venerdì 11 settembre 2020

Si va da Maria Pia alla Piccola Libreria

Sulla destra, il palazzo di Bordighera (IM) al cui pianterreno era ubicata la prima libreria di Maria Pia Pazielli

C’è a Bordighera un gruppo di artisti attivissimo; e un vivaio di giovani. Mi sono avvicinato ad uno di essi, Maiolino, che insegna disegno ai ragazzi nelle scuole medie, e ne ottiene dei risultati eccellenti. Si va da Maria Pia [Pazielli], alla Piccola Libreria, dove si può sapere sempre qual’è un libro buono, dov’è uno spirito fine, da quelle parti; e mi ha fissato un appuntamento col giovane pittore. Allo studio gli ho accennato a ciò che vedevo ripetersi nelle loro pitture di giovani, lì intorno, di fedeltà al loro paese, di sincerità di espressione; ed egli mi ha ripetuto, come Camarca, che deve a Balbo, oltre a tutto, la serietà dell’impegno, la passione per l’onestà del lavoro. Lontani da Roma, da Milano, da Firenze, senza albagia, pochi guadagni, punto chiasso, forse ancora modesti artisti, ma veri uomini, anime vive.
Carlo Betocchi, Rapporto ligure, febbraio 1957  
 
A Bordighera Biamonti frequentò a lungo la “Piccola Libreria” gestita da Maria Pia Pazielli, che ebbe un ruolo non secondario nella sua formazione. Esiste una testimonianza dell’autore, risalente al 1994, che svela l’importanza di questa figura, vera “guida spirituale”. Così Biamonti ne ricordò i loro primi incontri: Mi costrinse a parlare, io che allora non parlavo, ero chiuso in una muta disperazione, in atteggiamenti di suicidio, come tutti i giovani, mi costrinse a parlare e riuscì a convincermi a leggere un libro di Kierkegaard - ed era I gigli dei campi e gli uccelli del cielo - il più francescano e il più dolce dei libri di Kierkegaard, dopo di che passai a Aut-Aut e ad altri libri di Kierkegaard molto più filosofici, problematici. Mi diede un libro rasserenante. Poi parlammo di Ungaretti, di Montale, che io amavo molto. Da allora continuai a frequentare la “Piccola Libreria” e allora cominciai a leggere i libri che Lei mi proponeva e ci fu Karl Barth, i teologi della morte di Dio, dell’agonia del cristianesimo, poi Romano Guardini, poi il gesuita proibito, Teilhard de Chardin, la messa sul mondo. Poco oltre si leggono, sempre in questa testimonianza, i nomi di Hölderlin, di Novalis, di Ungaretti, di Mann, di Proust, di De Lubac, di Maritain, di Jaspers, di Caruso e infine di Camus
Matteo Grassano, Il territorio dell’esistenza. Francesco Biamonti (1928-2001), Tesi di Laurea in collaborazione internazionale (Scuola Normale Superiore di Pisa, Università degli Studi di Genova, Università degli Studi di Pavia, Université Nice Sophia Antipolis, Université Sorbonne Nouvelle Paris 3), Scienze del testo letterario e musicale, 2018

Uscito appena dall’adolescenza, ancora dentro le stalle d’Augìa - per parafrasare, come ogni tanto gli piaceva fare, il Montale a lui caro -, il giovane Biamonti inizia a frequentare, nella prima sede bordigotta di Via Romana, la “Piccola Libreria” di Maria Pia Pazielli. Consigliera attenta e discreta, “l’amica dei libri” - com’è stata definita da Michel David, visitatore della terza sede sanremese di Via Escoffier - svela a poco a poco la sua cultura di impegno etico e religioso nonché la conoscenza dei poeti del ‘900 e dell’800 europeo. Kierkegaard, Barth, Guardini, De Lubac, Maritain, Jaspers, Caruso ma anche Hölderlin, Novalis, Ungaretti e soprattutto Camus, sono solo alcuni degli autori che Biamonti, allora interessato soprattutto alla letteratura decadente, apprezza anche grazie ai suggerimenti di Maria Pia (la lezione di Camus, accanto a quella di Leopardi, diventa fondamentale in un mondo che ben presto si rivela essere “casa d’altri”). La sensibilità e la finezza d’intuito della Pazielli fan sì che la libreria diventi anche luogo adatto per favorire gli incontri e i rapporti fra letterati e artisti, da Luciano De Giovanni a Carlo Betocchi e Guido Seborga, da Enzo Maiolino a Oscar Navarro. Sono - e saranno - tuttavia le letture, simbolo di una vita fatta più di silenzi che di cose dette, a formare davvero Francesco Biamonti in un periodo, come quello che verrà di seguito segnalato, ricco di iniziative. Lontano dalla chiacchiera e dalle accademie, egli, infatti, si pone a lato a vivre parmi les autre comme un absent secondo l’insegnamento di Baudelaire, per studiare e riflettere continuamente, per accettare o rifiutare stilemi mentali meditati a lungo.
Mara Pardini su Terra Ligure
 
Credo di aver conosciuto Biamonti nell’estate del 1984 (o 1985?). A presentarmelo fu l’indimenticabile Maria Pia Pazielli, nella cui piccola libreria sanremese mi ero recato per incontrare il mio maestro grenoblese Michel David. Fu un incontro del tutto surreale: tutti e due molto timidi non ci rendemmo conto che stavamo aspettando la stessa persona. Ero uno studente da poco laureato e in cerca di maestri. David mi aiutava in quei mesi a rivedere la tesi in vista della sua trasformazione in libro.
Le conversazioni che si facevano nella libreria di Maria Pia avevano spesso un seguito pomeridiano nella casa di Maria Pia, uno dei più suggestivi luoghi dell’entroterra ligure che io abbia mai visitato: la Torre dei Mostaccini sopra Bordighera. Lassù, due o tre estati dopo, rividi Biamonti, sempre con David - e questa volta fu un incontro più intenso, irto di rievocazioni letterarie, specie francesi, ma con Calvino sempre sullo sfondo.
Alberto Cavaglion su Terra Ligure
 
Evocare una persona che si è espressa pubblicamente più con la propria attività quotidiana che non con documenti, ideologici, scientifici, soggettivi o artistici, impone troppo facilmente un discorso agiografico sui suoi aspetti morali, sociali, e un ricorso permanente all’iperbole: ci si deve infatti affidare a tracce labili come i ricordi delle nostre modificabili memorie, a induzioni di tipo psicologistiche, ancor più inverificabili. L’umiltà di Maria Pia Pazielli ci è paradossalmente documentata, letterariamente con una sua traduzione dall’inglese (si ricorderà che parlava, bene, almeno tre lingue) che mi rallegro sia ormai stampata e diventata occasione del nostro incontro di oggi. Così, il suo nome apparirà su un libro e la inserirà in questa piccola gloria umana che sono le bibliografie, anche se il traduttore, si sa, è sempre trattato con una certa condiscendenza dagli editori e dai critici. Mi piacerebbe sperare che si scopra qualche giorno, che so, un diario o una meditazione spirituale che ci darebbe un’apertura più segreta su quella che rimane, per chi sta ora testimoniando, un’amica carissima e una indimenticabile libraia. Di questa mia testimonianza si vorranno perdonare i limiti, temporali e tematici, e l’esagerato soggettivismo.

Avevo scritto questo testo prima di sapere che Maria Pia era una notevole epistolografa, come ce ne ha dato prova Mons. Alberto Ablondi, e che aveva pubblicato nel 1936, presso Bietti di Milano, un profilo di Santa Caterina, - me l’ha mostrato Luigi Betocchi - scritto in uno stile lindo, fiabesco, da "Leggenda aurea" e rivelatore di cosa avrebbe potuto essere una Maria Pia scrittrice per l’infanzia, ed aveva realmente tenuto dei diari, intimi e spirituali, che sua cognata Anna Pazielli sta cercando di ordinare e decifrare.

Abbiamo conosciuto, con mia moglie - che è per metà sanremasca - la libraia Maria Pia solo per un decennio breve, verso la fine degli anni '70, e soltanto nei mesi estivi (o a Pasqua) delle nostre vacanze sanremesi, e soltanto nei suoi ultimi anni di libreria. Credo che siano state le zie di mia moglie a indicarci la Piccola Libreria, nella sua posizione defilata al di là del "Portico sgarbo", come luogo dove procurarci libri, questi strumenti sospetti quando non siano di scuola o di religione. Mia moglie vi scoprì certe opere di spiritualità che la incantarono: la traduzione di Mimma Cassola della Pustinia (che è la "camera dell’anima" ed è anche un luogo di silenzio e preghiera del cuore) della russa americana Caterina De Bueck Doherty, che Jaca Book aveva appena pubblicata e che mia moglie cercava da tempo. Fu poi, tra le due amiche, una lunga collaborazione informativa su libri affini della stessa Caterina e della sua amica Dorothy Day e su tante opere, diciamo così, ecumeniche, ed uno scambio di confidenze e di consigli reciproci.

Per conto mio, avevo scoperto nella "Piccola Libreria" gli scaffali dei testi di letteratura e di critica letteraria che m’interessavano professionalmente. Non capivo bene come in una città di ozio turistico e balneare, distante dai centri universitari, vi fossero accumulati volumi così eruditi, specializzati e - cosa ormai paradossale in una libreria non antiquaria - vecchi. E quando dico vecchi, oggi, bisogna intendere libri che hanno più di tre o quattro anni. Ma, lì, trovavo testi di alcuni decenni di stagionatura. Pensando alle mie lezioni grenoblesi, feci, l'ultimo giorno, incetta di volumi utili per il corso che stavo preparando e, a causa della loro mole, dovendo io tornare col treno, chiesi alla libraia, cortese, premurosa e un po’ incuriosita, di farmeli spedire per posta. Dovetti quindi declinare indirizzo, nome e cognome. Maria Pia, dopo un leggero silenzio, mi chiese: "Michel David, ma quello vero?" che mi è rimasto nella memoria come la battuta più lusinghiera della mia carriera narcisa. Poi aggiunse: "Abbiamo sempre il suo volume sulla psicanalisi nella cultura italiana". Me lo fece vedere nello scaffale e pare che ne vendesse ogni tanto.

Era questo un modo avvincente, privilegiato, di entrare in amicizia. E la nostra fu un’amicizia ogni anno rafforzata, approfondita, fino al momento della pensione di Maria Pia che ce la tolse dagli occhi, e poi del nostro abbandonare San Remo. La rivedemmo per qualche visita, tra gli accoglientissimi familiari, nella bella casa che pare, vista da giù, la piccola acropoli di Bordighera. E poi venne la morte che tuttora ci immalinconisce.

Ho conosciuto un certo numero di librai, in tante città che furono mie, da quello "dei Portici" della Chambéry d’anteguerra (che era dell’editore savoiardo Dardel) mio sogno di collegiale, a quelli della Parigi di guerra - mal riforniti ma con tante specializzazioni e manie e di cui sapevo a memoria gli scaffali; e a Pavia, vicino al Ponte coperto; a Genova dove consultavo Bozzi e il suo consigliere Darchini o l’informatissimo Ennio Burioni, in Via Petrarca prima di ritrovarlo oggi animatore di un noto studio bibliografico, o la Libreria Mondini e Siccardi dove la memoria e l’efficacia di Faustina Colombo mi stupiva; a Padova da Randi che accoglieva ancora, ma ormai più raramente, il novantenne Valgimigli che, nella "sua" poltrona un po’ sfondata, vi "riceveva" giovincelli come Diego Valeri o Riccardo Bacchelli; a Milano, il celebre Cesarino Branduani mi snidava libri rari con il suo occhio da gufo e mi procurò, tra l’altro, le memorie eccezionali di quello strano libraio fiorentino, editore di snob inglesi (Maugham, N. Douglas, D.H. Lawrence), che si chiamava Giuseppe Oriolì; a Trieste c’era il deludente Carletto orfano del suo padrone, il libraio poeta Umberto Saba; a Grenoble c’era Arthaud, noto editore alpino, e Leterrier "libraire de l’Université" con il suo staff premuroso; oggi a Genova ci sono i fratelli Romano ferratissimi, modernisti, cresciuti nel rock. E chissà quanti pontremolesi, bancarellisti, ho conosciuti, a Vicenza, a Venezia, dove cercavo e trovavo i volumi a poco prezzo, e disprezzati, degli anni ‘20-‘40, quelli dell’era pre-plastificata, o a Milano dove andavo a intervistare Iolanda Gioia (che nome!) a Porta Ticinese che fu la prima bancarellista di libri che ho visto con un telefono all’aria aperta. E quando tornavo da esplorazioni caute vicino a Piazza Colombo a San Remo, sotto la Galleria dei libri usati, finivo da Maria Pia per lavarmi le mani.

Ma di libraie al femminile (a parte la Gioia), nessuna, tranne due. La prima fu Adrienne Monnier, oggi citatissima, e in questi giorni perfino omaggiata con una bacheca intera nella mostra genovese di "Valery et la nuit de Gènes". La prima a far conoscere, con la sua amica Sylvia Beach, l'Ulisse di Joyce e la prima a pubblicare una traduzione parziale dello Zeno di Svevo, in francese nel suo "Navire d’argent". Adrienne Monnier mi accoglieva nella sua bottega degli "Amis des Livres" di Rue dell’Odéon, negli anni ‘41-‘45 dove, oltreché vendere con degnazione qualche volume commerciale, gestiva una biblioteca circolante di volumi di grande qualità, spesso allora proibiti e irreperibili, e diligentemente ricoperti di cellophan. Quando lasciai Parigi, mi restituì la scheda su cui aveva segnato per 5 anni le mie letture d’affamato. Nella sua libreria che stava di fronte a quella della Beach, la Shakespeare and Co, Adrienne riceveva il fior fiore della letteratura della "N.R.F." (Claudel, Larbaud, Saint-John Perse, Valéry, Fargue...), per delle letture d’inediti o per il lancio di volumi nuovi. Da lei incontravo Jean-Louis Barrault, Henri Michaux, Arthur Adamov, che osservavo e ascoltavo con rispettosa e muta interrogazione. Adrienne era savoiarda come me e mi aveva preso sotto la sua protezione, consigliandomi o ricordando i suoi incontri - che mi rammaricava non fossero più frequenti - con autori italiani contemporanei che conoscevo allora da dilettante marginale ma appassionato. Adrienne fu la mia prima libraia.

La seconda, e per ora, ultima della mia esperienza, fu Maria Pia. Ed è la più vicina affettivamente, la più umana, se non la più illustre. La sua figura mi si accostò immediatamente a quella ormai lontana di Adrienne, sebbene quasi tutto le opponesse, ma per virtù della fede e dell’amore librari. Adrienne era piccola, grassotella, con i capelli biondo castagno ma già biancheggianti, con una faccia finemente plissettata, vestiva un saio monastico di lana cilestrina-bigia con le fronze sull’anca (era firmato Givenchy?) e aveva una voce un po' acidula, modulata con effetti sorvegliati da conversatrice erudita e allusiva, per iniziati. Maria Pia era magra, affilata di viso, con un sorriso illuminante, un po’ asimmetrico e un riso venuto dal profondo, di pelle bruna nonostante il pallore delle ore vissute tra i libri, vestiva con voluta discrezione, con una fine cintura che, adesso, mi suggerisce l’idea di una cordicella francescana. La voce non cercava di imporsi, né di ironizzare, ma era come intimidita, chiedeva, suggeriva, con impulsi a scatti che sembravano strappati da una voglia intima di silenzio. Se Adrienne mi pareva maternamente protettiva, ma di una maternità alquanto frustrante, Maria Pia era invece come una sorella maggiore, consigliera attenta, pronta a chiudere un occhio sulle intemperanze quanto a meravigliarsi per le novità: "Crede?... crede? Che bello!" erano le esclamazioni che conservo ancora nell’orecchio della mente quando cerco di farla rivivere e lei le accompagnava con un gesto orante dell’avambraccio piegato con le mani offerte.

Se volessi descrivere la Libreria, direi subito della Vetrina, sempre abilmente fornita di opere di buona vendita (guide turistiche - abbondanti quelle liguri del Ponente - ricettari locali, qualche fai da te in angolo, i best sellers di stagione ben in vista), ma nei "punti caldi", venivano offerti magneticamente all’occhio sublimale romanzi, saggi o raccolte poetiche di autori "difficili", affermati presso gli intenditori o in via di esserlo, secondo i critici di fiducia della libraia. Non erano scelte da scuola di gestione commerciale, erano il prodotto dell’istinto affinato dall’esperienza di lettrice e di lettori-compratori. La "piccola libreria" - un titolo orgoglioso per ossimoro implicito - era poi rimpicciolita da mobiletti carichi di pile in disordine regolato, da supporti e espositori per tascabili, o anche per cartoline, raggruppati a non molta distanza di uno stretto banco di vendita anche lui mezzo nascosto da carte e quaderni. Questo banco delimitava una seconda libreria, direi di consultazione, dove c’era spesso un habitué, un fan di lettura, che stava rovistando negli scaffali a doppia fila di libri in cerca di qualche chicca con i prezzi di dieci anni prima. E c’era un tavolo-scrivania, invaso da dossiers di contabilità, di fatture e distinte di ordinazioni o spedizioni, da cataloghi editoriali, da schedari e da quello che ora solo le grandi librerie mettono a disposizione del pubblico, cioé i repertori per titoli e per autori delle opere attualmente in catalogo in Italia.

Davanti al tavolo, addossato ai palchetti propriamente riservati ai classici, di cui ho parlato, c’era la poltrona della padrona di casa, ma che ho quasi sempre visto occupata da qualche amico lettore, per esempio da mia moglie, o da me, perché ci offriva un punto sicuro per i rendez-vous quotidiani. Là, mi diceva Maria Pia, si era seduto spesso Mario Untersteiner, maestro di mia moglie negli anni ‘50 e confidente, per me, tra due lezioni alla Facoltà di Lettere genovese, che ci spiace non aver più rivisto e ascoltato. Ci vedevamo, qualche volta, Carlo Betocchi, poeta della favolosa Firenze anni ‘30, quello degli ultimi anni, che alternava momenti di distrazione a sfoghi di concitazione memoriale; oppure il Rettore di un’Università di Montréal, Philippe Garigue, che era stato ufficiale alleato e responsabile politico nei primi agitati momenti della Liberazione del Ponente e con cui scambiavo ricordi "militari" di quegli anni di occupazione alleata in Liguria; ci vidi solo due volte purtroppo, il critico modernista Glauco Viazzi, ricreatore del "simbolismo" liberty italiano, l’antologista del futurismo (conservo il suo volume feltrinelliano, che egli aveva estratto da uno scaffale per farmene dono): era un lettore curioso di testi trascurati e, non essendo universitario, ma chimico se non erro, è rimasto a mio parere insufficientemente valorizzato dai suoi rivali accademici, forse gelosi. Felice di ritirarsi a San Remo, moriva pochi mesi dopo. Mi spiace non avervi incontrato l’italianista inglese Michel Caesar che Maria Pia voleva farmi conoscere e che risiede a Diano Marina nelle sue vacanze.

Maria Pia infatti godeva (e cercava) di far conoscere tra di loro i suoi amici e fedeli. Ci si è incontrati là, magari senza usare la Poltrona, con antichi testimoni e clienti: Giovanni Amoretti, preside e ricercatore universitario che avevo conosciuto per interessi comuni di psicocritica, e, per il suo tramite, gli sposi Staùble di Losanna, grandi eruditi, animatori di cultura italiana nell’Università del Valdese a Losanna; e diversi giovani bibliomani, di belle speranze e di passione letteraria, con cui si parlava di un futuro non molto facile per loro; c’era qualche professionista o professore sanremese dalla conversazione piena di concretezza e d’informazione culturale vissuta, C’era il riservato ma cordiale romanziere di San Biagio della Cima, il nostro Francesco Biamonti, allora appena lanciato da Calvino per il suo Angelo di Avrighe e ormai affermato scrittore nazionale: Attesa sul mare, un gran bel libro, è stato giustamente festeggiato dalla miglior critica e il successo di vendita è tuttora consegnato nelle graduatorie giornalistiche. Ho detto nazionale, dovrei aggiungere "internazionale" se vedo, ad esempio, che i suoi due primi romanzi sono stati tradotti, bene, in Francia. Biamonti mi diceva che l’ironico ed estroso Natta era un altro commensale dei banchetti di carta della "Piccola Libreria". Ma chissà quanti altri potrebbe citare la fedele Lauretta dalla memoria e dall’agilità affascinanti?

Se ripenso alla Poltrona, non posso fare a meno di evocare, non solo quella patavina di Valgimigli, ma addirittura, con le dovute proporzioni (San Remo non è Bologna la Dotta!) quella del Carducci, da Zanichelli, quale ce l’hanno conservata vecchie fotografie e memorie di amici e scolari.

Devo ancora ricordare che a portata di mano di chi era seduto su quella privilegiata suppellettile, vi era uno scaffale prediletto da Maria Pia dove stavano, se non tutti, molti dei volumetti avorio della vicentina "Locusta", vicini a quelli degli Scheiwiller, padre e poi figlio, che erano venuti o venivano con la valigia a porli in una specie di deposito per happy fews.

Vi era poi un corridoio che portava ad una toilette, molto utile per le mani di chi aveva frugato nelle seconde file di volumi e nella loro tipica polvere, quella polvere odiata dalle massaie, ma esaltata nell'immaginario dei romanzieri come più pacifica di quella inventata per l'artiglieria all’epoca di Gutenberg. In questo corridoio stavano i palchetti dei libri religiosi, di catechesi, di divulgazione apologetica più forse che di teologia o esegesi scrittuale che non avrebbero avuto a San Remo un pubblico vasto. Maria Pia, del resto, mi pare che fosse più ferrata e appassionata di problemi liturgici e delle questioni ecumeniche pre- e postconciliari. Da questi scaffali attingeva la sua clientela ecclesiastica e propriamente "religiosa". Maria Pia conosceva tante comunità o conventi dì tutta la zona e di oltreconfine, che riforniva anche di ostie in modo confidenziale. Una volta ci mandò in una parrocchia vicino a Triora per conoscere una suora "guaritrice", un personaggio angelico, degno di un romanzo di Biamonti.

Bisogna ora immaginare la libraia Maria Pia, insieme a Lauretta e negli anni in cui frequentavamo, all’amica e collaboratrice preziosa, passata dalla genovese via Cairoli a via Escoffier, Faustina Colombo. fenomenale catalogo vivente e rigida assertrice delle leggi del commercio, che si opponeva con energia alle ordinazioni imprudenti della entusiasta direttrice quando non sapeva dire di no ai rappresentanti editoriali. Le vedo spostarsi con delicatezza nello stretto spazio lasciato libero dai mobili e dai libri, in piedi sempre, occupate sempre. Quanto costo di fatiche e disagi implicava questa attività leggera e continua. Se poi si aggiunge che, ogni giorno, nella sospensione meridiana, le tre amiche andavano per ristoranti o trattorie a occupare il tempo e lo stomaco vuoti, si avrà un quadro della vita rude di quelle complici di cui due avevano ormai un’età non più giovanile. Senza una parola di recriminazione o un lamento. Per pudore, per coscienza artigianale, starei per dire. E anche per dovere di cortesia verso i clienti.

Mi è capitato di recente, per una relazione congressuale, di dover meditare sull’immaginario delle biblioteche. Si sa che in italiano, "libreria" significa insieme: a) il negozio, b) l’accumulo e c) il contenitore dei libri; e quindi include anche la biblioteca. La "Piccola Libreria" mi appare appunto felice dicitura per riunire materialmente e immaginariamente queste tre funzioni. Se mi lascio andare a fantasticarla sulla scia dei testi letterari che ho dovuto analizzare per quel mio saggio, non mi pare che la "Piccola Libreria" sia da identificare con quella caverna temibile, claustrofobica e cimiteriale che è frequentissima nell’immaginario degli umani quando viene sognata la biblioteca; ma piuttosto con un tesoretto, invitante, non difeso, non proibito, non eroicamente conquistabile, che vorrei posto su una barca da diporto per piccoli cabotaggi irreali ("Guido i’vorrei..."!) e se si vuole anche per navigazione con "Vento largo", anche se preferisco vederla in una baia quieta e non del tutto solitaria.

Del resto, Maria Pia ripeteva volentieri una frase che sento oggi echeggiare quando leggo le illuminazioni che fanno da propulsori lirici ai capitoli di Francesco Biamonti "Il bello di via Escoffier e cche si è sempre sicuri, uscendo sulla soglia della libreria, di vedere il mare in fondo". A me, nato tra i monti di Savoia questo miracolo di un mare a fondo valle mi ha aiutato a vedere, nonostante i miei limiti immaginari, un elemento ignoto e conosciuto tardi, e mi ha facilitato la sua assimilazione, la sua metabolizzazione.

E' da fare ancora uno studio sulle differenze che corrono tra l'immaginario della libreria e quello della biblioteca, giacche la libreria oltre ai sensi b) e c) ha pure quello di "negozio" e quindi implica clienti e vendita. E mi colpisce il fatto che se librai o bibliotecari sono figure frequenti nei romanzi occidentali, sono in genere solo personaggi funzionali al racconto (per lo più all'inizio e come fornitori del manoscritto antico o del libro raro che provoca l'evento narrato), e sono appena suggeriti. I librai, nella letteratura, sono tutti maschi, e raramente simpatici o privi di secondi fini. Si pensi ai tre fratelli di Tre croci di Tozzi che vivono ormai non per vendere libri, ma per mangiare cose ghiotte e aspettare la catastrofe da loro stessi provocata. I loro tre clienti vengono a chiacchierare, ma non più a comprare libri. Si pensi ai vari librai di Anatole France che sono a volte amici e confidenti, ma mai protagonisti. E France era figlio di un libraio.

Il più vicino alla figura di Maria Pia mi pare quello immaginato dall’americano Christopher Morley (nel Parnaso ambulante, e poi nella Libreria stregata, trad. dall’americano, Palermo, Sellerio 1992 e 1994). Un maschio pure lui, ma che ha avuto l’accortezza di sedurre e sposare una simpatica zitella cui aveva rifilato per pochi soldi la sua roulotte attrezzata a bibliobus, vera libreria ambulante, "bella come uno yacht", vera "carovana della cultura", trainata da un cavallo nelle campagne americane. I due romanzi di Morley potrebbero dare al lettore, come mi auguro fervidamente, una fenomenologia utopica e viva dell’essenza della libreria e del libraio felice, che è quella di "predicare il vangelo dei libri", "l’amore per i libri e per gli esseri umani", senza "guastare la gente con letture al di sopra dei suoi mezzi", giacché "quando si vende un libro a una persona, non le si vendono soltanto dodici once di carta con inchiostro e colla, le si vende un’intera nuova vita. Amore e amicizia e umorismo e mare di notte...". Questo libraio che era una "specie di missionario viaggiante", "carico di salvezza eterna" , "vendeva i libri per quello che valgono, invece che per il prezzo di copertina". Morley ha intuito inoltre un aspetto al solito trascurato e che ci riporta a Maria Pia: la femminilità virtuale, necessaria, della funzione libraria. E mi ha fatto capire meglio come i miei due più confidenziali e affabili venditori di libri fossero appunto due donne.

Vorrei ancora dire delle trasgressioni commerciali di questa strana libraia sanremese che certo non ha fatto fortuna e forse ha chiuso i suoi bilanci finali con ancora maggior ansia di quella che accompagnava quelli annuali. Non so fino a che punto fosse determinante la sua motivazione iniziale, quale la confidava a mia moglie, e cioé che si fosse decisa, non più giovanissima e nel difficile dopoguerra, ad aprire la sua piccolissima libreria di Bordighera per poter continuare a leggere libri quando era diventato troppo oneroso per lei comprarli. Ma so che i suoi usi commerciali erano anche viziati dall’amicizia. Parlo certo da amico un po' privilegiato e rivelerò segreti ormai caduti in prescrizione.

Si sa che i libri sono oggi rivestiti di plastica trasparente. "La page écrite que son plastique défend" direbbe Mallarmé. Maria Pia li svestiva senza timore, anzi con una certa gioiosa premura, per rispondere alla curiosità di un cliente abituato alle librerie di un tempo (penso a quelle del Boulevard Saint-Michel di Parigi), dove si poteva assaggiare, con comodo anche se in piedi, i volumi come formaggi, dall’odore di poche linee. Alcuni, che lei capiva essere da noi concupiti ma senza che si avesse una gran voglia di spendere venivano prestati per una rapida lettura (per altro rispettosa di un futuro compratore) nell’ozio privato di casa nostra. Confessava a volte che le spiaceva perfino vendere certi testi, preziosi per rarità, antichità o solo per affetto intimo, e lei li dissimulava in seconda fila sui palchi alti come fossero parte della sua biblioteca personale. Una volta ci fece visitare la propria camera di Via ai Mostaccini (ho letto in una lettera del Manzoni che "mostaccini" (o mostaccioli’?) significava alberi piantati a quinconce), con la mirabile finestra aperta alla luce del mare, alle cime dondolanti delle piante mediterranee e al gridio degli uccelli. Ma se ne aveva già una viva ed offerta al piacere dei suoi clienti, in Via Escoffier [in Sanremo]! Per lei vi era simbiosi tra privato e pubblico, tra libreria di senso a) e libreria di senso c). E' questo un segno evidente che non era né collezionista, né colleziomane, né bibliofila perversa ed esclusiva, ma soltanto amica dei libri, con un amore fondato sulla conoscenza diretta, o anche sui giudizi dei suoi fidati consiglieri che lei indicava senza ipocrisia.

Maria Pia aveva certo le sue esclusioni, le sue diffidenze. Ma non saprei definirle, se non sotto una vaga etichetta di "scandalosi", non tanto per la loro impudicizia quanto per la loro volgarità, nella banalità o nell’eccesso. Le dispiaceva farlo sentire, e aveva perfino un certo tono di provocazione nel consigliarne alcuni che non si identificavano affatto con i suoi personali sentimenti di autoprotezione o di condanna. C’era una certa fierezza in questo ecumenismo ideologico o affettivo che, immagino, le costava nell’intimo. Sapeva consigliare senza apologetica, ma con il proselitismo della qualità. Non era poi gelosa degli altri librai cui consigliava di rivolgersi per le specializzazioni che sapeva di non avere.

Come ogni bravo libraio, Maria Pia non era tenuta a leggere tutti i libri che vendeva o perfino consigliava. Aveva la competenza della lettura "diagonale", non la "lettura rapida" dei managers, ma quella attenta di pochi paragrafi per intuirne la scrittura e il valore. Con mia moglie, spesso parlavano delle loro ultime scoperte (in genere di libri di spiritualità non conformisti) e Maria Pia finiva per imporle un volume fresco di stampa, "è bellissimo" diceva. "Ma l’hai letto?". "Letto, proprio no. Ma è bellissimo". E chiudeva con un imperativo "leggilo!" che era, quasi e dico quasi per indicare il limite estremo del suo poco autoritarismo un ordine più che un consiglio.

La Piccola Libreria ci offriva i suoi libri, la sua Poltrona, la squisitezza delle sue ospiti, un Porto Sole di civiltà non turistica ma mentale, e anche una informazione vissuta di tutta la vita di una città di mare (indirizzi, consigli per gli acquisti o le spiagge, ristoranti Tullio, la Tina, la Volta di Cesare o La Volta buona... ).

Ma è ora di scoprire il segreto della sua strana abbondanza di libri di letteratura e di critica italiana. Maria Pia dirigeva una "libreria di frontiera" ed una "libreria universitaria". Da Nizza e Aix-en-Provence venivano infatti da lei, ogni anno, a rifornirsi di testi indicati nei programmi francesi dei concorsi a cattedre liceali (Agrégation, Capes), sia i docenti universitari, sia gli studenti ansiosi di promozione. Così Maria Pia conosceva molti miei colleghi italianisti della Còte d’Azur. E i volumi accumulati sui palchetti dietro alla Poltrona erano proprio quelli che erano stati ordinati con troppo ottimismo da questi clienti e poi rimasti invenduti. Siccome quei programmi variavano ogni anno, dal siciliano Jacopo da Lentini al sanremese Italo Calvino e i testi rimasti non venivano rispediti agli editori, il loro cumulo formava una magnifica biblioteca d’italianistica, aggiornatissima. Mi accorsi casualmente che perfino un ricercatore di Grenoble era da anni un fan della Piccola Libreria e ci veniva per diletto e flànerie ad ogni sua vacanza.

E fu proprio questa missione frontaliera di Maria Pia che mi permise di ritrovare, dopo quarant’anni di silenzio, un personaggio che era apparso per pochi mesi nella mia vita, ma vi aveva lasciato (e vi lascia, perché ormai è morto, un segno memorabile). Maria Pia mi disse un giorno che veniva da Mentone o le scriveva da Parigi un misterioso e pittoresco cliente, coltissimo, che usava per comodità di pronuncia e di scrittura un cognome abbreviato, una specie di sigla pubblicitaria: Yaco. Non osavo credere che fosse l’amico, Georges Yacovlevitch, perso di vista da tanto tempo. Era proprio lui. Aspirante di marina come me, mi aveva accolto nel novembre 1945 in una Missione Navale francese a Genova e iniziato in modo imperioso al fascino di questa città. Era poliglotta di natura, studiava allora (da solo!) il cinese e parlava, dopo appena tre mesi di Liguria, il genovese. Ho sotto gli occhi una sua cartolina del "28 de arvì 47" da "Parisi" scritta in un dialetto forse impuro ma godibile di cui trascrivo qualche riga: "Ciao Miche Quande stamatin go avuto a tea lettera me son dito 'Baelin o s’è finalmente sveggiou, doppo de quarche meise o (?) soggiorno in-sce i monti, o gavia remesciou e muen, meno mà!’... Dopo de avei visto a primaveia in te-a Liguria, capiscio che titi gae avùto coae de revidde a nostra Cittae...".

Maria Pia riuscì poi a farmelo incontrare a San Remo, dove mi narrò la sua carriera di console e di sinologo (uno dei migliori, e più nascosti, non solo d’Europa) a Manila, poi a Canton, e finalmente agli Affari Esteri di Parigi. Era stato lui il traduttore-interprete tra Malraux e Mao Dzedung nel loro noto incontro. Conoscendo la sua capacità di osservatore ferocemente ferocemente deduttivo, gli chiesi perché non scrivesse queste sue esperienze. "Sai, mi rispose, c’è già tanta gente che scrive". E morì solitario, in un albergo di Dresda, senza aver mai pubblicato niente se non le sue traduzioni sotto firme altrui.

Non volevo cedere all’agiografia. Ci sono stato portato, non solo dal miracolo del ritrovamento, dopo 40 anni, di Yaco, ma dai fatti e ricordi che ho condensati in questa mia rievocazione di una persona cara che oltrepassava spontaneamente la sua funzione sociale. Una funzione scelta come una vocazione, come un servizio fatto agli altri. In nome di una idea di letteratura vissuta forse come un modo possibile di pregare. Quando leggo su un giornale recentissimo che il "libraio è oggi un personaggio che non sa più se serve Dio o il diavolo" e che la libreria è il "posto dove meno si va per comperare un libro" mi viene nella camera del cuore, anche a me, di pregare.

E come il mio ammirato Valery Larbaud, raffinatissimo scrittore alverniate, e ligure di affetto, faceva le sue orazioni devozionali al suo Patrono San Girolamo, vorrei chiudere la mia evocazione amichevole con una "invocazione" alla nostra Libraia sanremese: "Beata Maria Pia, Angela della Libreria e Patrona dei Librai, tu che sei stata un'utile maglia nella catena di quella professione che già vendeva codici nell’Atene del 5° secolo a.C. e nella Roma di Cicerone, ti preghiamo di non abbandonarci del tutto, noi incalliti lettori o poveri scribacchini di pagine cucite in volumi di carta, ma di intercedere perché, mediatrice di ‘piaceri impuniti’ di lettura, ci preservi ancora, prima del Diluvio della Biblioteca Universale, multimediale, trasversale, virtuale, babelica, qualche arca di scritture in una baia dove non siano maree, né quella del deflusso librario, né quelle del riflusso oceanico dell’informazione e della ‘comunicazione in tempo reale’, ma dove ci sia la possibilità di piluccare o becchettare, di "pittà l’ùga" con indugio oblomoviano o come Montaigne nella sua "Librairie" ("pizzicare i libri per la testa o per i piedi... ora uno, ora un altro, senza ordine né piano prestabilito, a pezzetti e slegatamente"), insomma di praticare l’antico "zapping" della lettura libera nella delizia degli odorosi, tangibili, sensuali libri. Così sia".

Michel David su gente di Liguria [gente di Liguria: Il testo <che precede> è del 1994. L'autore lo preparò in occasione della presentazione, a Bordighera, del volumetto di Linda Villari al quale fa cenno all'inizio (Soggiorno a Bordighera, traduzione di M. P. Pazielli, testo inglese a fronte, introduzione di Saverio Napolitano e postfazione di Domenico Astengo, edizioni Managò, Bordighera 1994). Rimasto a lungo inedito, è stato pubblicato sulla rivista "Resine"... Con questo lusinghevole profilo di libraia, Michel David - Emerito dell'Università di Grénoble e autore di un noto volume sulla psicoanalisi nella cultura italiana - diventa nostro collaboratore consentendoci di piluccare fra i suoi articoli e saggi]

 
[...] Luciano De Giovanni. Andiamo con ordine: a Bordighera, a metà degli anni Cinquanta, ebbe inizio la semisecolare e fortissima amicizia che legò De Giovanni (Sanremo, 1922 - Montichiari, 2001) e Maiolino, che così ha ricordato il loro primo incontro, chiamando in causa - mai dimentico della quadrangolarità di quel sodalizio intellettuale - anche la generosa e sensibile libraia Maria Pia Pazielli (Milano, 1910 - Bordighera, 1990) e il grande poeta Carlo Betocchi (Torino 1899 - Bordighera, 1986) che spesso tornava nella cittadella ligure, non tanto per ritrovare l’ispirazione poetica decisiva quanto l’intimità degli affetti sinceri: Regolarmente Luciano portava le sue poesie a Maria Pia, la quale, entusiasta, le faceva circolare fra i frequentatori assidui della libreria. Accadde che dopo la lettura di un mannello di tali poesie, particolarmente belle, mi ritrovassi in libreria per restituirle a Maria Pia e parlarne (alcune, mi ricordo, me le ero trascritte).  Quella volta Maria Pia, sorridendo, mi disse: «Oggi siamo fortunati: l’autore è qui».  E mi mostrò un giovane con un impermeabile chiaro fermo davanti a uno scaffale. Era Luciano De Giovanni. Simpatizzamo subito. Cominciammo a vederci, reciproche visite e le indimenticabili puntate a Borello, verso San Romolo [frazione di Sanremo] dove c’era la casetta di Luciano. Ricordo che la scelta definitiva delle poesie di Viaggio che non finisce fu fatta a Borello. Carlo Betocchi propose che vi figurassero alcuni miei disegni che riteneva vicini alla poesia di Luciano. (Maiolino 2014: 113) 
Alessandro Ferraro, Le mille forme dell’amicizia, Cuadernos de Filología Italiana, 2014, vol. 21, 325-332