venerdì 24 gennaio 2020

La persecuzione antiebraica in provincia di Imperia (1938-1945)

Villatella, Frazione di Ventimiglia (IM) ed il Monte Gramondo
 
Le tracce più significative della presenza ebraica in provincia di Imperia risalgono agli inizi del ‘900 e si trovano nel cimitero monumentale della «Foce» a Sanremo. Negli anni ‘20 avvenne una prima immigrazione in Riviera di ebrei provenienti dal Nord-Italia [...]

Dagli anni ‘30 si aggregarono a questo nucleo, ebrei provenienti dai paesi mitteleuropei e in particolare dalla Germania, in seguito all'ascesa politica di Hitler. [...] Il 23 aprile 1937 la Comunità genovese approvava la costituzione di una Sezione a Sanremo. All’epoca esistevano in città tre piccoli oratori privati e una pensione che forniva vitto kasher. La vita religiosa si svolgeva con regolarità ed era accompagnata da notevoli contrasti interni, accentuati dalla mancanza di un rabbino stabile.

Nei primi mesi del 1938 la Sezione contava 110 iscritti ed era costituita in maggioranza (70%) da stranieri. L’analisi delle professioni esercitate dai contribuenti ne consente la collocazione tra la classe medio borghese. Allo scopo di accertare la consistenza degli israeliti residenti in Italia, fu indetto per il 22 agosto 1938 un minuzioso censimento. La rilevazione accertò la presenza in Provincia di 260 ebrei di cui 160 di nazionalità straniera. [...]

L’applicazione delle normative anti-ebraiche e le sue conseguenze

Il 5 settembre 1938 fu vietato agli ebrei l’insegnamento e l’iscrizione alle scuole pubbliche d'ogni ordine e grado e l’esercizio della libera docenza. Il 7 settembre fu disposto che gli stranieri ebrei residenti in Italia dopo 1° gennaio 1939 avrebbero dovuto lasciare il paese entro sei mesi dalla data di pubblicazione del decreto. I decreti successivi vietavano agli ebrei, tra l’altro, l’esercizio del servizio militare, il matrimonio con cittadini italiani di «razza ariana» e il lavoro subordinato in favore dello Stato, delle province, dei comuni degli enti o imprese di diritto pubblico.

In base al Decreto legge del 7 settembre, circa 5.000 ebrei stranieri avrebbero dovuto lasciare il paese entro il 12 marzo 1939. Le gravi difficoltà incontrate nel loro allontanamento, spinsero il Ministero dell'interno, nel gennaio e nell’aprile del 1939, a impartire istruzioni ai prefetti affinché «fosse agevolato con ogni mezzo l’esodo degli ebrei».

Da quel momento, le questure del Nord-Italia e le organizzazioni di soccorso ebraiche italiane avrebbero dovuto dirigere gli ebrei verso i commissariati delle città di confine. L’espulsione verso la Francia era la soluzione più praticabile perché la frontiera era poco presidiata e offriva buone possibilità di entrarvi illegalmente.

Dalla primavera del 1939 centinaia di ebrei avrebbero raggiunto la Provincia; il prefetto avrebbe dovuto gestire gli allontanamenti, cercando di evitare problemi d'ordine pubblico: l'obiettivo da raggiungere giustificava i metodi che sarebbero stati impiegati.

Si procedette all’immediata legalizzazione di attività illegali; la milizia confinaria rilevò i contrabbandieri e assunse il ruolo di «passeur di Stato»; i barcaioli divennero uno strumento indispensabile. I pescatori furono incoraggiati ed ebbero garantita ampia libertà di azione. Le autorità locali avevano preteso dalle organizzazioni assistenziali ebraiche un maggiore coinvolgimento, anche finanziario, nell’esodo, auspicando altresì una più efficiente organizzazione dei trasporti clandestini.

L’arrivo in massa degli ebrei incoraggerà, dal luglio del 1939, la nascita di numerose «agenzie di navigazione clandestina», che nel mese di agosto riusciranno a trasportare con successo oltre confine più di 400 ebrei.
Le agenzie si erano rapidamente riorganizzate, dopo aver perso parte della flotta e numerosi barcaioli, reclutando altri pescatori e acquistando imbarcazioni a motore. In quell'estate la maggior parte delle partenze avveniva dalla spiaggia di “Bagnabraghe”. Si tratta di una piccola insenatura situata a levante della città di Bordighera [...]

Le autorità locali assunsero la gestione quasi completa degli allontanamenti attraverso i sentieri di montagna, riuscendo a impedire i tentativi d'interferenza nell'esodo da parte di guide locali.
A Ventimiglia, i funzionari di P.S. convocavano i capi squadra della milizia confinaria per concordare i tempi e luoghi dell'espulsione, attraverso le montagne, degli ebrei che da troppo tempo soggior-navano in città. Gli ebrei erano condotti sotto scorta alle caserme della milizia o della finanza di Ciotti e Olivetta. [...] Le caserme e i rifugi situati lungo questi percorsi funzionavano da centri di raccolta e smistamento degli ebrei in procinto di essere espulsi. Il sentiero Passo Muratone-Saorge fu, invece, utilizzato in modo occasionale dai contrabbandieri che, eludendo i rigidi controlli delle guardie confinarie, riuscivano condurre i clandestini a destinazione.

Dal luglio del 1939, le vie terrestri persero il ruolo fondamentale che avevano ricoperto fino a quel momento a causa dello sviluppo delle «agenzie marittime», in grado di trasportare rapidamente interi gruppi familiari a prezzi interessanti. Si ritiene che, utilizzando le vie terrestri e marittime, non meno di 3.500 ebrei stranieri abbiano raggiunto clandestinamente la Francia negli anni 1938-1940.

[...]

Gli arresti e le deportazioni (1943-1944)

Nella primavera del 1943 la presenza ebraica si accrebbe grazie all’arrivo di connazionali rimpatriati dalla Francia. [...]
La stagione del terrore ebbe inizio il 18 novembre 1943 a Bordighera con l’arresto dei tre membri della famiglia Hassan. Nella tragica notte tra il 25 e il 26 novembre, uomini delle SS e agenti della polizia italiana operarono una grande retata. Vi incapparono trentacinque ebrei che furono arrestati a Ventimiglia, Bordighera e Sanremo. Furono rinchiusi nelle carceri di Sanremo e Imperia e trasferiti successivamente a Genova.

Il 5 dicembre 1943 il Ministro degli Interni della Repubblica Sociale Italiana ordinava che «tutti gli ebrei, anche se discriminati fossero arrestati ed internati in appositi campi di raccolta provinciali e i loro beni mobili e immobili sottoposti ad immediato sequestro».

In provincia il campo fu istituito a Vallecrosia, in un’area già occupata da edifici militari. Entrò in funzione nel febbraio 1944 e fu chiuso nell’agosto dello stesso anno. Nel campo furono internati soprattutto prigionieri politici, genitori dei renitenti alla leva e solamente cinque ebree arrestate a Bordighera e Sanremo. Nei mesi successivi i pochi arresti operati appaiono riconducibili allo squallido fenomeno delle delazioni. Alcune famiglie che, invece, erano riuscite fortunosamente a sottrarsi alla cattura partirono immediatamente e si diressero con successo verso la Svizzera. Altri nuclei familiari o singoli furono nascosti e protetti da amici o conoscenti; alcuni trovarono rifugio presso istituti religiosi.
Una nuova recrudescenza della caccia all’ebreo si registrò nell’aprile 1944, quando furono arrestati a San Remo cinque anziani ebrei. Tra questi figurava anche Elena Abraham che sarebbe morta in carcere a Imperia. [...]
 
Paolo Veziano in Memoria delle Alpi


[Paolo Veziano è anche autore di Ombre al confine. L’espatrio clandestino degli Ebrei dalla Riviera dei Fiori alla Costa Azzurra 1938-1940, ed. Fusta, 2014;  Sanremo. Una nuova comunità ebraica nell'Italia fascista. 1937-1945, Diabasis, 2007; Ombre di confine: l'emigrazione clandestina degli ebrei stranieri dalla Riviera dei fiori verso la Costa azzurra, 1938-1940, Alzani, 2001]

 

In questo libro è descritta una comunità ebraica diversa dalle altre, perché nuova. Non si può proprio dire che gli anni del fascismo fossero i più adatti al sorgere di una nuova comunità, eppure la storia di Sanremo, narrata da Paolo Veziano, dimostra quali sforzi siano possibili anche sull'orlo del nulla. L'autore inserisce nella sua narrazione alcune variabili importanti, che aiutano a leggere il libro in una prospettiva di lunga durata: la storia degli ebrei "stranieri", contro i quali vi fu da parte del regime un vero e proprio accanimento legislativo, che molto dovrebbe farci riflettere, come scrive Alberto Cavaglion nella prefazione. "Se mettessimo quell'accanimento a confronto con altre politiche verso gli "stranieri", non necessariamente legate all'antisemitismo, non ci accorgeremmo che, in Italia, il pregiudizio contro il diverso viene sempre a colorarsi di xenofobia più che di ogni altra forma di odio razziale?". Il volume non trascura di valutare anche la presenza di alcun figure molto rappresentative, come Walter Benjamin e Serge Voronoff. Del soggiorno di Benjamin a Sanremo e dell'importanza che ebbe la pensione gestita dalla ex-moglie, discute Giulio Schiavoni. Del ruolo essenziale che ebbe per la comunità sanremese lo scienziato russo Serge Voronoff, trasferitosi a Grimaldi nel 1925, è fornita infine una ricca e inedita documentazione.
Paolo Veziano, Sanremo. Una nuova comunità ebraica nell'Italia fascista 1937-1945, Diabasis, 2007 
 
Il libro di Paolo Veziano [...] Esso è il frutto di cinque anni (tanti sono almeno gli anni trascorsi dalla pubblicazione della precedente fatica di Veziano “Ombre di confine“, casa editrice Alzani), cinque anni, dicevamo, di lunghe, pazienti e scrupolose ricerche negli archivi provinciali, regionali, nazionali e persino internazionali, per gettare luce su una realtà, la comunità ebraica di Sanremo, apparentemente piccola ma molto significativa e per la presenza di alcune personalità di grande spessore e prestigio e per la sua anomalia essendo nata negli anni bui del fascismo quando in Italia le comunità ebraiche esistenti tendevano a sciogliersi o ad estinguersi [...] "Se essere ebrei è stato ed è a tutt’oggi abbastanza difficile, essere ebrei stranieri è stata addirittura una tragedia in una nazione come la nostra che pur non essendo pervasa da fanatismo antisemita è pur sempre attraversata da strisciante ostilità nei confronti degli stranieri", come dice giustamente Alberto Cavaglion nella bella prefazione a questo libro. Non a caso in quegli anni drammatici la vera emergenza nella cosiddetta questione ebraica riguardò, e non solo a Sanremo, gli stranieri contro i quali vi fu da parte del regime un vero e proprio accanimento legislativo, a conferma appunto del fatto che in Italia accanto a rivoli di antisemitismo scorrevano e scorrono ancora torrenti di xenofobia e di discriminazioni e di paura per il diverso [...] Veziano, dopo aver menzionato gli antichissimi rapporti commerciali tra gli Ebrei e il nostro paese risalenti al medioevo e riguardanti l’acquisto da parte di ebrei di cedri, palme e mirti per le loro funzioni re­ligiose, e dopo aver accennato a sporadiche e temporanee presenze giudaiche sul no­stro territorio, in epoche successive, si occupa dell’insediamento e della vita degli ebrei nella Riviera di Ponente in tre fasi successive: 1930-38; 1938-43 e 1943-45. Durante la prima fase gli ebrei stranieri, giunti in Riviera per turismo, per ragioni di salute o per sottrarsi all’atmosfera sempre più asfittica e opprimente che si respirava nei paesi dell’Europa centrale e orientale, si illusero, visto il conformismo fascista di molti ebrei italiani, che persecuzioni e rappresaglie nel nostro paese non potessero avvenire. Le cose, comunque, cambiarono radicalmente nel 1938 con i provvedimenti contro gli ebrei stranieri e successivamente con quelli per la difesa della razza italiana, per poi precipitare irrimediabilmente con la stagione del terrore negli anni 1943-45. In quest’ultima fase si ebbero in rapida successione la caccia all’ebreo, le perquisizioni con il sequestro dei loro beni, l’apertura del campo di concentramento di Vallecrosia e infine la deportazione; dalla Riviera furono mandati nei campi di sterminio cinquantacinque ebrei e solo cinque di costoro ebbero la fortuna di ritornare vivi, segnati però irrimediabilmente nel corpo e nello spirito da ferite non più rimarginabili [...] due tranquilli pensionati di nazionalità tedesca che avevano scelto Bordighera come loro residenza fin dal 1935. Wilhelm Drosemeier e Minna Schmidt - questi sono i loro nomi - abitavano in via Vittorio Veneto e conducevano una vita molto ritirata, uscendo solo in casi di vera necessità (spesa o commissioni inderogabili). Quando ricevettero la cartolina che intimava loro di presentarsi entro ventiquattro ore alla stazione dei carabinieri, presi dallo sconforto scelsero l’unica soluzione che a loro sembrò rapida, indolore e dignitosa: il suicidio. Furono trovati distesi sul letto, vestiti con una certa eleganza, asfissiati dal gas. L’Eco della Riviera, giornale locale all’epoca abbastanza diffuso, attenendosi alle istruzioni ricevute, non rivelò né la loro appartenenza alla razza ebraica né le vere motivazioni del loro gesto, lasciando intendere che erano state vittime della loro imprudenza o addirittura di malviventi che si erano introdotti in casa per impadronirsi di un’ingente somma di denaro. Allo stesso modo non venne pubblicata la notizia del suicidio della baronessa Adele Goldschimdt, che soggiornava dal 1931 in una suite dell’albergo Miramare di Grimaldi. La baronessa, quando fu raggiunta dal decreto di espulsione, chiese una pro­roga, adducendo seri motivi di salute (doveva essere operata agli occhi nella prima­vera successiva), non avendola ottenuta il 9 agosto 1939 si tolse la vita ingerendo una dose massiccia di Veronal, dopo aver affidato a un biglietto, che logicamente fu fatto sparire subito dopo il ritrovamento del corpo, tutto il suo sdegno nei confronti delle autorità italiane. Di questa drammatica vicenda furono vittime o testimoni anche uomini illustri: Serge Voronoff, chirurgo di chiara fama che, nella sua villa-laboratorio di Grimaldi, aveva sperimentato tecniche di trapianto, nell’intento di prolungare se non la vita almeno la giovinezza dei suoi pazienti; il farmacista Zitomirski, grande benefattore, di cui rimangono ancora a Vallecrosia la fondazione intitolata alla figlia Rachele e la farmacia che porta il suo nome, infine, Walter Benjamin, filosofo e intellettuale tedesco che soggiornò a lungo a Sanremo, tra il 1934 e il 1938, nella Pensione “Villa Verde” gestita dall’ex moglie Dora Kellner, dove è probabile che abbia lasciato una valigia piena di scritti inediti, che non si è mai più trovata [...]                     Francesco Improta, Ombre di confine..., BDM, 6 maggio 2008
 
Il titolo di questa ultima opera di Paolo Veziano rimanda immediatamente a un saggio pubblicato dallo stesso autore nel 2001 per i tipi dell’editore Alzani. Cambiano, a ben guardare, soltanto una preposizione Ombre al confine invece di Ombre di confine e un sostantivo emigrazione sostituito ora da espatrio; eppure i due libri sono molto diversi nell’impostazione, nel taglio, nella sezione iconografica e nel materiale documentale, per cui non si può parlare di una semplice riedizione, ma di un vero e proprio rifacimento.
[...]
Anche nel 1939 la risposta della Francia all’espatrio degli Ebrei stranieri fu alquanto contraddittoria e se da un lato con il suo atteggiamento, almeno all’inizio, di frontiera aperta o di blanda sorveglianza non aveva offuscato la propria immagine di terra di libertà e di accoglienza nella realtà dei fatti – come dice Veziano – non aveva saputo dare alcuna risposta, né sul piano giuridico né su quello pratico, alle questioni poste dall’arrivo dei nuovi immigrati. La sopravvivenza dignitosa degli Ebrei fu possibile grazie agli sforzi umani e finanziari del CAR (Centro Accoglienza Rifugiati) di Nizza e alla solidarietà manifestata nei loro confronti dalla popolazione e in Francia e in Italia, dove anche i carabinieri, e in maniera diversa qualche fascista, contribuirono a questa ga­ra di genero­sità tassandosi per rifornire gli Ebrei di generi di prima necessità. Furono, però, soprattutto le persone più umili, più semplici a prodigarsi per la salvezza di questi disperati e infatti Olga Tarcali, nel suo libro Ritorno a Erfurt, sottolineò la propria gratitudine e il proprio debito nei loro confronti con queste parole:
“Sebbene fossero poveri, senza mezzi, privi di ogni comodità; sebbene conducessero una vita rozza e austera, un’esistenza aspra e difficile diedero prova di grande nobiltà d’animo. Essi possedevano l’antico istinto di ciò che si deve e ciò che non si deve fare.”
Seguire l’odissea di questi Ebrei stranieri, così come l’ha raccontata Paolo Veziano, sarà un’avventura umana, intellettuale e storica non solo per gli addetti ai lavori ma anche per i lettori più sprovveduti e disarmati e quindi non mi sembra il caso di fare ulteriori anticipazioni. Va osservato, invece, che tutti gli avvenimenti che riempiono queste pagine vengono raccontati da Veziano senza alcuna retorica, in maniera lucida e precisa, attraverso una congrua e inoppugnabile documentazione di atti ufficiali e privati, facendo parlare le carte, le cose e i personaggi; ed è questo, senza dubbio alcuno, il merito principale dell’autore e il pregio indiscutibile della sua opera. Verso la fine del libro inoltre Veziano cerca di disegnare, basandosi sugli stessi documenti da lui raccolti e menzionati, una storia diversa a conferma di quanto sia difficile, e non solo in questo caso dove, come abbiamo già anticipato, l’ambiguità e le contrad­dizioni erano all’ordine del giorno, ricostruire con esattezza gli avveni­menti del passato. Talvolta è sufficiente una parola in una testimo­nianza o in un documento per portarci fuori strada.
Sarebbe profondamente ingiusto porre fine a queste mie considerazioni senza accennare prima alla qualità della scrittura di Veziano, sorvegliata, ricercata, talvolta lirica ma sempre chiara ed efficace, completamente diversa da quella utilizzata nel saggio del 2001. Sarà stata la lettura attenta di quello straordinario scrittore che risponde al nome di Francesco Biamonti o più probabilmente una sua naturale maturazione, frutto di un’applicazione attenta e costante, certo non mancano passi di indiscutibile bellezza, penso alla descrizione della catena, collinare prima e montuosa poi, dominata dal Grammondo, all’inizio del capitolo V:
“Non lontano dal mare, i numerosi sentieri di raccordo attraversano inizialmente spazi dedicati alla coltivazione della vite e dell’ulivo, s’inerpicano con pendenze spesso elevate attraverso aridi luoghi a stento colonizzati dalla macchia mediterranea e proseguono più dolcemente incontrando un paesaggio spesso brullo, ma comunque tipicamente alpino.”
Se è vero, come dice Philippe Claudel, che scrivere è doloroso… fa male alla mano e all’anima raccontare la tragedia di questi uomini, costretti ad abbandonare tutto, a subire le prepotenze e i ricatti di gente priva di scrupoli e del più elementare senso di umanità, fatte le debite eccezioni, a vivere nascosti, continuamente braccati, e talvolta a togliersi la vita perché psicologicamente stremati, deve aver provocato nell’autore una grande sofferenza, ma la scrittura serve anche a esorcizzare il dolore e, nel caso di uno storico, a tra­mandare la memoria del passato ed è questo, a mio avviso, il compito che si è prefisso Paolo Veziano per salvare dall’oblio storie, personaggi e persino i confini come dice nella sua bella prefazione, ricca di suggestioni letterarie, Alberto Cavaglion.
Francesco Improta, Ombre al confine di Paolo Veziano...,
BDM, 19 ottobre 2014