giovedì 27 febbraio 2020

San Mauro

Foto: Mauro Maccario di Soldano (IM)
San Mauro
(in dialétu du Soudan)

A strada granda, i orti, u canéu in fundu

e au de là du fusàu ina gèixéta.

Da pécìn dau barcùn da štansiéta

l’èira loche végava du mundu.

Su cadru int’in récantu du cö

m’u portu derè fin da fijö,

candu éira lögni, candu studiava,

pénsàndu ai mèi m’u gàrdava.

Ina gèixa antìga e pécinéta

cun in bèlu portégu pe’ asuštàse,

in sìma au tèitu ina canpànéta

pe’ dighe a gènte de San Mauro avişàse.

Au dì da fèsta pe’ a prima funsiùn

se gh’arivàva d’int’u fusàu

caminèndu sùrve e tòure che Vitò u gàva pouşàu,

dòpumègiudì int’u paìşe u Santu in prucesciùn.

Cun u tènpu tutu è šcangiàu

nu s’acàja mancu ciù l’àiga int’u fusàu,

u Santu int’u nìgiu i nu l’àn ciù déštürbàu,

nu vuréria che du paìşe u se fusse šcurdàu.


Mauro Maccario, Soldano (IM), 15 gennaio 2020 

Foto: Mauro Maccario di Soldano (IM)

San Mauro
(in dialetto di Soldano)

La strada provinciale, gli orti, il canneto in fondo

e al di là del torrente una chiesetta.

Da piccolo dal balcone della cameretta

era quello che vedevo del mondo.

Questo quadro in un angolo nascosto del cuore

me lo porto dietro sin da bambino,

quando ero lontano, quando studiavo,

pensando ai miei me lo riguardavo.

Una chiesa antica e piccola

con un bel portico per ripararsi,

in cima al tetto una campanella

per dire alle persone di ricordare San Mauro.

Il giorno della festa per la prima funzione

si raggiungeva (la chiesa) attraverso il torrente

camminando sopra le tavole posizionate da Vitò,

al pomeriggio nel paese la processione con la statua.

Con il tempo tutto è cambiato

non ghiaccia neanche più l’acqua nel torrente,

il Santo nella nicchia non lo hanno più scomodato,

non vorrei che si fosse dimenticato del paese. 


Foto: Mauro Maccario di Soldano (IM)  



sabato 22 febbraio 2020

Leggi un po’ questo

Ventimiglia (IM) - il fiume Roia
[...] E così quando ho incontrato un paio di quelli nati nel venti, che hanno aspettato una vita che qualcuno li facesse raccontare, mi sono messo ad ascoltare, curiosare, domandare.

Il Bar Paris di Ventimiglia (IM) ai nostri giorni

Uno, Pierin, è abituato a farsi vedere appena dopo il mezzogiorno al Paris [in pieno centro urbano di Ventimiglia (IM)], a prendere l’Aperol, con un po’ d’acqua fresca, senza zucchero sul bordo del bicchiere; il secondo, Elio, è da sempre propenso alla clandestinità, al rifugio, alla riservatezza ed ho dovuto pasturarlo per un po’ prima che abboccasse.
[...]
  
Una vista su Perinaldo (IM) e, dietro, Baiardo.
In corriera Tumeta ed Elio stanno salendo a Perinaldo.
Nessuno dei due ha mai avuto la macchina.
Il parroco, don Cassini detto Tumeta, è di ritorno dal mercato dove ha seguito il suo manente per controllarne meglio gli incassi.
Me lo ricordo magro, piccolo, con la lunga veste da prete e la fila di trentatre bottoni come si usava allora, fare il gesto di rigirarsi il dito nel colletto.
Ma c’è chi assicura che si vestisse anche in borghese e che avesse sempre un cambio d’abiti in un bar del centro, prima di ogni scorribanda francese.
E ancora adesso sono in tanti a raccontare che un tale di un paesino in val Bevera sia suo figlio.
 
Il pittore Ampelio Lorenzo Garini
Ma era un uomo più complesso che giocava a carte all’osteria col dottor Gibelli e quando era canonico primicerio aveva la casa piena di quadri di Garini [Ampelio Lorenzo Garini] ma brontolava che poi il pittore col prezzo dei quadri si inciuccasse ed andasse a donne.
Quella volta in corriera sta leggendo il breviario.
Elio nel sedile dietro legge i suoi libri.
Leggi un po’ questo gli dice con aria di sfida e gli passa il Nuovo Vespro di Paolo Schicchi.
Il parroco sfoglia curioso e poi restituisce con un gesto in punta di dita che Elio ancora ripete, come di chi non vuole sporcarsi le mani.
Se Elio racconta di Tumeta vuol dire che un po’ in fondo gli piaceva.
Come quando lo aveva sentito dire, dovreste apprezzare la fatica che faccio a farvi credere in ciò che io stesso non credo.
Ma tante altre cose non è mai riuscito a mandarle giù.
Elio parla più volentieri di quella bollata* di ragazzi che andavano da lui nella casa di Begliun per mangiare, bere, discutere e leggere qualche giornale o libro, quasi fosse una scuola di formazione civica e politica.
E c’era chi non gradiva e la chiamava la casa dei Monsoni e chi con maggior sensibilità aveva detto non ho mai visto case così aperte.

La Chiesa Parrocchiale di San Nicola a Perinaldo. A destra, uno scorcio del Municipio dei tempi di Croesi sindaco.
E una volta il sindaco Milio [Emilio Croesi, 1912-1986], per imbragarlo, stufo di questa autonomia, gli aveva addirittura offerto il posto da segretario del PCI del paese.
Allora non hai capito, pensa Elio, ma non glielo dice subito.
Maria, la moglie del sindaco, ha fatto lo stoccafisso ed in casa hanno sempre del vino buono: così Elio accetta l’invito a cena ma alla fine rifiuta l’incarico.
Allora per evitare che nel paese soprannominato Stalingrado, crescessero idee fuori dal coro, il sindaco aveva chiesto aiuto giù a Ventimiglia se si potesse togliergli d’intorno quel rompiscatole.
Il compagno incaricato della missione trova Elio che lavora di cazzuola e pennello al negozio della Nanda Tessitore, lo invita al caffè e subito gli spiattella tutto - cosa hai fatto a Perinaldo? - gli chiede.
Non farmi perdere tempo che sto lavorando e dobbiamo finire, risponde Elio.
E si ricordò di Cesarino che gli aveva riportato una frase che nemmeno lui aveva capito - bisognerebbe che ci togliessimo dai piedi il pittore maledetto -.


Ma Elio mi confessa un rimpianto. Quando Fiore dei Murin era ricoverato al San Martino a Genova e lui andava a trovarlo, al piano di sopra c’era il sindaco Milio [Emilio Croesi, 1912-1986] che era tosto alla fine; tutte le volte pensava di passare a salutarlo ma non è mai riuscito a salire quelle due rampe di scale. E mi sembra una delle poche cose della sua vita, tra quelle che ha deciso lui, che avrebbe voluto andassero diversamente.
[...]


da ViteParallele di Arturo Viale di Ventimiglia (IM)



* bollata (nota dell'autore) termine con il quale si indica il cerchio sull’acqua prodotto dal pesce che mangia gli insetti in superficie. Si usa per indicare cerchia, gruppo, giro di persone 





mercoledì 19 febbraio 2020

Una resistenza al Podestà di Bordighera

Fivizzano
Mario Mariani nasce il 18 novembre 1897 a Fivizzano, provincia di Massa-Carrara, da Gaetano e Italia Giannette. 

Emigra con la famiglia a Bordighera (IM) nel 1907. 


Partecipa alla prima guerra mondiale nel 23° Regg. Fanteria, ma diserta e viene condannato a 2 anni di reclusione militare con il beneficio della sospensione condizionale per cinque anni. 

Espatriato in Francia nel 1922, risiede a Montecarlo e a Nizza (Alpes Maritimes). 

È iscritto in Rubrica di frontiera e nel Bollettino delle ricerche per il provvedimento di arresto

I vigili urbani di Bordighera (IM) negli anni 1930
 
Nel 1933 è condannato a 6 mesi di reclusione per resistenza al Podestà di Bordighera (IM) e per resistenza ai vigili urbani nell'esercizio delle loro funzioni. 

In Spagna da data imprecisata, è autista alle dipendenze della Società che gestisce la linea pubblica Hospitalet-Parallelo di Barcellona. 

Iscritto al Gruppo Battistelli di Giustizia e Libertà a Barcellona (tessera 171, pagata 25 pesetas), allo scoppio della guerra civile spagnola si arruola nella 142° Brigata come sergente.

L'8 dicembre 1936 passa alla Colonna   Ascaso (Colonna   italiana   "Rosselli").
Quindi è nella 26° Divisione, nella 120° Brigata mista con il 1° Battaglione Matteotti. 

Internato ad Argelès e a Gurs (gruppo italiano, 9° compagnia), in seguito combatte come volontario nell'esercito francese e partecipa alla Résistance insieme a Alfredo Bonsignori e Duilio Balduini.

 Istituto Gramsci Grosseto



domenica 16 febbraio 2020

Le case vicino al torrente



"Le case vicino al torrente" [philobiblon edizioni, Ventimiglia (IM)] è l'unico romanzo scritto da Luciano De Giovanni, poeta nato a Sanremo nel 1922 e morto a Montichiari nel 2001. Con questo "libro di memorie, più che autobiografia" (Stefano Verdino), l'autore, in brevi capitoli, rievoca uomini, donne ed animali incrociati tra l'infanzia e la maturità. La narrazione tende a bloccarsi in ritratti, per gettare un barlume sul profilo di presenze, restituite per un attimo vive, palpitanti. Lo stile sobrio ed il tocco leggero evitano sia indugi descrittivi sia riflessioni sull'inconsistenza delle esperienze umane, affidando alle cose ed agli eventi, da quelli quotidiani alle avversità della guerra, il compito di abbozzare un possibile disegno.

Si alternano così incontri e scorci di "fasce" coltivate ad ortaggi ed a vigne, interni intimi e squarci di mare in lontananza: sono episodi e scenari che De Giovanni riscopre con doloroso distacco, senza indulgere né alla nostalgia né cercando di estrarne un senso. Ogni incontro, non appena avviene, è già una perdita: abissi di silenzio ci separano dagli altri e gli avvenimenti si prosciugano come ombre al sole di mezzogiorno. "Fra le cose che accadevano e quelle che immaginavo non ponevo un preciso limite. Ne gustavo il vago sapore. Non avrei saputo spiegarlo: il gusto, può darsi, della vita che non sappiamo cogliere che pure preme, chiama di là dei confini".

La vita si sfalda, mentre una linea scura si insinua nel cuore. Con sommessa rassegnazione, il protagonista confronta gli anni in cui le colline di Sanremo erano disseminate di piccole case, tra ortivi e limoneti, con la successiva espansione urbanistica il cui danno non è solo nello scempio di valli e declivi, quanto nello sradicamento dalla terra, da un'esistenza dura ma viscerale. Chi ha assistito a questi cambiamenti soffre lo stesso silenzioso dolore che strappa le pagine finali del libro, dove il commiato dalle origini rende ancora più amaro il dolce che ancora si assapora in bocca, il ricordo dell'infanzia.

Avrei voluto mutarmi in pietra, in tronco d’albero, partecipare più intensamente di questo mondo segreto del quale m’ero, chissà perché chissà per come, dimenticato. In ogni caso - e lo sapevo - m’era negato ormai. Non resistevo più di tanto: bastava un niente a riportarmi alla mia magra realtà”.

La vita si immerge nella caducità, poiché "nulla dura in questo strano mondo di pentimenti" e perché "la morte vince sempre": l'epilogo del romanzo scolora nella lieve dipartita del padre, in un mesto pomeriggio.

Alla fine l'autore con un filo di voce sembra chiedersi se sia più vano l'inafferrabile presente o il deserto ormai muto del passato.

da Zret Blog

lunedì 10 febbraio 2020

Bordighera in un'onirica visione di fine XIX secolo

Fonte: Archivio Moreschi

Salve, o sospiratissimo Capo delle Palme [in Bordighera (IM)], monte colossale, simile a smeraldo, che mi sorgi dinanzi tagliato in forma d'immane balena tuffante la coda nell'acque e celante il capo negli Appennini!

Che strana illusione! Numerosi ciuffi di eleganti palmizi, agitati dalle fresche brezze marine, nettamente spiccanti in limpidissimo cielo su quell'enorme cetaceo, sembrano scimmiottarne le pinne e dargli anima e moto.

Io vi mando il più tenero dei miei saluti, o primogenite figlie dell'Africa, che, traversando il Tirreno, veniste ad ospitare tra di noi quasi per dire ai settentrionali che qui ci stan bene anche i meridionali. 


Che tutti i raggi del nostro sole vi bacino, vi accarezzino tutti gli abiti de' liguri favoni; che tutte le molli increspature del nostro mare vengano a lambirvi i piedi!

Siete sì snelle!
Il vostro portamento è una delle più graziose creazioni di una mente artistica.
Ci si sente un non so che che di virgineo, uno stile, dirò così, che alla vostra creazione sembra aver preso parte un genio ellenico.
Quel fusto slanciato, pieghevole, scaglioso, poeticamente chiomato d'un capitello leggerissimo, aerea pioggia di leggiadrissimi pennacchi, mi ricorda le celebri colonne del Pantheon.


Se ai Campi Elisi sorge un monumento vivo alla gloria delle arti belle, dove si raccolgano insieme i Fidia, gli Apelli e gli Omeri di tutto il mondo, quel tempio avrà un colonnato di palme.

Fonte: Ermanno D'Andrea di Bordighera (IM)

Dall'antichità più remota, la palma è sempre stata consacrata a premiare il genio, la virtù tutte le sommità in ogni ordine di cose.

Gli è che il Genio ci ha sempre scorto qualcosa di suo in quel trionfo di Flora.

Fonte: Ermanno D'Andrea di Bordighera (IM)

Deliziosissima è la fuga delle due sponde marine, guardate dal Capo di Sant'Ampeglio. 

Sulla costa a ponente mirabil curva a lunghissimo raggio, ondulata di ridenti collinette, sur uno sfondo maestoso d'alpestri pinnacoli in semicerchio, scorgi l'una dietro l'altra come in un immenso cannocchiale una sfilata di cittadelle singolarmente caratteristiche. - Ventimiglia coronata dei suoi medievali castelli - poi Mentone sorridente nel suo tiepido nido d'aranci - poi Roccabruna fieramente appollaiata sur un scoglio nerastro - poi la Turbia di sopra, superba del monumento del più superbo impero del mondo - e Monaco di sotto, nitida perla in una nitidissima conchiglia madreperlacea - poi Villafranca e il suo faro, e più oltre la lunga e bassa e nebulosa striscia dei Monti provenzali che si segnano appena sull’orizzonte. Di tratto in tratto qualche cima nevosa solleva il capo sull'altre: la diresti una canuta alpe progenitrice, che si affacci a deliziarsi nella numerosa sua prole.


Il tratto di lido, che stendesi da Ventimiglia e Bordighera, è l'unico piano che esiste nella Provincia. 
Ha un chilometro circa di larghezza su cinque di lunghezza ed è un vero paradiso terrestre, com'esso innaffiato da quattro corsi d'acqua, il Roja, la Nervia e i due torrentelli della Torre e del Borghetto, alle cui millenarie alluvioni deve l'esistenza e la vigorosa vegetazione che lo distingue.

È un bosco solo d'agrumi, dal quale ad ogni piè sospinto sporgono fuori elegantissimi ciuffi di palme.

Un microscopico laghetto, il Sant'Anselmo, unico esso pure nella Provincia, ci par cascato a bella posta in tutta quella furia di verde per gettarvi in mezzo uno strappo di quell'azzurro sì bello che gli ride sopra.
Chi mai, traversando quest'eden non si crederebbe trasportato ai pié del Libano, sulle floride sponde dell'Adone, lungo le spiagge della palmifera Fenicia?

In compagnia d'alcuni compaesani, passo in rassegna un'altra volta i pochi ruderi già messi a nudo; un ampio sotterraneo con vestigia di ciclopichi muraglioni e qualche traccia della indistruttibile via romana, rottami di vòlti interrati, pezzi di mosaico d'elegantissima fattura sur un de quali ammirarsi un Arione a cavallo di un delfino in mezzo all'onde formicolanti di pesci.

Oh! Perché la zappa dell'archeologo non ha qui dato ancora un colpo per disseppellire i preziosi avanzi de' primissimi colonizzatori de' nostri lidi?


La costa a Levante, internandosi alquanto nel continente per riprendere ben presto il mare, descrive un arco completo che forma un pacifico seno aperto a S-E.
Tre capi sorgono un dietro l'altro al di là di questa mezza luna del Bosforo; tre capi di diversissimo aspetto e colore il più vicino, Il Monte Nero è un nudo scoglio rosso-brunastro tanto abbagliante al sole che l'occhio vi si riposa appena: un' ardita borgatella, la Coldirodi, vi è insediata tra un nodo e l'altro della sua spina dorsale. Il secondo riccamente arborato di olivi è il Capo Verde, che da questa lontananza piglia una tinta d azzurrognolo. Il terzo, mezzo nascosto in una cenerognola velatura di nebbia marina, è la punta di S. Erasmo.

Fonte: Archivio Moreschi

Dall'una e dall'altra si seguono per un pezzo coll'occhio le due strade, nazionale e ferrata, i due candidi nastri, che legano in un serto le liguri gemme; e le vedi ora avvicinarsi fra loro, ora incrociarsi fraternamente, ora divergere l'una dall'altra; quella, per scavalcare un monte; questa, per aprirsi un più pronto passaggio tra le viscere della montagna.


In faccia esulta l'immensità del Tirreno, liscio come un cristallo di Boemia, splendido delle mille tinte cangianti del collo di una colomba, il verde lucente dei solfati cristallizzati del rame, il purpureo fiammeggiante d'una soluzione di cinabro al sole, l'azzurro iridescente del ferro oligisto, tinte ora fosforeggianti sotto il diluvio de' raggi solari in un irrequieto formicolio di lucciole-diamanti, ed ora increspantisi sotto l'ala delle brezze marine in lunghissimi nastri di neve a fiocchi, vie lattee di quel cielo capovolto.

Fermandoci per poco sull'orlo di questo immenso lago di smeraldo, il mare, c'imparadisiamo all'incantevole vista delle colline belle così che pare vi folleggino gli amorini inghirlandando di rose i fusti delle palme e degli olivi cose tutte le quali agli occhi di Miss Lucy presentavano un tale magico spettacolo, che ripercuotendosi nell'animo la forzavano a ripetere: - Qui non è possibile morire!-

Ed è proprio da questo luogo, e vicin vicino agli avanzi di una batteria scoperta, conosciuta anco in giornata col nome di Torrione, che nel 1812 all'epoca della dominazione francese i sancullottes bordighesi vollero misurarsi con l'aristocratico leopardo, facendo fuoco il 21 luglio, contro di una fregata inglese, che quasi a diporto e pavoneggiandosi radeva la sponda cagionandole non lievi perdite.
Prese il largo la fregata quasi fosse paurosa d'altri guai e mentre boriavano scioccamente quel rimasuglio di pescatori di aver sconfitto un potente nemico, ecco due mesi dopo ricomparire questo legno con altri due armati di cannoni di grosso calibro, e bersagliando quel mozzicone di torre vi danno l'assalto, inchiodano quel pezzo di ferraccio che vomitò fuoco contro il naviglio, chiudono nel forte la ciurmaglia e fatto un giro per il paese spopolatissimo, ché ogni persona aveva guadagnato i monti, fa prigioniero il sindaco assieme ad altre persone e, condottili a bordo, li circondano delle più squisite gentilezze, li rimpinzano di lacchezzi annaffiati da liquori abbondanti, e ubriachi fradici li riportano sulla spiaggia, dove al mattino dopo si svegliarono colla chiave del forte nel cappello e cercando invano il naviglio ch'erasene partito.


Giulio Cappi, Da Mentone a Genova. La Cornice: bozzetti per marine, città, paesi e castella, Tip. Bortolotti di G. Prato, Milano, 1888

mercoledì 5 febbraio 2020

Gli orti perduti del Beodo



Oggi ho incontrato molti cancelli inutili *.
Non dovevano più proteggere nulla.
Solo un desolante abbandono.
Una vittoria esplosiva di tutte quelle piante che per secoli i proprietari dei cancelli hanno tenuto lontane.
Oxalis pes caprae, il terribile trifoglio sudafricano, graminacee varie esuberanti, ortiche rigogliose, clematis vitalba, smilax aspera, senecio talmoides e salpichroa origanifolia. 
Senecio talmoides, una pianta rampicante proveniente dalle Canarie, che sale in cima alle superstiti phoenix canariensis quasi a cantar vittoria per tutti i nuovi conquistatori.
Cancelli socchiusi quasi per far passare comodamente i fantasmi del passato.

Assenze che non hanno bisogno di essere protette.
Assenze a cui nessuno più invia corrispondenza.

Sono rimasti eroici ortolani che in bici raggiungono pericolosamente le fasce strappate all'avanzata delle considerate "Erbacce".
Le fioriture gialle delle mimose, anche loro lasciate libere di fiorire per tutti, catturano il sole quando lui gira ad ovest dietro la collina per sparire.
Loro, le mimose, illuminano l’ombra.

Una rivincita che regala uno spirito di libertà, la vittoria della vegetazione sull'opera effimera dell'uomo.

 Gris de lin

[n.d.r.: * lungo il Sentiero del Beodo di Bordighera (IM)]


Serenità tra i fiori

Francesco Biamonti
 
Uscito dalla stazione, gli appare lo specchio verde azzurro del mare in fondo ai platani, oltre le palme simili a verdi girasoli impazziti di luce. Lo stordisce un riflesso acuto d’acqua e di cielo, l’accecante luminosità gli dà un senso penoso di fastidio, troppo balzandone viva la sua cupa tristezza derivantegli da una ipersensibilità che lo fa piangere quando appassiscono le rose. Il suo animo aderisce ad ogni sfumatura di tristezza, ma rimane totalmente chiuso ad ogni espressione di gioia. Forse è il senso inconscio della caducità della vita, del fatale trascorrere degli anni. Cosciente del suo male, in Ventimiglia è andato a cercare la pace. Ritorna nella città dov’era stato fanciullo e di cui ricorda i giardini penduli sul delirio del mare e il fiume claustrato di roveri. Ha accolto l’invito di suoi lontani parenti per la “Battaglia dei fiori”, pur odiando le folle festose. Egli spera che il corso fiorito che ha visto fanciullo, gli ridia l’equilibrio perduto. A sera, passeggia lungo il mare, rasente i giardini, dove fioriscono come un miracolo bianco le margherite sotto le fronde dei pini, delle palme e degli abeti. Pende la pace dal cielo ove brillano bianche le prime stelle. Rapita da un magato stupore, l’anima indugia in onda mutevole di ricordi remoti, ricordi di una piccola bimba compagna di giochi infantili, svoltisi lì in quel muto giardino com’ora olezzante di fiori. Da molto tempo aveva dimenticato la cugina, maggiore a lui di parecchi anni. Ma ora l'immagine si disseppellisce dal suo cuore: gli appaiono una chioma bionda, un vestitino rosa, risente il suono di un vecchio organino, e il tocco lieve della mano di lei sulla sua fronte già sin d'allora pensosa.

...Nel pomeriggio, fitte nuvole nere passano sulla città. Enzo e Mara prendono posto sulle tribune del corso. Il grigiore del cielo dà a quella profusione inaudita di fiori un effetto strano, come di una primavera dissepolta. Ma Enzo estraneo alla gioia, gode che il cielo sia nero, da attutire i colori. Mara se ne avvede e prova un materno dolore. Giungono loro le note di una musica allegra, che precede la sfilata dei carri avanzati come una allegoria colorata fra una pioggia di petali. E l’espressione della vita e del mondo fantastico trasmutato unicamente in aspetto gioioso, in modo unicamente floreale. Ad Enzo si ricompone nella mente l’immagine triste di quel cespuglio di rose tutte in fiore che una folata di vento ha improvvisamente lasciato nudo, dipingendo nell’aria un momentaneo pensiero di luce rosa. E la solita tristezza. Camminando sui petali, a “battaglia” conclusa, s’avviano sulla riva del mare. E quasi notte ormai: Venere appare una scheggia di quarzo incastonata in una grande volta di cristallo. Enzo sente il corpo esile della donna che reclina sulla sua spalla il capo stanco; è colpito dall’affettuosità materna di lei, da quel gesto che nulla ha di sensuale. Lentamente scende in lui una dolcezza mai provata. Lentamente le immagini del giorno trascorso si ricompongono in nuova luce. Rivede la sfilata dei carri e i tenaci sorrisi delle ragazze bionde e brune. Il suo cuore accoglie finalmente l’armonia dei fiori del corso. In lui piange e canta mortale il coro eterno della vita. E un coro che gli sembra provenire dagli astri, cenere o polvere degli astri, di tutti i mondi che ruotano intorno agli infuocati soli...

Francesco Biamonti, Serenità tra i fiori, in "La Battaglia dei fiori", numero unico, 20 Maggio 1951, qui ripreso da Terra Ligure
 
 
Nel 1951 Biamonti pubblicò su un foglio locale il primo racconto, Serenità tra i fiori, che racconta la “battaglia dei fiori” di Ventimiglia vista dagli occhi di un uomo, Enzo, ritornato in città, dopo anni di assenza, su invito di lontani parenti. A Ventimiglia, «dove è andato a cercare la pace», l’uomo indugia prima nei ricordi della propria giovinezza e decide poi di andare a trovare una cugina. Con lei andrà a vedere la “battaglia dei fiori”. Solo la sera, in un gesto materno della cugina, riuscirà a scoprire la dolcezza e la pace cercata e a ricomporre in un’armonia interiore i festivi frastuoni del giorno. Anni più tardi Biamonti definì il testo «ingenuamente pascoliano». Panella ha messo opportunamente in evidenza come il racconto presenti già alcuni dei motivi tipici dall’opera biamontiana e come sia percepibile l’influenza della tradizione poetica ligure, dell’ermetismo e del simbolismo francese. D’altronde, la formazione intellettuale dello scrittore «fu favorita nel secondo dopoguerra dalla vivacità culturale del Ponente ligure, in costante osmosi con la vicina Francia».

Matteo Grassano, Il territorio dell'esistenza. Francesco Biamonti (1928-2001), Tesi di laurea, 29 gennaio 2018, Université Nice Sophia Antipolis in cotutela internazionale con Università di Pavia 


L’attività di Biamonti scrittore prende il via con il suo primo racconto, Serenità tra i fiori <21, apparso sul numero unico “La battaglia dei fiori” nel 1951, quando l’autore, nato nel 1928, aveva ventitré anni.
La “battaglia” è un rito che si ripete ogni anno nella città di Ventimiglia, quasi a celebrare il risveglio della natura, attraverso una processione di carri ricoperti con mosaici di fiori.
Al di là delle tematiche che lo stesso Biamonti definì “ingenuamente pascoliane” <22, in realtà il testo ha echi pavesiani e autobiografici nell’“ipersensibilità” che viene attribuita al protagonista (Enzo, come il fratello dell’autore) e che è chiave di lettura di tutta la vita e l’opera dello scrittore.
I pensieri reali di Biamonti emergono qua e là (“Le gioie o sono semplici, puramente individuali, o non sono. Le feste acuiscono la tristezza”,…), mentre la pacificazione finale dell’animo del protagonista è influenzata dall’occasione di pubblicazione dello scritto, che doveva pur celebrare in qualche modo la manifestazione della “battaglia dei fiori.”
Se si può tranquillamente dire che il racconto non regge il confronto (sia sul piano poetico che su quello della composizione) con le opere successive dell’autore, la sua importanza consiste oggi nell’attenzione concessa all’analisi delle percezioni del protagonista, tecnica che caratterizzerà tutti i successivi personaggi di Biamonti, e nella possibilità di evidenziare alcuni suoi riferimenti forti.
La prosa sembra senz’altro più stentata, faticosa, con frasi più lunghe e articolate, rispetto alla brevità caratteristica delle opere future, dove Biamonti privilegerà una struttura spezzata da cui emergono solo frammenti. Manca quindi l’equilibrio eccezionale dei romanzi, ma il lavoro dell’autore su lingua e struttura era già cominciato ed evidente.
Dal punto di vista del linguaggio risulta piuttosto esplicita una costellazione precisa di riferimenti, di reminescenze o citazioni letterali di determinati autori, sulla cui tecnica Biamonti formò il proprio stile, nel corso degli anni.
Il primo periodo del racconto è il seguente: “Uscito dalla stazione, gli appare lo specchio verde azzurro del mare in fondo ai platani, oltre le palme, simili a verdi girasoli, impazziti di luce”. Già la prima parte evoca immagini del Montale di Ossi di seppia, come quella del mare che s’intravede tra i rami degli alberi <23, ma nella seconda la citazione è ancora più esplicita, dalla poesia Portami il girasole ch'io lo trapianti <24:
Portami il girasole ch'io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l'ansietà del suo volto giallino.
Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
é dunque la ventura delle venture.
Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce. <24
All’ottava riga di Serenità tra i fiori, si fa notare un’altra eco poetica, più riuscita perché non esplicita come la precedente, nella figura retorica “claustrata di roveri”, probabilmente ispirata dalla “Balaustrata di brezza / per appoggiare stasera / la mia malinconia” della poesia Stasera di Giuseppe Ungaretti <25.
L’omaggio a Montale in apertura è ripetuto quasi ciclicamente nell’ultima riga del racconto, dove la citazione è ancora estremamente scoperta, dalla poesia Arsenio <26:
…e ancora
tutto che ti riprende, strada portico
mura specchi ti figge in una sola
ghiacciata moltitudine di morti,
e se un gesto ti sfiora, una parola
ti cade accanto, quello è forse, Arsenio,
nell'ora che si scioglie, il cenno d'una
vita strozzata per te sorta, e il vento
la porta con la cenere degli astri.
Si sono così già individuati in Montale e Ungaretti due sicuri modelli di tutta l’opera di Biamonti, il cui principale elemento vitale sarà quella luminosità che acceca e disorienta i suoi personaggi. In Serenità tra i fiori, si dice del protagonista che “lo stordisce un riflesso acuto d’acqua e di cielo, l’accecante luminosità”, la quale “gli dà un senso penoso di fastidio troppo balzandone viva la sua cupa tristezza derivantegli da una ipersensibilità che lo fa piangere quando appassiscono le rose”. In questa sensibilità dello scrittore alla natura e ai suoi cangiamenti, si trovano le vere radici della sua poetica, speculare a quella di Valéry che scriveva “all’onda, presto, per balzarne vivi!” <27, preferendo il mare come forza vitale (anche se gli evocava l’immagine del cimitero).
Come si dirà diffusamente per il suo primo romanzo, è da notare la centralità, anche nel primo racconto di Biamonti, del rapporto tra natura e memoria. In Serenità tra i fiori questo aspetto è corredato da alcuni caratteri del fanciullino pascoliano (il vestitino rosa, il suono di un vecchio organino…) e addirittura semi-religiosi (“Pende la pace dal cielo”, come la croce nella liturgia cristiana) ma comunque riconducibili alla poetica successiva di Biamonti e al suo interesse per la percezione umana.
Il protagonista “spera che il corso fiorito che ha visto fanciullo, gli ridia l’equilibrio perduto”, nella medesima ricerca di risposte su sé e il mondo che caratterizza tutti i personaggi delle opere di Biamonti, anche se con toni altrove ben più cupi. Quel mondo di piccole cose con cui Pascoli riusciva a mettersi in comunione ha certo avuto un peso nella formazione di Biamonti, insieme ai testi dei Crepuscolari che teorizzarono la malattia come condizione privilegiata dell’uomo nel suo rapporto con le cose. È il caso di Enzo.
Nel racconto si avverte anche l’influenza dell’uso delle corrispondenze che fece Baudelaire (e dopo di lui il Surrealismo), in alcune immagini che sembrano scaturite direttamente dal sogno. Enzo è prima “colpito dalla vivezza di un cespuglio di selvatiche rose rosse” e poco dopo gli “si ricompone nella mente l’immagine triste di quel cespuglio di rose tutte in fiore”. Pur con un ruolo meno centrale affidato al paesaggio, si è già di fronte alla tecnica dei romanzi, dove ogni battito che c’è suona come ieri e richiama il passato. Biamonti analizza tutte le impressioni dei suoi personaggi, ma non vi è mai in alcuna sua opera un puro flusso di immagini, quanto piuttosto una certa nitidezza e secchezza nell’uso delle metafore, nelle quali scompaiono i confini tra le osservazioni oggettive, la realtà naturale della luce, e le impressioni del “senziente”.
In questo senso Biamonti intenderà sempre la sua scrittura non come modello, immagine della realtà, ma come Controimmagine risultante dal dialogo con il tempo e le voci del passato. Come nella pittura, nelle opere dello scrittore c’è l’incontro continuo di un’Immagine dell’oggetto descritto e di una Controimmagine derivata da colui che lo de-scrive <28. In altre terminologie si usa l’opposizione di materia e antimateria del racconto.
La perizia di usare e affinare tali strumenti s’acquista solo col tempo, e così sarà per Biamonti.
[NOTE]
21 F. Biamonti Serenità tra i fiori in “La battaglia dei fiori”, numero unico, Ventimiglia del 20 maggio 1951. (Il testo è riportato in Appendice, p. 105).
22 Intervista di P. Mallone in Il paesaggio è una compensazione - Itinerario a Biamonti, cit., p. 59
23 “Osservare tra frondi il palpitare / lontano di scaglie di mare”, sono i primi due versi di Meriggio
in Ossi di seppia, Einaudi, Torino 1977.
24 E. Montale, Portami il girasole ch'io lo trapianti in Ossi di seppia, Einaudi, Torino 1977.
25 Scritta a Versa il 22 maggio 1916, contenuta nella raccolta L'allegria - Il porto sepolto poi in Vita d'un uomo: Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1969. (Rievocato anche da Montale in Sul lago d'Orta: “Le Muse stanno appollaiate / sulla balaustrata / appena un filo di brezza sull'acqua”, del 1975)
26 E. Montale, Arsenio in Ossi di seppia, Einaudi, Torino 1977.
27 P. Valéry, Il cimitero marino, trad. di M. T. Giaveri, il Saggiatore, Milano, 1984, p. 67.
28 Il termine scritto “contro immagine” si trova in F. Biamonti in Morlotti pastelli e disegni 1954-1978, Bordighera 1979, a proposito dell’opera del pittore, in opposizione a “materia”.
Claudio Panella, Francesco Biamonti: la preistoria e l'esordio (1951-1983), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Torino, Anno Accademico 2001/2002
 

sabato 1 febbraio 2020

La città che non c'era

Oneglia, Piazza Dante (1900 circa)

[...] Il dibattito politico che anima spiriti e piazze del Ponente ligure nel 1914 vede la guida indiscussa di un partito socialista capace di permeare modalità e tempi del dissidio. Nonostante alcune tensioni interne pronti a deflagrare, sono infatti gli esponenti del socialismo lo cale a monopolizzare l'evoluzione della protesta, dalla guerra di Libia al caso Masetti, dal sostegno delle vittime politiche della Settimana rossa alla propaganda per la neutralità italiana e, dopo il 1915, contro la strage del conflitto mondiale. 
È bene tuttavia contestualizzare la realtà entro la quale si muovono i sovversivi in oggetto: quella che per appartenenza geografica definiamo qui popolazione dell'imperiese, di fatto non esisteva in questi termini. 
La città di Imperia nasce infatti soltanto nel 1923 dall'aggregazione di Porto Maurizio ed Oneglia, insieme con altri nove comuni limitrofi. 

Nel 1914, pertanto, le due città sono divise dal punto di vista ammi­nistrativo, ma soprattutto sono separate da tradizioni comunali ed ideologiche assai diverse tra loro.
Le loro relazioni sono segnatamente conflittuali a partire dal 1576 quando Oneglia, feudo della famiglia genovese dei Doria, viene alienata in favore dei Savoia, andando così a costituire un'enclave sabauda nel bel mezzo dei possedimenti della Repubblica di Genova e, naturalmente, accanto a Porto Maurizio. 
Da quel momento le due sono pertanto separate da un vero e proprio confine statale che contribuirà a proiettare su di esse i mutamenti storici in maniera ambivalente. 
È questo il caso, per esempio, della Rivoluzione francese, che vede con­trapposti una Porto Maurizio repubblicana e filo rivoluzionaria con un'Oneglia monarchica e conservatrice. 
L'invasione napoleonica e la successiva Restaurazione, spostano più volte gli equilibri di potere tra le due, ed occorre attendere il clima risorgimentale per assistere ad una prima reale convergenza di interessi unionisti. Tuttavia, la cessione di Nizza conseguente gli accordi di Plombières e l'inaspettata scelta di Porto Maurizio come nuovo capoluogo di provincia a discapito della civitas fidelissima Oneglia inaspriscono un'altra volta i toni del dialogo politico. 
La crescente influenza della vicina San­remo e il rischio di perdere il ruolo di riferimento nel contesto della riviera ponentina, riaccendono gli animi di coloro che vedono la fusione come un'opportunità; tali umori raggiungono il proprio acme in occasione delle elezioni comunali del 1907, che si tengono contemporaneamente nelle due città e che vedono trionfare due sindaci socialisti. 

Il 10 gennaio del 1908 i rispettivi consigli municipali approvano l'unione, anche se resistenze a li­vello provinciale prima e parlamentare poi non permet­tono infine la realizzazione del progetto, almeno fino al 1923 anno della fondazione di Imperia.
Apprezzabili sono altresì le differenze a livello sociale ed economico, soprattutto a partire dal terremoto del 1887, che innesca una rapida ma disomogenea ricostruzione. 
In particolare è Oneglia ad accelerare impetuosamente, protagonista di un affatto trascurabile sviluppo industriale contraddistinto dalla nascita di oleifici, ferriere e numerose altre imprese. 

Insieme all'industria si sviluppano per numero e autocoscienza le masse operaie, anche grazie all'influenza dei detenuti politici del vasto penitenziario di Oneglia. 
È proprio tra i reclusi che prestano servizio di manodopera all'interno del carcere-fabbrica che a partire dalla seconda metà dell'Ottocento si forma un'embrionale coscienza di classe, favorita pe­raltro dalla presenza di alcuni sovversivi, anarchici in articolare. 

Altro fattore che contribuisce alla genesi di un nucleo rivoluzionario in zona è l'emigrazione a Porto Maurizio di diversi attivisti del centro Italia, i quali stabiliscono presto contatti con la vicina Provenza e con i fuoriusciti là dimoranti. 
Nel periodo che va dal 1880 al 1890 sono proprio i militanti forestieri a fungere da enzimi per la crescita dell'associazionismo democratico imperiese. 

La nascita del Partito socialista dei lavoratori italiani e la conseguente formazione di un Circolo socialista ad Oneglia datata ottobre 1892 darà impulso decisivo alla creazione di una base politica solida ed attraente. 
All'interno del Circolo, intitolato al noto romanziere onegliese Edmondo De Amicis, si forma la fu­tura classe dirigente del partito socialista imperiese da Ennio Gandolfo a Giacinto Menotti Serrati: saranno loro ad implementare l'organizzazione socialista locale facendo leva soprattutto sugli strati operai della popolazione urbana.
In particolare Serrati - all'anagrafe Giacinto Menotti Bartolomeo - è destinato ad una carriera politica si­gnificativa e di caratura internazionale. [...]


Graziano Mamone in Guerra alla Grande Guerra. La galassia dissidente tra Basso Piemonte, Liguria di Ponente e Provenza. 1914-1918, Fusta, Saluzzo, 2016