sabato 18 gennaio 2020

Un’anarchica presa di contatto con gli Alleati

Punta Mortola di Ventimiglia (IM)
Questa storia dei tempi di guerra Elio l’avrà raccontata millanta volte...

Il nostro intento era di muovere verso le navi alleate e spiegare che sulla costa non c’era una linea difensiva di sbarramento tedesco tale da giustificare i ripetuti attacchi navali.
L’idea di questa sortita fu mia: il 9 settembre 1944, insieme a Miseria Memmo, classe 1914, marinaio e panettiere e Tacchini Gino, classe 1924, panettiere che lavorava da Curti, organizzammo il piano. Ma Tacchini Gino, non potendo lasciare il posto di lavoro cui era indispensabile, fu poi sostituito da Boscaglia Emani, classe 1925; mi preme però qui ricordarlo, perché pochi giorni dopo questi fatti, il 4/12/1944 Tacchini fu mitragliato e ucciso dai tedeschi durante un rastrellamento, mentre tentava di fuggire per la traversa che da Via Garibaldi porta a Piazza delle Erbe.

Ma ecco i fatti: i
l pomeriggio del 9 settembre passiamo il posto di blocco a Porta Canarda [di Ventimiglia (IM)]: io ero esonerato dal servizio militare, in quanto lavoravo nelle ferrovie, dove prestavo servizio negli impianti elettrici.
Per arrivare a Latte
[Frazione di Ventimiglia (IM)] dovemmo attraversare un campo minato, fino a giungere nella proprietà dei Marchesi Orengo.
Lì, scesi verso Punta Mortola, ci impossessammo di un loro gozzo e ci mettemmo in mare verso le dieci di sera, col favore delle tenebre.
Ben presto dalla postazione tedesca di Latte fummo fatti oggetto di un fuoco di mitraglia, ma essendo la barca di piccole dimensioni, riuscimmo ad allontanarci, anche perché i tedeschi non potevano accendere fari, essendoci l’oscuramento.
Da quando eravamo a bordo era il marinaio Miseria che gestiva la situazione.
Io venni messo al timone e istruito a tenere la rotta facendo riferimento a due stelle per portarci al largo, mentre gli altri due erano ai remi. All’alba del mattino dopo, verso le sei, un MAS della marina americana ci avvista e si avvicina a noi con varie manovre di accerchiamento per identificarci.
Noi intanto avevamo issato una bandiera bianca. Raggiuntici e resisi conto che non avevamo intenzioni ostili ci trasbordarono sulla motovedetta e ci portarono a St. Raphael dove si trovavano le navi.
Lì salimmo a bordo della nave ammiraglia, dove venimmo identificati con foto, impronte digitali e generalità.
Interrogati, cercammo di spiegare le nostre intenzioni e la situazione della costa.
Gli americani ascoltarono il nostro messaggio.
 
Per confermare la nostra credibilità, lavorando io a Bordighera, comunicai che nella galleria di Capo S. Ampelio era nascosto un treno blindato tedesco.
 
Gli americani per accertarsi di quanto avevo detto la sera dello stesso giorno a bordo di un MAS mi condussero sul mare antistante Bordighera, dove infatti, avendoci scorto, il treno blindato uscì allo scoperto e aprì il fuoco.
Tornammo allora a St. Raphael, dove praticamente fummo trattenuti come prigionieri e convogliati a Napoli.
Da lì raggiungemmo Aversa e fummo inquadrati nella Quinta Armata, in cui erano riuniti tutti i resti dell’esercito italiano disperso.
Nel campo per prima cosa ci fecero spogliare e ci disinfettarono.
Poi ci chiesero dove volessimo essere impegnati; potevamo combattere o sul fronte di Monte Cassino o su quello di Bologna.

Boscaglia Ernani si arruolò nei bersaglieri; Miseria Memmo in marina; io restai nel campo dove venni ricoverato in infermeria per un sopraggiunto aggravamento del mio stato di salute.Questo campo era in pratica un campo di concentramento, dove noi italiani non eravamo ben considerati, neppure gli stessi ufficiali, dagli alleati americani.
Ci davano poca acqua da bere e poco cibo: ricordo che una sera era avanzato del semolino e ci era stato detto che potevamo prenderlo: ci fu una vera e propria ressa, in cui io rimasi calpestato nella calca.
Poi si sparse la notizia che sul Mar Baltico gli americani e i russi si scambiavano i prigionieri: io ero di fronte al settore russo (non ho mai capito perché dei russi fossero lì), ma uno dei soldati russi non voleva imbarcarsi: fu preso a pugni e calci fino a vomitare sangue.
In questo campo io restai tre mesi, per essere poi ricoverato in un ospedale americano vicino e da lì infine nell’ospedale dei Miracoli a Napoli, dove restai fin quasi alla Liberazione.


… sono salito [a Perinaldo (IM), qualche anno fa] a trovare Elio …
Parliamo del più e del meno e poi cerco di chiedergli un paio di precisazioni.
Gli chiedo che cosa si fosse portato sul gozzo quella volta, immaginavo avesse almeno una borraccia d’acqua.
Allora il racconto riparte da casa con tre o quattro gallette da soldato e qualche pezzo di corda di quelli usati per legare i remi agli scalmi (li chiama strepui, stroppi) e con una rivoltella a tamburo da carabiniere, mai usata, che poi finirà nel mare.
A Porta Canarda c’era un posto di blocco in un fortino vicino a dove abitava Armando u re di Calandri e passano grazie ad un tesserino di Elio da ferroviere addetto agli impianti elettrici.
Poi racconta di Magnani che li fa camminare tra le mine dietro alla Villa degli Orengo.
Sono già le otto e mezza di sera e fa buio. Elio che è il più piccolo viene fatto salire sul tetto di una baracca e togliendo alcune tegole si lascia cadere direttamente nel gozzo.
Apre la porta da dentro ed il resto è facile.
Elio racconta di essersi bagnato nel varo del gozzo e di essere rimasto bagnato per tutta la notte, fino all’incontro con i mezzi americani.
Era l’aurora precisa, non l’alba.
E lui fece una bandiera bianca con la maglietta che si era tenuta bagnata tutta la notte.
Miseria che dei tre era il marinaio esperto e aveva il tatuaggio di una pellerossa sul braccio, è per primo a bordo della nave americana salendo la corda...


da ViteParallele di Arturo Viale di Ventimiglia (IM)