domenica 12 maggio 2024

Salivo un pomeriggio ad Apricale

Apricale (IM): una vista sui dintorni di Perinaldo

Isolabona (IM) vista da Apricale

Posso confidare, a chi ascolta, la via che sale ad Apricale. Il viandante che abbia raggiunto l’estrema Liguria di occidente, e sia alla stazione di Bordighera o sul lungomare di Ventimiglia, esplori la costa alla ricerca della foce del Nervia; da lì risalga a monte verso l’autostrada sospesa in cielo. Dopo aver superato i piloni, la via prosegue per Camporosso: sfiora un benzinaio e un centro polivalente, aggira il cuore antico di caruggi, accosta un cimitero fra le serre. Ecco le immagini si legano in forma di racconto. Prosegue la strada sino a Dolceacqua dei vigneti, ancora costeggia il torrente Nervia e nel serpeggiare dell’asfalto compaiono ruderi, un antico sistema di canali per l’acqua, uno scheletro in cemento armato. Al di là della curva emerge lontana Isolabona dal castello diroccato. Dopo il bar all’angolo c’è un ponte sul torrente: il viandante lo oltrepassa e prosegue verso Apricale. Intendo il racconto, dai canti epici alle guide turistiche, come una composizione pratica di riferimenti e informazioni, un prontuario per orientarsi e agire in un mondo.
Salivo un pomeriggio ad Apricale. Il paese era in rilievo contro il cielo, le case arroccate si stringevano accerchiate dal verde delle colline. Le persiane erano occhi, pareva che Apricale si voltasse stanco come una vecchia bestia accigliata. Una viaggiatrice è discesa da una Mini rossa, ha scattato una foto all’animale stanco, è rimontata in macchina arricchita di belle parvenze.  Accanto a me gli ulivi alzavano rami spogli come scheletri slavati, o braccia scarne d’argento coronate da edera soffocante. Erano ancora vivi, perché dal tronco emergevano ramoscelli e foglie. Lungo il ciglio si accumulavano tegole rotte, una lattina di Fanta bianca stinta dal sole, una tanica lacerata. Poco oltre, blocchi di cemento stringevano la strada: proteggevano un tratto franato, il guardrail piegava verso il fondovalle. Brani di asfalto erano divelti come zolle di terra, sospesi in equilibrio precario. Fra i frantumi cresceva un lentisco. Nel dirupo, giù verso il torrente Merdanzo, ginestre e cespugli di cisti coloravano le pietre di giallo e ciclamino. In alto brillavano al sole terrazze cadenti fra ulivi fulminati dalla dimenticanza: ho visto un rudere morto sorretto dalle membra dalla vegetazione. “In questo mondo frana tutto”, lamenta un personaggio di Le parole la notte, l’ultimo romanzo di Francesco Biamonti. Dentro il paesaggio di suggestioni pulsa un dissesto di frane. E in un altro dialogo leggo: “Mi domando a chi toccherà l’ultima parola: ai roveti? - Nell’arido trionfano le ginestre spinose. Formano un bel tappeto. Poi ancora qualche incendio, e buona notte!”
 
Perinaldo (IM): una vista sulla valletta del rio Merdanzo

Arranca esile il Merdanzo, affluente fangoso e denso del Nervia, e divide il mondo in due: dalla parte di Apricale; dalla parte della casa rosa. “Aprico”, nell’italiano dei poeti, è il versante in luce: Apricale, esposto a sud, riceve i raggi del sole dal mattino sino a sera. Dal suo lato crescono l’ulivo, il lentisco e arbusti ariosi che sanno di aria marina. La casa rosa sorge invece sul versante esposto a nord, l’opaco: terra scura di lecci, qualche castagno, ghiande e funghi. Per raggiungere la casa si prende un sentiero che scende fra ulivi coperti di licheni, s’appoggia al ponte a schiena d’asino e s’addentra nel bosco d’ombre. 
 
Apricale (IM): a nord del paese

Vista da Apricale, la casa rosa sembra un avamposto sottratto alla giungla impervia: attorno all’abitazione s’apre un cerchio rado di coltivi digradanti, assediati dal verde. Altre case - ormai dirute, sommerse dal bosco - lasciano intravedere un pezzo di tetto, un accenno di facciata sopra un tratto eroso di fascia. Quando scruto questa foresta immagino le terrazze e i muretti a secco sepolti come templi antichi, cattedrali di civiltà lontane.
 
Apricale (IM): un'inquadratura "sui generis" di Piazza Vittorio Emanuele II e dell'Oratorio di San Bartolomeo

Apricale (IM): Oratorio di San Bartolomeo

[...] Sant’Antonio Abate, santo di fuochi e animali selvaggi, è il patrono di Apricale. Nell’oratorio di San Bartolomeo, tempio scarno e raccolto, è conservato un dipinto di Antonio orante con bestie selvatiche accoccolate ai piedi. Di fronte al coro di legno addossato alle pareti pensavo ai riti del fuoco che ancora, in certi angoli di Italia, si adempiono nel nome di Sant’Antonio. Un pomeriggio Mario Cassini mi ha accennato ai falò di Apricale. Era da poco disceso dal bosco carico d’una sporta di galletti, fra i funghi arancioni aveva trovato anche un porcino. Ha raccontato Mario che ogni Natale in paese esiste l’usanza di accendere un fuoco notturno. “Alcuni fanno derivare il fuoco di Natale dai riti del solstizio d’inverno. La leggenda vuole che agli antichi, vedendo le giornate accorciarsi a dicembre, veniva la paura di cadere nel buio. Allora si accendevano i fuochi, il giorno era corto ma il fuoco intenso. Siccome si faceva il 21 dicembre, poi è stato collegato alla nascita di Gesù e allora è diventato u feu del bambin che si accendeva alla vigilia di Natale e rimaneva vivo tutta la notte”. Si celebra poi in paese una “festa del Signore”, quando ogni abitante riempie di olio gusci vuoti di lumache e vi ripone un filo di lana infiammato. Di notte le fiammelle sono portate in processione, o appese alle finestre.
In Le parole la notte Leonardo e il pittore suo amico s’aggirano in un piccolo paese dell’entroterra montuoso: “Camminarono tra disfatti portali, ardesie con segni antichi: il trigramma ihs e la rosa a sei punte, o rosa dei pastori, segno distintivo delle maestranze lapicide di Cenòva”. Anche io ho osservato antichi segni incisi nella pietra delle chiese o sopra gli ingressi di abitazioni secolari. 
 
Ventimiglia (IM): Cattedrale di Santa Maria Assunta (Duomo)

A Rocchetta Nervina, in Val Nervia, ho ritrovato il trigramma - emblema del salvatore - avvolto in una spira circolare; nella cripta del duomo di Ventimiglia, invece, ho visto la rosa a sei punte, forse un arcano simbolo solare. Un sole con raggi arcuati e vibranti appare scolpito sulla lastra sotto il portale della chiesa di Lavina, vicino a Cenòva. Vi è una relazione fra il sole e le rose? “Una rosa bianca rifletteva la sera, si tingeva blandamente d’azzurro. Il rosaio cresceva sul bordo sotto la croce di legno dove la strada si divideva”. Si potrebbe credere che il romanzo sia l’occasione per architettare un sistema di simboli carichi di aura sacra; eppure il mondo è stato abbandonato dagli dei. Un drappello di disperati nella notte s’aggira alla ricerca del confine: “Se cercate il confine, è più in là nell’altra valle. - Non possiamo restare? Siamo stanchi. - Finché volete. Gli ulivi sono fatti per proteggere. - Gli ulivi non sono Dio, - l’altro disse. - Non sono Dio, d’accordo, ma è quanto qui c’è di meglio, - disse Leonardo”. Se nel mondo disastrato non si dà trascendenza, i simboli non sono cristalli assoluti, o archetipi essenziali. Piuttosto si muovono, scorrono via e cambiano posizione. La rosa s’associa alle parvenze femminili (“Vairara non gli piaceva; ma gli piacevano le sue donne: una era come una rosa bianca e l’altra come una rosa scura”); la rosa è fugace stimolo a ricordare (“Mi dispiace che impallidisca il ricordo delle rose. Ma impallidire è il destino dei ricordi. Ora le rimarrà quello del raggio d’oro nel lentisco”). La rosa, ancora, è sogno utopico di un passato mai realizzato, come nel dialogo fra Corbières e Leonardo: “Sono contento di conoscerla. Vorrei notizie del suo paese. Potrei dirle che l’ho amato e che lo ricordo ancora pieno di rose. - Quando c’è stato? - Nel ’45. - Nel dopoguerra? - Possiamo anche dire così. Sono venuto a conquistarlo, o a liberarlo, se preferisce. - Credo che non sia più come lo ricorda. - Certamente no. Nulla in Europa è più come allora. Era un’Europa carica di rovine. Ero sottotenente e al suo paese mi sono trovato bene. Argela. Noi l’avevamo già chiamato Argèle-Les-Rosiers”. Non il romanzo è al servizio dei simboli, ma i simboli sono dominati dal movimento narrativo. Si muovono come certe immagini pittoriche che appaiono all’occhio vibrando: “Un soffio impetuoso riempì la campagna, lei si strinse nella sua veste”.
Francesco Migliaccio, Ombre e passaggi fra Nervia e Roja, Testo prodotto nell’ambito del progetto "Sulle tracce di Francesco Biamonti: percorsi creativi tra San Biagio della Cima e le cinque valli del Ponente Ligure", realizzato a cura del Centro di Cooperazione Culturale, in collaborazione con l'Unione Culturale Franco Antonicelli, la Fondazione Dravelli, e gli Amici di Francesco Biamonti, con il sostegno della Compagnia di San Paolo - nell'ambito del "Bando Polo del '900" destinato ad azioni che promuovono il dialogo tra '900 e contemporaneità usando la partecipazione culturale come leva di innovazione civica - e della Fondazione Carige