giovedì 7 maggio 2026

Qualche giorno più tardi venne avviato a Imperia un secondo gruppo di 2.500 internati

Imperia: la palazzina della Questura

Come abbiamo avuto modo di osservare in precedenza, la denuncia a danno dei cittadini italiani rappresentò uno dei punti di forza dell’azione di tutela del regime fascista. In questo caso, l’identificazione dell’italiano come vittima delle ‘sistematiche vessazioni’ perpetrate da uno stato nemico come la Francia, poneva lo Stato fascista in una posizione di superiorità morale che potesse legittimare la penetrazione degli organi civili e militari nel territorio. Le testimonianze di alcuni internati riportarono bruschi risvegli notturni, violenze e intimidazioni. I francesi avrebbero costretto gli italiani in procinto di partire a firmare un documento con il quale veniva revocata in maniera permanente la carta d’identità. Così, per gli emigrati questo non significava un semplice rimpatrio, ma una vera e propria espulsione. Non sorprende come panico e sconforto fossero due dei sentimenti dominanti, specie per coloro che avevano familiari e affari in Francia: «Dopo essere stati pionieri d’italianità, di lavoro italiano all’estero, dopo aver visto l’Italia vittoriosa - rifletteva un rimpatriato - sarebbero stati trattati da vinti» <27. Il governo francese, dal canto suo, rispose alle denunce con la creazione di una Commissione interministeriale d’inchiesta con il fine ultimo di dimostrare l’inesattezza delle asserzioni italiane e la generosità francese nel trattamento riservato agli italiani. I rapporti stilati dalla Commissione ammettevano gli errori fatti sul fronte amministrativo e gestionale, ma ritennero che gli atteggiamenti mostrati dalle autorità italiane in visita ai campi fossero troppo «ardenti» <28.
In questo clima, nelle prime settimane di luglio [1940] vennero avviate le operazioni di rimpatrio degli italiani internati, privilegiando i funzionari e gli iscritti al fascio, anche se si contarono molti emigrati comuni che fecero richiesta secondo le procedure canoniche del periodo prebellico <29. Da quanto desunto dalla raccolta dei telegrammi ricevuti dall’Interno, nell’arco di dodici giorni rimpatriarono circa 4.200 ex-internati:
 

Fonte: Enrico Crepaldi, Op. cit. infra

L’11 luglio, il Ministro dell’Interno Buffarini avvisò i prefetti di Torino e Imperia dell’arrivo di circa 500 persone dalla Francia, da concentrare in una località adatta per lo smistamento e l’avviamento ai comuni di appartenenza. Buffarini chiese che per ciascuno di essi fosse esaminata da parte della Pubblica sicurezza relativa posizione e condotta morale <30. Il gruppo era costituito in prevalenza da segretari del fascio e da altri esponenti di spicco del mondo associazionistico, motivo per cui sarebbe stato opportuno che essi fossero stati «accolti, ascoltati ed aiutati con la comprensione e la benevolenza dovuta a chi ha strenuamente difeso l’italianità e la fede fascista delle nostre comunità all’estero». A detta della CORI [Commissione permanente per il rimpatrio], infatti, questi avrebbero «perduto il frutto del loro lavoro di anni e di decenni od hanno visto svanire brillanti posizioni, che avrebbero potuto conservare ripudiando la loro nazionalità». Secondo una logica puramente discrezionale e nonostante le difficoltà del mercato del lavoro, la Commissione auspicò per loro il ricollocamento lavorativo nel minor tempo possibile, da affidare ai Segretari federali e ai presidenti delle Commissioni provinciali. «I particolari meriti fascisti […] troveranno cameratesca comprensione e pronto accoglimento nelle Amministrazioni e nelle Aziende […]». La procedura di selezione ai confini avrebbe dovuto essere rigorosa, per evitare che «qualche elemento meno buono» potesse «vantare meriti inesistenti e fruire della assistenza morale e materiale dovuto solo a coloro che furono rinchiusi nei campi di concentramento nemici per i loro sentimenti patriottici» <31. Come da disposizioni governative, per loro era previsto inoltre il sussidio giornaliero <32. 
Qualche giorno più tardi venne avviato a Imperia un secondo gruppo di 2.500 internati ai quali furono predisposte visite mediche, vettovagliamento e alloggio temporaneo. La Direzione della Sanità pubblica si assicurò che nelle stazioni di smistamento fosse attuato un minuzioso controllo sanitario al fine di scovare e limitare la diffusione di malattie infettive. In accordo con il CMCI [Commissariato per le migrazioni interne e la colonizzazione], la procedura prevedeva l’accertamento, l’eventuale isolamento e una serie di ‘bonifiche e disinfestazioni’ dei casi, ma poiché era impossibile effettuare il controllo specifico su un numero così cospicuo, buona parte delle operazioni venne affidata ai medici locali delle province di destinazione, con l’ordine di somministrazione dell’antivaiolo a coloro non in grado di comprovare la vaccinazione e dell’antidifterite ai bambini al di sotto dei 10 anni <33.
Con i più ottimistici degli auspici, il Ministero degli Esteri prevedeva l’arrivo complessivo a giorni alterni di circa 20.000 italiani, di fatto la quasi totalità degli internati. La notte del 19 luglio ne giunsero a Modane 50034, mentre altri 700 arrivarono a Sanremo in condizioni fisiche precarie, molti dei quali affetti da pediculosi e affaticamenti vari <35. Dopo la sosta nelle due città vennero smistati nelle province di appartenenza e, se di passaggio, trattenuti nella capitale. Per l’occasione, il rimpatriato Giovanni Battista Bullio si recò prima alla tomba del milite ignoto a Roma per deporre una corona e successivamente, a nome di altri 100 rimpatrianti romani, all’ara dei caduti fascisti in Piazza del Campidoglio al palazzo Littorio <36. Come nel periodo prebellico, anche in questo caso si tentò di dissuadere i rimpatrianti nel designare la capitale come provincia prescelta <37. Coloro provvisti già di residenza, furono avviati nelle rispettive province senza ulteriori particolari assistenze.
Il tentativo di controllare i rimpatri da una posizione di forza rifletteva un secondo obiettivo non meno importante del primo: l’individuazione e il controllo degli italiani sovversivi, militanti e, in generale, di quelli considerati pericolosi per l’ordine pubblico. Buffarini, infatti, volle accertarsi che tutti i rimpatrianti fossero scortati fino all’ingresso nel Regno, previo controllo maniacale delle rubriche di frontiera. Come per gli accertamenti sanitari, l’Interno si avvalse della rete prefettizia al fine di evitare che alcuni elementi indesiderabili scampassero ai controlli: «Le indagini dovranno essere particolarmente rigorose - recitava un telegramma del 18 luglio - confronti ex miliziani rossi attentatori et sospetti atti criminosi […]» <38. Se i rimpatrianti fossero stati ritenuti lesivi per l’ordine pubblico sarebbero stati assegnati alla Commissione provinciale del luogo d’origine e il più delle volte proposti per il confino di polizia. Dopo l’avvio delle indagini i prefetti provvedevano a riportare in dettagliati dossier i risultati conseguiti dalle ricerche. Il prefetto di Treviso, ad esempio, informò l’Interno che dalle indagini condotte da luglio a settembre non emersero casi gravi di rimpatrio ad eccezione fatta del sovversivo Leone Tralci, già fermato dall’Ufficio di Pubblica Sicurezza di San Remo e assegnato a Ventotene per cinque anni <39. L’idea alla base del controllo scrupoloso poggiava sulla tanto decantata prevenzione in funzione dell’ordine interno tipica del regime fascista, alimentata da una rete poliziesca che operava sulla base di giudizi personali e non sull’illecito penale e più in generale dall’idea secondo cui per conservare la dittatura e il partito l’unica modalità fosse il binomio prevenzione-repressione <40. L’esistenza di questa pratica, inserita organicamente nei gangli amministrativi, fu legittimata e rafforzata dallo stato di guerra e servì per captare informazioni vitali dai rimpatrianti stessi attraverso pressanti interrogatori da parte dei funzionari di polizia.
[...] Il prefetto di Imperia, ad esempio, riportava le vicende di un altro rimpatriato, tale Giovanni Vigarello (classe 1886), salumiere residente nel Principato di Monaco e di origine ligure scampato all’internamento. Al momento del suo interrogatorio, Vigarello indicò alle autorità delle violenze perpetrate a danno di un certo Salvetti per mano di Pietro Tornatore, detto Barcotto, panettiere con cittadinanza francese. Il Salvetti avrebbe ricevuto un pugno in una via della città perché gridava «Viva l’Italia! Viva il Duce!» <42.
[NOTE]
27 ACS, MI, DGPS, b. 105, Riservato. I prigionieri civili del campo di Vernet d’Ariege, Note generali.
28 Acciai-Cansella, Storie di indesiderabili, cit. p. 131.
29 Al novembre 1940 non si favorirono esclusivamente i rimpatri dei ‘buoni’ cittadini italiani internati dai francesi, ma proseguirono anche le operazioni classiche per coloro che ne facevano richiesta in forma individuale o collettiva, cfr. le liste nominali conservate presso ACS, MI, DGPS, b. 105.
30 Ivi, b. 106, Ministero dell’Interno ai Prefetti di Torino e Imperia, precedenza assoluta, 11 luglio 1940.
31 Ivi, Ministero degli Affari Esteri, Commissione permanente per il rimpatrio degli italiani all’estero ai Prefetti del Regno,
17 luglio 1940.
32 Predisposte dalla nota circolare n. 54 del 24 settembre 1939.
33 ACS, MI, DGPS, b. 106, Ministero dell’Interno, Direzione generale della Sanità Pubblica a Governatore di Roma e Prefetti del Regno.
34 Ivi, Telegramma del Ministero dell’Interno a Prefetto di Torino, 19 luglio 1940.
35 Questi vennero smistati negli alberghi della città prima di farli rimpatriare, ma non prima di essere visitati dal servizio profilattico, ivi, Prefetto di Imperia a Ministero dell’interno, 24 luglio 1940.
36 Ivi, Fonogramma in arrivo a Ministero dell’interno da Questura di Roma, 31 luglio 1940.
37 È il caso di un contingente giunto a Trapani il 18 agosto per i quali non fu necessaria alcuna assistenza, Ivi, Promemoria, 26 luglio 1940 e Prefettura di Trapani a Ministero dell’interno, 20 agosto 1940.
38 Ivi, Telegramma precedenza su tutte le precedenze Ministero dell’Interno a Prefetti del Regno, 18 luglio 1940.
39 Ivi, Prefettura di Treviso a Ministero dell’Interno, 14 settembre 1940.
40 Cfr. Poesio, Il confino fascista, pp. 3-10.
42 ACS, MI, DGPS, b. 106, Regia Prefettura di Imperia a Ministero dell’Interno, 13 settembre 1940.
Enrico Crepaldi, Guerre fasciste e italiani all'estero. Assistenza, rimpatri, internamento in Gran Bretagna e Francia (1936-1943), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Firenze - Università di Siena 1240, 2023

venerdì 1 maggio 2026

Gregoretti faceva esordire "Controfagotto" con un servizio da Sanremo


"Controfagotto" è una nuova rubrica televisiva quindicinale il cui primo numero va in onda questa sera alle ore 23. Essa è dedicata agli avvenimenti più significativi della cronaca quotidiana, proponendo ai telespettatori qualche riflessione sul costume del nostro tempo. La rubrica è curata da Ugo Gregoretti in collaborazione con vari telecronisti italiani e stranieri. Di volta in volta vi parteciperanno anche giornalisti e scrittori specializzati in questo campo e noti al grande pubblico dei lettori di giornali, che li conosce attraverso il loro abituale compito di commentatori della cronaca. Gregoretti ha fatto una permanenza a Sanremo per cogliere gli aspetti meno conosciuti del Festival della Canzone Italiana, quei fatti cioè che sfuggono al frettoloso cronista della popolare manifestazione canora, o non lo interessano, ma che permettono di conoscere meglio quegli elementi che caratterizzano, anche in questa occasione, il nostro tempo.
Redazione, Controfagotto: riflessioni sul costume del nostro tempo, Stampa Sera, Giovedì 9 - Venerdì 10 Febbraio 1961, p. 8

Tra gli aspetti più elogiati di "Controfagotto", e ancora visibile dopo sessant’anni, oltre alla carica ironica destinata a divenire la cifra distintiva del suo autore, è la disinvoltura e la scioltezza con cui è stata utilizzata la cinepresa. Lo stile spiccatamente cinematografico, con tecniche di ripresa moderne e angolazioni inconsuete, segna uno strappo evidente con la regia televisiva tradizionale. All’inquadratura fissa si sostituiscono soggettive, primi piani, campi-controcampi, carrellate. La regia, dovuta a un autodidatta, rappresenta «una ulteriore prova del suo modo, originale e personalissimo, di usare la macchina da presa», anche grazie ad un «montaggio di prim’ordine, di una perfetta, intima aderenza fra immagine e commento» <9.
[...] Rispetto all’esordio della rubrica, risulta illuminante il contributo realizzato dallo stesso Gregoretti e proposto in apertura di puntata. Per rintracciare alcuni insoliti aspetti del costume nazionale il regista decide di puntare il proprio obiettivo sulla mondanità un po’ volgare e artefatta del Festival di Sanremo, la grande manifestazione canora in grado di offrire anche una serie di gustosi aneddoti secondari, nascosti, ma che pure dicono molto su certe abitudini tipicamente italiane. Attraverso una costruzione sapiente delle immagini l’autore, curando con molta attenzione il moderno montaggio del proprio servizio, sceglie alcuni fenomeni da descrivere: avvicina due caporioni napoletani della claque sanremese (brillante il rapido montaggio con gli applausi finali), discute con sottile ironia con il sarto personale di Joe Sentieri, e sfotte con delicatezza Claudio Villa (che ben si presta al gioco del suo intervistatore) e un suo ingombrante ammiratore, associando a queste scene sempre un commento spiritoso e acuto <11. Gregoretti per queste sue brevi inchieste riscopre ancora una volta l’importanza dei personaggi, e li esalta come era accaduto con il professore “pataccaro” nel celebre segmento di "Caccia al quadro".
[...] Guerrini e Gregoretti si conoscono sin dai tempi di "Semaforo" ed è proprio il primo a metterlo a conoscenza del progetto. Durante un incontro fortuito al Festival di Sanremo del 1961, anno in cui Gregoretti aveva confezionato il celebre servizio che inaugura il primo numero di Controfagotto, i due si raccontano i rispettivi progetti, fin quando Guerrini non rivela di un film in cantiere sui giovani del loro tempo idea che piace e interessa molto Gregoretti che immediatamente espone alcune interessanti proposte.
[NOTE]
9 gis., Uno sguardo su San Remo, “L’Unità”, 10 febbraio 1961.
11 Cfr. Controfagotto, “Corriere d’Informazione”, 10 febbraio 1961.

Michelangelo Cardinaletti, Ugo Gregoretti, autore e regista. Televisione, cinema, opera lirica e teatro, Tesi di dottorato, Università per Stranieri di Perugia - Université de Nantes, Anno Accademico 2022-2023  

E' apparsa in televisione - ed è alla sua seconda puntata - una rubrica, "Controfagotto", che merita veramente qualcosa di più di una frettolosa nota di cronaca. La rubrica, curata da Ugo Gregoretti (autore dell'eccellente, diremmo esemplare documentario "La Sicilia del Gattopardo") porta un sottotitolo significativo: "Sguardi sul costume". Abbiamo visto in che modo Gregoretti abbia realizzato l'idea: egli presenta, ad ogni trasmissione, tre o quattro servizi su aspetti singolari della nostra vita quotidiana e soprattutto su avvenimenti di cronaca e personaggi del giorno. Però non si limita alla superficie, il che lo metterebbe alla pari e in concorrenza con qualsiasi numero del telegiornale o di cineselezione; ma vuol scavare, approfondire, commentare, andare al di là dell'episodio per coglierne le cause e l'intima sostanza e trarne, se possibile, un bilancio morale. Per far questo è logico che Gregoretti si sia staccato dal conformismo: gli uomini e le donne - celebri o umili - apparsi sino ad ora nella rubrica non sono mai stati, di regola convenzionali: non abbiamo mai assistito (salvo in un caso forse) al ritratto "ufficiale" e perciò falso di una persona. Si cerca cioè di arrivare alla sincerità dei fatti al di fuori dell'informazione di maniera o della retorica di circostanza. Esempi evidenti, efficacissimi nella prima puntata, lo spiritoso e pungente servizio sul Festival di Sanremo e nella seconda l'incontro col rubacuori internazionale don Ayme de Mora y Aragon, fratello della regina Fabiola. 
[...] Cronaca e attualità sono alla base di una trasmissione che miri ad essere viva. Non raccomanderemo mai abbastanza alla tv un'aderenza effettiva alla realtà che ci circonda e ci investe, gradevole o sgradevole, edificante o inquietante che sia. Ora il merito di "Controfagotto" è proprio di affrontare la realtà senza ipocriti paraocchi, senza timori di sorta, con una certa spregiudicatezza e una certa libertà di linguaggio. Il commento, le brevi riflessioni sul costume, le conclusioni morali sono affidate allo stesso Gregoretti che assolve il compito semplicemente, rinunciando a discorsi troppo lunghi o troppo elaborati e ricorrendo invece, quando è il caso, ad una forma di sottile, misurata ironia: la presa in giro può essere anche recisa, ma è sempre contenuta nei limiti del buon gusto. E d'altronde i toni della rubrica non sono soltanto ironici
[...] Speriamo che la rubrica mantenga in futuro la freschezza e il coraggio dell'inizio, condizioni essenziali per il mantenimento e l'accrescimento del successo. Il quale è stato unanime e rilevante. Ma a tal proposito vorremmo osservare che la tv sbaglia a collocare "Controfagotto", dopo "Campanile sera" e "Cinelandia", a tardissima ora. Grosso errore: si tratta di una trasmissione intelligente, ma non intellettuale (nel senso di cerebrale) e non riservata a pochi. Bisogna stimare di più il cosiddetto «grosso pubblico» e non credere che si diverta soltanto alle canzonette o ai giochetti col premio finale. 
Ugo Buzzolan, "Controfagotto" affronta la realtà, La Stampa - Mercoledì 1 Marzo 1961, p. 4 

venerdì 24 aprile 2026

Condotti in una lurida prigione a Ventimiglia


Chiunque sia sorpreso nel tentativo di passare il confine fuori dei pochi valichi autorizzati può essere ucciso a fucilate dalla polizia di frontiera. Si tratta di una pena di morte sommaria, applicata dalle guardie, che diventano tutto in una volta accusatori, giudici ed esecutori». <200 Nel '24 un ispettore di Polizia, incaricato di redigere una relazione sulla situazione alla frontiera italo-svizzera, riferì di «vari operai che, camuffati da commercianti» tentavano continuamente di emigrare: sistema, scopriamo dallo stesso testo, «che si estende anche maggiormente sulle linee di Ventimiglia e Modane». <201 La contiguità territoriale facilitava sicuramente i passaggi verso la Francia, ma le difficoltà rimanevano; per averne un’idea si legga il seguente documento, una sorta di vademecum dell’emigrante clandestino: "Prima di tutto non parti con pochi soldi, qui nessuno le farebbe credito. Poi si compri un paio di scarpe con le suole di gomma quelle lo salvano nel sdrucciolare, e non fanno rumore. […] Non dica niente a nessuno se qualche curioso domanda, dica che è un rappresentante della Cassa di Genova. […] Cerchi di partire con un bel cielo sereno, se ci sono nuvole non si può orizzontare e è facile che perdi. La strada arriverà fino a un certo punto poi la perde. Quando la strada mulattiera finirà vedrà una capanna senza tetto di lì si deve farsi la strada da lei arrampicandosi su per la muraglie scogli e cespugli fino che troverà la strada militare prosegui quella lì, che va in giro a zic zac e su su fin che arrivi alla vetta. Vedrà una gran vallata a dritta vedrà un paesello con un campanile e più giù verso il mare Mentone. […] Non abbi paura se di notte sente qualche rumore si butta in terra e ascolti, ma sarà più immaginazione come toccò a me, ma stii sicuro che lì non c’è nessuno. Le guardie sono su a Colletto sulle montagne di dritta ma distante. […] Una volta nella vallata di sinistra cioè nel confine francese incontrerà soldati e contadini e donne le dia il buongiorno e marci fino al paesetto che nessuno le domanderà nulla". <202 Poche righe che ben rappresentano i potenziali rischi cui si andava incontro.
[...] Un’altra interessante testimonianza al riguardo è quella del comunista pisano Guelfo Benvenuti. Scampato, nel giugno del ’21, ad un tentativo di omicidio da parte di una ventina di fascisti, dovette nascondersi per alcuni mesi a casa di amici, per poi, nell’agosto del ’22, espatriare clandestinamente in Francia. Qui sotto la prima lettera che lo stesso, non appena giunto a Marsiglia, inviò alla fidanzata: 
"Marsiglia, 25 agosto 1922, carissima Eginia. Sono giunto finalmente ieri sera a Marsiglia dopo una dolorosa via crucis, ma non importa, ormai sono arrivato; ma sento il bisogno di raccontarti quanto ho sofferto; Lunedì ti scrissi una cartolina da Genova, poi proseguii per il confine, dove giungemmo la sera verso le dieci, qui cominciò il calvario: trovammo un contrabbandiere e in quattro ci si mise in cammino verso la Francia, ma fatti pochi chilometri un nugolo di guardie in borghese ci circondò e ci arrestarono immediatamente; e condotti in una lurida prigione a Ventimiglia dove non mancavano insetti di tutte le specie. Al mattino fortunatamente mentre gli arrestati avevano raggiunto la ventina fummo tutti interrogati e solo quattro di noi furono messi in libertà io compreso perché noi dicemmo la verità e gli altri che raccontarono bugie furono regolarmente ammanettati uno attaccato all’altro e spediti a casa. Allora io tornai indietro e insomma Martedì dovevamo tentare per mare, ma il mare cattivo ce lo impedì; allora infine Mercoledì sera c’imbarcammo una ventina di persone fra marinai e fuggiaschi su una piccola barca dove si stava come le acciughe, con un mare… ebbene tre ore in mare, tre ore d’inferno. Verso il tocco siamo sbarcati in Francia e dopo altre tribolazioni sono giunto ieri sera a Marsiglia. Degli altri miei compagni non se so più nulla e non è difficile che li abbiano riagguantati e ricondotti a casa; in Francia mi squagliai andando a piedi fino a Montecarlo a di là col treno fui portato a destinazione; ebbene ora mi trovo in casa di Albina, dove ho trovato un ricevimento proprio da gente buona e Lunedì vado a lavorare; ebbene amore io ho vinto la prima battaglia e spero di vincerne altre, tutto ho fatto per raggiungere il fine: il bene nostro… in questo momento piango come un bambino ma è un po’ di debolezza passeggera, cerca di volermi tanto bene io farò di tutto perché presto possiamo vivere insieme, quindi cerca di non pensare troppo alla mia lontananza, che io col cuore e con la mente sono più tuo di prima; e non ci pensare che le insidie e i vizzi di questa immensa città non sapranno vincermi, ben sapendo lo scopo del mio diciamo così esilio. […] Guelfo". <205
Da parte delle autorità di confine ci fu una costante percezione del fenomeno; nel settembre del '24 il prefetto di Torino venne invitato ad indagare, e a vigilare maggiormente, sugli «sconfini a scopo politico», e quello di Imperia si adoperò per arginare le «organizzazioni di contrabbandieri che facilitano l'espatrio clandestino a persone sospette in linea politica». <206 A volte, a dover partire era un’intera famiglia: le violenze squadriste, le intimidazioni, non limitavano infatti il loro effetto sulla singola vittima, ma avevano ripercussioni sul suo contorno familiare ed amicale; si ampliava quindi anche il ventaglio di coloro direttamente coinvolti con il processo migratorio. <207 Era però raro che i documenti per l'espatrio fossero concessi all'intero nucleo familiare, questo naturalmente complicava il già difficile percorso migratorio. 
[...] Giuseppe Raffaelli, marmista nato nel 1892 a Montignoso (MS) già organizzatore degli Arditi nella zona di Carrara, una volta tornato in Italia nel ‘43, avrebbe dichiarato ai Carabinieri di Massa: «Nel 1923, per le mie idee, fui fatto segno di persecuzioni da parte dei fascisti, per cui mi decisi ad espatriare nel maggio di detto anno, passando la frontiera clandestinamente a Ventimiglia». <226 
[NOTE]
200 Salvemini, Le origini del Fascismo… cit, p. 421.
201 ACS, Dir Gen PS, DAGR, PS 1924 b. 10, Cat. A3 - Confini. Relazione sul Servizio di Vigilanza alla frontiera italo-svizzera, 22/01/1924.
202 Questa lettera anonima, intercettata dalla polizia, risale al maggio del 1933. Citata in: Un’emigrazione economica, in: “Storia e Dossier…” cit., p. 9.
205 Guelfo Benvenuti. Lettere di un fuoruscito operaio, Comune di Pisa, Pisa 1989, pp. 35-36.
206 ACS, Dir Gen PS, DAGR, PS 1924, Cat. A3 - Confini. Relazione Prefetto di Torino, 22/09/1924 e telegramma del Prefetto di Imperia, 14/05/1924.
207 Come ha scritto Aldo Garosci: «Insieme a coloro che venivano direttamente e personalmente minacciati bisogna mettere le loro famiglie, tutti quelli che ad essi erano legati da amicizia e solidarietà, tutti quelli che potevano temere minacce future, tutti quelli per cui l’atmosfera di costrizione e di intimidazione era diventata irrespirabile». (Garosci, Storia dei fuorusciti… cit., pp. 11-12).
226 ACS, CPC b. 4194, f. 57714 Raffaelli Giuseppe. Verbale interrogatorio presso la Prefettura di Massa, 24/01/1943.
Enrico Acciai, Viaggio attraverso l’antifascismo. Volontariato internazionale e guerra civile spagnola: la Sezione Italiana della Colonna Ascaso, Tesi di dottorato, Università degli Studi della Tuscia - Viterbo, 2010 

sabato 18 aprile 2026

Impressioni di vent'anni fa sulla Valle Argentina

Molini di Triora (IM). Foto: Davide Papalini. Fonte: Wikipedia

Vi sono molti modi per raggiungere Triora, ma i più agevoli sono, a mio avviso, due: il primo è percorrere la Riviera di Ponente fino alla città di Arma di Taggia (distante 140 Km da Genova, 15 Km da Imperia e 25 Km da Ventimiglia) per poi inoltrarsi nella Valle Argentina sulla strada statale 548 per 30 Km; il secondo, un po’ più impegnativo, consiste nell’inerpicarsi su per la Val Nervia attraversando la cittadina di Pigna, superare la Colla di Langan, ridiscendere nella Valle Argentina ed immettersi sulla SS 8 548. Questa opzione dà la possibilità di esplorare la Val Nervia, ammirare la Colla di Langan, che dall’alto dei suoi 1.127 m domina le valli con i suoi prati, e, se si è attrezzati, continuare a salire per la strada ex-militare Rezzo-Pigna (che collega quindi le valli Arroscia, Argentina e Nervia) raggiungendo le più alte vette liguri come il monte Saccarello (2.200 m), posto al confine tra Liguria, Piemonte e Francia; mentre, la prima, è certamente quella più consigliata per il suo collegamento con l’autostrada A10, per la manutenzione del fondo stradale e per un servizio di autobus di linea interurbana con partenza da Sanremo (IM).
La Valle Argentina prende il nome dal torrente Argentina che nasce dalle vette del Saccarello: lungo 36 Km attraversa tutta la vallata per poi sfociare ad Arma di Taggia (nel suo ultimo tratto scorre in una estesa valle alluvionale, tra Taggia e Arma di Taggia, prendendo il nome di “Taggia”). La SS 548 per buona parte segue il corso del torrente: salendo, dopo essersi lasciati alle spalle la frazione di Arma e superata Taggia, dopo 11 Km si trova il borgo medioevale di Badalucco. Badalucco, situata a 179 m sopra il livello del mare, ha una superficie comunale di 15,8 kmq ed una popolazione di 1.347 abitanti, è costruita poco più a monte del punto in cui il torrente Oxentina (nato dal versante orientale del monte Ceppo) confluisce nell’Argentina; in effetti si suppone che il nome attuale del torrente principale avrebbe origine da quello del suo affluente che, secondo L. Lanteri: “...potrebbe derivare dal dialettale “oxelu” (uccello) e indicava dunque una valle ricca di volatili.” <2 Sopra l’Argentina sono costruiti, all'ingresso e all'uscita del paese, due ponti tardomedievali “a schiena d'asino” che indicano l’antico percorso di fondovalle. Badalucco è famosa, oltre i confini della vallata, sia per i suoi murales e le sue ceramiche che rivestono le facciate delle case del borgo sia per la sua sagra dello Stocafissu a Baücôgna la terza domenica di settembre. Lo stoccafisso è sempre stato un alimento d’importazione sin dai tempi della Repubblica di Genova che usava il paese come centro mercantile per la media Valle Argentina: la sua notevole diffusione è data dalla grande conservabilità del prodotto, dal suo basso costo e dalla possibilità di avere sempre a portata di mano del “magro” per i giorni di tipo penitenziale. Anche lo stoccafisso utilizzato nella sagra è d’importazione e arriva, contrariamente a quello antico di origine francese e olandese, dall’arcipelago norvegese di Lofoten. Alla sagra, ogni anno, vengono invitate varie personalità tra cui il console norvegese <3.
Procedendo per un paio di chilometri si arriva al bivio che, seguendo il percorso del Rio Carpasina anch’esso affluente dell’Argentina, porta ai paesi di Montalto Ligure (315 m s.l.m.) e di Carpasio (720 m s.l.m.). Superato, ci s’inoltra per una quindicina di chilometri nell’alta valle, attraversando un paesaggio spettacolare fatto di fitti boschi, tortuose gole, di acque incuneate in pareti rocciose dalle originali e ardite stratificazioni: geologicamente parlando questo territorio è definito di tipo “calcareo flyschoide” (calcari mesozoici ed eocenici), nel senso che si tratta di una formazione a sedimentazione marina (qui una volta c’era il mare!). Ogni tanto si aprono ai lati del percorso delle biforcazioni che conducono ai paesini costruiti aggrappati ai crinali delle montagne circostanti, infine si arriva a Molini di Triora. Molini di Triora, situata a 460 m sopra il livello del mare, ha una superficie comunale di 58 kmq ed una popolazione di 732 abitanti, qui il torrente Capriolo confluisce nell’Argentina ed è anche il punto d’immissione sulla SS 548 per chi arriva dalla Colla di Langan. Comune dal 1903, dopo essersi staccato da quello di Triora, possiede molte frazioni e località: Corte, Andagna, Agaggio Inferiore e Superiore, Aigovo, Gavano, Glori, Perallo ed il passo della Teglia. La sua storia è strettamente legata a quella di Triora: era qui che sorgevano i ventitré mulini che facevano della podesteria di Triora il “granaio” della repubblica genovese. Lo sviluppo urbanistico del borgo medioevale segue la linea del fiume donandogli una singolare forma ad ansa, l’antico e il nuovo si fondono in un paese che, per chi ha come obiettivo Triora, è visto come l’ultima tappa ristoratrice prima dello “scatto” finale, ma è anche un borgo che offre ai suoi turisti, semplici visitatori o pernottanti, monumenti, opere d’arte e soprattutto la gentilezza di chi ha basato la propria economia sull’attività commerciale. [...] L’ultima domenica di agosto a Molini si può assistere alla Sagra della Lumaca: la festa, organizzata da più di 40 anni, è dedicata ai succulenti piatti preparati con questo mollusco ed esiste anche un concorso per la migliore ricetta: “La lumaca d’Oro”. L’avvenimento è molto sentito, ed attira visitatori dalle vallate vicine, tanto che la lumaca è diventata il simbolo di Molini: la sua effige si trova dipinta sui muri delle case, sulla fontana ad inizio paese, nei negozi si possono trovare interessanti sculture, il suo nome viene associato ai prodotti locali <5. In loco vi sono anche una farmacia ed una macelleria: le due tipologie di negozi non sono presenti in Triora. Se si decide di rimanere a Molini l’unico modo è alloggiare al ristorante-albergo Santo Spirito: fondato nel 1897 è sempre stato gestito dalla famiglia Zucchetto; se invece, come nel nostro caso, si voglia proseguire, bisogna continuare ancora per 6 Km sulla carrozzabile, passando accanto al laghetto artificiale detto “Delle Noci”, ricavato dal torrente Capriolo con l’ausilio di una piccola diga, e usato dai bagnanti nei periodi estivi. Da Molini parte anche un sentiero che in un 1 Km e 700 m porta a Triora tagliando per il monte Trono (1.196 m) sul cui fianco è posata la nostra cittadella: per imboccarlo bisogna entrare nel centro storico ed incominciare a salire attraverso i “carugi” (le tipiche strette vie liguri). Quasi subito, sulla destra, si può ammirare la chiesa di San Lorenzo Martire: iniziata a costruire nel 1484 in stile gotico e poi modificata nel tempo ha, sulla facciata, murato un rilievo del 1450 in ardesia, “l’oro nero” della Valle Argentina. Al suo interno varie opere d’arte come la statua lignea dell’Addolorata <6 mentre tra i dipinti si può osservare il quadro raffigurante il Beato Lantrua: un molinese dell’Ordine dei Minori Francescani giustiziato in Cina il 17 febbraio 1816 <7, di cui si può vedere una statua vicino alla parrocchiale. Proseguendo tra le casette ricoperte d’edera ci s’imbatte nel negozio "Bagiue e Lumazze" <8 che già nel nome racchiude i due simboli-interpreti di Molini e di Triora, a cui è legata. La proprietaria è un’artigiana che lavora sia la cera per creare divertenti e coloratissime lumache sia l’ardesia con cui forgia gioielli (in particolare ciondoli) o quadretti dipinti: anche qui non può mancare la figura-icona della strega, come ad esempio la lumaca con il cappellaccio. Appena usciti dall’abitato, dopo una ripida salita, ci si ritrova accanto al cimitero dove spicca il santuario della Nostra Signora della “Muntà”: in stile romanico vi si accedeva da tre grandi porte di cui una riservata ai trioresi. E’ proprio da qui che, alzando gli occhi, si vede l’obiettivo della nostra escursione: Triora è lassù, dominante!
E s’incomincia a montare (dal verbo, secondo L. Lanteri, il nome del santuario <9) attraversando vecchie campagne a fasce (cioè terrazze sostenute da muri a secco: l’unico modo in Liguria per coltivare sui ripidi pendii), alcune sono ancora coltivate a vigna, altre in abbandono e ci si accorge che tutto intorno la storia non cambia: là dove c’è boscaglia, una volta erano campi coltivati. In autunno inoltrato quella stessa via e quei boschi vengono utilizzati, di mercoledì e domenica, per la caccia al cinghiale: cartelli appesi agli alberi avvertono gli ignari avventori del pericolo. Ogni tanto si alza la testa per vedere la meta e se chi, come me, a Molini, in una fresca serata di metà agosto, ha perso l’ultimo autobus delle 19.45 per Triora, si ritroverà a guardare la cima illuminata dal sole morente, per poi abbassare lo sguardo sul borgo sottostante ormai ingoiato dall’oscurità: una chiara linea di demarcazione separa la luce dal buio e segna tutta la valle. Quasi inseguiti da quella linea si continua a salire e, sulla montagna di fronte, illuminate come da un faro dorato, si scorgono le due frazioni di Molini: Corte e Andagna. Andagna, più sulla destra, esposta a sud, si trova a 730 m sopra il livello del mare e al di sotto della Costa dei Carmi, a 3 Km e mezzo da Molini. Contribuisce alla popolazione comunale con i suoi 85 abitanti. Secondo la tradizione si vuole che l’attuale oratorio, e antica sede parrocchiale, di San Martino fosse stato edificato dai benedettini e per questo F. Ferraironi ipotizza che il nome della località derivi da quello della città belga di Andania, dove nel VII secolo furono sepolte due sante benedettine. Andagna è situata sulla strada che porta al passo della Teglia, proseguendo per quella direzione, ed arrivando sulla cresta, si può trovare, accanto alla “Roca d’e Bàgiue”, il santuario di Santa Brigida. Il passo della Mezzaluna è un antico punto d’incontro delle mandrie transumanti e qui si possono ancora osservare i ricoveri che venivano utilizzati dai pastori e dagli animali. Poco più in là vi è un grosso masso tabulare: al suo interno è stato ricavato quello che si pensa sia uno scolatoio per il sangue e, di conseguenza, è stata identificata come un’ara sacrificale. Tra le feste è famosa, ad ottobre, quella della castagna. Corte, a sinistra, in posizione panoramica, è la frazione di Molini meglio visibile da Triora, a 700 m sopra il livello del mare. Il nome può essere ricondotto a due origini: la prima dal latino classico “cohors” con il doppio significato di a) coorte e b) cortile, recinto per gli animali; la seconda di tipo medioevale, dal termine “curtis”, e quindi, come specifica L. Lanteri, immaginare che “quel territorio era una particolare frazione del dominio di un feudatario (i Ventimiglia Lascaris <10)”. Famosa per le sue chiese, non si può non citare il Santuario di Nostra Signora della Consolazione: legato, così vuole la tradizione, all’apparizione nel 1570 circa, dopo un temporale, della Vergine, ad una pastorella muta dalla nascita e la sua conseguente guarigione. Nel punto del miracolo, presso un corso d’acqua lontano dal centro abitato, venne costruita una cappella ed infine il santuario: il luogo è particolarmente caro agli abitanti che, con innumerevoli “ex voto”, hanno manifestato la loro gratitudine per le guarigioni ed i fatti prodigiosi, da allora, elargiti <11. Altra chiesa è quella di San Vincenzo, sulla costa di fronte a Triora, con un portale risalente al 1497: la posizione appartata e le dicerie sul suo conto ne hanno fatto un sito poco frequentato. Passata un’ora circa dalla partenza da Molini, si arriva, presso la chiesa della Madonna delle Grazie, alla fine della mulattiera: con ingresso ad oriente, fu edificata in epoca anteriore al XV secolo, restaurata nel 1949, periodo in cui al suo interno fu posta una statua della Madonna di Fatima. Vi si può anche ammirare un’ancona del XVI secolo (inquadrata in una cornice in legno a formare un retablo) posta dietro l’altare. Lasciatasi alle spalle la chiesa si prosegue per qualche metro fino ad immettersi sull’ultimo pezzo della SS 548 prima di entrare nel centro abitato vero e proprio: il paese sembra continuare la nostra salita, ergendosi, ammassato su se stesso, verso l’alto, ma l’oscurità ci ha appena raggiunto ed inghiottiti.
[NOTE]
2 Lanteri, Lorenzo, Toponimi dell’Alta Valle Argentina nella Cartografia settecentesca e negli antichi Statuti comunali,(“Conoscere la Valle Argentina”), Pro Triora Editore, 2002.
3 Informazione ricavata dall’intervista a Lorenzo L. (1937) dell'11 ottobre 2004.
5 Ritornando al liquore e ai biscotti citati più sopra al loro interno non vi è traccia del gasteropode, ma è sempre divertente notare lo sgomento di chi legge l’etichetta affissa sulla confezione!
6 Festeggiata la seconda domenica di settembre. A Molini la Madonna dei Dolori viene detta "la Madonna che passa l'acqua" poiché nella processione attraversa vari ponti. Ma su questa statua esiste anche una leggenda: il monumento in realtà era destinato a Triora, ma ogni volta che provavano ad imboccare la strada da Molini per giungere in cima si scatenava un forte temporale che impediva ogni movimento: era come se la Madonna non volesse venire a Triora!!
7 Un’urna contenente una parte delle reliquie del santo è collocata sotto l’altare del Sacro Cuore nella Insigne Collegiata di N.S. Assunta a Triora.
8 Tradotto “Streghe e Lumache”.
9 Lanteri, Lorenzo, Toponimi dell’Alta Valle Argentina nella Cartografia settecentesca e negli antichi Statuti comunali, (“Conoscere la Valle Argentina”), Pro Triora Editore, 2002.
10 Lanteri, Lorenzo, Toponimi dell’Alta Valle Argentina nella Cartografia settecentesca e negli antichi Statuti comunali, (“Conoscere la Valle Argentina”), Pro Triora Editore, 2002.
Valeria Miceli, Triora e il Paese delle Streghe. Vita e mutamenti di un borgo dell'estremo ponente ligure, Tesi di laurea, Università degli Studi di Roma La Sapienza, Anno Accademico 2004-2005 

mercoledì 8 aprile 2026

Il contestato restauro, durante la guerra, del Polittico di San Michele di Pigna


Un caso emblematico di attriti tra le autorità - rispetto alla comunità - "straniere" incaricate di trasferire le opere e la popolazione, riguarda la città di Pigna: nell'arco di pochi giorni, Morassi dovette provvedere allo smontaggio del "Polittico di San Michele" - realizzato da Giovanni Canavesio nel 1500 - e ciò diede vita ad una serie di ostilità da parte della comunità che si oppose allo spostamento dell'opera. Ad intricare ulteriormente la vicenda, si inserisce un primo intervento di restauro - circoscritto al solo pannello centrale del polittico - avviato nel 1934 e protrattosi per cinque anni <145. In quel momento la Liguria dipendeva dall'Ufficio Monumenti di Torino, la cui direzione era affidata ad Ugo Nebbia (1880-1965) <146 e fu quest'ultimo ad affidare l'intervento a Pompeo Rubinacci (1893-1972), il quale - in un giudizio dato da Grosso - viene presentato come "un buon restauratore che [...] conosce il mestiere e possiede molta abilità, anzi troppa". <147
Nonostante l'armistizio italo-francese del 1940, Morassi ritenne necessario un restauro integrale dell'opera che in quel momento si presentava smontata e ricoverata in un locale sotterraneo. Ulteriori complicazioni sorsero nel momento in cui un falegname locale reclamò l'uso del suddetto ambiente sotterraneo. Intervenne dunque don Sismondini - in quanto Parroco della città - che decise individualmente di trasferire i pannelli all'interno della chiesa. Il 15 luglio Morassi si espresse su tale questione, sostenendo che "Questa popolazione è molto malcontenta per l'idea di trasportare l'ancona a Genova. Aggiungo anche che minacciano di venire a via di fatti [...]. Si decida quindi [...] di far qui sul posto i lavori di riparazione, che non sono poi tanto rilevanti (sic!). <148
Tale lettera si ricollega ad una nota inviata dal Goriziano al Prefetto di Imperia nella quale chiosò: "Il fervore religioso della popolazione, gelosa di quel cimelio, cui si attribuisce un arcano potere tutelare, ha impedito che il polittico fosse [...] portato in luogo sicuro" <149. Considerando l'opposizione della comunitàˆ pignasca, Morassi fece un tentativo puntando sul prestigioso laboratorio fiorentino di Giannino Marchig (1897-1983) <150. Tra l'agosto e l'ottobre del 1940, lo studioso goriziano cercò di ottenere dal Ministero dell'Educazione Nazionale i finanziamenti necessari, promuovendo la propria iniziativa presso il giovane ispettore superiore Giulio Carlo Argan (1909-1992) <151, ma non ottenne il risultato sperato. <152
Nello stesso momento in cui si svolse la suddetta vicenda, alcune opere genovesi vennero rimosse dai relativi luoghi di conservazione e momentaneamente trasportate presso la Galleria Comunale di Palazzo Bianco.
[...] Il ritiro del "Polittico di San Michele" venne effettuato il 27 novembre successivo senza molti aiuti da parte della comunità di Pigna. Una lettera inviata dal parroco di Pigna a Morassi risulta essere di un tenore piuttosto sconfortante: "Spero che ai suoi incaricati sarà dato aiuto, non le nascondo però che in questi giorni vi è gran lavoro in Pigna proveniente dalla campagna [...]. Ben pochi uomini si trovano a casa"<155. In merito a ciò va ricordato che al suo arrivo in città, Rubinacci trovò ad assisterlo solo un falegname "dal cognome poco rassicurante" <156, un certo Seccatore <157.
A causa del bombardamento navale inglese avvenuto il 9 febbraio 1941 che provocò ingenti danni alla città di Genova <158, si intensificò notevolmente il lavoro alle casse per il salvataggio del patrimonio storico-artistico <159. 
[...] A Genova proseguono con una certa intensità gli interventi di imballaggio delle opere, <160 le quali man mano vennero collocate presso il ricovero dell'entroterra nella città di Struppa o depositate all'interno di Palazzo Bianco <161. In questo secondo ricovero, Pompeo Rubinacci stava eseguendo il restauro del già citato Polittico di San Michele: nella primavera del 1941 l'intervento risultava essere in una fase avanzata, tuttavia dalla città di Pigna nessuno - sebbene ripetutamente invitati dal Morassi - si recò a Genova per ispezionare quanto eseguito. A tal proposito, il Goriziano inviò una lettera - datata 28 giugno - al Podestà della città nella quale scrisse che "né la Fabbriceria nè il Parroco ritengono di corrispondere a quel minimo obbligo di cortesia che richiede una semplice risposta" <162. Tutto tacque fino al mese di settembre, momento in cui il Proparroco don Bono inviò al Soprintendente un sollecito di questo tenore: "questa popolazione attende con impazienza il ritorno del Polittico [...] per colmare il vuoto incomparabile creato a questa monumentale Chiesa parrocchiale" <163, evidenziando nuovamente le già menzionate ostilità da parte della comunità pignasca. Ciononostante, il Goriziano in quel tempo era focalizzato su altre vicende di salvaguardia piuttosto impellenti. 
[...] Tornando ad occuparci della querelle che interessò il Polittico di San Michele, esso venne riconsegnato alla comunità il 15 giugno 1942 e le istruzioni per il trasporto sono note da un promemoria - redatto solo quattro giorni prima dal Morassi - che risulta essere fondamentale per la comprensione delle dinamiche di consegna delle opere: "Palazzo Bianco, via Garibaldi 11: carico delle casse contenenti le tavole dipinte del polittico di Pigna. / Fermarsi a Bordighera, Museo Bicknell, e avvertire che al ritorno si caricheranno le due casse di quadri che devono essere portate a Genova, Palazzo Bianco. Vedere le casse! / Arrivati a Pigna, chiamare il Parroco e scaricare le casse nella chiesa. / Se è troppo tardi per il viaggio di ritorno in giornata, dormire a Pigna o a Bordighera, e portare le casse del Museo Bicknell a Genova". <174
Conclusasi l'operazione di consegna dell'opera, il Goriziano non mencò di confessare, all'interno di una lettera a Nino Lamboglia (1912-1977) non priva di una velata ironia, il proprio sgomento <175 emotivo causato da tale situazione:
"A Pigna mi sono preso una potente arrabbiatura. [...] Il parroco, al mio arrivo, non si fece trovare [...] Ora ho scritto al Vescovo, denunziando tanta incoscienza [...] di quel poco Reverendo. Pigna ci lascia un bel ricordo". <176
Il Vescovo di Ventimiglia tentò di sminuire la questione, individuando nei preparativi per la cresima e nell'imminente visita pastorale il proprio capro espiatorio. A sua volta, il Podestà di Pigna rispose al Morassi con un tono - come definito da Franco Boggero - "retorico-patetico" <177: "Ora che la popolazione semplice, laboriosa e attaccata alle tradizioni di secoli, ha finalmente compreso [...] l'importanza del restauro" <178. Tale corrispondenza si concluse con un'ultima lettera di Morassi al Podestà nella quale cercò di ottenere un contributo economico per le spese sostenute, richiesta che fu seguita da un assordante silenzio: "Vi ringrazio delle gentili parole ma poiché i veri sentimenti si misurano dai fatti, Vi pregherei di comunicarmi se, ed in quale misura, la popolazione di Pigna è disposta a contribuire nella spesa del restauro del polittico, che è venuto a costare quasi 20.000 Lire <179.
[NOTE]
145 Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., p. 175.
146 Per approfondire la sua biografia, si veda: R. Cara, Nebbia, Ugo, in Dizionario Biografico degli Italiani, 2013. <https://www.treccani.it/enciclopedia/ugo-nebbia_(Dizionario-Biografico)/>
147 ASBSAEL, Pigna, V.IM.43, parrocchiale di San Michele, in Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., p. 175.
148 Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., nota 8, p. 176; l'autore non riporta la fonte autografa.
149 Ibidem. È doveroso fare una precisazione poichéŽ il caso del Polittico di Pigna non rappresenta un unicum, in particolare rispetto alle resistenze della popolazione in termini di forte devozione. Una situazione pressochŽé analoga si verific˜ò ad Orvieto [...]
150 Per approfondire la sua figura, si rimanda a: R. Canuti, Marchig, Giovanni (Giannino), in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 69, 2007. <https://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-marchig_(Dizionario-Biografico)/>
151 Sull'importantissima figura di Argan, si veda: C. Gamba, Argan, Giulio Carlo, in Dizionario Biografico degli Italiani, 2015. <https://www.treccani.it/enciclopedia/giulio-carlo-argan_(Dizionario-Biografico)/>
152 ASBSAEL, Pigna, parrocchiale di San Michele; Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., p. 176.
155 ASBSAEL, Pigna, parrocchiale di San Michele, in Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., p. 176.
156 Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., p. 177.
157 ASBSAEL, Pigna, parrocchiale di San Michele.
158 A. Ronco, Dossier: Genova 9 febbraio 1941. Trecento tonnellate di bombe a colazione, Genova, 2007; Boccardo, Boggero, Antonio Morassi e Orlando Grosso a Genova, in Arte liberata 1937-1947. Capolavori salvati dalla guerra cit., p. 325.
159 Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., p. 177.
161 Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., p. 177.
162 ASBSAEL, Pigna, parrocchiale in San Michele, in Ibidem.
163 ASBSAEL, Pigna, parrocchiale in San Michele, in Ibidem.
174 Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., pp. 178-179.
175 Lamboglia fu il fondatore dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri. Fonte: Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., p. 179.
176 ASBSAEL, Pigna, parrocchiale di San Michele, in Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., p. 179.
177 Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., nota 18, p. 179.
178 Ibidem.
179 Ibidem.
Lucrezia Muzzolon, Antonio Morassi: uno storico dell'arte tra le due guerre mondiali, Tesi di laurea, Università Ca' Foscari - Venezia, Anno accademico 2023-2024