venerdì 9 dicembre 2022

Sovente erano sufficienti due bicchieri della dorata bevanda, dal saporito aroma d'anice

Ventimiglia (IM): la Chiesa di San Michele copre la vista di diverse campagne, tra cui quella del nostro racconto

Ventimiglia (IM): il fiume Roia nei pressi della Caserma della Guardia di Finanza

Negli anni '50 Ventimiglia era una ridente cittadina: la floricoltura costituiva l'attività trainante dell'economia locale ed il mercato dei fiori era ancora uno dei più importanti centri di scambio commerciale di tutta la Liguria. Le novità culturali provenienti dalla confinante Francia giungevano rapidamente, diffondendo, in anteprima, le varie mode caratteristiche del tempo, prima ancora che divenissero costume nazionale.
Nella città erano ancora presenti numerose delegazioni statali, ora altrove dislocate, quali l'ufficio del catasto e quello distrettuale delle imposte dirette, che non solo agevolavano le attività dei professionisti locali, non ancora costretti a perdere giornate intere di lavoro per ottenere certificati indispensabili alle loro mansioni, ma erano anche fonte d'occupazione per numerosi diplomati locali, i quali trovavano in quelle sedi un interessante impiego con ottime prospettive di carriera.
Il ragionier Porro, da tutti denominato "u sciù Porro" con una sorta di deferente rispetto, derivante anche dal suo impiego nell'ufficio distrettuale delle imposte dirette, ben rappresentava questa categoria di personaggi.
Da anni egli attendeva, invano, una promozione, da semplice segretario almeno a capoufficio, ma, sia per il carattere schivo e timido, sia per la sua incapacità a muovere le leve giuste, l'ambìto premio di numerosi anni di lavoro tardava a sopraggiungere: molto spesso, anzi, si era visto passare davanti colleghi più giovani, ma più spigliati, o, semplicemente, in possesso di più giuste conoscenze.
La sua ritrosia era tanta e tale da essere rimasto 'zitello', nonostante una buona prestanza fisica e la discreta posizione sociale: ora, a pochi anni dalla pensione, conduceva una vita solitaria e riservata. Unico compagno della sua vita era l'inseparabile cane, Fifino, un volpino dal pelo bianco, caratterizzato da una particolare maniera di abbaiare, che non solo ne costituiva la peculiarità, ma ne era altresì elemento distintivo ed identificativo fra tutti i conoscenti e gli amici.
Il cane era l'unico orgoglio del ragioniere, il quale cercava in tutti i modi di addestrarlo a fare tutte quelle cose che le bestiole dotate di una sia pur minima intelligenza riescono a fare per i loro padroni.
[...] Talora, nelle mattinate di riposo, aveva, altresì, tentato di farsi recapitare a casa il giornale, infilando l'importo del prezzo del quotidiano nel suo collarino: l'unico esito sortito da tali tentatvi era stato quello di smarrire, oltre al denaro, lo stesso cane, che si era visto recapitare a casa dopo alcune giornate da qualche amico, il quale lo aveva riconosciuto per il suo tipico modo d'abbaiare.
Una spiccata idiosincrasia nei confronti delle divise caratterizzava altresì il non facile carattere dell'animale: più volte il postino aveva avuto i suoi problemi a recapitare la posta all'impiegato: talvolta, anzi, era stato costretto a scappare di corsa per le scale inseguito dal cane, che accompagnava la sua rincorsa con un insistente e minaccioso abbaiare, incurante delle esortazioni e dei richiami del padrone.
I suoi vani tentativi, da parecchio tempo, erano ormai divenuti oggetto dei divertiti commenti fra il gruppetto d'amici, che, alla sera, prima di cena, frequentavano la fiaschetteria dei fratelli Consani, in via Cavour, per sorseggiare come aperitivo, un bicchiere di Pastis marsigliese. Il diplomato era anch'egli sovente della compagnia: abitando a pochi passi, alla sera conduceva l'adorato Fifino in una piccola passeggiata indispensabile per permettere alla bestiola l'espletamento delle sue necessità fisiologiche ed al ritorno non disdegnava soffermarsi un poco a discutere con gli amici, commentando gli avvenimenti della giornata e pettegolando sulle reciproche vicende personali. Sovente erano sufficienti due bicchieri della dorata bevanda, dal saporito aroma d'anice, per far sì che il ragioniere, in barba alla sua proverbiale ritrosia, incominciasse a confidarsi con i compagni: la mancata promozione e le conseguenti scarse probabilità di far carriera, nonché l'incapacità del cane di apprendere gli insegnamenti erano naturalmente il tema fisso delle sue esternazioni.
"Nun sta ciu a perde du tempu cun sta bestiassa!" [non perdere più tempo con questa bestiaccia!], invano lo esortava uno dei proprietari della simpatica mescita. "Nun ti vei che u l'è ciu abelinau che longu? Mancu u bocia de Gasparu u l'è ciu imbranau" [Non vedi che è più scemo che lungo? Neanche l'apprendista di Gaspare è così incapace].
[...] Nei giorni di festa il ragioniere, insieme all'inseparabile volpino, si recava in una piccola campagna, che aveva avuto in eredità dal nonno materno: egli l'accudiva con certosina precisione, raccogliendo abbondanti frutti e fresche verdure come gradita ricompensa delle sue fatiche. Ubicata poco distante dal centro cittadino, nelle vicinanze del vivaio comunale, era facilmente raggiungibile a piedi e spesso, nella buona stagione, lo raggiungevano i compagni dell'enoteca, recando con sé chi dei gustosi fiori di zucca ripieni, chi della torta verde, chi delle bistecche da cucinare alla brace. La presenza dei titolari della bottiglieria garantiva sempre del buon vino con cui accompagnare le improvvisate merende e le giornate trascorrevano liete per i componenti dell'amabile combriccola, i quali, alla sera, a malincuore, si ritrovavano a dover rincasare, affrettando i passi sulle ormai malferme gambe per non incorrere nel giustificato mugugno delle mogli, dimenticate ed abbandonate da sole tutto il giorno a sfaccendare in casa.
Abituali frequentatori della fiaschetteria erano anche alcuni finanzieri di stanza nella locale caserma: talvolta, quando non era pressato dai suoi innumerevoli impegni, anche il capitano della compagnia cittadina amava unirsi ai suoi subalterni, per trascorrere qualche attimo in spensierata allegria. Una cordiale amicizia era così nata tra il graduato ed il ragioniere: il militare apprezzava il carattere riservato e non invadente del diplomato e nel limite delle sue possibilità si industriava per aiutarlo nel conseguire una brillante carriera.
[...] "Buona sera, sig. Porro, sono felice di rivederla. L'attendevo con impazienza: ho buone notizie per la sua carriera!" ["Non mi dica, capitano, sul serio?] replicò, emozionato e trepidante l'impiegato. "Sì, signor Porro" lo tranquillizzò il suo interlocutore. "Devo comunicarle con gioia che il nostro generale sarà ospite nella caserma di Ventimiglia per alcuni giorni, verso la metà del mese: sua moglie gradirebbe visitare le bellezze della confinante Francia, quali Nizza e Montecarlo, così il nostro superiore ne ha approfittato per effettuare un sopralluogo ai nostri alloggiamenti. Personalmente ho un certo grado d'amicizia con lui, in quanto è stato anche mio professore all'accademia nei corsi degli allievi ufficiali: sono sicuro che, se farà la sua conoscenza, grazie anche alla mia intercessione, quando sarà a Roma con la sua autorità non gli sarà difficile trovare le leve giuste da muovere per garantirle la tanto ambita promozione a capoufficio". [Non so proprio come ringraziarla] balbettò in risposta con viva emozione il diplomato. ["Ma come farò a sdebitarmi per un favore così grande? Non ho parole...].
"Non si preoccupi, sig. Porro, ho pensato di organizzare un bel pomeriggio in compagnia del generale nella sua campagna..."
[...] L'interesse per la campagna univa il graduato ed il ragioniere: il generale subito si compiacque di visitare la campagna, apprezzandone contemporaneamente l'ordine e la pulizia con cui era stata accudita e deliziandosi alla vista delle rigogliose piante. Mentre con viva soddisfazione del capitano già si stava creando una certa confidenza tra i due, i quali interloquivano fra loro sui pregi delle varie coltivazioni, il volpino si innervosiva sempre più, vedendo le attenzioni del suo padrone distolte da lui per una persona diversa e per di più in alta livrea.
Gli amici già incominciavano ad accendere il fuoco sotto il braciere, ad imbandire la tavolata con le abbondanti libagioni, in precedenza predisposte, a raccogliere le fave, a sbucciare il salame: il ragioniere ed il generale, dal canto loro, dopo aver visitato le altre colture, giunsero alfine al campo in cui, con amorevole cura, erano cresciuti dei grossi, rubicondi pomodori.
"Dei pomodori così, in questa stagione!... Mi deve proprio spiegare il suo segreto, ragioniere". Così dicendo il generale si chinò, raccogliendo nelle mani uno di quei portentosi prodotti del campo. Per Fifino quella fu la goccia che fece traboccare il vaso; già indispettito a causa della sgargiante uniforme ed ingelosito per la scarsa attenzione a lui rivolta dall'inseparabile padrone, non sopportò di vedere l'odiato estraneo appropriarsi dei frutti della sua campagna e con un imprevedibile quanto acrobatico balzo riuscì ad addentare il fondo schiena dell'alto ufficiale, tuttora ricurvo nel tentativo di afferrare il prelibato ortaggio, rimanendo saldamente ancorato ai suoi pantaloni. L'ilarità della scena travolse tutti i presenti, che, sbellicandosi dalle risate, non riuscivano neppure ad essere d'aiuto all'imbarazzatissimo ragioniere, il quale, dal canto suo, cercava di tirare via dalle terga del militare, strattonandolo, il povero Fifino, che, ovviamente, non ne voleva sapere di abbandonare la presa. Il malcapitato generale, dolorante ed atterrito, a sua volta cercava di allontanarsi in direzione opposta, cercando anch'egli di liberarsi dalle fauci del furente animale. Il risultato delle contrapposte spinte fu, al termine della vicenda, quello di creare nel tessuto dei pantaloni del graduato un grosso squarcio: in bocca all'animale rimase un bel pezzo di stoffa dei pantaloni e delle mutande ed al divertito pubblico apparvero nella loro piena rotondità le rosee mezzelune posteriori dello sventurato generale.
Per il povero ragioniere la giornata si trasformò in un calvario e l'agognata promozione divenne un sogno ormai irrealizzabile. L'impresa del dispettoso volpino, nello stesso tempo, varcò i confini della cerchia degli amici della bottiglieria suscitando divertiti commenti in tutta la città fino al punto che, ben presto per definire una persona come sciocca e poco intelligente, nella terminologia dialettale la frase "Me paresce ciu abelinau du can du sciu Porro" [mi sembra più scemo del cane del signor Porro] diventò di gergo corrente.
Gaspare Carmello, A Foura du Bestentu. Racconti e Novelle della Ventimiglia di oggi e di ieri, Alzani, 2006