martedì 8 marzo 2022

Il povero Boine ha la mania di fare, alla provenzale, il grand’uomo di provincia

All'ingresso da ponente in Porto Maurizio

[San Remo, 20. 3. 17] <119
Caro Bacchelli, ho ricevuto il tuo vaglia fin da domenica. Fui costretto a telegrafarti per un contrattempo nei miei affari. Scusami. Avevo già ricevuto la tua lettera. Avrei da raccontarti un nuovo, tempestoso e definitivo incontro avuto con Boine qui a San Remo, per caso, ma non credo che ti divertirebbe. Io questa volta ci ho leticato per bene e me ne sono separato, spero per sempre, sul portone della mia casa. Lo vidi che era insieme con un impiegato intellettuale di Porto Maurizio. Non so se tu sappia che, tra l’altro, il povero Boine ha la mania di fare, alla provenzale, il grand’uomo di provincia. Dico provenzale facendogli un grande complimento, ma in verità credo che per tre quarti nella sua disgraziata composizione c’entri del sangue piemontese. Era questo il segreto anche di Serra. Bisognava tu vedessi l’aria di superiorità stupida e di humor epicureo che si dava, con tutto che ad ogni momento bisognava andare in cerca d’una panca per farlo sedere.
Interrompeva il discorso per dire: guarda quella nuvola, guarda che bell’alcione. Io tacevo molto malignamente e di quando in quando non potevo fare a meno di sgonfiarlo con qualche ironia. Figurati che cercava di erudirmi sulla storia italiana, abbozzandomi a questo proposito i più vieti e prezzoliniani luoghi comuni come se io venissi dall’America.
Fatto sta che dopo un’ora o due eravamo maturi per dirci addio. Siccome è una carogna vendicativa cercò di colpirmi nel punto più sensibile parlandomi del mio libro come io non parlavo neppure delle liriche di Onofri. Riuscì a dirmi che non capiva come della gente mi potesse stimare e cercava di spiegarselo con molti speciosi argomenti quando io, passando immediatamente dal tono caustico e discorsivo alla serietà più furiosa, lo pregai di star zitto e di levarmisi di tra i piedi. Così facemmo un altro centinaio di passi, fin che non si giunse al portone di casa mia, lui a cercar di rimediare compatibilmente con la sua dignità e io a tacere freddamente, impossibilitato non dalla rabbia ma dalla insistente volontà di non compromettere o complicare minimamente il proposito di salutarlo, ad aggiungere una qualsiasi parola. E così ci siamo salutati.
Mi dispiace perché in fondo sono persuaso che è un infelice, ma […] insulto anche all’infelicità quando la trovo così miserabile e ammorbante. A me non è mai venuto intanto di fare delle mie disgrazie un titolo di nobiltà e di diritto morale, non ho mai guardato di malocchio le persone che hanno l’aria di star meglio di me in tutti i sensi. Sarà che non sono un patetico e un sentimentale. Certo che oggi il caso di uomini che diventano severi e maldisposti con gli altri soltanto perché si sentono melanconici in sé stessi è più comune di quel che si creda.
Bisognerebbe scoprire la ragione per cui qualche nostro amico insiste a prendere tanto sul serio la cultura e la critica. Ma c’è forse bisogno di scoprirlo? Qui non c’è più senso di pudore. Questa gente ti confessa candidamente che è nevrastenica e che è desolata di vedere gli altri star bene - e magari s’inganna, si capisce. Il risultato è per me, spesso, una triste disperazione non disgiunta da un’ostinata meraviglia quasi incredula. Pensare che certe infelicità andrebbero tenute così nascoste!
Mi sono dilungato a parlarti di quest’episodio perché non sapevo che altro dirti. Oppure avresti preferito parlare della rivoluzione russa? A me mi pare che ci sia qualchecosa di futurista. Mi si passi la bestemmia. Un tempo si diceva: sono cose da operetta. Ma tu forse vedi meglio di me in questi tempi.
Volevo dirti che sono dispiaciuto di saperti così sottratto al lavoro, soprattutto quando penso che ora ti rimanderanno al fronte e che ti si presentano dei giorni forse straordinari, ma se ti può essere di conforto, come non credo, sappi che io mi sento più importante di te e non soltanto per ragioni fisiche. Le cose procedono male per la poesia. La più saggia risoluzione è ancora non pensarci troppo e cercare un appagamento - chissà quanto più propizio anche al lavoro - nel fatto che si vive - cosa più facile a te che a me che mi trovo a fare una vita eccezionale della quale potrei anche alla fine non riuscire a dare una sufficiente giustificazione. Per farti capire che queste non sono parole potrei anche dirti che da qualche tempo sono in balia di stranissime tentazioni.
E questo è il diario intimo di un povero italiano del 1917.
Scrivimi ancora prima di partire e cerca di stare bene.
Saluti a Mario e a Giorgio
Tuo affmo
V. Cardarelli
119 Due carte sciolte, la prima scritta sul r e sul v, non datate; le pagine sono state numerate da Cardarelli da 1 a 3; busta intestata: «Gd Café Glacier Européen Gambrinus», indirizzata «Riccardo Bacchelli/ Via Arienti, 40/ Bologna»; la data della lettera è ricavabile dal timbro postale di partenza SAN REMO ARRIVI E PARTENZE 20.3.17, timbro postale di arrivo BOLOGNA CENTRO 22.3.17.
Silvia Morgani, L’epistolario Cardarelli - Bacchelli (1910-1925). L’archivio privato di un’amicizia poetica, Tesi di dottorato, Università degli Studi Roma Tre, 2012

Giovanni Boine muore il 16 maggio 1917 a Porto Maurizio che, separata da Oneglia solo dal torrente Impero, costituirà la futura Imperia. Otto anni prima che Montale, negli Ossi di seppia, restituisse alla Liguria del primo Novecento la sua configurazione: schiocchi di merli e frusci di serpi, tra i pruni e gli sterpi; roventi muri d’orto, crepe e calvi picchi; le file delle formiche rosse che si rompono.
[...] Ecco, se vivere è, nel suo pieno, amare, per Boine l’amare fu sempre un peccare: «le cose del mondo san di peccato come sa di salso l’acqua del mare». E ciò, per l’ineludibile compromissione con la vita, ambigua e impura, renitente agli imperativi del pensiero. Come dicono, del resto, i suoi molti e inquieti amori: complicati, opachi, quando non guasti. L’amore casto, ma onirico e febbrile, per la suor Maria delle carmelitane di Porto Maurizio, che gli valse "Il peccato" (1914): il romanzo d’un mistico contemporaneo rigoroso, ma perennemente tentato dalla vita, nel suo che d’irredimibile. L’amore contrastato, ma mai ripudiato, per Maria Gorlero, la vedova d’un vetturino e madre d’una bambina a Boine carissima. Le relazioni poco borghesi (lui che, pure, alla normalità anelava) con la moglie dell’amico Giovanni Amendola, Eva Kühn, che finirà in manicomio, e con la scandalosa Sibilla Aleramo, che ne diede poi notizia a suo modo in un romanzo, Il frustino (1932). Ma anche tante piccole storie (fu un uomo misteriosamente, o fin troppo spiegabilmente, irresistibile) di dongiovannismo involontario e renitente, con qualche coda di tumulto e concitazione. Epperò, l’autore del Peccato, fu anche lo scrittore perentorio e lucido ma anche avventuroso e sperimentale, delle 86 recensioni di "Plausi e botte", apparso postumo nel 1918. Secondo un percorso, che, visto ora in chiave di metafisica dei luoghi, si potrebbe rileggere come un passaggio in Liguria. C’era voluto quel troppo d’azzurro, d’insostenibile azzurro, a schiacciare tutto il paesaggio tra cielo e mare, perché il mondo sensibile s’accampasse, montalianamente, come l’inganno consueto e definitivo del vivere. Ma, a contrappunto, era insorto in Boine anche un molto ligure sentimento della concretezza e dell’operosità, di laboriosa consapevolezza, una feroce fede nel particolare, insomma un prepotente senso della realtà, proprio dentro l’amore indomabile per la vita impura, peccaminosa. Un ligure sentimento delle cose, dicevo: e il culto della precisione, al modo, se si vuole, dell’antica arte marinara di nodi e cime. Un sentimento che coagulò nel cruciale rapporto col direttore e proprietario della Riviera ligure, Mario Novaro, poeta filosofo e imprenditore oleario, che per altro affidò alla sua rivista la pubblicità dell’Olio Sasso. Così Boine, su di lui, all’amico Casati il 19 dicembre 1910: «Sono entusiasta di questa gente che dà cinque o sei ore al commercio e poi legge Hobbes e ride di Croce. (…) Le cose, le cose da vicino. Il mondo dai libri non si conosce». Ho detto di passaggio in Liguria: meglio parlare di ritorno. Nella varia bibliografia di questo singolare intellettuale non sono mai mancati, del resto, interventi di ligurissima disposizione.
[...] Sentite cosa scrive nell’autorecensione di "Plausi e botte", parlando del suo romanzo d’esordio, "Il peccato": «L’intenzione generale era di rappresentare quel lirico intrecciarsi di molto pensiero sulla scarsezza di pochi fatti: quel continuo sconfinare della poca cronistoria esteriore nella contraddittoria, nella dolorosa, angosciata complessità del pensare che è la vita di molti e la mia; intenzione di esprimere una complessità, una compresenza di cose diverse nella brevità dell’attimo, dentro un’apparente povertà di vita. Ma son tentativi: restano tentativi. Passiam oltre». Ecco: prosopopea del pensiero astratto; scarsezza di pochi fatti; povertà di vita. Passiam oltre, scrive Boine: in Liguria, a Imperia, si può.
Massimo Onofri, Tour d'autore / 4. La Liguria «minima» di Giovanni Boine, Avvenire.it, 21 agosto 2014  

In quegli anni, o poco prima, Eva incrociava Giovanni Boine, amico di Amendola, con il quale allacciava una liason rivelata per la prima volta dallo stesso figlio primogenito: "Ogni tanto mia madre scompariva dalla circolazione e ci dicevano che stava male e che era stata ricoverata in una casa di cura […]. Ma le sue crisi nervose alimentavano anche inconcludenti divagazioni sentimentali. […] Ora dal carteggio di Giovanni Boine con Emilio Cecchi è uscita fuori la storia di un incredibile viaggio romanzesco intrapreso da mia madre per incontrarsi a Genova con Boine. Per un ripensamento, o per un malessere crescente, mia madre non si fermò, tuttavia a Genova e continuò per Torino […]. Il suo stato
di agitazione rese necessario il suo ricovero in una casa di cura, nell’autunno del 1914 <25.
Il carteggio Boine-Cecchi avrebbe effettivamente rivelato questo legame intellettuale ed emotivo particolare, svelando i dettagli di una «intima tragedia sentimentale» <26. Dalle carte, inoltre, appare evidente che Giovanni Amendola fosse venuto a conoscenza di quel rapporto proprio dopo una ennesima crisi della moglie. E si evidenzia ancora, dal carteggio, che, rinvenuto l'epistolario amoroso di Eva, oltre a certi documenti di cui non si chiarisce la natura (forse atti che preparavano la separazione dal consorte), Amendola, per la natura delicata e intima di quei documenti, ne esigesse l'immediata restituzione. Emilio Cecchi si faceva intermediario di fiducia.
Sicché, il 13 settembre del 1914 inviava una lettera all’amico Boine, raccontando delle condizioni di Eva e dell’evolversi della vicenda in casa Amendola: "La signora non sta di peggio, sebbene neppure di meglio […]. Ma neppure Am. (Giovanni Amendola) è passato, sia pure un solo momento da lei: ha notizie per telefono […]. I fatti sono questi: Am. è molto meno ciociaro di quel che credi, in realtà […]. Se tu, quando la signora lucidamente ti scriveva, avessi fatto un viaggio qui per parlare ad Am., la cosa sarebbe stata meno odiosa, più umana, tanto poco egli voleva rinchiudere in un manicomio la sua moglie, sentendo ch’ella si voleva separare da lui. È come ti dissi a Roma, io credo, realmente, che lo stato di scissione fra i coniugi sia molto meno, o punto, marcato; e che le lettere che hai e i documenti, poco evadano dalla sfera di quest’ultimo stato anormale. […]. Senza dubbio, però, possedendo tu documenti gravi e lucidi,
di quella rottura fra Am. e la moglie, tu dovevi parlare ad Am.: la signora, in fondo, è stata, nella sua follia, più lucida e morale di te, quando, nel viaggio, ha telefonato a Begey rinunciando a fermarsi a Genova; e ha voluto mettere, fra te e lei, la persona di un legale, prima di sentire rotto il suo passato col marito. Ora non c’è che aspettare […]. Resta però la questione dei documenti. Am. non vuole affatto i docum. per tenerli lui […]. Vuole soltanto esserne
garantito, per tutela della persona, che ora è incosciente […]. Io serberò i documenti, sotto il tuo sigillo. […] poi quando la signora uscirà, dirà a te e al marito la sua volontà circa ai documenti e al resto <27.
[NOTE]
25. G. Amendola, Una scelta di vita, cit., pp. 21-22.
26. Cfr. Giovanni Boine, Carteggio, II, Giovanni Boine - Emilio Cecchi (1911-1917), a cura di M. Marchione e S. E. Scalia, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1983, prefazione, p. XVI.
27. Lettera di E. Cecchi del 13 settembre 1914, in Giovanni Boine, Carteggio, II, Giovanni Boine - Emilio Cecchi (1911-1917), a cura di M. Marchione e S. E. Scalia, cit., pp. 130-131.
Antonietta G. Paolino, Eva Kühn Amendola: ovvero dell’insostenibile tragicità del vivere in (a cura di) Giovanni Cerchia, La Famiglia Amendola. Una scelta di vita per l'Italia, Studi - Convegni - Ricerche della Fondazione Giorgio Amendola e dell’Associazione Lucana Carlo Levi, 27, Edizioni Il Rinnovamento, Torino, Cerabona Editore, 2011