martedì 13 gennaio 2026

In quel lembo di terra tra i cigni e il mare, smisi di tacere

Vallecrosia (IM): un tratto del lungomare

Capitolo 1: La Reggia di Mattoni e Silenzio
Milano, fine anni ’90. La zona Isola era un cantiere a cielo aperto, proprio come la mia vita. Ricordo ancora l’odore acre della polvere di gesso e il rumore dei martelli pneumatici che rimbombavano nel salone: stavamo abbattendo pareti per creare uno spazio che, sulla carta, doveva essere la nostra felicità. Gestivo quel cantiere con la precisione di un generale, tra tubature da spostare e pavimenti da livellare. Quando l'ultimo operaio se ne andò, la "reggia" era pronta: cinquantacinque metri quadrati di salone, tre camere da letto, doppi bagni. Una dimora imponente che sembrava dire al mondo: "Ce l'abbiamo fatta".
Ma il trasloco fu un rito pesante. Scatoloni carichi di una vita intera venivano trascinati in quella casa che, paradossalmente, si riempiva di mobili ma si svuotava di calore. Mia moglie, pilastro d'acciaio nella Segreteria Fidi, era ormai schiacciata tra il dovere professionale e un dolore privato che non dava tregua. La perdita di sua madre l’aveva lasciata sola al timone di una famiglia d’origine allo sbando, e quella depressione divenne un muro invisibile tra noi. Vivevamo in un castello, sì, ma ognuno nella sua torre. Io "sodomizzavo" internamente il mio senso di inutilità professionale in una multinazionale che mi ignorava, mentre intorno a noi Milano era una cappa di smog e doveri che non lasciava scampo.
Capitolo 2: L’Eco di Alassio e la Scintilla
Il nostro unico polmone erano state, per anni, le estati ad Alassio. Ricordo i bambini che crescevano tra i granelli di sabbia fine e l’acqua limpida, il rito del gelato sul muretto, le risate che per un istante coprivano le ombre di casa. Alassio era la promessa di un’altra vita possibile. Fu proprio lì, tra un’estate e l’altra, che la crisi esplose dentro di me. Non potevo più essere solo il gestore di un cantiere o un analista insoddisfatto.
"Vado io. Comincio a costruire un futuro in Liguria", dissi. Fu un salto nel vuoto, un atto di separazione che aveva il sapore della sopravvivenza. Lasciai la reggia di Milano, i suoi spazi vasti e le sue tensioni soffocanti, per un piccolo appartamento a Vallecrosia.
Capitolo 3: La Rinascita tra i Cigni di Vallecrosia
Il cambio di clima non fu solo meteorologico, fu dell'anima. Appena varcai il confine della Liguria di Ponente, la cappa grigia di Milano svanì nello specchietto retrovisore. Al suo posto, un’aria mite e salmastra che sembrava sciogliere il nodo che avevo nel petto. Vallecrosia mi accolse con una luce diversa, più dolce.
Mi ritrovai a camminare lungo la foce del ruscello [n.d.r.: il torrente Nervia, il quale, in verità, verso la qui citata foce separa il comune di Camporosso da quello di Ventimiglia] che segna il confine tra Vallecrosia e Camporosso. Lì, dove l'acqua dolce incontra quella del mare, rimasi incantato a guardare i cigni. Scivolavano eleganti sulla superficie, incuranti dei confini e del caos del mondo. C'era una pace antica in quel ruscello, un ritmo lento che non conoscevo più. Vivevo in una casa piccola, certo, ma fuori avevo l'infinito.
I primi tempi furono duri. Tentai la via della rappresentanza, ma ero un pesce fuor d'acqua. Poi, l'intuizione. Guardando quella terra così riservata eppure così bisognosa di esprimersi, rispolverai il mio passato d’attore teatrale. Presi quel computer che era stato il mio "premio di consolazione" dalla multinazionale e iniziai a tracciare le linee di qualcosa di nuovo. Non avrei più analizzato flussi aziendali, avrei analizzato l'anima umana attraverso la voce. Nacque così l’Accademia della Comunicazione Verbale. In quel lembo di terra tra i cigni e il mare, smisi di tacere. Incominciai a insegnare agli altri che ogni parola ha un peso, e che per parlare bene, bisogna prima imparare a respirare l'aria buona.
Davide Oscar Andreoni, Il Peso delle Parole, il Respiro del Mare, Onì d'André, 12 gennaio 2026