sabato 28 maggio 2022

Il giornalista Enzo Arnaldi si occupò specificatamente dei medici ebrei stranieri presenti nella Riviera ligure

Ventimiglia (IM), zona di ponente: una vista sino al Principato di Monaco

In un periodo storico in cui i giornali erano il maggior mezzo di informazione, insieme alla radio, la campagna di stampa aggressiva e denigratoria contro gli ebrei che imperversò sulle pagine di tutti i quotidiani e periodici durante il 1938, veicolò a una platea alquanto vasta pregiudizi e stereotipi della peggiore propaganda antisemita <8. È proprio dalle parole d’ordine della stampa, dalla diffusione dei suoi stereotipi, che è possibile ricostruire l’ambiente che informò la società italiana in un’epoca in cui non erano consentite espressioni d’opinioni o fonti d’informazione diverse da quelle ufficiali. Una posizione particolare occupò, all’interno di questa martellante propaganda giornaliera, la figura del profugo ebreo <9; è sufficiente prendere in esame pochi articoli di un importante giornale come “La Stampa” di Torino per cogliere appieno l’immagine negativa che era veicolata al cittadino medio italiano durante il 1938.
Il giornalista Enzo Arnaldi si occupò specificatamente dei medici ebrei stranieri <10 presenti nella Riviera ligure; la sua attenzione era stata catturata dal numero giudicato eccessivo di questi medici “impancatisi a far quattrini nella nostra Riviera”. Una realtà ben conosciuta da quei dottori italiani che “si sono trovata chiusa in faccia la porta di una città che per ogni verso e diritto dovrebbe e dovrà essere loro, esclusivamente loro”. L’articolista continuava scrivendo che “la Riviera s’è offerta più di ogni altra zona all’invasione di questi israeliti venuti dalla Germania, dalla Polonia, dalla Russia, dall’Ungheria e dalla Cecoslovacchia, ecc. L’entratura era facile per loro, internazionali e nomadi per istinto di razza, appoggiati, richiesti, imposti dai numerosi e ricchi ebrei stranieri e nostrani viventi qui”. In un articolo successivo, che nelle linee generali ricalcava il tono del precedente, Arnaldi focalizzava l’attenzione sulla provenienza dei medici, affermando che la loro origine non aveva importanza, poiché “l’origine e la data di arrivo in Italia non mutano la situazione. Sempre ebrei stranieri sono e sempre occupano posizioni e intascano quattrini destinati a professionisti nostri” <11. Da rilevare l’accento posto sul numero eccessivo che, implicitamente, richiedeva l’applicazione di norme limitanti per evitare questa invasione.
Si ripresentavano, dunque, temi classici della propaganda antisemita: l’infiltrazione ebraica nell’economia di una nazione; la denuncia della dimensione internazionale della congiura giudaica; l’affarismo ebraico. Le stesse tematiche antiebraiche sono riscontrabili, senza rimarchevoli modificazioni dei toni, in tutti i giornali e periodici italiani durante il 1938 <12.
Il 7 settembre del 1938 il governo fascista, col regio decreto-legge n. 1381 <13, dava inizio alle persecuzioni contro gli ebrei. Il provvedimento all’articolo 4 recitava: “Gli stranieri ebrei che, alla data del presente decreto-legge, si trovino nel Regno, in Libia e nei possedimenti dell’Egeo e che abbiano iniziato il loro soggiorno posteriormente al 1° gennaio 1919, debbono lasciare il territorio del Regno, della Libia, e dei possedimenti dell’Egeo, entro sei mesi dalla data di pubblicazione del presente decreto”. Entro il 12 marzo del 1939, salvo rare eccezioni, circa 5.000 ebrei stranieri avrebbero dovuto lasciare l’Italia. La scelta del nuovo Stato in cui emigrare era particolarmente problematica poiché quasi tutti i Paesi occidentali, compresi Stati Uniti <14 ed Inghilterra <15, avevano introdotto delle quote di immigrazione molto limitate, quote che non subirono modificazioni rilevanti nel corso della guerra, nemmeno quando fu chiaro che era in corso un vero e proprio genocidio della popolazione ebraica europea <16.
[NOTE]
8 Cfr. Adriana Goldstaub, Rassegna bibliografica dell’editoria antisemita nel 1938, in “La rassegna mensile di Israel”, LIV, (gennaio-agosto 1988, fascicolo speciale a cura di Michele Sarfatti intitolato 1938 le leggi contro gli ebrei), pp. 409-33.
9 Per il tema dei profughi ebrei in Italia cfr. Paolo Veziano, Ombre di confine. L’emigrazione clandestina degli ebrei stranieri dalla Riviera dei Fiori verso la Costa Azzurra (1938-1940), Pinerolo, Alzani Editore, 2002.
Klaus Voigt, Il rifugio precario. Gli esuli in Italia dal 1933 al 1945, Firenze, La Nuova Italia, 1993-1996.
10 Enzo Arnaldi, Dopo Voronoff troppi medici ebrei stranieri si sono accampati in Riviera, “La Stampa”, 24 agosto 1938;
Enzo Arnaldi, I medici ebrei stranieri sulla Riviera, “La Stampa”, 26 agosto 1938.
11 Enzo Arnaldi, La macchia d’olio che dilaga, “La Stampa”, 25 agosto 1938.
12 Si vedano, per esempio, questi articoli tratti dal “Corriere della Sera”: Anonimo, Troppe conversioni di ebrei in Romania, “Corriere della Sera”, 18 febbraio 1938;
Anonimo, L’Italia non aderisce all’iniziativa americana per i profughi politici ed ebrei, “Corriere della Sera”, 30 marzo 1938;
Anonimo, Il fascismo e la razza, “Corriere della Sera”, 15 luglio 1938;
Anonimo, Razze e razzismo, “Corriere della Sera”, 21 luglio 1938;
Emilio Cecchi, Razzismo e utilitarismo agli Stati Uniti, “Corriere della Sera”, 28 luglio 1938;
Anonimo, L’unità etnica italiana in uno scritto di A. Solmi, “Corriere della Sera”, 8 agosto 1938;
Anonimo, I temi per la difesa della razza fissati dal Segretario di Partito, “Corriere della Sera”, 13 agosto 1938;
Anonimo, Pescecani nel Ponto Eusino, “Corriere della Sera”, 15 agosto 1938;
Anonimo, La realtà razzista si impone, “Corriere della Sera”, 18 agosto 1938;
Anonimo, I nomi germanici proibiti agli ebrei nel Reich, “Corriere della Sera”, 20 agosto 1938;
Carlo Cecchelli, Origini ed omogeneità della razza italiana, “Corriere della Sera”, 24 agosto 1938;
Anonimo, L’ebreo controllava giustizia e polizia di Nuova York, “Corriere della Sera”, 24 agosto 1938;
Anonimo, Gli “indesiderabili”, “Corriere della Sera”, 24 agosto 1938;
Anonimo, Il razzismo italiano e il mondo islamico, “Corriere della Sera”, 26 agosto 1938;
Anonimo, La clemenza di Tito, “Corriere della Sera”, 26 agosto 1938;
Anonimo, L’identità comunismo-ebrei, “Corriere della Sera”, 25 agosto 1938;
Anonimo, Movimento antisemita in Svezia, “Corriere della Sera”, 27 agosto 1938;
Anonimo, L’idra dalle molte teste: gli ebrei, “Corriere della Sera”, 30 agosto 1938;
Anonimo, Comunisti giudei e massoni in combutta per sovvertire il mondo, “Corriere della Sera”, 1 settembre 1938;
Anonimo, Come giudei e moscoviti caricarono la mina della rivoluzione in Spagna, “Corriere della Sera”, 2 settembre 1938;
Anonimo, Le mene del giudaismo massonico, “Corriere della Sera”, 3 settembre 1938;
Anonimo, L’occulto potere del giudaismo massonico, “Corriere della Sera”, 4 settembre 1938;
Anonimo, I delitti del giudaismo massonico, “Corriere della Sera”, 7 settembre 1938;
Anonimo, Punti fermi sul giudaismo, “Corriere della Sera”, 10 settembre 1938;
Paolo Monelli, Come si son fatti,“Corriere della Sera”, 13 settembre 1938;
Anonimo, Un giudeo e due amici che vendevano sterline false, “Corriere della Sera”, 7 ottobre 1938;
Anonimo, Gravi prove contro Sacerdoti e C., “Corriere della Sera”, 12 ottobre 1938;
Anonimo, Nuove misure tedesche contro gli ebrei, “Corriere della Sera”, 15 novembre 1938;
Anonimo, L’eliminazione degli ebrei dalla vita nazionale del Reich, “Corriere della Sera”, 20 novembre 1938;
Carlo Cecchelli, La muraglia talmudica fra i giudei e gli altri popoli, “Corriere della Sera”, 25 novembre 1938;
Carlo Cecchelli, Mammona iniquitatis. Il giudaismo e l’inquinamento dei costumi, “Corriere della Sera”, 15 dicembre 1938;
Anonimo, La criminalità nei vari paesi. Alta percentuale data dai giudei, “Corriere della Sera”, 28 dicembre 1938;
Anonimo, Quattrocento milioni sottratti dai tre ebrei del “Circuito Pathé”, “Corriere della Sera”, 28 dicembre 1938.
13 D. l. del 7 settembre 1938, Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri.
14 Antonio Donno, Gli Stati Uniti, il sionismo e Israele (1938-1956), Roma, Bonacci, 1992.
15 Claudio Vercelli, Israele. Storia dello Stato. Dal sogno alla realtà (1881-2007), Firenze, Giuntina, 2007, pp. 147-154.
Daniela Franceschi, I profughi ebrei in Italia durante il 1938, Storico.org, aprile 2013 


Nell’autunno del 1938 gli abitanti di Grimaldi [Frazione di Ventimiglia (IM)] incontravano, sempre più spesso, gruppi di viaggiatori stranieri che si dirigevano verso la frontiera di Ponte San Luigi. Alcuni furono notati anche nella piccola piazzetta della chiesa, nell’abitato superiore mentre con lo sguardo assorto scrutavano la costa francese, chiusa dall’inconfondibile e oscuro profilo del Cap Ferrat. [...] Alloggiavano tutti negli hotel “Miramar” e “Vittoria”, dove consumavano inesorabilmente i loro giorni e il poco denaro rimasto. Grimaldi divenne sul finire del 1938 l’avamposto di un’umanità smarrita, spesso fuggita dalle persecuzioni naziste che avevano provocato la disgregazione delle loro famiglie, la separazione dei genitori dai figli. Circolava la voce che c’erano dei pescatori disposti a trasportare gli ebrei oltre confine e ai loro occhi, dietro quelle incombenti e brulle montagne, apparve una salvezza almeno momentanea. Nei saloni degli hotel si assisteva a continui conciliaboli, dove si diffondevano rapidamente voci sempre più confortanti. I più intraprendenti, oppure quelli che conoscevano meglio l’italiano, si recavano nella “Spiaggia delle Uova” e attendevano l’arrivo delle imbarcazioni dalla pesca. Con la promessa di una congrua ricompensa tentavano di convincere i pescatori a trasportarli appena oltre il confine, ma ricevevano immancabilmente una risposta negativa.
Certo, per i pescatori l’affare era allettante, ma la paura di essere sorpresi dalla polizia italiana o dalla gendarmeria francese era altrettanto grande. I più anziani che in passato avevano praticato il contrabbando e conoscevano perfettamente la costa francese, accettarono il rischio. I primi ebrei partirono e gli alberghi si svuotarono. Le voci del felice esito dei trasporti si diffusero rapidamente in Italia e all’estero: da quel momento l’avamposto di Grimaldi divenne un frequentato crogiolo cosmopolita. [...] Da qualche giorno alloggiava al “Miramar” anche un italiano che si era subito fatto notare. Discuteva assiduamente con gli ebrei e, tra mille difficoltà, proponeva pazientemente a ogni eventuale cliente la soluzione più adatta alle sue disponibilità economiche. Il momento delle trattative era animato ed estenuante, tutti cercavano di ottenere sconti, ma egli era irremovibile almeno in apparenza: le tariffe erano fisse e quando il denaro non bastava, accettava a saldo o in sostituzione gioielli e altri oggetti di valore. Chi non possedeva nulla, ed erano in molti, veniva trasportato comunque; l’uomo annotava minuziosamente le loro generalità su un piccolo quaderno. Infine, compilava le liste d’imbarco e indicava il luogo e il giorno della partenza. L’uomo delle trattative era il cassiere e il responsabile operativo «dell’agenzia di navigazione clandestina», che aveva la sua sede centrale a Ventimiglia ed era diretta da Mario Toselli, un uomo abile e privo di scrupoli. Riceveva periodicamente la visita del dirigente del vicino posto doganale al quale consegnava le liste di imbarco e una consistente tangente debitamente occultata. Incontrava spesso un uomo di bassa statura, corpulento, che portava un borsalino grigio ed era sempre vestito elegantemente: era il commerciante ebreo ventimigliese Ettore Bassi. Costui recava con sé consistenti somme, affidategli dall’organizzazione assistenziale ebraica italiana COMASEBIT, destinate a coprire le spese alberghiere e l’avvenuto trasporto di coloro che erano stati iscritti dal cassiere nella «rubrica dei nullatenenti». I passeur, invece, non accettavano più di accompagnare gli ebrei; preferivano tornare agli abituali traffici. Furono sostituiti da militi della “confinaria” in divisa verde e nera che anche di notte erano appostati ovunque. Di giorno si incontravano regolarmente mentre si avviavano a dare il cambio ai camerati che, dai precari rifugi in legno, presidiavano i valichi sulle montagne o quando accompagnavano gli ebrei da allontanare. Qualche mese prima era tutto più semplice, al punto che i quotidiani di Nizza avevano ironizzato sulla sorveglianza alle frontiere sostenendo che non era necessario pronunciare la frase “Apriti Sesamo” per entrare nel paese, perché le porte erano perennemente spalancate. Ora i Francesi avevano rafforzato la sorveglianza e i pescatori ritornavano sovente con il loro carico umano. L’angoscia di rimanere bloccati a lungo spinse gli ebrei a rivolgersi insistentemente al cassiere per sapere se vi fossero soluzioni alternative. L’uomo rispose che c’era una via assai pericolosa, ma che garantiva un esito certo, occorreva sborsare però, una vera fortuna, 1000 lire, inoltre questo affare era trattato solo dal “capo” all’albergo Torino di Ventimiglia. I più facoltosi accettarono e furono accompagnati in autobus a Grimaldi da un dipendente «dell’agenzia» e nascosti in un vecchio frantoio. Erano poi scortati nei pressi della caserma della guardia di finanza dove, sotto gli occhi complici degli agenti, il segretario del fascio locale assumeva la guida del silenzioso corteo. Si dirigevano poi verso il canale d’irrigazione detto nel dialetto locale “Beu de Bedin”, che convoglia l’acqua che sgorga nei pressi dell’abitato di Grimaldi ai terreni della zona di Menton-Garavan. Il “Beu”, tuttora visibile nel vallone di San Luigi, è in cemento, largo circa venticinque centimetri; segue un sentiero a strapiombo su un pauroso precipizio e a pochi metri dal confine una porta in ferro ostruisce completamente il passaggio. Apparteneva ad un consorzio irriguo, composto da sessanta italiani che abitavano nella zona di Grimaldi e da cinquanta membri francesi; di questi ultimi presidente era Delrue, allora consigliere comunale di Mentone. Per consentire l’apertura della porta non era sufficiente pronunciare le parole magiche “Apriti Sesamo”, ma occorrevano le chiavi del segretario.
Nell’estate del 1939 il passaggio fu improvvisamente ostruito con filo spinato e presidiato continuamente da un gendarme.
Che cosa era successo?
Qualche giorno prima i gendarmi controllando l’identità dei passeggeri dell’autobus di linea Mentone-Nizza invitarono a scendere tre viaggiatori sospetti. Si trattava di ebrei che interrogati tradirono la consegna del silenzio e rivelarono di essere passati attraverso il “Beu de Bedin”. Da un po’ di tempo, ormai, affluivano a Grimaldi sempre meno ebrei e le barche a remi rimanevano spesso in secca sulla “Spiaggia delle Uova”. Le agenzie si erano dotate di grandi barche a motore e avevano preferito spostare gli imbarchi a Bordighera e San Remo, dove le centinaia di ebrei in attesa potevano trovare un comodo alloggio. La centrale operativa del “Miramar” fu smantellata e l’albergo ritornò alla sua abituale quiete.  Paolo Veziano, Apriti Sesamo. Queste parole magiche non bastavano, occorreva la chiave per aprire la porta della speranza in La Gazzetta di Grimaldi, anno VII, n° 7, giugno 2005, www.terraligure.it/gazzetta
 
[La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944) (a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Paolo Veziano, Ombre al confine. L’espatrio clandestino degli Ebrei dalla Riviera dei Fiori alla Costa Azzurra 1938-1940, ed. Fusta, 2014; Paolo Veziano, Sanremo. Una nuova comunità ebraica nell'Italia fascista. 1937-1945, Diabasis, 2007; Paolo Veziano, Ombre di confine: l'emigrazione clandestina degli ebrei stranieri dalla Riviera dei fiori verso la Costa azzurra, 1938-1940, Alzani, 2001]
 
Dalla primavera del 1939 centinaia di ebrei avrebbero raggiunto la Provincia; il prefetto avrebbe dovuto gestire gli allontanamenti, cercando di evitare problemi d'ordine pubblico: l'obiettivo da raggiungere giustificava i metodi che sarebbero stati impiegati.
Si procedette all’immediata legalizzazione di attività illegali; la milizia confinaria rilevò i contrabbandieri e assunse il ruolo di «passeur di Stato»; i barcaioli divennero uno strumento indispensabile. I pescatori furono incoraggiati ed ebbero garantita ampia libertà di azione. Le autorità locali avevano preteso dalle organizzazioni assistenziali ebraiche un maggiore coinvolgimento, anche finanziario, nell’esodo, auspicando altresì una più efficiente organizzazione dei trasporti clandestini.
L’arrivo in massa degli ebrei incoraggerà, dal luglio del 1939, la nascita di numerose «agenzie di navigazione clandestina», che nel mese di agosto riusciranno a trasportare con successo oltre confine più di 400 ebrei.
Le agenzie si erano rapidamente riorganizzate, dopo aver perso parte della flotta e numerosi barcaioli, reclutando altri pescatori e acquistando imbarcazioni a motore. In quell'estate la maggior parte delle partenze avveniva dalla spiaggia di “Bagnabraghe”. Si tratta di una piccola insenatura situata a levante della città di Bordighera [...]
Le autorità locali assunsero la gestione quasi completa degli allontanamenti attraverso i sentieri di montagna, riuscendo a impedire i tentativi d'interferenza nell'esodo da parte di guide locali.
A Ventimiglia, i funzionari di P.S. convocavano i capi squadra della milizia confinaria per concordare i tempi e luoghi dell'espulsione, attraverso le montagne, degli ebrei che da troppo tempo soggior-navano in città. Gli ebrei erano condotti sotto scorta alle caserme della milizia o della finanza di Ciotti e Olivetta. [...] Le caserme e i rifugi situati lungo questi percorsi funzionavano da centri di raccolta e smistamento degli ebrei in procinto di essere espulsi. Il sentiero Passo Muratone-Saorge fu, invece, utilizzato in modo occasionale dai contrabbandieri che, eludendo i rigidi controlli delle guardie confinarie, riuscivano condurre i clandestini a destinazione.
Dal luglio del 1939, le vie terrestri persero il ruolo fondamentale che avevano ricoperto fino a quel momento a causa dello sviluppo delle «agenzie marittime», in grado di trasportare rapidamente interi gruppi familiari a prezzi interessanti. Si ritiene che, utilizzando le vie terrestri e marittime, non meno di 3.500 ebrei stranieri abbiano raggiunto clandestinamente la Francia negli anni 1938-1940.
Paolo Veziano, Persecuzioni e repressioni, Memoria delle Alpi
 
Le Alpi occidentali viste attraverso la lente d’ingrandimento della persecuzione antiebraica si possono visivamente rappresentare come una rete che sempre più restringe l’area di libertà di movimento: le fasi da scandire sono quelle che immediatamente seguono il giugno 1940, ma la data-spartiacque viene dal novembre 1942, con il definirsi più preciso delle zone d’occupazione italiana.
In altri termini, a partire dalle emigrazioni clandestine avviate a Ventimiglia già sul finire del 1938, ha inizio, intorno all’arco alpino, un percorso a spirale, con tanti punti di ingresso o di accesso e un’infinita serie di passaggi in più direzioni di marcia. Una spirale che coinvolse individui provenienti dall’Europa centrale, dalla Polonia, dall’Austria, dalla Russia, che salgono e scendono, passano frontiere, poi ritornano sui loro passi. Una cifra, fra le tante, dà il peso di queste vicende: circa 20.000 profughi di mezza Europa da Nizza guardavano alle Alpi Marittime (oppure al mare) come a una possibile via di salvezza nell’inverno 1942-1943.
Una serie di percorsi da indagare per ricostruire la dimensione europea di una pagina dimenticata della storia del Novecento. Da indagare attraverso la ricorrenza dei nomi e delle storie di vita: registriamo infatti nei documenti la presenza degli stessi uomini, delle stesse donne, degli stessi bambini ora nei registri francesi, ora nei registri comunali italiani, infine, nei documenti svizzeri. Non è un esercizio impossibile quello di seguire caso per caso la storia di una persona che a Ventimiglia si registra in un modo, poi due mesi dopo a Mentone la ritroviamo registrata in modo leggermente diverso nei documenti per le cartes d’alimentation; ritroviamo la stessa persona, lo stesso nucleo famigliare nella testimonianza di un soldato della IV Armata, poi vediamo comparire quelle stesse persone o nelle liste di deportazione pubblicate da Serge Klarsfeld nel suo Mémorial oppure nelle formazioni partigiane italiane del Cuneese o in Valle d’Aosta.
Dentro le Alpi, dentro questa spirale di valichi, passaggi frontalieri di contrabbando e di pescatori, linee ferroviarie percorse con «l’ultimo treno», mulattiere, postazioni militari, alpeggi, gli ebrei penetrarono rincorrendo più di una linea vettoriale, come si diceva.
Alberto Cavaglion, Persecuzioni e repressioni, Memoria delle Alpi