martedì 22 novembre 2022

Ci chiamavano i bambini libici

Sanremo (IM): Giardini Pubblici a San Martino

Sanremo (IM)

Sanremo (IM): il porto vecchio

"E in ottobre ci trasferirono a San Remo. A San Remo la collocazione venne fatta in grande stile, [perché] vennero requisiti molti alberghi: il Grand Hotel, [che] allora si chiamava il Grande Albergo, e c'erano le ragazze. Ma siccome noi eravamo tra i più piccoli, una squadra - gli unici - ci misero insieme alle ragazze. E ci rimanemmo alcuni mesi, dopo di che ci trasferirono dove c'erano i maschietti. L'altro albergo [era un albergo] che allora si chiamava Albergo Aosta, oggi so che si chiama Hotel Londra. Noi nel 1980 eravamo in vacanza a San Bartolomeo e io e lei andammo a San Remo proprio a visitare il grande albergo, che era il Grand Hotel e l'Albergo Aosta. Ci fermammo a un chiosco a prendere una bibita, e il gestore, al quale chiesi se si ricordava [quel periodo mi rispose]: cosa, io ero l'economo! Si ricordava tutto! Quanti ricordi mi fece venire in mente! E li ricordavo con nostalgia e si vedeva che questa persona aveva qualcosa di umano, perché ricordava questi bambini, ricordava cosa ci avevano fatto durante la guerra. E quindi noi siamo stati lì quattordici mesi, che ci chiamavano i bambini libici, e in tutto l'albergo c'era un cartello che era scritto "Colonia bambini libici". Bimbi libici perché significava i bambini che venivano dalla Libia, non è che abbiamo cambiato nazionalità, e quindi eravamo italiani e basta."
16) Com'erano i rapporti con la popolazione locale?
R.: "Ma non avevamo contatti con la popolazione, eravamo isolati. Al mattino si partiva o dal Grand Hotel o dall'Albergo Aosta e si andava verso il centro di San Remo a scuola. E andavamo alle scuole pubbliche."
Enrico Miletto, Intervista a Nicola G. del 26/04/2012, in L'Esodo istriano-fiumano-dalmata in Piemonte. Altre profuganze. Profughi dalla Libia e dall’Africa orientale, Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea 'Giorgio Agosti'

Bordighera (IM): gli scogli di Capo Ampelio

A Bordighera, negli anni di guerra 1940/1945, vennero ospitati in molti alberghi e nella casermetta della ex-Gil circa quattromila di quei tredicimila ragazzi italo-libici che, per ordine del fascismo, avevano dovuto abbandonare le famiglie, dalle quali rimasero divisi fino alla fine del conflitto. Molti di questi ragazzi perirono per cause belliche (circa tremila ) e molti altri non poterono più ricongiungersi ai famigliari: episodi di grandi sofferenze fisiche e morali frutto della dittatura e causate dal conflitto provocato dai nazi-fascisti. Tutto questo è descritto con precisione storica e partecipazione umana da una di quei ragazzi d'allora, Grazia Arnese Grimaldi che, nel suo libro "I tredicimila ragazzi italo-libici dimenticati dalla storia" pubblicato da Marco Sabatelli Editore in Savona, ricorda la tragedia di quei bambini. L'ANPI di Bordighera, con la lettera riportata in allegato, ha proposto al Comune che la presentazione del libro, con l'intervento dell'autrice, venga inserita tra le iniziative del programma per la celebrazione del prossimo 25 Aprile, giornata della Liberazione. E' una straordinaria occasione per far conoscere ai cittadini una pagina che pochi ricordano della storia recente di Bordighera. A tale fine, l'ANPI si rivolge a tutti coloro che abbiano ricordi, immagini, documenti riferibili all'importante episodio storico affinché, se disponibili, li facciano conoscere, per una giornata "della memoria" cittadina; mettendosi in comunicazione direttamente via internet con l'ANPI o rivolgendosi alla libreria "Amico Libro".
Il Presidente dell'ANPI di Bordighera
Vincenzo Ridi  
PS. La data, il luogo e l'ora della manifestazione, appena stabiliti, saranno resi pubblici con altro comunicato.
ANPI
Associazione Nazionale Partigiani d'Italia
Via XX Settembre n. 17
BORDIGHERA
Al Signor Commissario Prefettizio
Dottor Paolo D'Attilio
Comune di BORDIGHERA  
Oggetto: proposta di manifestazione per il prossimo 25 Aprile
Gentilissimo Signor Commissario,
in occasione della Celebrazione della Liberazione dal nazi-fascismo, la scrivente associazione intende rendere particolare omaggio ai tredicimila ragazzi italo-libici che il 6 Giugno 1940 vennero tolti ai genitori e obbligati a "vacanze" in colonie fasciste. Per questi ragazzi, maschi e femmine, ebbe inizio una triste odissea di vagabondaggio per l'Italia durante la quale tremila di loro perirono. Solo diecimila, dopo il conflitto mondiale, poterono riabbracciare i loro cari.
A Bordighera, alloggiati in varie residenze, ne furono ospitati nel 1941, 1344, e nel 1942, 1638.  E la loro presenza è ancora nella memoria dei nostri concittadini meno giovani.
Tutto questo è contenuto nel bel libro "I tredicimila ragazzi italo-libici dimenticati dalla storia", scritto da una di quei ragazzi d'allora, Grazia Arnese Grimaldi, e pubblicato da Marco Sabatelli Editore in Savona, Gennaio 2012.
La presentazione del libro con l'intervento dell’autrice (che può essere qui solo nei giorni 26 o 27 Aprile) ci offre la possibilità di far conoscere un triste episodio frutto della dittatura, e causato dal conflitto voluto dal nazismo e dal fascismo.
Pensiamo di fare cosa doverosa e gradita chiedendo l'inserimento della sopra accennata iniziativa nel programma del Comune per la celebrazione del prossimo 25 Aprile al quale la scrivente Associazione chiede:
a) la messa a disposizione (per il 26 o il 27) di un locale (Sala Rossa del Parco) per la presentazione del libro e per un ricordo di questo avvenimento cittadino;
b) la consegna di un pubblico attestato di accoglienza (si spera, calda e affettuosa) della Città a quei ragazzi che vennero "forzatamente deportati" nelle colonie ex-Gil di Bordighera.
Rimango a disposizione per meglio illustrarLe personalmente i nostri intendimenti.
Confidando nella Sua sensibilità e positiva accoglienza della nostra proposta, Le porgo i più cordiali saluti.
Il Presidente dell'ANPI di Bordighera (Ing. Vincenzo Ridi)  
Bordighera, li 14 Marzo 2013
Documento ANPI Sezione di Bordighera


ANPI sezione di Bordighera
Libreria "Amico Libro"
Istituto di Studi Liguri
Vi invitano venerdì 26 Aprile 2013
presso l’Istituto di Studi Liguri - Via Romana, 39 - Bordighera
ore 16.00 proiezione del film "Vacanze di guerra - l’odissea dei bambini italiani in Libia"
ore 17.00 presentazione del libro "I tredicimila ragazzi italo-libici dimenticati dalla storia"
di Grazia Arnese Grimaldi - Marco Sabatelli Editore
Intervista l’autrice: Giorgio Loreti
Ingresso libero
La signora Grazia Arnese Grimaldi nel 1938, a soli 5 anni, approdò nel "deserto libico". Il padre, coltivatore, riuscì con l’aiuto dei due figli maggiori, a far emergere dalla sabbia e dal ghibli, un'azienda agricola florida e rigogliosa. Il 6 giugno del 1940, Grazia, insieme ad altri 13.000 bimbi libici, venne tolta ai genitori e "obbligata" a "vacanze" in colonie fasciste (ne esistevano anche qui nella nostra zona: Sanremo, Bordighera, Ventimiglia e Mentone).
Cominciò una triste odissea di vagabondaggio per l'Italia subendo il trauma e il terrore della guerra, delle bombe e della fame, ma soprattutto soffrì per la lontananza dalla famiglia. Solo a guerra conclusa potè ricongiungersi alla madre; aveva circa 13 anni e con l'etichettatura di "profuga" perchè aveva perso tutto, si trovò ad affrontare la vita con tutta la rabbia e la volontà di cui era capace.
Questo incontro nasce dall’intento di gettare un po' di luce su un episodio della nostra storia (che ha toccato pure Bordighera) poco conosciuto e non citato nei testi scolastici.

Redazione, I tredicimila ragazzi italo-libici dimenticati dalla storia, Bordighera TV, 24 aprile 2013   

Bordighera (IM): ex Albergo Continentale

Le autorità avevano pensato di portarci al sicuro mandandoci a Napoli, invece eravamo in gran pericolo perché i primi aerei da combattimento li abbiamo sentiti proprio sopra di noi. Si vedeva il fuoco delle mitragliatrici dalle persiane; venivano sempre di notte, si vede che di giorno si vergognavano. Comunque in quel posto siamo rimasti cinque giorni, passati col terrore dei bombardamenti. A questo punto hanno pensato bene di portarci proprio al sicuro, in una cittadina tranquilla e bellissima che è rimasta dentro me e si chiama Bordighera. Morirò con la voglia di rivederla perché là sono stata due anni e due mesi con i miei fratelli, naturalmente, e là ho frequentato la terza e quarta elementare. A Bordighera si stava veramente bene, eravamo in un albergo che si chiama Continentale ed esiste ancora perché mio fratello V. quando si sposò andò là per la luna di miele, sicché la nostalgia l'ha sentita anche lui. Egli era stato cresimato a Bordighera; ricordo che il padrino era un uomo piccolino, ma tanto buono.
Nella Stramazzo, Bordighera, Italia, 1940, Italiani all'estero. I Diari raccontano: un progetto di Nicola Maranesi per l’Archivio diaristico nazionale, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale  

Un'immagine, relativa ai bambini ed ai ragazzi qui in tema, riferita alla provincia di Imperia

Sanremo (IM): uno scorcio dei due porti

17) E in classe c'erano anche i bambini sanremesi?
R.: "No, eravamo solo di noi, solo di noi. Si andava inquadrati sul lungo mare di San Remo, marciando, e lì si andava a scuola. L'insegnamento era, per quello che ricordo io, ottimo. All'uscita, siccome l'alimentazione era scadente, ci incontravamo all'uscita dalla scuola con le ragazze e con le mie sorelle. E una delle due usciva dalla fila - perché anche loro erano inquadrate, anche loro marciavano - mi correva incontro e mi portava un panino. Il panino era tanto, era un panino così [piccolo, come il palmo di una mano]: loro ne mangiavano metà e l'altra metà la davano a me. E poi si tornava [in albergo]. Poi i miei genitori dalla Libia, che si scrivevano con i parenti che avevano al paese qui in Italia, raccontavano tutto. Raccontavano che avevano i figli, [che] uno era partito per il servizio militare, che l'altro più giovane era partito volontario un po' per le necessità e un po' perché la propaganda invogliava. Nel frattempo si era ammalata una delle mie sorelle che era rimasta lì, si era ammalata gravemente, per cui in casa di sette figli ce n'era rimasta una. E allora pensando ai più piccoli, mia madre scriveva - e faceva scrivere dalla mia sorella più grande, quella che era rimasta con loro, perché mia madre era completamente analfabeta, mio padre qualcosetta [leggeva e scriveva]- a una zia. Che noi avevamo una zia che inizialmente erano abbastanza benestanti per i tempi, per come si può essere benestanti in una povertà. Chi aveva tanto di più, era considerato benestante rispetto a chi era proprio nell'indigenza. E arrivarono alla decisione di toglierci da queste colonie e portarci dai parenti. Si pensava ma sì, tanto la guerra finisce... Mai decisione fu peggiore! Eh sì, perché, povera gente, questi erano una famiglia di nove figli, [che vivevano] sempre nel mio paese, e quindi così ne arrivavano altri tre [vale a dire me e le mie sorelle]. Siamo partiti per andare dagli zii gli ultimi giorni del '42, da San Remo. Per cui facemmo capodanno lungo il viaggio: da San Remo per arrivare dagli zii, ci impiegammo quattro giorni. Per cui quando arrivammo lì, trovammo una situazione completamente differente da come ci eravamo abituati. Intanto, in colonia, ci facevano fare il bagno tutte le settimane, ci si cambiava tutte le settimane, c'era pulizia. Sì, era scarsa l'alimentazione, ma per il resto si faceva tutto quello che era possibile, questo glielo riconosciamo. Ma lì troviamo, se non proprio povertà, quasi. E quindi, niente più bagno, niente più cambiarsi, per cui ho fatto i pidocchi. Ma non era colpa di questa povera gente, era la povertà! Ma chi glielo ha fatto fare! Avrebbero dovuto passare il sussidio, ma siccome il sussidio non arrivava, la gente - e molti [lo fanno] ancora oggi - sbagliano nel trattare con le autorità, con chi si ha di fronte. Allora si va e si pretende... E se dall'altra parte c'è qualcuno che è arrogante, allora dice: ah sì, è così? Allora faccio in modo di non fartelo avere. E noi il sussidio non lo abbiamo mai avuto. Per cui la zia sperava: quello che abbiamo noi, più il sussidio che ci passano, ci campiamo anche noi su quel sussidio che ci passano. E invece non arrivò una lira. E non arrivò per il segretario comunale con il quale mia zia si era scontrata per il fatto che tardava ad arrivare il sussidio. Probabilmente il sussidio arrivò, ma nelle sue tasche! Non è possibile che il sussidio non arrivasse, tutti hanno avuto il sussidio, perché tanti ragazzi sono finiti a casa dei parenti, tantissimi. [E questo] perché il regime cercava di scaricare per alleggerire le spese, era comprensibile, c'era un esercito da mantenere. E comunque, per tornare indietro, ricordo che la scuola funzionava perfettamente, il doposcuola altrettanto perfettamente - parlo di San Remo - al punto che c'era un insegnante anche al pomeriggio, che insieme ci faceva fare i compiti e ci guidava passo, passo. E so che noi apprendevamo bene, tutti apprendevamo bene: questo tipo di organizzazione era perfetta. Ma nella giornata c'erano due ore - accidenti!- di cultura fascista. Di queste persone, di questi ragazzi che poi sono diventati uomini e donne, quasi la totalità, o se non la totalità ma la stragrande maggioranza, sono rimasti con quel tipo di inculcamento che hanno avuto nel loro cervello, e sono rimasti con la mentalità fascista! Quando c'era il duce, quando c'era il duce...
Enrico Miletto, Intervista a Nicola G. già cit.


Una cartolina di mobilitazione per il "servizio presso la colonia dei bimbi libici a Bordighera"

Bordighera (IM): la spiaggia di Bagnabraghe

Bordighera (IM): uno scorcio del Palazzo del Parco, costruito al posto dell'Albergo Parco

Vi ricordo che siamo nel millenovecentoquarantadue e fate conto com'era divisa la mia famiglia in quell'anno. Continuiamo: sempre in quest'anno ritornarono a casa la mamma con la piccola E. e furono ospitate dalla nonna materna a Liettoli. Vi faccio notare che noi eravamo sempre a Bordighera e quando abbiamo sentito che la mamma era qui in Italia restammo sempre in attesa che venisse a prenderci per portarci a casa con lei. Ogni tanto arrivava qualche madre a prendere i suoi figli; noi restavamo male e speravamo sempre di sentire dal megafono il nostro cognome, sentire che la nostra mamma era venuta a prenderci. Il bel giorno arrivò anche per noi. Venne assieme alla mia sorellina E. che, ricordo bene, indossava un vestitino a fioretti rossi. Tengo a precisare che erano due anni e un mese che non vedevamo la nostra mamma. In quel momento eravamo tutti alle stelle! Lei non poteva portarci via subito e disse: «State buoni che tra un mese vengo a prendervi tutti e andiamo a casa dalla nonna. Siete contenti?». Nel frattempo da Cesenatico è venuto da noi anche mio fratello R.; così almeno eravamo tutti uniti. Passò quel benedetto mese e la mamma ci venne a prendere.
Nella Stramazzo, Il ritorno della madre in Op. cit.

Bordighera (IM): una spiaggia

27) In tutto questo periodo continuavate a mantenere rapporti con la vostra famiglia?
R.: "No, nessuno sapeva niente. Due volte - una volta a Rimini e una volta a Bordighera - ci hanno messo in comunicazione radio con la famiglia e noi mandavamo i saluti, ma non so se poi loro li avevano ricevuti. Loro [il regime] dicevano che la famiglia li aveva ricevuti, ma non lo sapevamo. Noi ci mettevamo in fila, ci presentavamo e mandavamo i saluti. [Questa scena] si vede anche in un documentario dove c'è una bambina bionda - che [tra l'altro] è di Torino - che saluta la famiglia. Poi le notizie erano quelle che dava il bollettino del partito."
28) A Bordighera lei inizia a fare una vita più normale, quindi...
R.: "Noi eravamo trattati come i prediletti. All'inizio come dei prediletti del regime. Cioè noi ricevevamo un'educazione fascista e militaresca, perché eravamo inquadrati come i militari: alzabandiera, marce e tutto quanto. Però poi abbiamo incominciato una vita normale con gli altri bambini. Ma a scuola andavamo solo noi, perché il regime aveva previsto che in ogni colonia ci fosse una scuola. Solo che a Bordighera è stato diverso, perché lì c'erano sei o sette alberghi che avevano questi bambini, eravamo 1.500 a Bordighera, 1.500 a Sanremo, un migliaio a Ospedaletti, un migliaio anche a Mentone. E poi qualcosa anche in provincia di Savona, ma eravamo soprattutto concentrati lì. E quindi non potevano fare sei scuole in ogni albergo, e allora han preso un albergo e lo hanno utilizzato come scuola. E noi al mattino andavamo a piedi, incolonnati, in marcia, e andavamo lì, che non passava il bus a prenderci! E quando pioveva stavamo a casa, eravamo tutti contenti!"
29) Con la popolazione locale avevate dei rapporti?
R.: "No, no, come bambini no, eravamo controllati e isolati. Sì, noi andavamo per la strada marciando eccetera, magari ci guardavano, ma come rapporti non ne avevamo, eravamo un po' isolati. Eravamo maschi e femmine divisi, e anche nella scuola, se potevano facevano la scuola maschile e femminile. Dove non c'erano tanti alunni facevano la scuola mista, ma se potevano facevano soprattutto quello."
30) Lei prima mi parlava di assistenza. Quindi ricevevate un po' di assistenza...
R.: "Assistenza sì. Avevamo la divisa da balilla che, tra parentesi, fino a che non ho compiuto otto anni ero figlio della lupa, con la banda davanti. Sì, avevo quella divisa lì e basta. Il mantello d'inverno, ma meno male che a Bordighera non faceva tanto freddo! Comunque sì, avevamo quello e basta."
31) Mi rifaccio a un passaggio di un'intervista che ho fatto a un altro profugo arrivato dalla Libia con una storia simile alla sua. Un passaggio che mi ha molto colpito. Parlandomi della sua esperienza di bambino in una colonia dove era stato inviato subito dopo essere sbarcato a Bari, mi ha detto che ha fatto la comunione e la cresima, e in quell'occasione c'erano delle famiglie che si prestavano ad essere padrini e madrine. Lui aveva poi ricevuto un regalo - credo una statuetta - che però non ha mai più visto. E la cosa lo fece restare molto male. Lei ha vissuto simili esperienze.
R.: "No, a me mi han detto che il mio padrino doveva essere addirittura il federale di Imperia. Poi questo qui non ha potuto e allora mi ha tenuto a cresima un maestro elementare che mi ha regalato il libro di Pinocchio. Il primo libro che ho ricevuto, è stato il libro di Pinocchio, che poi io me lo ero portato dietro quando sono andato a finire nel Veneto dai miei parenti ed è rimasto lì e non l'ho più visto. Ma è vera 'sta storia. [Mi ricordo] che molti della popolazione di Bordighera han tenuto a cresima questi bambini. Non eravamo mal visti, salvo gli ultimi periodi, perché questa banda di bambini e di ragazzi, affamati... Perché poi continuava a subentrare la fame: caduto il fascismo è cominciato a diventare dura, specialmente nel '43-'44, l'ultimo anno che siamo stati lì. Insomma, quando andavamo in giro andavamo nei campi e facevamo altro che le cavallette!"
32) Quando cade il fascismo cosa succede?
R.: "Lì era ancora territorio sotto il fascismo, Bordighera era ancora sotto il fascismo. Io ricordo che nella mia colonia il 25 luglio [1943] quando è caduto [il regime] c'erano della gente esagitati, erano i più vecchi, che dicevano: 'Oh, adesso andiamo noi a liberarlo [riferendosi a Mussolini], era tutto così'."
33) Quindi la propaganda di regime aveva fatto presa...
R.: "Eh sì. Alcuni son poi andati nelle Brigate Nere a Salò, per intenderci. Erano convinti, erano di quell'idea e qualcuno è [anche] morto. Io ho visto un bollettino che dicevano che due o tre che erano del reparto libico son morti, che hanno costituito anche un reparto dei bambini della Libia, quelli più grandi però. I miei fratelli che erano più grandi di me, sono rimasti nelle campagne dell'Emilia, perché queste famiglie li ospitavano e intanto loro lavoravano e queste famiglie ricevano magari anche un sussidio."
34) Prima lei mi ha detto di essere andato nel Veneto dai suoi parenti...
R.: "Sì, nel '44. Erano tornati i tedeschi. A noi [prima] ci gestiva la Gioventù Italiana del Littorio. Caduto il fascismo, è caduta anche la Gioventù Italiana del Littorio, ed è subentrato il Ministero dell'Africa Italiana per un certo periodo, ma per poco. Poi al Ministero dell'Africa Italiana è subentrato un altro ente fascista l'Opera Nazionale Maternità e Infanzia, che ci ha gestito fino alla fine delle colonie. Chiaramente noi nel '44, tutte le colonie della Liguria sono state mandate nel bergamasco, perché c'era l'avanzata degli eserciti [nemici]. Quelli che erano nel litorale adriatico li han mandati nel bresciano, son tutti saliti. Però anche lì era diventata critica la situazione, perché mezzi per mantenere queste colonie non ce n'era, e allora succedeva? Che chi aveva dei parenti che erano disposti a tenerli, [i bambini] potevano essere mandati da questi parenti, che poi magari ricevevano un piccolo sussidio. Quelli che non avevano parenti, specialmente quelli del meridione che i parenti erano oltre la linea gotica, le donne le mandavano nei collegi e gli uomini - come i miei fratelli- a lavorare nelle campagne dai contadini che li ospitavano. Qualcuno poi si è anche arruolato: venivano questi qua a cercare di arruolarli. Non era obbligatorio, però fame ce n'era tanta, lì avevano magari anche la possibilità di mangiare, l'età era giusta per arruolarsi e si sono arruolati. Non c'è niente da dire. Io poi...Nel '43 una mia sorella era stata ospitata da un mio zio nel Veneto. A me avevano chiesto se avevo dei parenti e io ho citato questa sorella, e loro senza avvisare questo mio zio che sarei arrivato, mi han preso e mi han mandato lì. Mi ricordo che durante il viaggio siamo stati anche mitragliati, perché eravamo su un camioncino scoperto. Ci hanno mitragliato dentro ai vigneti ma poi siamo arrivati. E sono arrivato lì, che neanche sapevano che sarei arrivato, ma siccome di aprenti ne avevo tanti nel Veneto, non è stato un problema."
Enrico Miletto, Intervista a Ernesto S. del 31/05/2012, in L'Esodo istriano-fiumano-dalmata in Piemonte. Altre profuganze. Profughi dalla Libia e dall’Africa orientale, Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea 'Giorgio Agosti'