sabato 18 aprile 2026

Impressioni di vent'anni fa sulla Valle Argentina

Molini di Triora (IM). Foto: Davide Papalini. Fonte: Wikipedia

Vi sono molti modi per raggiungere Triora, ma i più agevoli sono, a mio avviso, due: il primo è percorrere la Riviera di Ponente fino alla città di Arma di Taggia (distante 140 Km da Genova, 15 Km da Imperia e 25 Km da Ventimiglia) per poi inoltrarsi nella Valle Argentina sulla strada statale 548 per 30 Km; il secondo, un po’ più impegnativo, consiste nell’inerpicarsi su per la Val Nervia attraversando la cittadina di Pigna, superare la Colla di Langan, ridiscendere nella Valle Argentina ed immettersi sulla SS 8 548. Questa opzione dà la possibilità di esplorare la Val Nervia, ammirare la Colla di Langan, che dall’alto dei suoi 1.127 m domina le valli con i suoi prati, e, se si è attrezzati, continuare a salire per la strada ex-militare Rezzo-Pigna (che collega quindi le valli Arroscia, Argentina e Nervia) raggiungendo le più alte vette liguri come il monte Saccarello (2.200 m), posto al confine tra Liguria, Piemonte e Francia; mentre, la prima, è certamente quella più consigliata per il suo collegamento con l’autostrada A10, per la manutenzione del fondo stradale e per un servizio di autobus di linea interurbana con partenza da Sanremo (IM).
La Valle Argentina prende il nome dal torrente Argentina che nasce dalle vette del Saccarello: lungo 36 Km attraversa tutta la vallata per poi sfociare ad Arma di Taggia (nel suo ultimo tratto scorre in una estesa valle alluvionale, tra Taggia e Arma di Taggia, prendendo il nome di “Taggia”). La SS 548 per buona parte segue il corso del torrente: salendo, dopo essersi lasciati alle spalle la frazione di Arma e superata Taggia, dopo 11 Km si trova il borgo medioevale di Badalucco. Badalucco, situata a 179 m sopra il livello del mare, ha una superficie comunale di 15,8 kmq ed una popolazione di 1.347 abitanti, è costruita poco più a monte del punto in cui il torrente Oxentina (nato dal versante orientale del monte Ceppo) confluisce nell’Argentina; in effetti si suppone che il nome attuale del torrente principale avrebbe origine da quello del suo affluente che, secondo L. Lanteri: “...potrebbe derivare dal dialettale “oxelu” (uccello) e indicava dunque una valle ricca di volatili.” <2 Sopra l’Argentina sono costruiti, all'ingresso e all'uscita del paese, due ponti tardomedievali “a schiena d'asino” che indicano l’antico percorso di fondovalle. Badalucco è famosa, oltre i confini della vallata, sia per i suoi murales e le sue ceramiche che rivestono le facciate delle case del borgo sia per la sua sagra dello Stocafissu a Baücôgna la terza domenica di settembre. Lo stoccafisso è sempre stato un alimento d’importazione sin dai tempi della Repubblica di Genova che usava il paese come centro mercantile per la media Valle Argentina: la sua notevole diffusione è data dalla grande conservabilità del prodotto, dal suo basso costo e dalla possibilità di avere sempre a portata di mano del “magro” per i giorni di tipo penitenziale. Anche lo stoccafisso utilizzato nella sagra è d’importazione e arriva, contrariamente a quello antico di origine francese e olandese, dall’arcipelago norvegese di Lofoten. Alla sagra, ogni anno, vengono invitate varie personalità tra cui il console norvegese <3.
Procedendo per un paio di chilometri si arriva al bivio che, seguendo il percorso del Rio Carpasina anch’esso affluente dell’Argentina, porta ai paesi di Montalto Ligure (315 m s.l.m.) e di Carpasio (720 m s.l.m.). Superato, ci s’inoltra per una quindicina di chilometri nell’alta valle, attraversando un paesaggio spettacolare fatto di fitti boschi, tortuose gole, di acque incuneate in pareti rocciose dalle originali e ardite stratificazioni: geologicamente parlando questo territorio è definito di tipo “calcareo flyschoide” (calcari mesozoici ed eocenici), nel senso che si tratta di una formazione a sedimentazione marina (qui una volta c’era il mare!). Ogni tanto si aprono ai lati del percorso delle biforcazioni che conducono ai paesini costruiti aggrappati ai crinali delle montagne circostanti, infine si arriva a Molini di Triora. Molini di Triora, situata a 460 m sopra il livello del mare, ha una superficie comunale di 58 kmq ed una popolazione di 732 abitanti, qui il torrente Capriolo confluisce nell’Argentina ed è anche il punto d’immissione sulla SS 548 per chi arriva dalla Colla di Langan. Comune dal 1903, dopo essersi staccato da quello di Triora, possiede molte frazioni e località: Corte, Andagna, Agaggio Inferiore e Superiore, Aigovo, Gavano, Glori, Perallo ed il passo della Teglia. La sua storia è strettamente legata a quella di Triora: era qui che sorgevano i ventitré mulini che facevano della podesteria di Triora il “granaio” della repubblica genovese. Lo sviluppo urbanistico del borgo medioevale segue la linea del fiume donandogli una singolare forma ad ansa, l’antico e il nuovo si fondono in un paese che, per chi ha come obiettivo Triora, è visto come l’ultima tappa ristoratrice prima dello “scatto” finale, ma è anche un borgo che offre ai suoi turisti, semplici visitatori o pernottanti, monumenti, opere d’arte e soprattutto la gentilezza di chi ha basato la propria economia sull’attività commerciale. [...] L’ultima domenica di agosto a Molini si può assistere alla Sagra della Lumaca: la festa, organizzata da più di 40 anni, è dedicata ai succulenti piatti preparati con questo mollusco ed esiste anche un concorso per la migliore ricetta: “La lumaca d’Oro”. L’avvenimento è molto sentito, ed attira visitatori dalle vallate vicine, tanto che la lumaca è diventata il simbolo di Molini: la sua effige si trova dipinta sui muri delle case, sulla fontana ad inizio paese, nei negozi si possono trovare interessanti sculture, il suo nome viene associato ai prodotti locali <5. In loco vi sono anche una farmacia ed una macelleria: le due tipologie di negozi non sono presenti in Triora. Se si decide di rimanere a Molini l’unico modo è alloggiare al ristorante-albergo Santo Spirito: fondato nel 1897 è sempre stato gestito dalla famiglia Zucchetto; se invece, come nel nostro caso, si voglia proseguire, bisogna continuare ancora per 6 Km sulla carrozzabile, passando accanto al laghetto artificiale detto “Delle Noci”, ricavato dal torrente Capriolo con l’ausilio di una piccola diga, e usato dai bagnanti nei periodi estivi. Da Molini parte anche un sentiero che in un 1 Km e 700 m porta a Triora tagliando per il monte Trono (1.196 m) sul cui fianco è posata la nostra cittadella: per imboccarlo bisogna entrare nel centro storico ed incominciare a salire attraverso i “carugi” (le tipiche strette vie liguri). Quasi subito, sulla destra, si può ammirare la chiesa di San Lorenzo Martire: iniziata a costruire nel 1484 in stile gotico e poi modificata nel tempo ha, sulla facciata, murato un rilievo del 1450 in ardesia, “l’oro nero” della Valle Argentina. Al suo interno varie opere d’arte come la statua lignea dell’Addolorata <6 mentre tra i dipinti si può osservare il quadro raffigurante il Beato Lantrua: un molinese dell’Ordine dei Minori Francescani giustiziato in Cina il 17 febbraio 1816 <7, di cui si può vedere una statua vicino alla parrocchiale. Proseguendo tra le casette ricoperte d’edera ci s’imbatte nel negozio "Bagiue e Lumazze" <8 che già nel nome racchiude i due simboli-interpreti di Molini e di Triora, a cui è legata. La proprietaria è un’artigiana che lavora sia la cera per creare divertenti e coloratissime lumache sia l’ardesia con cui forgia gioielli (in particolare ciondoli) o quadretti dipinti: anche qui non può mancare la figura-icona della strega, come ad esempio la lumaca con il cappellaccio. Appena usciti dall’abitato, dopo una ripida salita, ci si ritrova accanto al cimitero dove spicca il santuario della Nostra Signora della “Muntà”: in stile romanico vi si accedeva da tre grandi porte di cui una riservata ai trioresi. E’ proprio da qui che, alzando gli occhi, si vede l’obiettivo della nostra escursione: Triora è lassù, dominante!
E s’incomincia a montare (dal verbo, secondo L. Lanteri, il nome del santuario <9) attraversando vecchie campagne a fasce (cioè terrazze sostenute da muri a secco: l’unico modo in Liguria per coltivare sui ripidi pendii), alcune sono ancora coltivate a vigna, altre in abbandono e ci si accorge che tutto intorno la storia non cambia: là dove c’è boscaglia, una volta erano campi coltivati. In autunno inoltrato quella stessa via e quei boschi vengono utilizzati, di mercoledì e domenica, per la caccia al cinghiale: cartelli appesi agli alberi avvertono gli ignari avventori del pericolo. Ogni tanto si alza la testa per vedere la meta e se chi, come me, a Molini, in una fresca serata di metà agosto, ha perso l’ultimo autobus delle 19.45 per Triora, si ritroverà a guardare la cima illuminata dal sole morente, per poi abbassare lo sguardo sul borgo sottostante ormai ingoiato dall’oscurità: una chiara linea di demarcazione separa la luce dal buio e segna tutta la valle. Quasi inseguiti da quella linea si continua a salire e, sulla montagna di fronte, illuminate come da un faro dorato, si scorgono le due frazioni di Molini: Corte e Andagna. Andagna, più sulla destra, esposta a sud, si trova a 730 m sopra il livello del mare e al di sotto della Costa dei Carmi, a 3 Km e mezzo da Molini. Contribuisce alla popolazione comunale con i suoi 85 abitanti. Secondo la tradizione si vuole che l’attuale oratorio, e antica sede parrocchiale, di San Martino fosse stato edificato dai benedettini e per questo F. Ferraironi ipotizza che il nome della località derivi da quello della città belga di Andania, dove nel VII secolo furono sepolte due sante benedettine. Andagna è situata sulla strada che porta al passo della Teglia, proseguendo per quella direzione, ed arrivando sulla cresta, si può trovare, accanto alla “Roca d’e Bàgiue”, il santuario di Santa Brigida. Il passo della Mezzaluna è un antico punto d’incontro delle mandrie transumanti e qui si possono ancora osservare i ricoveri che venivano utilizzati dai pastori e dagli animali. Poco più in là vi è un grosso masso tabulare: al suo interno è stato ricavato quello che si pensa sia uno scolatoio per il sangue e, di conseguenza, è stata identificata come un’ara sacrificale. Tra le feste è famosa, ad ottobre, quella della castagna. Corte, a sinistra, in posizione panoramica, è la frazione di Molini meglio visibile da Triora, a 700 m sopra il livello del mare. Il nome può essere ricondotto a due origini: la prima dal latino classico “cohors” con il doppio significato di a) coorte e b) cortile, recinto per gli animali; la seconda di tipo medioevale, dal termine “curtis”, e quindi, come specifica L. Lanteri, immaginare che “quel territorio era una particolare frazione del dominio di un feudatario (i Ventimiglia Lascaris <10)”. Famosa per le sue chiese, non si può non citare il Santuario di Nostra Signora della Consolazione: legato, così vuole la tradizione, all’apparizione nel 1570 circa, dopo un temporale, della Vergine, ad una pastorella muta dalla nascita e la sua conseguente guarigione. Nel punto del miracolo, presso un corso d’acqua lontano dal centro abitato, venne costruita una cappella ed infine il santuario: il luogo è particolarmente caro agli abitanti che, con innumerevoli “ex voto”, hanno manifestato la loro gratitudine per le guarigioni ed i fatti prodigiosi, da allora, elargiti <11. Altra chiesa è quella di San Vincenzo, sulla costa di fronte a Triora, con un portale risalente al 1497: la posizione appartata e le dicerie sul suo conto ne hanno fatto un sito poco frequentato. Passata un’ora circa dalla partenza da Molini, si arriva, presso la chiesa della Madonna delle Grazie, alla fine della mulattiera: con ingresso ad oriente, fu edificata in epoca anteriore al XV secolo, restaurata nel 1949, periodo in cui al suo interno fu posta una statua della Madonna di Fatima. Vi si può anche ammirare un’ancona del XVI secolo (inquadrata in una cornice in legno a formare un retablo) posta dietro l’altare. Lasciatasi alle spalle la chiesa si prosegue per qualche metro fino ad immettersi sull’ultimo pezzo della SS 548 prima di entrare nel centro abitato vero e proprio: il paese sembra continuare la nostra salita, ergendosi, ammassato su se stesso, verso l’alto, ma l’oscurità ci ha appena raggiunto ed inghiottiti.
[NOTE]
2 Lanteri, Lorenzo, Toponimi dell’Alta Valle Argentina nella Cartografia settecentesca e negli antichi Statuti comunali,(“Conoscere la Valle Argentina”), Pro Triora Editore, 2002.
3 Informazione ricavata dall’intervista a Lorenzo L. (1937) dell'11 ottobre 2004.
5 Ritornando al liquore e ai biscotti citati più sopra al loro interno non vi è traccia del gasteropode, ma è sempre divertente notare lo sgomento di chi legge l’etichetta affissa sulla confezione!
6 Festeggiata la seconda domenica di settembre. A Molini la Madonna dei Dolori viene detta "la Madonna che passa l'acqua" poiché nella processione attraversa vari ponti. Ma su questa statua esiste anche una leggenda: il monumento in realtà era destinato a Triora, ma ogni volta che provavano ad imboccare la strada da Molini per giungere in cima si scatenava un forte temporale che impediva ogni movimento: era come se la Madonna non volesse venire a Triora!!
7 Un’urna contenente una parte delle reliquie del santo è collocata sotto l’altare del Sacro Cuore nella Insigne Collegiata di N.S. Assunta a Triora.
8 Tradotto “Streghe e Lumache”.
9 Lanteri, Lorenzo, Toponimi dell’Alta Valle Argentina nella Cartografia settecentesca e negli antichi Statuti comunali, (“Conoscere la Valle Argentina”), Pro Triora Editore, 2002.
10 Lanteri, Lorenzo, Toponimi dell’Alta Valle Argentina nella Cartografia settecentesca e negli antichi Statuti comunali, (“Conoscere la Valle Argentina”), Pro Triora Editore, 2002.
Valeria Miceli, Triora e il Paese delle Streghe. Vita e mutamenti di un borgo dell'estremo ponente ligure, Tesi di laurea, Università degli Studi di Roma La Sapienza, Anno Accademico 2004-2005 

mercoledì 8 aprile 2026

Il contestato restauro, durante la guerra, del Polittico di San Michele di Pigna


Un caso emblematico di attriti tra le autorità - rispetto alla comunità - "straniere" incaricate di trasferire le opere e la popolazione, riguarda la città di Pigna: nell'arco di pochi giorni, Morassi dovette provvedere allo smontaggio del "Polittico di San Michele" - realizzato da Giovanni Canavesio nel 1500 - e ciò diede vita ad una serie di ostilità da parte della comunità che si oppose allo spostamento dell'opera. Ad intricare ulteriormente la vicenda, si inserisce un primo intervento di restauro - circoscritto al solo pannello centrale del polittico - avviato nel 1934 e protrattosi per cinque anni <145. In quel momento la Liguria dipendeva dall'Ufficio Monumenti di Torino, la cui direzione era affidata ad Ugo Nebbia (1880-1965) <146 e fu quest'ultimo ad affidare l'intervento a Pompeo Rubinacci (1893-1972), il quale - in un giudizio dato da Grosso - viene presentato come "un buon restauratore che [...] conosce il mestiere e possiede molta abilità, anzi troppa". <147
Nonostante l'armistizio italo-francese del 1940, Morassi ritenne necessario un restauro integrale dell'opera che in quel momento si presentava smontata e ricoverata in un locale sotterraneo. Ulteriori complicazioni sorsero nel momento in cui un falegname locale reclamò l'uso del suddetto ambiente sotterraneo. Intervenne dunque don Sismondini - in quanto Parroco della città - che decise individualmente di trasferire i pannelli all'interno della chiesa. Il 15 luglio Morassi si espresse su tale questione, sostenendo che "Questa popolazione è molto malcontenta per l'idea di trasportare l'ancona a Genova. Aggiungo anche che minacciano di venire a via di fatti [...]. Si decida quindi [...] di far qui sul posto i lavori di riparazione, che non sono poi tanto rilevanti (sic!). <148
Tale lettera si ricollega ad una nota inviata dal Goriziano al Prefetto di Imperia nella quale chiosò: "Il fervore religioso della popolazione, gelosa di quel cimelio, cui si attribuisce un arcano potere tutelare, ha impedito che il polittico fosse [...] portato in luogo sicuro" <149. Considerando l'opposizione della comunitàˆ pignasca, Morassi fece un tentativo puntando sul prestigioso laboratorio fiorentino di Giannino Marchig (1897-1983) <150. Tra l'agosto e l'ottobre del 1940, lo studioso goriziano cercò di ottenere dal Ministero dell'Educazione Nazionale i finanziamenti necessari, promuovendo la propria iniziativa presso il giovane ispettore superiore Giulio Carlo Argan (1909-1992) <151, ma non ottenne il risultato sperato. <152
Nello stesso momento in cui si svolse la suddetta vicenda, alcune opere genovesi vennero rimosse dai relativi luoghi di conservazione e momentaneamente trasportate presso la Galleria Comunale di Palazzo Bianco.
[...] Il ritiro del "Polittico di San Michele" venne effettuato il 27 novembre successivo senza molti aiuti da parte della comunità di Pigna. Una lettera inviata dal parroco di Pigna a Morassi risulta essere di un tenore piuttosto sconfortante: "Spero che ai suoi incaricati sarà dato aiuto, non le nascondo però che in questi giorni vi è gran lavoro in Pigna proveniente dalla campagna [...]. Ben pochi uomini si trovano a casa"<155. In merito a ciò va ricordato che al suo arrivo in città, Rubinacci trovò ad assisterlo solo un falegname "dal cognome poco rassicurante" <156, un certo Seccatore <157.
A causa del bombardamento navale inglese avvenuto il 9 febbraio 1941 che provocò ingenti danni alla città di Genova <158, si intensificò notevolmente il lavoro alle casse per il salvataggio del patrimonio storico-artistico <159. 
[...] A Genova proseguono con una certa intensità gli interventi di imballaggio delle opere, <160 le quali man mano vennero collocate presso il ricovero dell'entroterra nella città di Struppa o depositate all'interno di Palazzo Bianco <161. In questo secondo ricovero, Pompeo Rubinacci stava eseguendo il restauro del già citato Polittico di San Michele: nella primavera del 1941 l'intervento risultava essere in una fase avanzata, tuttavia dalla città di Pigna nessuno - sebbene ripetutamente invitati dal Morassi - si recò a Genova per ispezionare quanto eseguito. A tal proposito, il Goriziano inviò una lettera - datata 28 giugno - al Podestà della città nella quale scrisse che "né la Fabbriceria nè il Parroco ritengono di corrispondere a quel minimo obbligo di cortesia che richiede una semplice risposta" <162. Tutto tacque fino al mese di settembre, momento in cui il Proparroco don Bono inviò al Soprintendente un sollecito di questo tenore: "questa popolazione attende con impazienza il ritorno del Polittico [...] per colmare il vuoto incomparabile creato a questa monumentale Chiesa parrocchiale" <163, evidenziando nuovamente le già menzionate ostilità da parte della comunità pignasca. Ciononostante, il Goriziano in quel tempo era focalizzato su altre vicende di salvaguardia piuttosto impellenti. 
[...] Tornando ad occuparci della querelle che interessò il Polittico di San Michele, esso venne riconsegnato alla comunità il 15 giugno 1942 e le istruzioni per il trasporto sono note da un promemoria - redatto solo quattro giorni prima dal Morassi - che risulta essere fondamentale per la comprensione delle dinamiche di consegna delle opere: "Palazzo Bianco, via Garibaldi 11: carico delle casse contenenti le tavole dipinte del polittico di Pigna. / Fermarsi a Bordighera, Museo Bicknell, e avvertire che al ritorno si caricheranno le due casse di quadri che devono essere portate a Genova, Palazzo Bianco. Vedere le casse! / Arrivati a Pigna, chiamare il Parroco e scaricare le casse nella chiesa. / Se è troppo tardi per il viaggio di ritorno in giornata, dormire a Pigna o a Bordighera, e portare le casse del Museo Bicknell a Genova". <174
Conclusasi l'operazione di consegna dell'opera, il Goriziano non mencò di confessare, all'interno di una lettera a Nino Lamboglia (1912-1977) non priva di una velata ironia, il proprio sgomento <175 emotivo causato da tale situazione:
"A Pigna mi sono preso una potente arrabbiatura. [...] Il parroco, al mio arrivo, non si fece trovare [...] Ora ho scritto al Vescovo, denunziando tanta incoscienza [...] di quel poco Reverendo. Pigna ci lascia un bel ricordo". <176
Il Vescovo di Ventimiglia tentò di sminuire la questione, individuando nei preparativi per la cresima e nell'imminente visita pastorale il proprio capro espiatorio. A sua volta, il Podestà di Pigna rispose al Morassi con un tono - come definito da Franco Boggero - "retorico-patetico" <177: "Ora che la popolazione semplice, laboriosa e attaccata alle tradizioni di secoli, ha finalmente compreso [...] l'importanza del restauro" <178. Tale corrispondenza si concluse con un'ultima lettera di Morassi al Podestà nella quale cercò di ottenere un contributo economico per le spese sostenute, richiesta che fu seguita da un assordante silenzio: "Vi ringrazio delle gentili parole ma poiché i veri sentimenti si misurano dai fatti, Vi pregherei di comunicarmi se, ed in quale misura, la popolazione di Pigna è disposta a contribuire nella spesa del restauro del polittico, che è venuto a costare quasi 20.000 Lire <179.
[NOTE]
145 Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., p. 175.
146 Per approfondire la sua biografia, si veda: R. Cara, Nebbia, Ugo, in Dizionario Biografico degli Italiani, 2013. <https://www.treccani.it/enciclopedia/ugo-nebbia_(Dizionario-Biografico)/>
147 ASBSAEL, Pigna, V.IM.43, parrocchiale di San Michele, in Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., p. 175.
148 Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., nota 8, p. 176; l'autore non riporta la fonte autografa.
149 Ibidem. È doveroso fare una precisazione poichéŽ il caso del Polittico di Pigna non rappresenta un unicum, in particolare rispetto alle resistenze della popolazione in termini di forte devozione. Una situazione pressochŽé analoga si verific˜ò ad Orvieto [...]
150 Per approfondire la sua figura, si rimanda a: R. Canuti, Marchig, Giovanni (Giannino), in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 69, 2007. <https://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-marchig_(Dizionario-Biografico)/>
151 Sull'importantissima figura di Argan, si veda: C. Gamba, Argan, Giulio Carlo, in Dizionario Biografico degli Italiani, 2015. <https://www.treccani.it/enciclopedia/giulio-carlo-argan_(Dizionario-Biografico)/>
152 ASBSAEL, Pigna, parrocchiale di San Michele; Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., p. 176.
155 ASBSAEL, Pigna, parrocchiale di San Michele, in Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., p. 176.
156 Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., p. 177.
157 ASBSAEL, Pigna, parrocchiale di San Michele.
158 A. Ronco, Dossier: Genova 9 febbraio 1941. Trecento tonnellate di bombe a colazione, Genova, 2007; Boccardo, Boggero, Antonio Morassi e Orlando Grosso a Genova, in Arte liberata 1937-1947. Capolavori salvati dalla guerra cit., p. 325.
159 Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., p. 177.
161 Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., p. 177.
162 ASBSAEL, Pigna, parrocchiale in San Michele, in Ibidem.
163 ASBSAEL, Pigna, parrocchiale in San Michele, in Ibidem.
174 Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., pp. 178-179.
175 Lamboglia fu il fondatore dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri. Fonte: Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., p. 179.
176 ASBSAEL, Pigna, parrocchiale di San Michele, in Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., p. 179.
177 Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., nota 18, p. 179.
178 Ibidem.
179 Ibidem.
Lucrezia Muzzolon, Antonio Morassi: uno storico dell'arte tra le due guerre mondiali, Tesi di laurea, Università Ca' Foscari - Venezia, Anno accademico 2023-2024

martedì 31 marzo 2026

Da una tesi di laurea circa il turismo sostenibile nell'entroterra imperiese


Dal punto di vista morfologico l’ambito è costituito in parte da porzioni medie-alte dei bacini versanti nel mar Ligure costituiti dai vari torrenti (Bevera, Media Val Roja, Barbaira, Argentina, Prino, Impero, Arroscia, Pennavaire e il Nervia) e in parte, nella parte alta, dalla Valle Tanarello appartenente al bacino del Po. Nel complesso è presente un acclività accentuata dove le uniche zone pianeggianti si individuano nella media e bassa Valle Arroscia. Le zone individuate per la geosità sono i monti Pietravecchia e Toraggio, le cascate del Torrente Arroscia e infine il complesso carsico della gola delle Fascette (tutti facente parte del Parco regionale delle Alpi Liguri). In particolare, analizzando i sub ambiti selezionati, la Media Val Nervia (sub ambito 4) è costituita da un territorio delimitato prevalentemente da crinali di cui il maggiore, per ampiezza, è quello del torrente Nervia, dal quale prende il nome la vallata stessa circondato da valli confluenti molto più incise formate dai rii Bonda, Vetta e Merdanzo. Il sub-ambito 7, formato dalla Media Valle Argentina, è un sistema di valli formato dall’andamento tortuoso del torrente Argentina e dalle valli confluenti dei torrenti Oxentina e Carpasina. Il sub-ambito 11, Valle Prino, è costituito da un sistema vallivo torrentizio delimitato a nord dal crinale di collegamento dei Monti Prati e Faudo e dai crinali degli stessi monti che degradano in direzione del mare. Infine, il sub-ambito 12, Valle Impero, è costituito da una vallata delimitata da crinali prevalenti i quali sono caratterizzati nella parte prossima vicina al mare da ampie piane alluvionali mentre nella parte a monte da versanti di ridotta acclività.
[...] Attualmente dal punto di vista del governo del territorio in provincia di Imperia vige il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale <6 approvato con Deliberazione del Consiglio Provinciale n.79 del 25/11/2009. Il Piano vuole essere sia un piano tecnico, sia metodologico, ma sopratutto politico in quanto deve avere valide ragioni per poter essere messo in atto e degli obbiettivi ben saldi su cui puntare: infatti deve dare delle chiare linee guida su ciò che si può fare. È necessario che rivolga le proprie risorse ai comuni, i quali delineano delle specifiche indicazioni e le aspettative considerate più valide e sostenibili così da farle proprie e inserirle nei propri atti di pianificazione in modo che siano conformi alla scala sul quale si intende operare. Quindi per poter redigere un piano completo ed esaustivo è necessario operare su tre livelli: il primo viene definito come quadro fondativo in cui si analizzano le varie componenti che caratterizzano la natura del territorio (l’ambiente naturale, le attività dell’agricoltura, l’ambiente urbano e costruito, la mobilità, i servizi offerti, le attività produttive e il settore turistico). Il secondo punto è il documento per cui si esplicitano quelli che sono gli obbiettivi da perseguire sempre tenendo conto di una struttura di obbiettivi generali e non negoziabili perchè considerati essenziali per le condizioni basilari dello sviluppo sostenibile del luogo e sono: la sicurezza, l’accessibilità, l’identità culturale e storica, la tutela della biodiversità e per i servizi basilari per la popolazione. Infine il terzo livello viene definito come la struttura del Piano, che si basa su tutti gli studi fatti in precedenza esplicitando quelle che sono le linee di intervento e il punto a cui si intende arrivare. In questo quadro, quindi, si delineano degli obbiettivi specifici per ogni assetto fondamentale e una relativa macroproposta la quale si articola in altre proposte più specifiche.
[...] Visto che i comuni dell’ambito appartengono tutti all’entroterra definito montano e nel PTC si ritrova una misura specifica che coinvolge questo ambito con quello del turismo (altro elemento centrale sin ora analizzato) si ritiene necessario porre particoare attenzione a questo focus e capire quali siano le intenzioni della Provincia di Imperia in merito a tale tematica. Si propone un programma integrato di iniziative che coinvolgano il territorio interno della provincia secondo cinque settori, quali le infrastrutture e i servizi di base, il turismo culturale, naturalistico, sportivo, legato alle produzioni agricole. In base a questi punti è stato elaborato un piano che deve tener conto dello stato attuale e delle vocazioni del territorio proponendo azioni che tengano sempre in cosiderazione le tematiche che si legano allo sviluppo sostenibile. Priorità devono essere la riqualificazione del comparto turistico, delle [...] Per quanto riguarda i piani urbanistici comunali si prende come strumento iniziale e di comparazione il PTC della Provincia di Imperia, analizzato in precedenza, e si osserva la sezione governo del territorio di ogni comune dell’ambito per osservare se questi siano presenti e siano aggiornati. Quando si tratta l’argomento dei progetti della Provincia di Imperia è fondamentale porre al centro dell’attenzione l’associazione che controlla e milita sul territorio, ovvero il GAL della Riviera dei Fiori, in quanto opera per valorizzare il territorio e coordina sia soggetti privati che pubblici. GAL è l’acronimo di Gruppo di azione locale (costituito nel 2008) ed è un organismo che unisce soggetti pubblici (8) e privati (10) con lo scopo principale di favorire lo sviluppo economico, sociale e culturale di un’area rurale. Il GAL della Riviera dei Fiori ha come territorio di competenza le aree interne dell’imperiese e attualmente è alla sua seconda programmazione.
[...] Obiettivo principale del Gal è quello di divulgare e attuale la Strategia di Sviluppo Locale (SSL). Il GAL Riviera dei Fiori, nell’ambito della programmazione PSR 2014-2020, ha elaborato la propria SSL “Terra della Taggiasca: le vie dei sapori, dei colori e della cucina bianca”, che scaturisce da un’analisi approfondita del territorio in cui opera, cercando di offrire nuove potenzialità di sviluppo e innovazione. La SSL si sviluppa in concreto con l’attuazione di bandi principalmente su tre diversi ambiti di intervento: sviluppo e innovazione delle filiere, turismo sostenibile e accesso ai servizi pubblici essenziali. L’idea di base della SSL è riunire quanto più possibile gli attori operanti sul territorio, con la convinzione che i risultati si ottengono facendo rete. Gli obiettivi da raggiungere sono: favorire lo sviluppo di un mercato locale sostenuto dal turismo, principalmente attraverso la valorizzazione enogastronomica dei prodotti agricoli; sviluppare una progettualità integrata tra i diversi settori (agricoltura, turismo, ecc.) e i diversi territori; sviluppare il turismo outdoor dell’entroterra attraverso nuove formule di gestione dei percorsi; sviluppare nuove attività finalizzate all’inclusione sociale della popolazione anziana dei borghi rurali, attraverso pratiche di agricoltura sociale e il sostegno alla cooperazione di comunità, telemedicina e servizi sociali e incentivare la formazione di servizi a favore della mobilità, servizi per ragazzi in età scolare, infrastrutturazione della rete a banda larga ecc <11.
Ultimo passo fondamentale fatto dal GAL per la valorizzazione del territorio unendo più soggetti insieme è l’approvazione del 18 marzo 2021 da parte della Regione Liguria circa le modifiche della SSL “Terra della Taggiasca: le Vie dei Sapori, del Colori e della Cucina Bianca del GAL Riviera dei Fiori” <14 che ha deciso di puntare essenzialmente su tre aspetti fondamentali che si sono già precedentemente riscontrati nelle politiche regionali come lo sviluppo e innovazione delle filiere produttive e dei servizi per la popolazione residente in aree rurali, il tutto puntando sul turismo sostenibile, da cui poi si individuano obiettivi specifici e linee di azioni.
[NOTE]
6. https://www.provincia.imperia.it/attivita/territorio-pianificazione/ptc
11. http://www.galrivieradeifiori.it/wp-content/uploads/2017/10/brochure-sito.pdf
14. http://www.galrivieradeifiori.it/wp-content/uploads/2018/04/SSL-RIMODULATA_vdef_18_03_2021_approvata.pdf
Erica Caridi, Il turismo sostenibile e i processi di valorizzazione multiscala: una proposta per i territori dell’oliva taggiasca nell’entroterra dell’estremo ponente ligure, Tesi di laurea, Politecnico di Torino, Anno accademico 2020-2021 

domenica 22 marzo 2026

Un'atmosfera felliniana permeava tutta Ventimiglia

Ventimiglia (IM): Piazza della Libertà (Piazza del Municipio)

Ventimiglia agli albori degli anni '60 era una ridente cittadina, piena di vita e caratterizzata al contempo da un fascino particolare. Millenni di storia caratterizzavano il suo passato e la rendevano un centro turistico particolarmente apprezzato dai nordeuropei. La floricoltura, all'apice della sua attività, garantiva una solidità economica che poche altre città liguri possedevano; il clima particolarmente mite e generoso per quasi la totalità dell'anno favoriva una vita sociale molto sviluppata. 
Al contrario di oggi alla sera era molto piacevole uscire di casa per incontrare gli amici, fare semplicemente una passeggiata oppure gustarsi una rappresentazione teatrale o un buon film. Oltre al cinema-teatro Comunale, che alternava ai migliori spettacoli di rivista, operetta ed opere allora sulla piazza, la proiezione delle pellicole del momento, erano attive anche altre due sale cinematografiche che sapevano attirare l'attenzione dei più fanatici cinefili locali. I migliori attori di prosa e di varietà, così come i miglior cantanti lirici dell'epoca, hanno calcato le scene del nostro teatro e numerosi sono i nostri giovani di allora che possono vantarsi di essere stati reclutati come comparse per lavorare accanto a loro nelle rappresentazioni che venivano inscenate sul nostro palcoscenico. Io stesso posso vantare come mio debutto teatrale l'aver impersonato, a soli quattro anni di età, uno dei due paggi del duca di Mantova in una trascinante rappresentazione del Rigoletto di Verdi interpretata da Bergonzi, il grande tenore allora in auge e nel pieno della sua fulgida carriera. 
Numerosi bar erano aperti alla sera e non mancavano le consuete gare di "belotta", caratterizzate da premi di valore, che contrapponevano i loro avventori ad un nutrito numero di appassionati di questo particolare gioco di carte, i quali accorrevano dalle frazioni e dalla vicina Francia pur di partecipare alle accese disfide in programma. Molti ristoranti tipici, le prime pizzerie e locali di ogni genere contribuivano a far distrarre i turisti in visita alla nostra città e per chi voleva fare le ore piccole era in attività anche un night-club nella zona di Nervia. 
Le associazioni sportive contribuivano a movimentare la vita notturna con accesi tornei di calcio effettuati su un improvvisato campo disegnato sotto la passerella del fiume Roja, gare di pallone elastico o di pallacanestro sulla piazza del municipio, interminabili competizioni di bocce all'allora bocciofila ubicata in via Fondega. Personalmente ricordo di avere accompagnato innumerevoli volte mio nonno, che allora era il capo della mitica congrega degli "Avvoltoi", a parteciparvi. Gli "Avvoltoi" erano un'accanita squadra di esperti ed anziani bocciofili, che, con spirito gioviale, quando non partecipavano con successo a qualche competizione, sfidavano all'ultima boccia le improvvisate formazioni di qualche malcapitato turista o chiunque altro che si volesse vantare di averli contrastati: i perdenti non solo dovevano pagare da bere, ma erano anche costretti a baciare, fra le risate degli astanti, le voluminose forme posteriori della Fanny (si trattava di una pezza di tessuto giallo, del tipo di quello usato per pulire le bocce, su cui era stampata una riga verticale nera: appoggiata sopra ad una boccia dava l'esatta impressione di un formoso fondoschiena femminile). La piazza del municipio era utilizzata non solo per spettacoli sportivi e attrazioni acrobatiche, ma teatrini di marionette si alternavano ai baracconi da fiera che venivano spesso ospitati in questa struttura. Un palco montato nei giardini pubblici ospitava i concerti della banda municipale e le esibizioni della corale cittadina, mentre il mercato dei fiori veniva spesso utilizzato come sede per feste danzanti. 
La floricoltura era l'attività trainante dell'economia e trovava la sua massima espressione nella "Battaglia di Fiori", festa trascinante, riproposta ogni anno la prima domenica di giugno ed ampiamente attesa da tutta la popolazione cittadina, che vi partecipava con passione. 
La cultura locale contribuiva non poco al fermento cittadino, commedie e canzoni dialettali fiorivano assieme ad iniziative di ogni genere. 
Le spiagge erano generalmente pulite e contribuivano ad attirare visitatori dal nord-europa che affollavano i campeggi e le altre strutture turistiche, con grande gioia dei giovani di allora che non mancavano di fare i "pappagalli" con le attraenti ragazze svedesi o tedesche, giunte numerose in vacanza sui nostri lidi. 
Un'atmosfera felliniana permeava tutta la città contribuendo ad aumentarne il fascino. Il rione della Marina S. Giuseppe, più di tutti gli altri, era quello che brulicava di vita e di iniziative. 
Gaspare Caramello, A Foura du Bestentu. Racconti e Novelle della Ventimiglia di oggi e di ieri, Alzani, 2006, pp. 53-54

domenica 15 marzo 2026

Iniziò a studiare pianoforte con la professoressa Ranixe

Imperia: uno scorcio della zona di Piazza Dante

C’è una melodia che attraversa le strade di Imperia da oltre cent'anni, ed è quella di Emilio Lepre (1925-2016).
Scrivo queste righe con il cuore colmo di ricordi e un pizzico di emozione perché ieri, 2 febbraio, ricorreva l'anniversario della sua nascita. Anche se lo celebro oggi con un giorno di ritardo, il suo ricordo merita di essere onorato con la stessa energia che lui metteva in ogni nota.
​L'anno scorso si è festeggiato il suo centenario in modo speciale: il negozio di famiglia in via Don Abbo si è trasformato in un palcoscenico con l'esibizione del Coro Mongioje. È stata la dimostrazione che l’attività fondata da Emilio nel 1954 è ancora oggi il cuore pulsante della musica nel nostro Ponente.
​Emilio è sempre stato un "genio" dal carattere vivace e dallo spirito libero. I figli, Mariafranca e Dino, raccontano che la nonna tentò di mandarlo in collegio per dargli un po' di rigore, ma l'avventura durò solo due giorni. Il preside lo rimando' a casa dicendo: «Il collegio non è fatto per suo figlio e suo figlio non è fatto per il collegio». Aveva ragione: Emilio era fatto per la libertà e per l’arte.
​Iniziò a studiare pianoforte con la professoressa Ranixe e il suo talento era così cristallino che, a nemmeno sedici anni, venne notato dal celebre clown Grock. Il grande artista lo volle nelle sue tournée in giro per l’Europa, un’esperienza incredibile che lo formò come uomo e come musicista. Ma il legame con la sua terra era troppo forte, e tornò a Imperia per suonare nei posti più belli, dal Casinò di Sanremo al Caffè Roma di Alassio. Pensate che era compagno di scuola di Luciano Berio, il quale, alla notizia della sua scomparsa, disse con rispetto: «Abbiamo perso un grande».​
​Emilio non era uno che sapeva stare fermo. Nel 1963 ha fuso l’amore per il canto e per la montagna fondando il Coro Mongioje, che ha diretto per anni con passione. Ma non si è fermato qui: nel 1979 ha dato vita alla Jazz Ambassador Big Band, portando a Imperia il respiro internazionale del jazz insieme ad artisti del calibro di Rosario Bonaccorso e Leo Lagorio.
​Quello che più mi affascina di Emilio è la sua umanità. Era un uomo scherzoso, uno di quelli con cui non ci si annoiava mai [...]
Lina Zarro, Emilio Lepre: un secolo (e un anno) di musica, estro e passione, VivImperia, 3 febbraio 2026

La Jazz Ambassador Big Band partecipa al festeggiamenti indetti dal circolo Borgo Parasio per valorizzare questa zona antica della città. Questo complesso di giovani sta compiendo un ottimo lavoro, sotto la direzione artistica di Leo Lagorio: per tutta la passata stagione invernale essi hanno continuato le prove di perfezionamento che hanno portato il gruppo ad un livello tecnico di alta professionalità. 
Della Jazz Ambassador Big Band ha parlato Miro Genovese, presidente della Associazione «Amici del Jazz», che conta ormai più di duecento aderenti: «Grazie alla banda, ed alla nostra opera, il jazz a Imperia sta crescendo. Possiamo affermare quindi che la Jazz Ambassador costituisce nel campo musicale una delle più belle realtà della cultura imperiese». Genovese ha messo in evidenza come tale orchestra si sia arricchita di nuovi elementi giovanissimi, già completamente inseriti: «Ciò sta a dimostrare come la nostra opera, tesa a far conoscere il jazz e ad avvicinare i giovani a questo tipo di musica, sta ottenendo risultati veramente lusinghieri».
Il presidente, ricordato che è aperto il tesseramento, ha inoltre rievocato la figura del maestro Emilio Lepre, che fu il propugnatore dello sviluppo di questo tipo di attività musicale nell'Imperiese: «Abbiamo voluto aggiungere il suo nome a quello della nostra Associazione proprio per ricordare la sua azione di propaganda e proselitismo. La Jazz Ambassador Big Band, che ha già tenuto concerti in diverse località, suonerà il 30 luglio a San Lorenzo Mare, il 3 agosto ad Arma di Taggia, il 13 agosto a Finale Ligure, il 31 agosto ad Imperia». 
Il jazz a Imperia è quindi ben vivo, anche se in città mancano i locali che svolgano una programmazione seria e continua. I jazzisti imperiesi sono così costretti ad «emigrare», cercando migliori opportunità a Torino, Milano o Roma. Un caso esemplare è quello di Rosario Bonaccorso, fra i migliori bassisti del giovane jazz italiano. Rosario svolge un'intensa attività concertistica, ha accompagnato alcuni fra i più noti musicisti italiani e stranieri, ma a Imperia, la sua città, è quasi un «inedito». 
b.v., A Imperia piace il jazz, La Stampa - p. Imperia e Sanremo, venerdì 26 luglio 1985

Dopo il corso sperimentale dell'85, seguito nell'86 da una serie di «stages di perfezionamento», ai quali avevano partecipato una cinquantina di allievi, provenienti da tutta la provincia ed anche dalla vicina Francia, la città di Imperia avrà quest'anno una vera e propria scuola di jazz. Intitolata al maestro Emilio Lepre, fondatore della Jazz Ambassador Big Band, e organizzata dall'Associazione Amici del Jazz, ha il patrocinio degli assessorati comunali alle Manifestazioni e alla Cultura, ed è allestita anche con la collaborazione della Cassa di Risparmio. Le lezioni cominceranno il 28 novembre, e proseguiranno sino a marzo. Ne sono previste due alla settimana: una, di un paio di ore, per la pratica strumentale, in giorni feriali; e una per musica di insieme, tutti i pomeriggi del sabato, dalle 16 alle 19. La sede quella dello studio di registrazione Room Ore di via Artallo [...]
Stefano Delfino, Imperia ora avrà una scuola di jazz, La Stampa - p. 22, Sabato 14 Novembre 1987