sabato 8 maggio 2021

Indubbiamente gli imperiesi furono facilitati ad attraversare il confine


[...] Tra i socialisti, spiccava a cavallo dei due secoli in Liguria la figura di Giuseppe Canepa, imperiese, di Diano Marina, proveniente da una famiglia agiata, laureato in legge a Roma. All’università ebbe l’opportunità di ascoltare le lezioni di filosofia di Antonio Labriola e fu compagno di corso di Benedetto Croce, in un ambiente particolarmente stimolante a livello intellettuale e politico. Questo apprendistato universitario e l’amicizia col grande filosofo marxista incisero profondamente sulla formazione del giovane Canepa e lo avviarono all’adesione al socialismo. Tornato in Liguria dopo gli studi, esercitò l’avvocatura e si impegnò al tempo stesso con dedizione alla militanza socialista.
Canepa fu attivo nella vita comunale del paese natale e si attirò le simpatie della popolazione, che apprezzava il suo impegno civico e politico. Si adoperò per difendere l’agricoltura locale dalla concorrenza estera francese, innovando i metodi di coltura, fondando consorzi cooperativi agrari e promuovendo un’acculturazione politica dei piccoli proprietari e dei contadini, per metterli in contatto con il movimento proletario delle grandi industrie regionali.
In ambito nazionale, Canepa fu protagonista delle vicende del socialismo di fine Ottocento, tra i primi iscritti al Partito dei lavoratori italiani, trasformatosi poi in Partito socialista italiano, dove conobbe e strinse legami con i maggiori dirigenti. Collaborò a definire la fisionomia del movimento operaio ligure, orientato alla collaborazione di classe dai tempi del mutualismo derivato dalla tradizione mazziniana, educandolo a pretendere privilegi salariali e a definire la particolare struttura regionale dei rapporti produttivi. Fu tra i collaboratori della Lima di Oneglia, diretta da Giacinto Menotti Serrati, a capo della Camera del lavoro locale.
Nell’ultimo decennio del secolo, Giuseppe Canepa divenne una delle personalità più in vista del socialismo ligure, tanto che il prefetto di Porto Maurizio lo definì, nelle carte dello schedario dei sovversivi, “il principale agitatore e sovvertitore” di tutta la Liguria. I rigori della reazione crispina di fine secolo non tardarono a colpirlo. L’applicazione della legge eccezionale del 19 luglio 1894 si scagliò infatti contro la “Lega socialista genovese” che Canepa aveva fondato, la sciolse per decreto prefettizio e condannò Canepa al confino.
[...] Nell’Imperiese legato al turismo e all’agricoltura, quando cominciarono le lotte di massa postbelliche, furono per lo più gli operai ad organizzarsi mentre i contadini restarono in un primo tempo inerti. Così il Ponente di Oneglia, Porto Maurizio, Diano Marina, Sanremo o Bordighera fu poco coinvolto da quelle prime agitazioni.
[...] Seppure in ritardo, gli echi delle lotte politiche del Biennio rosso raggiunsero anche l’estremo Ponente. La conferenza internazionale che si tenne a Sanremo nel 1920, in cui le autorità italiane, inglesi e francesi dovevano decidere della spartizione dell’ormai crollato Impero ottomano, destò particolare attenzione nella popolazione locale che prese più consapevolezza delle questioni politiche interne e internazionali <95. A poco a poco anche le cittadine imperiesi assunsero una propria identità politica popolare, e alle elezioni del 1919 Oneglia fu conquistata dai socialisti, mentre Agostino Scarpa animava il Fascio cittadino con il suo organo ufficiale Il Varco. A Porto Maurizio il movimento squadrista costituiva un’eccezione nel quadro ligure, dal momento che fu l’unico a non dichiararsi filodannunziano, e cominciò a prendere piede dopo la vittoria elettorale socialista.
Con il tempo le due anime socialiste della città si sarebbero distinte sempre più: a Porto Maurizio primeggiavano i riformisti, a Oneglia, all’indomani della scissione di Livorno, avrebbero prevalso i comunisti. <96
Nell’Imperiese la figura che più emergeva tra gli antifascisti del tempo era quella di Giuseppe Amoretti. Dapprima socialista, a soli quindici anni fu assunto all’Avanti! grazie all’interessamento di Giacinto Menotti Serrati, e lì conobbe Antonio Gramsci, incontro che lo segnò profondamente e lo condusse nel 1921 a passare alla frazione comunista, fondando la sezione giovanile sanremese, e divenendo cronista dell’Ordine Nuovo, poi dell’Unità nei primi anni del fascismo, quando cominciò a svolgere il lavoro di collegamento come “fenicottero” per l’organizzazione. Dopo l’emanazione delle leggi eccezionali avrebbe fatto parte del Centro interno con la compagna e futura moglie Anna Bessone per poi subire le carceri fasciste e lavorare infine per l’Internazionale in Francia e poi a Mosca <97.
Se si eccettuano personaggi della levatura di Amoretti o dei Serrati, nell’Imperiese del Biennio rosso si rilevava la presenza di una sinistra ancora poco definita. Si pensi che un assessore comunale socialista, più volte riconfermato, come Domenico Biancheri, non era ritenuto dalla polizia capace di forti influenze sulla classe operaia né di tenere conferenze, nonostante la discreta opinione di cui godeva in pubblico e la sua posizione nella Camera del Lavoro di Ventimiglia <98. Similmente il compaesano socialista Andrea Biancheri, pescatore e contadino, che pure subiva svariate condanne per reati di incitazione all’odio fra le classi sociali, non era considerato un elemento realmente pericoloso dalle autorità di Pubblica sicurezza <99.
Nell’entroterra di Perinaldo viveva poi ancora in disparte, senza destare l’attenzione della polizia, una famiglia di sinistra che avrebbe dato alla Francia e all’Italia repubblicana antifascisti e resistenti appassionati: i Liprandi, figli di Antonio Giusto Liprandi, che aveva lavorato nel Comune socialista come assessore trasmettendo i suoi ideali alla famiglia <100.
[...] In ottobre [1922] a Bordighera si riuniva il “quadrumvirato” di Balbo, De Bono, De Vecchi, Gandolfo per pianificare la marcia su Genova. Si organizzavano mobilitazioni in armi in tutta la regione grazie al sostegno determinante di Renato Ricci, per poter accerchiare la città e raggiungere nel capoluogo il maggiore Silvio Parodi, futuro comandante della Guardia nazionale repubblicana (Gnr) durante la Repubblica sociale, poi giustiziato dai gappisti durante la Resistenza, sostenuto dai fascisti di Sestri Ponente e dall’ex capitano savonese Amilcare Dupanloup. Palazzo San Giorgio era preso simbolicamente come una delle più significative conquiste di Genova, che segnava la disfatta dello sciopero legalitario. La sede del Lavoro era occupata e chiusa, mentre Giuseppe Canepa, direttore del giornale, veniva sorpreso nella sua abitazione e costretto a dimettersi dal proprio incarico. Il giornale rimase formalmente l’organo del socialriformismo, ma condusse di fatto una limitatissima opposizione nelle mani di Ludovico Calda, nuovo direttore. <146.
[...] In generale la maggior parte dei primi antifascisti liguri che dovette sfuggire alle rappresaglie dello squadrismo riparò direttamente all’estero, soprattutto in Francia.
I militanti meno organizzati seguirono le rotte della migrazione di prossimità e si installarono nelle Alpi Marittime, nel Var o nelle Bocche del Rodano, dalle campagne e dall’entroterra, ma anche da quel mondo ibrido dell’industria legata ancora alla realtà rurale. Il maggior numero dei soggetti facenti parte del corpus proveniva dalle province di Savona e La Spezia, ma indubbiamente gli imperiesi furono facilitati ad attraversare il confine, alla luce delle legislazioni sui transfrontalieri che agevolavano il passaggio della frontiera senza passare per vie burocratiche.
Questi primi esuli partivano ad ogni modo da tutte le province, Imperia, Savona, Genova, La Spezia.
Alcuni scelsero tuttavia di seguire rotte più antiche, imbarcandosi verso le Americhe, seguendo un’abitudine alla mobilità tipicamente ligure che non badava alle distanze bensì alle possibilità di investimento materiale e ideale, in un progetto migratorio ponderato frutto di una lunga esperienza comunitaria, che consentiva loro di agire con lucidità anche in situazioni di emergenza e di fretta come nel caso della fuga dalle minacce delle “camicie nere”.
Imperiesi, savonesi e genovesi sembrano essere stati i più fedeli alle tradizioni migratorie oltreoceano, almeno nella prima fase d’esilio <149; non mancano casi celebri, almeno a livello regionale, di fuoriusciti emigrati in America, come nel caso di Giuseppe “José” Scarrone, il vetraio altarese che fece fortuna a Buenos Aires <150. Altri invece, dopo un’iniziale tappa nella prima fase migratoria nelle Alpi Marittime, presero la via dell’oceano per installarsi a New York <151.
[...] Un caso particolare fu poi quello di un barbiere spezzino socialista, Gallinella, che fece perdere le sue tracce trasferendosi a Ventimiglia e facilitando gli espatri clandestini antifascisti. Altre famiglie si divisero, alcuni scelsero di emigrare in Francia, i più politicizzati, altri di cambiare città in Italia, per non imbattersi nelle continue irruzioni della polizia <157.
[...] Per comprendere a fondo caratteristiche e dinamiche del fuoriuscitismo e in particolare di quello ligure in Francia, è necessario situarlo nel quadro dell’emigrazione di massa italiana. La lunga vicenda della migrazione ligure in Francia si inserisce in una storia plurisecolare e affonda le sue radici in una tradizione di mobilità transalpina che risale all’età tardo-medioevale, epoca in cui si definirono percorsi e caratteri che si sarebbero perpetuati, mutatis mutandis, con continuità, riproducendosi e modificandosi secondo le evoluzioni socioeconomiche e culturali, andando a costituire un patrimonio di risorse cui avrebbe attinto la società della Grande emigrazione.
[...] Di particolare interesse è poi la casistica delle varie tipologie migranti liguri, che spaziavano dal contadino povero al proprietario rurale e piccolo imprenditore, dal commerciante agricolo o marinaro fino all’imprenditore della costa urbanizzata, che si muovevano tra aree sub- e inter-regionali, oltralpe o più addentro al continente europeo e al di là dell’oceano, nelle Americhe e persino in Australia <184.
A metà Ottocento coesistevano in Liguria tutte le forme di mobilità tradizionali rurali e rivierasche, di ceti poveri e ricchi, con le nuove rotte oltreoceano, ma ci si orientava preferibilmente in direzioni diverse a seconda delle aree e dei gruppi socioeconomici di provenienza. Dalle coste si viaggiava soprattutto verso l’America del Sud, con cui i mercanti-armatori liguri avevano intessuto antiche relazioni commerciali. Le origini di questa migrazione risalgono, ha spiegato Gibelli, all’esplorazione della piccola armatoria ligure alla ricerca di nuove risorse, che dalle coste portoghesi e inglesi si spinse sempre più spesso al di là dell’Atlantico <185.
95. Antonini cit., p. 166.
96. Gibelli, Rugafiori cit., pp. 37-38; Antonini cit., 166, 205-208, 216. I due comuni di Oneglia e Porto Maurizio erano allora ancora divisi e lo rimasero sino all’unificazione del 1923, attuata sotto il regime mussoliniano, quando fu dato al nuovo Comune il nome attuale di Imperia, dal nome del torrente Impero che separava i due paesi.
97. AIsrecIm: IID7: f. Giuseppe Amoretti. Cpc: b. 105, f. Giuseppe Amoretti.
98. Cpc: b. 611, f. Domenico Biancheri.
99. Cpc: b. 611, f. Andrea Biancheri.
100. Cpc: b. 2794, ff. Angela Liprandi, Anita Laura Liprandi; b. 2795, Arturo Mario Dino Antonio Liprandi, Liutprando Liprandi, Giusto Antonio Liprandi; b. 4291, f. Linda Revoir; f. b. 3404, Adriano Antonio Moresco. Dpp: b. 1263, ff. Ariella Sgorbissa, Giacomo Sgorbissa; f. Liliana Liprandi. Ps: A1: 1943: b. 47, f. Liliana Liprandi. AIsrecIm: IID7: f. Giusto Antonio Liprandi.
146. Alberico cit., pp. 159-160.
149. Cpc: b. 105, fam. Amoretti Enrico; b. 1001, fam. Canepa Lorenzo Davide, fam. Canepa Giovanni; b. 2924, fam. Magliotto Costantino; b. 5457, fam. Vivaldi Benedetto, fam. Vivaldi Enrico.
150. Cpc.: b. 4675, f. Giuseppe Scarrone.
151. Cpc: b. 3011, f. Silvio Marabotto.
157. Cpc: bb. 3102, 3104, 3106, fam. Martini; Assp: b. 106, f. 4, Gallinella Ercole; Cpc: bb. 196, 2896, fam. Maccario-Arnecchi; b. 4741, fam. Semeria.
184. Cfr. La via delle Americhe cit.; Gibelli, «La risorsa America» cit.; La Liguria cit.
185. Gibelli, «La risorsa America» cit., pp. 609-611)

Emanuela Miniati, II. Origini della Migrazione Antifascista Ligure in La Migrazione Antifascista in Francia tra le due guerre. Famiglie e soggettività attraverso le fonti private, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Genova in cotutela con Université Paris X Ouest Nanterre-La Défense, anno accademico 2014-2015

giovedì 6 maggio 2021

Una fissazione maturata forse a Sanremo


Nell’ottobre del 1945 il Commissario di pubblica Sicurezza Pasquale Tempesta, all’epoca in servizio presso l’Ufficio telegrafico di via della Mercede, nel pieno centro di Roma, fece avere alla Segreteria di Stato vaticana un promemoria piuttosto interessante.
Erano stati intercettati cinque telegrammi a firma del Papa. A firmare quei dispacci in nome di Pio XII era un colonnello dell’Aeronautica militare italiana in servizio, tal Angelo Reali, che all’epoca alloggiava presso l’Albergo Santa Chiara, in una delle stanze requisite dal suo Ministero per gli ufficiali che ne dipendevano. Da indagini svolte anche attraverso un sacerdote, don Severino Gerardi, emerse che il Reali era psichicamente instabile per trauma dovuto a fatto bellico, e che era in cura presso l’Istituto Legale psico-fisiologico della "Sapienza", in Viale dell’Università.
Lo squilibrio psichico si era manifestato in un modo singolare: con la «mania di indirizzare lettere e telegrammi a personalità politiche e culturali, di stampare opuscoli e fogli volanti anche a nome di esso don Severino». Di queste manie del Reali (peraltro del tutto innocuo) anche il Ministero dell’Aeronautica era a conoscenza.
I telegrammi concepiti da Angelo Reali erano redatti in modo bislacco e incongruo, sì da identificarli a prima vista come falsi. Nondimeno essi costituiscono un gustoso divertissement per i cultori di Storia.
Fra le altre cose, il falso Pio XII convoca a Roma il già citato padre Gerardi (che Reali aveva conosciuto a San Remo nel 1943, e che aveva ritrovato all’Albergo Santa Chiara, durante un suo recente soggiorno romano)  al fine di nominarlo direttore del quotidiano “Cosmo”, giornale che il falso Papa ha designato come nuovo organo vaticano, al posto dell’"Osservatore Romano"!
Sempre il Pacelli posticcio dà poi istruzioni per dar corso a un’azione segreta presso la sede del PCI di Brescia. Ed è sempre il falso papa a ordinare addirittura a Padre Pio da Pietrelcina di lasciare immediatamente il suo convento di San Giovanni Rotondo per recarsi da lui in Vaticano e riferire di una mirabolante scoperta astronomica di cui era autore un pilota dell’aviazione italiana (in cui forse il Reali identificava se stesso).
Ecco dunque il testo dei falsi telegrammi:
Telegramma 1:
Destinatario: Tommasicchio Giuseppe
Destinazione: via Bozzi 35, Bari
Testo: Si presenti subito padre Saverio Girardi Direttore Giornale Cosmo, che sostituisce Osservatore Romano presso Vaticano. Firmato: Sua Santità, Papa
Mitt.: Sua Santità il Papa Città del Vaticano, Roma
Telegramma 2:
Destinatario: Signora Nicoletto, Sede Comunista Brescia
Testo: Agisca subito come da istruzioni. Sua Santità il Papa.
Mittente: Sua Santità il Papa, Città del Vaticano
Telegramma 3:
Destinatario: Arcivescovo Bari.
Testo: Si rechi subito Vaticano e s’incontri con padre Severo Direttore Giornale Cosmo – Firmato: Sua Santità il Papa, Città del Vaticano, Roma
Telegramma 4:
Destinatario: Padre Pio, Foggia.
Testo: Si presenti subito Padre Severo Girardi per relazione onda unitaria cosmica scoperta recentemente da pilota aviatore PUNTO. Padre Severo è in Vaticano Direttore Giornale Cosmo PUNTO. Si presenti subito. Sua Santità Sua Santità il Papa.
Mittente: il Papa, Città del Vaticano - Roma
Telegramma 5:
Destinatario: Pietro Gidonio, Destinazione Giuseppe Marchi I, Roma
Testo: Ho ordinato che fra tre giorni esca giornale Cosmo PUNTO. Si incontri subito padre Severo Girardi – Firmato Sua Santità il Papa.
Mitt.: Sua Santità il Papa, Città del Vaticano - Roma
Il Colonnello che si fece Papa, The Vatican Files.Net

Un giorno a una lettura delle mie cose si presentò Elio Lanteri

Una vista sulla Val Prino

Il ricordo più antico che ho dell’estremo ponente ligure appartiene a una specie di far west. Vedo il lungo corridoio della stazione di Ventimiglia, quello al fondo del quale si “passa” in Francia, attraverso una porta custodita dai frontalieri. Sono lì, in braccio a mia madre, sulle panche, in attesa di un treno proveniente dalla Francia, perché mio padre lavora in uno stabilimento balneare di Sainte-Maxim o Saint-Raphaël.
Sono gli anni Sessanta. Non ci ho mai pensato, non che non abbia mai pensato a questo ricordo, ma a un’altra cosa, quella per cui ho deciso di scrivere queste pagine.
Dov’erano in quel tempo Guido Seborga, Elio Lanteri e Lorenzo Muratore? Esattamente quel giorno di autunno (immagino fosse autunno quando mio padre terminava la stagione balneare e se non c’erano olive noi lo raggiungevamo a Ventimiglia, perché da lì si andava assieme in un paesino della Provenza dove il suo padrone e lontano parente possedeva una villa circondata da terreni con muretti da rialzare e siepi da curare), dov’erano allora Guido e Elio e Lorenzo? Poco distanti, o forse in viaggio, Elio a Salamanca, Guido a Torino o Parigi, Lorenzo a Roma? Avevano già combattuto, scritto libri, e viaggiato parecchio, amato, quando per me era ancora tutto spavento.
Cerco solo di capire la prima volta in cui le nostre vite, almeno geograficamente, si sono incrociate. Per me è importante. Mi piacerebbe pensare che anche per loro lo sia. È dunque possibile che loro fossero stati in Val Prino in quegli anni, magari tutti assieme, in due o tre macchine, l’intera compagnia che si radunava a Bordighera o Ventimiglia, per una gita sulla spalliera ossuta di Villatalla come fanno ora certi intellettuali della terra di frontiera che si fermano sotto il pino di Villatalla a fare colazione. Chissà, magari ero seduto sui gradoni di San Giacinto, fermo come un ponte, come mi ordinavano di stare i vecchi seduti al mio fianco quando ogni tanto scendeva o saliva una macchina, e loro, Guido, Elio e Lorenzo sono passati in macchina. E i nostri sguardi per un istante, in curva, si sono incrociati. Negli anni passavo spesso da Bordighera, ma distratto, distante, o troppo veloce, sulla moto di qualche amico diretti verso l’altro mio far west, le sabbie della Costa Brava. Ci sfioravamo appena, Bordighera ed io. Fin quando un giorno - mi ero fermato o mi avevano fermato, non saprei dire - non lessi di voli di farfalle dalle ali polverose e di voragini di luci. E presto anche Guido, Elio, e Lorenzo, attraverso le pagine di Biamonti, hanno penetrato quella che è la mia meridiana oscura nella Torre dei Venti. Dopo Biamonti conobbi Seborga: L’uomo di Camporosso 1, e poi Il figlio di Caino 2

Un giorno a una lettura delle mie cose si presentò Elio Lanteri. Mi disse come si diceva Gregorio in dialetto. Una parola che assomigliava al grixùu dei tordi, il verso del chiarore, dopo la notte, quando la bestia, mi insegnavano i vecchi del carruggio, è ancora incantata dalla rugiada. Diventammo subito amici fraterni con Elio.
Un giorno andai a casa sua nel paesino di Costa d’Oneglia, a bordo del mio ronzino azzurro, un Sì del ’92.
Adriana, sua moglie, ci aveva preparato dei gamberetti buonissimi e al ritorno a casa mi colse un temporale.
Temevo per i libri, Elio mi aveva dato un’edizione molto vecchia di Occhio folle, occhio lucido 3, di Guido, e un suo manoscritto che diventò poi La ballata della piccola piazza 4.

Me li portai entrambi in Olanda e li lessi alla spiaggia, in un settembre calmo e mediterraneo.
L’anno dopo, grazie al grande lavoro di Laura Hess e Massimo Novelli, riuscii a leggere molte più cose di Guido.
Chi è invece il terzo, un Lorenzo Muratore di cui sentivo parlare quando si toccava la letteratura di quell’ansa di terra e pietre di spiaggia, cactus e rocce porose e chiese? Sapevo che in gioventù era stato amico di Moravia e Seborga e che coi ragazzi della costa, coi Giorgio Loreti, i Matteo Lanteri, Elio Lanteri, Sergio Ciacio Biancheri, aveva sognato e nuotato, viaggiato.

Un giorno - le mie cose letterarie spostate dal caso con la lentezza di un orologio solare a ore babilonesi, erano pur giunte intatte a quel far west ligure - uno di quei pomeriggi trascorsi a discutere di narrazioni con Francesco Improta o Paolo Veziano o Corrado Ramella al solito bar del lungomare bordigotto, mi dissero che Lorenzo Muratore voleva conoscermi.
Parlammo a lungo, dei miei libri e di quelli di Guido e di Elio, e mi disse che mi avrebbe mandato per posta una sua lettura di Quella notte a Dolcedo 5.
La ricevetti e poi tornai in Olanda, tornai o partii, non so mai bene cosa significhi venire quassù, ma durante l’inverno soggiornai nuovamente in Liguria, e una sera tardi, non avevo ancora acceso la stufa e forse neanche ancora raccolto in legnaia la cassetta di canne e pezzi di radice di ulivo, mi telefonò Lorenzo. Si sentiva il vento. Non era distante. Ci trovammo all’ingresso di un paese e bevemmo una tisana in un bar che ora mi dicono chiuso, poi uscimmo nel gelore di un ponte in salita, con l’aria dei colli e del torrente, e tremanti restammo a guardare la notte.
A casa lessi le pagine che mi aveva lasciato, poi scesi in legnaia a riempire la cassetta e risalii ad accendere la stufa.
Mi rimisi alla lettura. Erano le letture dei miei romanzi e un editore per cui curai un’antologia volle farne un volumetto intitolandolo Pitture nere e altre immagini 6.
Incontrai ancora molte volte Elio (e qualcuna anche Lorenzo), al solito bar sul porto di Oneglia la mattina, a volte arrivava prima lui e lo trovavo seduto con gli amici.

Altre ero io a vederlo arrivare da via Belgrano e attraversare la strada nel sole, davanti alla nuova biblioteca, e raggiungermi.
La memoria, mi ha scritto qualche giorno fa un amico con cui si parlava di voci, si è andata facendo più uditiva che visiva, ricordo meglio una persona che non c’è più se chiudo gli occhi, il suono della sua voce arriva prima all’orecchio, e poi l’immagine arriva dopo, e a volte non arriva, ma la voce sì. Si parlava di un mio libro, Il collezionista di tempo 7, che credo fosse piaciuto anche a Elio, a Lorenzo sicuramente.

[...] Ora che il volto di Elio non lo vedo più, non mi resta che la sua voce, molto più forte, come sosteneva l’amico.
E poi quest’anno, di Elio ho ricevuto, attraverso Luigi Berio, le due fiabe della terra e del mare che i valorosi Sparajurij hanno curato per voi. Ne avevamo già parlato sulla collina delle Cascine di Oneglia, con Adriana e Paola. Ma quando Luigi me le ha date eravamo alla Foce di Imperia, un mezzogiorno molto tiepido e azzurro, seduti a un tavolino del bar Sognatori. Luigi attese che leggessi, prima una e poi l’altra fiaba - lessi prima la storia di Licia, e poi, alzato un istante lo sguardo a quel mare che potrebbe essere infinito, ma che secondo Darwin e Borges avrebbe poca importanza perché l’occhio umano inventa comunque un orizzonte a poche miglia, passai ai gemelli che hanno trascorso la vita a potare la vigna. E siamo rimasti a lungo in silenzio, come credo piaccia stare anche a Luigi e piaceva a Elio. Era come se dopo la lettura ci fossimo seduti al fondo dei filari, nella vigna dei gemelli, in silenzio. Elio mi aveva parlato di queste prose un giorno sul treno, dove entrambi diretti a Ventimiglia c’eravamo incontrati per puro caso.
Ora erano le voci. Lo sono. Lo saranno. Spero per molti.
Cerca una poesia di Kavafis, mi disse l’amico, intitolata Voci (Fonès). Kavafis le chiama in originale “Kerebra”, cioè sentite proprio dal cervello.
Non sono ancora riuscito a trovarle, qui dove mi trovo in questa soffitta dell’Europa.

Poi quest’inverno, durante un mio soggiorno a Prelà, il paese umido lungo il Prino, ho rivisto Lorenzo. E in un bar, com’era successo l’anno prima, davanti a una tisana fumante, egli mi consegnò una cartellina di plastica azzurra ondulata. Conteneva 123 fogli battuti a macchina, che lui aveva rocambolescamente salvato da una situazione che, se vorrà, un giorno vi racconterà.
Lessi: Avvenne per una congiuntura un giorno che, ostentatamente coperta di gioielli come un idolo delle Indie, Esterina si avvicinò alla vasca da bagno.
Ben più di un far west, le acque dove nuoto con Seborga, e la passeggiata accanto a Luigi Betocchi, e la conoscenza delle terrazze di Francesco Biamonti, dove mi porta Giancarlo, e la pace della piazza di Isolabona dove mi siedo con Paolo Veziano a raccontargli di come Gregorio Sanderi aveva pescato anguille con lui, e le passeggiate portorine con Giuseppe Conte, se di far west ligure si tratta, sono il mondo che comprende per me ogni luogo della letteratura, quest’estremo ponente ligure sono il mio Bastieto, la mia Sorba, i miei Avrigue e le mie Combray, i miei Macondo, le Langhe di Johnny e le strade e spiagge portoghesi di Pereira, sono anche questo mio Nord che attraverso a piedi o in bicicletta col mio amico Roland Fagel.
Concedetemi, per ultimo, come non si dovrebbe fare mai - ma siamo pur sempre in far west - la citazione da un saggio che Arnaldo Colasanti scrisse per i racconti di Vincenzo Pardini e miei.
Senza un rimpianto, senza piangere, senza voce. Non potevo che confessarvelo.

1 Guido Seborga, L’uomo di Camporosso, Mondadori, Milano 1948, (2a ed., Spoon River, Torino 2004).
2 Id., Il figlio di Caino, Mondadori, Milano 1949, (2a ed., Spoon River, Torino 2006).
3 Id., Occhio folle, occhio lucido, Ceschina, Milano 1968.
4 Elio Lanteri, La ballata della piccola piazza, Transeuropa, Massa 2009.
5 Marino Magliani, Quella notte a Dolcedo, Longanesi, Milano 2008.
6 Lorenzo Muratore, Pitture nere e altre immagini - Studio sui romanzi di Marino Magliani, Eumeswil Arti Grafiche, Broni 2010.
7 Marino Magliani, Il collezionista di tempo, Sironi, Milano 2007.

Marino Magliani, Il mio Far West, [in]edito Retroguardia, Collana diretta da Francesco Sasso, 2011

sabato 1 maggio 2021

Aveva la famiglia a Bordighera il carabiniere che salvò migliaia di ebrei

Il capitano Tosti, terzo da sinistra, a Bordighera nel 1941 con alcuni commilitoni - La foto è tratta dal libro "A testa alta" di Giuseppe Altamore - Fonte: Avvenire.it

Una storia che potrebbe essere un film e invece è vera: quella del capitano dei Carabinieri Reali Massimo Tosti. Classe 1901, di Campobasso, Tosti è un ufficiale del X Battaglione Carabinieri Mobilitato al seguito del IV Corpo d’Armata durante l’occupazione italiana dell’area sud orientale della Francia dopo la caduta di Parigi per mano dei Paesi dell’Asse il 25 giugno 1940.
Il nord era sotto il controllo tedesco mentre il resto del territorio francese era sotto il governo collaborazionista di Vichy. “Nel marzo del 1943 l’opera del capitano Tosti si rivelò determinante a favore della popolazione di religione ebraica - dice il Generale di Brigata Antonino Neosi, Capo Ufficio Storico dell’Arma dei Carabinieri -. Attraverso l’attività di Tosti e di tanti altri militari italiani si riuscì a portare un cospicuo numero di cittadini di religione ebraica proprio in quel territorio sottraendoli dalla furia nazista. Grazie all’azione svolta dai militari italiani e dal capitano Tosti si riuscirono a salvare circa 4mila ebrei dalla deportazione. In particolare, non solo vennero garantite loro condizioni di vita più dignitose in quei paesini al confine con l’Italia - sottolinea Neosi -. Agli stessi vennero forniti mezzi di sostentamento e dei documenti falsi che gli consentirono di sfuggire alla Gestapo nazista e alla polizia del governo collaborazionista di Vichy”.
Il capitano Tosti e gli altri militari italiani, noncuranti delle leggi razziali introdotte nel 1938 dal regime fascista guidato da Mussolini, rischiarono la vita evitando controlli, spie e delatori e compiendo un’opera umanitaria senza precedenti. Negli undici mesi in cui la IV Armata italiana rimase sulla Costa Azzurra e a ridosso delle Alpi, fino alla linea del fiume Rodano, si creò una zona in cui gli ebrei trovarono un sicuro rifugio grazie al sostegno di una rete di salvataggio guidata dal banchiere italo-francese Angelo Donati, dal cappuccino padre Pierre-Marie Benoit e dai Carabinieri italiani, tra i quali il capitano Tosti.
Proprio nel marzo del 1943 e nei giorni successivi, attraverso l’azione portata avanti dal capitano Tosti, molte persone di fede ebraica furono condotte ai piedi delle Alpi vicino alla frontiera con l’Italia. Il trasferimento avvenne utilizzando i camion dalla IV Armata, con partenze differite di alcuni giorni e a gruppi di circa cento persone.
Una storia, quella del capitano dei carabinieri, emersa da un carteggio ritrovato dalla famiglia dopo la morte di Massimo Tosti nel 1976. Un vero e proprio patrimonio culturale e di memoria per non dimenticare uomini in divisa che nonostante regimi, dittatori e leggi razziali, compirono atti di eroica quotidianità in difesa dei diritti e della dignità umana.
Una storia che il giornalista e saggista Giuseppe Altamore, direttore di BenEssere, attraverso documenti, foto e testimonianze, ripercorre nel libro “A testa alta. Massimo Tosti, il carabiniere che salvò 4000 ebrei” (San Paolo).
[....] “Dopo l’8 settembre la situazione si complica ulteriormente. Gli italiani non erano più alleati dei tedeschi - prosegue il Capo Ufficio Storico del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri -. A seguito dello sbandamento delle nostre truppe, anche il capitano Tosti rientra in Italia”.
La famiglia dell’ufficiale dei carabinieri viveva a Bordighera, in provincia di Imperia, vicino al confine francese. “Lui era sposato con due bambini e la moglie era incinta del terzo figlio - aggiunge il generale Neosi -. Questo per dire che non c’era solo una necessità familiare, ma anche una necessità di servizio nel rientrare in Italia. La situazione del capitano Tosti è quella in cui si trovarono un po’ tutti i carabinieri in quel momento. Occorre considerare la difficoltà che si verificò dopo l’8 settembre 1943” riflette Neosi.
In quei giorni drammatici e di confusione il maresciallo Badoglio e il Re Vittorio Emanuele III si erano trasferiti a Brindisi mentre a nord era stata costituita la Repubblica sociale italiana. A sud avanzavano gli Alleati anglo-americani dopo lo sbarco in Sicilia del 10 luglio 1943. “Era una situazione estremamente complessa nella quale iniziarono a mancare gli ordini e Tosti, così come altri carabinieri che dovettero rientrare e presentarsi al proprio comando di appartenenza, fu costretto a transitare, di fatto, nella Guardia nazionale repubblicana. Tuttavia – spiega Neosi - fu un transito molto breve in cui, anche attraverso diversi sotterfugi, come quello di mettersi in malattia, Tosti cercò di sottrarsi ai servizi che venivano dalla Guardia nazionale repubblicana, per non rispondere a quelli che erano gli ordini dei fascisti”.
Non solo, nonostante i pericoli che potevano derivare da eventuali azioni clandestine, il capitano Tosti si impegnò a sostegno della popolazione italiana e in supporto dei partigiani fornendo informazioni e aiutandoli a non essere catturati dai soldati del Terzo Reich. “Questo fu un ruolo che accomunò molti carabinieri che proprio in quel periodo passarono alcuni in clandestinità andando a costituire le bande partigiane - sottolinea il generale Neosi -. Altri invece combatterono direttamente. Non dimentichiamo che i primi combattimenti dopo l’8 settembre 1943 si tennero proprio a Roma a Porta San Paolo”. [...]
Vincenzo Grienti, Giornata della memoria. Il capitano Tosti, il carabiniere che salvò 4mila ebrei, Avvenire.it, 26 gennaio 2021 


[...] Negli 11 mesi in cui la IV Armata italiana rimase sulla Costa Azzurra e a ridosso della Alpi, fino alla linea del fiume Rodano, si creò una zona in cui gli ebrei trovarono un rifugio sicuro grazie a una rete di salvataggio guidata dal banchiere italo-francese Angelo Donati, dal cappuccino padre Pierre-Marie Benoît e dai nostri Carabinieri reali. Tra questi primeggiò il Capitano Massimo Tosti, che si adoperò, spesso rischiando la vita, nel facilitare il passaggio dei rifugiati che, da tutta la Francia, accorrevano nella zona controllata dal nostro esercito che venne per questo chiamata la “piccola Palestina”.
L’azione del Capitano Tosti proseguì anche dopo il tragico 8 settembre 1943 nella provincia di Imperia, dove continuò la sua opera di salvataggio degli ebrei che questa volta fuggivano dal Sud della Francia invasa dai tedeschi. Nonostante il suo impegno antifascista, a guerra finita il Capitano Tosti rischiò di essere espulso dall’Arma con l’accusa di collaborazionismo [...]
Presentazione di Giuseppe Altamore, A testa alta. Massimo Tosti, il carabiniere che salvò 4000 ebrei, Edizioni San Paolo 2020, pp. 144, euro 18,00 su Gruppo Editoriale San Paolo

Il giornalista siciliano Giuseppe Altamore (originario della provincia di Palermo, ma residente da tanti anni a Milano) ha scritto un interessante volume dedicato al capitano dei Carabinieri Massimo Tosti: una figura da rivalutare e da inquadrare non certo tra i "collaborazionisti", ma tra gli eroi come il brigadiere Salvo D’Acquisto (sacrificatosi per salvare i civili dai rastrellamenti nazisti).
Nel libro "A testa alta. Massimo Tosti, il carabiniere che salvò 4000 ebrei" (Edizioni San Paolo), Giuseppe Altamore (oggi direttore della rivista Benessere, in passato caporedattore di Famiglia Cristiana dopo gli esordi professionali come collaboratore del quotidiano L’Ora di Palermo) ha raccontato una storia vera emersa da un voluminoso carteggio ritrovato dalla famiglia dopo la morte del Capitano nel 1976: Tosti era uno di quegli uomini in divisa che - nonostante le leggi razziali e i diktat nazisti - difesero gli ebrei nel Sud della Francia occupata dalle nostre truppe.
[...] Negli oltre 10 mesi in cui la IV Armata italiana rimase sulla Costa Azzurra e a ridosso della Alpi, fino alla linea del fiume Rodano, si creò, però, una zona in cui gli ebrei trovarono un rifugio sicuro grazie a una rete di salvataggio guidata dal banchiere italo-francese Angelo Donati, dal cappuccino padre Pierre-Marie Benoît e dai Carabinieri reali. Tra questi primeggiò il Capitano Massimo Tosti, che si adoperò, spesso rischiando la vita, nel facilitare il passaggio dei rifugiati che, da tutta la Francia, accorrevano nella zona controllata dal nostro esercito che venne per questo chiamata la "piccola Palestina".
L’azione del Capitano Tosti proseguì anche dopo il tragico 8 settembre 1943 nella provincia di Imperia, dove continuò la sua opera di salvataggio degli ebrei in fuga dal Sud della Francia invasa dai tedeschi. Nonostante il suo impegno antifascista, a guerra finita il Capitano Tosti rischiò di essere espulso dall’Arma con l’accusa di collaborazionismo. Ma la verità si impose e l’ufficiale conobbe riconoscimenti e una brillante carriera.
Oltre ad avere salvato migliaia di Ebrei, Tosti aveva anche aiutato i partigiani liguri. Secondo Altamore, "fu costretto a documentare, con tanto di testimonianze scritte, che non era stato un carabiniere fascista, soprattutto dopo l’8 settembre 1943. Forse un doppiogiochista, ma sempre a favore dei partigiani, non certo per favorire le persecuzioni nazifasciste".
Pietro Scaglione, La riscoperta del capitano Tosti, il carabiniere salvatore degli ebrei e amico dei partigiani, ANTIMAFIA Duemila, 3 aprile 2021 

Fonte: Italiani in guerra cit. infra

[...] Sarà proprio in questa zona e precisamente nel piccolo paesino di Saint Martin Vésubie, sito a nord di Nizza, che il capitano Tosti svolgerà la sua meritevole opera di salvataggio di migliaia di vite, mettendo a repentaglio la sua e quella dei suoi sottoposti, aiutato dal  celebre banchiere italo-francese – già console generale della Repubblica di San Marino – Angelo Donati.
Il carabiniere che salvò 3000 ebrei, Italiani in guerra

Quella del Capitano Tosti (Campobasso, 13 febbraio 1901 – Milano, 13 marzo 1976), autentico salvatore della patria, morto a 76 anni con i gradi di colonnello dei carabinieri e senza mai raccontare nulla in famiglia delle vicende belliche, è la storia di un uomo in divisa e di altri uomini come lui, che nonostante le leggi razziali e i diktat nazisti difesero gli ebrei nel Sud della Francia occupata dalle truppe italiane.
La nuova pubblicazione del giornalista e saggista Giuseppe Altamore è un libro da leggere in occasione della Giornata della Memoria. Stiamo parlando del volume “A testa alta” (Edizioni San Paolo 2020, pp. 144, 18,00 euro), nel quale l’autore rievoca la figura di “Massimo Tosti, il carabiniere che salvò 400 ebrei”, come recita il sottotitolo del testo. Una storia eroica di coraggio e ardimento che rivive nelle pagine di Giuseppe Altamore, appassionato di storia e teologia, da qualche anno impegnato nel dialogo ebraico-cristiano, direttore responsabile del mensile BenEssere, la salute con l’anima del Gruppo Editoriale San Paolo, da noi intervistato.
“È bene quindi dare merito a questa schiera di uomini e donne che, essendo nel Nord del Paese in particolari situazioni familiari, si comportarono come il Capitano Tosti. A loro l’onore delle armi e la riconoscenza di tutti coloro che furono salvati da morte certa”, scrive nella Prefazione del libro il Generale di Corpo d’Armata Roberto Jucci, ex Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri.
[...]
La vicenda si dipana in gran parte nella Francia occupata dall’esercito italiano e dalle truppe tedesche tra il novembre 1942 e il settembre 1943. Undici mesi nodali, dove i nostri soldati “si erano trasformati in inaspettati salvatori, pronti perfino a impugnare le armi per difendere gli ebrei dalle pretese della Gestapo e della Repubblica fascista di Vichy”. Ce ne vuole parlare?
«L’8 novembre 1942 gli anglo-americani sbarcarono in Nord Africa, mentre in Libia l’Italia indietreggiava. Come conseguenza, in meno di ventiquattr’ore tutta la zona libera francese passò sotto il controllo delle forze tedesche e italiane per prevenire uno sbarco alleato sulle coste del Mediterraneo. Al Governo di Vichy rimase formalmente l’amministrazione statale. La IV Armata italiana, comandata dal generale Mario Vercellino, prese allora il controllo di un vasto territorio, che andava da Tolone, in Francia, a punta Mesco, nel comune spezzino di Monterosso. La Francia passò interamente sotto il comando tedesco, mentre la Provenza e la Costa Azzurra, per l’appunto, furono occupate dalla IV Armata, forte di 30mila uomini. Gli ebrei furono concentrati in alcune località a ridosso delle Alpi e furono sempre difesi dagli italiani fino all’8 settembre 1943. Il Capitano Tosti fu determinante in questo senso».
È vero che a guerra finita, il Capitano Tosti, dovette dimostrare al ministro della Difesa la sua fede antifascista, anzi di non essere stato un volenteroso collaboratore della sedicente Repubblica sociale italiana?
«Purtroppo, dopo l’8 settembre il Capitano dovette presentarsi al suo comando, perché la sua famiglia era in una situazione di estremo pericolo con la moglie prossima al parto. Se si fosse dato alla macchia, avrebbe lasciato la moglie e il figlio Giancarlo di pochi anni in balia degli eventi. Giocoforza dovette formalmente dire sì alla Repubblica sociale italiana, ma in segreto continuò ad aiutare gli ebrei e la resistenza, rischiando la propria vita, perché a un certo punto fu scoperto. Il Capitano si diede allora malato per non coinvolgere la famiglia. A fine guerra, dovette dimostrare di non essere stato un collaboratore del regime fascista. Nel libro racconto come ciò avvenne».
A metà degli Anni Cinquanta la strada di Massimo Tosti si incrociò con quella di un altro carabiniere di circa vent’anni più giovane, che sarebbe stato un suo sottoposto per un certo tempo. Quale era il nome di questo carabiniere?
«Sì, il giovane carabiniere di allora divenne poi il famoso generale Dalla Chiesa. È straordinario questo accostamento del destino di due uomini che hanno dato tanto al nostro Paese, mi viene da dire alla Patria. Uomini tutti di un pezzo, con un’integrità morale non comune, che hanno attraversato i momenti più difficili della storia mostrando che cosa possono fare le persone che davvero si dedicano agli altri».
[...]
Alessandra Stoppini, Massimo Tosti, il carabiniere che salvò 400 ebrei: “Difese i valori in cui credeva a rischio della vita”, Santalessandro.org, 27 gennaio 2021 

mercoledì 28 aprile 2021

Le vacanze di Edoardo Sanguineti a Bordighera



[...] La cartolina dalle vacanze di Edoardo Sanguineti risale all'immediato dopoguerra. Lo ritrae seduto a un bar di Bordighera con un libro in mano, magro, forse piu' emaciato di oggi, finalmente al riparo dal sole. "Vivevamo a Torino e ogni anno andavamo un po' al mare e un po' ai monti. I miei genitori si erano conosciuti in montagna, così andarci era quasi un cerimoniale obbligato. Ma io preferivo il mare: con il tempo, a differenza delle vette dove mi annoiavo, era diventato un luogo mentalmente abitabile. Andavamo da una zia, sorella di mio padre, che stava a Bordighera. Lì si era sposata con un ferroviere e aveva un figlio: il mio solo cugino. Eravamo entrambi figli unici. E ritrovarlo ogni anno, per me significava rompere la solitudine. Ma non andavamo granche' d' accordo. Avevamo fra i quindici e i vent'anni, lui girava con le ragazze, ballava, praticava sport e di fronte a me, piu' piccolo, si dava arie da grande. Però, in fondo, mi aggregava sempre alle sue compagnie...". Sanguineti 
racconta come una favola la sua vacanza a Bordighera. Per lui, spiega, era una finestra aperta sul mondo. Un altro mondo, abitato da ragazzi del popolo, come quel cugino tanto diverso da lui. "Io rappresentavo il tipo del giovane intellettuale, l'orribile primo della classe. Mio cugino invece non studiava volentieri, era uomo rivolto alla vita pratica, molto concreto, molto allegro, molto mondano. La zia, religiosissima, si preoccupava di quel figlio incontrollabile. Ciò nonostante era un ragazzo con degli interessi precisi: sognava di fare la vita di mare, che poi seguì. Con le crociere Costa viaggiò per  l'universo mondo, in moto perpetuo mandava cartoline da ogni parte del globo. Ma allora, erano i tempi dell'asse Roma-Berlino-Tokio, lui studiava il giapponese. E io lo guardavo sbigottito, anzi con un po' di invidia: alle prese con il greco e il latino com'ero, quella lingua esotica mi appariva ben più affascinante. 
"Comunque - sorride Sanguineti - andando lì imparai a nuotare. Verso quella pratica non avevo nessuna vocazione, tant'è vero che ho nuotato per tutta la vita annaspando come i cani sull'acqua. E poi ho un allergia fisica nei confronti del mare: dopo un quarto d'ora incomincio a tremare come una foglia per il freddo. Con l'insicurezza che avevo, non sono mai andato sott'acqua e se ci andavo era del tutto contro la mia volontà. Insomma procedevo con una costante angoscia d'annegamento. Ma bene o male imparai. Il cugino e i suoi amici, invece, erano degli eccellenti nuotatori, naturalmente".
Sanguineti preferiva pescare con lo zio. Dire che si divertiva gli pare troppo: "Era un'esperienza curiosa. C'erano i granchi e c'era tutta una fauna da scogli davvero appassionante, esseri abbastanza incredibili: il Paguro bernardo, le conchiglie abitate...". 
Tutta l'estraneità' e lo stupore del giovane Sanguineti sono ancora qui, nei suoi occhi sgranati e nelle mani che si muovono accompagnado le parole, poi rallenta il ritmo: torna a parlare di spiaggia. "No, andarci non mi piaceva granché, anche se un po' alla volta mi abituai all'idea di stare al sole. Ma mentre prendere il sole in montagna è bello perché non si rischia nulla, in spiaggia come fai? Dopo un po' devi buttarti in acqua e allora iniziano il freddo, il gelo, le sofferenze". 
Perciò Sanguineti andava al bar, all'ombra, con il mare lì sotto finalmente tenuto a bada. 
Seduto al tavolino leggeva un libro di Carlo Bo. 
Ironia della sorte o documentazione precoce non si sa, vero è che proprio contro gli scrittori e critici ermetico spiritualisti una quindicina di anni più tardi, Sanguineti, divenuto esponente della neoavanguardia, avrebbe acceso le polemiche, militando per una nuova letteratura. 
Ma lui adesso non ne parla così. "Era un libro su Mallarmé, che doveva essere uscito negli anni Quaranta. Lo ricordo come uno dei testi più ermetici che si potessero immaginare, nel senso sia culturale che letterale della parola: poetica dell'ermetismo portata fino in fondo". 
"Insomma - ride Sanguineti - non si capiva un accidente. Però ero davvero affascinato e un po' ipnotizzato da quella scrittura ardua, ma tanto suggestiva, mallarmeana davvero". 
Alle spalle del bar, appena sopra il paese, stavano le colline, incoronate dalle bellissime ville art nouveau che la comunità inglese aveva fatto costruire. Prima della guerra per pallidi nobili, principi, botanici e scrittori d'oltre Manica trascorrere l'inverno lì era diventata una consuetudine. La Belle Epoque correva sulle prime macchine decappottabili. Si fermavano davanti ai fastosi alberghi o ai club odorosi di cuoio [...]
Per sentirsi a casa Sanguineti andava in libreria. A Bordighera, racconta, ce n'era una sola "piccolissima, stipata di libri che una signorina appassionata selezionava con cura. Voleva creare una specie di piccolo polo culturale cittadino. Mi ricordo che lì scoprii i cataloghi degli editori, meravigliosi. Uno in particolare, quello Bompiani, era talmente bello che non invitava a comprare, bastava guardarlo per immaginare che cosa potessero essere quei libri. A quei tempi non esisteva l'editoria di consumo, i libri erano rari e costosi: un lusso. Leggere romanzi poi, era cosa indecorosa e moralmente sospetta. Agli occhi di genitori e insegnanti significava non studiare. Come si dice oggi dei ragazzi che guardano troppo la Tv".
Ma i libri più belli glieli portava Seborga. Al bar sul lungomare, naturalmente. 
"Anche lui non amava la spiaggia. Faceva un bagno al mattino presto e poi, come me, saliva al caffé. Passavamo il tempo chiacchierando. Era persona di cultura bizzarra e disordinata, ma con delle passioni interessanti. Conosceva bene i surrealisti, era stato in Francia e adorava Artaud. Arrivava carico dei suoi libri quando delle avanguardie in Italia ancora non si sapeva nulla. Quei testi stranieri erano difficili da avere. Anche perché le avangurdie storiche non erano amate dagli ermetici, che cercavano una scrittura di originaria purezza e al massimo si spingevano a un orfico mallarmeismo, tutt'altro che aggressivo. Un mallarmeismo all'italiana, insomma: la mistica della poesia. Ma neppure ai neorealisti piacevano le avanguardie. Così si trattava di trovarli questi libri e Seborga me li portava. Curioso, lui che scriveva romanzi nient'affatto spregevoli ma nell'ambito di una poetica neorealista, mi iniziò alla conoscenza delle avanguardie storiche... Ma era un tipo bizzarro. Artaud mi piaceva. [...]".
Cinzia Fiori, La Malesia a Bordighera, Corriere della Sera, 3 agosto 1996