martedì 31 gennaio 2023

Incontri presso la Mediateca della Pigna a Sanremo (IM)


Il primo incontro, di sabato 4 febbraio 2023 alle ore 16.30, reca il titolo "Per Gastone: omaggio al Dottor Lombardi tra i cantautori e la Sanremo Liberty", con la partecipazione di Marco Innocenti, Freddy Colt e Filippo Ranalli

Presso la Mediateca della Pigna, Palazzo del Capitolo, Piazza Capitolo, 12, La Pigna, Sanremo

sabato 28 gennaio 2023

Vedevo spesso Calvino da Rabino

Sanremo (IM): Piazza Eroi Sanremesi, accesso di levante a Via Corradi

[...] Non mi pare di aver piú rivisto Calvino (tranne forse accanto a Gino [Luigi Napolitano] nei pressi del cimitero di Bajardo la domenica che scappai dalla mamma per raggiungere i partigiani) sin quando, dopo la Liberazione, cominciai a frequentare la sede del PCI, allora in Corso Matteotti [7], dove adesso c’è il fotografo Moreschi (figlio). I comunisti, fra di loro, si davano tutti del tu, e io cominciai a darlo non solo ai fratelli Calvino, a Mario Baggioli, a Ivar Oddone, ma anche a Buttafava e a Lantrua, molto piú anziani. Vedevo spesso Calvino da Rabino (in Via Corradi) dove ci recavamo a comprare libri d’occasione (io quasi tutti i giorni, lui, in genere, solo il sabato, perché abitava ormai a Torino e veniva a trovare i genitori in fin di settimana). La madre la conoscevo poco, il padre, invece, era molto comunicativo. Lo incrociavo qualche volta a Pian del Re, da dove passava per andare, chissà dove, in cerca di funghi o a caccia di tordi e pernici. Mi faceva sempre un mucchio di domande e si lamentava immancabilmente dei figli "dormiglioni" che non si alzavano mai abbastanza presto per accompagnarlo nelle sue spedizioni. Io venivo da Berzi e andavo a piedi a San Romolo [8] a prendere la funivia per San Remo e la mamma mi buttava giú dal letto alle cinque, affinché potessi partire alle sei e arrivare in tempo per la corsa delle otto. A Mario Calvino qualche volta consegnavo dei giornali anarchici che gli mandava Renato Guglielmi, ma questo avveniva a Villa Meridiana.
Dopo un breve "tirocinio", mi iscrissi alla cellula giovanile del PCI, anche se frequentavo già il gruppo anarchico. La strategia di Renato Guglielmi era quella della "penetrazione" nei partiti, per sapere quello che vi si tramava e anche per fare propaganda libertaria. Libereso Guglielmi assisteva alle riunioni della cellula di Baragallo e io quella del Centro. Secondo i bollini incollati sulla tessera da me custodita, la mia adesione ufficiale data dal settembre 1945, forse perché bisognava aver compiuto i 15 anni prima di essere ammesso. A quell’epoca era stata inaugurata la Scuola di Partito e le lezioni erano impartite da Mario Baggioli e Italo Calvino. Ponderosi ciclostilati [9] venivano distribuiti agli iscritti (io ero il piú giovane di tutti) e il libro di testo era la Storia del Partito Comunista (Bolscevico) dell’URSS. Si trattava di un vero "mattone" che, oltretutto, era una velenosa falsificazione storica. Avevo altre fonti disponibili, sugli stessi specifici avvenimenti, e non potevo perciò accettare la versione ufficiale che considerava i partigiani ucraini di Makhno come "anarcobanditi". La storiografia moderna ha ormai corretto gli errori politici commessi in Ucraina e a Kronstadt, ma a quei tempi, per rispettare la linea ufficiale del Partito, certi tasti non si potevano toccare. Contraddire due persone che stimavo e, inoltre, ben piú esperienti, colte e anziane di me, mi richiese uno sforzo enorme, ma ritenni che fosse ormai diventato per me un imperativo categorico quello di non lasciar passare sotto silenzio quelle affermazioni (e "deformazioni") astiose e ingiustificabili. Interrompere e contraddire Calvino, di fronte ad un pubblico ridotto ma assorto e convinto che il suo dire fosse vangelo, non fu opera da poco. Eppure accadde e, miracolosamente, quasi la metà della sala appoggiò me. La rottura era ormai segnata e la diserzione fu massiva. Mi pare fossimo in undici, quella sera, a lasciare la cellula, e mi si accusò di disgregazione [10]. La maggior parte dei miei sostenitori aderirono con me al gruppo "Alba dei Liberi" della Federazione Anarchica. Era il trionfo che Renato Guglielmi ci aveva aiutato a conquistare, con saggi consigli e letture ben scelte. Floriano Calvino, presente, l’indomani mi venne incontro ridendo, eravamo in via Marsaglia, e mi disse "Ti sei fatto suonare da mio fratello, ieri sera" e, dopo una breve pausa, soggiunse "ma avevi ragione".
[...] Dopo un breve periodo di tensione, i miei rapporti col PC si ammorbidirono, perché rimanevano molti terreni d’intesa e di collaborazione. Mario Baggioli formulò per me uno scherzoso insulto: quando passavo di fronte al suo negozio e lui era appoggiato (spesso assieme ai suoi fratelli) alla vetrina o al muro esterno, mi salutava "Ciao nullista!". La risposta che avevo escogitato e che divenne proverbiale, era "ciao, camaleonte!". Solo noi sapevamo quel che c’era dietro, gli altri astanti ammiccavano…
Poco dopo Calvino, che mi aveva tolto il saluto per qualche tempo, prese a trattarmi di "ciao, nullista!" anche lui e capii che c’era lo zampino di Mario. I comunisti non potevano ignorarci perché, anche grazie all’afflusso di militanti o simpatizzanti provenienti dalle loro file, la Federazione Anarchica Sanremese indiceva ogni tanto dei comizi che attiravano migliaia di ascoltatori. La nostra bacheca era stata danneggiata piú volte e la destra aveva addirittura fondato un "Centro studentesco antianarchico".
Italo Calvino era ghiotto delle caricature di Libereso (ne conservo tuttora alcune) di spunto antimilitarista, anticlericale e anticapitalista, che io andavo sovente a ritirare il sabato mattina a Villa Meridiana per affiggerle nella bacheca di Via Cavour, prima, spostata poi sotto il portico del Palazzo Comunale. Improvvisamente sbucava da dietro le aiuole, mentre noi eravamo nella serra, e diceva "Sempre complottando?". Si faceva delle gran risate. Quel che però non potevamo immaginare era che lui stesse scrivendo il bellissimo racconto ispiratogli dal giardiniere di suo padre, "Uno pomeriggio, Adamo" che descrive alcuni dei disegni di Libereso, tuttora in mio possesso.
Il sabato pomeriggio, quasi immancabilmente, incontravo Italo da Rabino. Un giorno mi consigliò di comperare 'L’agente segreto' di Joseph Conrad e borbottò "quando l’avrai letto capirai perché". Era un romanzo con personaggi anarchici (o pseudo tali) ma Calvino non mi confidò affatto di stare scrivendo una tesi di laurea su quello scrittore.
Venne il Premio Viareggio, la fama, nuovi libri, ormai Calvino era diventato una personalità di spicco. A San Remo lo si vedeva sempre meno. Poi fui io a partire… per il reclusorio militare di Gaeta. Il mio rifiuto di servizio militare venne presto imitato da Angelo Nurra (il quale, oltre ad essere un grand’amico, era stato uno degli elementi di primo piano che aveva rassegnato le dimissioni dal PC, assieme a me, nel gennaio del 1946). Mentre era imprigionato a Torino, in attesa del processo per obiezione di coscienza, Italo andava a trovarlo, e gli portava caramelle e libri. Aveva imparato a conoscerlo meglio perché Angelo stava sostituendo Libereso come giardiniere a Villa Meridiana, e il Prof. Mario Calvino lo aveva preso a benvolere. Il padre di Calvino non visse abbastanza a lungo per cogliere i frutti dell'insegnamento a lui prodigato, ma Angelo diventò esperto nel campo della floricoltura e cominciò a collaborare ai giornali specializzati lasciando una gran dovizie di articoli.
Nurra scontò la sua pena a Peschiera, mentre io ero a Gaeta. Vi ricevetti alcuni pacchi dono dell’Einaudi ma, il mittente non essendo personalizzato, non seppi mai se ci fosse stato un intervento di Calvino o se i libri provenissero da altre fonti (a Torino risiedevano allora sia il mio avvocato Bruno Segre, sia il futuro scrittore Guido Ceronetti, allora segretario della sezione italiana dell’Internazionale dei Resistenti alla Guerra). In una lettera dell’epoca, Renato Guglielmi mi scriveva che Baggioli gli aveva riferito che i giovani del PCI erano solidali con me e stavano facendo una sottoscrizione per le spese processuali. Per una serie di circostanze non rividi mai Italo dopo gli anni di Sanremo e i nostri contatti avvennero sempre tramite tre intermediari: sua madre, Angelo Nurra, Gino Napolitano [...]
[NOTE]
[7] Oggi Corso Matteotti, dopo essere stata ribattezzata Corso Ettore Muti, ma i sanremaschi della mia età continuano a chiamarla via Vittorio (anche se nessuno ricorda se fosse Vittorio Emanuele I, II o III.
[8] A Bajardo c’era la corriera, ma io la pativo. La funivia era il peggior male (perché soffrivo anche di vertigini). Parecchie volte tiravo dritto a piedi sino a Sanremo, via San Giacomo e Madonna della Costa.
[9] Alcuni se ne ricordano (copertina nera?) ma nessuno ha mai saputo dirmi dove trovarne copia. Tutto il materiale della nostra cellula dovrebbe trovarsi negli archivi provinciali, ceduti all’IsTituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea. Il Prof. Francesco Biga all’epoca della ricerca non era riuscito a trovarne uno, ma si riprometteva di insistere.
[10] Negli archivi del PCI di Sanremo sussistono molti documenti confidenziali sulle "mene" anarchiche in seno al Partito. Ne ho trovate alcune che si riferiscono a "Romeo", ossia Archimede Gioffredi, a "Pier delle Vigne", cioè Piero Sughi, e ad altri ancora, ma non ho rinvenuto nessun carteggio che alludesse alla cellula giovanile e al mio caso.
Pietro Ferrua, Incontri e scontri con Italo Calvino, Ra.forum, 25 aprile 2012

mercoledì 25 gennaio 2023

Giunto che sia in vicinanza del paese di Bordighera crede d’essere d’improvviso capitato in un paese della Palestina o della Tunisia

Bordighera (IM): Parco Winter

Si può interpretare la trasformazione della Riviera e dei laghi insubrici (forse anche di altre località come la costiera amalfitana o palermitana) tra Ottocento e Novecento come guidata da una più o meno consapevole immagine di cosmopolitismo - questi luoghi divennero infatti mete privilegiate di un’élite internazionale, che costruì ville e giardini che rispecchiavano i viaggi, le acquisizioni, l’apertura dei commerci e la varietà di riferimenti culturali; il paesaggio delle ville trasformò profondamente l’impronta vegetale dei luoghi. La presenza di questa élite indusse man mano alla crescita di stabilimenti e attrezzature di gusto eclettico (ad es. terme, casinò, eccetera), e ad un arredo urbano effervescente, che utilizzava la varietà e la novità, insomma l’esotismo, come attrattiva.
La trasformazione è perdurata per tutto il XX secolo; inutile dire che queste località hanno attratto il turismo di massa, le cui espressioni architettoniche e vegetali hanno imitato e perpetuato il riferimento eclettico. Il paesaggio delle seconde case, traboccante di esotismi, è in fondo una costruzione collettiva guidata da desiderio di trovare un’oasi lussureggiante.
Può essere interessante leggere i commenti dei contemporanei che colsero l’inizio di questo processo. Ad esempio Eduard André, nel suo 'Traité Général de la Composition des Parcs et Jardins' del 1879, dedica un paragrafo a “Les plantations dans le Midi”, citando ville celebri e parchi botanici, in cui trovano luogo piante di tutte le latitudini: “Sur l’étroit littoral qui s’etend d’Hyerès à Menton, en passant par Cannes, Antibes, Nice, Monaco, Bordighera, où la végétation subtropicale donne l’idée d’un primtemps perpétuel. C’est la region de l’oranger” (Ivi: 647). Più avanti cita alcuni giardini, ad es. villa Pallavicini a Pegli e la villa di Charles Garnier a Bordighera. Qui “Les arbres qui impriment à Bordighera et à San Remo un caractère oriental, les oliviers et les palmiers-dattiers, sont représentés par de forts exemplaires, et le tout est extremêle d’opuntias, de figuiers et d’agaves qui complètent l’aspect méridional de cette plantation.” (Ivi: 801).
[...] Le palme sono sicuramente l’elemento principe nella ricerca di una connotazione esotica e calda. Le coste settentrionali del Mediterraneo conoscevano la palma nana (Chamaerops humilis), indigena, e la palma da dattero (Phoenix dactilifera) introdotta dai Romani, ma presente in poche località. André coglie il momento in cui nasce la moda delle palme esotiche e si cerca di allargare la scelta: “Les palmiers, dans la région du Midi, fourniraient quelques espèces capable de former des plantations d’allignement. Le dattier (Phoenix dactylifera) est déjà représenté à Nice, et sourtout a Hyères, par de beaux exemplaires adultes. On en a planté plusieurs boulevards, qui seront d’une rare beauté avant peu d’années. Les chamérops de Chine (Chamaerops Fortunei), le corypha d’Australie (Corypha australis) et peut-être d’autres espèces prosperaient également" (Ivi: 630).
Per la verità l’introduzione delle palme nell’arredo cittadino suscitò anche perplessità, ed esse furono paragonate a “plumeau à poussière”, ma alla fine vinsero, e divennero l’emblema della Costa Azzurra (Stefulesco 1993: 59)
A Bordighera Ludwig Winter, già realizzatore del giardino Hanbury a Ventimiglia, impiantò nel 1875 un vivaio specializzato in palme che, grazie alla nuova ferrovia del Sempione, esportava in tutta Europa, presentandosi in tutte le esposizioni internazianali con i suoi cataloghi multilingue (Viacava 1996). In realtà egli scelse una località che aveva una tradizione nella coltivazione della palma: qui infatti Phoenix dactilifera era coltivata per le foglie, usate a sia nella Pasqua ebraica che in quella cristiana - la città aveva il privilegio perpetuo di inviarle a Roma per le festività. “(...) in ragione appunto di questa speciale coltura in una parte del nostro circondario, la costituzione della repubblica ligure del 2 dicembre 1797, nella intitolazione delle diciannove giurisdizioni in che si divideva il territorio, denominò quella di San Remo suo capoluogo ‘Giurisdizione delle Palme’” <10, secondo uno studioso ligure di temi agronomici, Antonio Zirio.
La presenza delle palme diventa fattore di orgoglio e identità dei luoghi - un’identità che si basa proprio su elementi di esoticità -, come testimoniato dalle parole dello studioso, che scrive nel 1870:
“Il viaggiatore, che per la prima volta percorre la strada nazionale della nostra riviera da Genova a Nizza, giunto che sia in vicinanza del paese di Bordighera crede d’essere d’improvviso capitato in un paese della Palestina o della Tunisia: tanta ivi si presenta al suo sguardo moltitudine di giganteschi alberi di palma, dei quali è coperso quell’ameno e ferace territorio”.
Tra la costituzione della “Giurisdizione delle Palme” e i tempi in cui scrive Zirio è scoppiata la moda delle palme esotiche, puramente decorative, dando origine quasi ad una gara tra località che dimostravano al turismo nascente la mitezza del proprio clima. Già André presenta anche immagini del lungomare di Nizza, che fu presto imitato da Bordighera, Sanremo e via via dagli altri centri che si attrezzarono per sottrarre al mare e ai pescatori una fascia di terra da adibire al passeggio pubblico.
[...] L’Italia conosceva principalmente la palma nana (autoctona, anche se non su tutte le coste) e la palma da dattero, introdotta già in epoca romana per i frutti, e presente nella Riviera francese e di ponente. In Liguria essa non aveva utilizzo alimentare, ma esisteva un commercio di foglie per le festività religiose: a Bordighera si fabbricavano i “palmorelli” per la Pasqua ebraica e la stessa città aveva il privilegio perpetuo di rifornire il Papato per la festività delle Palme; pare che per questo motivo nel 1797 la giurisdizione di San Remo venisse chiamata “Giurisdizione delle Palme” (Viacava 1996). Verso la fine dell’Ottocento, quando nasce la Riviera come attrazione, la presenza delle palme diventa fattore di orgoglio e identità dei luoghi - un’identità che si basa proprio su elementi di esoticità.
La denominazione di “Riviera delle Palme” è ora sfruttata dall’Azienda di Promozione Turistica. Nel 1999, in occasione di un convegno su Patrimoines du tourisme et du voyage organizzato dal Consiglio d’Europa, è nato un progetto di collaborazione tra località costiere mediterranee il cui ambiente è stato fortemente trasformato dal turismo e la ui immagine è particolarmente legata alla flora <40: il Servizio Beni Ambientali del Comune di Sanremo (già nota come “Città dei Fiori” - non certo per i fiori spontanei -) è tra i più attivi promotori, e non sarà un caso che la sua home-page si apra, anziché su di un’immagine di macchia mediterranea, su di un’immagine di palme, con il motto “palme, giardini, cultura e altro ancora...” <41. Insomma, si può dire che le palme sono parte dell’immagine dei luoghi non solo per i turisti, ma anche per la comunità locale.
[NOTE]
10 Zirio A., 1870, in La Liguria Agricola, Sanremo; cit. in Viacava 1996: 92.
40 Il progetto è denominato Progetto Plinio; cfr. Gatti 2000.
41 www.sanremonet.com/sanremo/beniambientali/index.htm, visitato 14.02.2002. Il Servizio Beni Ambientali del Comune di Sanremo organizza dal 1999 i Dies palmarum. Biennale europea delle palme (II ed. “Palme! patrimonio del paesaggio mediterraneo” 6-7 dicembre 2001).
Claudia Cassatella, La presenza esotica nel paesaggio. Vegetazione autoctona ed esotica come scelta progettuale, Università degli Studi di Firenze, Tesi di Dottorato, 2003

giovedì 19 gennaio 2023

Biamonti aveva vissuto personalmente, benché fosse ancora un bambino, l'esodo ebraico

San Biagio della Cima (IM): una vista sulla Val Nervia

[...] Botanica come forma di democrazia ideale. Frontiere fisiche e frontiere mentali, lingue che dividono e dialetti che uniscono, inglesi e russi, una storia piena di storie individuali, ebrei erranti, anche un certo Primo Levi che passa di qua. Tutto questo ce lo racconta Enzo Barnabà.
Enzo Barnabà, il siciliano di Grimaldi
Vive sul sentiero del “Passo della Morte”, il sentiero che da un centinaio di anni è meta di fuoriusciti in cerca di fortuna, di disperati, di sognatori di vita nova dopo tanta vita grama. Enzo Barnabà è uno storico, un letterato, un cittadino del mondo, un “citizen” impegnato e serio, ma anche un ragazzo della costa un po’ selvatico, che puoi trovare in inverno a fare il bagno in mare all’ora di pranzo. Così tra ricordi e storie, tra personaggi da “belle époque” e scrittori di successo, tra passi della morte e sentieri di speranza, Enzo ci svela una zona di frontiera che è un fazzoletto di rocce e terra intriso di inferno e di paradiso. Da centellinare. [...] Gli ebrei e il Passo della Morte, durante la guerra
“Una delle mussoliniane leggi razziali imponeva che gli ebrei stranieri lasciassero il territorio italiano entro il marzo del 1939. A Ventimiglia ce n’erano tanti: avevano lasciato i paesi che cadevano in mano ad Hitler nella speranza di salvarsi in Francia. Le analogie con la situazione odierna sono evidenti. Ricorso alla carità altrui, notti passate per strada, ostilità italiana, respingimenti francesi, ricorso ai “passeur”, morti e suicidi. Anche gli itinerari dei passaggi clandestini erano simili. La cartina che Robert Baruch disegnò e spedì alla propria comunità meranese, dopo essere arrivato a Nizza, potrebbe essere distribuita ai migranti d’oggi. Andrebbe solo tradotta ed attualizzata la toponomastica”.
[...] Uomo e poeta di frontiera su tutti è Francesco Biamonti
Francesco ha saputo raccontare più d’ogni altro questa frontiera, pensiamo a “Vento largo” (Einaudi Editore). Quasi assillato dal mito del “doppio”, era sollecitato a conoscere in profondità la Francia limitrofa. Memorabile, l’articolo scritto - in occasione dell’accordo di Schengen - osservando l’alba che illumina le rocce che delimitano il Passo della Morte: le frontiere si eclissano per noi, non per il “popolo della notte” che si sposta verso il confine, “quello verticale a picco sul mare”. I suoi “passeur” sono tuttavia dei personaggi letterari, lontani dai reali, che erano contadini che arrotondavano le entrate con piccoli traffici. Ventimiglia, quando il fascismo aveva trasformato le caratteristiche della frontiera (da respingimento a contenimento) rendendola difficilmente penetrabile, viveva largamente di questi traffici incentrati sul passaggio di merce, uomini e valute”. [...]
Eraldo Mussa, Storie di frontiera: Enzo Barnabà siciliano di Grimaldi, L'Incontro, 12 gennaio 2013 

E non è solo questa la sola anomalia presentata dall'affare degli ebrei stranieri. Basti rilevare che, per la prima ed unica volta, una professione illegale, quella del "passeur" fu, de facto, resa legale, per il tramite di uno specifico provvedimento, insolitamente diramato a mezzo telegramma, che si segnalava per brevità e vaghezza; conteneva infatti un unico articolo che recitava: «Facilitare al massimo l'esodo degli ebrei stranieri». Il provvedimento non aveva e non poteva evidentemente avere alcun fondamento giuridico ma si segnalava per la sua ambiguità e cercava una qualche forma di legittimazione sul campo nella riproposizione di un vecchio ma sempre efficace principio: il fine giustifica i mezzi.
Abbiamo visto come, all'arrivo di migranti sempre più numerosi e venuti da lontano, abbia corrisposto l'affermazione sulla scena della frontiera di organizzazioni prive di ogni scrupolo che agivano su vasta scala.
Saranno queste ad operare una concorrenza così spietata da provocare l'estinzione quasi completa della figura del "passeur" tradizionale: l'uomo legato alla sua terra, prudente, solitario, affidabile, profondo conoscitore ogni passo di frontiera. Una figura assai somigliante a quella di "Varì", il passeur del dopoguerra protagonista del romanzo di Francesco Biamonti "Vento Largo". "Varì" faceva il "passeur" da tempo, si muoveva con disinvoltura sui sentieri anche di notte, perché era abituato a camminare sulle scomode "fasce" della sua terra. Considerava il suo un mestiere nobile, di traghettatore di anime disperate che avrebbero, forse, trovato al di là della frontiera un barlume di speranza o anche soltanto un sorriso.
Amava portare gente in Francia, perché ricordava che intere generazioni di persone della sua terra erano andate "di là" a cercare fortuna.
E chi meglio di lui, che quella pericolosa concorrenza stava riviveendo, poteva raccontare i brutti risvolti di una convivenza sempre più difficile: «Continuava in fondo per la vecchia strada, cercando solo di evitare i tratti battuti da troppi avanzi di galera. Troppi passeur nuovi per le antiche vie del sale e dei pastori, gente senza pietà, gente crudele».<71
I romanzi di Biamonti hanno sempre una precisa collocazione geografica: il confine tra Italia e Francia, al confine tra terra e mare, tra monti aspri e piana mediterranea, sospeso tra mondo contadino e cultura cittadina, un modo, probabilmente, per ribadire la fedeltà alla sua terra <72. In "Vento largo" è il confine, l'invisibile ma concreta linea attraverso la quale i "passeur" di diverse etnie conducono clandestini di ogni provenienza ad essere protagonista assieme a "Varì".
Ma i passeur in camicia nera avrebbero trovato raramente negli ebrei le caratteristiche che presentavano alcuni suoi clienti:
"Giacche bisunte, caviglie nude, avevano l'aria di accalappiacani. Erano scalcagnati e si muovevano con destrezza, forse venivano dalle montagne dell'Atlante. Età in scala. Il più vecchio, sui sessanta, biascicava un po' di francese. Camminavano leggeri e scrutavano il sentiero nel quarto di luna. Interpretavano il suono dell'aria tra i rami. Si parlavano con un sussurro che si perdeva nel vento [...] Poi arrivarono dei turchi, dignitosi, tristi, come stoici antichi. All'incontro e al commiato, ringraziamenti e strette di mano, leggeri inchini." < 73
71 F. Biamonti, Vento largo, cit., p. 9
72 Su questi aspetti, e più in generale, sul rapporto tra lo scrittore e questi temi si veda G. Bertone, Confine o frontiera? La Liguria di Francesco Biamonti in Quaderns d’Italià, 2002, pp. 91-110
73 F. Biamonti, Vento largo, cit., p. 9

Paolo Veziano, Ombre al confine. L’espatrio clandestino degli Ebrei dalla Riviera dei Fiori alla Costa Azzurra 1938-1940, ed. Fusta, 2014, pp. 56,57

I romanzi biamontiani, che sono ambientati negli anni contemporanei o appena precedenti alla loro effettiva stesura, coprono un arco temporale di circa tre decenni, dagli anni Settanta agli anni Novanta. Ciononostante, attraverso le esperienze e la memoria dei personaggi Biamonti recupera anche la storia precedente dei movimenti clandestini, almeno a partire dagli anni Venti. Anzi, gli attraversamenti a cui i protagonisti dei libri assistono rievocano di continuo nella loro mente le vicende del passato.
È lo stesso Biamonti ad aver spiegato in un articolo del 1998 che i sentieri di confine erano per lui la via per entrare in «una marea di ricordi»: "Ripenso a quei sentieri tra le rocce, al passo della Morte, del Cornaio, del Cardellino, al passo dei Sette Cammini, ai ginepri, ai lentischi, agli spini, ai flussi di umanità che li hanno affrontati, varia secondo i tempi: socialisti liguri, anarchici di Carrara, antifascisti sulla via dell’esilio e poi gli ebrei nel trentanove e quaranta, e nel dopoguerra gli slavi che volevano raggiungere la Francia. Ricordo uomini svelti e donne flessuose, con scarpe che si dovevano togliere per superare gradini di pietra e canaloni incisi nel rocciume color cenere. Si passava in genere nelle notti di luna. Oggi, di Europei, per la montagna, non ne passano più. Per gli altri tutto continua come prima. Devono nascondersi, almeno per i primi chilometri adiacenti a quello che già fu un confine. Curdi, arabi e negri non si fidano. Percorrono le loro stesse vie i corrieri dell’eroina, un uomo armato in testa e un altro alle spalle. [...] Per me si entra in una marea di ricordi". <479
Innanzitutto, vale la pena notare che la storia clandestina del confine si incarna agli occhi di Biamonti in luoghi specifici, emblematici del passaggio e spesso della morte, i quali non sono altro che i passi di montagna attraverso cui i passeurs hanno sempre condotto i fuggiaschi e i migranti in Francia.
[...] Patrizia Audenino e Antonio Bachelloni scrivono che, soprattutto verso la Francia, «si svolse il flusso dei primi “esuli” antifascisti, in maggioranza comunisti, ma anche anarchici e socialisti, strettamente legati all’universo operaio». <485
Biamonti cita poi, procedendo cronologicamente, l’esilio degli «ebrei nel trentanove e quaranta». La fuga di queste persone, dettata dalle persecuzioni razziali, è ricordata anche nei romanzi, in particolare in PN [Francesco Biamonti, Le parole la notte]: «Cose di cui era meglio non parlare, cose che aveva stentato a credere: ebrei in fuga, derubati e buttati in mare da un barcaiolo nel '38 o nel '39, pastori sgozzati nei casolari da gente che transitava» (PN, 74).
Dimostrando di conoscere realmente la vicenda storica, qui lo scrittore fa riferimento al passaggio clandestino via mare, che in effetti caratterizzò in un primo momento la fuga degli ebrei. Sulla questione non si può che rimandare allo studio specifico "Ombre al confine" dello storico locale Paolo Veziano, che porta in esergo la citazione biamontiana e in cui si descrive nel dettaglio il fenomeno delle «agenzie di navigazione clandestina»:
"All’inizio di luglio [del 1939] le agenzie di navigazione clandestina si stavano avviando verso un elevato standard di efficienza, come testimonia il buon numero di trasporti organizzati, ma i pescatori si trovavano a fare i conti con il notevole potenziamento dell’apparato di sorveglianza francese". <486
Biamonti aveva vissuto personalmente, benché fosse ancora un bambino, l'esodo ebraico. Leggendo con attenzione le interviste dei primi anni Novanta si trova un ricordo personale molto importante, che trasforma il giovane Biamonti in un piccolo passeur:
"Quella mattina d’agosto Biamonti accompagnava il nonno che andava ad aspergere il solfato nel vigneto, su un’altura da cui si scorge il mare, distante cinque-sei chilometri dalla Francia. «Avvicinandoci abbiamo sentito dei brusii, e vedevamo levarsi, fra il bosco e la vigna, un filo di fumo. Lui ha detto: “Andiamo cauti, perché c’è qualcuno: forse dei ladri”. Invece, arrivati là, intorno a un fuoco quasi spento perché d’agosto le notti son fresche su quel colle, abbiamo trovato, accoccolate, una decina di persone: erano due famiglie ebraiche che, con molta educazione, hanno chiesto scusa di trovarsi in un podere altrui e se lì era il confine perché su quei sentieri impervi di notte non si avventuravano, avevano paura». Il confine era l’altro crinale, non quello che intendevano. «Allora mio nonno m’ha detto: “Accompagnali, fino a che non possano sbagliarsi”. Io li ho accompagnati. E dopo, prima di andar via, m’hanno baciato. La cosa mi ha molto commosso. Saremmo stati nel Trentotto-Trentanove, poco prima che scoppiasse la guerra con la Francia: avevo otto-nove anni. [...] Quella gente rannicchiata intorno a un falò che non bruciava quasi più [...] gli è rimasta sempre impressa. «E m’ha fatto prendere una simpatia enorme per tutti coloro che sono erratici nel mondo. Per questo ho scritto 'Vento largo' sul passaggio dei clandestini». <487
Dopo la cesura segnata dalla Seconda Guerra Mondiale, riprendono i movimenti clandestini verso la Francia, che non sono tanto quelli degli italiani che migrano, in maniera ormai per lo più definitiva per cercare lavoro, ma piuttosto quelli dei sovversivi politici e di coloro che provengono dall’Europa comunista.
[NOTE]
479 Bia. scr. (1998d: 130).
485 P. Audenino e A. Bachelloni, L’esilio politico fra Otto e Novecento, P. Corti e M. Sanfilippo (a curda di), Migrazioni, vol. 24 di Storia d’Italia, Einaudi, Torino 2009, p. 353: «Così, in Europa, l’emigrazione italiana, in quanto distinta dall’esilio politico, veniva accolta su scala significativa solo da Svizzera, in minor misura Belgio, e Francia. Fu dunque verso questi tre paesi, soprattutto l’ultimo, che si volse il flusso dei primi “esuli” antifascisti, in maggioranza comunisti, ma anche anarchici e socialisti, strettamente legati all’universo operaio. Questo intreccio, variamente declinato, di traiettorie migratorie e traiettorie dell’esilio, non è, come abbiamo visto, inedito, ma è particolarmente marcato, se non altro quantitativamente nel caso dell’esilio verso la Francia. Si calcola infatti che gli italiani politicizzati ammontassero al 10 per cento circa dell’intero contingente di emigrati in Francia tra le due guerre. Ne conseguì una migrazione politica che, per quanto minoritaria, si caratterizzò come un'“emigrazione politica di massa”»
.
486 P. Veziano, Ombre al confine. L’espatrio clandestino degli ebrei stranieri dalla Riviera dei Fiori alla Costa Azzurra 1938-1940, prefazione di A. Cavaglion, Fusta, Saluzzo 2014, p. 89. Cfr. anche, seppur in maniera più generale, P. Audenino e A. Bachelloni, L’esilio politico fra Otto e Novecento, cit., p. 364.
487 Bia. int. Vaccari (1994).

Matteo Grassano, Il territorio dell'esistenza. Francesco Biamonti (1928-2001), Tesi di laurea, 29 gennaio 2018, Université Nice Sophia Antipolis in cotutela internazionale con Università di Pavia

Con tutta evidenza Biamonti inclina e flette le sue coordinate verso Nizza (la Baie des Anges o la Baia degli Angeli, indifferentemente), verso Cannes e le due isole, Saint-Honorat e Sainte-Margherite; e verso i monti dell’una e dell’altra parte (Cima Marta). Cancella il litorale italiano come luogo della «speculazione edilizia» (ben sapendo che già l’aveva cancellato il «suo» Calvino: «Io ero della Riviera di Ponente; dal paesaggio della mia città - San Remo - cancellavo polemicamente tutto il litorale turistico - lungomare con palmizi, casinò, alberghi, ville - quasi vergognandomene», <13 con quel che segue di descrizione della risalita verso i monti all’inseguimento del suo paesaggio), del traffico maleodorante di auto, e dei traffici malavitosi; anche se, quanto a macrocriminalità (investimenti delle varie mafie non solo italiane) e microcriminalità nelle Passeggiate, sa bene che la Côte d’Azur non ha niente da invidiare alla Riviera. Làtitano dunque, censurati, i toponimi di quest’ultima, che saranno Bordighera o Ventimiglia. Se la più terribile, Sanremo, è nominata una tantum, sarà per bollarla per sempre:
"Cose di cui era meglio non parlare, cose che aveva stentato a credere: ebrei in fuga, derubati e buttati in mare da un barcaiolo nel '38 o nel '39, pastori sgozzati nei casolari da gente che transitava. - Sarebbe meglio non stare sui confini, - si limitò a dire. - O forse tutto il mondo è uguale".
13. Italo CALVINO, Prefazione 1964 [al Sentiero dei nidi di ragno], in ID., Romanzi e racconti, edizione diretta da Claudio MILANINI, a cura di Mario BARENGHI e Bruno FALCETTO, vol. I, Milano: Mondadori, 1991, p. 1188
Giorgio Bertone, Confine o frontiera? La Liguria di Francesco Biamonti, Quaderns d’Italià 7, 2002  

Francesco Biamonti fu dunque un testimone privilegiato, un profondo conoscitore di questo aspetto della memoria popolare e forse il suo più autorevole cantore.
Dopo la sua morte, ogni risvolto della sua opera letteraria, dalle influenze agli stilemi, è stato studiato a fondo; poco, o per nulla riconosciuto invece - forse perché dato troppo frettolosamente per scontato - è stato questo suo indiscutibile merito.
Nel suo libro forse più bello, "Vento largo", i passeur muovono i traffici caratteristici degli anni del dopoguerra. Anche il protagonista, Varì, è costretto quasi controvoglia a continuare il suo dignitoso lavoro in quegli anni difficili ma, per caratteristiche e per vissuto, questo personaggio sembra appartenere, più che al presente, alla non lontana stagione del passaggio degli ebrei.
Si può ritenere invece più verosimile la notizia del presunto arricchimento di un numero ristretto di addetti ai lavori, per effetto dei ripetuti furti di valigie. Più che di furto sarebbe forse più corretto parlare di mancata consegna; in qualche caso poteva effettivamente accadere che, a causa del sovraffollamento delle barche, i bagagli al seguito non potessero essere imbarcati. Si dice che in questi casi i passeggeri ricevessero la falsa rassicurazione che sarebbero stati caricati sul trasporto successivo e consegnati in un secondo momento. Per comprensibili ragioni di riservatezza questa voce non è stata confermata dagli spedizionieri e non ha trovato riscontri nelle carte francesi.
Sembra avere invece maggior credibilità la voce data per certa da più di uno spedizioniere secondo cui alcuni funzionari locali avrebbero regolarmente preteso sia da loro sia dai passeggeri una tangente sui trasporti. La denuncia orale dei concussi trova riscontro oggettivo in una lettera confidenziale scritta da una persona rimasta anonima ma che dimostrava di essere comunque bene informata. La missiva, ricca di particolari in qualche caso inesatti, denunciava l’esistenza di una vera e propria combriccola di speculatori della quale avrebbero fatto parte anche funzionari di polizia, milizia e finanza. Non è da escludere che la lettera possa essere frutto del risentimento di qualche funzionario rimasto escluso dalla spartizione delle tangenti.
Abbiamo visto come il rumore provocato da queste voci avesse costretto Achille Peruzzi ad aprire un’inchiesta. Sappiamo anche che questa si concluse con l’esito che a Roma qualcuno auspicava: le prove della colpevolezza dei concussori non furono trovate.
Paolo Veziano, Op. cit., pp. 204,205

mercoledì 18 gennaio 2023

In quelle tenebre: Mostra a Bordighera per il 'giorno della memoria'


 

Unione Culturale Democratica

A.N.P.I.

Via al Mercato n. 8

BORDIGHERA

21-31 Gennaio 2023

ore 17-19

 

Mostra

In quelle tenebre

pubblicazioni libri immagini audio video
per il

'giorno della memoria'

 

Ingresso libero

La S.V è invitata a visitare la Mostra aperta al pubblico tutti i giorni, festivi compresi, dalle ore 17 alle ore 19

            L'ingresso è libero nel rispetto delle norme sanitarie vigenti

 

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per un pezzo di pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza un nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
( Primo Levi Se questo è un uomo )

Giorgio Loreti

Unione Culturale Democratica -  Sezione ANPI - Bordighera (IM) Tel. +39 348 706 7688