martedì 12 novembre 2019

Il capitano Bentley racconta


Negi, Frazione di Perinaldo (IM)

Può dirmi qualcosa capitano della sua missione di collegamento con il comando operativo della I^ zona militare della Liguria?

Il capitano dei paracadustisti inglesi Robert (Bob) Bentley, che ho conosciuto in montagna e che ora è qui tra noi quale ufficiale dell'A.M.G., scuote la bruna testa e mi sorride, agitando l'indice...

"mi chiede indiscrezioni che io non posso permettermi..."
... soltanto il racconto di qualche sua avventura tra le nostre montagne...

[Bentley parla a questo punto della preparazione della sua missione tra i partigiani: nel fare questo si riferisce anche alla Missione Kanhemann (o Kahnemann); aggiunge che aveva preso preventivo contatto con Stefano Leo Carabalona, che era già sbarcato clandestinamente dal ponente ligure in Costa Azzurra; dettaglia, poi, il suo sbarco clandestino del 6 gennaio 1945 a Vallecrosia (IM), dove era atteso da uomini del Gruppo Sbarchi della Resistenza e delle S.A.P.: di questi fa solo i nomi, anche perché erano stati di ausilio nella fase preparatoria, di Nino, Mimmo, Tonino, aggiungendo, di quest'ultimo, che lo aspettò a Negi, Frazione di Perinaldo (IM), dove ormai stavano arrivando, come si vedrà più avanti, gli uomini di Gino. A questo link una testimonianza, in ogni caso, da fonte diversa su questa presa di contatto con il suolo italiano da parte del capitano]
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Giungemmo a Negi [Frazione di Perinaldo (IM)] dove incontrammo un gruppo di partigiani di Gino
[Luigi Napolitano, vicecomandante della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni"] che ci attendeva per scortarci. Ripartimmo per Baiardo (IM). Alla prima svolta, in distanza scorgemmo due figure solitarie venire verso di noi: un uomo altissimo ed un altro che sembrava molto piccolo accanto al primo. I due sopravvenuti si posero in posizione di difesa nello scorgerci, poi riconobbero gli uomini che ci accompagnavano e ci vennero incontro. Erano Curto [Nino Siccardi, comandante della I^ Zona Operativa Liguria] e Gino, che andavano, senza scorta, a minare la strada. Ci presentammo e subito ci affiatammo...

Che impressione le fecero?

Curto quello di capo nato: calmo, freddo, anzi, intelligente e coraggioso, dotato, nella sua impassibilità, di una sua sensibilità concentrata e di un non comune spirito di intuizione. Gino, un ragazzo espansivo, esuberante di vita, ma capace di tutti gli ardimenti e di tutte le temerità.
Spiegai al Curto l'incarico ricevuto e ci comprendemmo immediatamente. Insieme salimmo ai Vignai [Frazione di Baiardo (IM)] e quindi passai con il battaglione di Gori [Domenico Simi, comandante del III° Battaglione "Candido Queirolo" della V^ Brigata]...
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eravamo presso il Monte Faudo io, Curto, Sumi [Lorenzo Musso, commissario al comando operativo della I^ Zona Liguria] ed altri ragazzi. Si andava verso Imperia...

[altri testimoni raccontano altre esperienze di Bentley tra i partigiani: alcune saranno riportate in prossimi articoli]
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Dopo il rastrellamento tedesco ai Beusi [Taggia (IM)] alla fine di febbraio 1945 il nemico aveva scoperto la mia presenza in montagna e mi dava una caccia spietata. Eravamo impossibilitati ad eseguire qualsiasi trasmissione e tutte le strade verso l'interno ci erano precluse. Gori, con il suo solito spirito pratico, pensò allora di prendere rifugio assieme a noi nel convento dei frati a Taggia. Scendemmo accompagnati da una guida del luogo...
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E poi debbo aggiungere ad onor del vero che i giorni trascorsi in convento dopo due mesi di marce forzate, di spostamenti incessanti, di ansie terribili, furono per me una vacanza meravigliosa. Si dormiva in soffitta - erano con me anche Sumi e il radiotelegrafista Mac Dougall - e si stava benissimo. Avevamo un vero letto su cui stenderci e riposare. Ogni sera la nostra guida ci portava i viveri e la cucina dei Frati non era certamente da disprezzare, dati i momenti. Ricordo e sempre ricorderò le simpaticissime figure dei miei ospiti. Padre Vittorio, uomo coltissimo, col quale si discuteva di politica; Padre Serafino ancora giovanissimo che suonava molto bene il violino e sapeva cantare magnificamente. Padre Serafino era anche addetto alla cucina e spesso esercitava la sua voce durante la confezione dei suoi manicaretti, il che talvolta comportava piatti insipidi o troppo salati e salse dal gusto strano... ma lo si perdonava in considerazione del piacere che ci offriva con le sue canzoni. Nè potrò dimenticare l'allegro Padre Badalucco (questo era almeno il suo sopranome) il quale considerava appunto Badalucco il centro dell'universo: ci dava lezioni di strategia aerea e discuteva con noi della necessità di un lancio di parecchie divisioni paracadutiste sulla cittadina per affrettare la fine della guerra!...

Di notte si usciva, ci s'internava nel bosco e si tentava di usare la radio, ma la vicinanza del tedesco e la mancanza delle batterie, che erano state abbandonate a Beusi, non ci permisero mai una trasmissione efficiente. Molte volte corremmo il rischio di essere presi... 

Anzi corse voce che lei era stato catturato.

  ... Ritornai ai Beusi. Avevamo una capanna nel bosco. Il battaglione Gori si era riformato e stava con noi. Insieme a me erano pure Curto e Sumi. Simon [Carlo Farini, vice Comandante del Comando militare Unificato Ligure, ma già nel mese di luglio 1944, nella fase di assestamento con la creazione della II^ Divisione d'assalto garibaldina "Felice Cascione", ispettore nella provincia di Imperia, inviato dal Comando regionale per la coordinazione dei servizi militari] nel frattempo era partito per Genova...

Ora una notte, una bella serena notte di luna, raffiche di mitragliatrice vicinissime mi svegliano. Il grosso delle nostre forze si era spostato: eravamo nel bosco in cinque o sei soltanto. Strisciammo fuori e scorgemmo, proprio davanti a noi, a non più di trenta o quaranta metri di distanza, un'arma automatica nemica che rafficava verso l'alto bosco. Sempre strisciando il più silenziosamente possibile, in attesa di vederci piombare addosso le pattuglie nemiche, ritornammo alla capanna e facemmo sparire i documenti. Mac si caricò della radio e tutti insieme, di albero in albero, carponi, ci spostammo verso il versante opposto da dove avremmo potuto scalare il pendio in caso fossimo stati minacciati di accerchiamento. Si rimase sul posto fino alle tre: la mitragliatrice nemica, durante tutto quel tempo non cessò mai di tirare. Verso le tre tacque finalmente e noi potemmo portarci su una breve radura, circondata dal folto, al sicuro da sguardi indiscreti, dove restammo con le armi pronte fino al mattino. Sentivamo più in basso i movimenti pesanti di uomini che si spostavano continuamente battendo i margini del bosco. 
... Poco dopo scorgemmo colonne di fumo salire dalle case poste nella conca sotto di noi: i tedeschi avevano appiccato il fuoco alla borgata per rappresaglia. Eravamo tristi e preoccupati per gli amici che vi abitavano...
... La situazione si faceva critica. Eravamo un pugno di uomini con pochissime munizioni e la responsabilità della radio e dei documenti. Decidemmo di tentare una difficile ritirata verso Ciabaudo [Frazione di Badalucco (IM)].
... Ma prima dell'alba eravamo nuovamente in piedi e riprendevamo il cammino verso Ciabaudo, lieti di averla fatta in barba al tedesco ed allegri come prima...

...Raccontarle tutte le altre mie avventure, da Ciabaudo a Baiardo e a Gerbonte, da Viozene a Agaggio [Frazione di Molini di Triora (IM)] e a Buggio [Frazione di Pigna (IM)], sarebbe troppo lungo. Le dirò per finire che mentre mi trovavo a Buggio presso i fratelli Aicardi il 24 aprile [1945] ci giunse una lettera del C.L.N. che ci informava della ritirata nemica. Con Curto, Sumi e Giorgio stabilimmo gli ultimi piani ed i1 25 mattina, dopo aver infranto la resistenza di reparti tedeschi di retroguardia, facemmo il nostro ingresso ad Oneglia, finalmente libera. Tutta la popolazione ci accolse con commovente entusiasmo, quell'entusiasmo italiano che tocca il cuore perché vi si sente la passione...

Ancora una domanda, capitano, ed è l'ultima. Qual'è la sua impressione sulla lotta partigiana? 

Magnifica. Ho assistito ad azioni che avrebbero inorgoglito armate ben più attrezzate. Sono stato  testimone di eroismi inauditi. Potete andar fieri di questi vostri combattenti meravigliosi e dei loro capi il cui apporto alla causa comune è stato grandissimo e talvolta decisivo. Mercé il loro sacrificio l'Italia è rientrata nel consesso delle libere nazioni e giustizia dovrà esserle resa...


Mario Mascia, “L’epopea dell’esercito scalzo” (ed. A.L.I.S.: una riedizione, trattandosi di un'opera già uscita nell’immediato dopoguerra)



lunedì 11 novembre 2019

La Cappella del Carmelo a Bordighera (IM)



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In quegli albori di pace la località Marina si andrà cospargendo di case. Sarà quella la resurrezione di Sepelegium, ma una resurrezione gigantesca, nella quale sarà impresso tutto lo slancio di centinaia di spiriti forti del proprio diritto, coscienti della propria forza. 
Soffermiamoci a questi primi passi della nuova città nascente, ai piedi della turrita mole del Paese Vecchio: nascono i giardini fra gli agrumeti, le capanne ed i casolari fra i palmeti imprimono ovunque una caratteristica africana; dal suolo si trae acqua abbondante e ben filtrata, e qualche caseggiato si va elevando con una certa pretesa di imponenza.
Notiamo la casa dei Giribaldi, dominatrice della località, nella cui massicciata, nella parte settentrionale, si incastona una Chiesa dedicata alla Madonna del Carmelo.
A questa Chiesina vogliamo portare il nostro particolare interessamento.
Il nome, dall'Ebraico, si traduce Madonna dei Giardini, e non poteva quindi esserle meglio adatiato, ché essa veniva ad insediarsi tra le più belle e caratteristiche vegetazioni della regione e veniva a ricordare in questo lembo occidentale la lontana Catena del Libano, coperta di olivi, di pini e di quercie, ricca d'acqua e di flora varia e caratteristica, denominata precisamente il Carmelo. Quel monte celebre sin dall' antichità è sintomo di fertilità, vi abbondavano luoghi di culto, vi ebbe la sua origine l'Ordine dei Carmelitani che diffusero la venerazione della Madonna per mezzo dell'abitino del Carmine.

La Chiesina del Carmelo venne costruita dal «Maire» di Bordighera, Giacomo Giribaldi, verso il 1790, in ossequio alle intenzioni del proprio Padre. Essa si conserva tuttora nella sua piena originalità,  ben custodita dalla famiglia Giribaldi, ricca di intonachi bianchi su sfondo celeste. Nella nicchia dell' altare e la Statua della Madonna col Bambino che detiene alcuni abitini del Carmine...

La ragione della erezione della Chiesa del Carmelo va ricercata nello espandersi delle abitazioni nella pianura della Marina, per cui si rendeva scomodo agli abitanti di recarsi in Parrocchia per l'adempimento agli obblighi religiosi. La Chiesa di S. Ampelio, meno lontana di quella parrocchiale, era raramente officiata, cosicché l'intervento del Maire Giribaldi fu davvero provvidenziale.
La nuova Chiesa non tardò ad ottenere i più ambiti privilegi dell'Autorità Ecclesiastica. 

Troviamo una supplica del 1810 in cui lo stesso Maire, proprietario della Chiesa, invoca da Papa Pio VII la grazia della conferma del decreto del Vescovo di Ventimiglia di celebrare la Santa Messa nella cappella per comodità degli abitanti di Borgo Marina...
... Lo stesso Maire fu arrestato dagli Inglesi in questa casa e - dopo tenuto prigioniero su un Vascello Inglese, per alcune ore - restituito sano e salvo unitamente alla Guardia Nazionale.
La Chiesina del Carmine oggi più non si apre al pubblico, ma per cura della Famiglia Giribaldi vi vengono ancor oggi celebrate messe nelle maggiori solennità, messe in suffragio degli antenati dei Giribaldi, la novena e la festa della Madonna del Carmine, le messe di San Giuseppe e di Sant'Erasmo.
La Chiesa di Terrasanta - sorta nel 1883 - soddisfa oggi alle esigenze dello spirito religioso, non più di un povero Borgo dalle case sparse ma di una cittadina modernissima, culla dei giardini più belli e profumati d'Italia.
La bellezza dei fiori del Libano si è qui trasfusa in un miracolo di soavità; la Regina purissima del Carmelo, silenziosa, sempre eguale, invita ancora i Fedeli all'umile devozione del «carmine», ma l'imponenza della nuova edilizia, ha reso nascosto e quasi inosservato il suo cantuccio, come fosse un rifugio di pianto.

Dino Taggiasco
("L'Eco della Riviera", Sanremo, 18-19 luglio 1934, pp.I-2)

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Il pensiero delle lontane radici di questa chiesuola che vide, forse, il sorgere stesso di Bordighera, non può non commuovere nel vederla oggi compressa, ma non sopraffatta, dal progredire dei tempi.
Da quando si interrompe la cronaca di Dino Taggiasco, nella Chiesina si continuarono a tenere le consuete funzioni annuali - aperte al pubblico - per la ricorrenza della Madonna del Carmelo e, di volta in volta, quelle più circoscritte, legate alle vicende ora tristi, ora liete, delle nostre famiglie: in ogni occasione abbiamo potuto riscontrare toccanti testimonianze di fede e di preghiera da parte della gente di Bordighera.
Gli anni immediatamente successivi all'ultimo conflitto, portarono tuttavia venti infausti sulla piccola struttura che si è trovata coinvolta in un più ampio progetto di ricostruzione edilizia a seguito del quale essa ha rischiato di soccombere.
Fu invece miracolosamente salvata, anche se non nella sua integrale configurazione, ormai irrimediabilmente mutilata, dall'intervento tempestivo e provvido dell'allora comproprietario Dr. Angelo Giribaldi-Laurenti che, avocatane a sé la totale proprietà, ne curò le ferite e la conservò amorevolmente, pur priva della parte superiore della facciata e della bellissima volta interna, all'onore della sua famiglia e alla devozione dei bordigotti per tutto il tempo della sua vita: dal 14 febbraio 1986, per Sua volontà, la Chiesetta appartiene al sottoscritto.

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Luigi Betocchi, Cenni sulla Chiesina del Carmelo a Bordighera, 1996





giovedì 7 novembre 2019

Mary Gaunt e Casa Camilla a Bordighera


Dove adesso [in Bordighera (IM)] c'è questa casa, angolo con via Montello, prima del 2° conflitto mondiale, c'era Casa Camilla, dove abitò per quasi vent'anni una scrittrice australiana, Mary Gaunt.

Mary Gaunt giunse a Bordighera nel 1920 e ci rimase fino al 1940. Ma partiamo dal 1861 quando in una cittadina dell'Australia, a Chiltern, Victoria, nasce Mary Eliza Bakewell Gaunt, figlia di un giudice. Lei era la maggiore di ben otto fra sorelle e fratelli.
Dopo gli studi secondari, è stata una delle due prime donne ad iscriversi all'Università di Melbourne.

Il suo primo romanzo viene pubblicato nel 1894, "Il fidanzato di Dave".

Nello stesso anno si sposa con un dottore H.L. Miller, vedovo, che a sua volta muore nel 1900, lasciandole in eredità un piccolo reddito. Nel 1901, Mary, lascia l'Australia per stabilirsi a Londra, in un piccolo bilocale. Continua a scrivere e comincia ad avere successo e questo le permette di svolgere la sua passione, viaggiare. Ma non viaggi turistici tranquilli, tutt'altro, s'inoltra nelle foreste dell'Africa Occidentale, in quelle dell'America Centrale, nei territori della Cina più misteriosa.

Carattere combattivo e ribelle con in corpo uno spirito femminista, i suoi romanzi sono avvicenti e per niente rilassanti.

Nel 1908-1910 effettua un viaggio avventuroso nel Ghana. Nel 1913 va in Cina e vorrebbe ripercorrere il vecchio cammino delle carovane, a dorso di un mulo, attraversando la Russia Asiatica, ma dopo alcuni giorni deve desistere a seguito di scontri nelle regioni da lei scelte e dalle prime avvisaglie che porteranno all'inizio della prima guerra mondiale.
Nel 1919 trascorre alcuni mesi in Giamaica.
Nel frattempo scrive 5 diari di viaggio e sedici romanzi oltre a vari racconti.

Come tanti ospiti di Bordighera, cagionevole di salute, nel 1920 arriva nella nostra città e soggiorna inizialmente all'Hotel Parigi, sull'attuale passeggiata Argentina, poi si trasferisce, poco distante, per un breve periodo in una casa in via Nazario Sauro per stabilirsi definitivamente nella Casa Camilla, dove occupa un vasto appartamento all'ultimo piano. Chi si prenderà cura di lei, in ogni servizio, dalla salute, alla conduzione della casa, già dopo aver lasciato l'Hotel Parigi, sarà una bordigotta, Anselma, che nel 1928 darà alla luce in Casa Camilla Italo Simonazzi. Sì, proprio lui, quell'Italo che una buona parte dei bordigotti conosce, un baldo giovane, che nei prossimi giorni compirà 89 anni, ma con ancora tanta energia in corpo che potrebbe dare dei punti a tanti babanetti d'oggi.

Ritornando a Mary Gaunt, nel suo soggiorno bordigotto scriverà ancora dieci romanzi e le sue memorie. Con l'inizio della seconda guerra mondiale, a malincuore, nell'estate del 1940, lascerà Bordighera per andare in Francia, a Vence, dove la sua asma con l'aggiunta di complicazioni respiratorie la porteranno al decesso nel 1942 in una clinica di Cannes.

Nel 1980 il biografo Bronwen Hickman pubblicherà un libro sulla vita della Gaunt dove c'è un lungo capitolo su Bordighera e sulla permanenza di Mary. Nel giorno internazionale della donna nell'anno 2002, lo stato di Victoria, in Australia, nell'ambito delle celebrazioni per il riconoscimento delle conquiste delle donne dello stato australiano le ha assegnato il premio Vittoriano Honor Roll of Women. Purtroppo nelle mie ricerche, non ho trovato nessun romanzo o racconto, scritto dalla Gaunt, che sia stato tradotto in italiano.

di Giancarlo Traverso


sabato 2 novembre 2019

Il calcio operaio nell'Oneglia del primo Novecento

Fonte: Vento largo
Contrariamente a quanto solitamente si crede, il football nasce come sport popolare, addirittura operaio. E questo accade anche da noi, in una Oneglia piena di fabbriche e ciminiere che i cronisti di allora chiamavano "la piccola Manchester"

In un articolo apparso su Alias*, il supplemento culturale de il manifesto, di qualche giorno fa, Pasquale Coccia, ricordava come il calcio nasca come sport popolare, addirittura operaio. "In tempi di anestesia generale - scrive in apertura del suo articolo - e di rimozione della memoria storica, i simboli della classe operaia che ancora sopravvivono, si trovano negli stemmi delle squadre di calcio di varie parti del mondo".

Dunque è una leggenda la storia tante volte ripetuta del calcio creazione di ricchi e annoiati borghesi inglesi stanchi di sport aristocratici come il golf o il tennis e in cerca di distrazioni forti.

Il calcio, dunque, nasce operaio e ostenta con orgoglio questa sua natura già a partire dagli stemmi delle società che un pò dovunque si vanno a formare nei grandi centri industriali inglesi fra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento.

Scrive ancora Coccia:
"Gli stemmi delle squadre di calcio rappresentano la storia dei luoghi dove sono state fondate. I simboli riportati, oggi oggetto di profitti di ogni genere, non sono il frutto del lavoro di affermati designer o di studi di architetti, ma una trovata alla buona dei fondatori delle squadre, spesso amici o compagni di lavoro spinti dalla passione per il calcio. Buona parte delle compagini calcistiche sono nate in Inghilterra sul finire dell’800 intorno alle fabbriche e nei decenni successivi in altri paesi europei. Classe operaia e calcio sono stati tutt’uno per molti anni, soprattutto nella prima metà del ‘900. I dirigenti politici più attenti hanno visto nel calcio una sana alternativa all’abbrutimento degli operai, che dopo il duro lavoro in fabbrica nei fine settimana correvano nei pub o nelle osterie per abbandonarsi all’alcol. Antonio Gramsci nel libro Sotto la mole definì il calcio: «Paesaggio aperto, circolazione di aria, polmoni sani, muscoli forti, sempre tesi all’azione» e su L’Ordine Nuovo riservò spazio al calcio operaio".

Gramsci testimonia di come anche qui da noi in Italia, il calcio arrivi e si diffonda con le stesse caratteristiche identitarie. La foto ingiallita che apre l'articolo, trovata nel "cassetto dei ricordi" che tutti abbiamo nelle nostre case, risale ai primi del secolo e testimonia di questa realtà in una Oneglia, allora importante centro operaio, tanto da essere chiamata la "piccola Manchester d'Italia". Una Oneglia di fabbriche e ciminiere, di cui oggi resta solo il ricordo nei resti delle "Ferriere" e in foto come queste. Un gruppo di giovani lavoratori orgogliosamente in posa nelle loro divise di calciatori. Tanto per metterla sul personale, mio nonno è il primo in alto a sinistra. Di più preciso non saprei dire: né l'anno, né il nome della squadra.

Chissà se il caro amico Tommaso Lupi, che, della storia popolare (e non solo) di Imperia e dell' Imperiese, è un profondo conoscitore è in grado di aggiungere qualcosa.

* Pasquale Coccia, Il calcio operaio degli stemmi, il manifesto/Alias del 19 ottobre 2019.

di Giorgio Amico su Vento largo


mercoledì 30 ottobre 2019

I Pungitopo in Liguria

Ruscus aculeatus - Fonte: Alfredo Moreschi
In Liguria pochi vegetali sono più bizzarri ed originali dei "Pungitopo" e del Ruscus aculeatus in particolare.  La loro maggiore particolarità risiede nella mancanza di vere e proprie foglie, sostituite da strutture apparentemente simili ad una lamina fogliare mentre nella sostanza si tratta di fusti appiattiti, chiamati nel linguaggio specifico dei botanici cladodi. In ogni caso sono perfettamente in grado di assicurare alla pianta la funzione clorofilliana assorbendo l’energia a costo zero dei raggi solari ed utilizzandola per compiere i processi vitali. In autunno su queste strane appendici si sviluppano i fiori dei due sessi all’ascella di una protettiva e piccola brattea cartacea. Dopo essere stati impollinati a dovere i fiori femminili di colore verdastro danno origine a grosse e lucenti bacche vermiglie nelle quali sono racchiusi i semi.

Ruscus è una denominazione derivata dal latino "rusticus" (villano, rustico) scriveva Michael Alberti nella sua Flora Medica, perché i contadini usavano i rami di questa pianta per difendere le vivande dai topi. E' anche questa la ragione per la quale, in molte regioni italiane, è stato battezzato "Pungitopo". Nella flora ligure, oltre al "Punziratti", ossia il notissimo Ruscus aculeatus, un tempo costante bagaglio degli spazzacamini, crescono altre due interessanti specie, il Ruscus hypophyllum ed il Ruscus hypoglossum. Tre, dunque, sulle quattro assegnate dalla sistematica vegetale a questo genere di piante, solo apparentemente differenziate dagli altri membri della famiglia delle Liliacee, con i quali sono invece inequivocabilmente apparentate. Recentemente è stata però avanzata l’ipotesi che queste due ultime unità specifiche non sarebbero effettivamente accreditabili alla flora nazionale italiana ma siano sfuggite alle coltivazioni e solamente naturalizzate in molte località anche della Liguria. 

La Danae racemosa è coltivata industrialmente come fronda recisa - Fonte: Alfredo Moreschi
Infatti, sul mercato di Sanremo (IM), assieme alle numerose altre fronde verdi, vengono tuttora commerciate grandi quantità di Ruscus aculeatus e Danae racemosa per la composizione di vasi da arredo. La Danae, originaria dell’Asia sud-occidentale, è stata introdotta in Italia già da alcuni secoli e viene coltivata nel Ponente in fasce coperte da stuoie di cannucce per impedire alle foglie di scurire.

Per quanto riguarda in particolare quest’ultima (ex Ruscus racemosus) è intensivamente coltivata nella piana di Taggia (IM), di Albenga (SV) e nella valle Roya come verde ornamentale. E’ rinvenibile qua e là nelle zone umide ed ombrose del Ponente ligure, ed al riguardo non esistono dubbi: il Lauro Alessandrino è la spontaneizzazione di una specie proveniente dalle lontane montagne persiane.

Gli antichi naturalisti, conoscendo molto bene i "Pungitopo", ne avevano individuate le diverse potenzialità terapeutiche tanto che Dioscoride proponeva di macerarne le bacche, le singolari foglie e le parti sotterranee nel vino, riconoscendone l’utilità quale specifico in tutte le manifestazioni dell'idropisia, nella renella, nella gotta e nelle ritenzioni di urina. In epoca romana il "Pungitopo" era adoperato per curare il rigonfiamento della milza negli insaziabili maiali e, per salvarli, si riempivano i truogoli di acqua ponendovi a macerare piante di Ruscus aculeatus e di Tamericio (Tamarix africana).

“Il succo - dice infatti Columella - è salutare, ed assorbito con molta acqua, riduce il gonfiore interno”. Lo stesso autore, nel capitolo settimo dei suo celebre libro, fra le erbe selvagge con possibili utilizzi alimentari include i giovani getti dei Ruscus dicendo che dovevano dapprima essere preparati eliminando l'acqua con il sale e quindi sistemati in un recipiente da tenere al fresco per alcuni giorni; successivamente si potevano conservare a lungo ricoprendoli con aceto e salamoia in parti eguali dopo aver tappato accuratamente le anfore con “un pezzo di fusto di Finocchio tagliato l'anno precedente”.

Negli stessi anni Plinio si occupa anche dei loro riflessi medicinali nei confronti degli umani:”Dalla radice bollita del rusco (Ruscus aculeatus), si ottiene una pozione che va bevuta a giorni alterni quando si soffre di calcoli, oppure se la minzione è dolorosa, o se l'orina presenta tracce di sangue.

Bisogna svellere la radice un giorno prima, bollirla la mattina successiva, e mescolare ad un sestario di decotto due ciati di vino. C'è anche chi beve la radice cruda tritata in acqua; si ritiene inoltre che non ci sia in assoluto un medicamento migliore, per le parti virili, degli steli di questa pianta tritati in aceto.

L’Alloro nano (Ruscus hypophillum) ha un fusto unico foglie sottili come quelle dell’Alloro ed un seme rosseggiante che cresce attaccato alle lamine; lo si applica fresco per i mali di testa ed i bruciori di stomaco, oltre a favorire i parti critici se applicato con panno di lana.

L'Ipoglossa  (Ruscus hypoglossum) ha le foglie di aspetto simile a quelle del Mirto selvatico, concave e spinose: e all'interno di esse come delle lingue formate da una fogliolina che esce dalle foglie. Una corona fatta con queste foglie e posta sul capo fa diminuire il mal di testa.” 
La loro utilità non si esaurisce comunque nelle notizie sopra riportate. Il perché ce lo spiega diciotto secoli più tardi Michele Tenore:”Il Ruscus aculeatus, un frutice sempreverde nativo dei nostri boschi ha una radice amara fornita di un notevole potere astringente e leggera forza tonica, mentre i semi delle bacche rosse possono essere adoperati come succedaneo dei caffè. Il Ruscus hypoglossurn, ossia l’Uvularia, è in tutta la pianta pregna di principio astringente ed è praticata nel rilasciamento dell'ugola e nel ritardo dei mestrui”.

Ruscus aculeatus in fiore - Fonte: Alfredo Moreschi
Il Turner ci informa che presso gli Apotecari dei suo tempo queste piante erano anche note con il termine di "Bruscum", un nome divenuto nel volgare italiano "Brusco", voce che ritroviamo nei battesimi liguri.

Come succede nel caso dell'Asparago, a cui il Pungitopo è strettamente affine, i suoi giovani germogli possono essere mangiati come verdura.

Gli antichi erboristi consigliavano di berne una pozione fatta con le radici e di usare una poltiglia, ottenuta dalle bacche e dalle foglie, per aiutare le ossa rotte a rinsaldarsi. Calcio, un sale di potassio, un olio essenziale, una saponina ed una sostanza resinosa sono i princìpi attivi contenuti nel Ruscus aculeatus, ritenuto ancora oggi ottimo aperitivo e sudorifero.  Assieme al Sedano, all'Asparago, al Prezzemolo ed al Finocchio, il "Pungitopo" continua ad essere impiegato nella distillazione dei celeberrimo aperitivo delle Cinque radici, una delle ricette più antiche e famose dell'erboristeria europea che vanta un'azione combinata aperitiva e diuretica .

C'è anche chi beve la radice cruda tritata in acqua; si ritiene inoltre che non ci sia in assoluto un medicamento migliore, per le parti virili, degli steli di questa pianta tritati in aceto.

 L’Alloro nano (Ruscus hypophillum) ha un fusto unico foglie sottili come quelle dell’Alloro ed un seme rosseggiante che cresce attaccato alle lamine; lo si applica fresco per i mali di testa ed i bruciori di stomaco, oltre a favorire i parti critici se applicato con panno di lana.

L'Ipoglossa  (Ruscus hypoglossum) ha le foglie di aspetto simile a quelle del Mirto selvatico, concave e spinose: e all'interno di esse come delle lingue formate da una fogliolina che esce dalle foglie.

Una corona fatta con queste foglie e posta sul capo fa diminuire il mal di testa”.   Infatti, sul mercato di Sanremo (IM), assieme alle numerose altre fronde verdi, vengono tuttora commerciate grandi quantità di Ruscus aculeatus e Danae racemosa per la composizione di vasi da arredo.  

L'indipendenza è il valore simbolico attribuito al "Pungitopo", sicuramente purché le sue spine impediscono o rendono comunque difficile impadronirsene. In ragione di questa funzione protettiva viene da tempo immemorabile seccato e adoperato per decorare le abitazioni nei mesi invernali, particolarmente durante le feste natalizie dove sostituisce o affianca l’Agrifoglio ed il Vischio negli usi celebrativi, soprattutto nelle zone in cui queste ultime sono diventate piante protette. Grazie alle foglie e alle bacche rosse che maturano alla fine dell'autunno e si mantengono per tutto l'inverno, riveste lo stesso simbolismo augurale.

Tornando ai Ruscus, i caratteri comuni del Genere  sono quelli di piante sempreverdi con aspetto di subarbusti cespugliosi che nascono da un rizoma strisciante; sono provvisti di rami appiattiti che simulano delle foglie (cladodi o fillodi) e nascono all'ascella di piccole scaglie che rappresentano le vere foglie.  I loro fiori verdastri o bianco verdastri, inseriti verso la metà della faccia dei cladodi, sono unisessuati e pertanto si trovano su piedi diversi quelli staminiferi e quelli pistilliferi; hanno un perianzio a sei segmenti patenti, liberi e persistenti, tre stami a filamenti saldati in un tubo rigonfio e stilo corto e capitato. I frutti sono bacche grosse, globose e carnose che non si aprono alla maturità.

    Ruscus aculeatus L. (II- IV. Nasce nei luoghi boscosi, nelle siepi, sino ai 900m). Ha rizoma strisciante, fusti robusti, eretti e striati, ramosi, alti sino a 60cm. Porta cladodi rigidi, più o meno sessili, acuminati e pungenti, oblunghi o ellittico lanceolati, con fiori in numero di 1 o 2. Il frutto è una bacca rossa e tonda ascellare di una bratteola. 

    Ruscus hypoglossum L. (XII- IV. Nasce nei luoghi boscosi, nelle siepi, sino ai 1400m). Ha rizoma strisciante fusti gracili, semplici, alti sino a 60cm. I cladodi sono poco rigidi, ellittici o oblanceolate portanti alla base una brattea fogliacea lanceolata, gli inferiori opposti o in verticilli ma alterni verso la sommità; il picciolo è ritorto. I fiori sono dioici, in fascetti di 3-6, inseriti sulla pagina superiore dei cladodi all’ascella di una squama. Il frutto è una bacca rossa e tonda. Simile è;

    Ruscus hypophyllum L. che differisce  per avere i fiori inseriti sulla pagina inferiore dei cladodi privi o con una bratteola piccolissima ed il picciolo dei cladodi dritto.  

Ruscus hypoglossum: i fiori - Fonte: Alfredo Moreschi
Come raccoglierli e coltivarli

Nel giardinaggio tutte e tre le nostre specie trovano impiego come piante da bordura e da riservare alle parti ombrose dei giardino; ma si deve rilevare che queste Liliacee, così poco esigenti durante la loro vita selvaggia, nella coltivazione artificiale si mostrano particolarmente sensibili in fatto di clima e necessitano della protezione di un letto di foglie secche nei mesi invernali.

Crescono bene in tutti i terreni da giardino, anche in quelli argillosi, pesanti, calcarci, poco profondi. Si piantano in gruppi di 3-5, utilizzando piante di entrambi i sessi. Si consiglia la divisione dei cespi ed il distacco dei polloni, durante il periodo primaverile. Si tolgono dal terreno, si dividono e si ripiantano immediatamente.

Si possono anche seminare generalmente in autunno, in terrine riempite con la composta da semi, in luogo protetto, ma è la strada più lunga causa la lenta crescita che rasenta i due anni. Quando le piantine hanno raggiunto l’altezza sufficiente si trapiantano in vivaio e si coltivano per 3 anni. In natura le specie sono protette ed è quindi consigliabile rivolgersi ai vivaisti.

Ruscus aculeatus: Punzitopo, Rúspo, Brùsco, Erba coào ed Erba cocca a Genova, Cocchett a Pegli, Cúcca a Sanremo ed a San Bernardo, Punziratti a Rapallo, Spin‑e de ratti a Savona, Punzatop e Razzacú a Sarzana.

Ruscus hypophyllum: Bislingua a Genova

Ruscus hypoglossum:  Lauro a Genova e dintorni.

di Alfredo Moreschi