Come abbiamo avuto modo di osservare in precedenza, la denuncia a danno dei cittadini italiani rappresentò uno dei punti di forza dell’azione di tutela del regime fascista. In questo caso, l’identificazione dell’italiano come vittima delle ‘sistematiche vessazioni’ perpetrate da uno stato nemico come la Francia, poneva lo Stato fascista in una posizione di superiorità morale che potesse legittimare la penetrazione degli organi civili e militari nel territorio. Le testimonianze di alcuni internati riportarono bruschi risvegli notturni, violenze e intimidazioni. I francesi avrebbero costretto gli italiani in procinto di partire a firmare un documento con il quale veniva revocata in maniera permanente la carta d’identità. Così, per gli emigrati questo non significava un semplice rimpatrio, ma una vera e propria espulsione. Non sorprende come panico e sconforto fossero due dei sentimenti dominanti, specie per coloro che avevano familiari e affari in Francia: «Dopo essere stati pionieri d’italianità, di lavoro italiano all’estero, dopo aver visto l’Italia vittoriosa - rifletteva un rimpatriato - sarebbero stati trattati da vinti» <27. Il governo francese, dal canto suo, rispose alle denunce con la creazione di una Commissione interministeriale d’inchiesta con il fine ultimo di dimostrare l’inesattezza delle asserzioni italiane e la generosità francese nel trattamento riservato agli italiani. I rapporti stilati dalla Commissione ammettevano gli errori fatti sul fronte amministrativo e gestionale, ma ritennero che gli atteggiamenti mostrati dalle autorità italiane in visita ai campi fossero troppo «ardenti» <28.
In questo clima, nelle prime settimane di luglio [1940] vennero avviate le operazioni di rimpatrio degli italiani internati, privilegiando i funzionari e gli iscritti al fascio, anche se si contarono molti emigrati comuni che fecero richiesta secondo le procedure canoniche del periodo prebellico <29. Da quanto desunto dalla raccolta dei telegrammi ricevuti dall’Interno, nell’arco di dodici giorni rimpatriarono circa 4.200 ex-internati:
In questo clima, nelle prime settimane di luglio [1940] vennero avviate le operazioni di rimpatrio degli italiani internati, privilegiando i funzionari e gli iscritti al fascio, anche se si contarono molti emigrati comuni che fecero richiesta secondo le procedure canoniche del periodo prebellico <29. Da quanto desunto dalla raccolta dei telegrammi ricevuti dall’Interno, nell’arco di dodici giorni rimpatriarono circa 4.200 ex-internati:
L’11 luglio, il Ministro dell’Interno Buffarini avvisò i prefetti di Torino e Imperia dell’arrivo di circa 500 persone dalla Francia, da concentrare in una località adatta per lo smistamento e l’avviamento ai comuni di appartenenza. Buffarini chiese che per ciascuno di essi fosse esaminata da parte della Pubblica sicurezza relativa posizione e condotta morale <30. Il gruppo era costituito in prevalenza da segretari del fascio e da altri esponenti di spicco del mondo associazionistico, motivo per cui sarebbe stato opportuno che essi fossero stati «accolti, ascoltati ed aiutati con la comprensione e la benevolenza dovuta a chi ha strenuamente difeso l’italianità e la fede fascista delle nostre comunità all’estero». A detta della CORI [Commissione permanente per il rimpatrio], infatti, questi avrebbero «perduto il frutto del loro lavoro di anni e di decenni od hanno visto svanire brillanti posizioni, che avrebbero potuto conservare ripudiando la loro nazionalità». Secondo una logica puramente discrezionale e nonostante le difficoltà del mercato del lavoro, la Commissione auspicò per loro il ricollocamento lavorativo nel minor tempo possibile, da affidare ai Segretari federali e ai presidenti delle Commissioni provinciali. «I particolari meriti fascisti […] troveranno cameratesca comprensione e pronto accoglimento nelle Amministrazioni e nelle Aziende […]». La procedura di selezione ai confini avrebbe dovuto essere rigorosa, per evitare che «qualche elemento meno buono» potesse «vantare meriti inesistenti e fruire della assistenza morale e materiale dovuto solo a coloro che furono rinchiusi nei campi di concentramento nemici per i loro sentimenti patriottici» <31. Come da disposizioni governative, per loro era previsto inoltre il sussidio giornaliero <32.
Qualche giorno più tardi venne avviato a Imperia un secondo gruppo di 2.500 internati ai quali furono predisposte visite mediche, vettovagliamento e alloggio temporaneo. La Direzione della Sanità pubblica si assicurò che nelle stazioni di smistamento fosse attuato un minuzioso controllo sanitario al fine di scovare e limitare la diffusione di malattie infettive. In accordo con il CMCI [Commissariato per le migrazioni interne e la colonizzazione], la procedura prevedeva l’accertamento, l’eventuale isolamento e una serie di ‘bonifiche e disinfestazioni’ dei casi, ma poiché era impossibile effettuare il controllo specifico su un numero così cospicuo, buona parte delle operazioni venne affidata ai medici locali delle province di destinazione, con l’ordine di somministrazione dell’antivaiolo a coloro non in grado di comprovare la vaccinazione e dell’antidifterite ai bambini al di sotto dei 10 anni <33.
Con i più ottimistici degli auspici, il Ministero degli Esteri prevedeva l’arrivo complessivo a giorni alterni di circa 20.000 italiani, di fatto la quasi totalità degli internati. La notte del 19 luglio ne giunsero a Modane 50034, mentre altri 700 arrivarono a Sanremo in condizioni fisiche precarie, molti dei quali affetti da pediculosi e affaticamenti vari <35. Dopo la sosta nelle due città vennero smistati nelle province di appartenenza e, se di passaggio, trattenuti nella capitale. Per l’occasione, il rimpatriato Giovanni Battista Bullio si recò prima alla tomba del milite ignoto a Roma per deporre una corona e successivamente, a nome di altri 100 rimpatrianti romani, all’ara dei caduti fascisti in Piazza del Campidoglio al palazzo Littorio <36. Come nel periodo prebellico, anche in questo caso si tentò di dissuadere i rimpatrianti nel designare la capitale come provincia prescelta <37. Coloro provvisti già di residenza, furono avviati nelle rispettive province senza ulteriori particolari assistenze.
Il tentativo di controllare i rimpatri da una posizione di forza rifletteva un secondo obiettivo non meno importante del primo: l’individuazione e il controllo degli italiani sovversivi, militanti e, in generale, di quelli considerati pericolosi per l’ordine pubblico. Buffarini, infatti, volle accertarsi che tutti i rimpatrianti fossero scortati fino all’ingresso nel Regno, previo controllo maniacale delle rubriche di frontiera. Come per gli accertamenti sanitari, l’Interno si avvalse della rete prefettizia al fine di evitare che alcuni elementi indesiderabili scampassero ai controlli: «Le indagini dovranno essere particolarmente rigorose - recitava un telegramma del 18 luglio - confronti ex miliziani rossi attentatori et sospetti atti criminosi […]» <38. Se i rimpatrianti fossero stati ritenuti lesivi per l’ordine pubblico sarebbero stati assegnati alla Commissione provinciale del luogo d’origine e il più delle volte proposti per il confino di polizia. Dopo l’avvio delle indagini i prefetti provvedevano a riportare in dettagliati dossier i risultati conseguiti dalle ricerche. Il prefetto di Treviso, ad esempio, informò l’Interno che dalle indagini condotte da luglio a settembre non emersero casi gravi di rimpatrio ad eccezione fatta del sovversivo Leone Tralci, già fermato dall’Ufficio di Pubblica Sicurezza di San Remo e assegnato a Ventotene per cinque anni <39. L’idea alla base del controllo scrupoloso poggiava sulla tanto decantata prevenzione in funzione dell’ordine interno tipica del regime fascista, alimentata da una rete poliziesca che operava sulla base di giudizi personali e non sull’illecito penale e più in generale dall’idea secondo cui per conservare la dittatura e il partito l’unica modalità fosse il binomio prevenzione-repressione <40. L’esistenza di questa pratica, inserita organicamente nei gangli amministrativi, fu legittimata e rafforzata dallo stato di guerra e servì per captare informazioni vitali dai rimpatrianti stessi attraverso pressanti interrogatori da parte dei funzionari di polizia.
[...] Il prefetto di Imperia, ad esempio, riportava le vicende di un altro rimpatriato, tale Giovanni Vigarello (classe 1886), salumiere residente nel Principato di Monaco e di origine ligure scampato all’internamento. Al momento del suo interrogatorio, Vigarello indicò alle autorità delle violenze perpetrate a danno di un certo Salvetti per mano di Pietro Tornatore, detto Barcotto, panettiere con cittadinanza francese. Il Salvetti avrebbe ricevuto un pugno in una via della città perché gridava «Viva l’Italia! Viva il Duce!» <42.
[NOTE]
27 ACS, MI, DGPS, b. 105, Riservato. I prigionieri civili del campo di Vernet d’Ariege, Note generali.
28 Acciai-Cansella, Storie di indesiderabili, cit. p. 131.
29 Al novembre 1940 non si favorirono esclusivamente i rimpatri dei ‘buoni’ cittadini italiani internati dai francesi, ma proseguirono anche le operazioni classiche per coloro che ne facevano richiesta in forma individuale o collettiva, cfr. le liste nominali conservate presso ACS, MI, DGPS, b. 105.
30 Ivi, b. 106, Ministero dell’Interno ai Prefetti di Torino e Imperia, precedenza assoluta, 11 luglio 1940.
31 Ivi, Ministero degli Affari Esteri, Commissione permanente per il rimpatrio degli italiani all’estero ai Prefetti del Regno,
17 luglio 1940.
32 Predisposte dalla nota circolare n. 54 del 24 settembre 1939.
33 ACS, MI, DGPS, b. 106, Ministero dell’Interno, Direzione generale della Sanità Pubblica a Governatore di Roma e Prefetti del Regno.
34 Ivi, Telegramma del Ministero dell’Interno a Prefetto di Torino, 19 luglio 1940.
35 Questi vennero smistati negli alberghi della città prima di farli rimpatriare, ma non prima di essere visitati dal servizio profilattico, ivi, Prefetto di Imperia a Ministero dell’interno, 24 luglio 1940.
36 Ivi, Fonogramma in arrivo a Ministero dell’interno da Questura di Roma, 31 luglio 1940.
37 È il caso di un contingente giunto a Trapani il 18 agosto per i quali non fu necessaria alcuna assistenza, Ivi, Promemoria, 26 luglio 1940 e Prefettura di Trapani a Ministero dell’interno, 20 agosto 1940.
38 Ivi, Telegramma precedenza su tutte le precedenze Ministero dell’Interno a Prefetti del Regno, 18 luglio 1940.
39 Ivi, Prefettura di Treviso a Ministero dell’Interno, 14 settembre 1940.
40 Cfr. Poesio, Il confino fascista, pp. 3-10.
42 ACS, MI, DGPS, b. 106, Regia Prefettura di Imperia a Ministero dell’Interno, 13 settembre 1940.
Enrico Crepaldi, Guerre fasciste e italiani all'estero. Assistenza, rimpatri, internamento in Gran Bretagna e Francia (1936-1943), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Firenze - Università di Siena 1240, 2023
Qualche giorno più tardi venne avviato a Imperia un secondo gruppo di 2.500 internati ai quali furono predisposte visite mediche, vettovagliamento e alloggio temporaneo. La Direzione della Sanità pubblica si assicurò che nelle stazioni di smistamento fosse attuato un minuzioso controllo sanitario al fine di scovare e limitare la diffusione di malattie infettive. In accordo con il CMCI [Commissariato per le migrazioni interne e la colonizzazione], la procedura prevedeva l’accertamento, l’eventuale isolamento e una serie di ‘bonifiche e disinfestazioni’ dei casi, ma poiché era impossibile effettuare il controllo specifico su un numero così cospicuo, buona parte delle operazioni venne affidata ai medici locali delle province di destinazione, con l’ordine di somministrazione dell’antivaiolo a coloro non in grado di comprovare la vaccinazione e dell’antidifterite ai bambini al di sotto dei 10 anni <33.
Con i più ottimistici degli auspici, il Ministero degli Esteri prevedeva l’arrivo complessivo a giorni alterni di circa 20.000 italiani, di fatto la quasi totalità degli internati. La notte del 19 luglio ne giunsero a Modane 50034, mentre altri 700 arrivarono a Sanremo in condizioni fisiche precarie, molti dei quali affetti da pediculosi e affaticamenti vari <35. Dopo la sosta nelle due città vennero smistati nelle province di appartenenza e, se di passaggio, trattenuti nella capitale. Per l’occasione, il rimpatriato Giovanni Battista Bullio si recò prima alla tomba del milite ignoto a Roma per deporre una corona e successivamente, a nome di altri 100 rimpatrianti romani, all’ara dei caduti fascisti in Piazza del Campidoglio al palazzo Littorio <36. Come nel periodo prebellico, anche in questo caso si tentò di dissuadere i rimpatrianti nel designare la capitale come provincia prescelta <37. Coloro provvisti già di residenza, furono avviati nelle rispettive province senza ulteriori particolari assistenze.
Il tentativo di controllare i rimpatri da una posizione di forza rifletteva un secondo obiettivo non meno importante del primo: l’individuazione e il controllo degli italiani sovversivi, militanti e, in generale, di quelli considerati pericolosi per l’ordine pubblico. Buffarini, infatti, volle accertarsi che tutti i rimpatrianti fossero scortati fino all’ingresso nel Regno, previo controllo maniacale delle rubriche di frontiera. Come per gli accertamenti sanitari, l’Interno si avvalse della rete prefettizia al fine di evitare che alcuni elementi indesiderabili scampassero ai controlli: «Le indagini dovranno essere particolarmente rigorose - recitava un telegramma del 18 luglio - confronti ex miliziani rossi attentatori et sospetti atti criminosi […]» <38. Se i rimpatrianti fossero stati ritenuti lesivi per l’ordine pubblico sarebbero stati assegnati alla Commissione provinciale del luogo d’origine e il più delle volte proposti per il confino di polizia. Dopo l’avvio delle indagini i prefetti provvedevano a riportare in dettagliati dossier i risultati conseguiti dalle ricerche. Il prefetto di Treviso, ad esempio, informò l’Interno che dalle indagini condotte da luglio a settembre non emersero casi gravi di rimpatrio ad eccezione fatta del sovversivo Leone Tralci, già fermato dall’Ufficio di Pubblica Sicurezza di San Remo e assegnato a Ventotene per cinque anni <39. L’idea alla base del controllo scrupoloso poggiava sulla tanto decantata prevenzione in funzione dell’ordine interno tipica del regime fascista, alimentata da una rete poliziesca che operava sulla base di giudizi personali e non sull’illecito penale e più in generale dall’idea secondo cui per conservare la dittatura e il partito l’unica modalità fosse il binomio prevenzione-repressione <40. L’esistenza di questa pratica, inserita organicamente nei gangli amministrativi, fu legittimata e rafforzata dallo stato di guerra e servì per captare informazioni vitali dai rimpatrianti stessi attraverso pressanti interrogatori da parte dei funzionari di polizia.
[...] Il prefetto di Imperia, ad esempio, riportava le vicende di un altro rimpatriato, tale Giovanni Vigarello (classe 1886), salumiere residente nel Principato di Monaco e di origine ligure scampato all’internamento. Al momento del suo interrogatorio, Vigarello indicò alle autorità delle violenze perpetrate a danno di un certo Salvetti per mano di Pietro Tornatore, detto Barcotto, panettiere con cittadinanza francese. Il Salvetti avrebbe ricevuto un pugno in una via della città perché gridava «Viva l’Italia! Viva il Duce!» <42.
[NOTE]
27 ACS, MI, DGPS, b. 105, Riservato. I prigionieri civili del campo di Vernet d’Ariege, Note generali.
28 Acciai-Cansella, Storie di indesiderabili, cit. p. 131.
29 Al novembre 1940 non si favorirono esclusivamente i rimpatri dei ‘buoni’ cittadini italiani internati dai francesi, ma proseguirono anche le operazioni classiche per coloro che ne facevano richiesta in forma individuale o collettiva, cfr. le liste nominali conservate presso ACS, MI, DGPS, b. 105.
30 Ivi, b. 106, Ministero dell’Interno ai Prefetti di Torino e Imperia, precedenza assoluta, 11 luglio 1940.
31 Ivi, Ministero degli Affari Esteri, Commissione permanente per il rimpatrio degli italiani all’estero ai Prefetti del Regno,
17 luglio 1940.
32 Predisposte dalla nota circolare n. 54 del 24 settembre 1939.
33 ACS, MI, DGPS, b. 106, Ministero dell’Interno, Direzione generale della Sanità Pubblica a Governatore di Roma e Prefetti del Regno.
34 Ivi, Telegramma del Ministero dell’Interno a Prefetto di Torino, 19 luglio 1940.
35 Questi vennero smistati negli alberghi della città prima di farli rimpatriare, ma non prima di essere visitati dal servizio profilattico, ivi, Prefetto di Imperia a Ministero dell’interno, 24 luglio 1940.
36 Ivi, Fonogramma in arrivo a Ministero dell’interno da Questura di Roma, 31 luglio 1940.
37 È il caso di un contingente giunto a Trapani il 18 agosto per i quali non fu necessaria alcuna assistenza, Ivi, Promemoria, 26 luglio 1940 e Prefettura di Trapani a Ministero dell’interno, 20 agosto 1940.
38 Ivi, Telegramma precedenza su tutte le precedenze Ministero dell’Interno a Prefetti del Regno, 18 luglio 1940.
39 Ivi, Prefettura di Treviso a Ministero dell’Interno, 14 settembre 1940.
40 Cfr. Poesio, Il confino fascista, pp. 3-10.
42 ACS, MI, DGPS, b. 106, Regia Prefettura di Imperia a Ministero dell’Interno, 13 settembre 1940.
Enrico Crepaldi, Guerre fasciste e italiani all'estero. Assistenza, rimpatri, internamento in Gran Bretagna e Francia (1936-1943), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Firenze - Università di Siena 1240, 2023