venerdì 22 maggio 2026

Nell'aria fredda si sentiva il fruscio delle ali degli stornelli

Ventimiglia (IM): una vista verso ponente da Strada Ville 

1956 - La memoria bisogna coltivarla, tenerla viva riparlando delle storie e spesso ci sono i confronti tra chi ricorda particolari aggiuntivi e chi rinfaccia al narratore di turno di averla già raccontata in modo diverso in altre occasioni.
Una canzone mi ha certamente aiutato a ricordare la nevicata del ’56 quando [n.d.r.: l'autore abitava con la famiglia in zona Ville di Ventimiglia (IM)] avevo solo quattro anni. Ma una volta individuato il momento, mi vengono in mente tanti particolari come quando dovevamo vuotare tutti i tubi dell’acqua per evitare che il gelo li facesse esploderecome se fossero di cartone. Con i pezzi di ricambio che trovavo in cantina imparavo il montaggio dei rubinetti, dei raccordi in tre pezzi con la canapa e la pasta e le riparazioni in emergenza col cemento a pronta presa che andavamo a comprare sfuso, nel borgo [n.d.r.: zona di Ventimiglia tra il centro storico ed il fiume Roia], alla cooperativa muratori.
Le temperature più basse si toccavano nelle giornate serene, nel momento in cui appariva all’orizzonte la Corsica. A quei tempi succedeva solo a febbraio, al sorgere del sole. Al mattino controllavamo subito l’acqua lasciata in una tinozza per vedere se si fosse formato il ghiaccio in superficie.
Nell'aria fredda si sentiva il fruscio delle ali degli stornelli che, volando con coreografie geometriche, si spostano mattina e sera dai posti in cui dormono, protetti dal fogliame, ai posti in cui trovano alimenti. “Volano bassi” è una delle frasi comuni che ripetono i vecchi per dire che fa freddo. Chi ha studiato la tecnica di orientamento degli storni, senza che le loro traiettorie rischino collisioni, ha preso il premio Nobel [n.d. Viale: Giorgio Parisi, Premio Nobel per la fisica 2021]. Allora non lo sapevamo ma la presenza così numerosa di stornelli riesce anche ad aumentare la temperatura dell’aria. Mi ricordo che tentavamo al mattino di salvare le coltivazioni di margherite, incendiando mucchi di rami e paglia ai lati della campagna per rompere l’aria, lasciare scivolare il fumo sulla superficie ripida del terreno della collina, per aumentare di qualche grado la temperatura dell’aria circostante.
L’autista della corriera non aveva rischiato a fermarsi in salita davanti a Boccanegra [n.d. Viale: lungo caseggiato con torre, disposto in salita, già chiamato Villa Tremayne, sede di giardino prestigioso] per paura di non ripartire sul ghiaccio ed era andato ad aspettarmi più avanti dove iniziava il piano. Qualche ginestra si era salvata nei punti con un’esposizione più favorevole e le piante rimaste erano servite per riprodurre le coltivazioni; mi vengono in mente le molte margotte sulle due sole piante che non erano gelate perché erano più vecchie, più legnose, con poca vegetazione.
Avevamo preso dei vasetti di terracotta, li avevamo tenuti un po’ nell’acqua e poi avevamo rotto il fondo per poter far passare i rami e riempirli di terriccio per favorire la formazione delle radici, senza tanti ormoni radicanti per talee. E l’anno dopo avevamo potuto piantare nuove ginestre.
Se adesso, per trovare conferme, vado a cercare le notizie sui giornali di allora trovo spiegato dettagliatamente che i danni venivano dal gelo e anche dal disgelo, quando il volume dell’acqua cambia.
Limoni e Bougainvillee, che erano tra le piante esibite ai turisti con maggior orgoglio, avevano patito in quantità maggiore e si susseguivano innesti e trapianti. Secondo le necessità si potevano innestare limoni sull’arancio amaro e sui mandarini, quelli con i semi, i cui frutti erano sempre meno graditi.
Sono sufficienti questi ricordi per poter chiacchierare sul clima, che è cambiato e che da un po’ di anni si vedono piante di banane, avocado, feijoa, chiwi, babaco, bene ambientate in zona. Adesso sono anni che il gelo nelle campagne è diventato un ricordo. Se ne sono avvantaggiati insetti e parassiti che il gelo eliminava.
Le pellicce che popolavano la passeggiata di Bordighera soprattutto la domenica all’uscita da messa dei non residenti, milanesi e torinesi, sono scomparse da alcuni anni.
Il gelo e la guerra sono rimasti nella memoria dei vecchi. Così per paura erano sorte come funghi le serre prima in legno, poi in metallo. La floricoltura era cresciuta; il gelo, invece che ostacolare, aveva dato il coraggio.
“La linea della palma” è quella teoria che spiega come il clima si sia spostato sempre più verso nord permettendo alla pianta di conquistare nuovi terreni con piccoli avanzamenti di un centinaio di metri ogni anno. Leonardo Sciascia spiegava che la mafia ha seguito la stessa strada.
Analogamente parecchi anni dopo, restando nel mondo vegetale, è arrivato il punteruolo rosso che ha progressivamente distrutto numerosi esemplari di Phoenix canariensis e dactilifera.
Arturo Viale, La chiave dei ricordi, PressUp, 2025, pp. 18-21

Altre pubblicazioni di Arturo Viale:  I sette mari. Storie e scie di navi e di naviganti e qualche isola, Book Sprint Edizioni, 2024; Punti Cardinali. Da capo Mortola a capo Sant'Ampelio, Edizioni Zem, 2022; La Merica...non c'era ancora, Edizioni Zem, 2020; Oltrepassare. Storie di passaggi tra Ponente Ligure e Provenza, Edizioni Zem, 2018; L'ombra di mio padre, 2017; ViteParallele, 2009; Ho radici e ali, ed. in pr., 2005; Mezz'agosto, 1994; Viaggi, Alzani - Pinerolo, 1993.
Adriano Maini  

giovedì 14 maggio 2026

Altre vicende circa la frontiera di Ventimiglia


Il più giovane Giuseppe Primiceri, classe 1913 e nativo di Matino nel leccese, la formazione infermieristica la riceve sotto le armi, presso il Distaccamento Infermieri della Marina Militare di La Spezia. Proviene da una vicenda del tutto diversa dagli altri, visto che risulta essere iscritto al Fascio giovanile dal 1931 e partecipare da marinaio a tutta la guerra d’Abissinia. A fine 1936, si rifiuta di prendere parte a una spedizione punitiva nel porto di Tangeri, in mano ai nazionalisti e inizia la sua conversione: tenta la diserzione, è catturato, degradato da sottufficiale e, rimpatriato, fugge clandestinamente da Ventimiglia a Mentone con una barca a remi. Si avvicina ai comunisti e il primo maggio 1937 è arruolato nella Brigata Garibaldi, con la quale combatte a Huesca e resta ferito.
Aldo Montalti, Il bisturi e la Mauser. Il volontariato sanitario nelle Brigate Internazionali durante la Guerra Civile spagnola (1936-1939), Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno accademico 2024-2025

I Lussu erano a Lione quando appresero la notizia della caduta di Mussolini il 25 luglio del 1943. Nonostante ciò, il rimpatrio non fu semplice. Joyce vi riuscì alla fine di luglio, mentre Emilio, in seguito a prove non andate a buon fine, solamente il 13 agosto, con la mediazione del console d’Italia a Nizza, il quale lo munì di passaporto e lo protesse da rischi di arresto al superamento della frontiera: "Quando scesi a Ventimiglia, mi volli fermare, farvi un giro e visitare il mercato dei fiori. Tutti parlavano italiano! Mi sembrava una meraviglia, un sogno! Ne ebbi tanta emozione che stentai a tenermi in piedi, e dovetti appoggiarmi a una colonna per non cadere. L’Italia! Alla stazione di San Remo, per caso, vidi Joyce che mi era venuta incontro, così, alla ventura e mi raccontò della situazione di Roma. Si apriva un nuovo periodo di lotta e si annunciava la Resistenza armata" <300.
[NOTA]
300 Emilio Lussu, Diplomazia clandestina, cit., p. 68.

Daniele Mannu, Emilio Lussu e il mondo spagnolo, Tesi di dottorato, Università per Stranieri di Perugia in co-tutela con Università di Siviglia, 2024

La riorganizzazione dell’assistenza alle frontiere subì notevolmente i vuoti legislativi e istituzionali del periodo bellico e postbellico. In prossimità delle frontiere erano presenti infatti degli Uffici di frontiera, dipendenti fino al dicembre 1943 dal Commissariato per le migrazioni e la colonizzazione. A partire dal 1 novembre 1945 questi uffici diventarono i luoghi di assistenza per i reduci dalla prigionia e i profughi, lavorando alle dipendenze del Ministero per l’assistenza post-bellica. Gli uffici erano posti a Ventimiglia, Bardonecchia, Domodossola, Luino, Como stazione, Ponte Chiasso, Brennero, S. Candido e Tarvisio. La loro attività veniva regolata da un ufficio centrale a Ponte Chiasso. Il 30 novembre 1947 le competenze del Ministero per l’assistenza post-bellica vennero assorbite dal Ministero dell’interno, che soppresse gli uffici: a questa data le attività degli uffici di frontiera si erano già rivolte non più all’assistenza ai reduci ma all’assistenza agli emigranti. 
[...] Nell’aprile 1947 venne disposta la creazione di un centro raccolta di emigranti a Bordighera, rivolto a coloro che avrebbero attraversato la frontiera di Ventimiglia. La nascita del centro era legata all’esigenza di velocizzare l’emigrazione per la Francia, che aveva subordinato la fornitura di carbone all’Italia all’effettivo funzionamento del flusso di manodopera. Per l’occasione venne requisito l’albergo Continental della cittadina. Alcuni dipendenti del centro di Bordighera furono oggetto nei mesi successivi di provvedimenti disciplinari in merito a una compravendita di generi alimentari provvisoriamente requisiti a un gruppo di emigranti siciliani <74.
[NOTA]
74 Acs Minlav, Dgcm, Div. VIII, b. 385, fasc. “Emigrazione clandestina verso vari paesi europei, 1946-57”.
Michele Colucci, Forza lavoro in movimento: l’Italia e l’emigrazione in Europa (1945-1957), Tesi di dottorato, Università degli Studi della Tuscia - Viterbo, 2008

giovedì 7 maggio 2026

Qualche giorno più tardi venne avviato a Imperia un secondo gruppo di 2.500 internati

Imperia: la palazzina della Questura

Come abbiamo avuto modo di osservare in precedenza, la denuncia a danno dei cittadini italiani rappresentò uno dei punti di forza dell’azione di tutela del regime fascista. In questo caso, l’identificazione dell’italiano come vittima delle ‘sistematiche vessazioni’ perpetrate da uno stato nemico come la Francia, poneva lo Stato fascista in una posizione di superiorità morale che potesse legittimare la penetrazione degli organi civili e militari nel territorio. Le testimonianze di alcuni internati riportarono bruschi risvegli notturni, violenze e intimidazioni. I francesi avrebbero costretto gli italiani in procinto di partire a firmare un documento con il quale veniva revocata in maniera permanente la carta d’identità. Così, per gli emigrati questo non significava un semplice rimpatrio, ma una vera e propria espulsione. Non sorprende come panico e sconforto fossero due dei sentimenti dominanti, specie per coloro che avevano familiari e affari in Francia: «Dopo essere stati pionieri d’italianità, di lavoro italiano all’estero, dopo aver visto l’Italia vittoriosa - rifletteva un rimpatriato - sarebbero stati trattati da vinti» <27. Il governo francese, dal canto suo, rispose alle denunce con la creazione di una Commissione interministeriale d’inchiesta con il fine ultimo di dimostrare l’inesattezza delle asserzioni italiane e la generosità francese nel trattamento riservato agli italiani. I rapporti stilati dalla Commissione ammettevano gli errori fatti sul fronte amministrativo e gestionale, ma ritennero che gli atteggiamenti mostrati dalle autorità italiane in visita ai campi fossero troppo «ardenti» <28.
In questo clima, nelle prime settimane di luglio [1940] vennero avviate le operazioni di rimpatrio degli italiani internati, privilegiando i funzionari e gli iscritti al fascio, anche se si contarono molti emigrati comuni che fecero richiesta secondo le procedure canoniche del periodo prebellico <29. Da quanto desunto dalla raccolta dei telegrammi ricevuti dall’Interno, nell’arco di dodici giorni rimpatriarono circa 4.200 ex-internati:
 

Fonte: Enrico Crepaldi, Op. cit. infra

L’11 luglio, il Ministro dell’Interno Buffarini avvisò i prefetti di Torino e Imperia dell’arrivo di circa 500 persone dalla Francia, da concentrare in una località adatta per lo smistamento e l’avviamento ai comuni di appartenenza. Buffarini chiese che per ciascuno di essi fosse esaminata da parte della Pubblica sicurezza relativa posizione e condotta morale <30. Il gruppo era costituito in prevalenza da segretari del fascio e da altri esponenti di spicco del mondo associazionistico, motivo per cui sarebbe stato opportuno che essi fossero stati «accolti, ascoltati ed aiutati con la comprensione e la benevolenza dovuta a chi ha strenuamente difeso l’italianità e la fede fascista delle nostre comunità all’estero». A detta della CORI [Commissione permanente per il rimpatrio], infatti, questi avrebbero «perduto il frutto del loro lavoro di anni e di decenni od hanno visto svanire brillanti posizioni, che avrebbero potuto conservare ripudiando la loro nazionalità». Secondo una logica puramente discrezionale e nonostante le difficoltà del mercato del lavoro, la Commissione auspicò per loro il ricollocamento lavorativo nel minor tempo possibile, da affidare ai Segretari federali e ai presidenti delle Commissioni provinciali. «I particolari meriti fascisti […] troveranno cameratesca comprensione e pronto accoglimento nelle Amministrazioni e nelle Aziende […]». La procedura di selezione ai confini avrebbe dovuto essere rigorosa, per evitare che «qualche elemento meno buono» potesse «vantare meriti inesistenti e fruire della assistenza morale e materiale dovuto solo a coloro che furono rinchiusi nei campi di concentramento nemici per i loro sentimenti patriottici» <31. Come da disposizioni governative, per loro era previsto inoltre il sussidio giornaliero <32. 
Qualche giorno più tardi venne avviato a Imperia un secondo gruppo di 2.500 internati ai quali furono predisposte visite mediche, vettovagliamento e alloggio temporaneo. La Direzione della Sanità pubblica si assicurò che nelle stazioni di smistamento fosse attuato un minuzioso controllo sanitario al fine di scovare e limitare la diffusione di malattie infettive. In accordo con il CMCI [Commissariato per le migrazioni interne e la colonizzazione], la procedura prevedeva l’accertamento, l’eventuale isolamento e una serie di ‘bonifiche e disinfestazioni’ dei casi, ma poiché era impossibile effettuare il controllo specifico su un numero così cospicuo, buona parte delle operazioni venne affidata ai medici locali delle province di destinazione, con l’ordine di somministrazione dell’antivaiolo a coloro non in grado di comprovare la vaccinazione e dell’antidifterite ai bambini al di sotto dei 10 anni <33.
Con i più ottimistici degli auspici, il Ministero degli Esteri prevedeva l’arrivo complessivo a giorni alterni di circa 20.000 italiani, di fatto la quasi totalità degli internati. La notte del 19 luglio ne giunsero a Modane 50034, mentre altri 700 arrivarono a Sanremo in condizioni fisiche precarie, molti dei quali affetti da pediculosi e affaticamenti vari <35. Dopo la sosta nelle due città vennero smistati nelle province di appartenenza e, se di passaggio, trattenuti nella capitale. Per l’occasione, il rimpatriato Giovanni Battista Bullio si recò prima alla tomba del milite ignoto a Roma per deporre una corona e successivamente, a nome di altri 100 rimpatrianti romani, all’ara dei caduti fascisti in Piazza del Campidoglio al palazzo Littorio <36. Come nel periodo prebellico, anche in questo caso si tentò di dissuadere i rimpatrianti nel designare la capitale come provincia prescelta <37. Coloro provvisti già di residenza, furono avviati nelle rispettive province senza ulteriori particolari assistenze.
Il tentativo di controllare i rimpatri da una posizione di forza rifletteva un secondo obiettivo non meno importante del primo: l’individuazione e il controllo degli italiani sovversivi, militanti e, in generale, di quelli considerati pericolosi per l’ordine pubblico. Buffarini, infatti, volle accertarsi che tutti i rimpatrianti fossero scortati fino all’ingresso nel Regno, previo controllo maniacale delle rubriche di frontiera. Come per gli accertamenti sanitari, l’Interno si avvalse della rete prefettizia al fine di evitare che alcuni elementi indesiderabili scampassero ai controlli: «Le indagini dovranno essere particolarmente rigorose - recitava un telegramma del 18 luglio - confronti ex miliziani rossi attentatori et sospetti atti criminosi […]» <38. Se i rimpatrianti fossero stati ritenuti lesivi per l’ordine pubblico sarebbero stati assegnati alla Commissione provinciale del luogo d’origine e il più delle volte proposti per il confino di polizia. Dopo l’avvio delle indagini i prefetti provvedevano a riportare in dettagliati dossier i risultati conseguiti dalle ricerche. Il prefetto di Treviso, ad esempio, informò l’Interno che dalle indagini condotte da luglio a settembre non emersero casi gravi di rimpatrio ad eccezione fatta del sovversivo Leone Tralci, già fermato dall’Ufficio di Pubblica Sicurezza di San Remo e assegnato a Ventotene per cinque anni <39. L’idea alla base del controllo scrupoloso poggiava sulla tanto decantata prevenzione in funzione dell’ordine interno tipica del regime fascista, alimentata da una rete poliziesca che operava sulla base di giudizi personali e non sull’illecito penale e più in generale dall’idea secondo cui per conservare la dittatura e il partito l’unica modalità fosse il binomio prevenzione-repressione <40. L’esistenza di questa pratica, inserita organicamente nei gangli amministrativi, fu legittimata e rafforzata dallo stato di guerra e servì per captare informazioni vitali dai rimpatrianti stessi attraverso pressanti interrogatori da parte dei funzionari di polizia.
[...] Il prefetto di Imperia, ad esempio, riportava le vicende di un altro rimpatriato, tale Giovanni Vigarello (classe 1886), salumiere residente nel Principato di Monaco e di origine ligure scampato all’internamento. Al momento del suo interrogatorio, Vigarello indicò alle autorità delle violenze perpetrate a danno di un certo Salvetti per mano di Pietro Tornatore, detto Barcotto, panettiere con cittadinanza francese. Il Salvetti avrebbe ricevuto un pugno in una via della città perché gridava «Viva l’Italia! Viva il Duce!» <42.
[NOTE]
27 ACS, MI, DGPS, b. 105, Riservato. I prigionieri civili del campo di Vernet d’Ariege, Note generali.
28 Acciai-Cansella, Storie di indesiderabili, cit. p. 131.
29 Al novembre 1940 non si favorirono esclusivamente i rimpatri dei ‘buoni’ cittadini italiani internati dai francesi, ma proseguirono anche le operazioni classiche per coloro che ne facevano richiesta in forma individuale o collettiva, cfr. le liste nominali conservate presso ACS, MI, DGPS, b. 105.
30 Ivi, b. 106, Ministero dell’Interno ai Prefetti di Torino e Imperia, precedenza assoluta, 11 luglio 1940.
31 Ivi, Ministero degli Affari Esteri, Commissione permanente per il rimpatrio degli italiani all’estero ai Prefetti del Regno,
17 luglio 1940.
32 Predisposte dalla nota circolare n. 54 del 24 settembre 1939.
33 ACS, MI, DGPS, b. 106, Ministero dell’Interno, Direzione generale della Sanità Pubblica a Governatore di Roma e Prefetti del Regno.
34 Ivi, Telegramma del Ministero dell’Interno a Prefetto di Torino, 19 luglio 1940.
35 Questi vennero smistati negli alberghi della città prima di farli rimpatriare, ma non prima di essere visitati dal servizio profilattico, ivi, Prefetto di Imperia a Ministero dell’interno, 24 luglio 1940.
36 Ivi, Fonogramma in arrivo a Ministero dell’interno da Questura di Roma, 31 luglio 1940.
37 È il caso di un contingente giunto a Trapani il 18 agosto per i quali non fu necessaria alcuna assistenza, Ivi, Promemoria, 26 luglio 1940 e Prefettura di Trapani a Ministero dell’interno, 20 agosto 1940.
38 Ivi, Telegramma precedenza su tutte le precedenze Ministero dell’Interno a Prefetti del Regno, 18 luglio 1940.
39 Ivi, Prefettura di Treviso a Ministero dell’Interno, 14 settembre 1940.
40 Cfr. Poesio, Il confino fascista, pp. 3-10.
42 ACS, MI, DGPS, b. 106, Regia Prefettura di Imperia a Ministero dell’Interno, 13 settembre 1940.
Enrico Crepaldi, Guerre fasciste e italiani all'estero. Assistenza, rimpatri, internamento in Gran Bretagna e Francia (1936-1943), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Firenze - Università di Siena 1240, 2023

venerdì 1 maggio 2026

Gregoretti faceva esordire "Controfagotto" con un servizio da Sanremo


"Controfagotto" è una nuova rubrica televisiva quindicinale il cui primo numero va in onda questa sera alle ore 23. Essa è dedicata agli avvenimenti più significativi della cronaca quotidiana, proponendo ai telespettatori qualche riflessione sul costume del nostro tempo. La rubrica è curata da Ugo Gregoretti in collaborazione con vari telecronisti italiani e stranieri. Di volta in volta vi parteciperanno anche giornalisti e scrittori specializzati in questo campo e noti al grande pubblico dei lettori di giornali, che li conosce attraverso il loro abituale compito di commentatori della cronaca. Gregoretti ha fatto una permanenza a Sanremo per cogliere gli aspetti meno conosciuti del Festival della Canzone Italiana, quei fatti cioè che sfuggono al frettoloso cronista della popolare manifestazione canora, o non lo interessano, ma che permettono di conoscere meglio quegli elementi che caratterizzano, anche in questa occasione, il nostro tempo.
Redazione, Controfagotto: riflessioni sul costume del nostro tempo, Stampa Sera, Giovedì 9 - Venerdì 10 Febbraio 1961, p. 8

Tra gli aspetti più elogiati di "Controfagotto", e ancora visibile dopo sessant’anni, oltre alla carica ironica destinata a divenire la cifra distintiva del suo autore, è la disinvoltura e la scioltezza con cui è stata utilizzata la cinepresa. Lo stile spiccatamente cinematografico, con tecniche di ripresa moderne e angolazioni inconsuete, segna uno strappo evidente con la regia televisiva tradizionale. All’inquadratura fissa si sostituiscono soggettive, primi piani, campi-controcampi, carrellate. La regia, dovuta a un autodidatta, rappresenta «una ulteriore prova del suo modo, originale e personalissimo, di usare la macchina da presa», anche grazie ad un «montaggio di prim’ordine, di una perfetta, intima aderenza fra immagine e commento» <9.
[...] Rispetto all’esordio della rubrica, risulta illuminante il contributo realizzato dallo stesso Gregoretti e proposto in apertura di puntata. Per rintracciare alcuni insoliti aspetti del costume nazionale il regista decide di puntare il proprio obiettivo sulla mondanità un po’ volgare e artefatta del Festival di Sanremo, la grande manifestazione canora in grado di offrire anche una serie di gustosi aneddoti secondari, nascosti, ma che pure dicono molto su certe abitudini tipicamente italiane. Attraverso una costruzione sapiente delle immagini l’autore, curando con molta attenzione il moderno montaggio del proprio servizio, sceglie alcuni fenomeni da descrivere: avvicina due caporioni napoletani della claque sanremese (brillante il rapido montaggio con gli applausi finali), discute con sottile ironia con il sarto personale di Joe Sentieri, e sfotte con delicatezza Claudio Villa (che ben si presta al gioco del suo intervistatore) e un suo ingombrante ammiratore, associando a queste scene sempre un commento spiritoso e acuto <11. Gregoretti per queste sue brevi inchieste riscopre ancora una volta l’importanza dei personaggi, e li esalta come era accaduto con il professore “pataccaro” nel celebre segmento di "Caccia al quadro".
[...] Guerrini e Gregoretti si conoscono sin dai tempi di "Semaforo" ed è proprio il primo a metterlo a conoscenza del progetto. Durante un incontro fortuito al Festival di Sanremo del 1961, anno in cui Gregoretti aveva confezionato il celebre servizio che inaugura il primo numero di Controfagotto, i due si raccontano i rispettivi progetti, fin quando Guerrini non rivela di un film in cantiere sui giovani del loro tempo idea che piace e interessa molto Gregoretti che immediatamente espone alcune interessanti proposte.
[NOTE]
9 gis., Uno sguardo su San Remo, “L’Unità”, 10 febbraio 1961.
11 Cfr. Controfagotto, “Corriere d’Informazione”, 10 febbraio 1961.

Michelangelo Cardinaletti, Ugo Gregoretti, autore e regista. Televisione, cinema, opera lirica e teatro, Tesi di dottorato, Università per Stranieri di Perugia - Université de Nantes, Anno Accademico 2022-2023  

E' apparsa in televisione - ed è alla sua seconda puntata - una rubrica, "Controfagotto", che merita veramente qualcosa di più di una frettolosa nota di cronaca. La rubrica, curata da Ugo Gregoretti (autore dell'eccellente, diremmo esemplare documentario "La Sicilia del Gattopardo") porta un sottotitolo significativo: "Sguardi sul costume". Abbiamo visto in che modo Gregoretti abbia realizzato l'idea: egli presenta, ad ogni trasmissione, tre o quattro servizi su aspetti singolari della nostra vita quotidiana e soprattutto su avvenimenti di cronaca e personaggi del giorno. Però non si limita alla superficie, il che lo metterebbe alla pari e in concorrenza con qualsiasi numero del telegiornale o di cineselezione; ma vuol scavare, approfondire, commentare, andare al di là dell'episodio per coglierne le cause e l'intima sostanza e trarne, se possibile, un bilancio morale. Per far questo è logico che Gregoretti si sia staccato dal conformismo: gli uomini e le donne - celebri o umili - apparsi sino ad ora nella rubrica non sono mai stati, di regola convenzionali: non abbiamo mai assistito (salvo in un caso forse) al ritratto "ufficiale" e perciò falso di una persona. Si cerca cioè di arrivare alla sincerità dei fatti al di fuori dell'informazione di maniera o della retorica di circostanza. Esempi evidenti, efficacissimi nella prima puntata, lo spiritoso e pungente servizio sul Festival di Sanremo e nella seconda l'incontro col rubacuori internazionale don Ayme de Mora y Aragon, fratello della regina Fabiola. 
[...] Cronaca e attualità sono alla base di una trasmissione che miri ad essere viva. Non raccomanderemo mai abbastanza alla tv un'aderenza effettiva alla realtà che ci circonda e ci investe, gradevole o sgradevole, edificante o inquietante che sia. Ora il merito di "Controfagotto" è proprio di affrontare la realtà senza ipocriti paraocchi, senza timori di sorta, con una certa spregiudicatezza e una certa libertà di linguaggio. Il commento, le brevi riflessioni sul costume, le conclusioni morali sono affidate allo stesso Gregoretti che assolve il compito semplicemente, rinunciando a discorsi troppo lunghi o troppo elaborati e ricorrendo invece, quando è il caso, ad una forma di sottile, misurata ironia: la presa in giro può essere anche recisa, ma è sempre contenuta nei limiti del buon gusto. E d'altronde i toni della rubrica non sono soltanto ironici
[...] Speriamo che la rubrica mantenga in futuro la freschezza e il coraggio dell'inizio, condizioni essenziali per il mantenimento e l'accrescimento del successo. Il quale è stato unanime e rilevante. Ma a tal proposito vorremmo osservare che la tv sbaglia a collocare "Controfagotto", dopo "Campanile sera" e "Cinelandia", a tardissima ora. Grosso errore: si tratta di una trasmissione intelligente, ma non intellettuale (nel senso di cerebrale) e non riservata a pochi. Bisogna stimare di più il cosiddetto «grosso pubblico» e non credere che si diverta soltanto alle canzonette o ai giochetti col premio finale. 
Ugo Buzzolan, "Controfagotto" affronta la realtà, La Stampa - Mercoledì 1 Marzo 1961, p. 4 

venerdì 24 aprile 2026

Condotti in una lurida prigione a Ventimiglia


Chiunque sia sorpreso nel tentativo di passare il confine fuori dei pochi valichi autorizzati può essere ucciso a fucilate dalla polizia di frontiera. Si tratta di una pena di morte sommaria, applicata dalle guardie, che diventano tutto in una volta accusatori, giudici ed esecutori». <200 Nel '24 un ispettore di Polizia, incaricato di redigere una relazione sulla situazione alla frontiera italo-svizzera, riferì di «vari operai che, camuffati da commercianti» tentavano continuamente di emigrare: sistema, scopriamo dallo stesso testo, «che si estende anche maggiormente sulle linee di Ventimiglia e Modane». <201 La contiguità territoriale facilitava sicuramente i passaggi verso la Francia, ma le difficoltà rimanevano; per averne un’idea si legga il seguente documento, una sorta di vademecum dell’emigrante clandestino: "Prima di tutto non parti con pochi soldi, qui nessuno le farebbe credito. Poi si compri un paio di scarpe con le suole di gomma quelle lo salvano nel sdrucciolare, e non fanno rumore. […] Non dica niente a nessuno se qualche curioso domanda, dica che è un rappresentante della Cassa di Genova. […] Cerchi di partire con un bel cielo sereno, se ci sono nuvole non si può orizzontare e è facile che perdi. La strada arriverà fino a un certo punto poi la perde. Quando la strada mulattiera finirà vedrà una capanna senza tetto di lì si deve farsi la strada da lei arrampicandosi su per la muraglie scogli e cespugli fino che troverà la strada militare prosegui quella lì, che va in giro a zic zac e su su fin che arrivi alla vetta. Vedrà una gran vallata a dritta vedrà un paesello con un campanile e più giù verso il mare Mentone. […] Non abbi paura se di notte sente qualche rumore si butta in terra e ascolti, ma sarà più immaginazione come toccò a me, ma stii sicuro che lì non c’è nessuno. Le guardie sono su a Colletto sulle montagne di dritta ma distante. […] Una volta nella vallata di sinistra cioè nel confine francese incontrerà soldati e contadini e donne le dia il buongiorno e marci fino al paesetto che nessuno le domanderà nulla". <202 Poche righe che ben rappresentano i potenziali rischi cui si andava incontro.
[...] Un’altra interessante testimonianza al riguardo è quella del comunista pisano Guelfo Benvenuti. Scampato, nel giugno del ’21, ad un tentativo di omicidio da parte di una ventina di fascisti, dovette nascondersi per alcuni mesi a casa di amici, per poi, nell’agosto del ’22, espatriare clandestinamente in Francia. Qui sotto la prima lettera che lo stesso, non appena giunto a Marsiglia, inviò alla fidanzata: 
"Marsiglia, 25 agosto 1922, carissima Eginia. Sono giunto finalmente ieri sera a Marsiglia dopo una dolorosa via crucis, ma non importa, ormai sono arrivato; ma sento il bisogno di raccontarti quanto ho sofferto; Lunedì ti scrissi una cartolina da Genova, poi proseguii per il confine, dove giungemmo la sera verso le dieci, qui cominciò il calvario: trovammo un contrabbandiere e in quattro ci si mise in cammino verso la Francia, ma fatti pochi chilometri un nugolo di guardie in borghese ci circondò e ci arrestarono immediatamente; e condotti in una lurida prigione a Ventimiglia dove non mancavano insetti di tutte le specie. Al mattino fortunatamente mentre gli arrestati avevano raggiunto la ventina fummo tutti interrogati e solo quattro di noi furono messi in libertà io compreso perché noi dicemmo la verità e gli altri che raccontarono bugie furono regolarmente ammanettati uno attaccato all’altro e spediti a casa. Allora io tornai indietro e insomma Martedì dovevamo tentare per mare, ma il mare cattivo ce lo impedì; allora infine Mercoledì sera c’imbarcammo una ventina di persone fra marinai e fuggiaschi su una piccola barca dove si stava come le acciughe, con un mare… ebbene tre ore in mare, tre ore d’inferno. Verso il tocco siamo sbarcati in Francia e dopo altre tribolazioni sono giunto ieri sera a Marsiglia. Degli altri miei compagni non se so più nulla e non è difficile che li abbiano riagguantati e ricondotti a casa; in Francia mi squagliai andando a piedi fino a Montecarlo a di là col treno fui portato a destinazione; ebbene ora mi trovo in casa di Albina, dove ho trovato un ricevimento proprio da gente buona e Lunedì vado a lavorare; ebbene amore io ho vinto la prima battaglia e spero di vincerne altre, tutto ho fatto per raggiungere il fine: il bene nostro… in questo momento piango come un bambino ma è un po’ di debolezza passeggera, cerca di volermi tanto bene io farò di tutto perché presto possiamo vivere insieme, quindi cerca di non pensare troppo alla mia lontananza, che io col cuore e con la mente sono più tuo di prima; e non ci pensare che le insidie e i vizzi di questa immensa città non sapranno vincermi, ben sapendo lo scopo del mio diciamo così esilio. […] Guelfo". <205
Da parte delle autorità di confine ci fu una costante percezione del fenomeno; nel settembre del '24 il prefetto di Torino venne invitato ad indagare, e a vigilare maggiormente, sugli «sconfini a scopo politico», e quello di Imperia si adoperò per arginare le «organizzazioni di contrabbandieri che facilitano l'espatrio clandestino a persone sospette in linea politica». <206 A volte, a dover partire era un’intera famiglia: le violenze squadriste, le intimidazioni, non limitavano infatti il loro effetto sulla singola vittima, ma avevano ripercussioni sul suo contorno familiare ed amicale; si ampliava quindi anche il ventaglio di coloro direttamente coinvolti con il processo migratorio. <207 Era però raro che i documenti per l'espatrio fossero concessi all'intero nucleo familiare, questo naturalmente complicava il già difficile percorso migratorio. 
[...] Giuseppe Raffaelli, marmista nato nel 1892 a Montignoso (MS) già organizzatore degli Arditi nella zona di Carrara, una volta tornato in Italia nel ‘43, avrebbe dichiarato ai Carabinieri di Massa: «Nel 1923, per le mie idee, fui fatto segno di persecuzioni da parte dei fascisti, per cui mi decisi ad espatriare nel maggio di detto anno, passando la frontiera clandestinamente a Ventimiglia». <226 
[NOTE]
200 Salvemini, Le origini del Fascismo… cit, p. 421.
201 ACS, Dir Gen PS, DAGR, PS 1924 b. 10, Cat. A3 - Confini. Relazione sul Servizio di Vigilanza alla frontiera italo-svizzera, 22/01/1924.
202 Questa lettera anonima, intercettata dalla polizia, risale al maggio del 1933. Citata in: Un’emigrazione economica, in: “Storia e Dossier…” cit., p. 9.
205 Guelfo Benvenuti. Lettere di un fuoruscito operaio, Comune di Pisa, Pisa 1989, pp. 35-36.
206 ACS, Dir Gen PS, DAGR, PS 1924, Cat. A3 - Confini. Relazione Prefetto di Torino, 22/09/1924 e telegramma del Prefetto di Imperia, 14/05/1924.
207 Come ha scritto Aldo Garosci: «Insieme a coloro che venivano direttamente e personalmente minacciati bisogna mettere le loro famiglie, tutti quelli che ad essi erano legati da amicizia e solidarietà, tutti quelli che potevano temere minacce future, tutti quelli per cui l’atmosfera di costrizione e di intimidazione era diventata irrespirabile». (Garosci, Storia dei fuorusciti… cit., pp. 11-12).
226 ACS, CPC b. 4194, f. 57714 Raffaelli Giuseppe. Verbale interrogatorio presso la Prefettura di Massa, 24/01/1943.
Enrico Acciai, Viaggio attraverso l’antifascismo. Volontariato internazionale e guerra civile spagnola: la Sezione Italiana della Colonna Ascaso, Tesi di dottorato, Università degli Studi della Tuscia - Viterbo, 2010