giovedì 14 ottobre 2021

Mostra "Il paesaggio è una compensazione" a Bordighera

Francesco Biamonti (San Biagio della Cima, 3 Marzo 1928 - 17 Ottobre 2001)

 

Sabato 16 ottobre 2021 - Lunedì 1 novembre 2021  ore 17 - 19

Unione Culturale Democratica -  Sezione ANPI - Bordighera (IM), Via al Mercato, 8

Inaugurazione Sabato 16 Ottobre 2021 alle ore 17.30 


Mostra

Il paesaggio è una compensazione

 

Per ricordare lo scrittore Francesco Biamonti nel ventennale della sua morte, sono esposti documenti letterari, foto e dipinti dei pittori:  

Bea di Vigliano

Sergio Biancheri

Sergio Gagliolo

Silvio Maiano

Enzo Maiolino

Guido Seborga

Joffre Truzzi

 

“...Italo Calvino ….Era molto serio, laborioso, parsimonioso, industrioso, assorto, concentrato, moderato, indaffarato, calcolatore, misuratore, come tutti i migliori liguri: Sbarbaro, Montale, Biamonti, nonché Caproni. ...”  (Alberto Arbasino 'Paesaggi Italiani con zombi')

“...Biamonti fu scrittore che con la visibilità e la visualità delle cose si misurò fin da subito e a lungo , tutta una vita, fedele tanto a un esercizio percettivo che ha dell'ascetico, quanto a una stretta selezione di soggetti privilegiati, ma fedele, innanzitutto, alla ricerca, dentro la visibilità, di una spiegazione e 'tenuta' ontologica  del reale . …..”  ( Giorgio Bertone 'Cartolina sinestesica per Francesco')

“...In Biamonti (ma non dimentichiamo l'analogo atteggiarsi di Rimbaud) l'elemento coloristico-visivo predomina sempre sull' “evento “. ...” ( Paola Mallone 'Luci e silenzi in Francesco Biamonti')

“... Biamonti ha saputo costruire fin dal suo esordio un affresco compiuto della situazione storica ed esistenziale in cui, tra la costa ligure e le alture prealpine, si muovono i suoi personaggi: le loro anime non sono segnate soltanto dall'orfanità del divino, ma anche dalle ferite della storia passata (le guerre mondiali) e presente (il passaggio dei migranti, le nuove guerre che insanguinano il Mediterraneo). … (Claudio Panella 'Francesco Biamonti 'L'Esilio e il Regno sul confine italo-francese')

“...L'adesione al socialismo di Biamonti è anche, e innanzitutto, ideale e culturale.... (Simona Morando 'Per una storia di Francesco Biamonti socialista. Prime indagini')

 

Ingresso libero

I visitatori sono ammessi nel rigoroso rispetto delle vigenti norme sanitarie anti Covid

 

Giorgio Loreti

Unione Culturale Democratica -  Sezione ANPI - Bordighera (IM), Via al Mercato, 8  [ Tel. +39 348 706 7688 - Email: nemo_nemo@hotmail.com ]

domenica 10 ottobre 2021

Il Toraggio, un monte che ci assomiglia

Il Monte Toraggio - Foto di Gris de lin

Il suo messaggio sembra essere: "Sono un monte interessante, amo la mia solitudine e per questo ho cosparso di rocce aguzze e frane tutti i miei percorsi. Ma per chi è capace di raggiungermi e conoscermi profondamente riservo tesori immensi".
Un po' come il carattere dei liguri, riservati, schivi e apparentemente scostanti che se riesci a farteli amici scoprirai di una generosità inaspettata.
Noi che abitiamo ai suoi piedi e abbiamo la fortuna di poterlo osservare giornalmente e in tutte le stagioni sappiamo che è un tipo vanitoso che ama adornarsi di nuvole d'ogni tipo e foggia .
La luce sulle pareti si diverte a incidere grazie alle sue falesie ombre che sembrano incisioni modificandone l'aspetto.
È un trasformista che con la collaborazione delle nubi, che il vento sposta continuamente, sembra vestire e svestire drappi chiari e scuri come scialli che vanno dall'oro al verde chiaro, al tortora, al grigio chiaro, al rosa dell’aurora ed al rosso bruciato del tramonto: e cupo come una vedova in grisaglia quando il cielo è minaccioso.
Ama anche nascondere alla vista tutto ciò che è sotto di lui con l'aiuto di densi e spessi nembi che imitano un mare.
Una meraviglia per gli occhi di chi ha raggiunto la cima e può abbracciare da lassù lo spettacolo.
Ci si ritrova isolati dal resto del mondo sottostante come per un incantesimo.
In inverno, quando la neve lo ricopre di bianco, si isola nel suo silenzio, sa che le insidie nascoste sul suo percorso sono note e fanno timore agli escursionisti.
Un luogo che ha accolto in un abbraccio fraterno la vegetazione africana con quella islandese, che si sono perfettamente acclimatate e vivono in perfetta armonia.
 

Amelanchier ovalis - Foto di Alfredo Moreschi

Magiche le fioriture degli Amelanchier ovalis, che si confondono con i loro delicati petali bianchi mescolate alle nebbie, le quali spesso percorrono frettolose le rocce.
 

Paeonia officinalis - Foto di Alfredo Moreschi

Sbalorditivo il colore vermiglio delle Paeonie officinalis sparse a piene mani da un paesaggista molto, molto speciale.
 

Lilium pomponium - Foto di Alfredo Moreschi

Lilium croceum - Foto di Alfredo Moreschi

Si osservano profane processioni quando i Lillium pomponium e i Lilium croceum sostengono le corolle con gli stami che sembrano torce accese.
 

Genziana lutea - Foto di Alfredo Moreschi

I candelabri invece delle Genziane lutee svettano come alabarde per un torneo tra cavalieri sulle distese erbose in discesa.
 

Saxifraga lingulata - Foto di Alfredo Moreschi

Sulle rocce appese le saxifraghe lasciano dondolare le loro corolle sui lunghi steli, con alla base il ciuffo di foglie dai margini calcificati simili a neve pietrificata, che rimane sospesa.
Si direbbe che si cibino di nulla.
 

Foto di Gris de lin

Può capitare di essere attesi ad un angolo della salita da una vecchia volpe che come un mendicante attende parte del tuo picnic.
Raggiungere la vetta è un emozione ed un premio per poter scorrere con lo sguardo tutti gli altri Monti e lontano anche il mare.
Un premio che fa accettare una discesa mozzafiato da ungulati.
Questo unico Paradiso terrestre è per noi una divinità che ci guarda con l'occhio benevolo del pastore che controlla il suo gregge.
Chi ha la fortuna di aprire le finestre e gettare uno sguardo ed un saluto al "suo TORAGGIO" [1] inizia meglio la giornata.
Gris de lin

[1]  Il monte Toraggio (1.973 s.l.m, "Turage" in ligure) è un rilievo montuoso che si innalza sullo spartiacque tra la val Nervia e la val Roia, al confine tra Liguria e Francia (Dipartimento delle Alpi marittime).
Wikipedia

sabato 9 ottobre 2021

Solitamente scrivo sulla riviera di Ponente perché io sono di laggiù

Un acquerello di Nico Orengo - Fonte: Università degli Studi di Torino cit. infra

[...] Nicola Antonio Maria Orengo, detto Nico, era nato a Torino il 24 febbraio 1944. Torinese di nascita ma ligure di origine, era figlio del marchese Pier Paolo Vladi, regista  e scrittore, e di Casimira Incisa di Camerana.
A Torino frequentò i primi anni della scuola  elementare per poi trasferirsi nei luoghi d’origine della sua famiglia, a La Mortola Inferiore, nella Liguria dell’estremo Ponente. Nello scenario incantato dei giardini Hanbury, nella villa che era stata un tempo della sua famiglia, trascorse la propria infanzia a stretto contatto con la natura. In quei luoghi avvenne la sua vera formazione e si sviluppò il suo interesse per il mare, la botanica, i libri, il teatro, il cinema, e in particolare verso quel tipico paesaggio ligure che divenne caratteristica peculiare di quasi tutta la sua produzione letteraria, punto privilegiato da cui osservare le trasformazioni della società.
Non a caso proprio il distacco dalla terra d’origine generò in Orengo la necessità della scrittura: a sedici anni con la sua famiglia fece ritorno a Torino, dove proseguì gli studi nella scuola di Agraria di Lucento, per poi trasferirsi a Roma presso la zia Renata, fine intellettuale, sorella del padre e moglie di Giacomo Debenedetti. Nella capitale, dove era già stato alla fine degli anni Cinquanta per sostenere l’esame di recitazione al Centro Sperimentale di  Cinematografia, conseguì il diploma di maturità magistrale; lì conobbe, fra gli altri, Elsa Morante, Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini, che frequentavano il salotto di suo zio. Di nuovo a Torino, si iscrisse alla facoltà di magistero che abbandonò per incominciare a scrivere.
Grazie all’appoggio di Franco Antonicelli, aveva esordito in poesia con la raccolta Motivi per canzoni popolari (1964), mentre il suo esordio in prosa avvenne, per intercessione di Nanni Balestrini, con l’uscita del racconto ‘sperimentale’ Per preparare nuovi idilli (Milano 1969), che era stato letto due anni prima (maggio 1967) all’incontro del Gruppo 63 a Fano.
A 22 anni Orengo entrò, a fianco di Italo Calvino, all’ufficio stampa dell’Einaudi dove rimase fino al 1977. Abile scopritore di talenti, assorbì e interpretò a fondo lo “spirito einaudiano” di quegli anni, insieme a Roberto Cerati, Ernesto Ferrero, Giulio Bollati e Guido Davico Bonino. Nel giro di poco tempo, sviluppò un profondo, contrastato e duraturo legame di amicizia con Giulio Einaudi.
Con la nascita del primo figlio Simone, a cui dedicò A-ulì-ulé (Torino 1972 poi Milano 2011), una raccolta di filastrocche, conte e ninnenanne con i disegni di Bruno Munari, Orengo incominciò a dedicarsi alla poesia per l’infanzia, che coltivò per lungo tempo, pubblicando decine di titoli, alcuni dei quali (ad esempio L’allodola e il cinghiale, Torino 2001, con i disegni di Luigi Mainolfi) sono stati dedicati ai figli che nacquero successivamente: Vladimiro, Antonio ed Eugenio.
Se i primi romanzi furono influenzati dalla  neoavanguardia, come il romanzo E accaddero come figure (Padova 1972), con Miramare (dapprima rifiutato da Calvino per Einaudi e pubblicato da Marsilio nel 1976; poi Torino 1989), Orengo col tempo cambia direzione e indaga la sua nostalgia per la terra d’origine, popolando le sue storie (la sua bibliografia non è ancora stata completamente esplorata: una ventina di romanzi e decine di raccolte poetiche oltre a traduzioni, prefazioni, curatele e migliaia di articoli giornalistici) con  personaggi che abitano quella lingua di terra così vicino alla Francia: pescatori, giardinieri, dive del cinema, commercianti di sale, barman, nobili russi, contrabbandieri, donne inquiete e marinai, e coltivando una lunga e approfondita poetica in difesa del territorio.
Nel 1977 tornò alla poesia, Collier per Margherita (Roma) raccolta di poesie amorose intrise di ironia, cui seguì Cartoline di mare (Torino 1984 e 1999) dove la natura diventa sempre più protagonista, anticipando così il romanzo Dogana d’amore (Milano 1986; poi Torino 1996), cui seguirono Ribes (1988) e Le rose di Evita (1990).
A partire dal 1978, Orengo aveva iniziato a lavorare come giornalista culturale presso il quotidiano torinese “La Stampa” dove, nel giugno del 1989, divenne responsabile del supplemento settimanale Tuttolibri, ruolo che ricoprì fino al dicembre 2007, continuando successivamente a collaborarvi.
Nel 1993, in collaborazione con l’Università di Genova, ideò il Premio Hanbury-La Mortola, dedicato allo studio e alla salvaguardia del paesaggio.
Collaboratore di numerose riviste letterarie, della radio e della Rai, per cui scrisse alcune sceneggiature e radiodrammi, Orengo fu anche un bravo acquerellista e seguì con passione l’arte contemporanea, avendo stretto amicizia con numerosi artisti tra i quali Giulio Paolini, Luigi Mainolfi, Gilberto Zorio, Salvo, Marco Gastini, Michelangelo Pistoletto, Giosetta Fioroni, Claudio Parmiggiani, Giorgio Griffa, Luigi Stoisa, Ugo Giletta. Scrisse a lungo di arte, come dimostrano numerosi cataloghi di mostre e curò le edizioni della Via del sale, rassegna d’installazioni d’arte tra Piemonte e Liguria organizzata da Silvana Peira.
Si spense a Torino il 30 maggio 2009. [...]
Redazione, L'eredità di Nico Orengo all'Università di Torino: libri, manoscritti e documenti al Centro Gozzano Pavese - Fotocomunicato, Università degli Studi di Torino, 12 maggio 2017

Un acquerello di Nico Orengo - Fonte: Università degli Studi di Torino cit.

Anche per quello che riguarda la «generazione del ‘68», Raboni è abbastanza chiaro, e le sue scelte, in tutto concomitanti alla sua attività di consulente editoriale, si riflettono in buona misura nel catalogo dello “Specchio” e della “Fenice” così come si delinea nel corso degli anni Novanta:
"Nell’elenco «anagrafico» della generazione, che la forte vicinanza (alcuni di questi autori hanno debuttato una decina di anni fa, altri più di recente, e da tutti è ragionevole aspettarsi ulteriori indicazioni e sviluppi) rende particolarmente provvisorio, possiamo intanto scrivere i nomi di Dario Bellezza, Angelo Lumelli, Nico Orengo (1944), Giuseppe Conte e Maurizio Cucchi (1945), Biancamaria Frabotta, Vivian Lamarque, Francesco Serrao (1946), Patrizia Cavalli e Cesare Viviani (1947), Roberto Carifi (1948).
Marco Corsi, Canone e Anticanone. Per la poesia negli anni Novanta, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Firenze, Anni 2010/2012 

Un acquerello di Nico Orengo - Fonte: Università degli Studi di Torino cit.

Quest'intervista ha avuto luogo nel dicembre del 1995 a Torino, negli uffici di via Marenco della Stampa. Nico Orengo, responsabile di Tuttolibri, ha risposto a alcune domande sulla sua attività di critico e di intellettuale e, soprattutto, sui suoi più recenti lavori di narrativa. Ne riportiamo il testo in questa sede.
SL: Perché sempre e solo la Liguria, anzi, la riviera di Ponente nei suoi romanzi? Perché non Torino?
ORENGO: Volevo aspettare una storia, vorrei provare cose, fatte in precedenza, di cui non sono stato assolutamente convinto. Vorrei provare a scrivere un romanzo su Torino, che non ho mai scritto. Cioè ne ho scritto uno che proprio non mi convinceva. Si chiamava La misura del ritratto (Bompiani, 1979, n.d.r.). C'era in esso la presunzione di poter capire Torino e vedere Torino, quando Torino era già stata scritta e descritta molto bene da Calvino, da Pavese, da Arpino, da Fruttero e Lucentini. Lì ho capito che dovevo ancora conoscerla, infatti non ho mai più scritto su Torino. Adesso, invece, vent'anni dopo quel romanzo, vale la pena riprovare. Provare perché il problema è sempre quello di scrivere una storia, ma, se si parla di una città, bisogna anche dare un taglio diverso, e, allora, lo vorrei fare attraverso le case che ho abitato. Solitamente scrivo sulla riviera di Ponente perché io sono di laggiù, la conosco molto bene, ed anche perché, ormai, non esiste più nella vita e, quindi, anche nella letteratura, un centro e una periferia, cioè delle storie che possono essere raccontate solo in una città e non in una cosiddetta periferia. Ormai i problemi di una città si trovano anche in una periferia.
[...] Poi (le ambiento) là perché, intanto è il luogo delle radici, ma anche perché è una Liguria strana perché, come dire, è tipica, molto mare, scoglio, roccia, una Liguria pietrosa, impervia, ma allo stesso tempo è anche la Liguria degli inglesi, una doppia Liguria, fatta dagli inglesi, e quindi c'è una cultura in più. Questo è un fascino ulteriore alla motivazione di scrivere di lì.
SL: A proposito di radici ne Le rose di Evita, l'Alborno senior, il nonno, seguendo il suo sogno d'amore, riceve questa punizione (se vogliamo chiamarla così). Cioè, è vero che chi parte dal proprio paese, dalla propria società, dal proprio ambiente rischia l'emarginazione, l'alienazione, e in certi casi addirittura la follia?
ORENGO: Chi taglia le radici, taglia la storia, e in qualche modo compie un grande delitto.
SL: Ma ognuno non si porta dietro la propria storia? Non si può creare qualcosa di nuovo?
ORENGO: Sì, se la può portare, ma inevitabilmente "tira" queste radici che ci sono. Credo più all'innesto che al disvellere la radice per creare una cosa nuova. Non si può mai creare una cosa nuova e forte, se non è forte la motivazione della memoria. Memoria che non è nostalgia, ma è proprio qualcosa che indica il movimento. Può darsi che loro vengano puniti da chi non capisce che, andando via, ma avendo una forte memoria, può dare rinnovamento. Quelli che li puniscono sono quelli che rimangono sempre lì, e che, magari, non ne hanno nemmeno coscienza. E quindi le loro radici si appassiscono. Può darsi, per esempio, che il padre del ragazzo che ha la forza di girare una collina e che rimarrà sempre lì sia, come dire, l'altra faccia dell'andar via, cioè la forza della memoria e dello stare lì, ma di riuscire a girare una collina, quindi di dare del nuovo. Non va a cercare il sole. Porta il sole lì. Il nonno, invece, va a cercare il sole.
SL: Dogana d'amore ha aperto, diciamo, le porte alla narrativa, al romanzo. In questo lavoro però è molto tenue il confine fra narrativa e poesia, spesso il narrare lascia il posto a un'armonia di lingua echeggiante le sue "cartoline." Sia Siciliano che Guglielmi nel recensire questo romanzo furono colpiti dall'amore di Martino per la trota. Qual è la relazione fra le tre "femmine" del romanzo, cioè Armida, Margherita, e la trota?
ORENGO: Margherita è la donna reale. Armida e la trota sono le donne del disagio. Ognuna di loro cerca di varcare un confine, sia Armida che la trota, e anche lì (come nei personaggi di Le rose di Evita, n.d.r.) intervengono il disagio e il movimento, anche lì bisogna cercare di superare un confine. Nella morte tutti attraversano di nuovo quest'acqua e scendono nel profondo.
[...] SL: Passiamo al Suo romanzo più recente, cioè L'autunno della signora Waal (Einaudi, 1995). Che cosa l'ha spinto ad affrontare l'impresa di scrivere un romanzo interamente basato sulle donne? Un romanzo che, partendo dalla catena di indistinguibili "Luise, Luciane, Terese, ecc.," amiche e sorelle delle donne di Ribes, con il personaggio della signora Waal quale loro madre elettiva, consigliera e confessore (manca il sostantivo femminile), non vede né analizza, figure maschili?
ORENGO: Io, questi romanzi che scrivo, non li vedo mai come isolati, ma li vedo sempre come uno "spicchio," come un romanzo lungo. In questo "spicchio" volevo parlare degli stranieri in Liguria. Allora per parlare degli stranieri in Liguria, che poi sono le presenze inglesi, tedesche e olandesi, quelle forti, e quello che mi piaceva era descrivere (perché uno cerca sempre di scrivere l'altro, oppure di descrivere se stesso attraverso l'altro, oppure di descrivere se stesso per mancanza), anche perché sono tante, erano queste anziane signore vedove, ο che diventano vedove, che ancora abitano in Liguria. Io avevo alcuni modelli reali, insiemi di persone, comunque presenze, silhouettes. Altro dato: in ogni storia, in ogni libro credo di mettere sempre due storie, una, profonda, e l'altra è una storia più quotidiana, più realistica, più sull'oggi, che una volta può essere la televisione, un'altra volta può essere l'alga assassina. Questa volta, sul lato urticante nel senso positivo, vivo, mi sembrava che poteva essere il mondo delle donne, un certo mondo delle donne, un certo segmento del mondo delle donne. Allora, siccome anche in questi paesi, come del resto in Italia, la figura delle donne che lavorano è un problema molto grosso, mi piaceva di fare questo paese in cui gli uomini non ci sono, ο se ci sono sono morti, inesistenti, vengono fuori proprio per l'inesistenza, oppure attraverso il parlare delle donne. Quello che mi piaceva era, appunto, l'idea di avere un coro femminile senza volto, volutamente senza volto, anzi può darsi che sia addirittura un personaggio solo, diviso in molti momenti a formare un coro, oppure può darsi che siano tanti volti colti su un'unica musicalità, su un unico tema, che è l'insoddisfazione della casa, della famiglia, del marito, dei figli, dell'insoddisfazione del lavoro, e soprattutto, la fatica, di affrontare tutte queste cose insieme. Questo, fatto come una specie di coro, di frinire di grilli, come d'estate quando fa caldo, di cicale, questo ronzìo su dei fatti molto concreti e molto reali. L'anonimità del coro è un effetto voluto, certamente, altrimenti avrei dato dei volti, avrei dato dei comportamenti diversi. Invece ho dato dei comportamenti che sono piuttosto di superfìcie; ciò che è importante è che sono di una certa generazione, sono le donne degli anni settanta, venute su con gli anni di piombo, venute su col desiderio di lavorare, di diventare più libere, che però hanno ancora un linguaggio che è ancora maschile. La loro liberazione, purtroppo passa attraverso un modello che in questo momento è ancora inevitabilmente maschile, e poi diventerà un linguaggio loro, chissà. Trasgredire diventa un imperativo tristissimo per chi lo applica e, perché consumistico, non è profondo. Il loro trasgredire purtroppo ha dei confini (ma che poi credo per tutti), è il trasgredire che propongono poi le riviste femminili, la televisione, la pubblicità; non è un trasgredire libero, lo sento come un non trasgredire libero. Le donne sono ancora vittime di modelli imposti da una volontà maschile. [...]
Stefania Lucamante, «Intervista con Nico Orengo», Rivista di studi italiani, XIV (2), dicembre 1996, p. 138-151

Altro spessore culturale ha il volume di Antonella Tarpino, Il paesaggio fragile. L’Italia vista dai margini (Einaudi, 2016); e soprattutto diversi sono il tono e i modi con cui l’Autrice affronta il tema e ci espone le sue riflessioni.
[...] Una volta chiarito che l’identità non è stabile ma fluida e mutevole, la Tarpino comincia ad illustrare i luoghi che ha visitato. Il primo itinerario si svolge proprio sulle Alpi, partendo da Ventimiglia e percorrendo tutta la Val Maira, fino a Elva, a 1637 metri di quota: si tratta di “paesaggi del limite”, cioè di zone dove la cultura non ha attraversato i territori, non ha “circolato”, ma si è espansa in lunghezza utilizzando strade tortuose e sentieri impervi che dal mare portano alla montagna. Erano le strade dei “capellai” e degli “acciugai”, di quelli, cioè, che andavano nei villaggi montani per comprare i lunghi capelli delle donne per poi farne parrucche, e di quelli che andavano a vendere le acciughe salate, trasportandole nelle botti su carretti improvvisati. Ma erano anche le strade per le quali passò il pittore Hans Clemer che nei primi del XVI secolo affrescò le chiese di alcuni villaggi, portando in quei paesi fuori mano i primi vagiti della pittura rinascimentale. Gli stessi sentieri erano percorsi dai colporteurs, infaticabili venditori di libri e abili narratori di storie che, essendo analfabeti, avevano appreso dalle letture altrui. A sostenerla nella sua descrizione dei luoghi, la Tarpino chiama in aiuto gli scrittori Nico Orengo e Lalla Romano, che in quei paesaggi hanno ambientato alcuni loro romanzi.
Mariano Fresta, Il senso, il sentimento e la ragione dei luoghi, Dialoghi Mediterranei, n° 24, marzo 2017

Nella produzione letteraria di Orengo due metafore identificano efficacemente due diverse fasi del suo percorso: la scrittura come viaggio e la scrittura come giardino.
La prima metafora si trova nel poemetto L’esercizio del sentimento, pubblicato su rivista nel 1974 e in volume nel 1977. <128 Il testo si divide in una prima parte narrativa in cui viene descritto il viaggio in automobile di una coppia, l’exemplum, nella definizione di Maria Corti, che precede l’argumentatio (come in una quaestio amatoria medievale), <129 in cui vengono approfonditi e illustrati gli spunti dell’inizio. L’argumentatio comincia da «Lezione come: / insegnamento che in una volta si dà», e la sua funzione è precisata subito dopo in «analisi sommaria / sull’esempio» e in «idea di misurare e confrontare ogni parola / che si fa balbettio curvo sull’esempio» (CMe, 23). Le due parti si distinguono anche metricamente: a «versi lunghi e diseguali cola ritmici» seguono «versi più brevi e ritmicamente definiti, legati da numerose rime e da un molto più pronunciato sistema di rispondenze foniche». <130
[NOTE]
128 NICO ORENGO, L’esercizio del sentimento, in “Pianura”, 1974, pp. 15-26. NICO ORENGO, L’esercizio del sentimento, in ID., Collier per Margherita e, Roma, Cooperativa scrittori, 1977, pp. 19-35.
129 MARIA CORTI, Prefazione, in Ibidem, p. 5.
130 MAURIZIO CUCCHI e STEFANO GIOVANARDI (a cura di), Poeti italiani del secondo Novecento, Milano, Mondadori, 2004, vol. II, p. 742.
Federica Lorenzi, Il paesaggio nell’opera di Nico Orengo, Tesi di Laurea, Université Nice Sophia Antipolis en cotutelle internationale avec Università degli Studi Di Genova, 14 novembre 2016

mercoledì 6 ottobre 2021

Addio distintivi di carica e fasciste littorie


Vi fu un personaggio che il 1° maggio 1924 invitò in Pieve [di Teco (IM)] gli squadristi di Albenga e fu lui che, in quella memoranda notte, indicò a quella ciurmaglia avida di malaffare le case ove farvi irruzione sicché, vittime di gravi percosse, furono trascinati alle carceri cittadini onesti e stimati.
In questo episodio di terrore trovò la morte Bartolomeo Cerato, che decedette poco dopo, a seguito delle percosse ricevute.
Ma queste azioni contano poco dinnanzi al miraggio spregiudicato d'un avvenire di prosperità famigliare.
E l'impiego venne - era naturale. Il (...), senza concorsi o titoli, si trovò impiegato governativo presso l'Agenzia Catastale di Imperia, riuscendo sempre naturalmente, quale benemerito fascista, a far trasferire ad Imperia Città la propria moglie, maestra in Pieve di Teco.
Così arrotondò egregiamente i suoi proventi e così raggiunse ciò che per lui sarebbe stato follia sperare.
Era dunque possibile che un regime dittatoriale potesse perdurare e resistere nel tempo se tra i suoi sudditi più significativi, al centro e in periferia, c'erano di questi esemplari?
«Un trucco podestarile»: la definizione scaturisce limpida come acqua di fonte dall'analisi dei fatti che mettono in piena luce un passato ed un presente, e che inquadrano una vita manchevole di ogni vera attività qualificante  amministrativamente.
Il (...) giunge al potere attraverso un armeggio velato da un leggero senso di supponenza indisponente, che però nascondeva un ardente desiderio, malamente simulato. E così è accaduto che, trasportato dalla sola curiosità del mandato podestarile, ne assunse l'investitura ma, come un immorale spregiudicato, respinge poi ciò che prima servì ai propri sensi, così lui abbandonò al capriccio degli eventi il culto dell'amministrazione, distruggendo quel senso d'autorità, indispensabile per chi tiene al proprio prestigio.

Infatti, nei caffè e per le vie, il suo mandato lo commentava fra smorfie e sberleffi, come se si trattasse di scherzi da menestrello, ben felice quando riusciva a indurre al riso i suoi interlocutori.
Ma poiché dal ridicolo al disprezzo il passo è breve, si pervenne agli omonimi stercorei battesimi della sua targa professionale, forse per dirgli che più in basso non si sarebbe potuti scendere e per colpire tanta sua strafottenza podestarile.
Troppe volte egli ha ripetuto espressioni menefreghiste ai suoi amministratori ed essi, per legittima ritorsione, lo hanno voluto colpire colla forma più triviale ed offensiva.
Questo io credo sia stato per lui il vero significato di un tale conferimento e, benché esagerato, non del tutto immeritato.
Nel campo amministrativo, un uomo veramente consapevole della responsabilità assunta, deve mettere a disposizione dell'autorità Prefettizia, le sue dimissioni, ogni qualvolta riconosca l'insostenibilità della sua carica.
Se ciò non fa è naturale che debba sopportare tutte le conseguenze derivanti da un mandato assunto come una semplice sinecura, cioè con una trascuratezza che, spesso, confina con atti di strafottenza.
Spesso poi tale comportamento urta il risentimento degli amministrati, che finiscono per reagire con gliatti e i mezzi che, a loro giudizio, possono sembrare i più adatti e consentiti.
Questa è la ragione degli stercorei imbrattamenti della targa professionale e dell'uscio stesso della sua casa di abitazione.


«Nicola». Tutti sanno chi è questo Nicola, perciò nessuno lo vorrà con fondere col buon questuante conventuale, noto nella valle per il saio francescano che lo onora.
Cioè, a tutti è ben nota questa occhialuta figura, tutta elettricità e squadrismo.
Egli è marziale, massimamente quando veste l'orbace con cimiero e stivaloni, e maestoso incede colle mani intrecciate al tergo, dondolandosi come oca sull'onda.
Quasi quasi fa sorgere il dubbio s'egli scenda di Val d'Arroscia, oppure se appaia come un'ombra risorta dal Vallo delle Termopili.
È veramente solenne il nostro Nicola!
Il Suo passo pesante e sonoro, da dragone della Guardia, manifesta al Suo Duce tutta la foga del suo spirito rivoluzionario.
Ma Nicola non è rettilineo, perché ignora come qualmente l'uomo, che professa con vero culto un'idea, non si deve limitare ad una disciplina puramente esteriore, ma deve sul serio uniformare la sua vita a tutte le esigenze morali e materiali necessarie per il trionfo del principio stesso che lo anima.
Perciò, se a questo concetto di sacrificio non si ispirano le attività di chi ricopre mandati di responsabilità, non solo egli tradisce l'idea, ma offende anche quella massa che, in buona fede, può averlo scelto come depositario delle proprie confidenze.

Ma quella di Nicola non è stata una vita di sacrificio per l'idea.
Il fascismo che, in un primo tempo, avrebbe voluto essere l'esaltazione del nazionalismo, inteso nel senso di elevazione spirituale di tutti i valori nazionali, rivendicati all'Italia quei diritti che ad ogni popolo competono per legge divina, ha chiesto per tale scopo il contributo personale dei suoi gregari.
Molti di questi onesti, e sinceramente convinti, disposti a tutto sacrificare per la maggior gloria dell'idea, hanno risposto con entusiasmo, ma il Nicola e gli infiniti nicolini locali, non solo non hanno risposto all'appello del Duce, ma hanno persino smarrite nell'agitazione del panico le proprie insegne.
Addio distintivi di carica e fasciste littorie: ben altra posta vi era in giuoco. Si trattava ormai della conservazione della pelle, che più contava, e questa fu salvata.

[...] 


Il 1° maggio 1924, a seguito di una incursione punitiva in Pieve di Teco da parte delle squadre di azione di Albenga, io con Pepin Ferrari - Cesare Molinari e Andrea Rossi - (questi tre ultimi d'antica fede socialista) e parecchi altri, fummo costretti ad accettare la tessera del fascio.
Ciò è avvenuto perché il Pretore di Pieve, sig. Accame, di Pietra Ligure, unitamente al Commissario Prefettizio locale dell'epoca, ci avevano assicurati che, con tal gesto, avremmo ottenuto la scarcerazione della trentina di arrestati in quel giorno, che poi furono portati nelle carceri giudiziarie di Oneglia.
In effetti si ottenne la scarcerazione di parecchi ma non di tutti; i rimanenti vennero scarcerati in seguito.

Così restammo inscritti, e la cosa la accettammo anche per sorvegliare ciò che andava succedendo, tanto che eravamo sempre tenuti d'occhio, perché ben pensavano le nostre tendenze.
Certo è che una vera preparazione dei vari personaggi da seguire non esisteva per cui troppo gravi furono le conseguenze deleterie che si scatenarono sulla Nazione.
Col tempo si vedrà e si potrà dunque giudicare meglio uomini e cose.
Per noi, semplici osservatori ed annotatori degli avvenimenti, ma digiuni dei segreti della politica, che non è mai stata tanto tenebrosa come in questa epoca, possiamo solo asserire che non fu possibile darci ragione del comportamento dell'esercito che all'8 settembre del 1943 lo vedemmo deporre le armi innanzi alle forze tedesche. 

Nino Barli, Vicende di guerra partigiana. Diario 1943-1945, Valli Arroscia e Tanaro, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, tip. Dominici Imperia, 1994

 

martedì 28 settembre 2021

Il Premio San Remo dedicato alla scultura fascista di soggetto sportivo

L'Ostacolista di Rito Valla (1938) - Fonte: Marco Impiglia, art. cit. infra

Istituiti nel 1935, i Premi San Remo di Letteratura e Arte furono tra i più importanti del periodo. Ogni anno vertevano su un tema diverso, ma il premio della scultura aveva il posto d’onore. Nel 1938, su invito del CONI, il Comitato Permanente dei Premi di San Remo dispose il suo primo concorso d’arte ispirata allo sport, limitandolo alla scultura.
Lo divise nelle classiche quattro sezioni (tuttotondo, bassorilievo, targa, medaglia) previste ai concorsi olimpici.
La giuria, composta da Pietro Canonica, da Alberto Gerardi e da Nicolai, che in pratica fu l’ordinatore della mostra, si riunì nel luglio del 1939 nella Villa Comunale della cittadina ligure per le decisioni del caso.
Accettò di esporre 102 delle 171 opere giunte nei termini del bando. Di esse, la metà esatta erano sculture a tuttotondo.
Il premio di ventimila lire per il tuttotondo venne assegnato ex aequo a Giandomenico De Marchis (Lanciatore del peso) e a Luigi Venturini (Centometrista), entrambi romani.
Per il bassorilievo e la targa non furono distribuiti i premi: la giuria chiamò gli artisti più valenti a partecipare ad un concorso di secondo grado entro il 30 novembre del 1939. Detto concorso fu vinto ex aequo per il bassorilievo da Virgilio Milani, Angelo Ferreri e Orlando Paladino Orlandini. Nella targa vinse Renato Martelli. Le cinquemila lire per la medaglia furono assegnate a Luciano Mercante e a Giovanni Mayer.
Tutte le opere accettate, tra cui il bronzo Il giavellottista di Rito Valla, fratello dell’olimpionica Ondina Valla, furono esposte nell’ultima settimana di luglio e la prima di agosto. Rito Valla l'anno prima aveva scolpito un bronzo intitolato L'ostacolista, intendendo così celebrare la clamorosa vittoria negli ottanta metri ostacoli a Berlino della sorella, la prima medaglia d'oro di una italiana nell'atletica leggera. <28
Bruno Roghi, uno dei più influenti e colti giornalisti sportivi italiani del XX secolo, venne inviato dalla Gazzetta dello Sport a redigere il resoconto della mostra. Egli divise gli scultori in due categorie: i «fotografi» e gli «interpreti». «Minuziosi e calligrafici» i primi, alla ricerca di «una testimonianza di verità e abilità»; più disposti a cercare di «catturare l’ideale» i secondi. Roghi giudicò il gesso Centometrista la scultura migliore: «Tutta la statua è un accorrere di linee e di volumi verso la fissità sbarrata dello sguardo». Rilevò che il Lanciatore del peso esprimeva «una gladiatoria potenza».
Così come alla esposizione di Roma del 1936, anche a San Remo la disciplina più battuta dagli scultori fu l’atletica leggera.
Lo notò Roghi, che scrisse al riguardo: "Sono 51 le opere esposte. Dividiamole per sport, limitandoci al tutto tondo. L’atletica leggera primeggia con 29 pezzi. Figurano tra essi 10 corridori: tutto il resto è rappresentazione di lanciatori, con prevalenza dei giavellottisti. Poi si salta ai 5 lottatori o pugilatori, ai 4 calciatori (3 portieri), ai 3 nuotatori, ai 2 tiratori di fune. Pallacanestro, volo a vela, tennis, ginnastica, scherma, tamburello sono rappresentati da una sola opera. Di ciclismo neppure l’ombra […] Dunque l’atletica leggera trionfa. Offre l’uomo solo, ben determinato nella figura e nel gesto, bene stagliato nell’aria che l’avvolge e, quasi scivolando, percossa lungo le sue membra, lo ricava come statua viva dalla massa informe degli altri uomini. Sport classico per eccellenza, l’atletica leggera fa necessariamente classica l’opera che la rappresenta". <29

[NOTE]
28 CONI, II Mostra Nazionale d’arte ispirata allo sport, cit, pp. 19-34.
29 B. Roghi, L’atleta e lo scultore alla Mostra di San Remo, in «La Gazzetta Sportiva della Domenica», 30.7.1939.

Marco Impiglia, Arte Sportiva Fascista in Italia (1922-1943), Academia.edu, www.academia.edu/34320668

Fig. 9. Luciano Mercante, Lotta, bronzo, ©Archivio Massimo De Grassi - Fonte: M. B. Giorio, art. cit. infra

A questo proposito, lo studio del Premio San Remo del 1939 ci mostra tutta la ricchezza e la varietà della scultura contemporanea di ispirazione sportiva, alla quale il concorso era stato esclusivamente consacrato. Tra il centinaio di sculture esposte, le realizzazioni a tuttotondo occuparono ancora una volta un posto d’onore e furono ricompensate all’unanimità: Centometrista di Luigi Venturini e Lanciatore del peso di Giandomenico de Marchi ottennero il primo premio ex-aequo. Il secondo artista fu apprezzato per la sua ricerca dei volumi e dell’equilibrio; un confronto con uno dei numerosi lanciatori presenti allo Stadio dei Marmi mette in evidenza la diversità di concezione tra le due sculture, di certo in ragione della loro differente destinazione, ma anche dei loro caratteri comuni. La scultura sportiva presente mostrava in ogni caso una certa difficoltà a incarnare delle « opere ispirate al dinamismo dello sport <30 », come atteso dagli organizzatori, e sembrava rifugiarsi ancora una volta nella tradizione incontestabile dei modelli greci <31. Solamente gli invii di due scultori, già noti al pubblico e alla critica, si elevavano al di sopra di un livello artistico piuttosto mediocre: Farpi Vignoli presentava Tiratore di fune, un’opera viva e piena di tensione pronta a esplodere, mentre Mario Moschi si allontanava dai soggetti di ispirazione calcistica con il gruppo Lotta greco-romana, dove l’eredità accademica si fondeva perfettamente con lo studio del reale. Come per le mostre precedenti, ancora una volta la disciplina più rappresentata risultava l’atletica, con una netta prevalenza di corridori; ciononostante non mancavano rappresentazioni di sport poco o mai riprodotti prima, come tennisti, pallavolisti o schermidori.
In ragione del grande numero di opere accettate, l’esposizione era stata divisa in quattro sezioni: parallelamente alla scultura a tuttotondo, i bassorilievi, le placchette e le medaglie comprovavano quale livello d’importanza avessero raggiunto sotto il regime dei generi artistici solitamente considerati minori. Luciano Mercante, vincitore ex-aequo, presentava una medaglia a una sola faccia, dedicata alla lotta, offrendo una composizione perfettamente equilibrata tra le due figure in primo piano e la terza, appena definita <32 (fig. 9). Le altre realizzazioni a due dimensioni, benché differenti per stile e per concezione, venivano incontro alla dichiarazione di intenti che il segretario del CONI avrebbe espresso appena l’anno seguente, nel tentativo di fare un bilancio dell’arte sportiva contemporanea: "[…] non c’è forma d’arte che non possa trarre dall’argomento dello sport una sua parola convincente e precisa, suscitando in altri, nell’attimo, ammirative emulazioni" <33.
Il Premio San Remo fu l’ultimo evento artistico realmente interessante; le esposizioni e i concorsi organizzati dopo il 1940 presentarono sfortunatamente delle opere o già note o prive totalmente di originalità e di alcun interesse nei confronti del dinamismo tanto ricercato in precedenza. Nonostante gli organizzatori continuassero a sostenere il ruolo paradigmatico dell’arte e la sua capacità di rappresentare perfettamente lo sport a fini pedagogici, gli artisti sembrarono rispondere con difficoltà a queste aspettative, ispirandosi sempre di più ai modelli indiscutibili dello Stadio dei Marmi.
[NOTE]
30 Mostra delle opere concorrenti ai premi San Remo: scultura 1938, pittura 1939, San Remo, Tip. Gandolfi, 1939, p. s. n.
31 Elisa Bassetto, op. cit., p. 70-71.
32 Bruno Callegher, Luciano Mercante medaglista, in Callegher Bruno, Gastaldi Elisabetta, Vettorato Valeria, a cura di, Luciano Mercante scultore e medaglista: la donazione della famiglia ai Musei Civici di Padova, Trieste, EUT Edizioni Università di Trieste, 2013, p. 122.
33 Comitato Olimpico Nazionale Italiano (a cura di), II mostra nazionale d’arte ispirata allo sport, Roma, Arti Grafiche Trinacria, 1940, p. 13.
Maria Beatrice Giorio, «La scultura fascista di soggetto sportivo tra bellezza e propaganda ideologica», Italies, 23 - 2019