lunedì 28 settembre 2020

Gettando pure le basi della “leggenda” del canto cerianasco

Canto dell'albero, di Baiardo, in Alan Lomax Collection, Manuscripts, Italy, 1954-1955 - Fonte: Library of Congress di Washington

Colombo à rebours, quando Alan Lomax approda in Liguria, nell’ottobre 1954, si ferma ad Imperia, Baiardo e Ceriana, prima di concludere, con i trallaleri dei portuali genovesi (già pubblicati dalla Rounder nella serie Italian Treasury curata dal musicologo G. Plastino) l’immersione rapida nel mare polifonico ligure. Le tappe imperiesi sono adesso documentate in altri due dischi dal contenuto pressoché inedito a testimonianza di un canto e di una civiltà che, sotto la superficiale staticità contadina e la retorica della terra inospitale e del carattere chiuso, conosceva pure scarti all’interno della consolidata tradizione polifonica e del repertorio diffuso in tutta l’area piemontese e provenzale (si rammenti solo la celebrata e “variata” Donna Lombarda) come successivamente attestato tra gli altri da E. Neill e M. Balma.
In poche ore il ricercatore americano registra nell’imperiese circa sessanta pezzi, non soltanto canti a bordone o sempreverdi come Gh’è zerte scignurine o A barca, sfoggiando un buon italiano per convincere un centinaio di “locali” a cantare, in pieno ottobre, un canto di carnevale, ma gettando pure le basi della “leggenda” del canto cerianasco come solo competitore di quello genovese (più mobile e ritmato). Raggiunta Ceriana e la Compagnia Sacco (che allora  si avvicinava al trentesimo anno di attività) Lomax contribuisce a fissare un canone che pure nel permanere di un ventaglio melodico-tematico (la bella Pinota, Teresina, la cara Ema…) tollera quegli slittamenti interpretativi, come il maggiore accento sul “basso continuo”, che accompagnano le trasformazioni di una cultura di cui è sterile lamentare oggi lo svanire.
Jean Montalbano,  Lomax nell’imperiese, biblioteca dell'egoista, 2002

La canzone polifonica laica, immortalata nel 1954 dall’etnomusicologo statunitense Alan Lomax, è oggi rappresentata dalla Compagnia SaccoLiguria Wow

Riporto direttamente le parole di Diego Carpitella, che così ha rievocato quella esperienza, definendo con chiarezza il prima e il dopo quel famoso viaggio: "[...] L’indagine con Lomax è stata un’esplorazione; era quindi inevitabile che alcune cose rimanessero ai margini, ma fu comunque tale da fornire un profilo essenziale [...]" [...] Dopo aver lasciato che Carpitella rientrasse a Roma, in ottobre, Lomax, ormai solitario, si imbatte ancora in alcune complesse pratiche di canto polifonico, assai connotate localmente: in Liguria, a Ceriana (Imperia), il 10, 12, 13 e 14 ottobre (Brunetto 1995, pp. 156-158), dove ha modo di individuare repertori poco noti allora, ma caratterizzati da una qualità e originalità formidabili, e a Genova, il 10, 14 e 15 ottobre (Brunetto 1995, pp. 156-160) dove “scopre” la impetuosa polifonia maschile del trallalero.
Maurizio Agamennone, "Il bergamasco, il ligure non li comprendevo...". Lomax e Carpitella sul terreno, in Atti del Convegno Sud e nazione. Folklore e tradizione musicale nel Mezzogiorno d’Italia, Corigliano d’Otranto, 14-15 ottobre 2011, a cura di Eugenio Imbriani, © 2013 Università del Salento - Coordinamento SIBA

In Liguria, in particolare, [Lomax] documentò a Ceriana e Baiardo il canto a bordobe e, a Genova, il famoso canto a  trallalero. Come specifica Goffredo Plastino - docente di etnomusicologia all’Università di Newcastle, autore del libro "L’anno più felice della mia vita. Un viaggio in Italia (1954-55)", pubblicato da Il Saggiatore nel 2008, e curatore della mostra insieme a Laura Parodi, cantante e ricercatrice - Alan Lomax, durante il suo periodo di permanenza in Italia, scattò circa millesettecento fotografie, che oggi sono conservate presso la Library of Congress di Washington. Per cui quelle selezionate per la mostra costituiscono una piccola parte, ma, nonostante questo, hanno un significato importante. Da un lato perché testimoniano del modo in cui Lomax conduceva il suo lavoro [...]
Strumenti&Musica.com 

[...] Per chi ci guarda da fuori l’Italia è ancora l’Opera, apprezzata in tutto il mondo. E forse, un po’ Modugno, o Napoli.  
A parte le solite eccezioni: David Byrne che elogia De Andrè, Bowie che ama Anima Latina di Battisti, il progressive, poco altro, musicalmente risultiamo non pervenuti. Un suono italiano mainstream non c’è.
La risposta è in quel rituale, anno dopo anno più stanco e meno facente funzioni, che si chiama Sanremo, che è anche di fatto l’assassino della musica popolare italiana, cioè di quella scintilla archetipica che ci avrebbe potuto rappresentare nel 900 con una fisionomia culturale. E’ un fatto, non una supposizione. Sanremo in tv è nato con il preciso intento di fare fuori la musica popolare italiana.
Stiamo solo riportando il racconto del più grande musicologo del 900. Vale a dire Alan Lomax, l’uomo che con le sue registrazioni ha scoperto buona parte del blues (Muddy Waters, tra i tantissimi altri), i padri del jazz (Jelly Roll Morton, ripescato in un infimo albergo), molta musica sudamericana, e ha reso consapevoli gli spagnoli di possedere un tesoro chiamato flamenco.
Bene, proprio Lomax nel 1954-55 riuscì a organizzare un viaggio in Italia, sponsorizzato dalla Bbc, insieme a un giovane ricercatore (da quel momento in poi considerato il fondatore dell’etnomusicologia italiana) Diego Carpitella. Un anno on the road, dalla Sicilia alla Val d’Aosta, al Veneto. Registrazioni nelle strade, nelle piazze, nelle case di paese: dai canti dei pescatori calabresi di pescespada ai cori della Liguria.
Sorpresa: secondo Lomax “il paesaggio sonoro italiano era il più ricco, vario e originale” da lui mai incontrato, come ha ricordato la figlia Anna.
Lomax riteneva la tradizione musicale italiana la più interessante in Europa. Il resoconto del viaggio si legge nel libro autobiografico L’anno più felice della mia vita (Il Saggiatore) e si ascolta nella serie dei dischi Italian Treasury. Accessibilissimi, e a tutti sconosciuti meno agli specialisti. Lomax riteneva la tradizione musicale italiana la più interessante in Europa. Bene: Sanremo l’ha distrutta.
E qui viene il bello, o meglio, il giallo, o meglio il noir. Lomax entusiasta, dopo aver incontrato Alberto Moravia e Francesco Rosi, e dopo aver fornito le sue registrazioni a Pier Paolo Pasolini (che le userà per Decameron, senza citarlo), andò a parlare alla dirigenza Rai. Citò l’esempio delle piccole stazioni radio negli Usa, che trasmettevano musica del posto finanziandosi con la pubblicità locale. Il dirigente, il maestro Giulio Razzi, nel frattempo sorrideva.
Fu una scelta precisa della Rai, puntare su Sanremo (di cui Razzi era uno degli organizzatori) per la tv. La più potente e centralista azienda culturale italiana decise di concentrarsi sulla canzone derivata dalla tradizione Usa di Tin Pan Alley, il popolare italiano venne tolto di mezzo dai media prima ancora di entrarci. Risultato di questa scelta di paradigma: il pop della penisola nacque facendo fuori le proprie radici, e imitando la canzone Usa. Sarebbe giusto ricordare che l’irrilevanza di tanto pop mainstream italiano ha un’origine precisa.
Bruno Giurato, Alan Lomax racconta come Sanremo ha annientato la musica italiana, Linkiesta, 13 febbraio 2016