Aldo [n.d.r.: Aldo Viale, padre dell'autore, residente in Località Ville di Ventimiglia] e Giosino come altre migliaia di soldati italiani erano prigionieri in tempo di pace, che la guerra mondiale era finita dappertutto. Era una situazione triste, anomala, non prevedibile nelle possibilità della vita.
Aldo sperava di tornare a casa presto, aspettava una nave che andasse a prenderlo. A raccontarla tutta, dalla lettera di Aldo del 29 aprile 1943 si può dedurre che l'ordine di rimpatrio per esonero in quanto titolare di impresa agricola, era arrivato in Tunisia, quando era troppo tardi e ormai era il momento della resa e dei campi di una lunga prigionia. Scrive infatti alla mamma ed alla sorella:
"Carissime, È l'ultima volta che vi scrivo dal suolo africano. Vi avevo già scritto stamane ma non ero ancora a conoscenza di nulla. Nel pomeriggio è arrivato l'ordine del mio rimpatrio. È venuto il tenente ad annunciarmi questa nuova. Forse questo è il più bel giorno della mia vita. La salute è ottima e il morale è veramente altissimo. Non so i giorni che dovrò stare ancora in giro perché domattina vado al comando Btg. e domani sera sono sicuramente a Tunisi. Appena sarò sul suolo siciliano vi scriverò nuovamente speriamo che il viaggio mi vada bene come mi è sempre andata finora. Forse dovrò rimanere un paio di settimane al campo sosta per vedere se ho malattie africane ma ciò si fa nei pressi di Palermo. Appena toccherò il suolo italiano lo bacerò sicuramente. State alte di morale non datevi pensiero per me che presto vi abbraccerò entrambe. Molte cose vi dirò e vi giuro che, se non ho oltrepassato Roma non assaggio brodo d'uva per avere la testa calma perché quella zona è un po' infetta da zanzare. Saluti infiniti a tutti e voi due un milione di caldi baci vostro per sempre, Aldo 20-04-43"
Un timbro informa: "Lettera verificata per censura."
Aldo in quei frangenti ha quasi 32 anni. Il rimpatrio non avviene. Non c'erano più navi che da Tunisi portassero almeno a Pantelleria. Erano solo 35 miglia. Si vedevano scene di gruppi di militari, tanti tedeschi e pochi italiani, che costruivano zattere di fortuna con bidoni da benzina vuoti. Appena prendevano il mare venivano mitragliati e affondati. Era il contrasto tra il coraggio e la disperazione.
Il foglio matricola di Aldo attesta l'inizio della prigionia in data 11 maggio 1943 nel fatto d'arme di Kelibia.
Il 30 dicembre 1943 mamma Lilla scrive sul suo diario: "oggi abbiamo ricevuto due tue lettere, però non abbiamo ancora il tuo indirizzo. Sono state scritte in data 27 giugno 1943 e sopra vi è il timbro di New York, abbiamo idea che tu sia laggiù."
Ma si tratta di un'idea errata perché la posta dei prigionieri di guerra faceva giri lunghi e strani grazie alla Croce Rossa e al Vaticano, e Aldo era in realtà a Marrakech.
[...] La nave per portare Aldo e quelli come lui da Casablanca (porto vicino a Marrakech) a Napoli arrivò a fine aprile 46, un anno dopo la fine della guerra. Il cinegiornale della Settimana Incom del 27 luglio 1946 per uno dei tanti viaggi racconta: "Casablanca, lo storico molo che vide il primo sbarco alleato. Giungono dall'Africa settentrionale i reduci italiani. Sfilano sotto gli occhi delle sentinelle di colore che sono le ultime tristezze di una guerra non voluta a cui hanno dovuto dare lacrime e sangue, anni della loro giovinezza. Salgono lo scalandrone che li porta sulla nave italiana primo lembo del suolo patrio venuto incontro a loro sulle soglie del deserto. Ancora lì cuoce il suolo africano ma tra poco saranno le brezze marine a ventilarli con l'odore della salsedine che sarà come il profumo della libertà ritrovata. Sanno che la patria li aspetta, è povera, è stremata ma per loro è una madre ed essi tornano a dare una mano per ricostruirla. Ciò che hanno sofferto non li ha fiaccati. Sono pronti ad offrire nuovamente all'Italia il loro braccio di uomini liberi. Evviva l'Italia."
Ma i soldati che tornano dalla guerra corta e dalla prigionia successiva che è stata lunghissima, sono stati amanti del silenzio.
[...] Aldo, dimesso dal centro alloggio di Afragola, è fiaccato dalla malaria ma almeno non deve più rassicurare la famiglia nelle sue lettere. Sul treno per Ventimiglia viene avvicinato da una donna e i soldi che gli hanno appena dato non li trova più.
Arturo Viale, I sette mari. Storie e scie di navi e di naviganti e qualche isola, Book Sprint Edizioni, 2024
Aldo sperava di tornare a casa presto, aspettava una nave che andasse a prenderlo. A raccontarla tutta, dalla lettera di Aldo del 29 aprile 1943 si può dedurre che l'ordine di rimpatrio per esonero in quanto titolare di impresa agricola, era arrivato in Tunisia, quando era troppo tardi e ormai era il momento della resa e dei campi di una lunga prigionia. Scrive infatti alla mamma ed alla sorella:
"Carissime, È l'ultima volta che vi scrivo dal suolo africano. Vi avevo già scritto stamane ma non ero ancora a conoscenza di nulla. Nel pomeriggio è arrivato l'ordine del mio rimpatrio. È venuto il tenente ad annunciarmi questa nuova. Forse questo è il più bel giorno della mia vita. La salute è ottima e il morale è veramente altissimo. Non so i giorni che dovrò stare ancora in giro perché domattina vado al comando Btg. e domani sera sono sicuramente a Tunisi. Appena sarò sul suolo siciliano vi scriverò nuovamente speriamo che il viaggio mi vada bene come mi è sempre andata finora. Forse dovrò rimanere un paio di settimane al campo sosta per vedere se ho malattie africane ma ciò si fa nei pressi di Palermo. Appena toccherò il suolo italiano lo bacerò sicuramente. State alte di morale non datevi pensiero per me che presto vi abbraccerò entrambe. Molte cose vi dirò e vi giuro che, se non ho oltrepassato Roma non assaggio brodo d'uva per avere la testa calma perché quella zona è un po' infetta da zanzare. Saluti infiniti a tutti e voi due un milione di caldi baci vostro per sempre, Aldo 20-04-43"
Un timbro informa: "Lettera verificata per censura."
Aldo in quei frangenti ha quasi 32 anni. Il rimpatrio non avviene. Non c'erano più navi che da Tunisi portassero almeno a Pantelleria. Erano solo 35 miglia. Si vedevano scene di gruppi di militari, tanti tedeschi e pochi italiani, che costruivano zattere di fortuna con bidoni da benzina vuoti. Appena prendevano il mare venivano mitragliati e affondati. Era il contrasto tra il coraggio e la disperazione.
Il foglio matricola di Aldo attesta l'inizio della prigionia in data 11 maggio 1943 nel fatto d'arme di Kelibia.
Il 30 dicembre 1943 mamma Lilla scrive sul suo diario: "oggi abbiamo ricevuto due tue lettere, però non abbiamo ancora il tuo indirizzo. Sono state scritte in data 27 giugno 1943 e sopra vi è il timbro di New York, abbiamo idea che tu sia laggiù."
Ma si tratta di un'idea errata perché la posta dei prigionieri di guerra faceva giri lunghi e strani grazie alla Croce Rossa e al Vaticano, e Aldo era in realtà a Marrakech.
[...] La nave per portare Aldo e quelli come lui da Casablanca (porto vicino a Marrakech) a Napoli arrivò a fine aprile 46, un anno dopo la fine della guerra. Il cinegiornale della Settimana Incom del 27 luglio 1946 per uno dei tanti viaggi racconta: "Casablanca, lo storico molo che vide il primo sbarco alleato. Giungono dall'Africa settentrionale i reduci italiani. Sfilano sotto gli occhi delle sentinelle di colore che sono le ultime tristezze di una guerra non voluta a cui hanno dovuto dare lacrime e sangue, anni della loro giovinezza. Salgono lo scalandrone che li porta sulla nave italiana primo lembo del suolo patrio venuto incontro a loro sulle soglie del deserto. Ancora lì cuoce il suolo africano ma tra poco saranno le brezze marine a ventilarli con l'odore della salsedine che sarà come il profumo della libertà ritrovata. Sanno che la patria li aspetta, è povera, è stremata ma per loro è una madre ed essi tornano a dare una mano per ricostruirla. Ciò che hanno sofferto non li ha fiaccati. Sono pronti ad offrire nuovamente all'Italia il loro braccio di uomini liberi. Evviva l'Italia."
Ma i soldati che tornano dalla guerra corta e dalla prigionia successiva che è stata lunghissima, sono stati amanti del silenzio.
[...] Aldo, dimesso dal centro alloggio di Afragola, è fiaccato dalla malaria ma almeno non deve più rassicurare la famiglia nelle sue lettere. Sul treno per Ventimiglia viene avvicinato da una donna e i soldi che gli hanno appena dato non li trova più.
Arturo Viale, I sette mari. Storie e scie di navi e di naviganti e qualche isola, Book Sprint Edizioni, 2024