sabato 25 giugno 2022

I boschi di Goina


 

I veri abitanti e proprietari di questi boschi sono i vetusti Castagni.

Vere opere d'arte,  la bellezza che nasce con il passare del tempo.

Questi quasi immortali avi hanno sfamato migliaia di bocche salvando persone dalla fame per centinaia di anni.

Erano curati come figli, sotto le loro chiome e la loro ombra tutto era in ordine, dai muretti a secco, all'eliminazione delle erbe alte e dai cespugli, c'erano anche piccole casette dove si facevano seccare i frutti a fuoco lento sui graticci.

Case di gnomi infaticabili.

Il mio bisnonno di Triora piantava le patate in quella terra fertile dove arrivava il sole.

Ricordo il nonno che, quando facevamo i capricci, ci prometteva come castigo di andare a piantare anche noi le patate da quelle parti.

Certamente da bambino avrà dovuto aiutare il padre, caricandosi sulle spalle un sacco dei tuberi che sfamavano ma costavano così tanta fatica.

Nel menù degli abitanti della valle erano compresi latticini, per chi aveva capre o pecore, patate e castagne.

Castagne nel latte, castagne nel brodo, castagne secche, castagnaccio, pane di farina di castagne, torta di castagne e cachi, insomma sempre la stessa musica.

Bisnonno e famiglia stanchi di quella monotonia sarebbero scesi con quattro cose verso la costa, sperando in un cambio al meglio.

Il ritorno a quella dieta sarebbe però ritornato durante l'ultima guerra e avrebbe colpito anche mia madre.

Giunta la fine della catastrofe per tutto il resto della sua vita non ha voluto più sentir parlare di castagne.

Ora tra gli alberi scultura si aggirano fotografi alla ricerca di forme antropomorfiche e pittori che cercano di fermare sulla carta quelle forme così affascinanti.

Bici e moto distruggono i sentieri di pietra inconsapevoli della fatica fatta da chi li aveva fatti e curati.

Anche il popolo dei cacciatori osa profanare quei luoghi lasciando scarti e accendendo fuochi per scaldarsi dentro la cavità ad anfiteatro dei tronchi corrosi.

Le vecchie case di pietra ormai abbandonate dall'ultimo pastore per raggiungere il Camposanto, stanno rovinando; i castagni continueranno, invece, a gettare attorno al vecchio tronco i nuovi figli per i futuri immeritevoli abitanti della terra.

 

Gris de lin

 

lunedì 20 giugno 2022

Sanremo (IM): presentazione del libro "L'astro di Pippo Barzizza"


 

 Nell'ambito della mostra SWING CORNER OF THE FORTRESS 


Giovedì 23 giugno 2022, ore 18

SANREMO - Forte di Santa Tecla

 

Presentazione, quale evento collaterale, del libro

L'ASTRO DI PIPPO BARZIZZA

di

Freddy Colt





Questa attenzione di Ligustro alla diversa luce del giorno

Ligustro, Stampa Polpo - colore chiaro - Fonte: Ligustro

Al 1985 risalgono anche le prime prove xilografiche dell'artista [Ligustro]; una veduta dei tetti di Oneglia [Imperia], con un fiore in primo piano e il grande cerchio del sole sullo sfondo; una barca con il marinaio al timone su una nave curvo, e nuovamente l'astro che tramonta con la sua scia riflessa sull'acqua.
Si tratta di xilo su legno di "testa", come si è detto, e non di "filo", come avviene comunemente nella stampa giapponese e come il Ligustro prenderà a fare successivamente.
Ma da queste prime, essenziali e quasi scarne prove, alle ricche stampe "broccato" (Nishiki-e) negli anni Novanta la corsa sarà breve.
Ligustro, come tutti i geniali autodidatti, assumerà gli elementi della stampa giapponese rielaborandoli in una sua personale tecnica; così si fabbricherà degli strumenti propri al fine di ottenere gli effetti desiderati.
Il baren, o tampone dischetto per premere il foglio sulla matrice in legno, di sughero a diametri varianti, e non di corda; il kento, o registro marginale sulle matrici, a modulo variabile, un'idea questa che solo a prima vista pare banale "come tutte le idee innovative" che il nostro deve avere mutato dalle vecchie cassette a regolo dei caratteri tipografici, ma che gli permette di fatto di realizzare anche l'uso di decine e decine di matrici sullo stesso foglio senza ricorrere all'accumulo delle tavolette di legno.
Così dalle prime prove di policromia, rabeschi di limoni in giallo, oro, verde e violetto, Ligustro è giunto al suo primo piccolo capolavoro xilografico, Il mio mondo, 1989, un foglio di più di cinquanta centimetri, in cui ha dispiegato tutte le magie della tecnica Nishiki-e; il gofun, l'uso della polvere di conchiglia nel pigmento, il karazuri, tecnica di stampa per impressione a secco, con effetti di rilievo, il sabi-bori, tecnica di stampa che evidenzia le pennellate, il bokashi, la gradazione del colore, e si veda a questo proposito il prezioso glossarietto di Fiamma del Gaizo in fondo al catalogo alla recente mostra Arte xilografica giapponese dei secoli XVIII - XX, per il decennale del Centro Studi d'Arte Estremo Orientale di Bologna.
Durante l'ultimo decennio la creativa vena xilografica di Ligustro si è sviluppata ampiamente: da prove preziose come Il sogno di Chuang Tse: La farfalla, un foglio accompagnato dalla calligrafia. Nulla si sa e tutto si immagina, che evoca stilisticamente tanta grafica Decò, alla prima serie dei tre diversi "stati" di Jneja, con le vedute del golfo di Imperia in tre momenti del corso del sole, dall'alba alla notte.
Questa attenzione di Ligustro alla diversa luce del giorno, intesa come intonazione di cromie sullo stesso disegno, ritorna, mi sembra, anche in altre serie di varianti: Il circo, del 1998, e la Finestra del pittore dello stesso anno. Si tratta di grandi fogli, di sessanta per quaranta centimetri, in cui egli dispiega tutta la sua grande abilità di incisore e stampatore "si ricordi che in Giappone non era la stessa persona a fare queste due operazioni" e soprattutto la sua genuina natura di poeta dell'immagine. Sono, queste stampe di Ligustro, come anche Sole nella rete, 1998, Palloncini, 1998, Varco nel cielo, 1999, La danza del sole e Malinconica attesa, 2000, degli esempi potenti di come la xilografia, in quest'epoca di arte concettuale e computerizzata, non sia morta; di quanto l'immaginazione, la mano paziente dell'uomo possono dare all'espressione delle figure del mondo.
Vi è infine quella stampa che io preferisco, Geisha alla finestra con veduta di Oneglia, 1998, e che a me pare uno dei piccoli capolavori della xilografia del Novecento, e che sintetizza in un'immagine alcuni dei motivi centrali della nostra cultura figurativa: l'immagine della donna di spalle mentre si pettina, la finestra sul golfo con la luna, il fiore in primo piano e la quinta di base, il paravento di glicini, con la lucertola che pare mirare la luna argentata.
Qui si assiste, nella piena autonomia dell'illustratore "intendo illustrazione nel senso più alto" a tutta una serie di "richiami visivi", da Utamaro a Matisse, dai Nabis all'Art decò; perché questa è stata la magia di Ligustro che, nel momento in cui egli voleva rifare l'Ukiyo-e, egli ha fatto se stesso, e tutte le suggestione tecniche che andavano a confluire nella sua abilissima perizia manuale, dalle raffinatezze dei surimono all'eleganza del nishiki-e, si sono piegate all'immaginazione di un uomo dei nostri giorni.
a cura del Prof. Marco Fagioli
Redazione, La tecnica di Ligustro, Ligustro

giovedì 16 giugno 2022

Una tragica esplosione di 78 anni fa

Ruderi nella zona della Polveriera di Borgomaro - Fonte: Experience Liguria, cit. infra

La Polveriera di Ville San Pietro, Frazione di Borgomaro (IM), era stata costruita nel bosco in modo da sembrare un villaggio come tanti altri, con tanto di chiesa e campanile.
18 baracche potevano contenere 10.000 bombe e altre 18 servivano per immagazzinare diverse tonnellate di balistite. Tutto il materiale bellico veniva trasportato fin quassù dalla stazione di Imperia a mezzo di camion militari, per approvvigionare le postazioni in quota, ad esempio le batterie di Cima Marta.
Nonostante l’innocente apparenza di case rurali, erano state erette su basamenti di cemento, e per la maggior parte, circondate da spessi muri in pietra, che, in caso di incidente, dovevano prevenire che si instaurasse un reazione a catena ed esplodessero anche le baracche intorno.
Nel giugno del 1944 i partigiani conquistarono il corpo di guardia e scacciarono i soldati. Le popolazioni della valle Impero e di Prelà, ormai prive di tutto dopo i lunghi anni di guerra, iniziarono a prelevare tutto il materiale che poteva essere riutilizzato nella vita quotidiana, soprattutto i contenitori per l’esplosivo.
La balistite era infatti conservata in sacchetti di tela fine, a loro volta messi in controcasse di zinco che, a coppie, erano custodite in casse di legno. La balistite venne semplicemente sparsa sul terreno, i sacchetti utilizzati per confezionare lenzuola e indumenti, le casse di zinco per l’olio ché il 1944 era stata un’annata di produzione eccezionale. Persino i chiodi, merce rara in quei tempi, venivano raddrizzati per essere riutilizzati. Se nei primi momenti gli abitanti del luogo agirono con prudenza, con il passare dei mesi il loro comportamento si fece via via più disinvolto fino a rasentare la temerarietà e a provocare il disastro.
Il terreno era ormai ricoperto da uno spesso strato di balistite e il 18 novembre, per disattenzione o per la sua propria instabilità, si incendiò, provocando due colonne di fuoco altissime, visibili fino dalla costa. Morirono in 42, chi sul colpo, chi in seguito alle gravi ustioni riportate.
Questa storia contrasta fortemente con quello che oggigiorno resta da vedere; una piccola carrozzabile erbosa e pacifiche radure tra gli alberi dove sorgevano le baracche.
La natura, come sempre, si è ripresa quello che l’uomo ha tentato di toglierle e pietosamente nasconde le tracce di guerre e disgrazie, anche se basta spostare erbacce e rovi per trovare i basamenti in cemento, alcuni fusi dall’immane calore dell’incendio.
Solo il deposito n. 21 è rimasto parzialmente in piedi, scampando chissà come a quell’inferno di fuoco.
[...] Grazie allo storico Alfredo Mela, all’archeologo Gian Piero Martino dell’Associazione Culturale A Lecca, al Sindaco di Borgomaro Adolfo Ravani, a Giorgio Gonella della sezione di Ceva dell’ANA, all’Associazione Wepesto.
Redazione, L'invasioni digitale alla Polveriera di Borgomaro, Experience Liguria  

Il 18 novembre 1944 una colonna di fuoco superò in altezza le nubi che sovrastavano le montagne dell’Alta Valle Impero. Quintali di balistite, destinata a propellente per i cannoni del Vallo Alpino, trasformò la Polveriera, liberata dai partigiani, in un inferno. I sacchi e le casse svuotati dall’esplosivo, riversato sul terreno, erano ottimi contenitori per olive e olio in un’annata di produzione straordinaria.
A pochi minuti di cammino, la cava di colombina riposava sotto un manto di terra ed erba, nascosta agli occhi degli aerei nemici.
Dopo più di 70 anni le memorie di un intero villaggio abitato da migliaia di bombe, munizioni e cariche esplosive torneranno alla luce.
La storia farà ancora un passo indietro, nella cava medievale che fornì le pietre per le case e per le macine da frantoio, con il racconto del Sig. Pastorino il cui padre lavorò la colombina proprio in quel luogo.
Nel finale visiteremo il museo temporaneo creato dal Comune e dagli abitanti nelle scuole di Ville San Pietro con i cimeli rinvenuti nella Polveriera e nelle case: spesso le bombe, disinnescate, e le casse di esplosivo venivano riutilizzati per compiti di vita quotidiana, quindi conservati in solai e cantine.
Nicola Ferrarese, La Polveriera e la Cava delle Macine, Invasioni digitali, 29 aprile 2017   

domenica 12 giugno 2022

Figure di antifascisti imperiesi, esuli negli anni Venti

Imperia: portici della Calata G.B. Cuneo nel porto di Oneglia

6.4 Pochi, ma grandi nomi dell’antifascismo imperiese
Non mancarono, però, anche nell’Imperiese esuli particolarmente inseriti nelle maglie dell’antifascismo militante, che seppero creare una rete solida e in contatto con i dirigenti dei partiti in esilio, dai quali ricevevano direttive e a cui rendevano conto del proprio operato, che non cessarono di lavorare in favore della causa italiana accanto a quella europea, tanto che molti di essi sarebbero poi tornati in Italia per inserirsi nella cospirazione.
Tra questi vi fu Leonardo Dulbecco, comunista di Porto Maurizio, che aveva alle spalle una militanza di vent’anni nel Psi, prima di optare per la frazione intransigente alla scissione di Livorno, già segretario della locale Camera del Lavoro, fervente antifascista negli anni culminanti della lotta di classe e poi nel 1922 con la salita al potere del fascismo, quando si distinse per la sua propaganda contro il costituendo regime assieme ai suoi compagni più fidati.
In occasione delle prime elezioni fasciste, infatti, il gruppo di Dulbecco, Carlo Serrati, Giovanni Amoretti “Moretto”, Felice Musso organizzò una distribuzione clandestina di liste elettorali con candidati antifascisti, una provocazione che costò loro la subitanea ritorsione da parte fascista. Amoretti e Serrati, che gestivano assieme un’azienda produttrice d’olio, videro messo a fuoco il proprio magazzino, e così fu della piccola ditta “l’Olearia” di Dulbecco, il quale dovette anche subire una campagna scandalistica che colpì la sua immagine pubblica, condotta in primo luogo dal giornale "Il Littorio", che lo accusò di bancarotta fraudolenta e riuscì persino a farlo incriminare e subire una condanna a tre anni di carcere.
Fu allora che Dulbecco prese la via dell’esilio, fuggendo clandestinamente assieme alla famiglia, cercando rifugio dapprima in Svizzera e in Belgio e poi, non riuscendo ad ottenere i documenti, nel 1926 raggiungendo la Francia, stabilendosi ad Antibes, dove la rete di conoscenze imperiese e antifascista gli trovò un lavoro presso un ristorante e gli fece avere i documenti per poter restare in territorio francese. Da Antibes Dulbecco mantenne i contatti con i compagni imperiesi, facendo loro giungere informazioni e volantini di propaganda stampati oltralpe, e si inserì nella rete antifascista del Midi, restando in contatto con i compaesani Amoretti e Musso, ma anche legandosi a Italo Oxilia, figura cardinale dell’organizzazione socialista e giellista di tutto il Sud, in contatto diretto con Parigi. La sua avventura in Francia sarebbe durata ben poco tempo, perché egli morì nel 1931, all’età di quarantatré anni <334.
Felice Musso, ex sindaco socialista di Castelvecchio, all’avvento del fascismo dovette lasciare il paese perché perseguitato e si rifugiò nella vicina Nizza, come tanti compaesani. La famiglia lo raggiunse piuttosto tardi, nel 1930, la moglie Giuseppina, la figlia Ornella e il figlio Lorenzo, il quale si inserì subito nell’organizzazione socialista al fianco del padre e dei vecchi compagni imperiesi <335.
Giuseppe Amoretti, il “Moretto” comunista di Oneglia, lasciò Imperia anch’egli dopo il dissesto finanziario della sua attività di commercio in olio, e grazie alla dote della moglie poté rilevare un negozio di commestibili nel cuore della Vieille Ville, intrico di vicoli dove dal secolo precedente gli italiani si erano installati con le loro botteghe, alimentari, ristoranti. Egli si inserì dapprima nel movimento comunista italiano a Nizza, ottenendo ruoli di responsabilità, in stretto contatto con Felice Musso e i compagni imperiesi, poi si integrò sempre più nelle organizzazioni del Pcf, mantenendo rapporti con l’emigrazione antifascista e con la sinistra locale <336.
A Ventimiglia intanto operava in collaborazione con il gruppo antifascista locale un sarzanese, fuggito dal Levante perché ricercato dopo i fatti di Sarzana, ex ardito del popolo e già socialista rivoluzionario: Ercole Gallinella. Nel 1923 Gallinella si era trasferito a Ponente per non incorrere nelle rappresaglie degli accaniti fascisti lunigianensi, ma non aveva cessato di impegnarsi nella causa antifascista. Egli continuò ad esercitare il suo mestiere anche a Ventimiglia, aprendo un negozio di barbiere, che di fatto divenne un recapito per gli antifascisti di passaggio tra l’Italia e la Francia, un approdo per portaordini e informatori, ma soprattutto un luogo di riferimento per organizzare espatri clandestini, in collegamento con comunisti francesi <337.
Frattanto a Sanremo si manteneva in rapporto con gli esuli e operava con grande dedizione l’intellettuale e giornalista Giuseppe Amoretti, figura forse non rappresentativa della migrazione imperiese ma celeberrima per la sua fama nazionale. Sanremese, egli si formò a Torino dove condusse gli studi universitari e poi a Milano, Trieste, Alessandria, dove lavorò come redattore di svariati giornali antifascisti come "L’Ordine Nuovo", il Lavoratore Comunista, l’Unità tra il 1922 e il 1924, subendo arresti e attirando su di sé l’attenzione della polizia fascista nonché quella del partito comunista, che lo inserì nei quadri dell’organizzazione e investì sulla sua figura politica. A Milano giunse ai vertici del partito negli anni della clandestinità, collaborando alla direzione accanto a Palmiro Togliatti e Camilla Ravera e poi nel Centro interno. Inviato a Roma per tentare di ricostituire il disciolto Pcd’I, dopo aver compiuto viaggi clandestini all’estero, a Berna e a Basilea, essendo egli in contatto con le maglie del fuoriuscitismo, fu infine scoperto e condannato dal Tribunale Speciale nel 1928 a tredici anni di reclusione. La sua emigrazione in Francia si sarebbe svolta negli anni della crisi come accadde per la maggior parte dei dirigenti comunisti, quando, dopo l’indulto del 1934, fu dimesso dal sanatorio di Pianosa e l’anno seguente raggiunse Marsiglia, dove nel frattempo si era rifugiata la fidanzata Anna Michela Bessone, presso uno zio là installatosi per ragioni di lavoro e si inserì negli ambienti della sinistra comunista <338.
6.5 Antifascisti imperiesi nelle colonie francesi
Vi fu poi una minoranza che scelse, come capitò in altre reti migratorie liguri, la via dell’Africa francese. Filippo Antonio Anfosso, comunista di Camporosso, fervente propagandista, era emigrato solo, celibe, a ventidue anni, nel 1923 in Francia, a Nizza e poi a Mentone, dove trovò lavoro come cameriere. Nel 1927 da Marsiglia era poi salpato per Tangeri, in Marocco, dove si era nuovamente impiegato come cameriere presso un albergo dove lavoravano molti connazionali, il Grand Hôtel Saint-Georges, indirizzato dalle reti di solidarietà della colonia immigrata. Sul finire degli anni Venti si trasferì in Algeria, dove sposò Lucia Destonesse, mise su famiglia e mantenne rapporti epistolari con i genitori rimasti in Liguria, inviando loro anche aiuti in denaro, mentre continuò a perseguire il proprio impegno antifascista <339.
Anche Nino Siccardi, comunista divenuto poi celebre partigiano della zona imperiese, dopo una prima esperienza migratoria nel Midi, a Saint-Raphaël, Cannes e Marsiglia tra il 1929 e il 1930, dove fece il distillatore di mosti d’uva, prese rotte nuove e persino inconsuete per gli antifascisti liguri, cambiando luoghi e mestieri negli anni della grande crisi, adattandosi di volta in volta alla contingenza del momento. Si ritrovò così ad attraversare negli anni Trenta la Siria, la Spagna, il Marocco francese, per poi rimpatriare e tornare a viaggiare per lavoro, trovando impiego imbarcandosi come macchinista <340.
I migranti imperiesi degli anni Trenta avrebbero teso invece a rientrare con l’inizio del conflitto e alcuni di essi parteciparono alla lotta di liberazione. Forse il fatto di aver compiuto la propria formazione civica sotto il regime influì sulle scelte che si presentarono agli esuli con l’avvento della guerra; e ciò tanto più nella zona di confine e di occupazione, dove l’insofferenza per l’italianizzazione forzata di Mentone rendeva la permanenza italiana assai difficile <341.
[NOTE]
334. AIsrecIm: IID3: f. Leonardo Dulbecco.
335. AIsrecIm: IID4: f. Lorenzo Musso.
336. Cpc: b. 105, f. Giuseppe Amoretti.
337. Assp: b. 106, f. 4 Ercole Gallinella.
338. Cpc: b. 105, f. Giuseppe Amoretti.
339. Cpc: b. 127, f. Filippo Antonio Anfosso.
340. AIsrecIm: IIDB: f. Nino Siccardi.
341. Cpc: b. 2794, ff. Angela Liprandi, Annita Laura Liprandi, Arturo Mario Dino Antonio Liprandi; b. 2795, ff. Giovanni Battista Liprandi, Giusto Antonio Liprandi, Liutprando Liprandi; b. 4291, f. Linda Revoir; b. 4794, f. Nino Siccardi. Dpp: f. Filiberto Armando Novella. Sull’occupazione italiana in Francia: Jean-Louis Panicacci, L’occupation italienne. Sud-Est de la France, juin 1940-septembre 1943, Presses Universitaires de Rennes, Rennes, 2010.
Emanuela Miniati, La Migrazione Antifascista in Francia tra le due guerre. Famiglie e soggettività attraverso le fonti private, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Genova in cotutela con Université Paris X Ouest Nanterre-La Défense, anno accademico 2014-2015 

Tuttavia Terzi viene ancora segnalato nel 1931 dal Ministero degli Interni come possibile frequentatore di un centro antifascista a Ventimiglia, ubicato presso il negozio di un parrucchiere sarzanese, tale Ercole Gallinella, ma il Prefetto spezzino risponde alla nota ministeriale, affermando che, pur essendoci sospetti sulle attività dell’ex sindaco di Sarzana, dalle perquisizioni domiciliari e familiari eseguite dalle forze dell’Ordine, non è mai risultato nulla.
M. Cristina Mirabello, Pietro Arnaldo Terzi, Progetto “Le vie della Resistenza (1943-1945)”, I.S.R. Istituto spezzino per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea

[...] Andrea Ventura, autore de “I primi antifascisti. Sarzana, estate 1921”, una fine ricerca storica incentrata sui “Fatti di Sarzana”, nel suo intervento ha introdotto il periodo storico di riferimento approfondendo alcune caratteristiche del fascismo e dell’antifascismo, il primo nato come un fenomeno violento e maschilista che indirizzava la propria barbarie principalmente sulle classi operaie e sulle donne (significativo che la prima vittima in assoluto della violenza fascista fu Teresa Galli, un’operaia che prese parte a un corteo di protesta di lavoratori), volendo stroncare il protagonismo che in quegli anni assunsero i movimenti dei lavoratori che rivendicavano miglioramenti salariali e delle condizioni di lavoro nelle fabbriche e nelle campagne. Quanto alle motivazioni che portarono allo sviluppo di una coscienza antifascista, tra le più diverse spiccavano la ribellione alle prepotenze perpetrate dai fascisti e l’avversione allo stato permanente di guerra generato dal fascismo. Venendo ai “Fatti di Sarzana”, Ventura ha ricordato che la loro eccezionalità consistette nella circostanza che le forze dell’ordine locali reagirono alle squadre fasciste, gli aggressori, anziché abbandonare la popolazione a se stessa, comportamento che in quel periodo costituiva la norma. Ovviamente le forze dell’ordine guidate dal capitano Jurgens agirono con motivazioni differenti rispetto agli Arditi del Popolo, che a loro volta si opposero alle squadracce; tra loro il sarzanese Ercole Gallinella, barbiere costretto a fuggire a Ventimiglia dove continuò la professione, con la sua bottega punto di riferimento per gli antifascisti che dovettero emigrare in Francia, grazie alla collaborazione logistica dell’avvocato Arnaldo Terzi, il “Sindaco di Sarzana del 21 Luglio 1921”, marchio che oggi gli rende onore ma che nel ventennio gli rese difficile la vita, fino a quando gli fu tolta in un campo di sterminio nazista. [...]
Redazione, Sarzana, consegnata a Garibaldo Benifei l’onoreficienza civica ‘XXI Luglio 1921’, Città della Spezia, 1 agosto 2013

In quel periodo il partito aveva, insomma, serie difficoltà a svolgere la propria attività alla luce del sole tanto da dover trovare e cambiare di continuo dei luoghi sicuri. Questa situazione veniva ben descritta in un documento intitolato “nel 1923 in un ufficio clandestino del partito” redatto dalla stessa Camilla Ravera e reperito presso il “Gramsci”.
"Nella primavera del ’23 l’ufficio di direzione del partito era stato riorganizzato a Milano. A Roma la polizia fascista aveva invaso perquisito e devastato i locali della direzione, arrestato i compagni che là lavoravano e i dirigenti del partito su cui era riuscita a mettere le mani. Analoghe devastazioni e retate di compagni aveva compiuto nelle maggiori città d’Italia. I compagni dirigenti sfuggiti a quella prima ondata poliziesca fascista s’erano ritrovati a Milano e avevano fatto un piano di riorganizzazione e di lavoro rispondente alla situazione. Con l’aiuto di un amico ingegnere, che mise a disposizione del partito un suo insospettato locale di lavoro, si organizzò a Milano un ufficio clandestino della direzione. E ad Angera, sul lago Maggiore, un secondo ufficio cautelato al massimo, perché vi risiedeva il compagno Togliatti. Era una piccola villa che, all’aspetto, testimoniava un lungo abbandono; circondata da un simpatico giardino dove le piante e i fiori da tempo vivevano e crescevano in piena libertà. Da Milano, il compagno Amoretti ed io vi arrivavamo due o tre volte la settimana per portare a Togliatti le notizie raccolte nell’ufficio milanese, le informazioni ricevute dai nostri “fenicotteri” (i compagni che ristabilivano i collegamenti con le organizzazioni periferiche nelle varie province) [...]" [...]
Benedetta Mancino, Camilla Ravera e Margherita Sarfatti: due parabole umane a confronto, Tesi di dottorato, Università degli Studi del Molise, 2014

«Rinviammo una persona nuova con tutte le istruzioni possibili e tale da poter agire». (Franco Ferri suggerisce in nota che dovrebbe trattarsi di Giuseppe Amoretti: probabilmente la notizia gliel’avrà data Ravera. Il vero paradosso è che nel resoconto analitico della vicenda [cfr. infra, Ravera/2 al cap. v] questa seconda missione a Roma successiva a quella fallimentare di Ester Zamboni non c’è affatto. Dunque parrebbe trattarsi di una invenzione a uso e consumo di Togliatti allarmato per l’inettitudine con cui avevano lasciato arrestare Gramsci
[...] A parte qualche inesattezza, la sintesi Pillon (1967) fornisce qualche altro elemento:
a) «l’Ufficio Io» del PC dI, che Pillon chiama anche «Ufficio illegale» ma che forse dev’essere l’«Ufficio tecnico» di cui Ravera parla piú volte nelle pagine del Diario, aveva «minuziosamente predisposto» il «piano per far espatriare Gramsci». «Disgraziatamente era stato impossibile - seguita Pillon-Ravera -; quando Camilla Ravera era giunta a Roma, ai primi di novembre, aveva trovato chiusi tutti gli abituali recapiti del partito». Giuseppe Amoretti e Felice Platone li avevano chiusi perché erano «convinti che tutti i dirigenti del partito, compreso Gramsci, fossero a Genova ad una riunione clandestina del Comitato centrale. Invece Gramsci, già pedinato dalla polizia, non aveva potuto recarvisi ed era tornato a casa, dove la milizia lo aveva stretto d’assedio».
[...] b) «Appena rintracciato Amoretti, Camilla Ravera si era subito precipitata in via Morgagni. Era una gravissima imprudenza, una mossa estremamente pericolosa: ella era infatti il personaggio piú clandestino della segreteria del Pcd’I, giacché a lei era affidata l’attività “illegale” dell’organizzazione. Eppure, in quella circostanza non c’era altro da fare: bisognava pur sapere cosa fosse successo a Gramsci».
c) «Amoretti e la Ravera trovarono la casa di via Morgagni circondata dai fascisti. Come entrare? Per queste incombenze occorreva impiegare una donna, ma Camilla Ravera non doveva correre un tale rischio: era ricercata con mandato di cattura. Proprio in quel momento era arrivata da Milano - inviata dall’Ufficio Io - Esther Zamboni, con l’ordine di far fuggire Gramsci. Non era conosciuta dalla polizia e superò lo sbarramento della milizia senza difficoltà».
[...] d) «Gramsci non volle uscire con lei: sapeva che se lo avesse fatto lo avrebbero fermato, e avrebbero arrestato anche Esther Zamboni. Era assurdo compiere un simile tentativo. Se si fosse presentato un momento piú propizio… Ma il momento piú propizio non si presentò. Piú volte Amoretti tornò nella piccola via periferica fuori Porta Pia: implacabili, i militi fascisti erano sempre là» [...]
Luciano Canfora, Spie, URSS, antifascismo. Gramsci 1926-1937, Salerno Editrice, Roma, 2012