domenica 4 giugno 2023

Un dimenticato poeta portorino


A parte un articolo poco significativo, datato 1927, che polemizza sull’anonimo monumento mantovano dedicato a Virgilio - e permette al giornalista di insistere sull’Eneide «degno monumento innalzato alla patria […] testimonianza nei secoli che riverbera sulla grandezza presente e futura di Roma» - troviamo, nel 1928, la testimonianza per la scomparsa di Alessandro Giribaldi. Il ricordo del «Colonnello nell’amministrazione portuaria statale» permette a Martini di rievocare gli anni giovanili legati alla rivista «Endymion» e «Vita Nova», pur senza citare l’episodio della rissa in Galleria Mazzini [a Genova] che cambiò la vita del giovane poeta nato a Porto Maurizio:
"Tale l’avevamo conosciuto e tale era rimasto, sebbene lontano dalla vita delle lettere e volontariamente silenzioso nell’arte. Più che vent’anni fa un desiderio di solitudine l’aveva colto e straniato dalle brigate numerose e dalla città grande <244. Se n’era andato lontano a servire il suo Paese fedelmente con salda volontà di bene, e s’era creato un focolare tranquillo che gli consentisse studio e serenità. Poi, ritornato in Liguria, aveva stabilito la dimora a Chiavari, ch’è il più placido luogo delle due riviere. Ivi viveva la vita semplice e pensosa dell’uomo colto e di buon gusto, che ama i libri, le belle immagini, i conversari pacati con eguali benevoli e la solitudine lungo il mare, che, compagno immenso, consola la malinconia della rinunzia. Qui lo ritrovammo dopo tanta lontananza: e fu come se ci fossimo lasciati da ieri. Il tempo gli aveva di poco mutato l’aspetto, non l’animo e il cuore. Alto della persona e massiccio ci portava sulle spalle quadrate una testa possente, tutta lume nella fronte ampia, tutta arguzie nella bocca sottile. Gli occhi miopi, dietro le lenti, sapevano guardar lontano se si trattasse di vedere un’idea o di cogliere un segno nell’apparenza mutevole delle cose. L’ultima volta che stemmo insieme fu un lungo e vivace discorrere, che ci riaffacciava uomini dispersi e vicende remote. Alessandro mi teneva sottobraccio, con lui, quasi le figure evocate ci corressero innanzi e noi dovessimo raggiungerle per introdurle nella nostra conversazione: il tempestoso Ceccardo, eterno vagamondo sperduto nei regni dell’immaginazione, il taciturno Pierangelo in cerca d’ombre per contentare la sua paradossale lanterna, il buon Zeffirino che morì senza esser riuscito a infilare un endecasillabo capace di stare in piedi e non se n’avvide <245, e tant’altri bizzarri, litigiosi, fantastici, turbolenti, fanciulli buoni tutti di venti, di trenta, di quarant’anni, che per una ghirlanda avrebbero dato il tesoro di Creso; scomparsi nel buio. Egli era compenetrato di poesia come di una virtù che rinfranca. Nella sua prima giovinezza era stato artista di raffinatezza squisita, paziente e sapiente, indagatore di simboli, ricercatore di significazioni e di sottigliezze. Con Achille Richard, con Alessandro Varaldo, con Adelchi Baratono, con Mario Malfettani, con Gino Borzaghi, aveva diretto l’Endymion, rivista d’avanguardia che ebbe un atteggiamento e un valore non obliabili. Poi l’opera sua era continuata in 'Vita Nova' e in altre pubblicazioni, non sempre favorite dalla fortuna, ma ricche comunque di fervore e di nobiltà. Egli fu un animatore tenace, un acceso entusiasta della bellezza ch’è luce del mondo e gioia di spirito; dell’arte fu religioso, candido amante. Chi lo conobbe lo amò, chi lo amò lo ricorderà come un compagno leale e buono, che seppe aiutare, intendere, compiangere, perdonare: mentire mai" <246.
[NOTE]
244 Alessandro Giribaldi, il 29 agosto 1903, a causa di un litigio avvenuto presso la trattoria Da Pippo di Galleria Mazzini, uccise involontariamente un uomo (miope, perse gli occhiali durante la colluttazione). Fece un anno di carcere preventivo e, una volta uscito, decise di fare vita appartata lavorando in varie città d’Italia. Durante la permanenza in carcere scrisse i Canti del prigioniero raccolti, postumi in I canti del prigioniero e altre liriche, Genova, Emiliano degli Orfini, 1940. Il volume raccoglie anche una prefazione di Adelchi Baratono (Stefano Verdino, Storia delle riviste genovesi..., cit., pp. 7 e 27).
245 Si tratta di Angiolo Zeffirino Arecco, direttore di «Vita Nova».
246 Mario Maria Martini, Alessandro Giribaldi, in «Caffaro», 17 gennaio 1928, p. 3.
Stefano Giordanelli, Mario Maria Martini, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Genova, 2011 

Alessandro Giribaldi era nato a Porto Maurizio il 4 novembre 1874; e aveva compiuto i suoi studi classici tra Oneglia, Sanremo e Genova, seguendo il padre Raffaele, ufficiale nelle Capitanerie di Porto. Laureatosi, si mise anche lui nella medesima carriera, prestando servizio nelle Capitanerie di Genova (1896-'904), Santa Margherita (1905), Camogli (1907), Chiavari (1911); poi, fu comandante del Porto di Salerno (1919) e di Chioggia (1920). Con l'anima piena di tanto mare, di tanti colori; e con la sua adorante consorte, Attilia Rosso, sposata a Roma nel 1905, ben presto si ritirò (dal '25) a vivere a Chiavari, in questa quieta linda chiara cittadina, ove moriva il 13 gennaio 1928, nell'età di cinquantatre anni. Vita di silenzio, su porti luminosi, dopo un breve tumulto giovanile, troncato di colpo in quella funebre notte del 28 agosto 1903.
Da parecchi anni, io l'avevo quasi perduto di vista, vagando in lontane città, e il nostro 'Endimyon' non era più che un giovanile ricordo. Giribaldi, in quegli anni, pubblicava un po' da per tutto: su L'Idea liberale di Milano, sulla Gazzetta del popolo della domenica, sulla Domenica letteraria pure di Torino, sulla Galleria lett. illustrata, ecc. Intanto aveva collaborato, con Alessandro Sacheri e Alessandro Varaldo, al Secolo XX (la «rivista dei tre Alessandri»), e poi aveva fondato e continuava a redigere, insieme con Pierangelo e con Angiolo Arecco, la 'Vita Nova', simpatica rivista di giovani.
Sempre e dovunque, la collaborazione di Giribaldi fu esclusivamente poetica (salvo qualche critica, pure di poesia). Infine egli vinse anche una gara poetica indetta dalla Settimana di Matilde Serao, benché avesse concorso con uno pseudonimo. Una sera d'estate, i redattori di Vita Nova, insieme con altri due amici e un pittore, si trovarono intorno a un tavolo dal «Pippo», nota trattoria di Genova, situata in fondo alla Galleria Mazzini, e passavan la mezzanotte in lieto simposio, ridendo e parlando più che man giando, e spendendo assai più ingegno che denaro. Giribaldi, come al solito, era l'anima della compagnia, e ubriacava i suoi compagni con le sue trovate: quella sera si trattava d'inaugurare un «Club dei Nauseanti», di baudelairiana memoria... Al tavolo accanto cenava un'altra comitiva, più numerosa, ch'era l'antitesi della prima: piccoli commercianti e artigiani, fra i quali il materassaio Giuseppe Bonavera, giovane robusto e sportivo, amico delle allegre brigate, ma anche ottimo lavoratore. Per uno dei soliti stupidissimi malintesi, tra le due comitive s'accese un alterco, e quella gente che non s'era mai né vista né conosciuta si trovò tutta in piedi, incrociando sguardi carichi d'odio e parole di sprezzo e di minaccia. La sventura, ancor più cieca della fortuna, metteva di fronte due gruppi d'uomini fatti per non comprendersi; dei giovani intellettuali che giungevano dal mondo dei sogni e della fantasia, facili ad offendersi perché si credevano i custodi della sacra fiamma, i «portatori di Dio»; e, di là, gente più rude, che veniva dal lavoro, e andava per le spiccie. I più belli e aitanti erano, Giribaldi fra gli uni, Bonavera fra gli altri: ambedue ventottenni, ambedue orfani di padre; il primo aveva lasciato a casa la mamma inferma, approfittando della venuta a Genova di sua sorella maritata; il secondo era atteso dalla matrigna e da tutta una famiglia di secondo letto, che suo padre gli aveva lasciato sulle spalle. La lite, sopita in trattoria, si riaccese giù in Galleria Mazzini, dove il Bonavera con alcuni de' suoi aspettavan gl'intellettuali all'uscita; e in un attimo si trasformò in violenta zuffa. Giribaldi, raccontando poi il fatto durante il processo, disse che, a un certo punto, «non vide più altro che un volteggiar di forme e di fantasmi» (sembra l'epigrafe della sua propria vita!). Nella colluttazione (egli era molto miope) gli occhiali andarono in frantumi, e i colpi gli giungevano da tutte le parti. Sentendosi sopraffatto, e scorgendo il Bonavera che gli si avventava contro, trasse di tasca un grosso temperino che aveva sempre seco e lo puntò minacciando: «Chi s'avanza l'uccido!». Il Bonavera non diede retta; gli piombò sopra, e si piantò la lama nel cuore. Quando Giribaldi lo vide esanime a terra, scoppiò in singhiozzi invocando la madre.
Questo, il nudo evento, al quale non regge il cuore d'aggiungere esclamazioni letterarie. È vivo in me il ricordo di quei giorni listati a lutto; la disperazione di mio fratello, il compianto di tutti. Nessuno inveì contro il vivo, né contro il morto; a tutti, quello sembrò l'eguale strazio di due famiglie, l'ugual fine di due giovani speranze, di cui l'uno giaceva, muta spoglia, nella tomba dei morti, l'altro, invocante ogni dì la morte, nella tomba dei vivi:
Picchia... picchia... Non sai
che la porta è di ferro e ch'io non posso
aprirla mai, giammai?
Oibò! che pensi? Oibò!
Io vengo a liberarti.
Sono la Morte... La Morte lo può.
(«Incubo»)
Nondimeno, dopo dieci mesi di carcere preventivo, dopo un processo durato cinque giorni, nel quale era alla difesa, con Paolo Calegari ed altri penalisti insigni, Antonio Pellegrini - l'uomo più spiritoso d'Italia, ma anche l'avvocato più colto e la voce più profondamente umana delle nostre aule giudiziarie -, un verdetto d'incondizionata assoluzione restituiva Giribaldi a mille braccia protese ad attenderlo. Fu, per i suoi intimi, un delirio di gioia; per tutti, un respiro di sollievo.
Pareva che la parentesi fosse chiusa, la tempesta passata, la vita, rinata. La gente spera sempre nel miracolo: «Lazare, exi foras!» Ma Lazzaro non era più che un corpo irrigidito e fasciato nelle sue bende, con l'occhio attonito sul mistero dell'al di là; i vivi della vita spensierata, i vivi dell'oggi fuggitivo, non lo potevano più comprendere.
Per esempio, ci fu un grande editore - questo mitico personaggio inafferrabile, che sta in cima ai pensieri di tutti i giovani autori -, il quale offerse a Giribaldi di pubblicare "I Canti del Prigioniero". Si sapeva che in quei lunghi mesi il poeta aveva scritto fogli su fogli, ciascuno rigato dalle sue lacrime, ciascuno bollato col timbro del carcere. L'aspettazione, acutizzata dalla triste cronaca dei fatti ora narrati, era vivissima. Anche per conquistare la gloria bisogna esser tempisti e non lasciarsi sfuggire la buona occasione. Ora, c'era. La fortuna, per compensarlo di tanta sciagura sembrava che gli porgesse, schiava, le chiome, e tutti lo esortavan gridando:
affèrrala!... Giribaldi rifiutò.
Or che poteva essere ascoltato, si chiuse nel silenzio. Come ho già detto, egli non tralasciò mai la poesia; ma non sentì più alcun bisogno di vedersi stampato. Neanche prima, del resto, pur con tanta collaborazione di poesia a fogli e riviste letterarie, Giribaldi aveva mai raccolto in volume i suoi versi. Giovanissimo, nel 1897, avendo composto, quasi per ischerzo, una serie di tredici sonetti su temi obbligati, convenuti fra lui e gli amici Varaldo e Malfettani, ognuno dei quali doveva svolgere gli stessi temi in altrettanti sonetti, aveva lasciato, è vero, che si pubblicasse questo curioso "Libro dei trittici" (il «Trittico della danza», il «Trittico della Pasqua» ecc.), non più che una bizzarria letteraria dei tre autori novizi. Ma qualche anno più tardi, un'altra collana più importante, di 33 sonetti, dedicata al Varaldo, sotto il titolo "Animulae", già composta in bozze, e queste definitivamente corrette, venne da lui ritirata per un pentimento finale che c'illumina sulla sua inquieta esigenza d'artista.
Oggi, la pietà di Attilia Rosso Giribaldi ha finalmente permesso che sia congedata alle stampe, in decorosa edizione, questa scelta di versi, amorosamente curata da Angelo Barile, amico di Giribaldi ne' suoi ultimi anni e squisito poeta egli stesso. È dunque l'unico volume che ci resterà di Alessandro Giribaldi: ormai dedicato, purtroppo, non più alla gloria, ma alla memoria - erma dal volto mesto e dal capo alato, con le alette rivolte in senso contrario. Presentarlo ai lettori, è alto onore e breve còmpito; è come parlare, a testa scoperta e con voce fatta sorda dalla commozione, presso una bara incoronata di allori già macerati dal tempo. Ciò più non comporta discussioni critiche, ma un semplice rito, quasi l'appello d'un poeta morto, perché da queste pagine risponda.
[...]
No, Giribaldi! lascia che il tuo pianto virile ritorni a scorrere, la tua fronte intelligente appoggiata sulla nostra spalla: ogni goccia che cade, alimenta il gran fiume dell'umano dolore, che scorre sotterraneo e irremeabile nel gorgo del passato. La tua voce non ne poteva covrire lo scroscio; però l'ha mutato in canto che vola sopra di noi e va col vento della vita. Nostalgica, cara voce generosa!
Adelchi Baratono, Presentazione di Alessandro Giribaldi, I canti del prigioniero e altre liriche, Genova, Emiliano Degli Orfini, 1940, edizione elettronica del 20 luglio 2010 a cura del Progetto Manuzio dell'Associazione Liber Liber 

Pace agli afflitti, pace a chi dispera,
a chi piange su l'urna della vita,
a chi cercò ma non trovò l'uscita
da una selva di spetri folta e nera
né per fiumi di morte trovò un guado.
Oh pace a tutti! Non a me, che vado
errando come un folle per la via
e cerco invano un cuore che non sia
cuore d'instabil donna o cuor di fiera
sotto rustica lana o fin zendado.
Alessandro Giribaldi, I canti del prigioniero