sabato 18 aprile 2026

Impressioni di vent'anni fa sulla Valle Argentina

Molini di Triora (IM). Foto: Davide Papalini. Fonte: Wikipedia

Vi sono molti modi per raggiungere Triora, ma i più agevoli sono, a mio avviso, due: il primo è percorrere la Riviera di Ponente fino alla città di Arma di Taggia (distante 140 Km da Genova, 15 Km da Imperia e 25 Km da Ventimiglia) per poi inoltrarsi nella Valle Argentina sulla strada statale 548 per 30 Km; il secondo, un po’ più impegnativo, consiste nell’inerpicarsi su per la Val Nervia attraversando la cittadina di Pigna, superare la Colla di Langan, ridiscendere nella Valle Argentina ed immettersi sulla SS 8 548. Questa opzione dà la possibilità di esplorare la Val Nervia, ammirare la Colla di Langan, che dall’alto dei suoi 1.127 m domina le valli con i suoi prati, e, se si è attrezzati, continuare a salire per la strada ex-militare Rezzo-Pigna (che collega quindi le valli Arroscia, Argentina e Nervia) raggiungendo le più alte vette liguri come il monte Saccarello (2.200 m), posto al confine tra Liguria, Piemonte e Francia; mentre, la prima, è certamente quella più consigliata per il suo collegamento con l’autostrada A10, per la manutenzione del fondo stradale e per un servizio di autobus di linea interurbana con partenza da Sanremo (IM).
La Valle Argentina prende il nome dal torrente Argentina che nasce dalle vette del Saccarello: lungo 36 Km attraversa tutta la vallata per poi sfociare ad Arma di Taggia (nel suo ultimo tratto scorre in una estesa valle alluvionale, tra Taggia e Arma di Taggia, prendendo il nome di “Taggia”). La SS 548 per buona parte segue il corso del torrente: salendo, dopo essersi lasciati alle spalle la frazione di Arma e superata Taggia, dopo 11 Km si trova il borgo medioevale di Badalucco. Badalucco, situata a 179 m sopra il livello del mare, ha una superficie comunale di 15,8 kmq ed una popolazione di 1.347 abitanti, è costruita poco più a monte del punto in cui il torrente Oxentina (nato dal versante orientale del monte Ceppo) confluisce nell’Argentina; in effetti si suppone che il nome attuale del torrente principale avrebbe origine da quello del suo affluente che, secondo L. Lanteri: “...potrebbe derivare dal dialettale “oxelu” (uccello) e indicava dunque una valle ricca di volatili.” <2 Sopra l’Argentina sono costruiti, all'ingresso e all'uscita del paese, due ponti tardomedievali “a schiena d'asino” che indicano l’antico percorso di fondovalle. Badalucco è famosa, oltre i confini della vallata, sia per i suoi murales e le sue ceramiche che rivestono le facciate delle case del borgo sia per la sua sagra dello Stocafissu a Baücôgna la terza domenica di settembre. Lo stoccafisso è sempre stato un alimento d’importazione sin dai tempi della Repubblica di Genova che usava il paese come centro mercantile per la media Valle Argentina: la sua notevole diffusione è data dalla grande conservabilità del prodotto, dal suo basso costo e dalla possibilità di avere sempre a portata di mano del “magro” per i giorni di tipo penitenziale. Anche lo stoccafisso utilizzato nella sagra è d’importazione e arriva, contrariamente a quello antico di origine francese e olandese, dall’arcipelago norvegese di Lofoten. Alla sagra, ogni anno, vengono invitate varie personalità tra cui il console norvegese <3.
Procedendo per un paio di chilometri si arriva al bivio che, seguendo il percorso del Rio Carpasina anch’esso affluente dell’Argentina, porta ai paesi di Montalto Ligure (315 m s.l.m.) e di Carpasio (720 m s.l.m.). Superato, ci s’inoltra per una quindicina di chilometri nell’alta valle, attraversando un paesaggio spettacolare fatto di fitti boschi, tortuose gole, di acque incuneate in pareti rocciose dalle originali e ardite stratificazioni: geologicamente parlando questo territorio è definito di tipo “calcareo flyschoide” (calcari mesozoici ed eocenici), nel senso che si tratta di una formazione a sedimentazione marina (qui una volta c’era il mare!). Ogni tanto si aprono ai lati del percorso delle biforcazioni che conducono ai paesini costruiti aggrappati ai crinali delle montagne circostanti, infine si arriva a Molini di Triora. Molini di Triora, situata a 460 m sopra il livello del mare, ha una superficie comunale di 58 kmq ed una popolazione di 732 abitanti, qui il torrente Capriolo confluisce nell’Argentina ed è anche il punto d’immissione sulla SS 548 per chi arriva dalla Colla di Langan. Comune dal 1903, dopo essersi staccato da quello di Triora, possiede molte frazioni e località: Corte, Andagna, Agaggio Inferiore e Superiore, Aigovo, Gavano, Glori, Perallo ed il passo della Teglia. La sua storia è strettamente legata a quella di Triora: era qui che sorgevano i ventitré mulini che facevano della podesteria di Triora il “granaio” della repubblica genovese. Lo sviluppo urbanistico del borgo medioevale segue la linea del fiume donandogli una singolare forma ad ansa, l’antico e il nuovo si fondono in un paese che, per chi ha come obiettivo Triora, è visto come l’ultima tappa ristoratrice prima dello “scatto” finale, ma è anche un borgo che offre ai suoi turisti, semplici visitatori o pernottanti, monumenti, opere d’arte e soprattutto la gentilezza di chi ha basato la propria economia sull’attività commerciale. [...] L’ultima domenica di agosto a Molini si può assistere alla Sagra della Lumaca: la festa, organizzata da più di 40 anni, è dedicata ai succulenti piatti preparati con questo mollusco ed esiste anche un concorso per la migliore ricetta: “La lumaca d’Oro”. L’avvenimento è molto sentito, ed attira visitatori dalle vallate vicine, tanto che la lumaca è diventata il simbolo di Molini: la sua effige si trova dipinta sui muri delle case, sulla fontana ad inizio paese, nei negozi si possono trovare interessanti sculture, il suo nome viene associato ai prodotti locali <5. In loco vi sono anche una farmacia ed una macelleria: le due tipologie di negozi non sono presenti in Triora. Se si decide di rimanere a Molini l’unico modo è alloggiare al ristorante-albergo Santo Spirito: fondato nel 1897 è sempre stato gestito dalla famiglia Zucchetto; se invece, come nel nostro caso, si voglia proseguire, bisogna continuare ancora per 6 Km sulla carrozzabile, passando accanto al laghetto artificiale detto “Delle Noci”, ricavato dal torrente Capriolo con l’ausilio di una piccola diga, e usato dai bagnanti nei periodi estivi. Da Molini parte anche un sentiero che in un 1 Km e 700 m porta a Triora tagliando per il monte Trono (1.196 m) sul cui fianco è posata la nostra cittadella: per imboccarlo bisogna entrare nel centro storico ed incominciare a salire attraverso i “carugi” (le tipiche strette vie liguri). Quasi subito, sulla destra, si può ammirare la chiesa di San Lorenzo Martire: iniziata a costruire nel 1484 in stile gotico e poi modificata nel tempo ha, sulla facciata, murato un rilievo del 1450 in ardesia, “l’oro nero” della Valle Argentina. Al suo interno varie opere d’arte come la statua lignea dell’Addolorata <6 mentre tra i dipinti si può osservare il quadro raffigurante il Beato Lantrua: un molinese dell’Ordine dei Minori Francescani giustiziato in Cina il 17 febbraio 1816 <7, di cui si può vedere una statua vicino alla parrocchiale. Proseguendo tra le casette ricoperte d’edera ci s’imbatte nel negozio "Bagiue e Lumazze" <8 che già nel nome racchiude i due simboli-interpreti di Molini e di Triora, a cui è legata. La proprietaria è un’artigiana che lavora sia la cera per creare divertenti e coloratissime lumache sia l’ardesia con cui forgia gioielli (in particolare ciondoli) o quadretti dipinti: anche qui non può mancare la figura-icona della strega, come ad esempio la lumaca con il cappellaccio. Appena usciti dall’abitato, dopo una ripida salita, ci si ritrova accanto al cimitero dove spicca il santuario della Nostra Signora della “Muntà”: in stile romanico vi si accedeva da tre grandi porte di cui una riservata ai trioresi. E’ proprio da qui che, alzando gli occhi, si vede l’obiettivo della nostra escursione: Triora è lassù, dominante!
E s’incomincia a montare (dal verbo, secondo L. Lanteri, il nome del santuario <9) attraversando vecchie campagne a fasce (cioè terrazze sostenute da muri a secco: l’unico modo in Liguria per coltivare sui ripidi pendii), alcune sono ancora coltivate a vigna, altre in abbandono e ci si accorge che tutto intorno la storia non cambia: là dove c’è boscaglia, una volta erano campi coltivati. In autunno inoltrato quella stessa via e quei boschi vengono utilizzati, di mercoledì e domenica, per la caccia al cinghiale: cartelli appesi agli alberi avvertono gli ignari avventori del pericolo. Ogni tanto si alza la testa per vedere la meta e se chi, come me, a Molini, in una fresca serata di metà agosto, ha perso l’ultimo autobus delle 19.45 per Triora, si ritroverà a guardare la cima illuminata dal sole morente, per poi abbassare lo sguardo sul borgo sottostante ormai ingoiato dall’oscurità: una chiara linea di demarcazione separa la luce dal buio e segna tutta la valle. Quasi inseguiti da quella linea si continua a salire e, sulla montagna di fronte, illuminate come da un faro dorato, si scorgono le due frazioni di Molini: Corte e Andagna. Andagna, più sulla destra, esposta a sud, si trova a 730 m sopra il livello del mare e al di sotto della Costa dei Carmi, a 3 Km e mezzo da Molini. Contribuisce alla popolazione comunale con i suoi 85 abitanti. Secondo la tradizione si vuole che l’attuale oratorio, e antica sede parrocchiale, di San Martino fosse stato edificato dai benedettini e per questo F. Ferraironi ipotizza che il nome della località derivi da quello della città belga di Andania, dove nel VII secolo furono sepolte due sante benedettine. Andagna è situata sulla strada che porta al passo della Teglia, proseguendo per quella direzione, ed arrivando sulla cresta, si può trovare, accanto alla “Roca d’e Bàgiue”, il santuario di Santa Brigida. Il passo della Mezzaluna è un antico punto d’incontro delle mandrie transumanti e qui si possono ancora osservare i ricoveri che venivano utilizzati dai pastori e dagli animali. Poco più in là vi è un grosso masso tabulare: al suo interno è stato ricavato quello che si pensa sia uno scolatoio per il sangue e, di conseguenza, è stata identificata come un’ara sacrificale. Tra le feste è famosa, ad ottobre, quella della castagna. Corte, a sinistra, in posizione panoramica, è la frazione di Molini meglio visibile da Triora, a 700 m sopra il livello del mare. Il nome può essere ricondotto a due origini: la prima dal latino classico “cohors” con il doppio significato di a) coorte e b) cortile, recinto per gli animali; la seconda di tipo medioevale, dal termine “curtis”, e quindi, come specifica L. Lanteri, immaginare che “quel territorio era una particolare frazione del dominio di un feudatario (i Ventimiglia Lascaris <10)”. Famosa per le sue chiese, non si può non citare il Santuario di Nostra Signora della Consolazione: legato, così vuole la tradizione, all’apparizione nel 1570 circa, dopo un temporale, della Vergine, ad una pastorella muta dalla nascita e la sua conseguente guarigione. Nel punto del miracolo, presso un corso d’acqua lontano dal centro abitato, venne costruita una cappella ed infine il santuario: il luogo è particolarmente caro agli abitanti che, con innumerevoli “ex voto”, hanno manifestato la loro gratitudine per le guarigioni ed i fatti prodigiosi, da allora, elargiti <11. Altra chiesa è quella di San Vincenzo, sulla costa di fronte a Triora, con un portale risalente al 1497: la posizione appartata e le dicerie sul suo conto ne hanno fatto un sito poco frequentato. Passata un’ora circa dalla partenza da Molini, si arriva, presso la chiesa della Madonna delle Grazie, alla fine della mulattiera: con ingresso ad oriente, fu edificata in epoca anteriore al XV secolo, restaurata nel 1949, periodo in cui al suo interno fu posta una statua della Madonna di Fatima. Vi si può anche ammirare un’ancona del XVI secolo (inquadrata in una cornice in legno a formare un retablo) posta dietro l’altare. Lasciatasi alle spalle la chiesa si prosegue per qualche metro fino ad immettersi sull’ultimo pezzo della SS 548 prima di entrare nel centro abitato vero e proprio: il paese sembra continuare la nostra salita, ergendosi, ammassato su se stesso, verso l’alto, ma l’oscurità ci ha appena raggiunto ed inghiottiti.
[NOTE]
2 Lanteri, Lorenzo, Toponimi dell’Alta Valle Argentina nella Cartografia settecentesca e negli antichi Statuti comunali,(“Conoscere la Valle Argentina”), Pro Triora Editore, 2002.
3 Informazione ricavata dall’intervista a Lorenzo L. (1937) dell'11 ottobre 2004.
5 Ritornando al liquore e ai biscotti citati più sopra al loro interno non vi è traccia del gasteropode, ma è sempre divertente notare lo sgomento di chi legge l’etichetta affissa sulla confezione!
6 Festeggiata la seconda domenica di settembre. A Molini la Madonna dei Dolori viene detta "la Madonna che passa l'acqua" poiché nella processione attraversa vari ponti. Ma su questa statua esiste anche una leggenda: il monumento in realtà era destinato a Triora, ma ogni volta che provavano ad imboccare la strada da Molini per giungere in cima si scatenava un forte temporale che impediva ogni movimento: era come se la Madonna non volesse venire a Triora!!
7 Un’urna contenente una parte delle reliquie del santo è collocata sotto l’altare del Sacro Cuore nella Insigne Collegiata di N.S. Assunta a Triora.
8 Tradotto “Streghe e Lumache”.
9 Lanteri, Lorenzo, Toponimi dell’Alta Valle Argentina nella Cartografia settecentesca e negli antichi Statuti comunali, (“Conoscere la Valle Argentina”), Pro Triora Editore, 2002.
10 Lanteri, Lorenzo, Toponimi dell’Alta Valle Argentina nella Cartografia settecentesca e negli antichi Statuti comunali, (“Conoscere la Valle Argentina”), Pro Triora Editore, 2002.
Valeria Miceli, Triora e il Paese delle Streghe. Vita e mutamenti di un borgo dell'estremo ponente ligure, Tesi di laurea, Università degli Studi di Roma La Sapienza, Anno Accademico 2004-2005 

mercoledì 8 aprile 2026

Il contestato restauro, durante la guerra, del Polittico di San Michele di Pigna


Un caso emblematico di attriti tra le autorità - rispetto alla comunità - "straniere" incaricate di trasferire le opere e la popolazione, riguarda la città di Pigna: nell'arco di pochi giorni, Morassi dovette provvedere allo smontaggio del "Polittico di San Michele" - realizzato da Giovanni Canavesio nel 1500 - e ciò diede vita ad una serie di ostilità da parte della comunità che si oppose allo spostamento dell'opera. Ad intricare ulteriormente la vicenda, si inserisce un primo intervento di restauro - circoscritto al solo pannello centrale del polittico - avviato nel 1934 e protrattosi per cinque anni <145. In quel momento la Liguria dipendeva dall'Ufficio Monumenti di Torino, la cui direzione era affidata ad Ugo Nebbia (1880-1965) <146 e fu quest'ultimo ad affidare l'intervento a Pompeo Rubinacci (1893-1972), il quale - in un giudizio dato da Grosso - viene presentato come "un buon restauratore che [...] conosce il mestiere e possiede molta abilità, anzi troppa". <147
Nonostante l'armistizio italo-francese del 1940, Morassi ritenne necessario un restauro integrale dell'opera che in quel momento si presentava smontata e ricoverata in un locale sotterraneo. Ulteriori complicazioni sorsero nel momento in cui un falegname locale reclamò l'uso del suddetto ambiente sotterraneo. Intervenne dunque don Sismondini - in quanto Parroco della città - che decise individualmente di trasferire i pannelli all'interno della chiesa. Il 15 luglio Morassi si espresse su tale questione, sostenendo che "Questa popolazione è molto malcontenta per l'idea di trasportare l'ancona a Genova. Aggiungo anche che minacciano di venire a via di fatti [...]. Si decida quindi [...] di far qui sul posto i lavori di riparazione, che non sono poi tanto rilevanti (sic!). <148
Tale lettera si ricollega ad una nota inviata dal Goriziano al Prefetto di Imperia nella quale chiosò: "Il fervore religioso della popolazione, gelosa di quel cimelio, cui si attribuisce un arcano potere tutelare, ha impedito che il polittico fosse [...] portato in luogo sicuro" <149. Considerando l'opposizione della comunitàˆ pignasca, Morassi fece un tentativo puntando sul prestigioso laboratorio fiorentino di Giannino Marchig (1897-1983) <150. Tra l'agosto e l'ottobre del 1940, lo studioso goriziano cercò di ottenere dal Ministero dell'Educazione Nazionale i finanziamenti necessari, promuovendo la propria iniziativa presso il giovane ispettore superiore Giulio Carlo Argan (1909-1992) <151, ma non ottenne il risultato sperato. <152
Nello stesso momento in cui si svolse la suddetta vicenda, alcune opere genovesi vennero rimosse dai relativi luoghi di conservazione e momentaneamente trasportate presso la Galleria Comunale di Palazzo Bianco.
[...] Il ritiro del "Polittico di San Michele" venne effettuato il 27 novembre successivo senza molti aiuti da parte della comunità di Pigna. Una lettera inviata dal parroco di Pigna a Morassi risulta essere di un tenore piuttosto sconfortante: "Spero che ai suoi incaricati sarà dato aiuto, non le nascondo però che in questi giorni vi è gran lavoro in Pigna proveniente dalla campagna [...]. Ben pochi uomini si trovano a casa"<155. In merito a ciò va ricordato che al suo arrivo in città, Rubinacci trovò ad assisterlo solo un falegname "dal cognome poco rassicurante" <156, un certo Seccatore <157.
A causa del bombardamento navale inglese avvenuto il 9 febbraio 1941 che provocò ingenti danni alla città di Genova <158, si intensificò notevolmente il lavoro alle casse per il salvataggio del patrimonio storico-artistico <159. 
[...] A Genova proseguono con una certa intensità gli interventi di imballaggio delle opere, <160 le quali man mano vennero collocate presso il ricovero dell'entroterra nella città di Struppa o depositate all'interno di Palazzo Bianco <161. In questo secondo ricovero, Pompeo Rubinacci stava eseguendo il restauro del già citato Polittico di San Michele: nella primavera del 1941 l'intervento risultava essere in una fase avanzata, tuttavia dalla città di Pigna nessuno - sebbene ripetutamente invitati dal Morassi - si recò a Genova per ispezionare quanto eseguito. A tal proposito, il Goriziano inviò una lettera - datata 28 giugno - al Podestà della città nella quale scrisse che "né la Fabbriceria nè il Parroco ritengono di corrispondere a quel minimo obbligo di cortesia che richiede una semplice risposta" <162. Tutto tacque fino al mese di settembre, momento in cui il Proparroco don Bono inviò al Soprintendente un sollecito di questo tenore: "questa popolazione attende con impazienza il ritorno del Polittico [...] per colmare il vuoto incomparabile creato a questa monumentale Chiesa parrocchiale" <163, evidenziando nuovamente le già menzionate ostilità da parte della comunità pignasca. Ciononostante, il Goriziano in quel tempo era focalizzato su altre vicende di salvaguardia piuttosto impellenti. 
[...] Tornando ad occuparci della querelle che interessò il Polittico di San Michele, esso venne riconsegnato alla comunità il 15 giugno 1942 e le istruzioni per il trasporto sono note da un promemoria - redatto solo quattro giorni prima dal Morassi - che risulta essere fondamentale per la comprensione delle dinamiche di consegna delle opere: "Palazzo Bianco, via Garibaldi 11: carico delle casse contenenti le tavole dipinte del polittico di Pigna. / Fermarsi a Bordighera, Museo Bicknell, e avvertire che al ritorno si caricheranno le due casse di quadri che devono essere portate a Genova, Palazzo Bianco. Vedere le casse! / Arrivati a Pigna, chiamare il Parroco e scaricare le casse nella chiesa. / Se è troppo tardi per il viaggio di ritorno in giornata, dormire a Pigna o a Bordighera, e portare le casse del Museo Bicknell a Genova". <174
Conclusasi l'operazione di consegna dell'opera, il Goriziano non mencò di confessare, all'interno di una lettera a Nino Lamboglia (1912-1977) non priva di una velata ironia, il proprio sgomento <175 emotivo causato da tale situazione:
"A Pigna mi sono preso una potente arrabbiatura. [...] Il parroco, al mio arrivo, non si fece trovare [...] Ora ho scritto al Vescovo, denunziando tanta incoscienza [...] di quel poco Reverendo. Pigna ci lascia un bel ricordo". <176
Il Vescovo di Ventimiglia tentò di sminuire la questione, individuando nei preparativi per la cresima e nell'imminente visita pastorale il proprio capro espiatorio. A sua volta, il Podestà di Pigna rispose al Morassi con un tono - come definito da Franco Boggero - "retorico-patetico" <177: "Ora che la popolazione semplice, laboriosa e attaccata alle tradizioni di secoli, ha finalmente compreso [...] l'importanza del restauro" <178. Tale corrispondenza si concluse con un'ultima lettera di Morassi al Podestà nella quale cercò di ottenere un contributo economico per le spese sostenute, richiesta che fu seguita da un assordante silenzio: "Vi ringrazio delle gentili parole ma poiché i veri sentimenti si misurano dai fatti, Vi pregherei di comunicarmi se, ed in quale misura, la popolazione di Pigna è disposta a contribuire nella spesa del restauro del polittico, che è venuto a costare quasi 20.000 Lire <179.
[NOTE]
145 Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., p. 175.
146 Per approfondire la sua biografia, si veda: R. Cara, Nebbia, Ugo, in Dizionario Biografico degli Italiani, 2013. <https://www.treccani.it/enciclopedia/ugo-nebbia_(Dizionario-Biografico)/>
147 ASBSAEL, Pigna, V.IM.43, parrocchiale di San Michele, in Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., p. 175.
148 Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., nota 8, p. 176; l'autore non riporta la fonte autografa.
149 Ibidem. È doveroso fare una precisazione poichéŽ il caso del Polittico di Pigna non rappresenta un unicum, in particolare rispetto alle resistenze della popolazione in termini di forte devozione. Una situazione pressochŽé analoga si verific˜ò ad Orvieto [...]
150 Per approfondire la sua figura, si rimanda a: R. Canuti, Marchig, Giovanni (Giannino), in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 69, 2007. <https://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-marchig_(Dizionario-Biografico)/>
151 Sull'importantissima figura di Argan, si veda: C. Gamba, Argan, Giulio Carlo, in Dizionario Biografico degli Italiani, 2015. <https://www.treccani.it/enciclopedia/giulio-carlo-argan_(Dizionario-Biografico)/>
152 ASBSAEL, Pigna, parrocchiale di San Michele; Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., p. 176.
155 ASBSAEL, Pigna, parrocchiale di San Michele, in Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., p. 176.
156 Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., p. 177.
157 ASBSAEL, Pigna, parrocchiale di San Michele.
158 A. Ronco, Dossier: Genova 9 febbraio 1941. Trecento tonnellate di bombe a colazione, Genova, 2007; Boccardo, Boggero, Antonio Morassi e Orlando Grosso a Genova, in Arte liberata 1937-1947. Capolavori salvati dalla guerra cit., p. 325.
159 Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., p. 177.
161 Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., p. 177.
162 ASBSAEL, Pigna, parrocchiale in San Michele, in Ibidem.
163 ASBSAEL, Pigna, parrocchiale in San Michele, in Ibidem.
174 Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., pp. 178-179.
175 Lamboglia fu il fondatore dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri. Fonte: Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., p. 179.
176 ASBSAEL, Pigna, parrocchiale di San Michele, in Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., p. 179.
177 Boggero, Antonio Morassi Soprintendente a Genova negli anni del secondo conflitto mondiale, in Antonio Morassi: tempi e luoghi di una passione per l'arte cit., nota 18, p. 179.
178 Ibidem.
179 Ibidem.
Lucrezia Muzzolon, Antonio Morassi: uno storico dell'arte tra le due guerre mondiali, Tesi di laurea, Università Ca' Foscari - Venezia, Anno accademico 2023-2024

martedì 31 marzo 2026

Da una tesi di laurea circa il turismo sostenibile nell'entroterra imperiese


Dal punto di vista morfologico l’ambito è costituito in parte da porzioni medie-alte dei bacini versanti nel mar Ligure costituiti dai vari torrenti (Bevera, Media Val Roja, Barbaira, Argentina, Prino, Impero, Arroscia, Pennavaire e il Nervia) e in parte, nella parte alta, dalla Valle Tanarello appartenente al bacino del Po. Nel complesso è presente un acclività accentuata dove le uniche zone pianeggianti si individuano nella media e bassa Valle Arroscia. Le zone individuate per la geosità sono i monti Pietravecchia e Toraggio, le cascate del Torrente Arroscia e infine il complesso carsico della gola delle Fascette (tutti facente parte del Parco regionale delle Alpi Liguri). In particolare, analizzando i sub ambiti selezionati, la Media Val Nervia (sub ambito 4) è costituita da un territorio delimitato prevalentemente da crinali di cui il maggiore, per ampiezza, è quello del torrente Nervia, dal quale prende il nome la vallata stessa circondato da valli confluenti molto più incise formate dai rii Bonda, Vetta e Merdanzo. Il sub-ambito 7, formato dalla Media Valle Argentina, è un sistema di valli formato dall’andamento tortuoso del torrente Argentina e dalle valli confluenti dei torrenti Oxentina e Carpasina. Il sub-ambito 11, Valle Prino, è costituito da un sistema vallivo torrentizio delimitato a nord dal crinale di collegamento dei Monti Prati e Faudo e dai crinali degli stessi monti che degradano in direzione del mare. Infine, il sub-ambito 12, Valle Impero, è costituito da una vallata delimitata da crinali prevalenti i quali sono caratterizzati nella parte prossima vicina al mare da ampie piane alluvionali mentre nella parte a monte da versanti di ridotta acclività.
[...] Attualmente dal punto di vista del governo del territorio in provincia di Imperia vige il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale <6 approvato con Deliberazione del Consiglio Provinciale n.79 del 25/11/2009. Il Piano vuole essere sia un piano tecnico, sia metodologico, ma sopratutto politico in quanto deve avere valide ragioni per poter essere messo in atto e degli obbiettivi ben saldi su cui puntare: infatti deve dare delle chiare linee guida su ciò che si può fare. È necessario che rivolga le proprie risorse ai comuni, i quali delineano delle specifiche indicazioni e le aspettative considerate più valide e sostenibili così da farle proprie e inserirle nei propri atti di pianificazione in modo che siano conformi alla scala sul quale si intende operare. Quindi per poter redigere un piano completo ed esaustivo è necessario operare su tre livelli: il primo viene definito come quadro fondativo in cui si analizzano le varie componenti che caratterizzano la natura del territorio (l’ambiente naturale, le attività dell’agricoltura, l’ambiente urbano e costruito, la mobilità, i servizi offerti, le attività produttive e il settore turistico). Il secondo punto è il documento per cui si esplicitano quelli che sono gli obbiettivi da perseguire sempre tenendo conto di una struttura di obbiettivi generali e non negoziabili perchè considerati essenziali per le condizioni basilari dello sviluppo sostenibile del luogo e sono: la sicurezza, l’accessibilità, l’identità culturale e storica, la tutela della biodiversità e per i servizi basilari per la popolazione. Infine il terzo livello viene definito come la struttura del Piano, che si basa su tutti gli studi fatti in precedenza esplicitando quelle che sono le linee di intervento e il punto a cui si intende arrivare. In questo quadro, quindi, si delineano degli obbiettivi specifici per ogni assetto fondamentale e una relativa macroproposta la quale si articola in altre proposte più specifiche.
[...] Visto che i comuni dell’ambito appartengono tutti all’entroterra definito montano e nel PTC si ritrova una misura specifica che coinvolge questo ambito con quello del turismo (altro elemento centrale sin ora analizzato) si ritiene necessario porre particoare attenzione a questo focus e capire quali siano le intenzioni della Provincia di Imperia in merito a tale tematica. Si propone un programma integrato di iniziative che coinvolgano il territorio interno della provincia secondo cinque settori, quali le infrastrutture e i servizi di base, il turismo culturale, naturalistico, sportivo, legato alle produzioni agricole. In base a questi punti è stato elaborato un piano che deve tener conto dello stato attuale e delle vocazioni del territorio proponendo azioni che tengano sempre in cosiderazione le tematiche che si legano allo sviluppo sostenibile. Priorità devono essere la riqualificazione del comparto turistico, delle [...] Per quanto riguarda i piani urbanistici comunali si prende come strumento iniziale e di comparazione il PTC della Provincia di Imperia, analizzato in precedenza, e si osserva la sezione governo del territorio di ogni comune dell’ambito per osservare se questi siano presenti e siano aggiornati. Quando si tratta l’argomento dei progetti della Provincia di Imperia è fondamentale porre al centro dell’attenzione l’associazione che controlla e milita sul territorio, ovvero il GAL della Riviera dei Fiori, in quanto opera per valorizzare il territorio e coordina sia soggetti privati che pubblici. GAL è l’acronimo di Gruppo di azione locale (costituito nel 2008) ed è un organismo che unisce soggetti pubblici (8) e privati (10) con lo scopo principale di favorire lo sviluppo economico, sociale e culturale di un’area rurale. Il GAL della Riviera dei Fiori ha come territorio di competenza le aree interne dell’imperiese e attualmente è alla sua seconda programmazione.
[...] Obiettivo principale del Gal è quello di divulgare e attuale la Strategia di Sviluppo Locale (SSL). Il GAL Riviera dei Fiori, nell’ambito della programmazione PSR 2014-2020, ha elaborato la propria SSL “Terra della Taggiasca: le vie dei sapori, dei colori e della cucina bianca”, che scaturisce da un’analisi approfondita del territorio in cui opera, cercando di offrire nuove potenzialità di sviluppo e innovazione. La SSL si sviluppa in concreto con l’attuazione di bandi principalmente su tre diversi ambiti di intervento: sviluppo e innovazione delle filiere, turismo sostenibile e accesso ai servizi pubblici essenziali. L’idea di base della SSL è riunire quanto più possibile gli attori operanti sul territorio, con la convinzione che i risultati si ottengono facendo rete. Gli obiettivi da raggiungere sono: favorire lo sviluppo di un mercato locale sostenuto dal turismo, principalmente attraverso la valorizzazione enogastronomica dei prodotti agricoli; sviluppare una progettualità integrata tra i diversi settori (agricoltura, turismo, ecc.) e i diversi territori; sviluppare il turismo outdoor dell’entroterra attraverso nuove formule di gestione dei percorsi; sviluppare nuove attività finalizzate all’inclusione sociale della popolazione anziana dei borghi rurali, attraverso pratiche di agricoltura sociale e il sostegno alla cooperazione di comunità, telemedicina e servizi sociali e incentivare la formazione di servizi a favore della mobilità, servizi per ragazzi in età scolare, infrastrutturazione della rete a banda larga ecc <11.
Ultimo passo fondamentale fatto dal GAL per la valorizzazione del territorio unendo più soggetti insieme è l’approvazione del 18 marzo 2021 da parte della Regione Liguria circa le modifiche della SSL “Terra della Taggiasca: le Vie dei Sapori, del Colori e della Cucina Bianca del GAL Riviera dei Fiori” <14 che ha deciso di puntare essenzialmente su tre aspetti fondamentali che si sono già precedentemente riscontrati nelle politiche regionali come lo sviluppo e innovazione delle filiere produttive e dei servizi per la popolazione residente in aree rurali, il tutto puntando sul turismo sostenibile, da cui poi si individuano obiettivi specifici e linee di azioni.
[NOTE]
6. https://www.provincia.imperia.it/attivita/territorio-pianificazione/ptc
11. http://www.galrivieradeifiori.it/wp-content/uploads/2017/10/brochure-sito.pdf
14. http://www.galrivieradeifiori.it/wp-content/uploads/2018/04/SSL-RIMODULATA_vdef_18_03_2021_approvata.pdf
Erica Caridi, Il turismo sostenibile e i processi di valorizzazione multiscala: una proposta per i territori dell’oliva taggiasca nell’entroterra dell’estremo ponente ligure, Tesi di laurea, Politecnico di Torino, Anno accademico 2020-2021 

domenica 22 marzo 2026

Un'atmosfera felliniana permeava tutta Ventimiglia

Ventimiglia (IM): Piazza della Libertà (Piazza del Municipio)

Ventimiglia agli albori degli anni '60 era una ridente cittadina, piena di vita e caratterizzata al contempo da un fascino particolare. Millenni di storia caratterizzavano il suo passato e la rendevano un centro turistico particolarmente apprezzato dai nordeuropei. La floricoltura, all'apice della sua attività, garantiva una solidità economica che poche altre città liguri possedevano; il clima particolarmente mite e generoso per quasi la totalità dell'anno favoriva una vita sociale molto sviluppata. 
Al contrario di oggi alla sera era molto piacevole uscire di casa per incontrare gli amici, fare semplicemente una passeggiata oppure gustarsi una rappresentazione teatrale o un buon film. Oltre al cinema-teatro Comunale, che alternava ai migliori spettacoli di rivista, operetta ed opere allora sulla piazza, la proiezione delle pellicole del momento, erano attive anche altre due sale cinematografiche che sapevano attirare l'attenzione dei più fanatici cinefili locali. I migliori attori di prosa e di varietà, così come i miglior cantanti lirici dell'epoca, hanno calcato le scene del nostro teatro e numerosi sono i nostri giovani di allora che possono vantarsi di essere stati reclutati come comparse per lavorare accanto a loro nelle rappresentazioni che venivano inscenate sul nostro palcoscenico. Io stesso posso vantare come mio debutto teatrale l'aver impersonato, a soli quattro anni di età, uno dei due paggi del duca di Mantova in una trascinante rappresentazione del Rigoletto di Verdi interpretata da Bergonzi, il grande tenore allora in auge e nel pieno della sua fulgida carriera. 
Numerosi bar erano aperti alla sera e non mancavano le consuete gare di "belotta", caratterizzate da premi di valore, che contrapponevano i loro avventori ad un nutrito numero di appassionati di questo particolare gioco di carte, i quali accorrevano dalle frazioni e dalla vicina Francia pur di partecipare alle accese disfide in programma. Molti ristoranti tipici, le prime pizzerie e locali di ogni genere contribuivano a far distrarre i turisti in visita alla nostra città e per chi voleva fare le ore piccole era in attività anche un night-club nella zona di Nervia. 
Le associazioni sportive contribuivano a movimentare la vita notturna con accesi tornei di calcio effettuati su un improvvisato campo disegnato sotto la passerella del fiume Roja, gare di pallone elastico o di pallacanestro sulla piazza del municipio, interminabili competizioni di bocce all'allora bocciofila ubicata in via Fondega. Personalmente ricordo di avere accompagnato innumerevoli volte mio nonno, che allora era il capo della mitica congrega degli "Avvoltoi", a parteciparvi. Gli "Avvoltoi" erano un'accanita squadra di esperti ed anziani bocciofili, che, con spirito gioviale, quando non partecipavano con successo a qualche competizione, sfidavano all'ultima boccia le improvvisate formazioni di qualche malcapitato turista o chiunque altro che si volesse vantare di averli contrastati: i perdenti non solo dovevano pagare da bere, ma erano anche costretti a baciare, fra le risate degli astanti, le voluminose forme posteriori della Fanny (si trattava di una pezza di tessuto giallo, del tipo di quello usato per pulire le bocce, su cui era stampata una riga verticale nera: appoggiata sopra ad una boccia dava l'esatta impressione di un formoso fondoschiena femminile). La piazza del municipio era utilizzata non solo per spettacoli sportivi e attrazioni acrobatiche, ma teatrini di marionette si alternavano ai baracconi da fiera che venivano spesso ospitati in questa struttura. Un palco montato nei giardini pubblici ospitava i concerti della banda municipale e le esibizioni della corale cittadina, mentre il mercato dei fiori veniva spesso utilizzato come sede per feste danzanti. 
La floricoltura era l'attività trainante dell'economia e trovava la sua massima espressione nella "Battaglia di Fiori", festa trascinante, riproposta ogni anno la prima domenica di giugno ed ampiamente attesa da tutta la popolazione cittadina, che vi partecipava con passione. 
La cultura locale contribuiva non poco al fermento cittadino, commedie e canzoni dialettali fiorivano assieme ad iniziative di ogni genere. 
Le spiagge erano generalmente pulite e contribuivano ad attirare visitatori dal nord-europa che affollavano i campeggi e le altre strutture turistiche, con grande gioia dei giovani di allora che non mancavano di fare i "pappagalli" con le attraenti ragazze svedesi o tedesche, giunte numerose in vacanza sui nostri lidi. 
Un'atmosfera felliniana permeava tutta la città contribuendo ad aumentarne il fascino. Il rione della Marina S. Giuseppe, più di tutti gli altri, era quello che brulicava di vita e di iniziative. 
Gaspare Caramello, A Foura du Bestentu. Racconti e Novelle della Ventimiglia di oggi e di ieri, Alzani, 2006, pp. 53-54

domenica 15 marzo 2026

Iniziò a studiare pianoforte con la professoressa Ranixe

Imperia: uno scorcio della zona di Piazza Dante

C’è una melodia che attraversa le strade di Imperia da oltre cent'anni, ed è quella di Emilio Lepre (1925-2016).
Scrivo queste righe con il cuore colmo di ricordi e un pizzico di emozione perché ieri, 2 febbraio, ricorreva l'anniversario della sua nascita. Anche se lo celebro oggi con un giorno di ritardo, il suo ricordo merita di essere onorato con la stessa energia che lui metteva in ogni nota.
​L'anno scorso si è festeggiato il suo centenario in modo speciale: il negozio di famiglia in via Don Abbo si è trasformato in un palcoscenico con l'esibizione del Coro Mongioje. È stata la dimostrazione che l’attività fondata da Emilio nel 1954 è ancora oggi il cuore pulsante della musica nel nostro Ponente.
​Emilio è sempre stato un "genio" dal carattere vivace e dallo spirito libero. I figli, Mariafranca e Dino, raccontano che la nonna tentò di mandarlo in collegio per dargli un po' di rigore, ma l'avventura durò solo due giorni. Il preside lo rimando' a casa dicendo: «Il collegio non è fatto per suo figlio e suo figlio non è fatto per il collegio». Aveva ragione: Emilio era fatto per la libertà e per l’arte.
​Iniziò a studiare pianoforte con la professoressa Ranixe e il suo talento era così cristallino che, a nemmeno sedici anni, venne notato dal celebre clown Grock. Il grande artista lo volle nelle sue tournée in giro per l’Europa, un’esperienza incredibile che lo formò come uomo e come musicista. Ma il legame con la sua terra era troppo forte, e tornò a Imperia per suonare nei posti più belli, dal Casinò di Sanremo al Caffè Roma di Alassio. Pensate che era compagno di scuola di Luciano Berio, il quale, alla notizia della sua scomparsa, disse con rispetto: «Abbiamo perso un grande».​
​Emilio non era uno che sapeva stare fermo. Nel 1963 ha fuso l’amore per il canto e per la montagna fondando il Coro Mongioje, che ha diretto per anni con passione. Ma non si è fermato qui: nel 1979 ha dato vita alla Jazz Ambassador Big Band, portando a Imperia il respiro internazionale del jazz insieme ad artisti del calibro di Rosario Bonaccorso e Leo Lagorio.
​Quello che più mi affascina di Emilio è la sua umanità. Era un uomo scherzoso, uno di quelli con cui non ci si annoiava mai [...]
Lina Zarro, Emilio Lepre: un secolo (e un anno) di musica, estro e passione, VivImperia, 3 febbraio 2026

La Jazz Ambassador Big Band partecipa al festeggiamenti indetti dal circolo Borgo Parasio per valorizzare questa zona antica della città. Questo complesso di giovani sta compiendo un ottimo lavoro, sotto la direzione artistica di Leo Lagorio: per tutta la passata stagione invernale essi hanno continuato le prove di perfezionamento che hanno portato il gruppo ad un livello tecnico di alta professionalità. 
Della Jazz Ambassador Big Band ha parlato Miro Genovese, presidente della Associazione «Amici del Jazz», che conta ormai più di duecento aderenti: «Grazie alla banda, ed alla nostra opera, il jazz a Imperia sta crescendo. Possiamo affermare quindi che la Jazz Ambassador costituisce nel campo musicale una delle più belle realtà della cultura imperiese». Genovese ha messo in evidenza come tale orchestra si sia arricchita di nuovi elementi giovanissimi, già completamente inseriti: «Ciò sta a dimostrare come la nostra opera, tesa a far conoscere il jazz e ad avvicinare i giovani a questo tipo di musica, sta ottenendo risultati veramente lusinghieri».
Il presidente, ricordato che è aperto il tesseramento, ha inoltre rievocato la figura del maestro Emilio Lepre, che fu il propugnatore dello sviluppo di questo tipo di attività musicale nell'Imperiese: «Abbiamo voluto aggiungere il suo nome a quello della nostra Associazione proprio per ricordare la sua azione di propaganda e proselitismo. La Jazz Ambassador Big Band, che ha già tenuto concerti in diverse località, suonerà il 30 luglio a San Lorenzo Mare, il 3 agosto ad Arma di Taggia, il 13 agosto a Finale Ligure, il 31 agosto ad Imperia». 
Il jazz a Imperia è quindi ben vivo, anche se in città mancano i locali che svolgano una programmazione seria e continua. I jazzisti imperiesi sono così costretti ad «emigrare», cercando migliori opportunità a Torino, Milano o Roma. Un caso esemplare è quello di Rosario Bonaccorso, fra i migliori bassisti del giovane jazz italiano. Rosario svolge un'intensa attività concertistica, ha accompagnato alcuni fra i più noti musicisti italiani e stranieri, ma a Imperia, la sua città, è quasi un «inedito». 
b.v., A Imperia piace il jazz, La Stampa - p. Imperia e Sanremo, venerdì 26 luglio 1985

Dopo il corso sperimentale dell'85, seguito nell'86 da una serie di «stages di perfezionamento», ai quali avevano partecipato una cinquantina di allievi, provenienti da tutta la provincia ed anche dalla vicina Francia, la città di Imperia avrà quest'anno una vera e propria scuola di jazz. Intitolata al maestro Emilio Lepre, fondatore della Jazz Ambassador Big Band, e organizzata dall'Associazione Amici del Jazz, ha il patrocinio degli assessorati comunali alle Manifestazioni e alla Cultura, ed è allestita anche con la collaborazione della Cassa di Risparmio. Le lezioni cominceranno il 28 novembre, e proseguiranno sino a marzo. Ne sono previste due alla settimana: una, di un paio di ore, per la pratica strumentale, in giorni feriali; e una per musica di insieme, tutti i pomeriggi del sabato, dalle 16 alle 19. La sede quella dello studio di registrazione Room Ore di via Artallo [...]
Stefano Delfino, Imperia ora avrà una scuola di jazz, La Stampa - p. 22, Sabato 14 Novembre 1987

lunedì 9 marzo 2026

La sacralità del Casinò di Sanremo


Ma la nostra resta una società autoritaria, e la scuola riflette quello che le sta intorno: il lessico discriminatorio (le eccellenze, le punizioni), il militarismo (e la sicurezza che ti può dare una divisa), l'ammirazione per il castigamatti che fa "rigare diritti", l'efficienza del controllo. 
A questo proposito posso raccontare un piccolo episodio accadutomi nel Casinò di Sanremo (che è poi una bisca: di lusso, ma è una bisca). Mi ero avvicinato, era il 5 ottobre 2016, ad un cordone che separava l'atrio dall'accesso al teatro. Sono stato prontamente aggredito da un solerte impiegato: "Lei ha superato il cordone!". 
In realtà io non avevo superato alcun confine ma il sorvegliante era sicuro di quanto diceva. "La hanno vista gli addetti alle telecamere, un uomo in camicia rossa [sic! quel giorno vestivo con una camicia di tal colore, particolare che probabilmente aggravava la mia posizione] ha scavalcato il limite. Perché lo ha fatto?". 
Non sono scattate le manette ma l'atmosfera era quella. Per difendere poi cosa? La sacralità - inventata per fare "immagine" - del Casinò (che è un po' come quella dell'Ariston, nella stessa città, quando verso febbraio montano una rassegna di musica leggera, ec.). 
Marco Innocenti, Elogio del Sgt. Tibbs, Edizioni del Rondolino, 2020, p. 35


 

venerdì 27 febbraio 2026

La cucina del luogo è dunque ricca e varia


Mangiare a Sanremo non è per nulla difficile dato il notevole numero di ristoranti, pizzerie, bar, trattorie e tavole calde che si trovano in città: se ne contano 156 su una superficie di poco più di 56 km quadrati. I migliori locali sono ubicati nella centrale Piazza Bresca e offrono piatti raffinati e specialità a base di pesce, se si opta invece per una cucina tipica si può scegliere una trattoria o una tavola calda nelle vie principali.
Quasi tutti gli esercizi offrono menù a prezzo fisso a pranzo e talvolta anche a cena, nel complesso però i costi risultano piuttosto elevati, non facendo riferimento solo ai locali rinomati ma anche alle comuni pizzerie, motivo che porta il turista a mangiare nei ristoranti non più di una o due volte durante il suo soggiorno.
La gastronomia di Sanremo e in generale del suo territorio circostante comprende piatti semplici e rustici dove le verdure, le erbe aromatiche e l’olio d’oliva rivestono un ruolo dominante. I piatti tipici della città sono: lo stoccafisso, la sardenaira e il coniglio alla sanremasca.
Oltre alle minestre, tra i primi piatti si annovera una grande varietà di paste fatte in casa, come ravioli, tagliatelle e pansotti; i secondi piatti propongono sia la cacciagione, tra cui coniglio e cinghiale, soprattutto nell’entroterra, mentre avvicinandoci alla costa abbiamo i prodotti ittici, pesci e crostacei sono presenti in numerose ricette e le specie che si trovano nel Mar Ligure sono molteplici e prelibate.
Tra l’altro il gambero rosso di Sanremo, prelibato crostaceo che si pesca solo in una piccola porzione di mare, ha da pochi anni ottenuto il marchio di Indicazione Geografica Protetta.
La cucina del luogo è dunque ricca e varia e non vi è una stretta predominanza di determinati cibi su altri, per quanto alcuni ingredienti e condimenti si usino molto spesso in diverse specialità. Le ricette caratteristiche della zona sono, partendo dalla costa, lo stoccafisso: con patate, olive taggiasche, aglio e prezzemolo; la sardenaira: una pizza con pomodoro, acciughe e capperi; il coniglio alla sanremasca: preparato in pentole di terracotta utilizzando aromi locali, come rosmarino, alloro, timo.
Nell’immediato entroterra abbiamo i canestrelli di Taggia, la salsiccia di Ceriana, per la quale viene fatta una sagra a tema nel periodo estivo, i fiori di zucca ripieni e la torta verde, con verdure di stagione e pasta sfoglia. I fagioli di Badalucco sono un prodotto rinomato e il piatto tipico del borgo è lo stoccafisso alla baucogna, cotto due volte con sugo di pomodoro, funghi, verdure, noci, nocciole, aromi, vino bianco e abbondante olio d’oliva.
Il pane è un altro importante alimento, ricordiamo quello di Carpasio, fatto con l’orzo e quello di Triora, che tra l’altro è uno dei 37 pani d’Italia. Anche i formaggi sono pressappoco prodotti in questi due paesi: diverse tome, ricotte e il bruzzo, un formaggio spalmabile e leggermente piccante, famoso fino a qualche anno fa per la caratteristica di essere gustato al momento della formazione dei vermi.
Altri prodotti caratteristici sono le lumache, i pomodori secchi, i funghi sott’olio e la pasta di olive. Il castagnaccio, una torta fatta con farina di castagne e pinoli, un tempo assai comune, è oggi raramente prodotta e si può gustare occasionalmente solo in alcune sagre.
Claudia Teccarelli, Turismi e turisti a Sanremo, Tesi di laurea, Università degli Studi di Genova, Anno Accademico 2009-2010

domenica 15 febbraio 2026

Il tramonto dell’industria dei profumi in provincia di Imperia


9.1 La diffusione delle industrie
Il primo impulso è dato dalla prima industria situata nella Provincia di Imperia nel 1919 fondata dal Professore Guido Rovesti, abbiamo scarse informazioni riguardo gli anni di attività, ma il 22 aprile 1925 con l’atto di “Denuncia” sono elencati i prodotti fabbricati: "Essenze, acque distillate, saponi da toeletta" <5, mentre il 22 settembre 1929 cambia denominazione da “Società Italo Francese per l’industria dei Profumi e dei Prodotti Chimici” a “Società Italo francese per l’industria dei Profumi” <6. Da qui prosegue l’installazione di altre fabbriche di essenze in tutto il territorio, ma sarà anche la prima a cessare l’attività nel 1934 <7. Non si hanno molte informazioni riguardo la storia delle industrie, molti documenti sono andati perduti, le poche notizie risiedono all’interno dei documenti della Camera di Commercio delle Riviere di Liguria.
Sempre nello stesso anno dell’inaugurazione dell’industria di Vallecrosia, Leopoldo Pira nel 1919, l’unico che riuscirà ad avere un grande successo nel settore della distillazione della lavanda, della sua essenza e della cura del corpo, realizzando un’industria a Imperia in via Diano Calderina n.38. La sua Fabbrica prende il nome di A. Niggi & C., e affida la realizzazione del marchio “Coldinava” al pittore Bianchi nel 1932 <9. Seguendo le modalità di Mario Calvino e di Guido Rovesti, invoglia i contadini alla coltivazione del fiore promettendo: l’aumento delle retribuzioni, con la Cattedra Ambulante di Agricoltura di Imperia istituisce premi per eventuali ottimi risultati, persino dopo la Seconda guerra mondiale non si arresta la produzione e ottengono grandi successi: il marchio è nelle riviste nel 1946 e vanta la vincita nel 1957 il primo Oscar dei Profumieri la P d’oro e nel 1960 la P d’argento <10. Nel 1953 avviene un passaggio di proprietà nelle mani del sig. Pira Benito, già socio dell’azienda, riportato nel documento datato 28 novembre 1958 e contiene anche il “rilascio di una nuova licenza di commercio n.1100 del 12/11/957”: "autorizzata a vendere all’ingrosso e al minuto: "Acque gassate già confezionate, erbe essicate (camomilla, origano, timo, the, tisana e decotti) confezionate in pacchetti e bustine […]" <11. Quindi nel 1958 viene autorizzata la vendita anche di prodotti commestibili, essendo che le vendite e i successi sono in forte sviluppo, l’azienda punta anche su nuove merci, tra cui la linea di prodotti per la cura dei bambini con il marchio “Lavanda Coldinava” <12. Pira vanta importanti risultati e si riesce ad insediare nella produzione di profumi e nella cura del corpo nel boom economico del secondo dopoguerra, andando oltre i successi del professore Rovesti. Infatti, il 2 aprile 1974 viene denunciato: "L’ aumento del capitale sociale da £ 3.000.000 a £30.000.000 […]" <13. Questo dimostra come l’andamento dell’azienda sia eccellente e pertanto i soci possono deliberare l’incremento del capitale.
Anche E.M.A. filiale con sede a Milano, istituita nel 1942 da un imprenditore di nome Giovanni Mastraccio Manes a Imperia, che nel 1969 acquisirà il nome di Uop Fragrances S.p.A., con le produzioni principali di profumi e saponi, riusciva ad inserirsi nel commercio europeo e non solo: Belgio, Finlandia, Francia, Germania Occidentale, Inghilterra, Olanda, Spagna, Svezia, Svizzera, America e Indocina <14. Qui si può vedere la realizzazione del progetto di Mario Calvino, che da sempre ha puntato ad inserirsi in questo grande commercio, e parallelamente quello di Guido Rovesti: grazie alla chimica e alle piante spontanee si è riusciti a creare prodotti per la cura della persona.
Sempre nel 1942 ad Imperia Tommaso d’Amico, con la costruzione della S.n.c. D’Amico Comm. Tommaso &C. Le, ha la medesima produzione della Uop Fragrances S.p.A., ma spicca un profumo di grande fama con il nome "Fleur de Chine", che raggiunge diversi paesi europei e l’America <15.
La Profumi Floreal-Varaldo di Varaldo Italo è situata a Imperia in via G.M. Serrati 41/B, con deposito in via Matteotti 96, con la registrazione presso la Camera di Commercio Industria e Agricoltura di Imperia, il 23 aprile 1951; nella voce “Oggetto d’esercizio” contiene informazione sulla tipologia di fabbrica: "Industria profumi carattere artigiano" <16. Il proprietario Italo Varaldo è imperiese come risulta dai documenti: "nato a Imperia il 15.5.1929" <17. Dopo qualche mese dall’apertura dello stabilimento si notifica il trasferimento della sede il 17 dicembre 1951: "Trasferimento Ufficio e Laboratorio in Piazza XX Settembre 2" <18: i motivi dello spostamento sono sconosciuti. Italo Varaldo il 15 maggio 1957 notifica alla Camera di Commercio le modifiche sullo “stato di fatto o di diritto della Ditta: "la ragione sociale della Ditta viene mutata da “Floreal di Italo-Varaldo” in “Profumi Floreal-Varaldo”" <19. Dalla visura dell’andamento delle vendite dell’azienda come da documentazione rimasta non ci sono segnalazioni di momenti di crisi.
Ulteriore industria che ha lasciato il segno nella Provincia è l’Esperis S.A.S, situata a San Lorenzo al Mare, in via Pietrabruna con data d’iscrizione il 18 giugno 1962, una sorte di filiale, con sede a Milano via A. Binda n.2920, che produce oli essenziali, diretto dal farmacista Adriano Fayaud, con la presenza di tre estrattori per la lavanda e lavandino <21, con l’obiettivo di produrre oli essenziali, resinaromi e solfatati <22. Infatti, nell’oggetto d’esercizio si legge "Industria distillazione ed estrazione di olii essenziali ed altre materie prime affini e relativo commercio fabbricazione di estratti fitoterapici" <23. Adriano Fayaud si dedica alla cura del corpo e alla bellezza e lo dimostra la traduzione dell’opera di Gattafossé “ Produits de beauté”, con il titolo “Cosmetica moderna” <24, e probabilmente riconosce il potenziale della lavanda, che è diffusa nella zona della provincia di Imperia, non tanto distante dalla fabbrica, la coltivazione del Colle di Nava.
9.2 Il tramonto dell’industria dei profumi
La prima industria ad avere segnato l’era industriale nell’imperiese, “la società Italo-Francese per l’industria dei Profumi”, è la prima a cessare l’attività nel 1934: dopo la sua chiusura, probabilmente causata anche dall’arrivo di un “nemico” le fitopatie <25, di cui si hanno le notizie a partire dagli anni trenta/quaranta <26, subendo una riduzione delle coltivazioni di lavanda, su cui si basava maggiormente la produzione di queste fabbriche. Una situazione simile a quella dell’olivicoltura tra la fine dell’Ottocento e inizio del Novecento, in cui si cerca anche in questo caso di trovare delle soluzioni, come la coltivazione dei lavandini, che sono meno colpiti dalle fitopatie, oppure acquistare in Francia la lavanda per continuare a produrre nelle industrie <27.
Acquistare in Provenza implicava degli alti costi, problema già presente prima della razionalizzazione delle coltivazioni, guidata da Rovesti. Dopo la chiusura della fabbrica di Vallecrosia, sorgono nuove industrie, che resistono e raggiungono ottimi risultati. Come riportano gli unici documenti rimasti nell’Archivio della Camera di Commercio delle Riviere di Liguria: l’Esperis il 31 dicembre 1970 <28, per quanto riguarda le sorti dell’industria Niggi, non si conosce la data di cessazione dell’attività, ma il marchio Coldinava è ancora conosciuto ed è ancora diffuso, anche se la sua produzione non avviene più nella provincia di Imperia. Si hanno notizie che la Niggi il 9 luglio 1979, si hanno segnali di “declino”, con la riduzione del capitale sociale e la trasformazione della Società da S.p.A. in S.r.L. <29. La più longeva è la Floreal-Varaldo che nel 1990 cessa la sua attività in provincia di Imperia <30.
Della S.n.c. D’Amico Comm. Tommaso &C. e U.o.p Fragrances S.p.A. sono andati perduti i fascicoli; pertanto, non si conosce la durata dell’attività. In Valle Argentina, Colle di Nava, Valle del San Lorenzo, si sostituiscono le coltivazioni di lavanda vera con il lavandino <31, ma nel frattempo si diffondono i profumi di sintesi, di cui già parlava Rovesti nel 1922. Nell’industria di Vallecrosia negli anni Venti si sperimentavano i profumi sintetici. La chimica permette di imitare le essenze ed il chimico spiega come avviene: "Colla unione di diversi costituenti si può dunque imitare questo o quel profumo composto" <32. Purtroppo, non accadde come aveva sostenuto Gattafossé sui profumi sintetici "venire in aiuto della Natura, non sostituirsi ad essa" <33, ma invece la rimpiazza. Ormai era una coltivazione offesa dalle fitopatie e la profumeria sintetica risultava meno costosa. La chimica ha dato tanto alla produzione industriale imperiese, ma nel frattempo le coltivazioni di lavanda svaniscono. Nell’economia imperiese continua a persistere la vendita dei fiori, ma prendono il posto delle industrie della profumeria industrie di tipo alimentare, che nascono negli anni Quaranta come lo stabilimento dell’olio dei fratelli Carli e del latte di Alberti <34.
[NOTE]
5 CCIA Riviere di Liguria, cat. I, n. 1525, Denuncia di costituzione di società anonima avente la sede nella Circoscrizione della Camera, 1925.
6 CCIA Riviere di Liguria, Denuncia di modificazioni, 1929.
7 N. Cerisola, Storia delle industrie imperiesi, s.l, 1973, p. 365.
8 CCIA, Riviere di Liguria, n.26355, Modificazione, 1979.
9 N. Cerisola, ivi, p.367.
10 N. Cerisola, ivi, pp.368-369.
1 CCIA Riviere di Liguria, n.6463, Denuncia di modificazioni nello stato di fatto e di diritto delle Ditte o Società, 1958.
12 Un kit composto da: olio, latte, talco, amido per bagno e bagno di spuma. (N. Cerisola, ivi, p.370.)
13 CCIA Riviere di Liguria, n. 15855, Denuncia di modificazioni nello stato di fatto e di diritto delle Ditte e Società, 1974.
14 N. Cerisola, ivi, pp. 370-372.
15 N. Cerisola, ivi, p. 376.
16 CCIA Riviere di Liguria, n. 24876, Ufficio anagrafe, 1951.
17 Ibidem.
18 CCIA Riviere di Liguria, n. 3821, Denuncia di modificazioni nello stato di fatto o di diritto delle Ditte o società, 1951.
19 CCIA Riviere di Liguria n. 5818, Denuncia di modificazioni nello stato di fatto o di diritto delle Ditte o Società, 1957.
20 CCIA Riviere di Liguria, n. 40656, Ufficio anagrafe, s.d.
21 Il lavandino è un ibrido prodotto dall’incrocio tra la Lavandula angustifolia e Lavandula latifolia. (G. Laiolo, op.cit., p.33).
22 N. Cerisola, ivi, pp. 374-375.
23 CCIA Riviere di Liguria, ibidem.
24 N. Cerisola, ivi, p.376.
25 La fitopatia è una malattia della pianta.
26 G. Laiolo, Montagne Blu, spazi vissuti nelle alpi del mare, Lavanda Profumo & medicina, Imperia, 2013, p.113.
27 Ibidem.
28 CCIA, Riviere di Liguria, n. 40656, Ufficio anagrafe, s.d.
29 CCIA, Riviere di Liguria, n.26355, Modificazione, 1979.
30 CCIA, Riviere di Liguria, n. 24876, Cancellazione (ditta individuale e società),1990.
31 G. Laiolo, ibidem.
32 G. Rovesti, op.cit., p.130.
33 G. Rovesti, op.cit., p. 133.
34 N. Cerisola, op.cit., pp. 59-60.

Eleonora Puppo, La nascita della floricoltura e dell’industria dei profumi in Provincia di Imperia nel XX secolo: la lavanda un fiore dimenticato, Tesi di laurea, Università degli Studi di Genova, Anno accademico 2023-2024

martedì 3 febbraio 2026

I giovani cercavano di abbracciare le ragazze

Ventimiglia (IM): Ponte San Luigi

Il 1952, l'anno in cui, nel pieno dell'agosto era nata la mia prima figlia, si concluse in bellezza con una grande manifestazione alla frontiera di Ponte San Luigi, la domenica 28 di dicembre. 
L'incontro dei Federalisti a Ponte San Luigi
In quella giornata memorabile una diecina di pullmann di Milano, Genova, La Spezia, Savona, Imperia, San Remo, Bordighera e Ventimiglia, dopo essersi concentrati sulla piazza della Stazione, assieme con una ventina di automobili, ampiamente pavesati con le bandiere federaliste dalla E verde, si incamminavano in colonna verso il Ponte San Luigi. 
Qui giunti i federalisti (studenti, lavoratori, uomini e donne, giovani e vecchi, reduci e partigiani) scendevano dalle macchine alzando verso il cielo una marea di bandiere e di grandi cartelli inneggianti alla Federazione Europea. 
Intanto, in lontananza, oltre la linea del confine, cominciavano a sporgersi, ondeggianti nell'aria, altre grandi E verdi: quelle delle bandiere sventolate dai federalisti provenienti dalla Francia. 
A quella vista i circa quattrocento federalisti italiani alla cui testa, assieme con gli organizzatori ventimigliesi, si erano posti la medaglia d'oro della Resistenza Salvatore Bono, e l'eroe partigiano Luciano Bolis, cominciarono a premere verso la sbarra del confine, davanti al ponte, trattenuti a stento dai Carabinieri e dagli agenti della Polizia. 
l primi, che si trovavano proprio faccia a faccia con le forze dell'ordine, indugiavano, mentre i francesi, a loro volta, si avvicinavano alla loro sbarra, dall'altra parte del ponte. 
Così fu proprio dalla bocca del sottoscritto, brandente la lunga asta di un cartello, che uscì il grido che tutti aspettavano: "Avanti!". 
La massa umana si mosse e il poliziotto che già aveva afferrato il mio cartello, cedette. E così gli altri. 
Ma più che le parole vale la documentazione fotografica di quel momento esaltante. 
Italiani e francesi, questi ultimi comprendenti anche rappresentanze di federalisti belgi, olandesi e tedeschi, si incontrarono così tra le due sbarre di confine. Tutti si abbracciavano. Mi accorsi immediatamente che i giovani cercavano di abbracciare le ragazze, ma a me capitò un vecchio pensionato, che portava in capo un grosso basco nero. 
Piovigginava e a tratti l'acqua scendeva più fitta. Su una macchina scoperta l'on. Taviani, sottosegretario del Governo Italiano, il deputato della Senna on. Jacquet, e Paul Henri Spaak, uno dei grandi Padri dell'Europa, parlarono ai presenti. 
Poi ci fu il rito dell'abbruciamento di un simbolico palo di frontiera, sostituito da altro con la scritta "Europa", quindi tutti i pullmann, in rapida cavalcata, si diressero verso Nizza ove, nel primo pomeriggio, si svolse un meeting al Centro Universitario Mediterraneo, alla presenza di una folla enorme.
Tutta la stampa italiana e francese parlò ampiamente dell'avvenimento, tanto che anche i giornali americani riportarono la notizia. Una conferma di ciò si ebbe alcuni mesi dopo, quando alla Sezione del Movimento Federalista Europeo di Ventimiglia giunse da Tampa (Florida) una lettera scritta in spagnolo del sig. Alfredo Diaz il quale, appresa dai giornali locali la notizia della manifestazione, inviava la sua adesione, chiedendo di essere iscritto nel numero dei soci della Sezione di Ventimiglia. 
A sua volta l'ing. Mauperon, figlio di William Mauperon, il principale organizzatore nizzardo della manifestazione, che lavorava a Beirut, assistendo ad uno spettacolo cinematografico, aveva avuto la sorpresa di assistere tra le "attualità", anche ad un filmato sull'incontro a Ponte San Luigi (che sarebbe interessante i servizi RAI cercassero di ricuperare nelle cineteche francesi). 
Ma il richiamo ai giornali non sarebbe completo se non venisse citato anche l'articolo, apparso sull'Unità del 13 gennaio 1953, a firma di B.V., corrispondente da Ventimiglia, e quello dell'omologo "Patriote de Nice et du Sud Est" del 30 dicembre 1952, entrambi "impregnati" di quegli errori di valutazione e di quei preconcetti che impedirono, per tanti anni, l'affermarsi di una grande volontà di massa nei confronti della lotta per l'unificazione europea.
Enrico Berio, ALPAZUR. Nizza, Cuneo, Imperia "Distretto Europeo". La cooperazione transfrontaliera nell'interregione delle Alpi Meridionali, IsrecIm, 1992, pp. 47,48 

venerdì 30 gennaio 2026

L'ambiente non ha ritrovato gli antichi equilibri

Uno scorcio di Bassa Val Nervia

Riva Ligure e Taggia si dividono (e in parte si contendono, in una lite più che secolare, non ancora conclusa) il territorio della piana alluvionale formata dal torrente Argentina, il corso d’acqua che dalle pendici meridionali del monte Saccarello scende al mare presso Arma. Lungo circa 39 km e con una pendenza media del 5,6% (ma molto maggiore nei primi dieci km del corso, fino alla gola di Loreto), il torrente - che ha un bacino imbrifero di 211 km2 e raccoglie le acque di affluenti di una certa importanza come il Capriolo e l’Oxentina - passa ai piedi di Triora, lambisce l’abitato di Molini e, nella media valle, lasciato in alto Montalto, attraversa Badalucco con un’ansa che separa il paese (a destra) dalle sue campagne (a sinistra), quindi - con andamento meandriforme - aggira da tre lati la zona di Campomarzio per poi assumere un aspetto calmo e ampio (quasi da vero fiume) poco prima di raggiungere Taggia, formando dalla città alla foce una piana di circa 350 ettari e terminando da ultimo con un piccolo ma evidente delta, coltivato nella parte ad est e ad ovest occupato da una parte dell’abitato di Arma.
La costa, oltre la fiumara di Taggia, dirige verso sud-ovest seguendo l’andamento di un promontorio dalla sommità quasi spianata, il capo Verde o punta dell’Arma, che delimita ad oriente l’ampia falcatura che al centro ospita l’abitato moderno di Sanremo, le cui ultime propaggini urbane si allungano fino al promontorio di capo Nero, limite occidentale del golfo sanremese. Segue la piccola rada di Ospedaletti, che termina alla modesta sporgenza dove è la chiesetta della Madonna della Ruota, oltre la quale la costa raggiunge - nei pressi del capo Sant’Ampelio - il punto più meridionale della Liguria (43° 46’ 35”, 51 di latitudine Nord, secondo la carta tecnica regionale a scala 1:25.000) e prosegue poi verso ponente (esattamente con esposizione verso ovest-sud-ovest), toccando Bordighera, i Piani di Vallecrosia, Camporosso Mare e Ventimiglia, fino all’abitato di Latte, oltre il quale il successivo tratto di litorale, pochi km fino al confine con la Francia, assume un diverso andamento, costituendo la terminazione nel Mar Ligure del potente costolone calcareo che inizia dal monte Grammondo m 1.378. Salvo in quest’ultimo tratto e nell’area di capo Nero presso Sanremo, dove la costa si presenta alta e dirupata in più punti, in generale l’aspetto del litorale, là dove non vi siano state trasformazioni di ordine antropico (come i riempimenti recenti nel territorio di Sanremo e Ospedaletti), è roccioso ma piuttosto basso e la fascia costiera risulta spesso sfruttata fino a pochi metri dalla battigia per strade, orti, colture floreali ecc.
Dal punto di vista idrografico, mentre subito ad est del capo Verde sfocia in mare un torrente di una certa importanza come l’Arméa (che ha la sorgente al passo di Ghimbegna e lambisce l’abitato di Ceriana), nel tratto di costa successivo, per una lunghezza di una ventina di km, scendono al mare solo dei modesti corsi d’acqua (modesti, ma capaci a volte di piene rovinose, come verificatosi nell’ultimo ventennio proprio a Sanremo, anche a causa peraltro della ristrettezza dell’alveo, in parte ricoperto artificialmente e passante sotto la sede stradale) che scendono dalle pendici del m. Bignone, la montagna che sovrasta Sanremo (rii San Martino, del Ponte, San Francesco, San Romolo, Foce, San Bernardo, valloni di Rodi e del Sasso, torrente Borghetto, rio di Vallecrosia o Verbone), finché si incontra il Nervia, l’ultimo corso d’acqua interamente italiano prima di raggiungere il Roia.
Il Nervia è un po’ più corto dell’Arméa (27 km invece di 29), ma ha un bacino imbrifero oltre quattro volte più esteso, di poco inferiore a quello del ben più importante torrente Argentina. Nasce a sud-est del Carmo Ciaberta m 1.762 (uno dei rami sorgentizi è sbarrato da una diga, a monte della quale si è formato il lago di Tenarda, che serve l’acquedotto di Sanremo), raccoglie le acque di parecchi torrenti (il Gordale, il Bonda, il Merdanzo o Mandancio, il Barbàira) e sfocia subito ad est del sito archeologico di Albintimilium con ampio letto ciottoloso. Nel suo corso passa per Pigna, Isolabona, Dolceacqua, dove è attraversato da un bel ponte medievale, e Camporosso. Nonostante non abbia origine dalla
catena spartiacque ligure-padana come l’Argentina e il Roia, il Nervia presenta notevole pendenza e solo nell’ultimo tratto di circa 9 km, dalla confluenza del Barbàira al mare, ha un andamento planimetrico più regolare.
Poco più a ovest, sovrastato da ponente dal rilievo su cui è sorta la Ventimiglia medievale, è lo sfocio del Roia, col Magra l’unico vero fiume della Liguria geografica. Questa precisazione è opportuna perché il corso d’acqua, che ha le scaturigini poco sotto il colle di Tenda (e, per l’affluente Refrei, alle pendici sud della testa Ciaudòn), percorre un lungo tratto in territorio francese e diventa ufficialmente ligure solo nell’ultima parte, all’incirca dall’abitato di Fanghetto. <88 Il Roia passa per Tenda (mentre la vicina Briga è in una valletta laterale, quella del Levenza) e per la sua frazione San Dalmazzo (ove confluisce il Beònia che, raccolte le acque della zona delle Meraviglie, percorre l’aspro vallone della Miniera), lambisce l’abitato di Fontan e passa ai piedi del rilievo su cui è adagiato il pittoresco centro di Saorgio (a monte del quale confluisce da destra nel Roia il vallone di Cairos, mentre poco a valle, questa volta da sinistra, vi termina il Béndola che scende dalla regione di Marta), passa per Breglio (dove una piccola diga ne allarga il corso a formare un laghetto), tocca poi il piccolo abitato di San Michele (ormai in territorio italiano) e solo a pochi km dalla foce nei pressi di Bévera accoglie le acque del torrente omonimo, un affluente un po’ anomalo dato che in tempi lontani era un fiume sboccante direttamente in mare (nella zona di Latte, dove l’attuale torrentello segue il suo antico corso), e fu poi “catturato” dal Roia. <89
Per quanto riguarda gli insediamenti non costieri, occorre dire che - diversamente da quanto avviene nell’entroterra di Imperia e nelle colline subito ad est e ad ovest - nell’area collinare a ponente di Arma di Taggia non si riscontra una trama insediativa altrettanto ricca e diffusa. Nelle valli, spesso, esistono grossi centri ammucchiati, talora sul fondo, presso il corso d’acqua che vi scorre, ma anche sulle pendici dei versanti. Ma appena le condizioni topografiche lo permettono, si osserva la presenza di piccoli villaggi abbastanza vicini tra loro. Già nella stessa valle Argentina, a Badalucco, Montalto e Carpasio (che constano sostanzialmente di un unico centro) si contrappongono nell’alta valle Molini e Triora, comuni ricchi di numerose borgatelle, oggi per lo più abbandonate o quasi, ma la cui presenza denota uno storico insediamento per nuclei e piccoli centri, ciascuno con la propria chiesa e i servizi comuni (tra cui il forno). La valle dell’Arméa presenta solo il notevole insediamento di Ceriana, nella val Nervia ritroviamo pure grossi centri rurali separati da chilometri di campagne coltivate ma disabitate (escludendo, ovviamente, gli insediamenti più recenti, risalenti agli ultimi 50-60 anni, sorti con motivazioni diverse da quelle degli insediamenti storici). Più numerosi i piccoli centri sulle colline alle spalle di Sanremo, dal Poggio a San Pietro, San Giacomo, San Bartolomeo e Coldirodi (mentre Borello e San Romolo sorgono più in alto) e nelle due vallette del Sasso, del Borghetto e del Verbone (Sasso di Bordighera e, più in alto, Seborga; Borghetto San Nicolò e Vallebona; Vallecrosia Alta, San Biagio della Cima e Soldano).
Si è già accennato che a partire da Santo Stefano e Riva l’agricoltura tradizionale era stata sostituita dagli anni 50 del Novecento da una fiorente floricoltura, che aveva non poco modificato il paesaggio agrario. Se oggi essa è in forte declino, non per questo l’ambiente ha ritrovato gli antichi equilibri, prevalendo i terreni abbandonati e nuovi insediamenti residenziali, tra i quali sono comunque sempre presenti, anche se in misura più modesta rispetto agli scorsi decenni, le serre delle coltivazioni floreali. Queste sono tuttora numerosissime e fitte nella zona intorno a Coldirodi, mentre altrove si presentano in numero minore e di solito meno estese. Si tratta comunque di colture che risalgono ben poco le vallate, dove rimane ancora l’aspetto generale impresso al paesaggio dall’olivicoltura sviluppatasi nei secoli scorsi, a cui si affianca qualche vigneto e, nei versanti peggio esposti, il bosco (e solo più in alto la prateria di montagna), mentre di rado si osservano fino a 15, massimo 20, km dal mare colture recenti di piante per fronde verdi ornamentali, che possono essere in pien’aria (o poco protette) essendo meno termòfile dei fiori propriamente detti. Così è la valle Argentina, dove gli oliveti sono tuttora rigogliosi intorno a Badalucco, mentre a monte di Montalto è piuttosto il bosco misto a colonizzare i ripidi versanti della valle, che presenta nei pendii
più dolci la caratteristica sistemazione a terrazze, un tempo coltivate prevalentemente a cereali ed oggi in genere abbandonate. Più boscosa (con la presenza anche di qualche residuo delle antiche leccete, che danno un aspetto severo all’ambiente) la valle dell’Arméa, che nei tratti più soleggiati e meno acclivi ospita pure qualche vigneto, mentre gli olivi mantengono una certa importanza nell’agro di Ceriana. Nella collina di Sanremo si trova un po’ tutto quanto già elencato, con piccole aziende agrarie dedite alla floricoltura disseminate tra terreni gerbidi, piccoli lembi di macchia e qualche boschetto, con un insediamento residenziale disperso che nel XX° secolo si è ampiamente sviluppato prevalentemente in funzione dell’attività agricola. L’ambiente, più trasformato che altrove dall’azione dell’uomo, risente evidentemente della vicinanza del maggior centro urbano di tutto il Ponente. Nella valle del Verbone (o torrente di Vallecrosia), a un versante prevalentemente a piante da frutto e piccoli coltivi (in sinistra orografica) se ne contrappone un altro dove è importante la vigna, rappresentata da estese coltivazioni di Rossese di Dolceacqua, un vitigno a denominazione d’origine controllata tra i più importanti del mondo enologico ligure, che prende il nome dal vicino borgo della val Nervia ma che è forse più sviluppato qui, tra San Biagio e Soldano, dove si osservano vigneti bellissimi. Anche la val Nervia ospita molti vigneti (come è giusto, visto che è qui la “capitale” del più celebre vino rosso di Liguria), colture di piante per fronde ornamentali, qualche oliveto e piccoli coltivi, mentre l’ambiente si fa più selvaggio a monte di Pigna (ma nella piccola conca di Buggio - ai piedi della più bella montagna del Ponente, il Toraggio - vi sono ancora colture), soprattutto risalendo verso la colla di Langan, dove alla macchia arborescente (qui assai sviluppata) segue poi la prateria, fino ai 1.127 m del valico, che separa la valle da quella dell’Argentina. Da ultimo, la val Roia, non dissimile nel tratto inferiore alla val Nervia, presenta boschi già in diverse parti del tronco inferiore (soprattutto dove l’acclività dei versanti non consente coltivazioni), ma gli olivi risalgono fino alla conca di Breglio (ove si presentano rigogliosi) e ancora si trovano sotto l’abitato di Saorgio, mentre più a monte le poche coltivazioni familiari e qualche frutteto rompono, in vicinanza dei centri abitati, la continuità del manto forestale, che è particolarmente ricco a quote superiori agli 800 m, sia nel solco principale sia nelle vallette laterali (Beònia, alta Levenza).
Può essere interessante soffermarsi ora su alcuni centri abitati, mentre una succinta descrizione di Sanremo e di Ventimiglia è inserita nel capitolo sui centri urbani maggiori del Ponente. Si parlerà dunque di un comune importante come Taggia, che per popolazione è il quarto della provincia d’Imperia, di Ospedaletti e di Bordighera, mentre la descrizione di Camporosso e Vallecrosia si trova nei capitoli relativi alla valle Arméa e alla val Verbone. Qui preme, peraltro, precisare che i centri da Bordighera a Ventimiglia, anche se descritti separatamente, in realtà costituiscono ormai da tempo una conurbazione che da più nuclei originari ha formato un unico abitato nastriforme, con tessuto più rado solo in presenza di particolari ostacoli (terreni agricoli di valore a Camporosso, foce del Nervia, impianti ferroviari di Ventimiglia ecc.). <90
[NOTE]
88 D’altronde, prima che l’esito della seconda guerra mondiale desse alla Francia la sovranità sull’alta valle con Briga e Tenda, la zona sorgentizia e il tratto fino a San Dalmazzo di Tenda non erano liguri (amministrativamente), dato che la zona apparteneva alla provincia di Cuneo.
89 Il fenomeno della “cattura” fluviale non è affatto raro negli ambienti montani, e deriva dal fatto che un corso d’acqua, più vigoroso (per maggiore inclinazione del pendio e/o per presenza di terreni meno coerenti) di altri circostanti, tende ad allargare sempre di più il suo bacino imbrifero, approfondendolo e abbassando la zona di spartiacque, cosicché è possibile che raggiunga il letto di un ruscello vicino, che viene deviato dalla sua direzione originaria verso l’altro corso d’acqua, di cui diventa perciò affluente. Oltre che nei pressi della sorgente (il caso forse più frequente per l’esistenza di forti pendenze, che facilitano l’erosione risalente) è possibile anche una cattura laterale, fenomeno che può avvenire per sovralluvionamento del fondo di antiche valli, che obbliga il corso d’acqua odierno a riversarsi per una depressa sella valliva. Mentre molte catture sono state direttamente osservate dagli studiosi negli scorsi decenni (come quella, nel Sud Tirolo, del Rio di Sesto, già ramo sorgentizio del Rienza, ora affluente del fiume Drava, che scorre in direzione opposta, fenomeno avvenuto all’inizio del Novecento), nel caso della cattura del Bévera, il fenomeno risale ad epoche assai lontane.
90 Un discorso relativo a tutta la regione si trova in: G. Galliano, In tema di urbanizzazione costiera: le conurbazioni liguri, in “Miscellanea 2”, «Pubblicazioni Istituto Scienze geografiche Università di Genova», XLII, 1988, pp. 129-177.
Giuseppe Garibaldi, Tra Centa e Roia. Uno sguardo geografico. Ambiente, popolazione, economia dei comuni rivieraschi e interni dell’estremo Ponente ligure, Associazione Italiana Insegnanti di Geografia - Sezione Liguria - Sezione provinciale Imperia-Sanremo, Imperia, IIª edizione, 2014, pp. 68-72

lunedì 19 gennaio 2026

Nico era affascinato da quell’esperienza

Ventimiglia (IM): un tratto di mare di fronte a Mortola, dove abitava all'epoca di questo racconto Nico Orengo

Non ricordo esattamente che anno fosse: comunque, eravamo più o meno all’inizio degli anni '60. 
Apparentemente a quei tempi sia io che Nico [Orengo] non stavamo andando troppo bene a scuola: troppe distrazioni o forse era colpa dell’età. Naturalmente i nostri genitori non erano affatto entusiasti.
Al termine dell’anno scolastico, mio padre mantenne la promessa di darmi un assaggio di realtà facendomi provare cosa fosse il lavoro manuale, nella speranza di cambiare il mio atteggiamento: tutto sommato non fu un gran successo, ma quella è un’altra storia.
I genitori di Nico presero un simile approccio, ma un po’ più creativo: lo mandarono a fare il pescatore. Quando lo venni a sapere, mi sganasciai dalle risate; ma era una cosa seria.
Divenne il mozzo dell’equipaggio capitanato da 'Ernestu u Matu', con 'Aldu u Rébissu' ed un paio di altri pescatori dei quali non ricordo il nome. Pescavano salpando da Begliamìn [n.d.r.: nella zona di Latte, frazione del comune di Ventimiglia] con un barcone lungo e pesante, verde scuro, senza motore e con propulsione prettamente manuale: a remi.
Se il tempo o il mare lo permettevano, spesso dormivano in barca, sdraiati sui paglioli nella pancia del gozzo con un pezzo di vecchia coperta arrotolata come cuscino, per essere pronti a salpare le reti o i palamiti al momento giusto. Oppure sulla spiaggia, sotto le stelle, con un sacco pieno d’alghe secche come materasso o, se pioveva, nella rimessa dei Sella usata per gli attrezzi da pesca e per tenere la barca quando non in uso per lungo tempo. 
Nico era affascinato da quell’esperienza, era stimolato da quell’atmosfera che era come ossigeno per i suoi polmoni. Era a contatto con la realtà che plasmava l’uomo comune; ne sopportava i disagi, ne condivideva le fatiche, ne ammirava la perseveranza; si nutriva dei colori, degli odori, dei suoni, delle sensazioni che lo circondavano, li assorbiva come una spugna. Quando ci incontravamo mi raccontava eccitato di come aveva imparato a bere il vino alla “catalana” dall’otre di pelle di capra che ‘u Matu’ portava sempre a tracolla o come erano buone le mormore cucinate alla brace, sulla spiaggia, da ‘u Rébissu’. 
Oppure mi faceva vedere i calli e le ultime vesciche che quei remi pesanti gli avevano procurato; ma mai un lamento. Anzi, voleva imparare a rammendare le reti con l’agocello, quell’ago a doppia forcina e mi diceva che i pescatori avevano quattro mani da come usavano le dita dei piedi per stirare le reti da rammendare. 
E si vantava di aver imparato a rollarsi le sigarette con cartine a ‘taglio fino’ anche quando c’era vento: il problema era accenderle senza bruciacchiarsi la punta del naso.
Il Nico che ho conosciuto in quei lontani anni giovanili si era innamorato del mare, dell’aria, della terra e del carattere umano della Liguria di ponente. 
Aveva il legittimo titolo di Marchese, mai ostentato, ed era a suo agio sia ad una festa elegante, che nella cucina di 'Dante u scarpà' mangiando caldarroste e bevendo vino. 
La sua personalità rivelava un animo puro ma, allo stesso tempo, complesso: doveroso osservatore della natura, rispettoso partecipe della vita quotidiana popolare e mai altezzoso nonostante le sue radici aristocratiche.    
Roberto Rovelli, Il pescatore, messaggio del 16 gennaio 2026

martedì 13 gennaio 2026

In quel lembo di terra tra i cigni e il mare, smisi di tacere

Vallecrosia (IM): un tratto del lungomare

Capitolo 1: La Reggia di Mattoni e Silenzio
Milano, fine anni ’90. La zona Isola era un cantiere a cielo aperto, proprio come la mia vita. Ricordo ancora l’odore acre della polvere di gesso e il rumore dei martelli pneumatici che rimbombavano nel salone: stavamo abbattendo pareti per creare uno spazio che, sulla carta, doveva essere la nostra felicità. Gestivo quel cantiere con la precisione di un generale, tra tubature da spostare e pavimenti da livellare. Quando l'ultimo operaio se ne andò, la "reggia" era pronta: cinquantacinque metri quadrati di salone, tre camere da letto, doppi bagni. Una dimora imponente che sembrava dire al mondo: "Ce l'abbiamo fatta".
Ma il trasloco fu un rito pesante. Scatoloni carichi di una vita intera venivano trascinati in quella casa che, paradossalmente, si riempiva di mobili ma si svuotava di calore. Mia moglie, pilastro d'acciaio nella Segreteria Fidi, era ormai schiacciata tra il dovere professionale e un dolore privato che non dava tregua. La perdita di sua madre l’aveva lasciata sola al timone di una famiglia d’origine allo sbando, e quella depressione divenne un muro invisibile tra noi. Vivevamo in un castello, sì, ma ognuno nella sua torre. Io "sodomizzavo" internamente il mio senso di inutilità professionale in una multinazionale che mi ignorava, mentre intorno a noi Milano era una cappa di smog e doveri che non lasciava scampo.
Capitolo 2: L’Eco di Alassio e la Scintilla
Il nostro unico polmone erano state, per anni, le estati ad Alassio. Ricordo i bambini che crescevano tra i granelli di sabbia fine e l’acqua limpida, il rito del gelato sul muretto, le risate che per un istante coprivano le ombre di casa. Alassio era la promessa di un’altra vita possibile. Fu proprio lì, tra un’estate e l’altra, che la crisi esplose dentro di me. Non potevo più essere solo il gestore di un cantiere o un analista insoddisfatto.
"Vado io. Comincio a costruire un futuro in Liguria", dissi. Fu un salto nel vuoto, un atto di separazione che aveva il sapore della sopravvivenza. Lasciai la reggia di Milano, i suoi spazi vasti e le sue tensioni soffocanti, per un piccolo appartamento a Vallecrosia.
Capitolo 3: La Rinascita tra i Cigni di Vallecrosia
Il cambio di clima non fu solo meteorologico, fu dell'anima. Appena varcai il confine della Liguria di Ponente, la cappa grigia di Milano svanì nello specchietto retrovisore. Al suo posto, un’aria mite e salmastra che sembrava sciogliere il nodo che avevo nel petto. Vallecrosia mi accolse con una luce diversa, più dolce.
Mi ritrovai a camminare lungo la foce del ruscello [n.d.r.: il torrente Nervia, il quale, in verità, verso la qui citata foce separa il comune di Camporosso da quello di Ventimiglia] che segna il confine tra Vallecrosia e Camporosso. Lì, dove l'acqua dolce incontra quella del mare, rimasi incantato a guardare i cigni. Scivolavano eleganti sulla superficie, incuranti dei confini e del caos del mondo. C'era una pace antica in quel ruscello, un ritmo lento che non conoscevo più. Vivevo in una casa piccola, certo, ma fuori avevo l'infinito.
I primi tempi furono duri. Tentai la via della rappresentanza, ma ero un pesce fuor d'acqua. Poi, l'intuizione. Guardando quella terra così riservata eppure così bisognosa di esprimersi, rispolverai il mio passato d’attore teatrale. Presi quel computer che era stato il mio "premio di consolazione" dalla multinazionale e iniziai a tracciare le linee di qualcosa di nuovo. Non avrei più analizzato flussi aziendali, avrei analizzato l'anima umana attraverso la voce. Nacque così l’Accademia della Comunicazione Verbale. In quel lembo di terra tra i cigni e il mare, smisi di tacere. Incominciai a insegnare agli altri che ogni parola ha un peso, e che per parlare bene, bisogna prima imparare a respirare l'aria buona.
Davide Oscar Andreoni, Il Peso delle Parole, il Respiro del Mare, Onì d'André, 12 gennaio 2026