mercoledì 19 maggio 2021

C’è una casa a Ventimiglia



Le pietre durano più dei cristiani; ci son pietre che abbiamo calpestate io, mio padre, mio nonno e altri antenati nei tempi dei tempi. E ci sono [ndr: nel territorio del comune di Ventimiglia (IM) e dintorni] scogli, passi, fontane, fasce che chiamiamo per nome: Margunaira, Bearetto, Figallo, Sciorba, Butassu, Strafurcu, Caneo, Cereixa, Giardino, Parafauda, Cantapernixe.
Questi posti sono più di cinquant’anni che li cammino.
Ho cominciato a conoscere le pietre da piccolo, la puddinga che si sgrana sotto i piedi e ritorna ad essere ghiaia e sabbia e le terre limose di argilla come quella con cui un dio fece l’uomo e la pietra arenaria più resistente, da scolpire e le ciappe di ardesia messe in piedi a confine.
E poi ho conosciuto i cespugli, quelli robusti, quelli profumati, quelli spinosi, ed i rami a cui attaccarmi: mai al caco o al fico per non cadere di sotto.
Camminando ho imparato a conoscere le distanze ed il tempo che ci vuole a percorrerle, come se chilometri ed ore fossero aspetti di un’unità di misura della vita.
Per me camminare è il modo migliore per pensare, se sono solo, oppure per raccontare se c’è qualcuna che vuole tenere il mio passo ed ascoltare le mie storie.
[...] Un padre l’ho avuto per poco, in quella prima dozzina di anni in cui quasi non serviva. Forse lui non aveva granché da raccontare, aveva imparato i silenzi negli aridi campi di prigionia francesi del Magreb; e il resto non era stato memorabile.
E così quando ho incontrato un paio di quelli nati nel venti, che hanno aspettato una vita che qualcuno li facesse raccontare, mi sono messo ad ascoltare, curiosare, domandare.
Uno, Pierin, è abituato a farsi vedere appena dopo il mezzogiorno al Paris, a prendere l’Aperol, con un po’ d’acqua fresca, senza zucchero sul bordo del bicchiere; il secondo, Elio, è da sempre propenso alla clandestinità, al rifugio, alla riservatezza ed ho dovuto pasturarlo per un po’ prima che abboccasse.
 

Ventimiglia (IM) - il Palazzo Notari di fronte al Bar Paris

C’è una casa a Ventimiglia a fianco del mercato tra quelle costruite dai Notari ai tempi degli Hanbury. Lì intorno c’è il Canada, sull’altro cantone il Venti Settembre, poco lontano il Paris. Di fronte c’era il Ligure; al posto dell’Imperiale c’è una banca. E al primo piano ci sono due piccoli appartamenti. Uno è quello che Pierin chiama l’ufficio e gli serve solo per avere un telefono, con cui cerca ancora amici rimasti a vivere in Svizzera o in Argentina o a Montecarlo e insieme si lamentano della vita; l’altro è la tana per svernare di Elio e signora che durante la gran parte dell’anno stanno nella villa dei quattro venti a Perinaldo e scendono in città con la cattiva stagione.
 

Perinaldo (IM)

Elio e Pierin forse hanno in comune un periodo in cui tanti sulla frontiera facevano contrabbando, finita la guerra. Era roba da poco perché come dice Pierin qui non è mai stato il confine con la Svizzera.
Ma Elio ha contrabbandato soprattutto anarchici e compagni e ognuno fa le cose in un modo diverso.
 

Uno scorcio di Via Garibaldi

Elio mi racconta che anche da ragazzi a Ventimiglia alta abitavano nella stessa scala in via Garibaldi 47 vicino a dove c’era una volta la farmacia e nel vicoletto il pisciatoio. Era una casa nella strada centrale del paese, l’unica carrozzabile dove c’erano anche il municipio, l’ospedale, la cattedrale medioevale, i carabinieri, il convento e un paio di osterie; tutto in meno di duecento metri.
Elio abitava al terzo piano, Pierin al piano di sopra.
Elio dunque conosce Pierin da ottant’anni, ma non ne parla, non è abituato ad esprimere giudizi, dice che sarebbe un compito troppo arduo a cui ha sempre preferito sottrarsi.
Aggiunge solo che non ha mai lavorato per Lui, che anzi una volta era stato sul punto ma aveva capito che era troppo attaccato, come una patella a uno scoglio. A lui piaceva aver mano libera, lavorare sulla fiducia.
Pierin invece ha un modo personale di giudicare; di uno dice che è torrasco e sostiene che tutti quelli di Torri hanno lo stesso stampo di furbi, travajusi, ma inconcludenti e di un altro dice che è padano sottintendendo che tutti i padani, quelli della nebbia e delle risaie, sono diffidenti, tirati. E uno dei suoi migliori amici, con alle spalle una vita da romanzo, uno scappato da Sarajevo da ragazzo e vissuto da belva, selvatico e solo, era definito semplicemente
giudeo.
Il suo giudizio è semplice, per categorie mentali, quello è torrasco, questo padano, l’altro giudeo.

Arturo Viale, ViteParallele, 2009

[Arturo Viale ha scritto diversi libri, tra i quali: La Merica...non c'era ancora, Edizioni Zem, 2020; Oltrepassare. Storie di passaggi tra Ponente Ligure e Provenza, Edizioni Zem, 2019; L'ombra di mio padre, 2017; Quaranta e mezzo; Viaggi; Mezz'agosto; Storie&fandonie; Ho radici e ali]