| Ventimiglia (IM): un tratto di mare di fronte a Mortola, dove abitava all'epoca di questo racconto Nico Orengo |
Non ricordo esattamente che anno fosse: comunque, eravamo più o meno all’inizio degli anni '60.
Apparentemente a quei tempi sia io che Nico [Orengo] non stavamo andando troppo bene a scuola: troppe distrazioni o forse era colpa dell’età. Naturalmente i nostri genitori non erano affatto entusiasti.
Al termine dell’anno scolastico, mio padre mantenne la promessa di darmi un assaggio di realtà facendomi provare cosa fosse il lavoro manuale, nella speranza di cambiare il mio atteggiamento: tutto sommato non fu un gran successo, ma quella è un’altra storia.
I genitori di Nico presero un simile approccio, ma un po’ più creativo: lo mandarono a fare il pescatore. Quando lo venni a sapere, mi sganasciai dalle risate; ma era una cosa seria.
Divenne il mozzo dell’equipaggio capitanato da 'Ernestu u Matu', con 'Aldu u Rébissu' ed un paio di altri pescatori dei quali non ricordo il nome. Pescavano salpando da Begliamìn [n.d.r.: nella zona di Latte, frazione del comune di Ventimiglia] con un barcone lungo e pesante, verde scuro, senza motore e con propulsione prettamente manuale: a remi.
Se il tempo o il mare lo permettevano, spesso dormivano in barca, sdraiati sui paglioli nella pancia del gozzo con un pezzo di vecchia coperta arrotolata come cuscino, per essere pronti a salpare le reti o i palamiti al momento giusto. Oppure sulla spiaggia, sotto le stelle, con un sacco pieno d’alghe secche come materasso o, se pioveva, nella rimessa dei Sella usata per gli attrezzi da pesca e per tenere la barca quando non in uso per lungo tempo.
Nico era affascinato da quell’esperienza, era stimolato da quell’atmosfera che era come ossigeno per i suoi polmoni. Era a contatto con la realtà che plasmava l’uomo comune; ne sopportava i disagi, ne condivideva le fatiche, ne ammirava la perseveranza; si nutriva dei colori, degli odori, dei suoni, delle sensazioni che lo circondavano, li assorbiva come una spugna. Quando ci incontravamo mi raccontava eccitato di come aveva imparato a bere il vino alla “catalana” dall’otre di pelle di capra che ‘u Matu’ portava sempre a tracolla o come erano buone le mormore cucinate alla brace, sulla spiaggia, da ‘u Rébissu’.
Oppure mi faceva vedere i calli e le ultime vesciche che quei remi pesanti gli avevano procurato; ma mai un lamento. Anzi, voleva imparare a rammendare le reti con l’agocello, quell’ago a doppia forcina e mi diceva che i pescatori avevano quattro mani da come usavano le dita dei piedi per stirare le reti da rammendare.
E si vantava di aver imparato a rollarsi le sigarette con cartine a ‘taglio fino’ anche quando c’era vento: il problema era accenderle senza bruciacchiarsi la punta del naso.
Il Nico che ho conosciuto in quei lontani anni giovanili si era innamorato del mare, dell’aria, della terra e del carattere umano della Liguria di ponente.
Aveva il legittimo titolo di Marchese, mai ostentato, ed era a suo agio sia ad una festa elegante, che nella cucina di 'Dante u scarpà' mangiando caldarroste e bevendo vino.
La sua personalità rivelava un animo puro ma, allo stesso tempo, complesso: doveroso osservatore della natura, rispettoso partecipe della vita quotidiana popolare e mai altezzoso nonostante le sue radici aristocratiche.
Roberto Rovelli, Il pescatore, messaggio del 16 gennaio 2026
Al termine dell’anno scolastico, mio padre mantenne la promessa di darmi un assaggio di realtà facendomi provare cosa fosse il lavoro manuale, nella speranza di cambiare il mio atteggiamento: tutto sommato non fu un gran successo, ma quella è un’altra storia.
I genitori di Nico presero un simile approccio, ma un po’ più creativo: lo mandarono a fare il pescatore. Quando lo venni a sapere, mi sganasciai dalle risate; ma era una cosa seria.
Divenne il mozzo dell’equipaggio capitanato da 'Ernestu u Matu', con 'Aldu u Rébissu' ed un paio di altri pescatori dei quali non ricordo il nome. Pescavano salpando da Begliamìn [n.d.r.: nella zona di Latte, frazione del comune di Ventimiglia] con un barcone lungo e pesante, verde scuro, senza motore e con propulsione prettamente manuale: a remi.
Se il tempo o il mare lo permettevano, spesso dormivano in barca, sdraiati sui paglioli nella pancia del gozzo con un pezzo di vecchia coperta arrotolata come cuscino, per essere pronti a salpare le reti o i palamiti al momento giusto. Oppure sulla spiaggia, sotto le stelle, con un sacco pieno d’alghe secche come materasso o, se pioveva, nella rimessa dei Sella usata per gli attrezzi da pesca e per tenere la barca quando non in uso per lungo tempo.
Nico era affascinato da quell’esperienza, era stimolato da quell’atmosfera che era come ossigeno per i suoi polmoni. Era a contatto con la realtà che plasmava l’uomo comune; ne sopportava i disagi, ne condivideva le fatiche, ne ammirava la perseveranza; si nutriva dei colori, degli odori, dei suoni, delle sensazioni che lo circondavano, li assorbiva come una spugna. Quando ci incontravamo mi raccontava eccitato di come aveva imparato a bere il vino alla “catalana” dall’otre di pelle di capra che ‘u Matu’ portava sempre a tracolla o come erano buone le mormore cucinate alla brace, sulla spiaggia, da ‘u Rébissu’.
Oppure mi faceva vedere i calli e le ultime vesciche che quei remi pesanti gli avevano procurato; ma mai un lamento. Anzi, voleva imparare a rammendare le reti con l’agocello, quell’ago a doppia forcina e mi diceva che i pescatori avevano quattro mani da come usavano le dita dei piedi per stirare le reti da rammendare.
E si vantava di aver imparato a rollarsi le sigarette con cartine a ‘taglio fino’ anche quando c’era vento: il problema era accenderle senza bruciacchiarsi la punta del naso.
Il Nico che ho conosciuto in quei lontani anni giovanili si era innamorato del mare, dell’aria, della terra e del carattere umano della Liguria di ponente.
Aveva il legittimo titolo di Marchese, mai ostentato, ed era a suo agio sia ad una festa elegante, che nella cucina di 'Dante u scarpà' mangiando caldarroste e bevendo vino.
La sua personalità rivelava un animo puro ma, allo stesso tempo, complesso: doveroso osservatore della natura, rispettoso partecipe della vita quotidiana popolare e mai altezzoso nonostante le sue radici aristocratiche.
Roberto Rovelli, Il pescatore, messaggio del 16 gennaio 2026