lunedì 5 gennaio 2026

Imperia rappresenta un caso emblematico di frammentazione sociale e urbana

Fonte: Simone Clemenzi, Op. cit. infra

Il contesto sociale e urbano di Imperia e la necessità di una piattaforma digitale unificante
Il contesto sociale e urbano di Imperia è un sistema complesso e dinamico, che richiede un approccio attento e consapevole per essere compreso e valorizzato. La città, con la sua divisione storica tra Porto Maurizio e Oneglia, rappresenta un caso emblematico di frammentazione sociale e urbana, in cui le distanze fisiche sono amplificate da divisioni identitarie che risalgono a oltre un secolo fa. Questa separazione non è solo simbolica, ma si riflette nelle abitudini quotidiane dei cittadini, nei percorsi infrastrutturali e nella percezione stessa della città come un’entità unica. La mancanza di un’identità urbana condivisa ostacola la coesione sociale e limita il potenziale di Imperia di evolversi in una città più vivibile e attrattiva. Questo scenario ha evidenziato la necessità di uno strumento digitale capace di unificare le diverse componenti della città, offrendo uno spazio inclusivo in cui tutte le voci possano essere ascoltate e valorizzate. La piattaforma digitale che ho progettato nasce con l’obiettivo di superare queste barriere storiche e sociali, costruendo un ponte tra cittadini, amministrazione e progettisti. In un’epoca in cui l’accesso a internet è diventato una risorsa imprescindibile, la piattaforma rappresenta una risposta concreta per favorire il dialogo e il confronto all’interno della comunità urbana.
L’accesso digitale, tuttavia, non può essere considerato universalmente garantito. In particolare, alcune fasce della popolazione, come gli anziani o le persone con minori competenze tecnologiche, rischiano di rimanere escluse da questo processo di trasformazione. Per affrontare questa criticità, ho progettato un sistema complementare che integra soluzioni digitali e analogiche. Attraverso l’installazione di access point in luoghi strategici come farmacie, uffici postali e mercati, sarà possibile distribuire e raccogliere questionari cartacei, garantendo così la partecipazione anche a chi non ha familiarità con le tecnologie digitali. Questa integrazione tra strumenti digitali e tradizionali riflette la necessità di costruire una piattaforma che sia realmente inclusiva, capace di rispondere alle esigenze di tutte le componenti della società.
Esigenze e criticità di Imperia: obiettivi progettuali e problemi da risolvere
Imperia, come molte città di medie dimensioni, si trova a un bivio critico tra conservazione e innovazione. Da un lato, la città conserva un ricco patrimonio storico e culturale, ma dall’altro soffre di problemi strutturali e sociali che limitano la sua crescita e la sua capacità di attrarre nuovi investimenti. La piattaforma digitale che ho progettato si pone l’obiettivo di affrontare queste criticità con un approccio mirato e partecipativo, trasformando le sfide in opportunità per una rigenerazione urbana sostenibile e inclusiva.
Una delle criticità più evidenti è la mancanza di spazi pubblici adeguati per la socializzazione e l’interazione. Imperia soffre di una distribuzione frammentata degli spazi urbani, che spesso risultano poco accessibili o mal progettati. La piattaforma mira a colmare questo vuoto, permettendo ai cittadini di segnalare le aree che necessitano di interventi e di proporre soluzioni per migliorare l’accessibilità e la funzionalità degli spazi pubblici.
Attraverso una mappa interattiva, sarà possibile visualizzare le segnalazioni in tempo reale, evidenziando le priorità e creando una base di dati utile per la pianificazione e la gestione urbana. 
Un altro tema centrale è la riqualificazione degli edifici industriali abbandonati, che rappresentano una ferita aperta nel tessuto urbano di Imperia. Strutture come l’ex stabilimento Italcementi potrebbero essere trasformate in hub multifunzionali, ospitando attività culturali, spazi di coworking e laboratori per l’innovazione. La piattaforma digitale offre uno spazio di confronto tra cittadini, amministrazione e investitori, facilitando la creazione di progetti condivisi che valorizzino il patrimonio esistente. Questa funzione non solo promuove la riqualificazione, ma stimola anche un senso di appartenenza tra i cittadini, che vedono i propri contributi trasformarsi in risultati tangibili.
Dal punto di vista sociale, uno dei problemi principali è la mancanza di coesione e senso di comunità tra gli abitanti di Imperia. La piattaforma affronta questa criticità attraverso strumenti che incentivano la partecipazione attiva, come questionari, sondaggi e forum tematici. Questi strumenti non solo raccolgono informazioni, ma creano spazi di dialogo in cui le persone possono confrontarsi, condividere idee e costruire relazioni. L’obiettivo è trasformare la piattaforma in un punto di riferimento per la vita cittadina, dove ogni abitante possa sentirsi parte di un progetto collettivo per il miglioramento della città. 
Un ulteriore problema è rappresentato dalla scarsa visibilità e valorizzazione del patrimonio naturale e culturale di Imperia. La piattaforma intende affrontare questa lacuna attraverso una sezione dedicata agli eventi e alle attrazioni locali, che utilizza tecnologie digitali per promuovere la città in modo innovativo. Attraverso mappe interattive, calendari dinamici e contenuti multimediali, sarà possibile attirare turisti e coinvolgere i residenti, creando un circolo virtuoso che contribuisca allo sviluppo economico e sociale della città. La piattaforma digitale non è solo uno strumento tecnologico, ma una risposta alle esigenze profonde di Imperia, progettata per affrontare criticità specifiche e per promuovere una visione di città inclusiva e partecipativa. Il suo successo dipenderà dalla capacità di coinvolgere tutti gli stakeholder, creando un ecosistema urbano in cui la collaborazione e il dialogo diventano i pilastri di una nuova identità per Imperia.
Simone Clemenzi, Coesione urbana e partecipazione digitale: un modello per il futuro di Imperia, Tesi di laurea, Università degli Studi di Genova, Anno accademico 2024-2025  

venerdì 26 dicembre 2025

Le carte scomparse di Giacomo Natta

Bordighera (IM): la Biblioteca Civica Internazionale

[Marco Innocenti] Una foto del "5 bettole" [n.d.r.: pregressa manifestazione culturale - premio di pittura, ma, subito, anche premio letterario - di Bordighera], scattata sempre da tuo fratello Beppe, mostra Luciano De Giovanni insieme a Giacomo Natta. Quest'ultimo è uno scrittore notevole, raffinato, so che fra l'altro era amico di Tommaso Landolfi, ma che in vita ha pubblicato poco, e forse ha scritto davvero poco. Tu ne sei un accanito studioso, anzi, qualcuno ha detto che sei un poco l'"inventore" di Natta. 
[Enzo Maiolino] Io ho avuto il privilegio di conoscere e frequentare Giacomo Natta negli ultimi cinque anni della sua vita. Verso la fine del 1954, Natta era tornato nel suo Ponente ligure (era nato a Vallecrosia nel 1892) dopo il lungo, difficile soggiorno romano. Frequentava volentieri il mio studio, seguiva il mio lavoro, frequentava la nostra casa e mi capitava, a volte, di aiutarlo in qualità... di dattilografo. Quanto alla sua proclamata pigrizia, allo scrivere poco, vale la pena di ricordare le parole che Bruno Fonzi scrisse dopo la morte di Natta: «... Natta fu uno di quegli artisti di cui si suol dire che diedero l'opera migliore nella loro vita stessa. Considerando quella di Natta mi vien fatto di pensare alla vita di Oscar Wilde, e a quanto parziale dev'essere la nostra conoscenza di lui, basata soltanto sulle sue opere e sui dati esteriori della sua storia, quando sappiamo che egli diede il meglio del suo ingegno in quell'arte, effimera, ma non perciò meno affascinante, della causerie, nella quale Giacomo Natta fu maestro». 
Non era soltanto amico di Tommaso Landolfi ma, soprattutto nell'ambiente romano, conosceva tutti del mondo artistico-letterario. Quando diresse a Sanremo "I Lunedì Letterari", gli invitati alle varie conferenze erano suoi amici. 
A vent'anni dalla morte di Natta, constatando che nessuno dei suoi amici aveva fatto qualcosa per ricordarlo, almeno per fare uscire il libro dallo stesso Natta annunciato "in preparazione", ebbi l'ardire (o l'impudenza, consapevole - io pittore - di invadere un campo non mio) di riunire in un volumetto i racconti degli ultimi cinque anni, dispersi in varie riviste letterarie. Lavoro difficile mancando di precise indicazioni bibliografiche. Eppure quel volumetto, subito accolto da Vanni Scheiwiller, e grazie alla comprensione di Renata Olivo, allora sindaco di Bordighera, ha salvato Natta dall'oblio incombente, forse addirittura dalla cancellazione del suo nome tra gli scrittori liguri del '900. 
Quanto a considerarmi l'"inventore di Natta", fui costretto, con mia grande amarezza, a constatare che così pensava anche uno scrittore della cultura di Biamonti. Altra, invece, la comprensione di un poeta come Angelo Barile, il quale, dopo aver letto un racconto di Natta (inviatogli da De Giovanni), scrisse (lettera a Luciano De Giovanni, da Albisola Capo, 4 giugno '57) tra l'altro: «Natta è un ingegno così disinvolto e leggero, nel buon significato della parola, che gli si perdonano anche le sconcezze. Colto com'è, sulla cultura fa i giuochi... E scrive bene, con gusto classico (ma senza scoprirsi). Forse Natta è un uomo del '700, un umanista "novecentizzato"». 
[Marco Innocenti] Natta pubblicò in vita un solo libro, L'ospite dell'hôtel Roosevelt. Un secondo volume dei suoi. scritti, Questo finirà banchiere, esce nel 1984, pubblicato da Vanni Scheiwiller, proprio grazie alle tue pazienti ricerche. 
[Enzo Maiolino] Ricerche non ancora concluse, anche in relazione al "giallo delle "carte Natta" scomparse. Consentimi qui almeno un accenno alla vicenda. Alla morte improvvisa di Natta (Roma, maggio 1960), le carte che lo scrittore aveva con sé furono, in un primo tempo, custodite dal fedele amico Ignazio Delogu, col consenso della sorella di Natta. In seguito, quest'ultima preferì che le carte passassero a Bruno Fonzi, l'amico del fratello da lei meglio conosciuto. Il "passaggio" avvenne a Roma, dopo un vero e proprio "scontro" Fonzi-Delogu. Fonzi aveva promesso a Vanni Scheiwiller che da quelle carte avrebbe tratto il libro già a suo tempo previsto da Natta. Poi, nonostante la confermata disponibilità di Scheiwiller, il progetto, inaspettatamente e inspiegabilmente, venne abbandonato. Fonzi, nonostante il nostro confidenziale rapporto, non spiegò mai chiaramente quel suo improvviso ripensamento. Oltre al materiale recuperato a Roma, Fonzi disponeva di altro materiale "nattiano" fornitogli sia da me, sia da Gina Lagorio. Quando decisi la mia pubblicazione, chiesi alla famiglia Fonzi di accedere alle carte di Natta (Bruno era morto improvvisamente nel 1976). I familiari, con mio grande sbalordimento, dichiararono di non aver trovato, fra le carte di Bruno, nessun materiale Natta. La versione, sempre la stessa, sarà puntualmente confermata negli anni successivi. 
[Marco Innocenti] Grazie a te viene, comunque, restituito ai lettori questo misterioso narratore. E su di lui hai curato anche una mostra iconografica e bibliografica. 
[Enzo Maiolino] La mostra cui ti riferisci fu da me allestita nella Biblioteca Civica Internazionale di Bordighera nel gennaio-febbraio 1986 in occasione della presentazione al pubblico del volumetto Questo finirà banchiere con la partecipazione di Vanni Scheiwiller e del professore Franco Contorbia dell'Università di Genova. A chiusura mostra, il materiale esposto venne donato alla Biblioteca per costituire un primo nucleo del "Fondo Natta". 
Enzo Maiolino, Non sono un pittore che urla. Conversazioni con Marco Innocenti, philobiblon, Ventimiglia, 2014, pp. 116-118


 

lunedì 15 dicembre 2025

Il materiale esplosivo era stato consegnato al ragioniere di Oneglia a Sanremo

Sanremo (IM): l'ex stazione ferroviaria

Il Vice questore Comp/le di P.S., Dott. Salan, informava la Divisione Polizia Frontiera e Trasporti, sul rinvenimento di bagagli esplosivi, diretti a Imperia Oneglia. Il giorno 29 Novembre 1931 nella città di Imperia Oneglia era tratto in arresto Sandri Fausto da Villanova Monferrato, di professione ragioniere presso il Credito Italiano Sede di Imperia Oneglia. Durante la perquisizione domiciliare operata dalla P.S. era trovato in possesso di due valigie contenenti 20 kg di esplosivo:
"Nell'interrogatorio subito egli dichiarò che le valigie le aveva avute in consegna a S. Remo da persona sconosciuta e che aveva provveduto al trasporto di esso fino ad Oneglia a mezzo ferrovia. Aggiunse di essere in relazione con la concentrazione antifascista di Parigi. Venuto a conoscenza della cosa il Comandante Stazione di Ventimiglia attraverso segnalazione di una delle CC. Nere addette al Posto Fisso di Oneglia, questi disponeva per le necessarie indagini nello ambito ferroviario riuscendo a stabilire che le due valigie suddette erano state spedite il giorno 29 stesso da Ventimiglia a S. Remo, col treno 23, spedizione a bagaglio, e avevano viaggiato col treno 1413 in partenza da Ventimiglia alle ore 12,10 e che il giorno stesso erano state spedite da S. Remo a Imperia Oneglia col N°18 di spedizione viaggiando col treno 147 in partenza da Sanremo alle ore 14,51. Complessivamente le valigie spedite pesavano in ambedue le spedizioni Kg. 55". <95
Il capo della polizia era informato in data 3 dicembre 1931 sull’arresto di un appartenente al movimento sovversivo chiamato a svolgere un attentato. Era stato identificato, inoltre, uno studente in medicina che si era recato a Milano per scegliere il posto più adatto per collocare le bombe. All’interno della missiva comparivano i nomi di noti sovversivi, già schedati dalla sorveglianza, e pronti a colpire il regime:
"Il noto Sandri Faustino fu Evasio, arrestato il 30 andante ad Oneglia perché trovato in possesso di esplosivo e di un ordigno di ferro che si accingeva a trasformare in una macchina infernale con esplosione a tempo. Nell'interrogatorio cui è stato assoggettato stamane, ha fatto ampia e completa confessione intorno all'episodio di cui egli è attore. Ha confessato che per istigazione di noti fuoriusciti Giopp Giobbe, Mussi Felice, Geffi Giacomo e Sillani Mario, egli aveva assunto l'impegno di confezionare, come è sopra detto, una bomba col materiale fattogli pervenire dai suddetti fuoriusciti, con le modalità già note, e di deporla in uno degli Alberghi diurni di una qualche grande città, che non aveva ancora stabilito e la cui scelta era stata lasciata al Sandri. Ha dichiarato anche che il Giopp lo istruì a Nizza, e nell'abitazione del Mussi, alla confezione della bomba, il cui involucro gli fu mostrato invece nell'abitazione del Sillani, ove appunto il Sandri, il Geffi, Mussi e Sillani lo montarono per avere esatta conoscenza della sua struttura e facilitata la montatura definitiva: e che involucro ed esplosivo gli furono consegnati domenica 29 decorso novembre alle ore 14 alla Stazione di S. Remo dal Mussi, il quale, proveniente da Nizza col materiale suddetto, si trovò puntualmente all'appuntamento loro fissato dal Giopp nell'ultimo colloquio con costui avuto, sempre a Nizza, una quindicina di giorni or sono". <96
In seguito all’arresto, i giudici valutarono attentamente le dichiarazioni del Sandri, ritenendolo pienamente responsabile per le azioni da lui svolte, quale esecutore terminale del progetto terrorista:
"Le finalità che il reato tendeva a raggiungere restano però, a mio avviso, immutate e rientrano nello spirito della disposizione di legge di cui all'art. 285 del C. P.: il Sandri è stato esplicito su questo punto: egli era asservito all'esponente più tipico e pericoloso dell'antifascismo terroristico, al gruppo che fa capo al notissimo Giopp, dal quale hanno avuto origine anche le altre gesta del genere recentemente compiute in Italia, tipica quella Bovone. Il mezzo terroristico nella concezione di codesta gente è l'unico mezzo per combattere il governo fascista, che sostengono si regga sul terrore, e quindi lo scopo che con gli atti di ferocia del genere di quello or ora sventato, si intende di raggiungere è diretto contro la personalità interna dello Stato. L'arresto del Sandri ha troncato la malvagia fatica ed il più malvagio disegno; ma il Sandri nella sua confessione dichiara che solo questa impossibilità materiale gli ha vietato di portare a compimento l'incarico assuntosi. Responsabilità quindi piena che si estende a tutti i suoi complici, le cui attività sono sufficientemente dettagliate dal Sandri medesimo. <97
Guido Leto, a capo dal 1938 al 1945 dell'OVRA, confermava le modalità di arresto del giovane bancario, affermando che l’OVRA avrebbe intercettato la valigia e in un secondo momento sostituito il materiale esplosivo per poter pedinare e poi arrestare ulteriori appartenenti al gruppo sovversivo. <98
[NOTE]
95 ACS, MI, DGPS, Divisione polizia politica, Fascicoli per materia 1926-1844, b. 73, fasc. 9, Complotti per attentati in occasione del 28 ottobre, Regio Commissariato compartimentale di P.S. ferrovie di Stato di Genova, Raccomandata inviata al MI-DGPS, «Rinvenimento esplosivo bagaglio, diretto Imperia-Oneglia», 3 dicembre 1931.
96 Ibidem.
97 Ivi, Ispettorato generale di P.S., Raccomandata indirizzata al Procuratore Generale presso il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, 14 dicembre 1931.
98 G. Leto, Ovra: fascismo, antifascismo, pp. 125-129.
Michele Del Balso, Terrorismo ed eversione nel regime fascista. Complotti, attentati e repressione (1922-1943), Tesi di dottorato, Università degli Studi del Molise, Anno Accademico 2022-2023 

sabato 6 dicembre 2025

La Corsica, il Rex, i Giardini Hanbury...

La Corsica vista da Bordighera 

Quando ero bambino scrutavo l’orizzonte [n.d.r.: dalla zona Ville di Ventimiglia] per quasi tutto l’inverno al mattino all’alba e finalmente in una mattina fredda di fine gennaio o inizio febbraio la Corsica appariva al confine del cielo terso, tenuto spazzato da una tramontana gelida. Nei miei ricordi, succedeva al massimo due o tre volte in un anno, ma ormai la riconoscevo bene. In seguito, la vidi anche la sera, illuminata dal sole che si voltava indietro sulle cime innevate del monte Cinto.
Nel resto dell’anno mi chiedevo dove sparisse, visto che altri tratti della costiera francese situati a ponente, ad una distanza simile, come quelli dell’Estérel, si possono vedere in ogni periodo dell’anno.
Una volta ero anche salito a Cima Grai per verificare meglio gli effetti dell’altitudine sulla visione e sono sempre fiorite teorie sul fenomeno usando spiegazioni fantasiose come rifrazione, miraggio, fata Morgana, anche se la più semplice è quella che si riferisce alla curvatura terrestre.
[...] Mi viene in mente che la Corsica la raggiunse anche il motoscafo Oriens una mattina di dicembre del 1926 con a bordo tra gli altri il trentenne Sandrino Pertini e il settantenne Filippo Turati che con un gruppo di amici seguendo un’idea di Carlo Rosselli, erano partiti la sera prima da Savona per rifugiarsi in Francia. Giunsero col sole all’Isola Rossa dopo una notte di tempesta, con un cielo senza stelle, grazie agli esperti amici savonesi di Pertini che nel pomeriggio tornarono a Marina di Carrara. I due rifugiati chiesero asilo politico al governo francese e poi proseguirono per Nizza dove Pertini visse qualche anno facendo il muratore e rientrò in Italia nel 1929, fu arrestato e scontò carcere e confino nelle isole di Ponza e Ventotene.
[...] Quando andavo a Genova, di solito col treno delle quattro e quaranta del mattino da Ventimiglia, a un certo punto mentre faceva giorno, poco dopo aver preso al volo dal finestrino la focaccia di Finale, appariva un isolotto vicino alla costa, alto ad occhio una cinquantina di metri, che nei secoli, ha preso il nome dal paese costiero di Bergeggi.
L’altra isola della zona, la Gallinara, a me sembrava più interessante sotto tanti punti di vista, oltre che per la forma, per la vicenda di san Martino, patrono dei francesi, che la abitò per alcuni anni. 
[...] Nantucket è un’isola sulle coste americane del Massachussetts, ne ho sentito parlare da bambino perché, quando avevo quattro anni ero rimasto colpito dalla notizia del naufragio del transatlantico Andrea Doria che mi avevano fatto vedere pochi giorni prima passare sull’orizzonte qui davanti, seguito da salti di delfini.
La nostra curiosità era legata alla presenza a bordo di una signora piemontese appartenente a una vecchia famiglia di tessitori di lane, proprietaria in quegli anni della villa Boccanegra [n.d.r.: sita poco prima - a levante - della Frazione Latte di Ventimiglia] e che tornò salva dal naufragio sia pure con grave invalidità.
[...] Un altro viaggiatore che mi viene in mente è Mario Soldati che arriva a “Neviorche” nel ventinove, scendendo dalla nave di linea Conte Biancamano proprio quando crolla la borsa valori americana.  
Alberto Moravia arriva nel 1936 a bordo del transatlantico Rex che era stato fino a poco tempo prima titolare del Nastro Azzurro per aver effettuato la traversata atlantica più veloce (da Est a Ovest), superato poi dal Normandie. In quegli anni sul Rex erano stabilmente imbarcati anche un Rabbino ed un cuoco Kosher e trasportò almeno trentamila ebrei in fuga da Germania e Polonia verso gli Stati Uniti. Gli imbarchi avvenivano a Genova e a Cannes [n.d.r.: il transatlantico, pertanto, passava - ben visibile - davanti alla costa dell'estremo ponente ligure, attirando la curiosità di grandi e piccini, come ha ben raccontato in un vecchio numero di "Paize Autu" Mario Armando]. 
[...] Comincio a raccontare questa storia dalla Società degli Amici, persone per bene, austere, generose, di semplici costumi, mecenati, insomma i Quaccheri. Secondo molti che lo conoscevano è il modo più chiaro e preciso per descrivere Thomas Hanbury e la sua famiglia di uomini d’affari poi specializzati in commercio di seta e tè. Alcuni biografi lo definiscono semplicemente filantropo. Ma c’erano anche maldicenze riguardo il tipo di affari trattati.
[...] Tutte queste notizie per dire che gli Hanbury, non arrivarono a Mortola [Frazione di Ventimiglia] semplicemente da Londra; la loro vita aveva dovuto passare faticosamente da Shanghai dove il patrimonio si moltiplicò. 
Anche la prima scuola la costruì a Shanghai, seguirono, anni dopo, quelle donate a Latte e a Mortola. La Thomas Hanbury school for girls e boys fa parte della storia e comportava altre iniziative in campo sportivo e culturale che coinvolgevano molte famiglie straniere presenti a Shanghai.
Vide la Mortola per la prima volta a marzo del 1867 sia dalla barca che poi dalla carrozza. La scelta fu fatta con facilità benché avesse visitato anche il palmeto di Bordighera. In quegli anni mentre la proprietà di Mortola cresceva secondo le intenzioni degli Hanbury e gli interventi guidati da Ludwig Winter, Thomas dovette tornare a Shanghai con un nuovo viaggio nel 1869 questa volta traversando l’Atlantico col piroscafo a pale “Scotia”, soffrendo il mal di mare.
A Grimaldi costruì anche, poco distante dai giardini, l’edificio destinato ad ospitare il Museo Preistorico nelle vicinanze delle grotte dei Balzi Rossi.
Hanbury riposa nel mausoleo costruito nel suo giardino di Mortola dove come dice una lapide “udirono la voce del signore Iddio che passeggiava nel giardino”. Il riferimento al giardino paradisiaco dell’Eden è impeccabile. Lì davanti, in quel mondo racchiuso dallo scoglio di Barbantò, aveva fatto predisporre una rotaia in ferro per l’alaggio del motoscafo. Intorno abitavano Herbert Olivier, Freya Stark, Ellen Willmott e molti altri suoi conterranei. 
Arturo Viale, I sette mari. Storie e scie di navi e di naviganti e qualche isola, Book Sprint Edizioni, 2024

Una sera d’autunno, sono passati anni e persone, cammino eccitato in questi posti, prima salgo in Peidaigo a vedere il tramonto dietro il Grammondo poi scendo e girandomi vedo la luna sul campanile. Tra luna e tramonto, su un palcoscenico illuminato con arte, vorrei riuscire a vedere tutto lo spettacolo.
Mi sembra di essere nel luogo da cui tutti i punti partono, esaltato dal veloce cambiamento del cielo.
Cerco di travasare la mia emozione mentre il sangue scorre più veloce. Ma questa luna stupenda è solo mia, non condivideremo il prossimo avvento.
Arturo Viale, Ho radici e ali, ed. in pr., 2005 
 
Altre pubblicazioni di Arturo Viale: La chiave dei ricordi, PressUp, 2025; Punti Cardinali. Da capo Mortola a capo Sant'Ampelio, Edizioni Zem, 2022; La Merica...non c'era ancora, Edizioni Zem, 2020; Oltrepassare. Storie di passaggi tra Ponente Ligure e Provenza, Edizioni Zem, 2018; L'ombra di mio padre, 2017; ViteParallele, 2009; Mezz'agosto, 1994; Viaggi, Alzani - Pinerolo, 1993.
Adriano Maini 

mercoledì 26 novembre 2025

Quando la corale «San Maurizio» di Imperia dovette fare posto alla banda della Marina americana

Sanremo (IM): il porto vecchio

Nella prima metà degli anni '60 la tradizionale sfilata, a San Remo, di carri fioriti nel pieno dell'inverno aveva assunto grande risonanza da quando era stata escogitata la formula dell'«Europa in fiore» con l'apporto di splendidi gruppi folcloristici rappresentanti i Paesi europei che davano maggior risalto alla meravigliosa esibizione, a fine di gennaio - primi di febbraio, dei grandiosi carri disegnati da Rino Ceduto, pieni di fiori preziosi quali strelizie, orchidee e simili. 
Erano quelli gli anni di una novella, democratica «belle époque» e mi parve che non avrebbe dovuto mancare alla manifestazione [quella del 1965] un impegno federalista, cosicché ero riuscito a convincere gli organizzatori ad ammettere, nella sfilata, il canto dell'inno «Europa Unita» musicato da Reddy Bobbio su mie parole e che l'editore sanremese Carlo Beltramo aveva fatto arrangiare a Berlino, sperando di rinnovare il successo che tanti anni prima aveva avuto, sempre a San Remo, con la canzone «Festopoli». 
Beltramo si era pure incaricato della stampa della stesura definitiva dell'inno che era stato inviato in omaggio a moltissime scolaresche e diffuso specialmente in Piemonte e Liguria grazie alla collaborazione della prof. Jolanda Audino Dentis, presidente dell'Associazione Europea degli Insegnanti di Torino, e della prof. Vittoria Cavaglià, direttrice didattica di San Remo. 
Dopo essere stato cantato in molte occasioni dalla corale «La Baita» di Cuneo, il momento di vero «pathos» fu raggiunto quando un'altra corale, la «San Maurizio» di Imperia si assunse l'incarico di presentare l'inno, dopo la sfilata dei carri, nello spettacolo che si sarebbe svolto, la sera al Teatro Ariston. 
I coristi di Porto Maurizio arrivarono regolarmente mescolandosi, modesti e quasi inosservati nei loro abiti da pescatori acquistati a mie spese, tra le scintillanti divise di pennacchiuti ussari, l'indifferente sufficienza degli orchestrali della banda della marina militare americana, le rotondità procaci e il profumo carnale delle miss europee che avevano troneggiato sui carri, al pomeriggio. 
A loro doveva toccare di iniziare il programma e si passarono la voce per schierarsi sulla scena a sipario ancora chiuso, in prima posizione, mentre gli altri gruppi (gli ussari, gli zampognari scozzesi, i ballerini spagnoli, gli sbandieratori tedeschi ...) ancora facevano capannello qua e là nei meandri del teatro. 
Giunti alla soglia del palcoscenico ci si accorse, però, che dietro al sipario chiuso l'enorme palco era già completamente ostruito da una muraglia di uomini in divisa azzurro-cupo, che tenevano tra le braccia enormi tromboni luccicanti dalle aperture assai più larghe delle nostre normali trombe e tromboni e sembravano quasi dei bazooka. 
La voce si diffuse in un baleno: chi erano costoro? Chi erano questi intrusi che soffiavano ai nativi l'onore di aprire lo spettacolo? Non ci volle molto a capirlo, si trattava della banda della marina militare AMERICANA! 
I cacelotti e i ciantafurche (questi gli scherzosi soprannomi indicanti i portorini e gli onegliesi) del coro San Maurizio non tardarono a farsi prendere dai «fümasci» o, per dirla in altri termini, dai «futùi», e con rapida manovra, sgusciando fra quegli uomini impalati, si portarono davanti a loro, diciamo subito dietro la buca del suggeritore, ossia quasi a contatto col sipario. Qualcuno poi cominciò a far gesti verso gli americani invitandoli a retrocedere ed anche a spingerli verso il retroscena. Fino a quel momento tutto poteva attribuirsi a qualche errore organizzativo, ma quale non fu, invece, lo stupore quando il regista della trasmissione televisiva, che aveva pieni poteri, il solito «romanaccio» gonfio di prosopopea, si precipitò avanti intimando di andarsene non agli americani, ma ai coristi di San Maurizio. 
Ne nacque un battibecco che venne percepito anche dalla platea e volò qualche cazzotto. Ma il regista Coccorese, che almeno il suo nome passi alla storia, fu inflessibile. Per lui «Europa» era solo uno pseudonimo di America, la grande «fiesta» dell'Europa in fiore doveva iniziare con questo grande oltraggio allo spirito dei federalisti europei, il dirompente e lacerante frastuono di una fanfara militare e, per di più, americana. 
Finalmente il sipario si alzò e la gente compatta applaudì fragorosamente gli ottoni d'oltre Atlantico, con lo stesso entusiasmo con cui, forse, avrebbe applaudito i coristi di San Maurizio. Questi ultimi, invece, ancora in preda ai «fümasci», continuarono nel retroscena a discutere accanitamente ed a gesticolare e nemmeno la vicinanza delle miss o di altri simpatici figuranti riusciva a calmare i più agitati. Cosicché quando, dopo concitati parlamentari con l'assessore al turismo e poi di quest'ultimo con il regista, si ottenne finalmente che l'inno fosse cantato all'inizio del secondo tempo, quando si passò la voce ai coristi di prepararsi, purtroppo ci si accorse che quasi la metà, non potendo digerire l'oltraggio, se n'erano già andati, a prendere la corriera per Porto Maurizio, alla vicina autostazione. 
Enrico Berio, ALPAZUR. Nizza, Cuneo, Imperia "Distretto Europeo". La cooperazione transfrontaliera nell'interregione delle Alpi Meridionali, IsrecIm, 1992, pp. 59,60,61