9.1 La diffusione delle industrie
Il primo impulso è dato dalla prima industria situata nella Provincia di Imperia nel 1919 fondata dal Professore Guido Rovesti, abbiamo scarse informazioni riguardo gli anni di attività, ma il 22 aprile 1925 con l’atto di “Denuncia” sono elencati i prodotti fabbricati: "Essenze, acque distillate, saponi da toeletta" <5, mentre il 22 settembre 1929 cambia denominazione da “Società Italo Francese per l’industria dei Profumi e dei Prodotti Chimici” a “Società Italo francese per l’industria dei Profumi” <6. Da qui prosegue l’installazione di altre fabbriche di essenze in tutto il territorio, ma sarà anche la prima a cessare l’attività nel 1934 <7. Non si hanno molte informazioni riguardo la storia delle industrie, molti documenti sono andati perduti, le poche notizie risiedono all’interno dei documenti della Camera di Commercio delle Riviere di Liguria.
Sempre nello stesso anno dell’inaugurazione dell’industria di Vallecrosia, Leopoldo Pira nel 1919, l’unico che riuscirà ad avere un grande successo nel settore della distillazione della lavanda, della sua essenza e della cura del corpo, realizzando un’industria a Imperia in via Diano Calderina n.38. La sua Fabbrica prende il nome di A. Niggi & C., e affida la realizzazione del marchio “Coldinava” al pittore Bianchi nel 1932 <9. Seguendo le modalità di Mario Calvino e di Guido Rovesti, invoglia i contadini alla coltivazione del fiore promettendo: l’aumento delle retribuzioni, con la Cattedra Ambulante di Agricoltura di Imperia istituisce premi per eventuali ottimi risultati, persino dopo la Seconda guerra mondiale non si arresta la produzione e ottengono grandi successi: il marchio è nelle riviste nel 1946 e vanta la vincita nel 1957 il primo Oscar dei Profumieri la P d’oro e nel 1960 la P d’argento <10. Nel 1953 avviene un passaggio di proprietà nelle mani del sig. Pira Benito, già socio dell’azienda, riportato nel documento datato 28 novembre 1958 e contiene anche il “rilascio di una nuova licenza di commercio n.1100 del 12/11/957”: "autorizzata a vendere all’ingrosso e al minuto: "Acque gassate già confezionate, erbe essicate (camomilla, origano, timo, the, tisana e decotti) confezionate in pacchetti e bustine […]" <11. Quindi nel 1958 viene autorizzata la vendita anche di prodotti commestibili, essendo che le vendite e i successi sono in forte sviluppo, l’azienda punta anche su nuove merci, tra cui la linea di prodotti per la cura dei bambini con il marchio “Lavanda Coldinava” <12. Pira vanta importanti risultati e si riesce ad insediare nella produzione di profumi e nella cura del corpo nel boom economico del secondo dopoguerra, andando oltre i successi del professore Rovesti. Infatti, il 2 aprile 1974 viene denunciato: "L’ aumento del capitale sociale da £ 3.000.000 a £30.000.000 […]" <13. Questo dimostra come l’andamento dell’azienda sia eccellente e pertanto i soci possono deliberare l’incremento del capitale.
Anche E.M.A. filiale con sede a Milano, istituita nel 1942 da un imprenditore di nome Giovanni Mastraccio Manes a Imperia, che nel 1969 acquisirà il nome di Uop Fragrances S.p.A., con le produzioni principali di profumi e saponi, riusciva ad inserirsi nel commercio europeo e non solo: Belgio, Finlandia, Francia, Germania Occidentale, Inghilterra, Olanda, Spagna, Svezia, Svizzera, America e Indocina <14. Qui si può vedere la realizzazione del progetto di Mario Calvino, che da sempre ha puntato ad inserirsi in questo grande commercio, e parallelamente quello di Guido Rovesti: grazie alla chimica e alle piante spontanee si è riusciti a creare prodotti per la cura della persona.
Sempre nel 1942 ad Imperia Tommaso d’Amico, con la costruzione della S.n.c. D’Amico Comm. Tommaso &C. Le, ha la medesima produzione della Uop Fragrances S.p.A., ma spicca un profumo di grande fama con il nome "Fleur de Chine", che raggiunge diversi paesi europei e l’America <15.
La Profumi Floreal-Varaldo di Varaldo Italo è situata a Imperia in via G.M. Serrati 41/B, con deposito in via Matteotti 96, con la registrazione presso la Camera di Commercio Industria e Agricoltura di Imperia, il 23 aprile 1951; nella voce “Oggetto d’esercizio” contiene informazione sulla tipologia di fabbrica: "Industria profumi carattere artigiano" <16. Il proprietario Italo Varaldo è imperiese come risulta dai documenti: "nato a Imperia il 15.5.1929" <17. Dopo qualche mese dall’apertura dello stabilimento si notifica il trasferimento della sede il 17 dicembre 1951: "Trasferimento Ufficio e Laboratorio in Piazza XX Settembre 2" <18: i motivi dello spostamento sono sconosciuti. Italo Varaldo il 15 maggio 1957 notifica alla Camera di Commercio le modifiche sullo “stato di fatto o di diritto della Ditta: "la ragione sociale della Ditta viene mutata da “Floreal di Italo-Varaldo” in “Profumi Floreal-Varaldo”" <19. Dalla visura dell’andamento delle vendite dell’azienda come da documentazione rimasta non ci sono segnalazioni di momenti di crisi.
Ulteriore industria che ha lasciato il segno nella Provincia è l’Esperis S.A.S, situata a San Lorenzo al Mare, in via Pietrabruna con data d’iscrizione il 18 giugno 1962, una sorte di filiale, con sede a Milano via A. Binda n.2920, che produce oli essenziali, diretto dal farmacista Adriano Fayaud, con la presenza di tre estrattori per la lavanda e lavandino <21, con l’obiettivo di produrre oli essenziali, resinaromi e solfatati <22. Infatti, nell’oggetto d’esercizio si legge "Industria distillazione ed estrazione di olii essenziali ed altre materie prime affini e relativo commercio fabbricazione di estratti fitoterapici" <23. Adriano Fayaud si dedica alla cura del corpo e alla bellezza e lo dimostra la traduzione dell’opera di Gattafossé “ Produits de beauté”, con il titolo “Cosmetica moderna” <24, e probabilmente riconosce il potenziale della lavanda, che è diffusa nella zona della provincia di Imperia, non tanto distante dalla fabbrica, la coltivazione del Colle di Nava.
9.2 Il tramonto dell’industria dei profumi
La prima industria ad avere segnato l’era industriale nell’imperiese, “la società Italo-Francese per l’industria dei Profumi”, è la prima a cessare l’attività nel 1934: dopo la sua chiusura, probabilmente causata anche dall’arrivo di un “nemico” le fitopatie <25, di cui si hanno le notizie a partire dagli anni trenta/quaranta <26, subendo una riduzione delle coltivazioni di lavanda, su cui si basava maggiormente la produzione di queste fabbriche. Una situazione simile a quella dell’olivicoltura tra la fine dell’Ottocento e inizio del Novecento, in cui si cerca anche in questo caso di trovare delle soluzioni, come la coltivazione dei lavandini, che sono meno colpiti dalle fitopatie, oppure acquistare in Francia la lavanda per continuare a produrre nelle industrie <27.
Acquistare in Provenza implicava degli alti costi, problema già presente prima della razionalizzazione delle coltivazioni, guidata da Rovesti. Dopo la chiusura della fabbrica di Vallecrosia, sorgono nuove industrie, che resistono e raggiungono ottimi risultati. Come riportano gli unici documenti rimasti nell’Archivio della Camera di Commercio delle Riviere di Liguria: l’Esperis il 31 dicembre 1970 <28, per quanto riguarda le sorti dell’industria Niggi, non si conosce la data di cessazione dell’attività, ma il marchio Coldinava è ancora conosciuto ed è ancora diffuso, anche se la sua produzione non avviene più nella provincia di Imperia. Si hanno notizie che la Niggi il 9 luglio 1979, si hanno segnali di “declino”, con la riduzione del capitale sociale e la trasformazione della Società da S.p.A. in S.r.L. <29. La più longeva è la Floreal-Varaldo che nel 1990 cessa la sua attività in provincia di Imperia <30.
Della S.n.c. D’Amico Comm. Tommaso &C. e U.o.p Fragrances S.p.A. sono andati perduti i fascicoli; pertanto, non si conosce la durata dell’attività. In Valle Argentina, Colle di Nava, Valle del San Lorenzo, si sostituiscono le coltivazioni di lavanda vera con il lavandino <31, ma nel frattempo si diffondono i profumi di sintesi, di cui già parlava Rovesti nel 1922. Nell’industria di Vallecrosia negli anni Venti si sperimentavano i profumi sintetici. La chimica permette di imitare le essenze ed il chimico spiega come avviene: "Colla unione di diversi costituenti si può dunque imitare questo o quel profumo composto" <32. Purtroppo, non accadde come aveva sostenuto Gattafossé sui profumi sintetici "venire in aiuto della Natura, non sostituirsi ad essa" <33, ma invece la rimpiazza. Ormai era una coltivazione offesa dalle fitopatie e la profumeria sintetica risultava meno costosa. La chimica ha dato tanto alla produzione industriale imperiese, ma nel frattempo le coltivazioni di lavanda svaniscono. Nell’economia imperiese continua a persistere la vendita dei fiori, ma prendono il posto delle industrie della profumeria industrie di tipo alimentare, che nascono negli anni Quaranta come lo stabilimento dell’olio dei fratelli Carli e del latte di Alberti <34.
[NOTE]
5 CCIA Riviere di Liguria, cat. I, n. 1525, Denuncia di costituzione di società anonima avente la sede nella Circoscrizione della Camera, 1925.
6 CCIA Riviere di Liguria, Denuncia di modificazioni, 1929.
7 N. Cerisola, Storia delle industrie imperiesi, s.l, 1973, p. 365.
8 CCIA, Riviere di Liguria, n.26355, Modificazione, 1979.
9 N. Cerisola, ivi, p.367.
10 N. Cerisola, ivi, pp.368-369.
1 CCIA Riviere di Liguria, n.6463, Denuncia di modificazioni nello stato di fatto e di diritto delle Ditte o Società, 1958.
12 Un kit composto da: olio, latte, talco, amido per bagno e bagno di spuma. (N. Cerisola, ivi, p.370.)
13 CCIA Riviere di Liguria, n. 15855, Denuncia di modificazioni nello stato di fatto e di diritto delle Ditte e Società, 1974.
14 N. Cerisola, ivi, pp. 370-372.
15 N. Cerisola, ivi, p. 376.
16 CCIA Riviere di Liguria, n. 24876, Ufficio anagrafe, 1951.
17 Ibidem.
18 CCIA Riviere di Liguria, n. 3821, Denuncia di modificazioni nello stato di fatto o di diritto delle Ditte o società, 1951.
19 CCIA Riviere di Liguria n. 5818, Denuncia di modificazioni nello stato di fatto o di diritto delle Ditte o Società, 1957.
20 CCIA Riviere di Liguria, n. 40656, Ufficio anagrafe, s.d.
21 Il lavandino è un ibrido prodotto dall’incrocio tra la Lavandula angustifolia e Lavandula latifolia. (G. Laiolo, op.cit., p.33).
22 N. Cerisola, ivi, pp. 374-375.
23 CCIA Riviere di Liguria, ibidem.
24 N. Cerisola, ivi, p.376.
25 La fitopatia è una malattia della pianta.
26 G. Laiolo, Montagne Blu, spazi vissuti nelle alpi del mare, Lavanda Profumo & medicina, Imperia, 2013, p.113.
27 Ibidem.
28 CCIA, Riviere di Liguria, n. 40656, Ufficio anagrafe, s.d.
29 CCIA, Riviere di Liguria, n.26355, Modificazione, 1979.
30 CCIA, Riviere di Liguria, n. 24876, Cancellazione (ditta individuale e società),1990.
31 G. Laiolo, ibidem.
32 G. Rovesti, op.cit., p.130.
33 G. Rovesti, op.cit., p. 133.
34 N. Cerisola, op.cit., pp. 59-60.
Eleonora Puppo, La nascita della floricoltura e dell’industria dei profumi in Provincia di Imperia nel XX secolo: la lavanda un fiore dimenticato, Tesi di laurea, Università degli Studi di Genova, Anno accademico 2023-2024
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domenica 15 febbraio 2026
Il tramonto dell’industria dei profumi in provincia di Imperia
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martedì 3 febbraio 2026
I giovani cercavano di abbracciare le ragazze
Il 1952, l'anno in cui, nel pieno dell'agosto era nata la mia prima figlia, si concluse in bellezza con una grande manifestazione alla frontiera di Ponte San Luigi, la domenica 28 di dicembre.
L'incontro dei Federalisti a Ponte San Luigi
In quella giornata memorabile una diecina di pullmann di Milano, Genova, La Spezia, Savona, Imperia, San Remo, Bordighera e Ventimiglia, dopo essersi concentrati sulla piazza della Stazione, assieme con una ventina di automobili, ampiamente pavesati con le bandiere federaliste dalla E verde, si incamminavano in colonna verso il Ponte San Luigi.
Qui giunti i federalisti (studenti, lavoratori, uomini e donne, giovani e vecchi, reduci e partigiani) scendevano dalle macchine alzando verso il cielo una marea di bandiere e di grandi cartelli inneggianti alla Federazione Europea.
Intanto, in lontananza, oltre la linea del confine, cominciavano a sporgersi, ondeggianti nell'aria, altre grandi E verdi: quelle delle bandiere sventolate dai federalisti provenienti dalla Francia.
A quella vista i circa quattrocento federalisti italiani alla cui testa, assieme con gli organizzatori ventimigliesi, si erano posti la medaglia d'oro della Resistenza Salvatore Bono, e l'eroe partigiano Luciano Bolis, cominciarono a premere verso la sbarra del confine, davanti al ponte, trattenuti a stento dai Carabinieri e dagli agenti della Polizia.
l primi, che si trovavano proprio faccia a faccia con le forze dell'ordine, indugiavano, mentre i francesi, a loro volta, si avvicinavano alla loro sbarra, dall'altra parte del ponte.
Così fu proprio dalla bocca del sottoscritto, brandente la lunga asta di un cartello, che uscì il grido che tutti aspettavano: "Avanti!".
La massa umana si mosse e il poliziotto che già aveva afferrato il mio cartello, cedette. E così gli altri.
Ma più che le parole vale la documentazione fotografica di quel momento esaltante.
Italiani e francesi, questi ultimi comprendenti anche rappresentanze di federalisti belgi, olandesi e tedeschi, si incontrarono così tra le due sbarre di confine. Tutti si abbracciavano. Mi accorsi immediatamente che i giovani cercavano di abbracciare le ragazze, ma a me capitò un vecchio pensionato, che portava in capo un grosso basco nero.
Piovigginava e a tratti l'acqua scendeva più fitta. Su una macchina scoperta l'on. Taviani, sottosegretario del Governo Italiano, il deputato della Senna on. Jacquet, e Paul Henri Spaak, uno dei grandi Padri dell'Europa, parlarono ai presenti.
Poi ci fu il rito dell'abbruciamento di un simbolico palo di frontiera, sostituito da altro con la scritta "Europa", quindi tutti i pullmann, in rapida cavalcata, si diressero verso Nizza ove, nel primo pomeriggio, si svolse un meeting al Centro Universitario Mediterraneo, alla presenza di una folla enorme.
Tutta la stampa italiana e francese parlò ampiamente dell'avvenimento, tanto che anche i giornali americani riportarono la notizia. Una conferma di ciò si ebbe alcuni mesi dopo, quando alla Sezione del Movimento Federalista Europeo di Ventimiglia giunse da Tampa (Florida) una lettera scritta in spagnolo del sig. Alfredo Diaz il quale, appresa dai giornali locali la notizia della manifestazione, inviava la sua adesione, chiedendo di essere iscritto nel numero dei soci della Sezione di Ventimiglia.
A sua volta l'ing. Mauperon, figlio di William Mauperon, il principale organizzatore nizzardo della manifestazione, che lavorava a Beirut, assistendo ad uno spettacolo cinematografico, aveva avuto la sorpresa di assistere tra le "attualità", anche ad un filmato sull'incontro a Ponte San Luigi (che sarebbe interessante i servizi RAI cercassero di ricuperare nelle cineteche francesi).
Ma il richiamo ai giornali non sarebbe completo se non venisse citato anche l'articolo, apparso sull'Unità del 13 gennaio 1953, a firma di B.V., corrispondente da Ventimiglia, e quello dell'omologo "Patriote de Nice et du Sud Est" del 30 dicembre 1952, entrambi "impregnati" di quegli errori di valutazione e di quei preconcetti che impedirono, per tanti anni, l'affermarsi di una grande volontà di massa nei confronti della lotta per l'unificazione europea.
Enrico Berio, ALPAZUR. Nizza, Cuneo, Imperia "Distretto Europeo". La cooperazione transfrontaliera nell'interregione delle Alpi Meridionali, IsrecIm, 1992, pp. 47,48
L'incontro dei Federalisti a Ponte San Luigi
In quella giornata memorabile una diecina di pullmann di Milano, Genova, La Spezia, Savona, Imperia, San Remo, Bordighera e Ventimiglia, dopo essersi concentrati sulla piazza della Stazione, assieme con una ventina di automobili, ampiamente pavesati con le bandiere federaliste dalla E verde, si incamminavano in colonna verso il Ponte San Luigi.
Qui giunti i federalisti (studenti, lavoratori, uomini e donne, giovani e vecchi, reduci e partigiani) scendevano dalle macchine alzando verso il cielo una marea di bandiere e di grandi cartelli inneggianti alla Federazione Europea.
Intanto, in lontananza, oltre la linea del confine, cominciavano a sporgersi, ondeggianti nell'aria, altre grandi E verdi: quelle delle bandiere sventolate dai federalisti provenienti dalla Francia.
A quella vista i circa quattrocento federalisti italiani alla cui testa, assieme con gli organizzatori ventimigliesi, si erano posti la medaglia d'oro della Resistenza Salvatore Bono, e l'eroe partigiano Luciano Bolis, cominciarono a premere verso la sbarra del confine, davanti al ponte, trattenuti a stento dai Carabinieri e dagli agenti della Polizia.
l primi, che si trovavano proprio faccia a faccia con le forze dell'ordine, indugiavano, mentre i francesi, a loro volta, si avvicinavano alla loro sbarra, dall'altra parte del ponte.
Così fu proprio dalla bocca del sottoscritto, brandente la lunga asta di un cartello, che uscì il grido che tutti aspettavano: "Avanti!".
La massa umana si mosse e il poliziotto che già aveva afferrato il mio cartello, cedette. E così gli altri.
Ma più che le parole vale la documentazione fotografica di quel momento esaltante.
Italiani e francesi, questi ultimi comprendenti anche rappresentanze di federalisti belgi, olandesi e tedeschi, si incontrarono così tra le due sbarre di confine. Tutti si abbracciavano. Mi accorsi immediatamente che i giovani cercavano di abbracciare le ragazze, ma a me capitò un vecchio pensionato, che portava in capo un grosso basco nero.
Piovigginava e a tratti l'acqua scendeva più fitta. Su una macchina scoperta l'on. Taviani, sottosegretario del Governo Italiano, il deputato della Senna on. Jacquet, e Paul Henri Spaak, uno dei grandi Padri dell'Europa, parlarono ai presenti.
Poi ci fu il rito dell'abbruciamento di un simbolico palo di frontiera, sostituito da altro con la scritta "Europa", quindi tutti i pullmann, in rapida cavalcata, si diressero verso Nizza ove, nel primo pomeriggio, si svolse un meeting al Centro Universitario Mediterraneo, alla presenza di una folla enorme.
Tutta la stampa italiana e francese parlò ampiamente dell'avvenimento, tanto che anche i giornali americani riportarono la notizia. Una conferma di ciò si ebbe alcuni mesi dopo, quando alla Sezione del Movimento Federalista Europeo di Ventimiglia giunse da Tampa (Florida) una lettera scritta in spagnolo del sig. Alfredo Diaz il quale, appresa dai giornali locali la notizia della manifestazione, inviava la sua adesione, chiedendo di essere iscritto nel numero dei soci della Sezione di Ventimiglia.
A sua volta l'ing. Mauperon, figlio di William Mauperon, il principale organizzatore nizzardo della manifestazione, che lavorava a Beirut, assistendo ad uno spettacolo cinematografico, aveva avuto la sorpresa di assistere tra le "attualità", anche ad un filmato sull'incontro a Ponte San Luigi (che sarebbe interessante i servizi RAI cercassero di ricuperare nelle cineteche francesi).
Ma il richiamo ai giornali non sarebbe completo se non venisse citato anche l'articolo, apparso sull'Unità del 13 gennaio 1953, a firma di B.V., corrispondente da Ventimiglia, e quello dell'omologo "Patriote de Nice et du Sud Est" del 30 dicembre 1952, entrambi "impregnati" di quegli errori di valutazione e di quei preconcetti che impedirono, per tanti anni, l'affermarsi di una grande volontà di massa nei confronti della lotta per l'unificazione europea.
Enrico Berio, ALPAZUR. Nizza, Cuneo, Imperia "Distretto Europeo". La cooperazione transfrontaliera nell'interregione delle Alpi Meridionali, IsrecIm, 1992, pp. 47,48
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venerdì 30 gennaio 2026
L'ambiente non ha ritrovato gli antichi equilibri
Riva Ligure e Taggia si dividono (e in parte si contendono, in una lite più che secolare, non ancora conclusa) il territorio della piana alluvionale formata dal torrente Argentina, il corso d’acqua che dalle pendici meridionali del monte Saccarello scende al mare presso Arma. Lungo circa 39 km e con una pendenza media del 5,6% (ma molto maggiore nei primi dieci km del corso, fino alla gola di Loreto), il torrente - che ha un bacino imbrifero di 211 km2 e raccoglie le acque di affluenti di una certa importanza come il Capriolo e l’Oxentina - passa ai piedi di Triora, lambisce l’abitato di Molini e, nella media valle, lasciato in alto Montalto, attraversa Badalucco con un’ansa che separa il paese (a destra) dalle sue campagne (a sinistra), quindi - con andamento meandriforme - aggira da tre lati la zona di Campomarzio per poi assumere un aspetto calmo e ampio (quasi da vero fiume) poco prima di raggiungere Taggia, formando dalla città alla foce una piana di circa 350 ettari e terminando da ultimo con un piccolo ma evidente delta, coltivato nella parte ad est e ad ovest occupato da una parte dell’abitato di Arma.
La costa, oltre la fiumara di Taggia, dirige verso sud-ovest seguendo l’andamento di un promontorio dalla sommità quasi spianata, il capo Verde o punta dell’Arma, che delimita ad oriente l’ampia falcatura che al centro ospita l’abitato moderno di Sanremo, le cui ultime propaggini urbane si allungano fino al promontorio di capo Nero, limite occidentale del golfo sanremese. Segue la piccola rada di Ospedaletti, che termina alla modesta sporgenza dove è la chiesetta della Madonna della Ruota, oltre la quale la costa raggiunge - nei pressi del capo Sant’Ampelio - il punto più meridionale della Liguria (43° 46’ 35”, 51 di latitudine Nord, secondo la carta tecnica regionale a scala 1:25.000) e prosegue poi verso ponente (esattamente con esposizione verso ovest-sud-ovest), toccando Bordighera, i Piani di Vallecrosia, Camporosso Mare e Ventimiglia, fino all’abitato di Latte, oltre il quale il successivo tratto di litorale, pochi km fino al confine con la Francia, assume un diverso andamento, costituendo la terminazione nel Mar Ligure del potente costolone calcareo che inizia dal monte Grammondo m 1.378. Salvo in quest’ultimo tratto e nell’area di capo Nero presso Sanremo, dove la costa si presenta alta e dirupata in più punti, in generale l’aspetto del litorale, là dove non vi siano state trasformazioni di ordine antropico (come i riempimenti recenti nel territorio di Sanremo e Ospedaletti), è roccioso ma piuttosto basso e la fascia costiera risulta spesso sfruttata fino a pochi metri dalla battigia per strade, orti, colture floreali ecc.
Dal punto di vista idrografico, mentre subito ad est del capo Verde sfocia in mare un torrente di una certa importanza come l’Arméa (che ha la sorgente al passo di Ghimbegna e lambisce l’abitato di Ceriana), nel tratto di costa successivo, per una lunghezza di una ventina di km, scendono al mare solo dei modesti corsi d’acqua (modesti, ma capaci a volte di piene rovinose, come verificatosi nell’ultimo ventennio proprio a Sanremo, anche a causa peraltro della ristrettezza dell’alveo, in parte ricoperto artificialmente e passante sotto la sede stradale) che scendono dalle pendici del m. Bignone, la montagna che sovrasta Sanremo (rii San Martino, del Ponte, San Francesco, San Romolo, Foce, San Bernardo, valloni di Rodi e del Sasso, torrente Borghetto, rio di Vallecrosia o Verbone), finché si incontra il Nervia, l’ultimo corso d’acqua interamente italiano prima di raggiungere il Roia.
Il Nervia è un po’ più corto dell’Arméa (27 km invece di 29), ma ha un bacino imbrifero oltre quattro volte più esteso, di poco inferiore a quello del ben più importante torrente Argentina. Nasce a sud-est del Carmo Ciaberta m 1.762 (uno dei rami sorgentizi è sbarrato da una diga, a monte della quale si è formato il lago di Tenarda, che serve l’acquedotto di Sanremo), raccoglie le acque di parecchi torrenti (il Gordale, il Bonda, il Merdanzo o Mandancio, il Barbàira) e sfocia subito ad est del sito archeologico di Albintimilium con ampio letto ciottoloso. Nel suo corso passa per Pigna, Isolabona, Dolceacqua, dove è attraversato da un bel ponte medievale, e Camporosso. Nonostante non abbia origine dalla
catena spartiacque ligure-padana come l’Argentina e il Roia, il Nervia presenta notevole pendenza e solo nell’ultimo tratto di circa 9 km, dalla confluenza del Barbàira al mare, ha un andamento planimetrico più regolare.
Poco più a ovest, sovrastato da ponente dal rilievo su cui è sorta la Ventimiglia medievale, è lo sfocio del Roia, col Magra l’unico vero fiume della Liguria geografica. Questa precisazione è opportuna perché il corso d’acqua, che ha le scaturigini poco sotto il colle di Tenda (e, per l’affluente Refrei, alle pendici sud della testa Ciaudòn), percorre un lungo tratto in territorio francese e diventa ufficialmente ligure solo nell’ultima parte, all’incirca dall’abitato di Fanghetto. <88 Il Roia passa per Tenda (mentre la vicina Briga è in una valletta laterale, quella del Levenza) e per la sua frazione San Dalmazzo (ove confluisce il Beònia che, raccolte le acque della zona delle Meraviglie, percorre l’aspro vallone della Miniera), lambisce l’abitato di Fontan e passa ai piedi del rilievo su cui è adagiato il pittoresco centro di Saorgio (a monte del quale confluisce da destra nel Roia il vallone di Cairos, mentre poco a valle, questa volta da sinistra, vi termina il Béndola che scende dalla regione di Marta), passa per Breglio (dove una piccola diga ne allarga il corso a formare un laghetto), tocca poi il piccolo abitato di San Michele (ormai in territorio italiano) e solo a pochi km dalla foce nei pressi di Bévera accoglie le acque del torrente omonimo, un affluente un po’ anomalo dato che in tempi lontani era un fiume sboccante direttamente in mare (nella zona di Latte, dove l’attuale torrentello segue il suo antico corso), e fu poi “catturato” dal Roia. <89
Per quanto riguarda gli insediamenti non costieri, occorre dire che - diversamente da quanto avviene nell’entroterra di Imperia e nelle colline subito ad est e ad ovest - nell’area collinare a ponente di Arma di Taggia non si riscontra una trama insediativa altrettanto ricca e diffusa. Nelle valli, spesso, esistono grossi centri ammucchiati, talora sul fondo, presso il corso d’acqua che vi scorre, ma anche sulle pendici dei versanti. Ma appena le condizioni topografiche lo permettono, si osserva la presenza di piccoli villaggi abbastanza vicini tra loro. Già nella stessa valle Argentina, a Badalucco, Montalto e Carpasio (che constano sostanzialmente di un unico centro) si contrappongono nell’alta valle Molini e Triora, comuni ricchi di numerose borgatelle, oggi per lo più abbandonate o quasi, ma la cui presenza denota uno storico insediamento per nuclei e piccoli centri, ciascuno con la propria chiesa e i servizi comuni (tra cui il forno). La valle dell’Arméa presenta solo il notevole insediamento di Ceriana, nella val Nervia ritroviamo pure grossi centri rurali separati da chilometri di campagne coltivate ma disabitate (escludendo, ovviamente, gli insediamenti più recenti, risalenti agli ultimi 50-60 anni, sorti con motivazioni diverse da quelle degli insediamenti storici). Più numerosi i piccoli centri sulle colline alle spalle di Sanremo, dal Poggio a San Pietro, San Giacomo, San Bartolomeo e Coldirodi (mentre Borello e San Romolo sorgono più in alto) e nelle due vallette del Sasso, del Borghetto e del Verbone (Sasso di Bordighera e, più in alto, Seborga; Borghetto San Nicolò e Vallebona; Vallecrosia Alta, San Biagio della Cima e Soldano).
Si è già accennato che a partire da Santo Stefano e Riva l’agricoltura tradizionale era stata sostituita dagli anni 50 del Novecento da una fiorente floricoltura, che aveva non poco modificato il paesaggio agrario. Se oggi essa è in forte declino, non per questo l’ambiente ha ritrovato gli antichi equilibri, prevalendo i terreni abbandonati e nuovi insediamenti residenziali, tra i quali sono comunque sempre presenti, anche se in misura più modesta rispetto agli scorsi decenni, le serre delle coltivazioni floreali. Queste sono tuttora numerosissime e fitte nella zona intorno a Coldirodi, mentre altrove si presentano in numero minore e di solito meno estese. Si tratta comunque di colture che risalgono ben poco le vallate, dove rimane ancora l’aspetto generale impresso al paesaggio dall’olivicoltura sviluppatasi nei secoli scorsi, a cui si affianca qualche vigneto e, nei versanti peggio esposti, il bosco (e solo più in alto la prateria di montagna), mentre di rado si osservano fino a 15, massimo 20, km dal mare colture recenti di piante per fronde verdi ornamentali, che possono essere in pien’aria (o poco protette) essendo meno termòfile dei fiori propriamente detti. Così è la valle Argentina, dove gli oliveti sono tuttora rigogliosi intorno a Badalucco, mentre a monte di Montalto è piuttosto il bosco misto a colonizzare i ripidi versanti della valle, che presenta nei pendii
più dolci la caratteristica sistemazione a terrazze, un tempo coltivate prevalentemente a cereali ed oggi in genere abbandonate. Più boscosa (con la presenza anche di qualche residuo delle antiche leccete, che danno un aspetto severo all’ambiente) la valle dell’Arméa, che nei tratti più soleggiati e meno acclivi ospita pure qualche vigneto, mentre gli olivi mantengono una certa importanza nell’agro di Ceriana. Nella collina di Sanremo si trova un po’ tutto quanto già elencato, con piccole aziende agrarie dedite alla floricoltura disseminate tra terreni gerbidi, piccoli lembi di macchia e qualche boschetto, con un insediamento residenziale disperso che nel XX° secolo si è ampiamente sviluppato prevalentemente in funzione dell’attività agricola. L’ambiente, più trasformato che altrove dall’azione dell’uomo, risente evidentemente della vicinanza del maggior centro urbano di tutto il Ponente. Nella valle del Verbone (o torrente di Vallecrosia), a un versante prevalentemente a piante da frutto e piccoli coltivi (in sinistra orografica) se ne contrappone un altro dove è importante la vigna, rappresentata da estese coltivazioni di Rossese di Dolceacqua, un vitigno a denominazione d’origine controllata tra i più importanti del mondo enologico ligure, che prende il nome dal vicino borgo della val Nervia ma che è forse più sviluppato qui, tra San Biagio e Soldano, dove si osservano vigneti bellissimi. Anche la val Nervia ospita molti vigneti (come è giusto, visto che è qui la “capitale” del più celebre vino rosso di Liguria), colture di piante per fronde ornamentali, qualche oliveto e piccoli coltivi, mentre l’ambiente si fa più selvaggio a monte di Pigna (ma nella piccola conca di Buggio - ai piedi della più bella montagna del Ponente, il Toraggio - vi sono ancora colture), soprattutto risalendo verso la colla di Langan, dove alla macchia arborescente (qui assai sviluppata) segue poi la prateria, fino ai 1.127 m del valico, che separa la valle da quella dell’Argentina. Da ultimo, la val Roia, non dissimile nel tratto inferiore alla val Nervia, presenta boschi già in diverse parti del tronco inferiore (soprattutto dove l’acclività dei versanti non consente coltivazioni), ma gli olivi risalgono fino alla conca di Breglio (ove si presentano rigogliosi) e ancora si trovano sotto l’abitato di Saorgio, mentre più a monte le poche coltivazioni familiari e qualche frutteto rompono, in vicinanza dei centri abitati, la continuità del manto forestale, che è particolarmente ricco a quote superiori agli 800 m, sia nel solco principale sia nelle vallette laterali (Beònia, alta Levenza).
Può essere interessante soffermarsi ora su alcuni centri abitati, mentre una succinta descrizione di Sanremo e di Ventimiglia è inserita nel capitolo sui centri urbani maggiori del Ponente. Si parlerà dunque di un comune importante come Taggia, che per popolazione è il quarto della provincia d’Imperia, di Ospedaletti e di Bordighera, mentre la descrizione di Camporosso e Vallecrosia si trova nei capitoli relativi alla valle Arméa e alla val Verbone. Qui preme, peraltro, precisare che i centri da Bordighera a Ventimiglia, anche se descritti separatamente, in realtà costituiscono ormai da tempo una conurbazione che da più nuclei originari ha formato un unico abitato nastriforme, con tessuto più rado solo in presenza di particolari ostacoli (terreni agricoli di valore a Camporosso, foce del Nervia, impianti ferroviari di Ventimiglia ecc.). <90
[NOTE]
88 D’altronde, prima che l’esito della seconda guerra mondiale desse alla Francia la sovranità sull’alta valle con Briga e Tenda, la zona sorgentizia e il tratto fino a San Dalmazzo di Tenda non erano liguri (amministrativamente), dato che la zona apparteneva alla provincia di Cuneo.
89 Il fenomeno della “cattura” fluviale non è affatto raro negli ambienti montani, e deriva dal fatto che un corso d’acqua, più vigoroso (per maggiore inclinazione del pendio e/o per presenza di terreni meno coerenti) di altri circostanti, tende ad allargare sempre di più il suo bacino imbrifero, approfondendolo e abbassando la zona di spartiacque, cosicché è possibile che raggiunga il letto di un ruscello vicino, che viene deviato dalla sua direzione originaria verso l’altro corso d’acqua, di cui diventa perciò affluente. Oltre che nei pressi della sorgente (il caso forse più frequente per l’esistenza di forti pendenze, che facilitano l’erosione risalente) è possibile anche una cattura laterale, fenomeno che può avvenire per sovralluvionamento del fondo di antiche valli, che obbliga il corso d’acqua odierno a riversarsi per una depressa sella valliva. Mentre molte catture sono state direttamente osservate dagli studiosi negli scorsi decenni (come quella, nel Sud Tirolo, del Rio di Sesto, già ramo sorgentizio del Rienza, ora affluente del fiume Drava, che scorre in direzione opposta, fenomeno avvenuto all’inizio del Novecento), nel caso della cattura del Bévera, il fenomeno risale ad epoche assai lontane.
90 Un discorso relativo a tutta la regione si trova in: G. Galliano, In tema di urbanizzazione costiera: le conurbazioni liguri, in “Miscellanea 2”, «Pubblicazioni Istituto Scienze geografiche Università di Genova», XLII, 1988, pp. 129-177.
Giuseppe Garibaldi, Tra Centa e Roia. Uno sguardo geografico. Ambiente, popolazione, economia dei comuni rivieraschi e interni dell’estremo Ponente ligure, Associazione Italiana Insegnanti di Geografia - Sezione Liguria - Sezione provinciale Imperia-Sanremo, Imperia, IIª edizione, 2014, pp. 68-72
La costa, oltre la fiumara di Taggia, dirige verso sud-ovest seguendo l’andamento di un promontorio dalla sommità quasi spianata, il capo Verde o punta dell’Arma, che delimita ad oriente l’ampia falcatura che al centro ospita l’abitato moderno di Sanremo, le cui ultime propaggini urbane si allungano fino al promontorio di capo Nero, limite occidentale del golfo sanremese. Segue la piccola rada di Ospedaletti, che termina alla modesta sporgenza dove è la chiesetta della Madonna della Ruota, oltre la quale la costa raggiunge - nei pressi del capo Sant’Ampelio - il punto più meridionale della Liguria (43° 46’ 35”, 51 di latitudine Nord, secondo la carta tecnica regionale a scala 1:25.000) e prosegue poi verso ponente (esattamente con esposizione verso ovest-sud-ovest), toccando Bordighera, i Piani di Vallecrosia, Camporosso Mare e Ventimiglia, fino all’abitato di Latte, oltre il quale il successivo tratto di litorale, pochi km fino al confine con la Francia, assume un diverso andamento, costituendo la terminazione nel Mar Ligure del potente costolone calcareo che inizia dal monte Grammondo m 1.378. Salvo in quest’ultimo tratto e nell’area di capo Nero presso Sanremo, dove la costa si presenta alta e dirupata in più punti, in generale l’aspetto del litorale, là dove non vi siano state trasformazioni di ordine antropico (come i riempimenti recenti nel territorio di Sanremo e Ospedaletti), è roccioso ma piuttosto basso e la fascia costiera risulta spesso sfruttata fino a pochi metri dalla battigia per strade, orti, colture floreali ecc.
Dal punto di vista idrografico, mentre subito ad est del capo Verde sfocia in mare un torrente di una certa importanza come l’Arméa (che ha la sorgente al passo di Ghimbegna e lambisce l’abitato di Ceriana), nel tratto di costa successivo, per una lunghezza di una ventina di km, scendono al mare solo dei modesti corsi d’acqua (modesti, ma capaci a volte di piene rovinose, come verificatosi nell’ultimo ventennio proprio a Sanremo, anche a causa peraltro della ristrettezza dell’alveo, in parte ricoperto artificialmente e passante sotto la sede stradale) che scendono dalle pendici del m. Bignone, la montagna che sovrasta Sanremo (rii San Martino, del Ponte, San Francesco, San Romolo, Foce, San Bernardo, valloni di Rodi e del Sasso, torrente Borghetto, rio di Vallecrosia o Verbone), finché si incontra il Nervia, l’ultimo corso d’acqua interamente italiano prima di raggiungere il Roia.
Il Nervia è un po’ più corto dell’Arméa (27 km invece di 29), ma ha un bacino imbrifero oltre quattro volte più esteso, di poco inferiore a quello del ben più importante torrente Argentina. Nasce a sud-est del Carmo Ciaberta m 1.762 (uno dei rami sorgentizi è sbarrato da una diga, a monte della quale si è formato il lago di Tenarda, che serve l’acquedotto di Sanremo), raccoglie le acque di parecchi torrenti (il Gordale, il Bonda, il Merdanzo o Mandancio, il Barbàira) e sfocia subito ad est del sito archeologico di Albintimilium con ampio letto ciottoloso. Nel suo corso passa per Pigna, Isolabona, Dolceacqua, dove è attraversato da un bel ponte medievale, e Camporosso. Nonostante non abbia origine dalla
catena spartiacque ligure-padana come l’Argentina e il Roia, il Nervia presenta notevole pendenza e solo nell’ultimo tratto di circa 9 km, dalla confluenza del Barbàira al mare, ha un andamento planimetrico più regolare.
Poco più a ovest, sovrastato da ponente dal rilievo su cui è sorta la Ventimiglia medievale, è lo sfocio del Roia, col Magra l’unico vero fiume della Liguria geografica. Questa precisazione è opportuna perché il corso d’acqua, che ha le scaturigini poco sotto il colle di Tenda (e, per l’affluente Refrei, alle pendici sud della testa Ciaudòn), percorre un lungo tratto in territorio francese e diventa ufficialmente ligure solo nell’ultima parte, all’incirca dall’abitato di Fanghetto. <88 Il Roia passa per Tenda (mentre la vicina Briga è in una valletta laterale, quella del Levenza) e per la sua frazione San Dalmazzo (ove confluisce il Beònia che, raccolte le acque della zona delle Meraviglie, percorre l’aspro vallone della Miniera), lambisce l’abitato di Fontan e passa ai piedi del rilievo su cui è adagiato il pittoresco centro di Saorgio (a monte del quale confluisce da destra nel Roia il vallone di Cairos, mentre poco a valle, questa volta da sinistra, vi termina il Béndola che scende dalla regione di Marta), passa per Breglio (dove una piccola diga ne allarga il corso a formare un laghetto), tocca poi il piccolo abitato di San Michele (ormai in territorio italiano) e solo a pochi km dalla foce nei pressi di Bévera accoglie le acque del torrente omonimo, un affluente un po’ anomalo dato che in tempi lontani era un fiume sboccante direttamente in mare (nella zona di Latte, dove l’attuale torrentello segue il suo antico corso), e fu poi “catturato” dal Roia. <89
Per quanto riguarda gli insediamenti non costieri, occorre dire che - diversamente da quanto avviene nell’entroterra di Imperia e nelle colline subito ad est e ad ovest - nell’area collinare a ponente di Arma di Taggia non si riscontra una trama insediativa altrettanto ricca e diffusa. Nelle valli, spesso, esistono grossi centri ammucchiati, talora sul fondo, presso il corso d’acqua che vi scorre, ma anche sulle pendici dei versanti. Ma appena le condizioni topografiche lo permettono, si osserva la presenza di piccoli villaggi abbastanza vicini tra loro. Già nella stessa valle Argentina, a Badalucco, Montalto e Carpasio (che constano sostanzialmente di un unico centro) si contrappongono nell’alta valle Molini e Triora, comuni ricchi di numerose borgatelle, oggi per lo più abbandonate o quasi, ma la cui presenza denota uno storico insediamento per nuclei e piccoli centri, ciascuno con la propria chiesa e i servizi comuni (tra cui il forno). La valle dell’Arméa presenta solo il notevole insediamento di Ceriana, nella val Nervia ritroviamo pure grossi centri rurali separati da chilometri di campagne coltivate ma disabitate (escludendo, ovviamente, gli insediamenti più recenti, risalenti agli ultimi 50-60 anni, sorti con motivazioni diverse da quelle degli insediamenti storici). Più numerosi i piccoli centri sulle colline alle spalle di Sanremo, dal Poggio a San Pietro, San Giacomo, San Bartolomeo e Coldirodi (mentre Borello e San Romolo sorgono più in alto) e nelle due vallette del Sasso, del Borghetto e del Verbone (Sasso di Bordighera e, più in alto, Seborga; Borghetto San Nicolò e Vallebona; Vallecrosia Alta, San Biagio della Cima e Soldano).
Si è già accennato che a partire da Santo Stefano e Riva l’agricoltura tradizionale era stata sostituita dagli anni 50 del Novecento da una fiorente floricoltura, che aveva non poco modificato il paesaggio agrario. Se oggi essa è in forte declino, non per questo l’ambiente ha ritrovato gli antichi equilibri, prevalendo i terreni abbandonati e nuovi insediamenti residenziali, tra i quali sono comunque sempre presenti, anche se in misura più modesta rispetto agli scorsi decenni, le serre delle coltivazioni floreali. Queste sono tuttora numerosissime e fitte nella zona intorno a Coldirodi, mentre altrove si presentano in numero minore e di solito meno estese. Si tratta comunque di colture che risalgono ben poco le vallate, dove rimane ancora l’aspetto generale impresso al paesaggio dall’olivicoltura sviluppatasi nei secoli scorsi, a cui si affianca qualche vigneto e, nei versanti peggio esposti, il bosco (e solo più in alto la prateria di montagna), mentre di rado si osservano fino a 15, massimo 20, km dal mare colture recenti di piante per fronde verdi ornamentali, che possono essere in pien’aria (o poco protette) essendo meno termòfile dei fiori propriamente detti. Così è la valle Argentina, dove gli oliveti sono tuttora rigogliosi intorno a Badalucco, mentre a monte di Montalto è piuttosto il bosco misto a colonizzare i ripidi versanti della valle, che presenta nei pendii
più dolci la caratteristica sistemazione a terrazze, un tempo coltivate prevalentemente a cereali ed oggi in genere abbandonate. Più boscosa (con la presenza anche di qualche residuo delle antiche leccete, che danno un aspetto severo all’ambiente) la valle dell’Arméa, che nei tratti più soleggiati e meno acclivi ospita pure qualche vigneto, mentre gli olivi mantengono una certa importanza nell’agro di Ceriana. Nella collina di Sanremo si trova un po’ tutto quanto già elencato, con piccole aziende agrarie dedite alla floricoltura disseminate tra terreni gerbidi, piccoli lembi di macchia e qualche boschetto, con un insediamento residenziale disperso che nel XX° secolo si è ampiamente sviluppato prevalentemente in funzione dell’attività agricola. L’ambiente, più trasformato che altrove dall’azione dell’uomo, risente evidentemente della vicinanza del maggior centro urbano di tutto il Ponente. Nella valle del Verbone (o torrente di Vallecrosia), a un versante prevalentemente a piante da frutto e piccoli coltivi (in sinistra orografica) se ne contrappone un altro dove è importante la vigna, rappresentata da estese coltivazioni di Rossese di Dolceacqua, un vitigno a denominazione d’origine controllata tra i più importanti del mondo enologico ligure, che prende il nome dal vicino borgo della val Nervia ma che è forse più sviluppato qui, tra San Biagio e Soldano, dove si osservano vigneti bellissimi. Anche la val Nervia ospita molti vigneti (come è giusto, visto che è qui la “capitale” del più celebre vino rosso di Liguria), colture di piante per fronde ornamentali, qualche oliveto e piccoli coltivi, mentre l’ambiente si fa più selvaggio a monte di Pigna (ma nella piccola conca di Buggio - ai piedi della più bella montagna del Ponente, il Toraggio - vi sono ancora colture), soprattutto risalendo verso la colla di Langan, dove alla macchia arborescente (qui assai sviluppata) segue poi la prateria, fino ai 1.127 m del valico, che separa la valle da quella dell’Argentina. Da ultimo, la val Roia, non dissimile nel tratto inferiore alla val Nervia, presenta boschi già in diverse parti del tronco inferiore (soprattutto dove l’acclività dei versanti non consente coltivazioni), ma gli olivi risalgono fino alla conca di Breglio (ove si presentano rigogliosi) e ancora si trovano sotto l’abitato di Saorgio, mentre più a monte le poche coltivazioni familiari e qualche frutteto rompono, in vicinanza dei centri abitati, la continuità del manto forestale, che è particolarmente ricco a quote superiori agli 800 m, sia nel solco principale sia nelle vallette laterali (Beònia, alta Levenza).
Può essere interessante soffermarsi ora su alcuni centri abitati, mentre una succinta descrizione di Sanremo e di Ventimiglia è inserita nel capitolo sui centri urbani maggiori del Ponente. Si parlerà dunque di un comune importante come Taggia, che per popolazione è il quarto della provincia d’Imperia, di Ospedaletti e di Bordighera, mentre la descrizione di Camporosso e Vallecrosia si trova nei capitoli relativi alla valle Arméa e alla val Verbone. Qui preme, peraltro, precisare che i centri da Bordighera a Ventimiglia, anche se descritti separatamente, in realtà costituiscono ormai da tempo una conurbazione che da più nuclei originari ha formato un unico abitato nastriforme, con tessuto più rado solo in presenza di particolari ostacoli (terreni agricoli di valore a Camporosso, foce del Nervia, impianti ferroviari di Ventimiglia ecc.). <90
[NOTE]
88 D’altronde, prima che l’esito della seconda guerra mondiale desse alla Francia la sovranità sull’alta valle con Briga e Tenda, la zona sorgentizia e il tratto fino a San Dalmazzo di Tenda non erano liguri (amministrativamente), dato che la zona apparteneva alla provincia di Cuneo.
89 Il fenomeno della “cattura” fluviale non è affatto raro negli ambienti montani, e deriva dal fatto che un corso d’acqua, più vigoroso (per maggiore inclinazione del pendio e/o per presenza di terreni meno coerenti) di altri circostanti, tende ad allargare sempre di più il suo bacino imbrifero, approfondendolo e abbassando la zona di spartiacque, cosicché è possibile che raggiunga il letto di un ruscello vicino, che viene deviato dalla sua direzione originaria verso l’altro corso d’acqua, di cui diventa perciò affluente. Oltre che nei pressi della sorgente (il caso forse più frequente per l’esistenza di forti pendenze, che facilitano l’erosione risalente) è possibile anche una cattura laterale, fenomeno che può avvenire per sovralluvionamento del fondo di antiche valli, che obbliga il corso d’acqua odierno a riversarsi per una depressa sella valliva. Mentre molte catture sono state direttamente osservate dagli studiosi negli scorsi decenni (come quella, nel Sud Tirolo, del Rio di Sesto, già ramo sorgentizio del Rienza, ora affluente del fiume Drava, che scorre in direzione opposta, fenomeno avvenuto all’inizio del Novecento), nel caso della cattura del Bévera, il fenomeno risale ad epoche assai lontane.
90 Un discorso relativo a tutta la regione si trova in: G. Galliano, In tema di urbanizzazione costiera: le conurbazioni liguri, in “Miscellanea 2”, «Pubblicazioni Istituto Scienze geografiche Università di Genova», XLII, 1988, pp. 129-177.
Giuseppe Garibaldi, Tra Centa e Roia. Uno sguardo geografico. Ambiente, popolazione, economia dei comuni rivieraschi e interni dell’estremo Ponente ligure, Associazione Italiana Insegnanti di Geografia - Sezione Liguria - Sezione provinciale Imperia-Sanremo, Imperia, IIª edizione, 2014, pp. 68-72
lunedì 19 gennaio 2026
Nico era affascinato da quell’esperienza
| Ventimiglia (IM): un tratto di mare di fronte a Mortola, dove abitava all'epoca di questo racconto Nico Orengo |
Non ricordo esattamente che anno fosse: comunque, eravamo più o meno all’inizio degli anni '60.
Apparentemente a quei tempi sia io che Nico [Orengo] non stavamo andando troppo bene a scuola: troppe distrazioni o forse era colpa dell’età. Naturalmente i nostri genitori non erano affatto entusiasti.
Al termine dell’anno scolastico, mio padre mantenne la promessa di darmi un assaggio di realtà facendomi provare cosa fosse il lavoro manuale, nella speranza di cambiare il mio atteggiamento: tutto sommato non fu un gran successo, ma quella è un’altra storia.
I genitori di Nico presero un simile approccio, ma un po’ più creativo: lo mandarono a fare il pescatore. Quando lo venni a sapere, mi sganasciai dalle risate; ma era una cosa seria.
Divenne il mozzo dell’equipaggio capitanato da 'Ernestu u Matu', con 'Aldu u Rébissu' ed un paio di altri pescatori dei quali non ricordo il nome. Pescavano salpando da Begliamìn [n.d.r.: nella zona di Latte, frazione del comune di Ventimiglia] con un barcone lungo e pesante, verde scuro, senza motore e con propulsione prettamente manuale: a remi.
Se il tempo o il mare lo permettevano, spesso dormivano in barca, sdraiati sui paglioli nella pancia del gozzo con un pezzo di vecchia coperta arrotolata come cuscino, per essere pronti a salpare le reti o i palamiti al momento giusto. Oppure sulla spiaggia, sotto le stelle, con un sacco pieno d’alghe secche come materasso o, se pioveva, nella rimessa dei Sella usata per gli attrezzi da pesca e per tenere la barca quando non in uso per lungo tempo.
Nico era affascinato da quell’esperienza, era stimolato da quell’atmosfera che era come ossigeno per i suoi polmoni. Era a contatto con la realtà che plasmava l’uomo comune; ne sopportava i disagi, ne condivideva le fatiche, ne ammirava la perseveranza; si nutriva dei colori, degli odori, dei suoni, delle sensazioni che lo circondavano, li assorbiva come una spugna. Quando ci incontravamo mi raccontava eccitato di come aveva imparato a bere il vino alla “catalana” dall’otre di pelle di capra che ‘u Matu’ portava sempre a tracolla o come erano buone le mormore cucinate alla brace, sulla spiaggia, da ‘u Rébissu’.
Oppure mi faceva vedere i calli e le ultime vesciche che quei remi pesanti gli avevano procurato; ma mai un lamento. Anzi, voleva imparare a rammendare le reti con l’agocello, quell’ago a doppia forcina e mi diceva che i pescatori avevano quattro mani da come usavano le dita dei piedi per stirare le reti da rammendare.
E si vantava di aver imparato a rollarsi le sigarette con cartine a ‘taglio fino’ anche quando c’era vento: il problema era accenderle senza bruciacchiarsi la punta del naso.
Il Nico che ho conosciuto in quei lontani anni giovanili si era innamorato del mare, dell’aria, della terra e del carattere umano della Liguria di ponente.
Aveva il legittimo titolo di Marchese, mai ostentato, ed era a suo agio sia ad una festa elegante, che nella cucina di 'Dante u scarpà' mangiando caldarroste e bevendo vino.
La sua personalità rivelava un animo puro ma, allo stesso tempo, complesso: doveroso osservatore della natura, rispettoso partecipe della vita quotidiana popolare e mai altezzoso nonostante le sue radici aristocratiche.
Roberto Rovelli, Il pescatore, messaggio del 16 gennaio 2026
Al termine dell’anno scolastico, mio padre mantenne la promessa di darmi un assaggio di realtà facendomi provare cosa fosse il lavoro manuale, nella speranza di cambiare il mio atteggiamento: tutto sommato non fu un gran successo, ma quella è un’altra storia.
I genitori di Nico presero un simile approccio, ma un po’ più creativo: lo mandarono a fare il pescatore. Quando lo venni a sapere, mi sganasciai dalle risate; ma era una cosa seria.
Divenne il mozzo dell’equipaggio capitanato da 'Ernestu u Matu', con 'Aldu u Rébissu' ed un paio di altri pescatori dei quali non ricordo il nome. Pescavano salpando da Begliamìn [n.d.r.: nella zona di Latte, frazione del comune di Ventimiglia] con un barcone lungo e pesante, verde scuro, senza motore e con propulsione prettamente manuale: a remi.
Se il tempo o il mare lo permettevano, spesso dormivano in barca, sdraiati sui paglioli nella pancia del gozzo con un pezzo di vecchia coperta arrotolata come cuscino, per essere pronti a salpare le reti o i palamiti al momento giusto. Oppure sulla spiaggia, sotto le stelle, con un sacco pieno d’alghe secche come materasso o, se pioveva, nella rimessa dei Sella usata per gli attrezzi da pesca e per tenere la barca quando non in uso per lungo tempo.
Nico era affascinato da quell’esperienza, era stimolato da quell’atmosfera che era come ossigeno per i suoi polmoni. Era a contatto con la realtà che plasmava l’uomo comune; ne sopportava i disagi, ne condivideva le fatiche, ne ammirava la perseveranza; si nutriva dei colori, degli odori, dei suoni, delle sensazioni che lo circondavano, li assorbiva come una spugna. Quando ci incontravamo mi raccontava eccitato di come aveva imparato a bere il vino alla “catalana” dall’otre di pelle di capra che ‘u Matu’ portava sempre a tracolla o come erano buone le mormore cucinate alla brace, sulla spiaggia, da ‘u Rébissu’.
Oppure mi faceva vedere i calli e le ultime vesciche che quei remi pesanti gli avevano procurato; ma mai un lamento. Anzi, voleva imparare a rammendare le reti con l’agocello, quell’ago a doppia forcina e mi diceva che i pescatori avevano quattro mani da come usavano le dita dei piedi per stirare le reti da rammendare.
E si vantava di aver imparato a rollarsi le sigarette con cartine a ‘taglio fino’ anche quando c’era vento: il problema era accenderle senza bruciacchiarsi la punta del naso.
Il Nico che ho conosciuto in quei lontani anni giovanili si era innamorato del mare, dell’aria, della terra e del carattere umano della Liguria di ponente.
Aveva il legittimo titolo di Marchese, mai ostentato, ed era a suo agio sia ad una festa elegante, che nella cucina di 'Dante u scarpà' mangiando caldarroste e bevendo vino.
La sua personalità rivelava un animo puro ma, allo stesso tempo, complesso: doveroso osservatore della natura, rispettoso partecipe della vita quotidiana popolare e mai altezzoso nonostante le sue radici aristocratiche.
Roberto Rovelli, Il pescatore, messaggio del 16 gennaio 2026
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martedì 13 gennaio 2026
In quel lembo di terra tra i cigni e il mare, smisi di tacere
Capitolo 1: La Reggia di Mattoni e Silenzio
Milano, fine anni ’90. La zona Isola era un cantiere a cielo aperto, proprio come la mia vita. Ricordo ancora l’odore acre della polvere di gesso e il rumore dei martelli pneumatici che rimbombavano nel salone: stavamo abbattendo pareti per creare uno spazio che, sulla carta, doveva essere la nostra felicità. Gestivo quel cantiere con la precisione di un generale, tra tubature da spostare e pavimenti da livellare. Quando l'ultimo operaio se ne andò, la "reggia" era pronta: cinquantacinque metri quadrati di salone, tre camere da letto, doppi bagni. Una dimora imponente che sembrava dire al mondo: "Ce l'abbiamo fatta".
Ma il trasloco fu un rito pesante. Scatoloni carichi di una vita intera venivano trascinati in quella casa che, paradossalmente, si riempiva di mobili ma si svuotava di calore. Mia moglie, pilastro d'acciaio nella Segreteria Fidi, era ormai schiacciata tra il dovere professionale e un dolore privato che non dava tregua. La perdita di sua madre l’aveva lasciata sola al timone di una famiglia d’origine allo sbando, e quella depressione divenne un muro invisibile tra noi. Vivevamo in un castello, sì, ma ognuno nella sua torre. Io "sodomizzavo" internamente il mio senso di inutilità professionale in una multinazionale che mi ignorava, mentre intorno a noi Milano era una cappa di smog e doveri che non lasciava scampo.
Capitolo 2: L’Eco di Alassio e la Scintilla
Il nostro unico polmone erano state, per anni, le estati ad Alassio. Ricordo i bambini che crescevano tra i granelli di sabbia fine e l’acqua limpida, il rito del gelato sul muretto, le risate che per un istante coprivano le ombre di casa. Alassio era la promessa di un’altra vita possibile. Fu proprio lì, tra un’estate e l’altra, che la crisi esplose dentro di me. Non potevo più essere solo il gestore di un cantiere o un analista insoddisfatto.
"Vado io. Comincio a costruire un futuro in Liguria", dissi. Fu un salto nel vuoto, un atto di separazione che aveva il sapore della sopravvivenza. Lasciai la reggia di Milano, i suoi spazi vasti e le sue tensioni soffocanti, per un piccolo appartamento a Vallecrosia.
Capitolo 3: La Rinascita tra i Cigni di Vallecrosia
Il cambio di clima non fu solo meteorologico, fu dell'anima. Appena varcai il confine della Liguria di Ponente, la cappa grigia di Milano svanì nello specchietto retrovisore. Al suo posto, un’aria mite e salmastra che sembrava sciogliere il nodo che avevo nel petto. Vallecrosia mi accolse con una luce diversa, più dolce.
Mi ritrovai a camminare lungo la foce del ruscello [n.d.r.: il torrente Nervia, il quale, in verità, verso la qui citata foce separa il comune di Camporosso da quello di Ventimiglia] che segna il confine tra Vallecrosia e Camporosso. Lì, dove l'acqua dolce incontra quella del mare, rimasi incantato a guardare i cigni. Scivolavano eleganti sulla superficie, incuranti dei confini e del caos del mondo. C'era una pace antica in quel ruscello, un ritmo lento che non conoscevo più. Vivevo in una casa piccola, certo, ma fuori avevo l'infinito.
I primi tempi furono duri. Tentai la via della rappresentanza, ma ero un pesce fuor d'acqua. Poi, l'intuizione. Guardando quella terra così riservata eppure così bisognosa di esprimersi, rispolverai il mio passato d’attore teatrale. Presi quel computer che era stato il mio "premio di consolazione" dalla multinazionale e iniziai a tracciare le linee di qualcosa di nuovo. Non avrei più analizzato flussi aziendali, avrei analizzato l'anima umana attraverso la voce. Nacque così l’Accademia della Comunicazione Verbale. In quel lembo di terra tra i cigni e il mare, smisi di tacere. Incominciai a insegnare agli altri che ogni parola ha un peso, e che per parlare bene, bisogna prima imparare a respirare l'aria buona.
Davide Oscar Andreoni, Il Peso delle Parole, il Respiro del Mare, Onì d'André, 12 gennaio 2026
Milano, fine anni ’90. La zona Isola era un cantiere a cielo aperto, proprio come la mia vita. Ricordo ancora l’odore acre della polvere di gesso e il rumore dei martelli pneumatici che rimbombavano nel salone: stavamo abbattendo pareti per creare uno spazio che, sulla carta, doveva essere la nostra felicità. Gestivo quel cantiere con la precisione di un generale, tra tubature da spostare e pavimenti da livellare. Quando l'ultimo operaio se ne andò, la "reggia" era pronta: cinquantacinque metri quadrati di salone, tre camere da letto, doppi bagni. Una dimora imponente che sembrava dire al mondo: "Ce l'abbiamo fatta".
Ma il trasloco fu un rito pesante. Scatoloni carichi di una vita intera venivano trascinati in quella casa che, paradossalmente, si riempiva di mobili ma si svuotava di calore. Mia moglie, pilastro d'acciaio nella Segreteria Fidi, era ormai schiacciata tra il dovere professionale e un dolore privato che non dava tregua. La perdita di sua madre l’aveva lasciata sola al timone di una famiglia d’origine allo sbando, e quella depressione divenne un muro invisibile tra noi. Vivevamo in un castello, sì, ma ognuno nella sua torre. Io "sodomizzavo" internamente il mio senso di inutilità professionale in una multinazionale che mi ignorava, mentre intorno a noi Milano era una cappa di smog e doveri che non lasciava scampo.
Capitolo 2: L’Eco di Alassio e la Scintilla
Il nostro unico polmone erano state, per anni, le estati ad Alassio. Ricordo i bambini che crescevano tra i granelli di sabbia fine e l’acqua limpida, il rito del gelato sul muretto, le risate che per un istante coprivano le ombre di casa. Alassio era la promessa di un’altra vita possibile. Fu proprio lì, tra un’estate e l’altra, che la crisi esplose dentro di me. Non potevo più essere solo il gestore di un cantiere o un analista insoddisfatto.
"Vado io. Comincio a costruire un futuro in Liguria", dissi. Fu un salto nel vuoto, un atto di separazione che aveva il sapore della sopravvivenza. Lasciai la reggia di Milano, i suoi spazi vasti e le sue tensioni soffocanti, per un piccolo appartamento a Vallecrosia.
Capitolo 3: La Rinascita tra i Cigni di Vallecrosia
Il cambio di clima non fu solo meteorologico, fu dell'anima. Appena varcai il confine della Liguria di Ponente, la cappa grigia di Milano svanì nello specchietto retrovisore. Al suo posto, un’aria mite e salmastra che sembrava sciogliere il nodo che avevo nel petto. Vallecrosia mi accolse con una luce diversa, più dolce.
Mi ritrovai a camminare lungo la foce del ruscello [n.d.r.: il torrente Nervia, il quale, in verità, verso la qui citata foce separa il comune di Camporosso da quello di Ventimiglia] che segna il confine tra Vallecrosia e Camporosso. Lì, dove l'acqua dolce incontra quella del mare, rimasi incantato a guardare i cigni. Scivolavano eleganti sulla superficie, incuranti dei confini e del caos del mondo. C'era una pace antica in quel ruscello, un ritmo lento che non conoscevo più. Vivevo in una casa piccola, certo, ma fuori avevo l'infinito.
I primi tempi furono duri. Tentai la via della rappresentanza, ma ero un pesce fuor d'acqua. Poi, l'intuizione. Guardando quella terra così riservata eppure così bisognosa di esprimersi, rispolverai il mio passato d’attore teatrale. Presi quel computer che era stato il mio "premio di consolazione" dalla multinazionale e iniziai a tracciare le linee di qualcosa di nuovo. Non avrei più analizzato flussi aziendali, avrei analizzato l'anima umana attraverso la voce. Nacque così l’Accademia della Comunicazione Verbale. In quel lembo di terra tra i cigni e il mare, smisi di tacere. Incominciai a insegnare agli altri che ogni parola ha un peso, e che per parlare bene, bisogna prima imparare a respirare l'aria buona.
Davide Oscar Andreoni, Il Peso delle Parole, il Respiro del Mare, Onì d'André, 12 gennaio 2026
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