino battevano la ridente città, 1942
Gelatina si sali d’argento/ cartoncino, 287 x 480 mm. Iscrizioni fotografiche evidenziate a tempera rossa: « ….. LE ARTIGLIERIE FRANCESI | DI CAPO MARTINO BATTEVANO LA CITTÁ. » La terza barra della lettera “E” in “BATTEVANO”, è stata risparmiata. Sul verso del cartoncino si notano tracce di muffa e una “X” a matita nell’angolo in alto a sinistra.
La composizione del mosaico fotografico riprodotto, si divide in due fasce orizzontali sovrapposte, connesse da tre frecce disposte verticalmente. Le frecce, come le scritte, sono state sovrimpresse sul fotocollage e, a stampa ultimata, dipinte a mano con tempera rossa. Nella fascia superiore si concentrano le immagini dei palazzi distrutti dagli scontri bellici, ripresi frontalmente o di scorcio, queste sono disposte per piani sovrapposti, senza lasciare spazi liberi. Nel lato destro si riconosce lo storico hotel e ristorante Rives d’Azur. La tempera nera è utilizzata per ricoprire i bordi dei ritagli e conferire valori atmosferici. Nel settore più alto si distingue l’utilizzo della tempera bianca che uniforma la veduta del cielo oltre il profilo delle montagne. La fascia inferiore è occupata da 5 immagini di scala dimensionale più piccola, che si saldano fornendo una veduta d’insieme del versante montano. Si intravvedono, oltre le iscrizioni, dei numeri iscritti in piccoli cerchi: due [ 1 ] rispettivamente sul primo e il secondo frammento che sono due immagini identiche, ma nella prima l’autore ha ricoperto con tempera nera il palazzo bianco che si vede nel ritaglio adiacente; un [ 2 ] nel quarto frammento. Si riscontrano tracce di matita lungo il bordo verticale sinistro, che corrono fino al margine inferiore del supporto grigio.
Serie 33: [ Mentone dalla distruzione alla rinascita 1940 XVIII ], fondo: Frediani Giuseppe, Istituto Pavese per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea, INSMLI/ Pv.
La composizione ha carattere simbolico e fa riferimento ad una presunta aggressione a opera della Défense Contre Avions stanziata presso il Forte di Cap Martin, la quale, secondo le fonti, non avrebbe avuto ordine di attaccare se non a scopo difensivo in seguito a offesa arrecatagli. In realtà la baia di Mentone fu colpita da 12 aerei italiani, così come la zona di Bardonecchia; l’azione avvenne in risposta agli attacchi di disturbo dei reparti SES. [PANICACCI JEAN-LOUIS, Menton dans la tourmente, Menton, 1984, pag. 102 in P. ROSSELLI, 1997/98: 19]



Tav. 4
Attività economica-corporativa , 1942
Gelatina ai sali d’argento/ cartoncino, 287 x 480 mm. Iscrizioni fotografiche a tempera nera: una di dimensioni maggiori a titolare il fotomontaggio : « ATTIVITÁ ECONOMICA-CORPORATIVA », altre di dimensioni inferiori collocate al centro della composizione: «SEZIONE SINDACALE CORPORATIVA | LICENZE COMMERCIO 334 | DISTRIBUZIONE BUONI CIRCOLAZIONE 3140 » , « UFFICIO ANNONARIO | BUONI EMESSI 25 000 »; iscrizioni fotografiche a tempera rossa nel settore inferiore della composizione: tre disposte diagonalmente lungo i bordi inferiori delle immagini collocate angolarmente: « DIREZIONE », « PRATICHE SBRIGATE 18205 », « PUBBLICO RICEVUTO 64800 »; tre nell’angolo destro: « RISO Q. 1720 | PASTA 2557 | ZUCCHERO 2065 ». Lievi tracce di muffe sono riscontrabili al verso, oltre ad una croce a matita tracciata sull’angolo in alto a sinistra.
La composizione fotografica riprodotta è organizzata su tre piani, quello più profondo consta di numerose immagini che riproducono stampati utilizzati dal commissariato civile italiano per svolgere mansioni di natura burocratica nel territorio occupato: essi presentano l’intestazione della Commissione Italiana per l’Armistizio con la Francia (CIAF) dalla quale dipende il Commissariato. Il piano intermedio riporta 5 vedute di interni contornate dai bordi bianchi della carta fotografica, disposte a 45º. Sono raffigurati uffici, botteghe e una sala per ricevimenti ufficiali. Il piano più superficiale è occupato a sinistra dall’immagine dell’Hotel Mediterraneo, prima sede del Commissariato, e a destra da un disegno allegorico delle corporazioni con i simboli del lavoro, i cui profili sono stati dissimulati con l’ausilio della tempera nera.
Serie 33: [ Mentone dalla distruzione alla rinascita 1940 XVIII ], fondo: Frediani Giuseppe, Istituto Pavese per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea, INSMLI/ Pv.
La composizione ha carattere simbolico e racconta l’avviamento di un’amministrazione civile con l’istaurarsi dell’Ufficio del commissariato, dipendente dal CIAF di Torino, a sua volta dipendente dal Comando Supremo e quindi da Mussolini. Il compito dell’Ufficio era quello di rendere Mentone da subito parte integrante dello Stato Italiano e non semplicemente una zona militarmente occupata, cosa che di fatto era, essendo stato il commissariato una delegazione del comando militare. La fondazione avvenne il 15 luglio 1940 con l’insediamento dell’ex vice-console Aldo Loni (15 luglio – 26 novembre 1940). Venne istituito un ufficio „Economico Corporativo’ con il compito di disciplinare l’attività economica sul territorio. Le iscrizioni vorrebbero esprimere più esplicitamente l’efficienza italiana nel prodigarsi per riattivare la vita economica della cittadina e la sua integrazione con le nuove autorità. [Istituto per la Storia della Resistenza di Cuneo, Fondo ACS, busta 1, fasc. 52, in P. ROSSELLI, 1997/98: 44].



Tav. 5

Ordine autorità giustizia, 1942.
Gelatina ai sali d’argento/ cartoncino, 287 x 480 mm. Iscrizioni fotografiche evidenziate a tempera rossa: il titolo « ORDINE | AUTORITÁ | GIUSTIZIA », e diverse diciture: da sinistra a destra « TUTELA DELLA PROPRIETÁ », « PROCURE O MANDATARI 2454 | ATTI DI SEQUESTRO 186 », « ATTI NOTARILI 605», « PROCESSI 656 | ATTI D’ISTRUTTORIA 311». Il verso del cartoncino è lievemente intaccato da muffe, presenta inoltre un asterisco tracciato a matita nell’angolo in alto a sinistra e una piccola macchia di inchiostro rosso lungo il margine inferiore.
Il mosaico fotografico riprodotto è organizzato in una composizione asimmetrica, più densa nel lato sinistro, questo è occupata dai frammenti più piccoli, tra i quali si riconoscono: l’immagine di una parete interamente coperta da chiavi appese con relativa targhetta, probabilmente indicante la proprietà e l’ingrandimento di un mazzo di chiavi. A questi frammenti si affiancano una targa che indica il neonato ufficio notarile e l’immagine di una porta alla quale è stata applicata l’insegna delle carceri giudiziarie. Il lato destro presenta i frammenti più grandi, in particolare uno scorcio del palazzo nel quale aveva sede il pubblico ministero e la riproduzione di un disegno allegorico del dominio e dell’amministrazione della giustizia. Il settore centrale presenta un segno astratto a tempera nera e bianca. La tempera nera è usata per dare profondità disegnando delle ombre sottili lungo i bordi inferiori dei ritagli. La tempera bianca è usata per coprire i profili tagliati irregolarmente e a piccoli tratti incrociati lungo i bordi superiori dei ritagli collocati in alto nel settore centrale. Lo stesso utilizzo del tratteggio bianco si nota nel disegno fotografato, siglato: « L. V » che sta per Lucerni Ugo, come emerge dal confronto con le grafiche del Lucerni, analogamente firmate.
Serie 33: [ Mentone dalla distruzione alla rinascita 1940 XVIII ], fondo: Frediani Giuseppe, Istituto Pavese per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea, INSMLI/ Pv.
La composizione ha carattere simbolico e come la precedente ha il compito di dimostrare l’atteggiamento prodigo ed efficiente dell’amministrazione italiana. L’insistere sulla rappresentazione di uffici e cifre di atti eseguiti, risponde sempre a questo scopo: dimostrare come quella italiana non fosse una colonizzazione del suolo francese ma un tentativo della sua integrazione nella cultura e nella civiltà italiana fascista. Ricollegandosi alla tavola numero 2, nella quale si denunciavano i saccheggi perpetrati sulle abitazioni vacanti, si illustra l’azione di « tutela della proprietà » esercitata dai carabinieri italiani, in attesa del rientro dei cittadini Mentonaschi sfollati. Il problema delle ruberie e delle occupazioni coatte non fu mai completamente risolto, nonostante l’impegno commissariale coordinato dall’Ufficio per il Controllo dei Beni Francesi Abbandonati. [P. ROSSELLI, 1997/98: 49, si vedano anche le memorie di Giuseppe Frediani: FREDIANI GIUSEPPE, Diario, giorno 26 gennaio 1942. Il diario di Giuseppe Frediani è stato interamente pubblicato in appendice alla tesi di Paolo Rosselli].

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Federica Maria Giovanna Farci, Mentone dalla distruzione alla rinascita: la collaborazione tra il gerarca fascista Giuseppe Frediani (1906-1997) e il fotografo pavese Guglielmo Chiolini (1900-1991), Tesi di Laurea, Università Ca' Foscari Venezia, Anno Accademico 2012/2013