lunedì 19 gennaio 2026

Nico era affascinato da quell’esperienza

Ventimiglia (IM): un tratto di mare di fronte a Mortola, dove abitava all'epoca di questo racconto Nico Orengo

Non ricordo esattamente che anno fosse: comunque, eravamo più o meno all’inizio degli anni '60. 
Apparentemente a quei tempi sia io che Nico [Orengo] non stavamo andando troppo bene a scuola: troppe distrazioni o forse era colpa dell’età. Naturalmente i nostri genitori non erano affatto entusiasti.
Al termine dell’anno scolastico, mio padre mantenne la promessa di darmi un assaggio di realtà facendomi provare cosa fosse il lavoro manuale, nella speranza di cambiare il mio atteggiamento: tutto sommato non fu un gran successo, ma quella è un’altra storia.
I genitori di Nico presero un simile approccio, ma un po’ più creativo: lo mandarono a fare il pescatore. Quando lo venni a sapere, mi sganasciai dalle risate; ma era una cosa seria.
Divenne il mozzo dell’equipaggio capitanato da 'Ernestu u Matu', con 'Aldu u Rébissu' ed un paio di altri pescatori dei quali non ricordo il nome. Pescavano salpando da Begliamìn [n.d.r.: nella zona di Latte, frazione del comune di Ventimiglia] con un barcone lungo e pesante, verde scuro, senza motore e con propulsione prettamente manuale: a remi.
Se il tempo o il mare lo permettevano, spesso dormivano in barca, sdraiati sui paglioli nella pancia del gozzo con un pezzo di vecchia coperta arrotolata come cuscino, per essere pronti a salpare le reti o i palamiti al momento giusto. Oppure sulla spiaggia, sotto le stelle, con un sacco pieno d’alghe secche come materasso o, se pioveva, nella rimessa dei Sella usata per gli attrezzi da pesca e per tenere la barca quando non in uso per lungo tempo. 
Nico era affascinato da quell’esperienza, era stimolato da quell’atmosfera che era come ossigeno per i suoi polmoni. Era a contatto con la realtà che plasmava l’uomo comune; ne sopportava i disagi, ne condivideva le fatiche, ne ammirava la perseveranza; si nutriva dei colori, degli odori, dei suoni, delle sensazioni che lo circondavano, li assorbiva come una spugna. Quando ci incontravamo mi raccontava eccitato di come aveva imparato a bere il vino alla “catalana” dall’otre di pelle di capra che ‘u Matu’ portava sempre a tracolla o come erano buone le mormore cucinate alla brace, sulla spiaggia, da ‘u Rébissu’. 
Oppure mi faceva vedere i calli e le ultime vesciche che quei remi pesanti gli avevano procurato; ma mai un lamento. Anzi, voleva imparare a rammendare le reti con l’agocello, quell’ago a doppia forcina e mi diceva che i pescatori avevano quattro mani da come usavano le dita dei piedi per stirare le reti da rammendare. 
E si vantava di aver imparato a rollarsi le sigarette con cartine a ‘taglio fino’ anche quando c’era vento: il problema era accenderle senza bruciacchiarsi la punta del naso.
Il Nico che ho conosciuto in quei lontani anni giovanili si era innamorato del mare, dell’aria, della terra e del carattere umano della Liguria di ponente. 
Aveva il legittimo titolo di Marchese, mai ostentato, ed era a suo agio sia ad una festa elegante, che nella cucina di 'Dante u scarpà' mangiando caldarroste e bevendo vino. 
La sua personalità rivelava un animo puro ma, allo stesso tempo, complesso: doveroso osservatore della natura, rispettoso partecipe della vita quotidiana popolare e mai altezzoso nonostante le sue radici aristocratiche.    
Roberto Rovelli, Il pescatore, messaggio del 16 gennaio 2026

martedì 13 gennaio 2026

In quel lembo di terra tra i cigni e il mare, smisi di tacere

Vallecrosia (IM): un tratto del lungomare

Capitolo 1: La Reggia di Mattoni e Silenzio
Milano, fine anni ’90. La zona Isola era un cantiere a cielo aperto, proprio come la mia vita. Ricordo ancora l’odore acre della polvere di gesso e il rumore dei martelli pneumatici che rimbombavano nel salone: stavamo abbattendo pareti per creare uno spazio che, sulla carta, doveva essere la nostra felicità. Gestivo quel cantiere con la precisione di un generale, tra tubature da spostare e pavimenti da livellare. Quando l'ultimo operaio se ne andò, la "reggia" era pronta: cinquantacinque metri quadrati di salone, tre camere da letto, doppi bagni. Una dimora imponente che sembrava dire al mondo: "Ce l'abbiamo fatta".
Ma il trasloco fu un rito pesante. Scatoloni carichi di una vita intera venivano trascinati in quella casa che, paradossalmente, si riempiva di mobili ma si svuotava di calore. Mia moglie, pilastro d'acciaio nella Segreteria Fidi, era ormai schiacciata tra il dovere professionale e un dolore privato che non dava tregua. La perdita di sua madre l’aveva lasciata sola al timone di una famiglia d’origine allo sbando, e quella depressione divenne un muro invisibile tra noi. Vivevamo in un castello, sì, ma ognuno nella sua torre. Io "sodomizzavo" internamente il mio senso di inutilità professionale in una multinazionale che mi ignorava, mentre intorno a noi Milano era una cappa di smog e doveri che non lasciava scampo.
Capitolo 2: L’Eco di Alassio e la Scintilla
Il nostro unico polmone erano state, per anni, le estati ad Alassio. Ricordo i bambini che crescevano tra i granelli di sabbia fine e l’acqua limpida, il rito del gelato sul muretto, le risate che per un istante coprivano le ombre di casa. Alassio era la promessa di un’altra vita possibile. Fu proprio lì, tra un’estate e l’altra, che la crisi esplose dentro di me. Non potevo più essere solo il gestore di un cantiere o un analista insoddisfatto.
"Vado io. Comincio a costruire un futuro in Liguria", dissi. Fu un salto nel vuoto, un atto di separazione che aveva il sapore della sopravvivenza. Lasciai la reggia di Milano, i suoi spazi vasti e le sue tensioni soffocanti, per un piccolo appartamento a Vallecrosia.
Capitolo 3: La Rinascita tra i Cigni di Vallecrosia
Il cambio di clima non fu solo meteorologico, fu dell'anima. Appena varcai il confine della Liguria di Ponente, la cappa grigia di Milano svanì nello specchietto retrovisore. Al suo posto, un’aria mite e salmastra che sembrava sciogliere il nodo che avevo nel petto. Vallecrosia mi accolse con una luce diversa, più dolce.
Mi ritrovai a camminare lungo la foce del ruscello [n.d.r.: il torrente Nervia, il quale, in verità, verso la qui citata foce separa il comune di Camporosso da quello di Ventimiglia] che segna il confine tra Vallecrosia e Camporosso. Lì, dove l'acqua dolce incontra quella del mare, rimasi incantato a guardare i cigni. Scivolavano eleganti sulla superficie, incuranti dei confini e del caos del mondo. C'era una pace antica in quel ruscello, un ritmo lento che non conoscevo più. Vivevo in una casa piccola, certo, ma fuori avevo l'infinito.
I primi tempi furono duri. Tentai la via della rappresentanza, ma ero un pesce fuor d'acqua. Poi, l'intuizione. Guardando quella terra così riservata eppure così bisognosa di esprimersi, rispolverai il mio passato d’attore teatrale. Presi quel computer che era stato il mio "premio di consolazione" dalla multinazionale e iniziai a tracciare le linee di qualcosa di nuovo. Non avrei più analizzato flussi aziendali, avrei analizzato l'anima umana attraverso la voce. Nacque così l’Accademia della Comunicazione Verbale. In quel lembo di terra tra i cigni e il mare, smisi di tacere. Incominciai a insegnare agli altri che ogni parola ha un peso, e che per parlare bene, bisogna prima imparare a respirare l'aria buona.
Davide Oscar Andreoni, Il Peso delle Parole, il Respiro del Mare, Onì d'André, 12 gennaio 2026

lunedì 5 gennaio 2026

Imperia rappresenta un caso emblematico di frammentazione sociale e urbana

Fonte: Simone Clemenzi, Op. cit. infra

Il contesto sociale e urbano di Imperia e la necessità di una piattaforma digitale unificante
Il contesto sociale e urbano di Imperia è un sistema complesso e dinamico, che richiede un approccio attento e consapevole per essere compreso e valorizzato. La città, con la sua divisione storica tra Porto Maurizio e Oneglia, rappresenta un caso emblematico di frammentazione sociale e urbana, in cui le distanze fisiche sono amplificate da divisioni identitarie che risalgono a oltre un secolo fa. Questa separazione non è solo simbolica, ma si riflette nelle abitudini quotidiane dei cittadini, nei percorsi infrastrutturali e nella percezione stessa della città come un’entità unica. La mancanza di un’identità urbana condivisa ostacola la coesione sociale e limita il potenziale di Imperia di evolversi in una città più vivibile e attrattiva. Questo scenario ha evidenziato la necessità di uno strumento digitale capace di unificare le diverse componenti della città, offrendo uno spazio inclusivo in cui tutte le voci possano essere ascoltate e valorizzate. La piattaforma digitale che ho progettato nasce con l’obiettivo di superare queste barriere storiche e sociali, costruendo un ponte tra cittadini, amministrazione e progettisti. In un’epoca in cui l’accesso a internet è diventato una risorsa imprescindibile, la piattaforma rappresenta una risposta concreta per favorire il dialogo e il confronto all’interno della comunità urbana.
L’accesso digitale, tuttavia, non può essere considerato universalmente garantito. In particolare, alcune fasce della popolazione, come gli anziani o le persone con minori competenze tecnologiche, rischiano di rimanere escluse da questo processo di trasformazione. Per affrontare questa criticità, ho progettato un sistema complementare che integra soluzioni digitali e analogiche. Attraverso l’installazione di access point in luoghi strategici come farmacie, uffici postali e mercati, sarà possibile distribuire e raccogliere questionari cartacei, garantendo così la partecipazione anche a chi non ha familiarità con le tecnologie digitali. Questa integrazione tra strumenti digitali e tradizionali riflette la necessità di costruire una piattaforma che sia realmente inclusiva, capace di rispondere alle esigenze di tutte le componenti della società.
Esigenze e criticità di Imperia: obiettivi progettuali e problemi da risolvere
Imperia, come molte città di medie dimensioni, si trova a un bivio critico tra conservazione e innovazione. Da un lato, la città conserva un ricco patrimonio storico e culturale, ma dall’altro soffre di problemi strutturali e sociali che limitano la sua crescita e la sua capacità di attrarre nuovi investimenti. La piattaforma digitale che ho progettato si pone l’obiettivo di affrontare queste criticità con un approccio mirato e partecipativo, trasformando le sfide in opportunità per una rigenerazione urbana sostenibile e inclusiva.
Una delle criticità più evidenti è la mancanza di spazi pubblici adeguati per la socializzazione e l’interazione. Imperia soffre di una distribuzione frammentata degli spazi urbani, che spesso risultano poco accessibili o mal progettati. La piattaforma mira a colmare questo vuoto, permettendo ai cittadini di segnalare le aree che necessitano di interventi e di proporre soluzioni per migliorare l’accessibilità e la funzionalità degli spazi pubblici.
Attraverso una mappa interattiva, sarà possibile visualizzare le segnalazioni in tempo reale, evidenziando le priorità e creando una base di dati utile per la pianificazione e la gestione urbana. 
Un altro tema centrale è la riqualificazione degli edifici industriali abbandonati, che rappresentano una ferita aperta nel tessuto urbano di Imperia. Strutture come l’ex stabilimento Italcementi potrebbero essere trasformate in hub multifunzionali, ospitando attività culturali, spazi di coworking e laboratori per l’innovazione. La piattaforma digitale offre uno spazio di confronto tra cittadini, amministrazione e investitori, facilitando la creazione di progetti condivisi che valorizzino il patrimonio esistente. Questa funzione non solo promuove la riqualificazione, ma stimola anche un senso di appartenenza tra i cittadini, che vedono i propri contributi trasformarsi in risultati tangibili.
Dal punto di vista sociale, uno dei problemi principali è la mancanza di coesione e senso di comunità tra gli abitanti di Imperia. La piattaforma affronta questa criticità attraverso strumenti che incentivano la partecipazione attiva, come questionari, sondaggi e forum tematici. Questi strumenti non solo raccolgono informazioni, ma creano spazi di dialogo in cui le persone possono confrontarsi, condividere idee e costruire relazioni. L’obiettivo è trasformare la piattaforma in un punto di riferimento per la vita cittadina, dove ogni abitante possa sentirsi parte di un progetto collettivo per il miglioramento della città. 
Un ulteriore problema è rappresentato dalla scarsa visibilità e valorizzazione del patrimonio naturale e culturale di Imperia. La piattaforma intende affrontare questa lacuna attraverso una sezione dedicata agli eventi e alle attrazioni locali, che utilizza tecnologie digitali per promuovere la città in modo innovativo. Attraverso mappe interattive, calendari dinamici e contenuti multimediali, sarà possibile attirare turisti e coinvolgere i residenti, creando un circolo virtuoso che contribuisca allo sviluppo economico e sociale della città. La piattaforma digitale non è solo uno strumento tecnologico, ma una risposta alle esigenze profonde di Imperia, progettata per affrontare criticità specifiche e per promuovere una visione di città inclusiva e partecipativa. Il suo successo dipenderà dalla capacità di coinvolgere tutti gli stakeholder, creando un ecosistema urbano in cui la collaborazione e il dialogo diventano i pilastri di una nuova identità per Imperia.
Simone Clemenzi, Coesione urbana e partecipazione digitale: un modello per il futuro di Imperia, Tesi di laurea, Università degli Studi di Genova, Anno accademico 2024-2025