sabato 16 maggio 2020

Grimaldi divenne sul finire del 1938 l’avamposto di un’umanità smarrita


Nell’autunno del 1938 gli abitanti di Grimaldi [Frazione di Ventimiglia (IM)] incontravano, sempre più spesso, gruppi di viaggiatori stranieri che si dirigevano verso la frontiera di Ponte San Luigi.   

 
Alcuni furono notati anche nella piccola piazzetta della chiesa, nell’abitato superiore mentre con lo sguardo assorto scrutavano la costa francese, chiusa dall’inconfondibile e oscuro profilo del Cap Ferrat.
 

Che fossero clienti del Casinò dei Balzi Rossi?
L’abbigliamento e i caratteri somatici erano diversi, e poi non parlavano il francese e l’inglese, lingue che erano divenute ormai familiari ai paesani, ma un idioma incomprensibile molto simile al tedesco.
Ai più attenti non sfuggì che, tra di loro, alcuni erano ben vestiti altri, invece, apparivano sprovveduti e dimessi. Un giorno un contadino si avvicinò guardingo a un capannello di stranieri e, quasi temendo un rifiuto, chiese da dove venissero e chi fossero.
Dal gruppo si levò una voce che, in un italiano impeccabile, rispose di aver vissuto e lavorato a Genova e di essere, ora, soltanto un ebreo in fuga senza un posto dove andare. Un ebreo straniero costretto dalle leggi razziali ad abbandonare il paese e con esso i sogni e l’integrazione che aveva faticosamente raggiunto negli anni della tolleranza.
Gli occhi sbigottiti del curioso fissarono a lungo gli ebrei, così simili a lui e così lontani da quell’immagine di mostri demoniaci assetati di sangue, di perfidi deicidi ed eterni cospiratori che la propaganda fascista aveva ossessivamente proposto.
Venivano dal Nord-Italia dove qualche comprensivo funzionario della questura, impietosito dalla condizione in cui si trovavano, aveva suggerito loro di trasferirsi in Riviera dove, con un po’ di fortuna, avrebbero potuto raggiungere la Costa Azzurra.
Erano i più fragili o forse i più accorti, avevano volontariamente o astutamente ceduto a una guerriglia psicologica che li aveva terrorizzati con la continua minaccia di rispedirli nei loro paesi d’origine o, nella migliore delle ipotesi, di inviarli nei campi d’internamento.
Alloggiavano tutti negli hotel “Miramar” e “Vittoria”, dove consumavano inesorabilmente i loro giorni e il poco denaro rimasto.
Grimaldi divenne sul finire del 1938 l’avamposto di un’umanità smarrita, spesso fuggita dalle persecuzioni naziste che avevano provocato la disgregazione delle loro famiglie, la separazione dei genitori dai figli.
Circolava la voce che c’erano dei pescatori disposti a trasportare gli ebrei oltre confine e ai loro occhi, dietro quelle incombenti e brulle montagne, apparve una salvezza almeno momentanea.  


Nei saloni degli hotel si assisteva a continui conciliaboli, dove si diffondevano rapidamente voci sempre più confortanti.
 

I più intraprendenti, oppure quelli che conoscevano meglio l’italiano, si recavano nella “Spiaggia delle Uova” e attendevano l’arrivo delle imbarcazioni dalla pesca.
Con la promessa di una congrua ricompensa tentavano di convincere i pescatori a trasportarli appena oltre il confine, ma ricevevano immancabilmente una risposta negativa.
Certo, per i pescatori l’affare era allettante, ma la paura di essere sorpresi dalla polizia italiana o dalla gendarmeria francese era altrettanto grande.
I più anziani che in passato avevano praticato il contrabbando e conoscevano perfettamente la costa francese, accettarono il rischio.
I primi ebrei partirono e gli alberghi si svuotarono.
Le voci del felice esito dei trasporti si diffusero rapidamente in Italia e all’estero: da quel momento l’avamposto di Grimaldi divenne un frequentato crogiolo cosmopolita.
Ad alcuni ebrei impauriti dalle onde e terrorizzati dall’idea di dover salire su quelle piccole imbarcazioni traballanti, fu suggerito di tentare di avvicinare i “passeur”, i contrabbandieri che conoscevano anche i sentieri più impervi e reconditi.
Certo, l’abbigliamento e le calzature che portavano non erano dei più adatti, ma valeva la pena di tentare.
Non tornarono indietro: probabilmente erano riusciti a passare.
Un impaziente ebreo polacco decise di provarci da solo e si avventurò nel luogo sbagliato: il sinistro “Passo della morte”. Cadde e si sfracellò sulle rocce sottostanti.
Il suo corpo orrendamente divorato dagli animali fu recuperato molto tempo dopo e identificato grazie al passaporto rinvenuto in una tasca: si chiamava Schinler Pinkers.
Qualche mese dopo si verificò un evento tanto lieto, quanto inatteso: i pescatori si dichiararono pronti a trasportare gli ebrei.
Come spiegare un mutamento così repentino?
Il regime, attraverso i suoi organi periferici, aveva concesso ai pescatori una temporanea libertà di movimento, nella speranza di riuscire a liberarsi di quanti più ebrei possibile.
Da qualche giorno alloggiava al “Miramar” anche un italiano che si era subito fatto notare.
Discuteva assiduamente con gli ebrei e, tra mille difficoltà, proponeva pazientemente a ogni eventuale cliente la soluzione più adatta alle sue disponibilità economiche.
Il momento delle trattative era animato ed estenuante, tutti cercavano di ottenere sconti, ma egli era irremovibile almeno in apparenza: le tariffe erano fisse e quando il denaro non bastava, accettava a saldo o in sostituzione gioielli e altri oggetti di valore.
Chi non possedeva nulla, ed erano in molti, veniva trasportato comunque; l’uomo annotava minuziosamente le loro generalità su un piccolo quaderno.
Infine, compilava le liste d’imbarco e indicava il luogo e il giorno della partenza.
L’uomo delle trattative era il cassiere e il responsabile operativo «dell’agenzia di navigazione clandestina», che aveva la sua sede centrale a Ventimiglia ed era diretta da Mario Toselli, un uomo abile e privo di scrupoli.
Riceveva periodicamente la visita del dirigente del vicino posto doganale al quale consegnava le liste di imbarco e una consistente tangente debitamente occultata.
Incontrava spesso un uomo di bassa statura, corpulento, che portava un borsalino grigio ed era sempre vestito elegantemente: era il commerciante ebreo ventimigliese Ettore Bassi.
Costui recava con sé consistenti somme, affidategli dall’organizzazione assistenziale ebraica italiana COMASEBIT, destinate a coprire le spese alberghiere e l’avvenuto trasporto di coloro che erano stati iscritti dal cassiere nella «rubrica dei nullatenenti ».
I passeur, invece, non accettavano più di accompagnare gli ebrei; preferivano tornare agli abituali traffici.
Furono sostituiti da militi della “confinaria” in divisa verde e nera che anche di notte erano appostati ovunque.
Di giorno si incontravano regolarmente mentre si avviavano a dare il cambio ai camerati che, dai precari rifugi in legno, presidiavano i valichi sulle montagne o quando accompagnavano gli ebrei da allontanare.
Qualche mese prima era tutto più semplice, al punto che i quotidiani di Nizza avevano ironizzato sulla sorveglianza alle frontiere sostenendo che non era necessario pronunciare la frase “Apriti Sesamo” per entrare nel paese, perché le porte erano perennemente spalancate.
Ora i Francesi avevano rafforzato la sorveglianza e i pescatori ritornavano sovente con il loro carico umano.
L’angoscia di rimanere bloccati a lungo spinse gli ebrei a rivolgersi insistentemente al cassiere per sapere se vi fossero soluzioni alternative.
L’uomo rispose che c’era una via assai pericolosa, ma che garantiva un esito certo, occorreva sborsare però, una vera fortuna, 1000 lire, inoltre questo affare era trattato solo dal “capo” all’albergo Torino di Ventimiglia.
I più facoltosi accettarono e furono accompagnati in autobus a Grimaldi da un dipendente «dell’agenzia» e nascosti in un vecchio frantoio.
Erano poi scortati nei pressi della caserma della guardia di finanza dove, sotto gli occhi complici degli agenti, il segretario del fascio locale assumeva la guida del silenzioso corteo.
Si dirigevano poi verso il canale d’irrigazione detto nel dialetto locale “Beu de Bedin”, che convoglia l’acqua che sgorga nei pressi dell’abitato di Grimaldi ai terreni della zona di Menton-Garavan. 
 

Il “Beu”, tuttora visibile nel vallone di San Luigi, è in cemento, largo circa venticinque centimetri; segue un sentiero a strapiombo su un pauroso precipizio e a pochi metri dal confine una porta in ferro ostruisce completamente il passaggio.
Apparteneva ad un consorzio irriguo, composto da sessanta italiani che abitavano nella zona di Grimaldi e da cinquanta membri francesi; di questi ultimi presidente era Delrue, allora consigliere comunale di Mentone.
Per consentire l’apertura della porta non era sufficiente pronunciare le parole magiche “Apriti Sesamo”, ma occorrevano le chiavi del segretario.
Nell’estate del 1939 il passaggio fu improvvisamente ostruito con filo spinato e presidiato continuamente da un gendarme.
Che cosa era successo?
Qualche giorno prima i gendarmi controllando l’identità dei passeggeri dell’autobus di linea Mentone-Nizza invitarono a scendere tre viaggiatori sospetti.
Si trattava di ebrei che interrogati tradirono la consegna del silenzio e rivelarono di essere passati attraverso il “Beu de Bedin”.
Da un po’ di tempo, ormai, affluivano a Grimaldi sempre meno ebrei e le barche a remi rimanevano spesso in secca sulla “Spiaggia delle Uova”.
Le agenzie si erano dotate di grandi barche a motore e avevano preferito spostare gli imbarchi a Bordighera e San Remo, dove le centinaia di ebrei in attesa potevano trovare un comodo alloggio.
La centrale operativa del “Miramar” fu smantellata e l’albergo ritornò alla sua abituale quiete.
 
Paolo Veziano, in La Gazzetta di Grimaldi, anno VII, n° 7, giugno 2005